La sfida di Rouhani

Hassan Rouhani

Il presidente iraniano Hassan Rouhani getta il guanto di sfida ai conservatori. In una conferenza intitolata “Strategie per la crescita sostenibile e l’occupazione”, alla quale hanno partecipato circa 1.500 tra esperti, studenti e rappresentanti delle istituzioni, il presidente iraniano ha lanciato un’idea che ha tutto il sapore di una sfida aperta a chi si oppone a un accordo con l’Occidente sulla questione nucleare.

Rouhani si è appellato alla Costituzione e ha proposto che su “importanti questioni economiche, sociali e culturali” sia chiamato a decidere il popolo attraverso un referendum, piuttosto che affidare ogni decisione al Parlamento.

Rouhani si riferisce all’ articolo 59 della Costituzione iraniana che recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

Quella di Rouhani è perciò più una provocazione che una proposta concreta. Oggi il parlamento è a maggioranza conservatrice ed è assai improbabile che sia favorevole ad a dare il via libera a un referendum che di fatto delegherebbe al popolo il potere di decidere – ad esempio – su un eventuale accordo sul nucleare. Ed è abbastanza evidente che la maggioranza degli iraniani sarebbe favorevole a un accordo.

Perché è di questo, in fin dei conti, che si sta parlando. Rouhani è intenzionato ad andare fino in fondo e vuole stanare chi sta remando contro la sua strategia a lungo termine. Il majles potrebbe anche non approvare la richiesta di referendum, ma così facendo sarebbe responsabile di una decisione palesemente impopolare.Lo stessa varrebbe per la Guida: potrebbe Khamenei rigettare a priori un istituto previsto dalla stessa Costituzione della Repubblica islamica?

Risuona sempre lo stesso monito lanciato da Khomeini nel suo testamento politico: “Se penserete di fare a meno del popolo, farete la fine dello scià”. La crisi politica seguita alle contestate elezioni del 2009, è bene ricordarlo, fu uno shock per lo stesso regime, che ha faticato non poco per riguadagnare quel minimo di fiducia che ha portato al successo – in termini di affluenza alle urne – delle elezioni del 2013.

Ora il vincitore di quelle elezioni lancia una proposta di democrazia diretta. Qualche osservatore crede che questo mossa sia nata nell’entourage di Rouhani, tra gli iraniani cresciuti in California, dove è assai frequente il ricorso al referendum come strumento legislativo. Di sicuro, si tratta di un’azione molto politica e anche molto coraggiosa. D’altra parte, Rouhani non ha usato mezzi termini: ha detto chiaramente che il Paese deve aprirsi al mondo per raggiungere il pieno sviluppo economico e ha attaccato gli interessi monopolistici che frenano la crescita.

“Tutti devono pagare le tasse”, ha detto, riferendosi chiaramente alle fondazioni e alle organizzazioni controllate dai conservatori che agiscono spesso in condizioni di monopolio e che hanno sicuramente tratto profitto dal regime di sanzioni e dall’isolamento internazionale.

“Questo governo non teme nessuno e nessuna istituzione e agirà con la piena trasparenza nell’interesse del popolo”, ha rincarato la dose Rouhani. La sfida continua.

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

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