I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran Tempi difficili questi per parlare di rifugiati e di accoglienza. Il valore della vita umana sembra aver perso quotazioni rispetto a concetti quali “sicurezza” e “consenso popolare”.

La storia che stiamo per raccontare è di quelle che conoscono davvero in pochi, nonostante abbia toccato – direttamente e indirettamente – centinaia di migliaia di persone, in un tempo in fondo nemmeno così lontano, come quello della Seconda Guerra Mondiale. E, come vedremo, è una storia che tocca anche noi italiani.

Dalla Russia alla Persia

Non stiamo parlando di una storia marginale, di un gruppo limitato di persone, ma di 120mila polacchi che nel 1942 si rifugiarono in Iran.

Un passo indietro.

Nello scenario che porta alla Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è la vittima predestinata del cosiddetto patto Molotov – Von Ribentropp, in base al quale, nell’agosto 1939, la Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin si spartiscono il territorio polacco. Il 1° settembre Hitler invade la Polonia da ovest, Stalin da est. Nel giro di poche settimane lo Stato polacco cessa di esistere.

I sovietici, intenzionati a liquidare le forze armate di Varsavia, si resero colpevoli di crimini orrendi quali il massacro di Katyn, in cui vennero uccisi 22mila tra militari e civili. Molti altri polacchi vennero deportati in Sibera. Il 22 giugno 1941 avviene però una svolta decisiva nel secondo conflitto mondiale: Hitler dà il via alla cosiddetta “Operazione Barbarossa” e invade l’Urss.

A quel punto Stalin deve far leva su tutte le forze disponibili per contrastare la Germania e stringe un accordo col Governo polacco in esilio a Londra: concede l’amnistia ai militari polacchi deportati e consente al generale Wladyslaw Anders di organizzare quello che si chiamerà Secondo Corpo d’Armata.

Insieme ai militari ci sono le loro famiglie, da due anni alle prese con la fame e con le durissime condizioni di deportazione imposte dai sovietici. Anders ottiene il permesso per tutti di uscire dall’Unione Sovietica e recarsi in Iran.

Così, nel 1942, 116.131 rifugiati polacchi proveniente da tutta l’Urss raggiungono – quasi sempre a piedi – il Mar Caspio. Di questi, 37 mila sono civili, 18mila sono minori.  Tra loro almeno 5mila ebrei. A marzo e aprile 1942, con una serie di viaggi, navi sovietiche li portano ad Anzali, città portuale nel nord dell’Iran. Molti di loro, appena sbarcati, baciano la terra, come se fossero arrivati nella Terra promessa.

I profughi polacchi in Iran

E’ bene ricorda che l’Iran di quegli anni è un paese occupato a nord dai russi e a sud dagli inglesi, alle prese con problemi di razionamento e tensioni sociali molto forti. Scià Reza – sospettato di simpatie per la Germania nazista – ha dovuto abdicare in favore del figlio giovanissimo Mohammad Reza. Tutto, dunque, tranne che un’isola felice di pace e prosperità. Eppure l’accoglienza che gli iraniani riservano ai profughi polacchi è degna della loro millenaria ospitalità.

L’accoglienza degli iraniani

Nella città di Anzali viene allestita una tendopoli con 22mila tende messe a disposizione dall’esercito iraniano. Ospita una moltitudine di persone denutrite, sporche e spesso ammalate. Molti sono morti di stenti e di tifo durante il viaggio, molti altri non sopravviveranno ai mesi successivi.

Nasrim Alavi, blogger e scrittrice iraniana, racconta la testimonianza di sua nonna:

Seyyed Molla Hashem arrivò sulla spiaggia e disse che era nostro dovere religioso trattare i prigionieri con rispetto e aiutarli. Ordinò che portassimo tinozze di acqua calda e sapone per lavarli e nessuno può immaginare quanto queste donne, queste ragazze, questi bambini, che sembravano usciti da una miniera, fossero belli dopo il bagno. Il giorno seguente, nella moschea, il mullah disse che le profughe polacche sapevano ricamare e lavorare a maglia con abilità e invitò gli uomini a mandare le mogli e le figlie a lezione. Era un modo per offrire un piccolo guadagno. 

 

Dopo un periodo di quarantena, i profughi vengono trasferiti in diverse città iraniane. Lungo la strada, gli iraniani lanciano dolci e biscotti verso i camion dei polacchi, in segno di benvenuto.

La comunità polacca si integra bene in Iran: vengono aperti una radio e un giornale, i ragazzi sono mandati a scuola, alcuni partecipano alla vita artistica e culturale del Paese. La traversata ha provocato moltissime vittime e gli orfani sono ben 13mila. A loro vengono dedicati scuole e corsi di istruzione.

I due più grandi orfanotrofi vengono istituti a Mashad, dove è gestito da suore cristiane, e a Esfahan, dove vengono destinati gli orfani più piccoli, nella speranza che la bellezza della città li aiuti a superare i traumi subiti. Nella diaspora polacca, Esfahan è infatti conosciuta come la “città dei bambini polacchi”.

I profughi polacchi in Iran

Un altro centro di rilievo è Ahvaz, sul Golfo Persico, dove ancora oggi un quartiere è conosciuto come “Campolu”, eredità del nome “Camp Polonia”.

Nascono molte coppie miste e in tanti decidono di rimanere. Ancora oggi sulle tavole iraniane è piuttosto comune il pierogi, un tipo di gnocco portato appunto allora dai profughi.

Oggi i cimiteri polacchi in Iran sono due, ed esistono diverse sezioni polacche in vari cimiteri non solo a Teheran ma in tutto il paese. Sono 2.806 tombe, 650 di militari, nessuno dei quali caduto in combattimento ma morti tutti di malattie e stenti. 

Nel dettaglio, sono questi:

  • Teheran, Dulab-cimitero polacco – 1892 tombe  (408 militari);
  • Teheran, Golhak-cimitero di guerra britannico – 10 tombe militari
  • Teheran-sezione polacco del cimitero ebraico – 56 tombe (13 militari);
  • Bandar-Anzali-Polish Cemetery, presso il cimitero armeno  – 639 tombe  (163 militari)
  • Ahwaz- sezione polacco del cimitero cattolico- 102 tombe (22 militari);
  • Mashad- sezione polacca del cimitero armeno – 29 tombe (16 militari);
  • Esfahan-sezione polacca del cimitero armeno – 18 tombe (1 militare).

Wojtek, l’orso soldato

I militari si addestrano soprattutto nella provincia di Kermanshah per prendere parte al conflitto contro il nazifascismo. E qui la storia si arricchisce di un personaggio che ha della favola. Un ragazzino di Hamadan vende ai militari polacchi un cucciolo di orso. Malaticcio e senza mamma, viene coccolato dai polacchi che lo alimentano col biberon per mesi. Diventa presto la mascotte del Secondo Corpo d’Armata Polacco e crescendo viene anche impiegato nel trasporto di casse di munizioni e materiali polacchi. Il Corpo d’Armata parte per l’Iraq e poi la Palestina. Da qui si reca in Egitto e poi in Italia, dove prendere parte in modo decisivo alla battaglia di Montecassino, fondamentale per le sorti della Campagna d’Italia, e ad altri importanti passaggi, quali la liberazione di Ancona  e quella di Bologna. I cimiteri di guerra a Cassino e in Emilia stanno lì a testimoniare il tributo di sangue dei polacchi.

“Passante, di’ alla Polonia che siamo caduti a lei fedeli”, recita una lapide nel cimitero di Cassino. La loro fedeltà alla patria non fu però ricompensata: la spartizione del mondo decisa prima proprio alla Conferenza di Teheran (28 novembre – 1 dicembre 1943) e poi a Yalta (4-11 febbraio 1945) chiude le porte a un ritorno in Polonia. Il Corpo D’Armata – rimasto in Italia – si scioglie nel 1947 e si suoi appartenenti di disperdono in tutto il mondo.

L’orso Wojcek, diventato un personaggio leggendario, a cui verrà dedicato anche un cartone animato, viene portato nello zoo di Edimburgo, in Scozia, dove muore nel 1963.

 

 

Cosa rimane

Sotto le ferite della guerra rimane una storia di tolleranza e di accoglienza. Un legame di pace e di rispetto che ha lasciato segni forti anche se poco riconosciuti: sono molti i polacchi che studiano persiano nelle università di Cracovia e Varsavia, spesso con risultati eccellenti.

Nel vocabolario polacco ancora oggi si usa la parola persiana “kish-mish” per indicare l’uvetta ed è molto comune il nome maschile Dariusz, omaggio all’antico re persiano.

Sono passati settant’anni. L’Urss non esiste più e la Polonia, con l’Ungheria e la Repubblica Ceca, è uno dei Paesi dell’Unione Europea che si è rifiutato di partecipare al ricollocamento di migranti.

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

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