Nel nome della madre

La letteratura contemporanea iraniana sembra privilegiare i racconti e i romanzi brevi. D’altra parte, il romanzo classico è un prodotto piuttosto nuovo per la letteratura persiana.

come spiega Alessandro Bausani nel suo fondamentale La letteratura neopersiana,

«Va tenuto presente, per comprendere la relativa trascuranza nella quale fu tenuta la prosa persiana, il fatto che molti degli argomenti che noi siamo da tempo abituati, nelle nostre letterature occidentali, a veder trattati in prosa (la narrativa, la teologia, la mistica, ecc.) erano in Persia trattati nel modo più alto in poesia, e che la prosa, mancando fino in epoche recentissime in Persia il romanzo, la novella (come la intendiamo noi) e il dramma, si limitò in sostanza a due soli generi, la “storia” cioè e la prosa ornata d’arte fatta di eleganti racconti con la loro morale»

Per capire meglio la letteratura iraniana, vanno considerati alcuni aspetti della lingua persiana, contraddistinta, sempre secondo Bausani, da una

 

«singolare scarsezza di verbi esprimenti i vari aspetti dell’azione, del moto: sono del tutto ignoti in persiano, o meglio, vengono espressi con perifrasi, verbi come scintillare, ammiccare, tentennare, centellinare e tanti altri del genere. (…) La grande scarsezza, nel persiano, di verbi descrittivi degli aspetti dinamici della realtà (…) è tuttora causa di grandi difficoltà per l’instaurazione di uno stile veramente “realistico” nella letteratura persiana».

Girando nelle librerie iraniane, se si fa eccezione per i volumoni dei grandi poeti classici (Hafez, Khayyam, Sa’di),  e per i testi di autori stranieri, ci si imbatte soprattutto in raccolti piuttosto snelle di racconti. Anche in Italia, della narrativa persiana contemporanea, sono tradotti e pubblicati libri che non raramente arrivano a cento pagine.

E’ quindi sorprendente che il libro che ha vendute più copie in assoluto nella storia della Repubblica islamica è un romanzo di quasi settecento pagine, intitolato Da, (دا، جنگ یک زن‎‎) che in curdo vuol dire “Madre”. L’autrice, Zahra Hosseini, racconta la sua vita, dall’infanzia da emigrata nell’Iraq di Saddam Hussein agli anni della “guerra imposta”, vissuti in prima linea a Khorramshahr, la “Stalingrado iraniana”.

Zahra Hosseini, classe 1963, è la seconda di sei figli di una famiglia molto religiosa e tradizionalista. Quando l’Iran è attaccato dall’Iraq (22 settembre 1980) è poco più che adolescente e la sua vita è stravolta dalla guerra. Prima si impegna nel cimitero della città, nel lavaggio dei cadaveri, poi direttamente al fronte.

Il libro, realizzato in collaborazione con Azam Hosseini (nessuna parentela tra le due), ha uno stile asciutto, quasi giornalistico. Pubblicato nel 2008, l’anno seguente vince il premio letterario Jalal Al-e Ahmad per la sezione “Documentazione e storiografia” ed ha un successo commerciale enorme, arrivando a ben 140 ristampe in tre anni.

Perché allora è un libro praticamente sconosciuto all’infuori del Paese? Probabilmente perché paga in partenza la sua “vocazione istituzionale”. Il libro era stato infatti concepito come parte di un progetto molto più ampio di raccolta di memorie di donne che avevano partecipato alla guerra con l’Iraq. Grande “sponsor” di questa operazione fu Mohammad Reza Mirtajeddini, deputato “principalista” (conservatore) e vicepresidente per gli Affari parlamentari con Ahmadinejad. Una grande quantità di copie fu distribuita tra politici, professori, scuole e università in concomitanza con le vacanze di No Ruz del 2009.

La protagonista di Da sembra incarnare alla perfezione tutte le virtù della devota sciita e della patriota iraniana. Il libro si presta perciò non solo come strumento per ricordare e celebrare i martiri della “guerra imposta”, ma anche come mezzo di propaganda dei valori della Repubblica islamica. E’ allora un prodotto artefatto, studiato a tavolino? No, perché la storia narrata è autentica e molti lettori vi hanno ritrovato storie personali e familiari. Però, probabilmente, si tratta di un libro poco attraente per le giovani generazioni e piuttosto difficile per il pubblico straniero, che preferisce magari perdersi dietro ai dilemmi esistenziali delle donne dell’Iran di oggi piuttosto che provare a immergersi nel dramma terribile che fu la guerra con l’Iraq.

Ho letto l’edizione statunitense di Da, per la traduzione di Paul Sprachman, che ha visitato l’Iran e incontrato più volte Zahra Hosseini con l’obiettivo di cogliere meglio il senso del libro e darne una traduzione il più fedele possibile.  Sicuramente si perde molto rispetto alla versione originale, ma è comunque un libro che non lascia indifferenti e che può essere apprezzato meglio da chi conosce l’Iran e sa quanto gli otto anni di “guerra imposta” siano ancora una ferita aperta per gli iraniani.

Zahara Hosseini - Da

Un aneddoto tragicomico: alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2009, il riformista Mohammad Ali Abtahi, già vicepresidente di Khatami dal 1997 al 2005, dichiarò pubblicamente che aveva il libro a casa, ma di non aver trovato il tempo per leggerlo a causa degli impegni della campagna elettorale. A seguito di quelle tormentate elezioni, Abtahi venne arrestato e condannato a sei anni di carcere con l’accusa di “sedizione”. Qualche maligno osservò allora che avrebbe così avuto tutto il tempo di leggere Da

 

 

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