Iran Twitter

Twitter account Zarif

La strategia di comunicazione digitale messa in atto da Rouhani è parte di una linea politica precisa, il cui esito finale è tutt’altro che scontato. Il primo punto nell’agenda politica del presidente iraniano è la fine dell’isolamento internazionale del Paese. Lo ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale e lo ha confermato nel suo discorso di insediamento lo scorso 3 agosto.

Tuttavia, il potere del presidente della Repubblica islamica, soprattutto in politica estera, è tutt’altro che illimitato. L’ultima parola, secondo la Costituzione, spetta alla Guida che finora non ha mostrato segnali di grande apertura nei confronti dell’Occidente e degli Usa in particolare. Se le buone intenzioni di Rouhani sono ancora tutte da verificare e innegabile che nell’era della comunicazione globale, basta una dichiarazione male interpretata (o tradotta in modo tendenzioso) per creare un incidente diplomatico e bloccare il dialogo.

Gli otto anni di Ahmadinejad sono stati, in questo senso, un autentico disastro. Il presidente pasdaran aveva certamente un’altra linea politica rispetto a Rouhani, anche se è innegabile che in alcune situazioni i media occidentali abbiano calcato la mano, attribuendogli parole e toni mai usate. La famosa frase sulla cancellazione di Israele dalla mappa geografica, ad esempio, fu il risultato di una traduzione per lo meno inesatta.

Ma le trappole per i politici iraniani non vengono soltanto dall’esterno. Allo stesso Rouhani, a inizio agosto, è stata attribuita dall’agenzia ISNA una frase su Israele («un male da estirpare») che non avrebbe mai detto.

Ecco allora che i media digitali – e Twitter in particolare – si prestano a essere utilizzati come strumenti di dialogo diretto tra il nuovo presidente e l’opinione pubblica internazionale.

La maggior parte dei tweet del nuovo presidente vertono, non a caso, su due temi caldi come la crisi siriana e sulla questione nucleare. Rouhani ha espresso (in inglese) una posizione equilibrata, condannando – ad esempio – l’uso delle armi chimiche tout court, senza accusare l’opposizione ed evitando di lanciare messaggi di solidarietà ad Assad.

In questo senso, Rouhani si sta muovendo sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex presidente Rafsanjani, suo vecchio amico e alleato, che pochi giorni fa aveva indirettamente accusato Assad, condannando l’uso di armi chimiche «soprattutto da parte dei governi».

 

In questa “cordata” c’è anche il ministro degli Esteri Javad Zarif, uno dei nomi della squadra di governo salutati con maggiore entusiasmo da parte dei riformisti. Anche Zarif ha cominciato a twittare quasi all’improvviso, trascinato in rete da un tweet di invito dello stesso Rouhani. Ed è stato un esordio scoppiettante, perché non solo ha subito rilanciato gli auguri per il capodanno  ebraico, ma ha cominciato a rispondere ai commenti di chi lo ringraziava o faceva ironie. In uno di questi ha affermato «di non aver mai negato l’Olocausto. Chi lo faceva è andato via».

Una parte dell’establishment iraniano teme che il dialogo Tehran – Washington possa essere la prima vittima di un attacco Usa alla Siria, mentre l’ala più dura del regime preme affinché questo dialogo non cominci mai. Il confronto corre anche sul web.

 

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