Quando Kate Millet andò a Teheran

Come si scrive la Storia? Qual è il passaggio, lo scarto che fa divenire una cronaca giornalistica o un diario un documento storico? E anche: quante volte chi vive e racconta un evento si rende conto che lo sta per consegnare a una memoria molto più vasta di quella relativamente effimera dei lettori di un quotidiano o di una rivista?

Kate Millet, femminista statunitense, arrivò a Teheran il 5 marzo 1979, un paio di settimane dopo la vittoria della rivoluzione (11 febbraio), in occasione della giornata della donna. Era la prima volta dopo oltre cinquant’anni che in Iran si celebrava l’8 marzo: lo scià Mohammad Reza Pahlavi, scappato dal Paese il 16 gennaio, aveva infatti imposto come Giornata della donna l’8 gennaio, per ricordare il giorno in cui nel 1936, suo padre Reza Pahlavi aveva proibito alle donne di indossare il velo in pubblico. Un particolare che rileva come la monarchia concepisse la modernizzazione come una trasformazione da imporre per decreto e non come un processo da raggiungere attraverso la concessione di autentiche libertà.

Kate Millet rimase a Teheran fino al 18 marzo, quando venne espulsa dal governo provvisorio guidato da Mehdi Bazargan perché accusata di svolgere attività controrivoluzionarie. Quei giorni, già narrati dalla stessa Millet in un libro del 1982 intitolato Going to Iran, sono ora ricostruiti da Negar Mottahedeh, professoressa associata di letteratura della Duke University, in Whisper Tapes: Kate Millett in Iran. Il libro si basa sui nastri registrati da Millet a Teheran in occasione di manifestazioni, assemblee, incontri e interviste. È un racconto frammentario, spesso monco, volutamente “irregolare”. Millet non conosceva una parola di persiano e doveva quindi affidarsi continuamente alla traduzione simultanea delle attiviste iraniane che le facevano da guida. Ogni capitolo del libro è intitolato a una parola o un’espressione persiana, non per fornire un glossario della rivoluzione ma piuttosto per suggerire spunti evocativi del clima di quei giorni, segnato da sentimenti contrastanti. All’entusiasmo per la vittoria della rivoluzione era infatti seguita la paura per una svolta decisamente reazionaria del governo provvisorio formalmente guidato da Bazargan – esponente del Fronte Nazionale – ma condizionato in tutto e per tutto dall’Ayatollah Khomeini, emerso come leader assoluto nell’ultima fase della rivoluzione, attraverso i komiteh, i comitati rivoluzionari.

Il Manifesto dell’11 marzo 1979

Il 26 febbraio, appena quindici giorni dopo la vittoria della rivoluzione, Khomeini aveva infatti annunciato l’abrogazione del diritto di famiglia varato nel 1967. Veniva così di fatto reintrodotta la poligamia e diventava più complicato per le donne ottenere il divorzio. Il 3 marzo le donne vennero interdette dal ruolo di giudice e il 6 marzo – il giorno dopo l’arrivo di Millet a Teheran – Khomeini annunciò l’hijab obbligatorio nei luoghi di lavoro. L’8 marzo, in occasione della giornata della donna, migliaia di manifestanti a Teheran chiesero al governo Bazargan di revocare il provvedimento. Squadre di militanti khomeinisti aggredirono le donne al grido di “O velo o botte” (Ya rusari ya tusari). Il governo Bazargan rivelò in quell’occasione tutti i suoi limiti, anche perché non si levò alcuna voce di critica all’interno del fronte rivoluzionario. Anche i cosiddetti partiti “laici”, a cominciare dal Tudeh, il partito comunista, si schierarono con Khomeini, probabilmente per paura di inimicarsi quello che era di fatto il dominus della rivoluzione, ma anche perché non esisteva un vero movimento per i diritti delle donne. Colpisce, dal racconto di Millet, la grande solitudine che il movimento femminista iraniano vive in quelle settimane cruciali. La televisione iraniana, la cui direzione è affidata dopo la rivoluzione a Sadeq Gotbzadeh, il rivoluzionario che era rientrato a Teheran insieme a Khomeini, cala sulle manifestazioni dell’8 marzo una censura pesante e colpevole. Gotbzadeh proveniva dal Movimento di liberazione, nei mesi dell’esilio parigino di Khomeini (dove lui stesso aveva convinto l’Imam a recarsi dopo l’espulsione dall’Iraq) aveva più volte dichiarato che non ci sarebbe stato alcun governo dei religiosi e che donne e uomini avrebbero goduto delle stesse libertà e degli stessi diritti.

Questa svolta segna anche in modo decisivo e forse definitivo la narrazione della rivoluzione iraniana e dello stesso Iran post rivoluzionario. Il velo – quasi sempre definito in modo inappropriato chador – diventa l’immagine più usata nel racconto giornalistico, il simbolo da esporre in qualsiasi reportage o sulla copertina di qualsiasi libro ambientato in Persia. Nel celebre e per certi versi sopravvalutato Leggere Lolita a Teheran (2003) la scrittrice Azar Nafisi arriva a individuare nella donna il “nemico” contro il quale la rivoluzione iraniana scatena la propria violenza repressiva. Al di là delle considerazioni su questo assunto, il suo racconto si ferma però proprio alla vigilia dell’inizio della stagione riformista di Khatami (1997-2005) e cristallizza la descrizione della società iraniana in un’atmosfera drammaticamente accattivante per il lettore occidentale ma piuttosto datata.

Il sociologo Khaled Fouad Allam arriverà a sostenere che la donna in Iran è addirittura “l’elemento attorno al quale gravita e si concentra ogni principio rivoluzionario”, come era stato la borghesia nella rivoluzione francese e il proletariato in quella russa. Per Fouad Allam, “il velo che la rivoluzione iraniana ha reso obbligatorio è diventato paravento delle frontiere della libertà. C’era qualcosa in più rispetto alle altre rivoluzioni: in Iran le donne possono essere intellettuali o artiste, guidare gli autobus, fare le parlamentari o le insegnanti, ma è richiesta loro una missione: incarnare l’immagine dell’Islam che esce dal XX secolo”.

Di certo, la donna ha sempre avuto una centralità nella vita sociale e politica dell’Iran contemporaneo, dallo “sciopero del tabacco” alla fine del XIX alle cronache dei giorni nostri. L’attuale parlamento, eletto nel 2016, è quello col numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica: diciassette, contro le nove della precedente legislatura. Le deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento solo al ballottaggio nel loro collegio, dopo una competizione elettorale durissima. Da notare come in questo majles ci siano più donne che mullah: i religiosi eletti sono infatti al loro minimo storico (sedici). Un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Politica a parte, nonostante sia in corso un dibattito politico per una riforma in senso paritario del codice civile, per la legge iraniana la donna vale la metà dell’uomo quando si tratta di ricevere un’eredità o di rilasciare una testimonianza in tribunale. Tuttavia, la condizione femminile iraniana presenta anche dati indubbiamente positivi. Ad esempio, il 65 per cento degli studenti universitari sono oggi donne, e nelle facoltà scientifiche si arriva anche a percentuali superiori. 

Il Gender Inequality Index (GIL) è un indice creato dalle Nazioni Unite per misurare le diseguaglianze di genere sulla base di alcuni dati quantificabili come il tasso di mortalità materno, la presenza di donne in parlamento, il livello di istruzione e la partecipazione al lavoro. Nella classifica mondiale redatta in base al GIL, l’Iran è al sessantesimo posto, appena sotto la fascia dei Paesi con uno sviluppo umano molto alto. Per farci un’idea, il Paese al primo posto, quindi con meno diseguaglianze in assoluto tra uomini e donne, è la Norvegia, seguito dalla Svizzera e l’Australia. L’Italia è al ventottesimo posto. L’Iran precede Paesi come la Turchia, la Serbia, Cuba e l’Albania.

Al di là dell’annosa questione dell’hijab, l’evoluzione della condizione femminile sembra rientrare nel quadro di una grande trasformazione sociale in atto ormai da tempo. Oltre il 70 per cento degli iraniani è infatti nato dopo la rivoluzione e – anche soltanto per una mera questione demografica – prima o poi sarà inevitabile che le istanze delle nuove generazioni influiscano sulle scelte politiche e sulle regole della Repubblica islamica. 

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

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