L’intervista di Oriana Fallaci a Mohammad Reza Pahlavi

Riproponiamo l’intervista rilasciata dallo scià alla giornalista italiana nell’ottobre 1973

Sua Maestà aspettava in piedi, in mezzo al fastoso salone che gli serve da ufficio. Non rispose al discorsino con cui lo ringraziavo di ricevermi per l’intervista e in silenzio, freddissimamente, mi porse la mano destra. La stretta fu sgarbata, rigida. L’invito a sedermi ancora più rigido. E tutto avvenne senza parole, senza sorrisi: le sue labbra eran serrate come una porta chiusa, i suoi occhi eran ghiacci come un vento d’inverno. Avresti detto che volesse rimproverarmi qualcosa, e non capivi cosa. Oppure era solo frenato dalla ritrosia, dalla preoccupazione di non perdere il suo tono regale?

Quando fui seduta, anche lui si sedette: gambe unite e braccia incrociate, torso intirizzito (per via del corpetto antipallottole, suppongo, che indossa sempre come Ailé Selassié). Così intirizzito rimase a fissarmi, remoto, mentre narravo l’incidente avvenuto al cancello dove la guardia del corpo m’aveva bloccato rischiando di farmi perdere l’appuntamento. Udii la sua voce, infine, allorché replicò che gliene dispiaceva molto, ma certi errori avvenivano per eccesso di zelo. Era una voce triste, stanca. Quasi una voce priva di voce. Del resto anche il suo volto era triste, stanco. Sotto i suoi capelli bianchi, lanosi come un berretto di pelliccia, spiccava solo il grandissimo naso. Quanto al corpo, appariva così fragile sotto il doppiopetto grigio, così dimagrito, che subito gli chiesi se stesse bene. Benissimo, rispose, mai stato altrettanto bene: le notizie secondo cui la sua salute sarebbe in pericolo eran prive di fondamento e il calo di peso lo aveva voluto perché stava diventando un po’ grasso. Ci volle parecchio per riscaldar l’atmosfera di quell’approccio sbagliato.

A pensarci bene, ci riuscii soltanto quando gli chiesi se potevo accendere una sigaretta che da mezz’ora agognavo. «Poteva dirmelo prima. Io ho rinunciato alle sigarette ma l’odore del tabacco mi piace, l’odore del fumo.» A questo punto venne anche il tè, servito in tazze d’oro con cucchiaini d’oro. Ma quasi tutto era d’oro lì dentro: il posacenere che non osavi sporcare, la scatola incrostata di smeraldi, i soprammobili coperti di rubini e zaffiri, gli spigoli del tavolino. E in quel bagliore d’oro, di smeraldi, di rubini, di zaffiri, assurdo, irritante, rimasi circa due ore a tentar di penetrare Sua Maestà. Poi, nel dubbio di non aver penetrato un bel niente, chiesi di rivederlo. Acconsentì e il secondo incontro avvenne quattro giorni dopo. Stavolta Sua Maestà fu più cordiale. Per farmi piacere, suppongo, s’era messo una insopportabile cravatta italiana e la conversazione fiorì facilmente: appena turbata in lui dal timore che fossi sulla lista nera della sua polizia. Il timore lo aveva colto perché avevo motivato una domanda spiegando che il mio libro sul Vietnam era stato bandito dalle librerie di Teheran durante la visita di Nixon. Alla notizia era balzato su come punto da una coltellata attraverso il corpetto antipallottole. Il suo sguardo era diventato inquieto, ostile: perbacco, ero dunque pericolosa?

Trascorsero alcuni minuti prima che decidesse di superare il dilemma nell’unico modo possibile e cioè rinunciando alla sua compostezza eccessiva. Così si aprì ai sorrisi e, tra i sorrisi, parlammo del regime autoritario in cui crede, dei suoi rapporti con gli Stati Uniti e con l’URSS, della sua politica petrolifera. Sì, parlammo di tutto. Solo dopo essermene andata mi accorsi che la sola cosa di cui non avevamo parlato era la pazzia da cui lo dicono afflitto e alla quale si deve, sembra, la sua segreta crudeltà.

Mi accorsi anche di saperne su di lui molto poco, forse meno di prima: malgrado tre ore di domande e risposte l’uomo restava un mistero. Era idiota, ad esempio, o intelligente? Probabilmente è, come Bhutto, un personaggio dove i contrasti più paradossali si fondono per regalare alla tua ricerca un enigma. Crede ai sogni premonitori, ad esempio, alle visioni, a un infantile misticismo, e poi discute sul petrolio come un esperto. (Lo è). Governa come un re assolutista, ad esempio, e poi si rivolge al popolo col tono di chi crede al popolo e lo ama: dirigendo una Rivoluzione Bianca che a quanto pare qualche sforzino lo fa per combattere l’analfabetismo e il sistema feudale. Ritiene che le donne vadano giudicate alla stregua di accessori graziosi, incapaci di pensare come un uomo e poi, in una società dove le donne portano ancora il velo, ordina addirittura alle ragazze di fare il servizio militare. Ma insomma chi è questo Mohammad Reza Pahlavi che da trentadue anni siede solidamente sul trono più scottante del mondo? Appartiene all’epoca dei tappeti volanti o a quella dei computer? È un residuo del profeta Maometto o un accessorio dei pozzi di Abadan? Io non l’ho capito. Però ho capito che anche questa Maestà sa mentire con straordinaria impudenza: quando l’intervista venne pubblicata, Reza Pahlavi chiese alla sua ambasciata in Italia di smentire la battuta con cui mi aveva annunciato di voler aumentare il prezzo del petrolio ma, qualche settimana dopo, lo aumentò per davvero. E poi ho capito che era un lugubre dittatore, odiato dal suo popolo nella misura in cui bisogna odiare i lugubri dittatori. Le prigioni in Iran sono così piene di detenuti politici che, per ovviare il problema, Sua Maestà è costretto ogni tanto a fucilarne un bel po’.

ORIANA FALLACI. Anzitutto, Maestà, mi piacerebbe parlare di lei e del suo mestiere di re. Ne son rimasti così pochi di re, e non mi va via dalla testa una frase che lei pronunciò in un’altra intervista: «Se potessi tornare indietro, farei il violinista o il chirurgo o l’archeologo o il giocatore di polo… Tutto fuorché il re».

MOHAMMAD REZA PAHLAVI. Non ricordo d’aver detto queste parole, ma, se le ho dette, alludevo al fatto che il mestiere di re è un’emicrania. Quindi capita spesso che un re ne abbia abbastanza d’essere re. Capita anche a me. Questo però non significa che vi rinuncerei: credo troppo a quello che sono e a quello che faccio. Vede… quando dice ne-sono-rimasti-così-pochi-di-re, lei sottintende una domanda cui posso dare una sola risposta. Quando non c’è la monarchia, c’è l’anarchia o l’oligarchia o la dittatura. E, comunque, la monarchia è l’unico modo possibile per governare l’Iran. Se ho potuto fare qualcosa anzi molto per l’Iran, lo si deve al piccolo particolare che ne fossi il re. Per fare le cose ci vuole il potere, e per tenere il potere non bisogna chiedere permessi o consigli a nessuno. Non bisogna discutere le decisioni con nessuno e… Naturalmente anch’io posso aver commesso errori. Anch’io sono umano.

Tuttavia ritengo d’avere una missione da portare in fondo e intendo portarla in fondo senza rinunciare al mio trono. Non si può prevedere il futuro, ovvio, ma sono convinto che la monarchia in Iran durerà più a lungo dei vostri regimi. O dovrei dire che i vostri regimi non dureranno e il mio sì?

Maestà, quante volte hanno tentato di farla fuori?

Ufficialmente, due volte. E poi… solo Dio lo sa. Ma che significa? Io non vivo nell’ossessione d’essere ucciso. Davvero. A quello non penso mai. Un tempo ci pensavo. Quindici o venti anni fa, per esempio. Mi dicevo: “Oh, perché andare in quel posto? Magari mi hanno preparato un attentato e mi ammazzano. Oh, perché prendere quell’aereo? Magari ci hanno sistemato un ordigno e mi scoppia in volo”. Ora no. La paura di morire, ormai, è una paura che non esiste in me. E non c’entra il coraggio, non c’entra la sfida. Tanta serenità viene da una specie di fatalismo, di cieca fiducia nel fatto che niente possa accadermi fino al giorno in cui avrò portato a termine la mia missione. Sì, io resterò vivo fino al giorno in cui avrò finito ciò che devo finire. E quel giorno è stato stabilito da Dio, non da chi vuole ammazzarmi.

Allora perché è così triste, Maestà? Mi sbaglierò, ma lei ha sempre un’aria talmente triste, corrucciata.

Forse ha ragione. Forse in fondo al cuore sono un uomo triste. Ma la mia è una tristezza mistica, credo. Una tristezza che dipende dal mio lato mistico. Non saprei in quale altro modo spiegare la cosa visto che non v’è alcuna ragione per cui dovrei essere triste. Ormai ho tutto ciò che volevo come uomo e come re. Ho davvero tutto, la mia vita procede come un bellissimo sogno. Nessuno al mondo dovrebbe esser più felice di me e invece… Invece un suo sorriso allegro è più raro di una stella cadente.

Ma lei non ride mai, Maestà?

Solo quando mi capita qualcosa di buffo. Ma bisogna che sia davvero qualcosa di molto buffo, veramente buffo. Il che non capita spesso. No, non sono uno di quelli che ridono per ogni sciocchezza ma lei deve capire che la mia vita è sempre stata così difficile, così faticosa. Pensi solo a quel che sopportai durante i primi dodici anni del mio regno. Roma 1953… Mossadeq… Ricorda? E non alludo nemmeno alle mie sofferenze personali: alludo alle mie sofferenze di re. Del resto io non posso scindere l’uomo dal re. Prima d’esser un uomo, io sono un re. Un re il cui destino è dominato da una missione da compiere. E il resto non conta.

Gesù! Dev’essere una gran scocciatura. Voglio dire: uno deve sentirsi assai solo a fare il re anziché l’uomo.

Non nego la mia solitudine. Essa è profonda. Un re, quando non deve rendere conto a nessuno di ciò che dice e che fa, inevitabilmente è assai solo. Però non sono del tutto solo perché mi accompagna una forza che gli altri non vedono. La mia forza mistica. E poi ricevo messaggi. Messaggi religiosi. Sono molto, molto religioso. Credo in Dio e ho sempre detto che, se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Oh, mi fanno tanta pena quei poveretti che non hanno Dio. Non si può vivere senza Dio. Io vivo con Dio dall’età di cinque anni. Cioè da quando Dio mi dette quelle visioni.

Visioni, Maestà?

Visioni, sì. Apparizioni. Di cosa? Di chi? Di profeti. Oh, mi stupisce che lei lo ignori. Lo sanno tutti che io ho ricevuto apparizioni. L’ho scritto anche nella mia biografia. Da bambino io ebbi due visioni. Una quando avevo cinque anni e una quando ne avevo sei. La prima volta vidi il nostro profeta Alì: colui che, secondo la nostra religione, scomparve per tornare il giorno in cui avrebbe salvato il mondo. Ebbi un incidente: caddi contro una roccia. E lui mi salvò: si mise tra me e la roccia. Lo so perché lo vidi. E non in sogno: nella realtà. La realtà materiale, mi spiego? Lo vidi io e basta. La persona che mi accompagnava non lo vide affatto. Ma nessun altro doveva vederlo all’infuori di me perché… Oh, temo che lei non mi capisca.

Infatti, Maestà. Non la capisco proprio. Avevamo incominciato così bene e ora invece… Questa storia delle visioni, delle apparizioni… Non mi è chiara, ecco.

Perché lei non crede. Né a Dio né a me. Tanti non ci credono. Non ci credeva nemmeno mio padre. Non ci credette mai, ne rise sempre. Del resto molti, sia pure rispettosamente, mi chiedono se non mi sfiori mai il dubbio che si sia trattato di una fantasia. La fantasia di un bambino. E io rispondo: no. No perché credo in Dio, nel fatto d’essere stato scelto da Dio per compiere una missione. Le mie apparizioni furon miracoli che salvarono il paese. Il mio regno ha salvato il paese e l’ha salvato perché accanto a me c’era Dio. Voglio dire: non è giusto che io mi prenda tutto il merito delle grandi cose che ho fatto per l’Iran. Intendiamoci: potrei. Ma non voglio perché so che v’era qualcun altro dietro di me. V’era Dio. Mi spiego?

No, Maestà. Perché… Insomma, queste apparizioni le ebbe solo da bambino o anche dopo, da adulto?

Solo da bambino, le ho detto. Da adulto mai: solo sogni. A intervalli di un anno o due anni. E anche di sette anni od otto anni. Per esempio, una volta ebbi due sogni nel giro di quindici anni.

Che sogni, Maestà?

Sogni religiosi. Basati sul mio misticismo. Sogni in cui vedevo ciò che sarebbe successo dopo due o tre mesi e che, puntualmente, dopo due o tre mesi accadeva. Ma di quali sogni si tratti non glielo posso dire. Non riguardavano personalmente me, si riferivano a problemi interni del paese e quindi vanno considerati come segreti di Stato. Ma forse lei capirebbe meglio se anziché la parola sogni usassi la parola presentimenti. Io credo anche ai presentimenti. Alcuni credono alla reincarnazione, io credo ai presentimenti. Ho continui presentimenti: forti come il mio istinto. Anche il giorno in cui mi spararono da sei piedi di distanza mi salvò l’istinto. Perché, istintivamente, mentre l’assassino scaricava la rivoltella, feci ciò che nella boxe si chiama shadow-dancing. E, una frazione di secondo prima che egli mirasse al cuore, mi spostai in modo tale che il proiettile andò a conficcarsi nella mia spalla. Un miracolo. Io credo anche ai miracoli. Se pensa che fui ferito da ben cinque proiettili, uno al volto, uno alla spalla, uno alla testa, due nel corpo, e che l’ultimo restò in canna perché il grilletto si inceppò… Bisogna credere ai miracoli. Io ho avuto tanti disastri aerei, eppure ne son sempre uscito incolume: grazie a un miracolo voluto da Dio e dai profeti. La vedo incredula.

Più che incredula, confusa. Sono molto confusa, Maestà, perché… Ecco, perché mi trovo dinanzi a un personaggio che non avevo previsto. Io non sapevo nulla di questi miracoli, di queste visioni… Io ero venuta a parlar del petrolio e dell’Iran e di lei… Magari anche dei suoi matrimoni, dei suoi divorzi… Non per cambiare argomento, ma quei divorzi devono essere stati un bel dramma. Vero, Maestà?

È difficile dirlo perché la mia vita s’è svolta sotto l’insegna del destino e, quando ho dovuto ferire i miei sentimenti personali, mi son sempre protetto pensando che un certo dolore era voluto dal destino. Non ci si può ribellare al destino quando si ha una missione da compiere. E, in un re, i sentimenti personali non contano. Un re non piange mai per sé stesso. Non ne ha il diritto. Un re è anzitutto dovere, e il senso del dovere è sempre stato così forte in me. Per esempio, quando mio padre mi disse: «Sposerai la principessa Fawzia d’Egitto», io non pensai neanche lontanamente a oppormi o a dire: «Non la conosco». Accettai subito perché il mio dovere era accettar subito. Uno è re o non è re. Se è re, deve subire tutte le responsabilità e tutto il peso dell’essere re, senza cedere ai rimpianti o alle pretese o ai dolori di comuni mortali.

Lasciamo perdere il caso della principessa Fawzia, Maestà, e prendiamo quello della principessa Soraya. La scelse da sé come moglie. Quindi non fu un dolore, per lei, abbandonarla?

Bè… sì… Per un certo tempo, sì. Posso addirittura dire che, per un certo periodo di tempo, quello fu uno dei dispiaceri più grossi della mia vita. Ma ben presto la ragione ebbe il sopravvento e mi posi la seguente domanda: cosa devo fare per il mio paese? E la risposta fu: trovare un’altra sposa con cui dividere il mio destino e a cui chiedere l’erede al trono. In altre parole, la mia sensibilità non si focalizza mai sulle faccende private bensì sui doveri regali. Io ho sempre educato me stesso a non preoccuparmi di me stesso ma del mio paese e del mio trono. Ma non parliamo di certe cose: dei miei divorzi eccetera. Io sono al di sopra, troppo al di sopra di certe cose.

Naturalmente, Maestà. Però c’è una cosa che non posso impedirmi di chiederle in quanto penso che vada chiarita. Maestà, è vero che lei s’è preso un’altra moglie?

Dal giorno in cui la stampa tedesca pubblicò la notizia… La calunnia, non la notizia, fu diffusa dall’agenzia di stampa francese dopo che era stata pubblicata dal giornale palestinese «Al Mohar» con evidenti scopi politici. Una calunnia sciocca, vile, disgustosa. Io le dirò soltanto che la fotografia di colei che sarebbe la mia quarta moglie è la fotografia di mia nipote, cioè la figlia della mia sorella gemella. Mia nipote che, oltretutto, è sposata e ha un bambino. Sì, certa stampa farebbe qualsiasi cosa per screditarmi: è retta da gente senza scrupoli, senza morale. Ma come possono dire che io, proprio io che ho voluto la legge secondo cui è proibito prendersi più di una moglie, mi son risposato e segretamente? È inconcepibile, è intollerabile, è vergognoso.

Maestà, ma lei è mussulmano. La sua religione le consente di prendersi un’altra moglie senza rinnegare l’imperatrice Farah Diba.

Sì, certo. Secondo la mia religione potrei, purché la regina me ne desse il consenso. E a essere onesti bisogna ammettere che esistono casi per cui… Ad esempio, quando una moglie è malata oppure non vuole rispettare i suoi doveri di moglie, e perciò causa l’infelicità del marito… suvvia! Bisogna essere ipocriti o ingenui per credere che il marito sopporti una cosa simile. Nella vostra società, quando si verifica una circostanza del genere, un uomo non si prende forse un’amante o più amanti? Ebbene: nella nostra società, invece, un uomo può prendersi un’altra moglie. Purché la prima moglie acconsenta e il tribunale acconsenta. Senza quei due consensi su cui ho basato la mia legge, però, il nuovo matrimonio non può avvenire. Sicché io, proprio io, dovrei aver infranto la legge sposandomi di nascosto?! E con chi?! Con mia nipote?! Con la figlia di mia sorella?! Senta, una cosa così volgare io non voglio nemmeno discuterla. Non accetto di parlarne un attimo di più. Bene.

Non parliamone più. Diciamo che lei smentisce tutto, Maestà, e…

Io non smentisco nulla. Io non mi prendo neanche il disturbo di smentire. Io non voglio neanche essere citato in una smentita.

Ma come? Se lei non smentisce, si continuerà a dire che quel matrimonio è avvenuto.

Ho già fatto smentire dalle mie ambasciate!

E nessuno ci ha creduto. Dunque bisogna che la smentita venga da lei, Maestà.

Ma il fatto di smentire mi abbassa, mi offende, perché la cosa non ha alcuna importanza per me. Le sembra lecito che un sovrano della mia statura, un sovrano coi miei problemi, si abbassi a smentire il suo matrimonio con la nipote? Disgustoso! Disgustoso! Le sembra lecito che un re, che l’imperatore di Persia perda tempo a parlare di certe cose? A parlare di mogli, di donne?

Strano, Maestà. Se v’è un monarca di cui si è sempre parlato in relazione alle donne, questo è proprio lei. E ora mi coglie il dubbio che le donne non abbiano contato nulla nella sua vita.

Qui temo proprio che lei abbia fatto una osservazione giusta. Perché le cose che hanno contato nella mia vita, le cose che hanno lasciato un segno su di me, sono state ben altre. Non certo i miei matrimoni, non certo le donne. Le donne, sa… Guardi, mettiamola così. Io non le sottovaluto e, infatti, esse sono state avvantaggiate più di chiunque altro dalla mia Rivoluzione Bianca. Mi sono battuto strenuamente perché avessero uguaglianza di diritti e di responsabilità. Le ho messe perfino nell’esercito dove vengono addestrate militarmente per sei mesi e poi inviate nei villaggi a combattere la battaglia contro l’analfabetismo. E non dimentichiamo ch’io sono figlio dell’uomo che in Iran tolse il velo alle donne. Ma non sarei sincero se affermassi d’essere stato influenzato da una sola di loro. Nessuno può influenzarmi: nessuno. E una donna ancor meno. Nella vita di un uomo, le donne contano solo se sono belle e graziose e mantengono la loro femminilità e… Questa storia del femminismo, ad esempio. Cosa vogliono queste femministe? Cosa volete? Dice: l’uguaglianza. Oh! Non vorrei apparire sgarbato ma… siete uguali per legge ma, scusatemi, non per capacità.

No, Maestà?

No. Non avete mai avuto un Michelangelo o un Bach. Non avete mai avuto nemmeno un gran cuoco. E se mi parlate di opportunità vi rispondo: vogliamo scherzare? V’è forse mancata l’opportunità di dare alla storia un gran cuoco? Non avete dato nulla di grande, nulla! Mi dica: quante donne capaci di governare ha conosciuto nel corso di queste interviste?

Almeno due, Maestà. Golda Meir e Indira Gandhi.

Mah… Tutto ciò che posso dire è che le donne, quando governano, sono molto più dure degli uomini. Molto più crudeli. Molto più assetate di sangue. Mi riferisco a fatti, non a opinioni. Siete senza cuore quando avete il potere. Pensi a Caterina de’ Medici, a Caterina di Russia, a Elisabetta d’Inghilterra. Per non citare la vostra Lucrezia Borgia e i suoi veleni, i suoi intrighi. Siete intriganti, siete cattive. Tutte.

Sono sorpresa, Maestà, perché è lei che ha nominato l’imperatrice Farah Diba reggente ove il principe ereditario salisse minorenne sul trono.

Uhm… Già… Sì, se mio figlio diventasse re prima dell’età richiesta, la regina Farah Diba diventerebbe reggente. Però ci sarebbe anche un consiglio con cui essa dovrebbe consultarsi. Io invece non ho l’obbligo di consultarmi con nessuno e non mi consulto con nessuno. Vede la differenza?

La vedo. Però resta il fatto che sua moglie sarebbe reggente. E se lei ha preso questa decisione, Maestà, significa che la ritiene capace di governare.

Uhm… In ogni caso, questo è ciò che ritenevo quando presi la decisione. E… non siamo qui per parlare solo di questo, no?

Certo che no. Del resto non ho ancora incominciato a chiederle ciò che mi preme maggiormente, Maestà. Per esempio: quando cerco di parlare di lei, qui a Teheran, la gente si chiude in un silenzio impaurito. Non osa nemmeno pronunciare il suo nome, Maestà. Come mai?

Per eccesso di rispetto, suppongo. Con me, infatti, non si comportano davvero così. Quando sono tornato dall’America ho attraversato la città su un’automobile aperta e, dall’aeroporto fino al palazzo, sono stato applaudito pazzamente da almeno mezzo milione di persone travolte da un entusiasmo folle. Lanciavano evviva, gridavano slogan patriottici, non erano affatto chiusi nel silenzio che lei dice. Non è cambiato nulla dal giorno in cui divenni re e la mia automobile fu portata a braccia dal popolo per cinque chilometri. Sì: c’erano cinque chilometri dalla casa in cui vivevo all’edificio in cui avrei giurato fedeltà alla Costituzione. E io mi trovavo su quell’automobile. Dopo pochi metri il popolo sollevò l’automobile come si solleva una portantina e la portò a braccia per ben cinque chilometri: cosa intendeva dire con la sua domanda? Che sono tutti contro di me?

Dio me ne guardi, Maestà. Io intendevo dire solo ciò che ho detto: qui a Teheran la gente ha tanta paura di lei che non osa nemmeno pronunciare il suo nome.

E perché dovrebbero parlare di me con uno straniero? Non mi è chiaro a cosa lei alluda.

Alludo al fatto, Maestà, che da molti lei venga considerato un dittatore.

Questo lo scrive «Le Monde». E che me ne importa? Io lavoro per il mio popolo. Non lavoro per «Le Monde».

Sì, sì, ma negherebbe d’essere un re molto autoritario?

No, non lo negherei perché in certo senso lo sono. Ma senta: per mandare avanti le riforme, non si può non essere autoritari. Specialmente quando le riforme avvengono in un paese che, come l’Iran, ha solo il 25 per cento di abitanti che sanno leggere e scrivere. Non bisogna dimenticare che l’analfabetismo è drammatico qui: ci vorranno almeno dieci anni per cancellarlo. E non dico cancellarlo per tutti: dico cancellarlo per quelli che oggi sono sotto i cinquanta anni. Mi creda: quando tre quarti di una nazione non sa né leggere né scrivere, alle riforme si provvede solo attraverso l’autoritarismo più rigido: altrimenti non si ottiene nulla. Se non fossi stato duro, io non avrei potuto attuare nemmeno la riforma agraria e il mio intero programma di riforme si sarebbe arenato. Una volta arenato quel programma, l’estrema sinistra avrebbe liquidato l’estrema destra in poche ore e non solo la Rivoluzione Bianca sarebbe finita. Ho dovuto fare quello che ho fatto. Per esempio, ordinare alle mie truppe di sparare su chi si opponeva alla distribuzione delle terre. Sicché affermare che in Iran non c’è democrazia…

C’è, Maestà?

Le assicuro di sì, le assicuro che in molti sensi l’Iran è più democratico di quanto lo siano i vostri paesi in Europa. A parte il fatto che i contadini sono i proprietari della terra, che gli operai partecipano alla gestione delle fabbriche, che i grandi complessi industriali sono di proprietà dello Stato anziché di privati, deve sapere che le elezioni qui incominciano nei villaggi e si svolgono al livello dei consigli locali, municipali, provinciali. In Parlamento vi sono soltanto due partiti, d’accordo. Ma sono quelli che accettano i dodici punti della mia Rivoluzione Bianca e quanti partiti dovrebbero rappresentare l’ideologia della mia Rivoluzione Bianca? Del resto quei due sono i soli che possono ricevere abbastanza voti: le minoranze sono una entità così trascurabile, così ridicola, che non potrebbero neanche eleggere un deputato. E, comunque sia, io non voglio che certe minoranze eleggano alcun deputato. Così come non voglio che il Partito comunista sia permesso. I comunisti sono fuori legge in Iran. Non vogliono che distruggere, distruggere, distruggere, e giurano fedeltà a qualcun altro anziché al loro paese e al loro re. Sono traditori e sarei pazzo a permettere loro di esistere.

Forse mi sono spiegata male, Maestà. Io alludevo alla democrazia come la intendiamo noi in Occidente, cioè a quel regime che consente a chiunque di pensarla come vuole e si basa su un Parlamento dove anche le minoranze sono rappresentate…

Ma quella democrazia io non la voglio! Non l’ha capito? Io non so che farmene di una simile democrazia! Ve la regalo tutta, potete tenervela, non l’ha capito? La vostra bella democrazia. Ve ne accorgerete tra qualche anno dove conduce la vostra bella democrazia.

Bè, forse è un po’ caotica. Ma è l’unica possibile se si rispetta l’Uomo e la sua libertà di pensiero.

Libertà di pensiero, libertà di pensiero! Democrazia, democrazia! Coi bambini di cinque anni che fanno gli scioperi e sfilano per le strade. È democrazia questa? È libertà?

Sì, Maestà.

Per me no. E aggiungo: quanto avete studiato, negli ultimi anni, nelle vostre università? E, se continuate a non studiare nelle vostre università, come potrete tenere il passo con le esigenze della tecnologia? Non diventerete servi degli americani grazie alla vostra mancanza di preparazione, non diventerete paesi di terza anzi di quarta categoria? Democrazia libertà democrazia! Ma cosa significano queste parole?

Scusi se mi permetto, Maestà. A mio parere significano, per esempio, non togliere certi libri dalle librerie quando Nixon viene a Teheran. So che il mio libro sul Vietnam fu tolto dalle librerie quando Nixon venne qui e ci fu rimesso soltanto dopo che lui fu partito.

Come? Sì, sì. Ma lei non sarà mica sulla lista nera?

Qui a Teheran? Non so. Potrebbe darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.

Uhm… Perché io la sto ricevendo a palazzo ed è qui, seduta accanto a me…

Ciò è molto gentile da parte sua, Maestà. Uhm… Certo dimostra che qui c’è democrazia, libertà… Certo. Però vorrei chiederle una cosa, Maestà. Vorrei chiederle: se, anziché essere italiana, fossi iraniana e vivessi qui e pensassi come penso e scrivessi come scrivo, cioè se la criticassi, lei mi butterebbe in galera?

È probabile. Se ciò che pensa e che scrive non andasse d’accordo con le nostre leggi, sarebbe processata.

Sì, eh? Anche condannata?

Penso di sì. Naturalmente. Ma, detto fra noi, non credo che le sarebbe facile criticarmi, attaccarmi in Iran. Per cosa dovrebbe attaccarmi, criticarmi? Per la mia politica estera? Per la mia politica sul petrolio? Per aver distribuito le terre ai contadini? Per permettere agli operai di partecipare fino al 20 per cento dei guadagni e di poter comprare fino al 49 per cento delle azioni? Per combattere l’analfabetismo e le malattie? Per aver fatto progredire un paese dove c’era poco o nulla?

No, no. Non per questo, Maestà. Io la attaccherei… vediamo. Ecco: per le repressioni che in Iran avvengono contro gli studenti e gli intellettuali ad esempio. Mi hanno detto che le prigioni sono talmente piene che i nuovi arrestati devono esser messi nei campi militari. È vero? Ma quanti prigionieri politici vi sono oggi in Iran?

Con esattezza non so. Dipende da ciò a cui lei allude con l’espressione prigionieri politici. Se parla dei comunisti, ad esempio, io non li considero prigionieri politici, perché essere comunisti è proibito dalla legge. Quindi un comunista per me non è un prigioniero politico ma un delinquente comune. Se poi intende coloro che compiono gli attentati e così uccidono vecchi, donne, bambini innocenti, è ancor più evidente che neanche loro li considero prigionieri politici. Infatti, con loro, non ho nessuna pietà. Oh, io ho sempre perdonato a chi aveva tentato di uccidere me ma non ho mai avuto il minimo di misericordia verso i criminali che voi chiamate guerriglieri o verso i traditori del paese. È gente, quella, che sarebbe capace di uccider mio figlio pur di complottare contro la sicurezza dello Stato. È gente da eliminare.

Infatti li fa fucilare, vero?

Quelli che hanno ucciso, certo. Vengono fucilati. Ma non perché sono comunisti: perché sono terroristi. I comunisti vengono semplicemente condannati alla prigione, con pene che variano da pochi a molti anni. Oh, me lo immagino cosa pensa lei sulla pena di morte eccetera. Ma, vede, certi giudizi dipendono dal tipo di educazione che s’è ricevuto, dalla cultura, dal clima, e non si deve partire dal presupposto che ciò che va bene in un paese vada bene in tutti i paesi. Prenda un seme di mela e lo pianti a Teheran, poi prenda un altro seme della stessa mela e lo pianti a Roma: l’albero che nascerà a Teheran non sarà mai uguale all’albero che nascerà a Roma. Qui fucilare certa gente è giusto e necessario. Qui il pietismo è assurdo.

Mentre la ascoltavo mi chiedevo una cosa, Maestà. Mi chiedevo cosa pensa della morte di Allende.

Ecco cosa ne penso. Penso che la sua morte ci insegna una lezione: bisogna essere una cosa o l’altra, stare da una parte o dall’altra, se si vuol combinare qualcosa e vincere. Le vie di mezzo, i compromessi, non sono possibili. In altre parole, o si è un rivoluzionario o si è qualcuno che esige l’ordine e la legge: non si può essere un rivoluzionario nell’ordine e nella legge. Tantomeno nella tolleranza. E se Allende voleva governare secondo le sue idee marxiste, perché non si organizzò altrimenti? Quando Castro andò al potere, uccise almeno diecimila persone: mentre voi gli dicevate «Bravo, bravo, bravo!».

Bè, in certo senso fu davvero bravo perché è ancora al potere. Ci sono anch’io, però. E conto di restarci dimostrando che con la forza si possono fare un mucchio di cose: perfino provare che il vostro socialismo è finito. Vecchio, superato, finito. Se ne parlava cento anni fa di socialismo, se ne scriveva cento anni fa. Oggi esso non va più d’accordo con la moderna tecnologia. Ottengo più io di quanto ottengano gli svedesi e infatti non vede che perfino in Svezia i socialisti stanno perdendo terreno? Ah! Il socialismo svedese…! Non ha nazionalizzato nemmeno le foreste e le acque. Io invece sì.

Torno a non capire bene, Maestà. Sta dicendomi che in certo senso lei è socialista e che il suo socialismo è più avanzato e moderno di quello scandinavo?

Sicuro. Perché quel socialismo significa un sistema di sicurezza per quelli che non lavorano e tuttavia ricevono un salario alla fine del mese come quelli che lavorano. Il socialismo della mia Rivoluzione Bianca, invece, è un incentivo al lavoro. È un socialismo nuovo, originale, e… mi creda: in Iran siamo molto più avanti di voi e non abbiamo proprio nulla da imparare da voi. Ma queste sono cose che voi europei non scriverete mai: la stampa internazionale è talmente infiltrata dai sinistrorsi, dalla cosiddetta sinistra. Ah, questa sinistra! Ha corrotto perfino il clero. Perfino i preti! Ormai anche loro stanno diventando elementi che mirano solo a distruggere, distruggere, distruggere. Addirittura nei paesi dell’America Latina, addirittura in Spagna! Sembra incredibile. Abusano della loro stessa chiesa. Della loro stessa chiesa! Parlano di ingiustizie, di uguaglianza… Ah, questa sinistra! Vedrete, vedrete dove vi porterà.

Torniamo a lei, Maestà. Così intransigente, così duro, e magari spietato: dietro quel volto triste. In fondo, così simile a suo padre. Mi chiedo in quale misura lei sia stato influenzato da suo padre.

In nessuna. Nemmeno mio padre poteva influenzarmi. Nessuno può influenzarmi, le ho detto! Io ero legato a mio padre da affetto: sì. Da ammirazione: sì. Ma nient’altro. Non ho mai tentato di copiarlo, di imitarlo. Né sarebbe stato possibile, anche se lo avessi voluto. Eravamo due personalità troppo diverse, e anche le circostanze storiche in cui ci siamo trovati erano troppo diverse. Mio padre incominciò dal nulla. Quando egli andò al potere, il paese non aveva nulla. Non esistevano neanche i problemi che abbiamo oggi alle frontiere: soprattutto con i russi. E mio padre poteva permettersi d’avere rapporti di buon vicinato con tutti. L’unica minaccia, in fondo, era rappresentata dagli inglesi che nel 1907 s’erano diviso l’Iran coi russi, e volevano che l’Iran costituisse una specie di terra di nessuno posta tra la Russia e il loro impero in India. Ma poi gli inglesi rinunciarono al progetto e le cose divennero abbastanza facili per mio padre. Io, invece… Io non ho incominciato dal nulla: ho trovato un trono. Però, appena salito al trono, mi son trovato subito a dover guidare un paese occupato dagli stranieri. E avevo solo ventun anni. Non sono molti, ventun anni, non sono molti. Del resto, non avevo da tenere a bada gli stranieri e basta. Avevo da fronteggiare una quinta colonna di estrema destra ed estrema sinistra: per esercitare una maggiore influenza su di noi gli stranieri avevan creato l’estrema destra e l’estrema sinistra… No, non è stato facile per me. Forse è stato più difficile per me che per mio padre. Senza contare il periodo della Guerra Fredda, durato fino a pochi anni fa.

Maestà, ha appena parlato dei problemi che ha alle frontiere. Qual è , oggi, il suo peggior vicino?

Non si può mai dire, perché non si sa mai chi sia il peggior vicino. Però sarei portato a risponderle che, in questo momento, è l’Iraq.

Mi sorprende, Maestà, che abbia citato l’Iraq come il suo peggior vicino. Io mi aspettavo che citasse l’Unione Sovietica.

L’Unione Sovietica… Con l’Unione Sovietica abbiamo buoni rapporti diplomatici e commerciali. Con l’Unione Sovietica abbiamo un gasdotto. All’Unione Sovietica vendiamo gas, insomma. Dall’Unione Sovietica ci vengono tecnici. E la Guerra Fredda è finita. Ma la questione con l’Unione Sovietica resterà sempre la stessa e, trattando coi russi, l’Iran deve sempre ricordare il dilemma principale: diventare comunista o no? Nessuno è così pazzo o ingenuo da negare l’imperialismo russo. E, sebbene la politica imperialista sia sempre esistita in Russia, resta il fatto che essa è molto più minacciosa oggi perché legata al dogma comunista. Voglio dire: è più facile fronteggiare i paesi che sono soltanto imperialisti anziché i paesi che sono imperialisti e comunisti. Esiste ciò che chiamo manovra a tenaglia dell’URSS. Esiste il loro sogno di arrivare fino all’Oceano Indiano passando dal Golfo Persico. E l’Iran è l’ultimo bastione per difendere la nostra civiltà, ciò che consideriamo decente. Se essi volessero attaccare questo bastione, la nostra sopravvivenza dipenderebbe solo dalla capacità e dalla volontà di resistere. Dunque il problema di resistere si pone fin d’oggi.

E, oggi, l’Iran è militarmente assai forte. Vero?

Molto forte ma non abbastanza forte da poter resistere ai russi in caso d’attacco. Questo è ovvio. Per esempio, non ho la bomba atomica. Però mi sento abbastanza forte per resistere se scoppiasse la Terza guerra mondiale. Sì, ho detto Terza guerra mondiale. Molti pensano che la Terza guerra mondiale possa esplodere solo per il Mediterraneo, io dico invece che potrebbe esplodere molto più facilmente per l’Iran. Oh, molto più facilmente! Siamo noi, infatti, che controlliamo le risorse energetiche del mondo. Per raggiungere il resto del mondo, il petrolio non passa attraverso il Mediterraneo: passa attraverso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. Quindi, se l’Unione Sovietica ci attaccasse, noi resisteremmo. E saremmo probabilmente travolti e allora i paesi non comunisti si guarderebbero bene dallo stare con le mani in mano. E interverrebbero. E sarebbe la Terza guerra mondiale. Evidente. Il mondo non comunista non può accettare la scomparsa dell’Iran perché sa bene che perdere l’Iran significherebbe perdere tutto. Mi sono spiegato bene?

Perfettamente. E atrocemente. Perché lei parla della Terza guerra mondiale come di una eventualità più che prossima, Maestà.

Ne parlo come di una cosa possibile con la speranza che non si verifichi. Come una eventualità prossima vedo piuttosto una piccola guerra con qualche vicino. In fondo non abbiamo che nemici alle nostre frontiere. Non c’è solo l’Iraq a tormentarci.

E i suoi grandi amici, Maestà, cioè gli Stati Uniti, sono geograficamente lontani.

Se mi chiede chi considero il nostro migliore amico, le rispondo: gli Stati Uniti tra gli altri. Perché gli Stati Uniti non sono i soli nostri amici: sono molti i paesi che ci mostrano amicizia e credono in noi, nell’importanza dell’Iran. Ma gli Stati Uniti ci comprendono meglio per la semplice ragione che hanno troppi interessi qui. Interessi economici e quindi diretti, interessi politici e quindi indiretti… Ho appena detto che l’Iran è la chiave o una delle chiavi del mondo. Mi resta solo da aggiungere che gli Stati Uniti non possono chiudersi dentro i confini del loro paese, non possono tornare alla dottrina Monroe. Sono costretti a rispettare le loro responsabilità verso il mondo e quindi a curarsi di noi. E ciò non toglie nulla alla nostra indipendenza perché tutti sanno che la nostra amicizia con gli Stati Uniti non ci rende schiavi degli Stati Uniti. Le decisioni sono prese qui, a Teheran. Non altrove. Non a Washington, per esempio. Io vado d’accordo con Nixon come andavo d’accordo con gli altri presidenti degli Stati Uniti: ma posso continuare ad andarci d’accordo solo se sono certo che egli mi tratta come un amico. Anzi un amico che tra pochi anni rappresenterà una potenza mondiale.

Gli Stati Uniti sono anche buoni amici di Israele e, negli ultimi tempi, lei si è espresso assai duramente verso Gerusalemme. Meno duramente verso gli arabi, invece, coi quali sembra che voglia migliorare i rapporti.

Noi basiamo la nostra politica su princìpi fondamentali e non possiamo accettare che un paese, in questo caso Israele, si annetta territori attraverso l’uso delle armi. Non possiamo perché, se il principio è applicato agli arabi, un giorno potrebbe essere applicato a noi. Mi replicherà che è sempre stato così, che i confini sono sempre cambiati in seguito all’uso delle armi e alle guerre. D’accordo: però questa non è una buona ragione per riconoscere quel fatto come un principio valido. Inoltre è noto che l’Iran ha accettato la risoluzione emanata nel 1967 dall’ONU e, se gli arabi perdono fiducia nell’ONU, come convincerli che sono stati sconfitti? Come impedirgli di prendere la loro rivincita? Usando l’arma del petrolio magari? Il petrolio gli andrà alla testa. Del resto, gli sta già andando alla testa.

Maestà, lei dà ragione agli arabi però vende il petrolio agli israeliani.

Il petrolio viene venduto dalle compagnie, cioè a chiunque. Va dappertutto, il nostro petrolio: perché non dovrebbe andare a Israele? E perché dovrebbe importarmi se va a Israele? Dove va, va. E, quanto alle nostre personali relazioni con Israele, è noto che non abbiamo un’ambasciata a Gerusalemme ma abbiamo tecnici israeliani in Iran. Siamo mussulmani ma non arabi. E in politica estera seguiamo un atteggiamento assai indipendente.

Tale atteggiamento prevede il giorno in cui tra l’Iran e Israele si stabiliranno normali relazioni diplomatiche?

No. O meglio: non fino a quando la questione del ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati sarà una questione risolta. E, sulle possibilità che tale questione possa esser risolta, posso dire soltanto che gli israeliani non hanno scelta: se vogliono vivere in pace con gli arabi. Non sono soltanto gli arabi a spendere enormi quantità di denaro in materiale bellico: sono anche gli israeliani. E non vedo come, sia gli arabi che gli israeliani, possano continuare su questa strada. Inoltre, in Israele, cominciano a verificarsi fenomeni nuovi: gli scioperi, ad esempio. Fino a quando Israele continuerà a nutrire lo spirito fantastico e terribile che l’animava ai tempi della sua formazione? Io penso soprattutto alle nuove generazioni di Israele, e agli israeliani che vengono dall’Europa orientale per essere trattati in modo diverso dagli altri.

Maestà, poco fa lei ha detto una frase che mi ha impressionato. Ha detto che l’Iran rappresenterà presto una potenza mondiale. Alludeva forse alla previsione di quegli economisti, secondo cui, entro trentasei anni, l’Iran dovrebbe essere il paese più ricco del mondo?

Dire che diverrà il paese più ricco del mondo è forse esagerato. Ma dire che si allineerà tra i cinque paesi più grandi e potenti del mondo, non lo è affatto. Dunque l’Iran si troverà allo stesso livello degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica, del Giappone, della Francia. Non cito la Cina perché la Cina non è un paese ricco, né può diventarlo se tra venticinque anni raggiunge il miliardo e quattrocento milioni di abitanti previsti. Noi, invece, tra venticinque anni saremo al massimo sessanta milioni. Oh, sì: ci aspetta una grande ricchezza, una grande forza: checché ne dicano i comunisti. Non a caso, sto accingendomi a pianificare le nascite. Ed ecco il punto cui voglio arrivare: non si può scindere l’economia dalle altre cose e, quando un paese è ricco economicamente, diventa ricco in ogni senso. Diventa potente su un piano internazionale. Parlando di economia, del resto, non alludo solo al petrolio: alludo a un’economia equilibrata che include ogni genere di produzione, da quella industriale a quella agricola, da quella artigianale a quella elettronica. Dovevamo passare dai tappeti ai computer: il risultato, invece, è che abbiamo mantenuto i tappeti aggiungendo i computer. Facciamo ancora i tappeti a mano, però li facciamo anche a macchina. Inoltre facciamo le moquettes. Ogni anno raddoppiamo i nostri prodotti nazionali. Del resto i segni che diverremo una potenza mondiale son tanti. Dieci anni fa, per esempio, quando ebbe inizio la mia Rivoluzione Bianca, v’era solo un milione di studenti nelle scuole. Oggi ve ne sono 3 milioni e 100.000 e, tra dieci anni, saranno cinque, sei milioni.

Ha appena detto che non alludeva solo al petrolio, Maestà, ma sappiamo tutti che i computer li avete grazie al petrolio e che i tappeti a macchina li fate grazie al petrolio e che la ricchezza di domani vi viene grazie al petrolio. Vogliamo finalmente parlare della politica che ha adottato a proposito del petrolio e nei riguardi dell’Occidente?

Semplice. Questo petrolio io ce l’ho e non me lo posso bere. Però so che posso sfruttarlo al massimo senza ricattare il resto del mondo e anzi tentando di impedire che serva a ricattare il resto del mondo. Quindi ho scelto la politica di assicurarne la vendita a tutti, senza discriminazioni. Non è stata una scelta difficile: non ho mai pensato di affiancarmi ai paesi arabi che minacciavano il ricatto all’Occidente. Ho già detto che il mio paese è indipendente, e tutti sanno che il mio paese è mussulmano ma non arabo, quindi io non fo quello che riesce comodo agli arabi bensì quello che serve all’Iran. Inoltre l’Iran ha bisogno di denaro, e col petrolio si può fare molto denaro. Oh, la differenza tra me e gli arabi sta tutta qui. Perché i paesi che dicono «non-vendiamo-più-petrolio-all’Occidente» non sanno cosa fare del loro denaro, quindi non si preoccupano del futuro. Spesso hanno una popolazione di soli sei o settecentomila abitanti e tanti soldi in banca che potrebbero vivere tre o quattro anni senza pompare una stilla di petrolio, senza venderne una goccia. Io no. Io ho quei trentun milioni e mezzo di abitanti, e un’economia da sviluppare, un programma di riforme da concludere. Ho quindi bisogno di soldi. Io so cosa farne dei soldi, e non posso permettermi di non pompare il petrolio. Non posso permettermi di non venderlo a chiunque.

Mentre Gheddafi le dà del traditore.

Traditore?!? Traditore a me che ho preso l’intera faccenda nelle mie mani e già dispongo del 51 per cento della produzione che prima apparteneva esclusivamente alle compagnie petrolifere straniere? Ignoravo che il signor Gheddafi mi avesse rivolto un simile insulto e… Guardi, quel signor Gheddafi io non posso prenderlo affatto sul serio. Posso solo augurargli di riuscire a servire il suo paese come riesco a servirlo io, posso solo ricordargli che non dovrebbe strillare tanto: le riserve di petrolio, in Libia, saranno esaurite nell’arco di dieci anni. Il mio petrolio, invece, durerà almeno trenta o quaranta anni. E forse cinquanta, sessanta. Dipende dal fatto che si scoprano o no altri giacimenti ed è molto, molto probabile che si scoprano altri giacimenti. Ma anche se ciò non dovesse avvenire, ce la caveremo egregiamente lo stesso. La nostra produzione cresce a vista d’occhio: nel 1976 arriveremo a estrarre otto milioni di barili al giorno. Otto milioni di barili son molti, moltissimi.

Si è fatto un bel po’ di nemici, comunque, Maestà.

Questo non lo so ancora. Infatti l’OPEC non ha ancora deciso di non vendere il petrolio all’Occidente e può darsi benissimo che la mia decisione di non ricattar l’Occidente induca gli arabi a imitarmi. Se non tutti gli arabi, una parte di essi. Se non subito, tra qualche tempo. Certi paesi non sono indipendenti come l’Iran, non hanno gli esperti che ha l’Iran e non hanno il popolo dietro come ce l’ho io. Io posso impormi. Loro non possono ancora. Non è facile arrivare a vendere direttamente il petrolio liberandosi delle compagnie che per decenni e decenni hanno avuto il monopolio di tutto. E se anche i paesi arabi arrivassero a seguire la mia decisione… Oh, sarebbe tanto più semplice, e anche più sicuro, se i paesi occidentali fossero esclusivamente acquirenti e noi fossimo i venditori diretti! Non esisterebbero risentimenti, ricatti, rancori, inimicizie… Sì, può darsi benissimo che io dia il buon esempio e, comunque, io proseguo dritto per la mia strada. Le nostre porte sono spalancate a chiunque voglia firmare un contratto con noi e molti si sono già offerti. Inglesi, americani, giapponesi, olandesi, tedeschi. Erano così timidi all’inizio. Ma ora diventano sempre più audaci.

E gli italiani?

Agli italiani per ora non vendiamo molto petrolio, però possiamo raggiungere un grosso accordo con l’ENI e penso che si sia sulla strada di farlo. Sì, possiamo diventare ottimi partner con l’ENI e del resto i nostri rapporti con gl’italiani sono stati sempre buoni. Fin dai tempi di Mattei. La prima volta che riuscii a rompere il vecchio sistema di sfruttamento esercitato dalle compagnie petrolifere straniere non fu forse quando feci quell’accordo con Mattei, nel 1957? Oh, io non so cosa dicano gli altri su Mattei, però so che non riuscirò mai a essere obbiettivo parlando di lui. Mi piaceva troppo. Era un gran brav’uomo, e un uomo capace di leggere nel futuro: una personalità davvero eccezionale.

Infatti lo ammazzarono.

Probabilmente. Però non avrebbe dovuto volare con quel cattivo tempo. A Milano la nebbia diventa molto densa d’inverno e il petrolio può essere davvero una maledizione. Ma forse non fu il cattivo tempo. E comunque fu un vero peccato. Anche per noi. Bè, non dico che la morte di Mattei abbia provocato una battuta d’arresto nei rapporti tra noi e l’ENI. No, no, dal momento che ora stiamo per concludere qualcosa di grosso. Mattei non avrebbe potuto fare nulla di più perché ciò che ci accingiamo a fare ora è proprio il massimo. Tuttavia, se Mattei fosse stato vivo, a quell’accordo ci saremmo arrivati anni fa.

Vorrei concludere e chiarire bene il punto di prima, Maestà. Crede o no che gli arabi finiranno per materializzare la loro minaccia di tagliare ogni vendita di petrolio all’Occidente?

È difficile rispondere. È molto difficile perché, con la stessa disinvoltura e con lo stesso rischio di sbagliarsi, si può dire sì o no. Ma io sarei più propenso a rispondere no. Tagliare il petrolio all’Occidente, rinunciare a quella fonte di guadagno, sarà una decisione assai ardua per loro. Non tutti gli arabi seguono la politica di Gheddafi e, se alcuni non hanno bisogno di denaro, altri ne hanno molto bisogno.

E intanto il prezzo del petrolio salirà?

Salirà, certo. Oh, certo! Certo! Può dare la cattiva notizia e aggiungere che viene da qualcuno che se ne intende. Sul petrolio io so tutto, tutto. È davvero la mia specialità. E da specialista le dico: bisogna che il prezzo del petrolio salga. Non v’è altra soluzione. Però è una soluzione che voi occidentali avete voluto. O, se preferite, una soluzione che è stata voluta dalla vostra civilizzatissima società industriale. Il prezzo del grano ce lo avete aumentato del 300 per cento, e così quello dello zucchero e del cemento. Il prezzo dei petrolchimici ce lo avete mandato alle stelle. Comprate da noi il petrolio grezzo e ce lo rivendete, raffinato in petrolchimici, a cento volte più di quel che lo avete pagato. Ci fate pagare tutto di più, scandalosamente di più, ed è giusto che d’ora innanzi paghiate il petrolio di più. Diciamo… dieci volte di più.

Dieci volte di più?!?

Ma siete voi, ripeto, che mi forzate ad alzare i prezzi! E certo avete le vostre ragioni. Ma anch’io, scusate, ho le mie. Del resto non dureremo in eterno a litigarci: tra meno di cent’anni questa storia del petrolio sarà finita. Il bisogno del petrolio cresce a ritmo accelerato, i giacimenti si esauriscono, presto dovrete trovarvi nuove fonti di energia. Atomica, solare, che so. Le soluzioni dovranno essere molte, una sola non basterà. Ad esempio, si dovrà ricorrere anche alle turbine azionate dalle onde del mare. Perfino io sto pensando di costruire impianti atomici per la desalinizzazione dell’acqua del mare. Oppure si dovrà scavare più profondamente, cercare il petrolio a diecimila metri sotto il livello del mare, cercarlo al Polo Nord… Non so. So soltanto che è già giunto il momento di correre ai ripari: non sprecando il petrolio come si fa da sempre. È un delitto usarlo come lo usiamo oggi, cioè grezzo. Se solo pensassimo che presto non ce ne sarà più, se solo ci ricordassimo che può essere trasformato in diecimila derivati, cioè in prodotti petrolchimici… Per me è sempre uno choc, ad esempio, vederlo usare grezzo pei generatori di elettricità: senza tener conto del valore perduto. Oh, quando si parla di petrolio, la cosa più importante non è il prezzo, non è il boicottaggio di Gheddafi, è il fatto che il petrolio non è eterno e che prima di esaurirlo bisogna inventare nuove fonti di energia.

Questa maledizione chiamata petrolio.

A volte mi chiedo se non sia proprio così. È stato scritto tanto sulla maledizione chiamata petrolio e mi creda: quando lo si ha, da una parte è un bene ma dall’altra è una grande scomodità. Perché rappresenta un tale pericolo. Il mondo può scoppiare per via del maledetto petrolio. E anche se, come me, ci si batte contro la minaccia… La vedo sorridere. Perché?

Sorrido perché, quando parla di petrolio, lei è talmente diverso, Maestà. Si accende, vibra, tiene l’attenzione legata. Diventa un altr’uomo, Maestà. E io… io me ne vado senza averla capita. Da un lato lei è così antico, da un lato così moderno e… Forse sono i due elementi che si fondono in lei: quello occidentale e quello orientale che…

No, noi iraniani non siamo poi diversi da voi europei. Se le nostre donne hanno il velo, anche voi ce l’avete. Il velo della Chiesa cattolica. Se i nostri uomini hanno più mogli, anche voi ce le avete. Le mogli chiamate amanti. E, se noi crediamo alle visioni, voi credete ai dogmi. Se voi vi credete superiori, noi non abbiamo complessi. Non dimentichiamo mai che tutto ciò che avete ve lo insegnammo noi tremila anni fa.

Tremila anni fa… Vedo che ora sorride anche lei, Maestà. Non ha più quell’aria triste. Ah, che peccato non potersi trovare d’accordo sulla faccenda delle liste nere.

Ma lei sarà davvero sulla lista nera?

Maestà! Se non lo sa lei che è il re dei re e conosce tutto! Ma gliel’ho detto: può darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.

Peccato. Anzi, non importa. Anche se è sulla lista nera delle mie autorità, io la metto sulla lista bianca del mio cuore.

Mi spaventa, Maestà. Grazie, Maestà.

Teheran, ottobre 1973.

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