Ritorno in Iran

Veduta di Teheran

Ah, l’Iran, che magnifica trappola per il cuore! È sempre lo stesso: tu programmi un viaggio, ti metti a fare i conti con il tempo, i biglietti aerei, il visto, le ferie. E un attimo prima di partire ti domandi: ma perché tutto questo? Perché non posso fare a meno di tornarci? 

E per qualche colpevole istante sei sul punto di cedere alla ragione: posso farne a meno, posso anche non partire.

E invece è tutto molto più semplice: devi abbandonarti al viaggio, arrenderti, abdicare. Non sei tu che fai il viaggio, sarà l’Iran a prenderti, a portarti dalla sua parte.

Stavolta torno per accompagnare un gruppo di viaggiatori italiani. Ne incroceremo tanti di connazionali in giro per il Paese. Strano il destino: fino a qualche mese fa, nessuno voleva venirci qui. Non serviva a nulla mostrare foto di Persepoli o Isfahan, citare Erodoto o Khayyam: l’Iran pareva destinato a rimanere per i più un luogo talmente soggetto a premesse e pregiudizi da divenire quasi astratto, irreale. Poi l’accordo di Ginevra del 24 novembre 2013 ha immediatamente aperto la strada a un narrazione – se non proprio alternativa – quanto meno parallela a quella dominante. Ecco che accanto alle solite  cronache su nucleare e diritti umani, sono cominciati a comparire reportage sulla bellezza delle città d’arte e dei paesaggi naturali. Nel giro di un paio di mesi, l’Iran è così divenuta una meta ambita da un certo turismo nostrano di fascia medio alta. E non siamo stati solo noi italiani a ritrovare la via per la Persia un tempo smarrita: a quanto pare, nel 2014 gli arrivi di turisti stranieri in Iran sono triplicati. Il che sta creando qualche difficoltà oggettiva al settore, colto piuttosto impreparato a tanta abbondanza dopo anni di “siccità” assoluta.

Eppure l’Iran, nelle sue piccole e grandi approssimazioni, nella sua cronica incapacità di programmazione, sembra sulla soglia di un passaggio cruciale. Non è ancora cambiato molto, a livello superficiale, almeno. Eppure, per tanti aspetti, è cambiato quasi tutto.

Attenzione: se qualcuno si aspetta che da un anno all’altro un sistema diventi di colpo ciò che non è mai stato e non potrà mai essere, prende un abbaglio colossale. Tanto per capirci, la Repubblica islamica non è e non sarà mai una democrazia liberale. E’ persino scontato ricordarlo, ma a leggere certi commenti sui nostri media, sembra sempre che Teheran vada raccontata con un paragone costante nemmeno a Roma, ma a Oslo o Stoccolma.

Eppure, mentre in piena notte percorro la quarantina di chilometri che separano l’aeroporto internazionale Imam Khomeini dal mio albergo, il paragone con Roma e l’Italia sorge spontaneo anche a me. Ma non sui diritti civili o la situazione politica, quanto sui lavori pubblici e la rete metropolitana.

Già, perché nel giro di una quindicina di mesi, questa spaventosa megalopoli di oltre 15 milioni di abitanti, ha cambiato faccia. O, meglio, ha cambiato alcune delle sue tante facce. La nuova autostrada Imam Ali, inaugurata da appena due settimane, è addirittura imbarazzante, per chi viene da una città in cui i lavori della metro si misurano in decenni. Le pensiline delle fermate degli autobus sono nuove e pulitissime, come gran parte delle strade. Tornare a Teheran appena dopo qualche mese di assenza vuol dire rischiare di non riconoscere le strade, di perdersi inseguendo un dettaglio che è cambiato.

Può essere una fatica immane inseguire la modernità di un Paese in cui il passato conta più di qualsiasi altra cosa. Forse sta tutto in questo alternarsi di pieni e vuoti il senso attuale dell’Iran. Pieni e vuoti nelle città, tra costruzioni grandiose e cantieri mostruosi. Tra edifici storici e scempi moderni. Gli uni accanto agli altri, apparentemente senza logica, senza criterio. A Isfahan, ad esempio, su un meraviglioso giardino tradizionale, non lontano dal Si-o-se Pol, lo storico ponte dei 33 archi, si affaccia un palazzone di dieci piani, orribilmente sventrato da lavori di ristrutturazione. Così come nel cuore della stessa capitale, il Golestan, residenza dello scià, è sovrastato da un edificio in metallo degno della più anonima delle periferie.

Pieni e vuoti negli spazi immensi del territorio, tra città e deserti. Tra Kashan e Teheran la lunga distesa desertica, impietosa nella sua desolazione, sembra il giusto contrappeso alla grandezza e all’affollamento della capitale.

Oggi questa alternanza di pieni e vuoti sembra riflettersi anche nel confronto tra le generazioni, tra l’Iran così come è stato finora e l’Iran come ancora non è. Perché sono dieci anni che si parla  di una popolazione che per due terzi ha meno di 30 anni, ma non si è ancora preso in considerazione un dato fondamentale: questa popolazione sta invecchiando. Di bambini, in giro, non se ne vedono moltissimi.  E i ragazzi di Teheran cominciano a diventare grandi. Tanto che non è più possibile schiacciare tutta la discussione sul futuro del Paese in una contrapposizione tra giovani e “vecchia guardia”. No, la situazione è molto più complessa.

1 – CONTINUA

5 Comments

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  3. É vero sono stata 4 volte e voglio ancora partire ho amici in Iran e iraniani in Italia, ma épeggio del mal d’Africa

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