La democrazia in Iran

Elezioni Iran

Il futuro della Repubblica islamica iraniana è uno di quegli argomenti destinati a tornare sempre, a intervalli più o meno regolari. In prossimtà o subito dopo le varie tornate elettorali, si finisce col parlare delle reali possibilità di un’evoluzione “democratica” del sistema iraniano.

E il terreno si fa scivoloso, perché, applicando canoni occidentali a una Storia differente, spesso si finisce per cadere nella facile scorciatoia della condanna tout court del sistema e dei suoi attori. L’Iran non è una democrazia, i diritti umani non sono rispettati e dunque fine dei giochi.

Così facendo si perde però un’occasione preziosa. Perché proprio riflettendo sulla “ricerca della democrazia” in Iran, si può intraprendere un lungo e affascinante viaggio nei suoi ultimi e tumultuosi 150 anni.

Questo il senso di un libro del 2006 non ancora tradotto in italiano e divenuto un classico per chi segue l’Iran e le sue vicende politiche: Democracy in Iran: History And the Quest for Liberty di Ali Gheissari e Vali Nasr.

I due autori – analisti di origine iraniana residenti da tempo negli Usa – ripercorrono la storia dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 fino alle elezioni del 2005, quelle della prima elezioni di Mahmud Ahmadinejad.

In Iran – questo è l’assunto – lo sviluppo della democrazia accompagna in modo dialettico – e in alcuni casi contrasta – la formazione di uno Stato moderno.

Leggiamo:

In Iran, lo Stato non è stato il prodotto della guerra,  di una imposizione o del colonialismo. Il caso dell’Iran deve essere compreso nei suoi termini propri e nel contesto degli sviluppi socio-politici che lo hanno caratterizzato.

[L’Iran] è il primo e unico paese ad aver vissuto una rivoluzione islamica, il primo e unico paese ad aver vissuto in uno stato fondamentalista islamico, e il primo ad essere passato a una condizione di post fondamentalismo.

La democrazia è stata associata e confuse con nazionalismo, populismo, giustizia sociale e riforma religiosa.

La premessa degli autori è fondamentale:

E ‘importante collocare la rivoluzione del 1979 nel suo contesto storico: né fine né culmine di un processo storico, ma piuttosto come un interregno in un processo di state-building che ha avuto inizio nel 1905 ed è ancora in corso.

(…)

Dalla rivoluzione del 1979 molti studi hanno adottato la premessa che la rivoluzione si sia verificata in un momento teleologico che avrebbe dato senso a tutta la storia passata.

mentre

la rivoluzione e quello che seguì possono essere meglio compresi prestando attenzione alle dinamiche di concorrenza tra democrazia e ideologia nei decenni prima della rivoluzione. Capire quella dinamica aiuta anche a spiegare la trasformazione dell’Iran dal 1988.

(…)

Nato da una rivoluzione sociale, l’edificio teocratico della Repubblica Islamica ha comunque prodotto un regime autoritario pragmatico. Tale regime parla nella lingua dell’Islam, ma governa la società e l’economia in modi ben noti agli osservatori politici.

Il libro attraversa oltre un secolo di Storia e sarebbe arduo ora tracciarne tutti i passaggi rilevanti. Sono senza dubbio molto interessanti i capitoli dedicati agli anni Novanta e alle trasformazioni – soprattutto economiche e sociali – intervenute dopo la morte di Khomeini e con i governi Rafsanjani e Khatami. Così come viene dato u giusto peso alle elezioni del 2005, vero spartiacque nella storia elettorale della Repubblica islamica (non a caso, sono rimaste le uniche in cui si è dovuti ricorrere al ballottaggio per l’elezione del presidente).

In chiusura, una riflessione molto affascinante:

Un secolo dopo la Rivoluzione Costituzionale del 1906, l’Iran sta ancora cercando di divenire uno Stato democratico. È una questione aperta se l’Iran sia più vicino a questo obiettivo oggi di quanto lo sia stato in qualsiasi altro momento del secolo scorso.

La questione rimane più che mai aperta.

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

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