Rowhani, un mese dopo

Iran dopo le elezioni

Il destino dell’Iran è davvero singolare: indicato per anni come l’origine di tutte le tensioni del Medio Oriente, oggi il paese vive una strana e imprevista “normalità”. Con la Siria dilaniata dalla guerra civile, l’Egitto nel caos e persino la Turchia scossa da un’ondata imprevista di proteste, le elezioni presidenziali iraniane del 14 giugno hanno ricevuto, da parte dei media internazionali, un’attenzione molto fugace.

La vittoria del moderato Hassan Rowhani è stata generalmente definita una sorpresa e non si è scavato molto per cercare di capire le ragioni di questo risultato. Ma è stata davvero una sorpresa?

Potremmo dire di sì, ma un po’ tutte le elezioni presidenziali iraniane lo sono, a pensarci bene. La vittoria di Khatami nel 1997 non era prevista, così come non lo era quella di Ahmadinejad nel 2005 e furono una sorpresa – negativa – anche i presunti brogli del 2009 che spianarono la strada per il secondo mandato del presidente ormai uscente.

Sbagliare completamente le previsioni è perciò molto facile, quando si ha a che fare con l’Iran.

Questo perché spesso alla politica persiana vengono applicati criteri di valutazione inappropriati. Schieramenti e cartelli elettorali si compongono e rimescolano in tempi rapidi e sono quasi sempre decisive le ultime due o tre settimane prima del voto.

Va anche detto, però, che il nome di Rowhani era cominciato a circolare già lo scorso inverno sui media iraniani (noi ne parlammo qui), mentre la maggior parte degli osservatori occidentali continuavano a ripetere che il voto sarebbe stata una competizione tutta interna al fronte conservatore.

Ecco, uno dei motivi del successo di Rowhani è stata proprio la divisione del fronte conservatore, incapace di esprimere un candidato unico. E pensare che la guida Khamenei aveva fin da dicembre incaricato tre dei politici più fidati (Haddad Adel, Velayati e Ghalibaf) di trovare un solo nome su cui puntare a giugno. Ma i tre non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno in extremis, quando invece l’unico vero riformista in gioco, Mohammad Reza Aref, si è ritirato in favore di Rowhani. La stessa cosa, a parti invertite, accadde nel 2005, quando la divisione dei riformisti portò l’outsider Ahmadinejad al ballottaggio con Rafsanjani e poi alla clamorosa vittoria.

Altro elemento che ha giocato a favore di Rouhani è l’alta affluenza (72%), che tradizionalmente, nella storia delle elezioni iraniane, penalizza i conservatori.

Il voto a Rowhani è stato soprattutto un voto contro gli otto anni di Ahmadinejad. Anni di crisi economica, tensioni e isolamento internazionale. Il desiderio di voltare pagina in modo netto, ha spinto alle urne anche chi non crede (o non crede più) nel regime. Che, va detto, esce rafforzato da questo voto. “Ogni voto a queste elezioni, è un voto di fiducia alla Repubblica islamica”, aveva detto la Guida Khamenei.

E oggi incassa un risultato che rafforza la posizione dell’Iran nello scenario regionale.

L’Iran è un paese in cui si è scelto un presidente: ai suoi confini ci sono guerre civili, autocrazie, presidenti tenuti in carica dalle forze di occupazione Usa. L’Iran non è certo una democrazia liberale, ma in questo caso nessuno può parlare di elezioni farsa.

Khamenei avrebbe certo preferito un altro presidente: per mesi si è parlato di Velayati come suo favorito. Poi pareva che fosse Jalili il predestinato. Qualcuno, a scrutinio terminato, si è chiesto perché la Guida stavolta abbia accettato un risultato “poco gradito” e non abbia forzato la mano come nel 2009.

In realtà, le contestatissime e drammatiche elezioni di quattro anni fa, rappresentano una ferita non solo per la società civile, ma per lo stesso sistema politico iraniano. Nel suo testamento politico, Khomeini avvertiva che “chiunque si illudesse di poter fare a meno del popolo, avrebbe fatto la fine dello scià”. Con tutti i suoi limiti, la Repubblica islamica ha bisogno di consenso e partecipazione.

La lunga estate del 2009 fu il primo vero momento di crisi politica dopo trent’anni e nessuno sapeva fino a che punto ribellione e repressione si sarebbero spinti.

Ora tutto si può dire tranne che Rowhani possa costituire una minaccia al sistema. Membro dell’Assemblea degli esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, è un politico di lungo corso, stimato e apprezzato dallo stesso Khamenei.

Rispetto ad Ahmadinejad, ha un percorso umano e politico molto diverso. È un religioso (Hojjat al-Islam, titolo inferiore a quello di Ayatollah), ha studiato all’estero e ha una riconosciuta esperienza a livello internazionale. Con Khatami presidente, fu il capo negoziatore sul nucleare dal 2003 al 2005. In quel periodo l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

Nell’ultima parte della campagna elettorale Rouhani ha conquistato il consenso del ceto medio parlando – soprattutto attraverso i social media – di libertà di espressione, esprimendosi contro la censura e i limiti al web.

Sarà in grado o vorrà cambiare davvero qualcosa? Bisogna ricordare che in Iran il presidente non ha un potere assoluto e che lo stesso Khatami si ritrovò a un certo punto strangolato tra le aspettative crescenti della società civile e i timori di Guida e pasdaran.

Ma – molto probabilmente – non saranno queste le sfide principali del nuovo presidente. Una volta insediatosi il 3 agosto, dovrà innanzitutto formare una squadra di governo coesa e credibile. In un editoriale di pochi giorni fa, Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano espressione della Guida Khamenei, ha avvertito Rowhani a non includere nella squadra pesonaggi vicini ai “sedizionisti”, cioè all’Onda Verde.

Gli stessi Khatami e Rafsanjani, grandi elettori del nuovo presidente, sembrano si stiano muovendo con grande cautela, evitando di fare pressioni per porre loro uomini nell’esecutivo.

Va ricordato che – per la Costituzione iraniana – tutti i ministri devono ricevere la fiducia del parlamento. I nomi vengono proposti dal presidente, ma alcuni ruoli, come il ministro dell’intelligence, sono tradizionalmente indicati dalla Guida. Nel 2009 Ahmadinejad tentò di forzare questa tradizione, provando a piazzare Mashaei – suo sodale e consuocero – al posto di Heydar Moslehi. Quando la Guida impose Moslehi, Ahmadinejad, per protesta, non si presentò al lavoro per 11 giorni.

Rouhani pare abbia già elaborato un piano per i primi 100 giorni di governo per uscire dall’emergenza economica.

D’altro canto, secondo Akbar Torkan, ministro della difesa con Rafsanjani vice ministro del petrolio nel primo mandato di Ahmadinejad, sostiene che il primo obiettivo del nuovo governo sarà garantire i beni di necessità alle famiglie iraniane. Il bilancio approvato dal governo uscente per il prossimo anno sarebbe infatti del tutto irrealistico. Per continuare a pagare i sussidi alle famiglie, i prezzi dell’energia dovrebbero essere aumentati del 38%.

Di certo, non sarebbe un esordio facile per Rowhani. Ma, d’altro canto, i numeri parlano chiaro: secondo lo stesso neopresidente, l’inflazione, a livello annuo, sfiora il 42% . Per alleggerire la situazione, è quanto mai urgente una soluzione alle sanzioni economiche. Rowhani sarebbe intenzionato a trasferire la gestione della questione nucleare dal Consiglio supremo della sicurezza nazionale alla presidenza, affidando i negoziati a un uomo di sua fiducia.

Per quanto riguarda la politica estera, Rouhani ha già detto di voler innanzitutto rafforzare legami con paesi confinanti e vicini, lanciando messaggi distensivi verso le monarchie arabe del Golfo, interlocutori politici e potenziali partner economici fondamentali. Le grandi manovre del negoziatore Rouhani sono appena cominciate.

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