Scrivere a Teheran, tra arieti e lumache

Scrivere a Teheran, leggere a Teheran, vivere a Teheran. Farsi gli affari propri a Teheran e non rompere l’anima al mondo raccontando storie banali e noiose, a cui il lettore medio occidentale – e italiano, nel caso particolare – si avvicina soltanto per una nuova e malcelata forma di orientalismo. In virtù della quale mai e poi mai dirà che quel romanzo di quello scrittore iraniano era una gran rottura di scatole. E non lo dirà per un semplice motivo: perché quello scrittore è iraniano.

Ci sono andato giù pesante perché, diciamo la verità, nulla è peggiore della noia, in letteratura, almeno. E negli ultimi anni ho sviluppato una sorta di allergia a tanti libri made in Iran accolti con entusiasmo e curiosità e finiti invece nello scaffale delle letture trascurabili.

Qualcosa però è cambiato perché sta emergendo una nuova generazione di narratori persiani, che, senza rinunciare alla propria identità culturale, sta finalmente scrivendo qualcosa di nuovo, di interessante. Almeno tra i libri tradotti in italiano, un primo squillo di tromba lo aveva dato Nasim Marashi con L’autunno è l’ultima stagione dell’anno.

Un anno fa lo salutai come

il primo romanzo della nuova letteratura persiana. Cioè, quanto di più simile alla forma romanzo classica, così come la intende un lettore medio di un Paese occidentale. Quale si considera appunto chi scrive questa recensione.

Con questo non sto dicendo che arriva a compimento un processo di imitazione di canoni letterari occidentali. Sarebbe riduttivo e anche offensivo. Dico semplicemente che questo romanzo è il prodotto di una nuova generazione di iraniani ormai globalizzati, portatori non solo della propria millenaria cultura nazionale, ma ormai “imbevuti” di cinema, musica e letteratura internazionale. Nel romanzo questo non si legge solo nelle citazioni di film americani, ma dallo stesso ritmo del racconto.

Ecco, dopo essere ricorso all’odiosa pratica dell’autocitazione, mi rendo conto che stavo per scrivere più o meno le stesse cose dopo aver letto due libri di due giovani autori iraniani: il primo è A Tehran le lumache fanno rumore, romanzo d’esordio di Zahra ̓Abdi, tradotto da Anna Vanzan, pubblicato da Brioschi Editore. Il secondo è L’ariete, di Mehdi Asadzadeh, tradotto da Giacomo Longhi per Ponte 33.

Non entro nel dettaglio delle trame e dei personaggi dei due brevi romanzi. Si tratta di storie piuttosto diverse tra loro e anticiparne anche soltanto alcuni passaggi rischierebbe di rovinare il piacere della scoperta e della lettura. Diciamo soltanto che Tehran le lumache fanno rumore è una storia familiare, drammatica e tesa, incentrata sul rimpianto di un fratello disperso nella guerra con l’Iraq. Una storia ricca di riferimenti cinematografici internazionali, tra cui La stanza del figlio di Nanni Moretti.

L’Ariete è invece un romanzo adrenalinico, di un giovane militare di leva alle prese coi propri rimpianti d’amore. Una corsa un po’ folle di 24 ore in una Teheran caotica e sordida. Il linguaggio è sporco, uno slang che non disdegna espressioni triviali, quando serve.

Lontani dall’essere capolavori, sono due opere vere, di due giovani autori, una donna e un uomo, che avranno sicuramente molto da dire.

Leggeteli, ne vale la pena.

 

 

Lascia un commento

*

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.