Rinvio nucleare

Iran Talks Vienna

Non sono bastati 16 giorni di fila di colloqui a Vienna per raggiungere un’intesa definitiva sul nucleare iraniano. Così, a 48 ore dalla scadenza dell’accordo ad interim siglato nel novembre 2013 a Ginevra, Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Cina) hanno deciso di darsi altri 4 mesi di tempo. La proroga scade il 24 novembre ma ci sono buoni motivi di credere che si cercherà di arrivare a una soluzione prima del 4 novembre, giorno in cui negli Usa si vota per il rinnovo del Congresso. Una eventuale (e probabile) maggioranza repubblicana sarebbe sicuramente un ostacolo più ingombrante all’intesa. Perché – è bene ricordarlo – per alleggerire o eliminare del tutto le sanzioni, c’è bisogno del voto del Congresso.

I prossimi colloqui tra Iran e 5+1 dovrebbero esserci a settembre.

Divergenze tecniche

La questione centrale sembra la capacità di arricchimento di uranio dell’Iran. Teheran vorrebbe mantenere attive nei prossimi anni 10mila centrifughe per aumentare poi la propria produzione per la centrale di Bushehr dopo il 2021, anno in cui scadrà un contratto con la Russia per la fornitura di carburante.

Il gruppo 5+1 chiede invece che il numero di reattori sia limitato ad alcune centinaia e che l’Iran continui ad acquistare isotopi dalla Russia.

I commenti dei protagonisti

Il segretario di Stato Usa John Kerry ha detto che ci sono stati «progressi effettivi su alcune questioni come il destino del reattore ad acqua pesante di Arak, la riconversione dell’impianto di arricchimento di Fordow e le misure di controllo e monitoraggio», ma ha anche precisato che «permangono differenze sostanziali sulla capacità di arricchimento dell’impianto di Natanz, una questione assolutamente cruciale in un eventuale accordo definitivo».

Kerry ha comunque sottolineato come l’Iran abbia «accettato di convertire tutto il suo materiale arricchito al 20% in


combustibile per il reattore di ricerca di Teheran». Una volta convertito in combustibile, è molto difficile usare questo uranio per scopi bellici.

Per questo, ha continuato Kerry, il gruppo 5+1

«continuerà a sospendere le sanzioni concordate con il piano d’azione comune e consentirà all’Iran l’accesso a 2,8 miliardi di dollari del suo patrimonio precedentemente congelati».

Ricordiamo che negli ultimi sei mesi l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno già sbloccato 4,5 miliardi di dollari.
Il vice ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato che «una bozza di accordo finale c’è già» e che per arrivare all’accordo finale servono «creatività, speranza e un po’ di fortuna».

Qualcuno sosteneva che l’accordo fosse cosa fatta e che l’inasprirsi della crisi in Iraq giocasse a favore dell’Iran che avrebbe visto crescere il proprio peso negoziale. Nei fatti, questo non è avvenuto.

Probabilmente, non si è trovato uno stratagemma che desse all’Iran la possibilità di “vendere” sul proprio fronte interno l’intesa come un pieno successo.

Fino a novembre

È innegabile che un rinvio è migliore di una rottura, ma è altrettanto vero che il governo iraniano aveva investito molto su questi colloqui.

Il ministro degli Esteri Javad Zarif aveva diffuso un video messaggio in inglese (sottotitolato in varie lingue, tra cui l’ebraico) in cui annunciava: «Nelle prossime due settimane possiamo scrivere la storia».

All’indomani del rinvio, non c’è stata nessuna sua dichiarazione, nessun tweet o video messaggio. E per ora tace anche il presidente Hassan Rouhani.

Teheran avrebbe voluto un risultato adesso. Sarebbe stato importante per l’economia del Paese e per il fronte politico interno. Non è ancora compromesso nulla e anzi le prospettive di un accordo sono concrete. Ma, di certo, non è questa la situazione che il governo Rouhani auspicava. E in quattro mesi – la storia recente del Medio Oriente ce lo insegna – possono succedere tante cose.

Lascia un commento

*

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.