Ritorno in Iran. Terza parte

Mi rendo conto che rinviare la conclusione del racconto è un modo per restare legato al viaggio, per non allontanarmene troppo. Ero partito con il sospetto che questa potesse essere una occasione di disaffezione, sono tornato con la consapevolezza di un legame ancora più profondo, rafforzato proprio dalla ennesima prova. Ora, è vero, come diceva Ennio Flaiano, che ogni situazione, ogni momento può essere definito “di transizione” (ed è un ottimo modo per dire qualcosa quando abbiamo da dire poco o nulla), però questo viaggio mi sembra davvero diverso dagli altri che ho fatto in Iran negli ultimi anni.

Intervalla insaniae?

Non è detto che sia un “ponte” verso un avvenire radioso per questo Paese. Potrebbe anche trattarsi di uno dei rari intervalla insaniae, per dirla con Lucrezio, nella follia che contraddistingue lo sguardo dell’Occidente verso la Persia.

Strano arbitro, il tempo. Quello che non accade in dieci anni, rischia di consumarsi nel giro di sei mesi. Se infatti, a breve, il negoziato del nucleare dovesse fallire o impantanarsi di nuovo, che ne sarà di tutto questo? Torneremo a parlare di nuove sanzioni, di guerra?

Il passato è tutto?

Già, il tempo. Qualcuno ha detto che in Iran «il passato è tutto». Non lontano da Yazd, lungo la strada desolata e bellissima che porta verso Shiraz, c’è una cittadina chiamata Abarku, nota ai più per un albero. Non un albero qualsiasi, ma il cosiddetto Sarv-e Abarkuh, un cipresso di circa 4.000 anni. Un’età che ne fa, senza dubbio, uno degli esseri viventi più anziani della Terra. L’albero è segnalato dalle indicazioni stradali e custodito in un bel giardino, visitato da turisti e viaggiatori.

Il cipresso è enorme, imponente. A dirla tutta, non sembra nemmeno un cipresso. La chioma è infatti folta e ricasca verso il basso, in modo pesante. Sembra un albero della foresta alluvionale, non un cipresso su un altopiano desertico.

E forse questo albero è un po’ il simbolo del rapporto di questo Paese con la propria Storia: unica, affascinante, antica ed enorme. Ma a tratti quasi ingombrante. 

E non solo la Storia antica: il Novecento iraniano è stato in assoluto uno dei più dinamici e drammatici, con tre rivoluzioni, quattro sistemi politici e una guerra di invasione brutale e dolorosa.

Ma come guardare avanti, oltre la mera cronaca del presente, oltre gli equilibri e i limiti di un contesto politico che sembra inossidabile ma che sembra incatenare il Paese in una oggettiva condizione di precarietà? Quante volte abbiamo già parlato di aperture, di primavere e di imminenti cambiamenti? 

Iran start up

E torniamo alla questione del business, del denaro. Il Paese del bazar non può e non deve rimanere fuori dal mercato globale. Questo lo sanno gli iraniani e lo sa anche il resto del mondo. Non solo perché l’Iran è un mercato potenzialmente enorme, ma anche perché dall’Iran possono venire energie, idee e risorse preziose. Anche in Iran – come in altri Paesi del Medio Oriente – si sta sviluppando un movimento di start up, di giovani imprese innovative (ne riparleremo presto) costrette a muoversi in un sistema che limita fortemente il web e censura i social media. Ma sono fenomeni in divenire, che difficilmente potranno essere bloccati dalla politica. Anche perché c’è – e ci sarà sempre più – un interesse economico che imporrà cambiamenti sostanziali.

Sarà sempre fondamentale il bazar, vero centro di potere e motore di tutti i cambiamenti ?

Green Iran

Poco alla volta, ma in modo sostanziale, si stanno facendo strada tematiche e sensibilità nuove. Il Paese dell’eterna questione nucleare, comincia a scoprire anche l’ambientalismo. E sarebbe anche ora, verrebbe da dire.

A Isfahan, il fiume Zayandeh è ormai completamente a secco, dopo che il suo corso è stato deviato verso le province di Yazd e Qom. Uno spettacolo desolante e un problema gravissimo per l’ecosistema della regione.

Le scelte dissennate del passato sembrano ora presentare un conto salatissimo. Le nuove generazioni sembrano avere ottime intenzioni e forse non è tardi per invertire la rotta.

L’hotel di Teheran avverte che “gli asciugamani sono lavati con poco sapone proprio per difendere l’ambiente”. E in tutta la megalopoli ci sono segnali incoraggianti: in centro, molti semafori sono a pannelli solari e ci sono tantissimi alberi piantati di recente.

Il risultato è un effetto strano, piuttosto sconcertante: una città grigia ricoperta di verde. Caotica, sovraffollata, inquinata, eppure con una natura incalzante, quasi prepotente. Capita così, alzando gli occhi al cielo, di assistere a una strane scena: un gatto, sul cornicione di un palazzo, è messo in fuga da una cornacchia enorme.

Conclusione

Il momento di ripartire per l’Italia è sempre strano. L’aeroporto Imam Khomeini è strutturato in modo curioso. Passato il controllo passaporti, si accede ai gate da due passaggi, posti uno di fronte all’altro. Nel mezzo, qualche negozio duty free, davvero poca roba per uno scalo internazionale così importante. E’ notte fonda e a Lisbona si sta giocando la finale di Champions League tra Real e Atletico Madrid. Un gruppo di ragazzi sta guardando il match alla tv di un bar. Al gol del 3-1 del Real un boato scuote l’atmosfera sonnolenta. Al 4-1 c’è un applauso da titoli di coda.

Non immaginavo il Real avesse tifosi così convinti tra gli iraniani. Alla fine, mi viene da pensare, stare con i più forti è sempre la scelta più semplice.

Quali scelte prenderà l’Iran nel futuro prossimo? Ci sarà spazio per qualche azzardo o – addirittura – per un pizzico di fantasia ?

Ecco la sintesi di questo viaggio: sono tornato con molte domande e poche risposte. Sì, è stato davvero un viaggio bellissimo.

 3 – FINE

LEGGI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE DEL REPORTAGE

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

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