Quel che resta del giorno

Pochi giorni, nella storia recente dell’Iran, sono stati lunghi e intensi come l’8 gennaio 2020, 18 dey 1398, per il calendario persiano. Poco dopo la mezzanotte, Teheran ha messo in atto l’annunciata rappresaglia contro gli Usa per l’uccisione del generale Soleimani. Lanciati 22 missili a corto raggio contro due basi militari in Iraq, che ospitano soldati americani: a Ain al Asad, nella regione occidentale di al Anbar, e a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. I media iraniani sostengono che l’operazione avrebbe provocato 80 morti tra i militari americani. Gli Usa sostengono invece che non ci sono vittime né statunitensi né irachene.

Cronaca di un attacco annunciato

L’Iran colpisce dove aveva detto che avrebbe colpito. Per gli esperti militari, è una dimostrazione di forza e allo stesso tempo di auto-controllo.

Trump twitta: “Va tutto bene”. E annuncia un discorso alla nazione che terrò soltanto alle 17 ora italiana.

Terremoti e altri disastri

Alle 5,50 è stato registrato un terremoto di 4.5 gradi della scala Richter vicino a Bushehr, città in cui sorge un impianto nucleare. Senza fare vittime, per fortuna.

Alle 6 del mattino un Boeing 737 della Ukraine International Airlines è precipitato pochi minuti dopo il decollo da Teheran: morti tutti i passeggeri e l’equipaggio (170 persone in tutto).

Per il resto del giorno, ci sono state tante parole. Minacce incrociate tra Washington e Teheran, commenti e analisi sui media di tutto il mondo. La guerra è a un passo, anzi no, è già iniziata.

Da Teheran mi suggeriscono: la crisi è finita. Non si andrà oltre questo, perché né gli Usa né l’Iran vogliono la guerra. Non per davvero, non ora.

Parla Trump

Poi parla Trump e in sostanza conferma questa tesi: niente guerra, per ora. È uno dei suoi soliti discorsi: esordisce contro le ambizioni nucleare iraniane, poi rivendica l’uccisione di Soleimani, accusa l’Iran di essere un pericolo, invita i Paesi a uscire dall’accordo sul nucleare, ma alla fine rilancia per un nuovo e più grande accordo con Teheran. Anche perché di colpo si ricorda che l’Isis è un pericolo per entrambi (ma allora perché hai ammazzato Soleimani?).

Al popolo e leader iraniani, auguro un grande futuro, in armonia col resto del mondo. gli usa sono pronti a fare pace con chiunque.

Auguri e figli maschi.

Trump annuncia nuove sanzioni e il tutto viene accolto come de-escalation. Quando si dice, sapersela vendere.

La giornata Forse la giornata finisce meglio di come sia iniziata. Non ci voleva molto, questo è vero. Ma è già qualcosa.

Raccontarsela

Personalmente mi sento di suggerire alcune riflessioni, senza la pretesa di dare indicazioni.

Non cambierà molto, nel breve periodo. Le tensioni non svaniranno in un attimo. Ma è anche vero che queste ultime settimane ci hanno insegnato a non sbilanciarci. Perché davvero sono state scritte cose incredibili, spesso senza alcuna base logica. La Terza Guerra Mondiale era lo scenario più roseo, per alcuni. E allora perché escludere a priori un accordo tra Trump e Teheran prima di novembre? Per The Donald sarebbe uno spot elettorale irresistibile. Per la leadership iraniana una boccata di ossigeno salvifica. Rouhani ha ormai finito il suo ruolo e la sua storia conferma un vecchio assioma dell’Iran repubblicano: si scende a patti – magari sottobanco – più facilmente con Washington quando alla Casa Bianca ci sono i repubblicani (vedi alla voce Reagan). Un patto, non necessariamente un grande accordo. Il problema è però capire chi possa prendere questa iniziativa, soprattutto negli Usa. Perché si fatica a ravvisare una benché minima strategia di medio termine in quello che sta avvenendo nelle ultime settimane.

Va poi detto che con Soleimani se ne va un personaggio che stava uscendo un po’ dagli schemi canonici della Repubblica islamica, in cui i militari – secondo il lascito politico di Khomeini – non devono entrare in politica. E Soleimani di politica – estera – ne stava facendo fin troppa. Un anno fa, quando Assad era arrivato in visita a Teheran, aveva incontrato lui e non Zarif, che infatti si era dimesso per protesta. Poi certo, era stato lo stesso Soleimani a tessere le lodi di Zarif e premere per il suo ritorno. Però il danno era stato fatto.

Gli iraniani – si sa – amano le teorie del complotto. E in questi giorni più di qualcuno vocifera che il “martire vivente” sia stato venduto agli americani perché divenuto troppo scomodo… Fantapolitica? Probabile.

Funerali di Qasem Soleimani a Teheran, 6 gennaio 2020

Altra considerazione sui funerali di Soleimani. Non importa quanti siano stati i partecipanti: non potevano certo essere tutti cooptati dalla Repubblica islamica. Certo, è stata anche una grandiosa operazione di propaganda. Ma i sentimenti che questa morte ha suscitato tra gli iraniani sono contrastanti. Chi lo identifica col regime, ha visto sparire un simbolo odioso. Chi lo ricorda per il ruolo nella guerra contro l’Iraq, ha in fondo perso un “piccolo padre”. Così come molti scontenti e oppositori della Repubblica islamica piansero nel 1989 Khomeini e nel 2017 Rafsanjani. I padri, seppure odiati, quando se ne vanno lasciano degli orfani. Sempre.

I miei compiti a casa: leggere October Surprise di Gary Sick.

Domani (enshallah) è un altro giorno.

Iran 2020

Detto, scritto e ripetuto tante volte: la storia dell’Iran insegna a non lanciarsi mai in previsioni azzardate sul destino di questo Paese. I disordini e la repressione delle scorse settimane hanno scomodato analisi che si ripetono da una trentina d’anni: crisi economica, assenza di fiducia da parte della popolazione, Repubblica islamica a un passo dal tracollo. In questo tipo di analisi, manca quasi sempre una reale conoscenza dei protagonisti, delle dinamiche e delle tempistiche della politica iraniana. Che ha dimostrato di avere tempi di gestazione molto lunghi e generare poi cambiamenti drastici e rapidi, quasi mai nella direzione prevista dalla maggior parte degli osservatori. Fu così per la rivoluzione del 1979, è stato così nelle crisi che ciclicamente hanno colpito la Repubblica islamica: 1999, 2003, 2009, 2019.

Il peso del petrolio

Si è parlato molto dell’aumento del prezzo della benzina, quale fattore scatenante delle proteste di fine novembre. Non si è invece parlato abbastanza di un dato economico fondamentale: l’Iran – a causa delle sanzioni decise da Trump – oggi esporta molto meno petrolio rispetto al recente passato. Il prossimo anno (il 1399 del calendario persiano inizia il 20 marzo 2020) “soltanto” il 30 per cento del bilancio statale dell’Iran si baserà sull’export petrolifero: dieci anni fa era il 60 per cento.

Secondo la Banca Mondiale, nel 2017 il petrolio rappresenta il 17 per cento del PIL iraniano: un patrimonio dunque ancora fondamentale, ma non più sufficiente. Tagliare i sussidi è perciò un primo passo quasi inevitabile. A cui però dovrà necessariamente fare seguito un cambio di prospettiva: se l’Iran vuole sopravvivere dovrà rivedere la sua politica fiscale assolutamente inadeguata. Più in generale, a giudicare dal budget presentato l’8 dicembre dal presidente Hassan Rouhani, l’intervento dello Stato nell’economia diminuirà.

E questo non potrà non avere conseguenze politiche, soprattutto se proseguiranno le sanzioni e l’isolamento economico.

Lo stallo politico

Situazione paradossale. Rouhani era stato eletto nel 2013 proprio per uscire dall’isolamento in cui il Paese era precipitato negli otto anni di presidenza Ahmadinejad. E l’accordo nucleare del 2015 aveva in effetti aperto una nuova fase. Chiusasi bruscamente con l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la successiva uscita dal JCPOA. Adesso è proprio Rouhani a pagare il conto più salato per questa marcia indietro. Sia a livello internazionale, sia internamente. Anche le proteste di novembre sembrano averlo isolato ancora di più. A criticarlo non sono soltanto i conservatori: a dicembre alcune testate riformiste hanno chiesto le dimissioni del presidente. Le prossime elezioni presidenziali sono fissate per la primavera 2021 ma non è affatto scontato che Rouhani arrivi alla fine del mandato. In passato, la Guida Khamenei ha dimostrato di non amare crisi istituzionali che possano ledere l’unità del sistema: nel 2004 si schierò contro un possibile impeachment del riformista Khatami ormai a fine mandato. Dopo qualche settimana la polemica si è un po’ smorzata ma l’allerta per possibili nuove manifestazioni a quaranta giorni dai disordini (e dalle vittime) di novembre, dimostra che la tensione rimane alta.

Il magazine Seda suggerisce a Rouhani di dimettersi

In cerca di accordo

A proposito di impeachment, l’apertura del procedimento contro Donald Trump negli Usa rischia di rivelarsi un problema anche per chi, in Iran, cerca ancora un accordo. A settembre 2019 Rouhani e Trump sarebbero stati a un passo da un nuovo accordo che avrebbe sospeso il divieto per i Paesi europei di comprare petrolio iraniano. A far saltare l’intesa, la distanza tra le parti sui tempi di questa sospensione (Rouhani voleva un anno e un tetto di 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre Trump era disposto a concedere sei mesi e un milione di barili al giorno) e sulle modalità dell’annuncio dell’intesa: Rouhani chiedeva una dichiarazione da parte degli Usa, Trump insisteva per un incontro con una stretta di mano da immortalare, sulla falsa riga di quanto avvenuto con il nordcoreano Kim Jong-un nel 2018.

Nonostante lo sforzo di mediazione diplomatica portata avanti dal presidente francese Emmanuel Macron, non se ne è fatto nulla e adesso è tutto più complicato: Trump è un leader indebolito dall’impeachment e non può permettersi di osare granché a meno di un anno dalle presidenziali. E in Iran il 21 febbraio si vota per il parlamento.

Le elezioni di febbraio

Si voterà per l’undicesimo parlamento della Repubblica islamica. I candidati registrati sono 14.896, il 15 percento in più rispetto a quattro anni fa. Assai probabile che il Consiglio dei Guardiani casserà, come di consueto, molte di queste candidature. Non si sono registrati personaggi del calibro dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani, del’ex negoziatore (conservatore) sul nucleare Saeed Jalili e del riformista Mohammad Reza Aref. Si è invece registrata Shahindokht Molaverdi, ex vicepresidente nel primo governo Rouhani.

Si prevede un nuovo parlamento a maggioranza conservatrice, sia per la censura sui candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani, sia per un oggettivo disincanto da parte dell’elettorato iraniano nei confronti dell’attuale esecutivo. Come sempre, sarà interessante verificare l’affluenza, dato molto indicativo per capire il grado di tenuta del sistema.

Guardando alle elezioni di febbraio e, più in generale, al futuro prossimo dell’Iran, vale la pena soffermarsi su un dato interessante. l’anno che si concluderà a marzo (il 1398 persiano) ha fatto registrare un tasso di natalità pari a 14,5 per mille, il più basso negli ultimi 50 anni. L’Iran è un Paese giovane, ma comincia a invecchiare.

La mossa di Teheran

La pazienza dell’Iran è durata un anno. Alla vigilia del primo anniversario del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare,  il presidente Hassan Rohani ha annunciato che Teheran non intende ritirarsi dall’accordo, ma riprenderà l’arricchimento del suo uranio se entro 60 giorni i partner europei non accetteranno di soddisfare le sue richieste in ambito petrolifero e bancario.

In una lettera ai partner del Piano comprensivo di azione (JCPOA), firmato nel 2015 con il gruppo ‘5+1’ (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), il presidente iraniano ha spiegato:

“Per proteggere la sicurezza e gli interessi nazionali del popolo iraniano, e nell’implementazione dei suoi diritti previsti dai paragrafi 26 e 36 del Jcpoa, la Repubblica islamica interrompe da oggi alcune delle sue misure sotto il Jcpoa», spiega la nota. Teheran annuncia quindi di non sentirsi più obbligata a rispettare i limiti attualmente previsti sulle sue riserve di uranio arricchito e acque pesanti e concede 60 giorni ai partner per «soddisfare i loro obblighi, specialmente in campo petrolifero e bancario”, in modo da bilanciare come promesso gli effetti delle sanzioni Usa. Se ci sarà un’intesa, Teheran tornerà a rispettare tutti gli obblighi del Jcpoa. Ma avverte: “La finestra che è ora aperta per la diplomazia non lo rimarrà a lungo”. Come dire: se non troviamo un accordo, l’Iran riprenderà ad arricchire l’uranio.

La risposta dell’Ue

L’alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini e i ministri degli esteri di Francia, Germania e Regno Unito hanno espresso “grande preoccupazione” dell’annuncio dell’Iran e rigettano “ogni ultimatum” e chiedono al Paese di continuare ad implementare gli accordi. In una nota congiunta, i quattro ribadiscono anche il loro “fermo impegno” sull’accordo che elimina le sanzioni, e si rammaricano per quelle reintrodotte dagli Usa.

Sazandegi titola: la palla è nel campo dell’Europa

Dagli Usa ancora sanzioni

La contromossa degli Usa non si è fatta attendere: con un ordine esecutivo, l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni per colpire i ricavi dell’Iran sulle esportazioni di ferro, acciaio, alluminio e rame. Dopo il settore petrolifero, quello dei metalli è il più importante del Paese: impiega circa 600.000 lavoratori e rappresenta il 10% totale delle esportazioni. Nell’automotive, per cui l’acciaio è indispensabile, sono impiegati un altro milione di lavoratori.

.. e provocazioni

Washington picchia duro, dunque, sperando di mettere all’angolo la Repubblica islamica. In questo, va detto, usa mezzi anche piuttosto grossolani. Alcuni giorni fa, il consigliere per la sicurezza John Bolton aveva annunciato  l’invio della portaerei Abraham Lincoln e un nucleo di bombardieri nel Mediterraneo proprio come monito all’Iran. Un paio di giorni dopo, la Marina Usa ha però smentito Bolton, parlando di “normali esercitazioni” programmate da tempo.

L’Iran vuole davvero uscire dal JCPOA?

Quella di Teheran sembra una mossa persino troppo ponderata, arrivata a un anno dal ritiro degli Usa e sulla spinta di tensioni politiche interne fortissime. Rohani recupera una parte di credito – e di fiato – a livello interno, incassando il sostegno di praticamente tutto lo spettro politico della Repubblica islamica.

Vatan-e emruz: Ritorno all’uranio
Aftab-e Yazd: ultimatum di 60 giorni all’Europa

Va detto che finora Rohani si sta muovendo nell’ambito dell’accordo stesso. Ed è sempre bene ricordare che l’Aiea ha certificato il pieno rispetto da parte iraniana dell’accordo del luglio 2015.

E’ comunque improbabile che l’Europa trovi il modo di venire incontro alle richieste di Teheran: troppo debole rispetto agli Usa e troppo divisa su dossier strategici quali quello iraniano (o anche quello libico).

Forse questo messaggio all’Europa è quindi soltanto un preavviso che il governo Rouhani ha voluto lanciare prima dell’ormai inevitabile collasso dell’accordo che si era raggiunto dopo un lavoro diplomatico infinito.

× Vuoi ricevere aggiornamenti di Diruz su Whatsapp? Available from 10:00 to 21:00 Available on SundayMondayTuesdayWednesdayThursdayFridaySaturday