Nuova Giulfa. Viaggio fra gli armeni di Isfahan

Isfahan - Nuova Giulfa

“Armeni? Qui non ce n’è più. Sono andati tutti in America!” Ama scherzare, il pasticcere di Nuova Giulfa, mentre dalle pareti del suo negozio spicca severa una foto di Karekin II, il patriarca della chiesa apostolica, nel suo cappuccio nero. Anche a un occhio distratto, non sfuggirà come la presenza armena in questo quartiere di Isfahan sia ancor oggi ben viva, come testimoniano le molte insegne in lingua armena e i nomi di alcuni negozi. Eppure, nelle sue parole non manca un fondo di verità. Una verità amara, certo, per chi come lui (scopro che è un ingegnere in pensione) ha vissuto gran parte della sua vita in questo pugno di strade.

A fronte di una popolazione globale più che raddoppiata negli ultimi quarant’anni (si è passati dai 33 milioni di iraniani del 1976 ai 74 del 2011), la presenza cristiana in Iran – in larghissima parte armena – è diminuita circa del 30%. A partire dal 1979, anno della rivoluzione islamica, un flusso costante di armeni e assiri – l’altra anima storica del cristianesimo persiano – ha lasciato l’Iran per stabilirsi all’estero. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a un’inversione di tendenza, e i 117.704 cristiani rilevati dal censimento del 2011 rappresentano, se non altro, un piccolo incremento rispetto al dato precedente del 2006.

Giunti a Isfahan nel 1604 per volontà di Scià Abbas I, uno dei più grandi sovrani nella storia dell’Iran, gli armeni ebbero un ruolo fondamentale nel periodo di massimo splendore dell’impero safavide. Abili commercianti, furono deportati dalla piana del monte Ararat e dalla cittadina di Giulfa (nell’odierno Azerbaigan) fino alla capitale dell’impero, Isfahan, con il doppio intento di fare terra bruciata in una terra di confine contesa dal temibile vicino ottomano e di dare nuovo impulso alla sviluppo economico della capitale. Cosa, quest’ultima, che riuscì pienamente, tanto che si parla di questa come di una delle imprese commerciali più riuscite del XVII secolo, la cui eco arriva fino a Venezia, fra le cui strade si scopre ancora oggi una “Ruga Giuffa” che testimonia di una loro presenza fino nel cuore della Serenissima.

Stanziati fuori città, oltre le rive del fiume Zayanderud (limite urbano d’allora, in seguito travolto dall’espansione cittadina), gli armeni godettero di una grande libertà religiosa e presto, superata la tragedia dell’esilio, anche di un notevole benessere. Chiamarono il nuovo insediamento Nuova Giulfa, in memoria della patria perduta, e furono capaci in pochi anni – complice il sostegno della corona safavide – di creare una rete di commerci le cui propaggini si estendevano dalla Malesia e le Indie fino alla Russia e l’Europa. Sontuose chiese, affreschi, e la prima tipografia del paese testimoniano inoltre di una fioritura culturale.

Ma cosa resta oggi di tutto questo? Camminando per le vie di Nuova Giulfa, si ha la netta impressione che qui permanga – nonostante la più recente inclusione nel tessuto di Isfahan – qualcosa di diverso e speciale. E non si tratta solo, banalmente, di un diffuso utilizzo dell’alfabeto armeno sulle insegne accanto al persiano, o del rintocco della campana della cattedrale (cosa insolita da queste parti) a scandire le ore. La sua specificità più vera si ritrova, semmai, nella singolare commistione di stili, religioni e culture che la animano da sempre, come dimostrano le tredici chiese seicentesche ancora presenti, che fondono in modo singolare l’arte e l’architettura islamica, armena ed europea.

La sera, le sue strade si animano piacevolmente di giovani cristiani e musulmani che affollano insieme i molti caffè alla moda e i ristoranti che si concentrano in queste poche vie. E in ciò risiede a mio avviso, in questo incontro – al di là delle questioni irrisolte – il messaggio che questo quartiere e la sua storia secolare ci consegnano.

Simone Zoppellaro ha lavorato all’Università di Isfahan e alla Scuola “Pietro Della Valle” di Teheran, di cui è stato vicepreside. Collabora con l’Università di Bologna.

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