La voce di Bijan

Bijan Zarmandili

È strano: questo inizio di 2020 ci costringe a parlare di Iran per questioni tragiche e angosciose. Chi ama questo Paese e la sua cultura, vive forse uno dei momenti più tormentati degli ultimi anni. Di nuovo, ancora una volta, la passione per la Persia va spiegata, quasi giustificata, alla luce di un tam tam mediatico molto spesso oscenamente di parte.

In un momento del genere, aprire le pagine dell’ultimo romanzo di Bijan Zarmadili, Il fiume tra noi, (Edizioni Manni), uscito a circa un anno dalla sua morte, è innanzitutto un’esperienza sentimentale. Perché vuol dire tuffarsi nel mondo della Persia contemporanea, con i suoi legami vivissimi con la propria cultura classica, e allo stesso rivivere i drammi collettivi (qui raccontati attraverso una storia privata) dell’Iran contemporaneo.

Il romanzo si articola come un lungo racconto a ritroso della vita di Farhad, professore universitario di letteratura persiana a Teheran, da quindici anni in esilio volontario e solitario in un piccolo borgo dell’Umbria. Dopo un lungo silenzio, scrive e invita la figlia Parvaneh a raggiungerlo per quella che sarà una sorta di lunga e dolorosa confessione.

Durante una lunga passeggiata lungo il fiume, Farhad rivela a Parvaneh i segreti e i tormenti di una vita intera. Tormenti esistenziali, culturali, politici: l’infanzia difficile – memorabili le pagine del viaggio “di formazione” a Firuzabad – un matrimonio non felice, un amore clandestino e tormentato, la dipendenza dall’oppio. Sullo sfondo, i movimenti studenteschi del 1999 e la successiva ondata di repressione.

Impossibile e ingiusto sapere quanto di autobiografico ci sia in questo romanzo. Che ha comunque la forma e il sapore di un testamento letterario.

Per chi ha avuto la fortuna di conoscere di persona lo scrittore, è quasi impossibile non rivederlo in alcune descrizioni. I completi di velluto, la pipa, una certa aria gentile e malinconica, le parole soppesate e mai inutili.

Una sensazione personale: dall’inizio del libro mi è venuto spontaneo associare le parole scritte alla voce di Bijan Zarmandili, come se fosse lui stesso a leggere il suo ultimo libro. Forse è una suggestione. O forse – come dice in una poesia Forrugh Farrokhzad – è solo la voce che resta.

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