Parlamentari Iran, il secondo turno

Venerdì 4 maggio si è votato in Iran per assegnare i 55 seggi (su 290) non assegnati al primo turno del 2 marzo. Si votava a Teheran e in altri 32 collegi. Esito scontato? Non esattamente. I media occidentali hanno parlato di sconfitta della fazione di Ahmadinejad, ma non è andata proprio così. I media italiani hanno in pratica ignorato la tornata elettorale.

Ricordiamo che in Iran i partiti politici sono più che altro dei cartelli elettorali e che alleanze e contrapposizioni si rimescolano in parlamento.

Affluenza e propaganda

Per il primo turno la propaganda aveva strombazzato per giorni e giorni l’importanza del voto come risposta “all’arroganza delle potenze straniere”. L’affluenza ufficiale (e sospetta) del 65% venne sbandierata come una grande dimostrazione di consenso. Per questo secondo turno, si è invece scelta una linea di basso profilo. Poche le notizie sui media ufficiali, niente su Press Tv, il sito del canale di Stato in lingua inglese. Per ora  si sa di un 20% di affluenza a Teheran. Dato credibile e assai indicativo della disaffezione popolare nei confronti della classe politica iraniana.

Com’è andata

Il dato più evidente (ma non ai media occidentali) è che non emerge una fazione predominante. Alcuni uomini politici ostili ad Ahmadinejad hanno vinto il loro collegio: Ahmad Tavakoli e Ali Motahari a Teheran, per esempio. Parviz Sorouri invece ha perso. Mantengono il loro posto in parlamento Hamid Rasaei e Mehdi Koochakzadeh, due importanti membri del fonte pro Ahmadinejad. Rimangono fuori anche i candidati vicini al sindaco di Teheran Qalibaf. Molti gli indipendenti eletti.

Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre questo secondo turno a un proseguimento dello scontro tra la Guida Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Piuttosto, stiamo assistendo a un nuovo rimescolamento delle carte, una fase piuttosto confusa e difficile da decifrare.

Con una battuta, potremmo dire che  gli sconfitti sono molti, mentre non è chiaro chi abbia vinto davvero.

Alcuni degli eletti erano sia nella lista del Jebheh Mottahed-e Osoolgarayan (Fronte di Unità, riconducibile alla Guida) sia su quella del Jebheh Paaydaari-e Enghlelab-e Eslami (Fronte della stabilità della Rivoluzione isalmica, più vicino ad Ahmadinejad). Bizzarro per i nostri canoni politici, non per quelli iraniani.

Un primo importante riscontro degli equilibri si avrà con le votazioni per il presidente del Parlamento. Che sia di nuovo Larijani non è affatto scontato. Anche perché negli ultimissimi tempi i rapporti con la Guida sembrano essersi raffreddati.

Sadegh Zibakalam, analista dell’Università di Teheran, si azzarda a prevedere una maggioranza favorevole al presidente Ahmadinejad.

 

Riformisti out

I pochi riformisti che avevano scelto di non boicottare il voto, hanno perso quasi tutti.  Personaggi come Mostafa Kavakebian, Dariush Ghanbari, Qadratolah Alikhani, e Mohammad Reza Khabbaz, tutti appartenenti al Partito della Linea dell’Imam Khomeini, non siederanno nel nuovo parlamento.

Guida pigliatutto?

Un parlamento diviso è un parlamento debole. Con un presidente a fine mandato. In uno scenario simile, sarebbe la Guida ad avere via libera totale. In politica interna come in politica estera, dove è appena cominciato un dialogo col gruppo 5+1 sul nucleare. Tutto semplice? No. La Repubblica islamica per 33 anni si è retta su un meccanismo di equilibri complicato e mutevole. Non è mai stato – nemmeno ai tempi di Khomeini – il governo di un uomo solo. Qualcuno ricorda che la fine della monarchia cominciò quando lo scià si circondò di yesmen, incapaci di qualsiasi critica. Reza Pahevi perse così ogni contatto con il suo popolo. Forse Khamenei non rischia la stessa fine, ma di certo quella diarchia (Presidente/Guida) che con Khatami e Rafsanjani era più evidente, gli aveva risparmiato un’esposizione diretta e lo aveva in un certo senso  preservato da certi rischi. La presidenza Ahamdineajad e la crisi del dopo elezioni 2009, ha cambiato il carattere stesso del ruolo della Guida. Che è divenuta un attore diretto.  Manca un anno al voto delle presidenziali. Khamenei deve ora trovare un altro interprete per una nuova versione della Repubblica islamica. Dopo la stagione del riformismo di Khatami e quella del populismo di Ahmadinejad, potrebbe essere la volta di una modernizzazione autoritaria. Con l’Iran, mai dire mai.

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