La primavera dello scontento

Mercoledì 30 marzo il presidente iraniano Hassan Rouhani si sarebbe dovuto recare in visita ufficiale in Austria, ma il viaggio è stato cancellato all’ultimo momento. Secondo Vienna, sarebbero stati “motivi di sicurezza” a consigliare il dietrofront. Visto il clima generale di tensione, in Europa e in Medio Oriente, come spiegazione è ampiamente plausibile. Inoltre, se riavvolgiamo il nastro degli ultimi mesi, possiamo notare alcune strane “coincidenze”. La strage di Parigi del 13 novembre 2015 avviene a 48 ore dal previsto arrivo di Rouhani (viaggio poi annullato). L’eccidio di Lahore segue di poche ore la visita del presidente iraniano in Pakistan. Non ci sono prove che dietro ci sia una strategia, ma è comunque un dato di fatto che il nuovo protagonismo iraniano non sia gradito all’internazionale del terrore riconducibile in vario modo a Daesh e ai suoi sponsor politici.

Detto questo, alla base dell’annullamento del viaggio probabilmente ci sono soprattutto questioni interne. L’agenzia Fars sostiene che il presidente ha rinviato la visita in Austria per

creare condizioni migliori prima di arrivare ad accordi già annunciati tra i due Paesi.

Tradotto: c’è una lotta politica interna molto accesa, a Teheran. La Guida, nemmeno troppo velatamente, sta dicendo a Rouhani di rallentare nella corsa agli accordi.  Nel discorso per il nuovo anno persiano, Khamenei ha accusato gli Usa di non rispettare l’accordo sul nucleare e ha indirettamente criticato Rouhani sostenendo la necessità, per l’Iran, di una “economia di resistenza” per essere autosufficiente.

L’accusa mossa dai conservatori di stringere accordi troppo sbilanciati a favore degli occidentali cela anche un timore molto più prosaico: gli ambienti legati ai pasdaran hanno goduto, negli anni dell’isolamento, di posizioni economiche di vantaggio che potrebbero perdere con l’ingresso nel Paese di investitori stranieri.

Rouhani da qualche mese sostiene la necessità di un secondo Barjam. Barjam è l’acronimo in persiano del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), cioè l’accordo sul nucleare stipulato il 14 luglio 2015. Il presidente iraniano vorrebbe un patto interno  tra le diverse fazioni politiche in modo da rilanciare l’economia. E’ abbastanza naturale che chi governa invochi il dialogo e la riconciliazione, mentre chi è all’opposizione punti a dare voce allo scontento. Che non manca, ovviamente, perché la ripresa, per i cittadini iraniani, tarda a essere così visibile. Il governo – va precisato – non ha ancora presentato in parlamento il budget per il 1395.

Il tutto rimbalza sulle questioni più politiche. I test missilistici condotti da Teheran nella prima settimana del 1395 (anno persiano) hanno generato polemiche e preoccupazioni. Teheran – e anche Mosca – hanno precisato che non violano assolutamente il JCPOA.

In un discorso ufficiale, Khamenei ha ribadito questi concetti, sintetizzati poi in un tweet:

La Repubblica Islamica deve usare tutti i mezzi. Io sostengo il dialogo politico nei temi globali, ma non con tutti, Questa è l’era sia dei missili sia del dialogo.

 

 

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