Panahi: tre volti, un soldo

Lo confesso. Stavo assistendo da pochi minuti all’ultimo film di Jafar Panahi, Seh Rokh (3 faces, Tre volti), quando mi è tornata alla mente quello che Dino Risi disse una volta di Nanni Moretti:  “Mi viene sempre da pensare: scansati e fammi vedere il film”.

Eravamo ancora alle prime battute, con la storia che si stava dipanando un po’ a fatica, ma già la presenza del regista si faceva pesante. La sua vicenda giudiziaria è nota: all’indomani delle manifestazioni dell’Onda Verde del 2009, Panahi viene interdetto dal girare film. Divieto violato a più riprese dal regista, che da allora ha firmato tre film, uno dei quali – Taxi Teheran premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2015.

E’ inutile negarlo: da nove anni il cinema di Panahi è legato a doppio filo alla sua condizione di “dissidente tollerato” o comunque blandamente perseguitato. E ogni sua nuova opera è – giustamente – salutata come una vittoria contro la censura.

 

 

E il film? La storia è questa: l’attrice Behnaz Jafari – molto nota perché protagonista di diverse serie TV – riceve un video via Telegram in cui una ragazza di un piccolo paese dell’Azerbaigian iraniano minaccia il suicidio perché la famiglia le impedisce di trasferirsi a studiare arte a Teheran. Si è uccisa per davvero? O è un bluff’ O addirittura è una messinscena di Panahi che ha così un pretesto per girare un nuovo (meta)film?

Behnaz e Panahi si mettono in viaggio in suv verso il villaggio dove verranno a contatto con una realtà molto distante da quella di Teheran. Un viaggio anche a ritroso in un Iran che sembra rimasto a una quarantina d’anni fa.

Non sveliamo il finale e nemmeno i pochi ma importanti colpi di scena che il film offre. Diciamo che in alcuni passaggi, Panahi sembra riavvicinarsi allo stile del suo maestro Abbas Kiarostami di Sotto gli ulivi o del Sapore della ciliegia. Un viaggio a ritroso anche in questo senso, dettato anche dalle necessità oggettive di adattare il proprio modo di girare all’impossibilità di avere a disposizione un vero cast e una vera troupe.

Con questo film Panahi ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al festival di Cannes 2018 (ex aequo con Alice Rohrwacher, premiata per il film Lazzaro felice), ma la sensazione è che finché non si risolverà completamente il “caso Panahi”, faticheremo a ritrovare il Panahi regista.

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