Iran, di nuovo

Turisti a Persepoli

Da dove cominciare questa volta? Come provare a raccontare questo ennesimo viaggio in Iran? Come provare a mettere un minimo di ordine nel groviglio di emozioni, ricordi e pensieri? Sembra impossibile ma è così: ogni volta credo di essere ormai “vaccinato”, abituato all’Iran, nel bene e nel male. E invece no. L’inquietudine che mi assale alla vigilia di ogni partenza, mi viene restituita come incantamento prolungato al ritorno. Ritorno? Perché, sono davvero mai tornato dall’Iran?

Dopo quasi dieci anni di viaggi più o meno lunghi, stavolta ho mia moglie al mio fianco. Una volta tornati a Roma, ci ritroviamo smarriti entrambi. Condividiamo uno stordimento, una ubriacatura che non svanisce col passare dei giorni, ma anzi si cristallizza in un determinatissimo desiderio di tornare presto in Iran.

La grande bellezza. #Isfahan ##MustSeeIran moschea sheikh loftollah

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) on

 

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Qui, adesso

Anche questa volta, come la precedente, accompagno un gruppo di turisti italiani. Sono passati appena cinque mesi dall’ultimo viaggio, eppure in Iran sono già cambiate delle cose significative. Nulla di eclatante, ma tanti segnali che denotano un movimento in atto, un processo di trasformazione forse più avanzato di quanto non emerga da analisi e resoconti. La telefonia mobile, ad esempio, ha fatto un salto in avanti. Gli amici iraniani usano tutti Viber, la app di messaggistica che si rivelerà utilissima anche per chiamare gratis in Italia. Fino a qualche mese fa non la usava quasi nessuno, ma con il lancio del 3G e del 4G ormai gli smartphone stanno soppiantando i cellulari tradizionali. La qualità del wi fi negli hotel non è velocissima ma senza dubbio accettabile, di certo non peggiore di tanti posti in Italia. Whatsapp non è bloccato come qualche mese fa e nemmeno Instagram. Aggirare i filtri per utilizzare Facebook e Twitter si rivela meno complicato del previsto.

Una trentina di italiani su e giù per l’Iran. Prima una puntata nel nord ovest – Soltaniyeh, Zanjan, Takht-e Soleyman, Bisetun, Kermanshah, Hamedan – poi dritti al cuore dell’altopiano iranico: Kashan, Yazd, Shiraz, Isfahan – passando per le meravigliose moschee di Ardestan e Na’in e la magia di Meybod.

Quanto rimarrà ai viaggiatori italiani di tutta questa bellezza? Le lunghe ore di viaggio regalano scorci improvvisi di caravanserragli confusi tra il nulla dell’orizzonte e costruzioni nuove e orribili. Ma quanto, di tutto questo, viene colto davvero? Quanto invece è macinato nel meccanismo consumistico del turista che visita posti di cui poi ricorda a malapena il nome?

Per riassumere l’impatto con la grandezza, la vastità e la grandiosa e spesso faticosa complessità del Paese, basta forse un’immagine di dettaglio, una di quelle che non compaiono mai negli album di viaggio. Mentre ci arrampichiamo sulle montagne dell’Azerbaijan occidentale verso i 2.300 metri di Takht-e Soleyman – santuario zoroastriano di epoca sasanide – non possiamo fare a meno di notare le file di colonnine arancioni tra il verde dei prati che già tende ai colori autunnali. Sono le tracce per la fibra ottica, in espansione in tutto l’Iran. Le ritroveremo ovunque, per tutto il viaggio, anche nel deserto alle porte di Yazd. Il progresso tecnologico avanza in un apparente nulla civile, tra casupole sperdute e pastori che sembrano usciti da un’illustrazione del XVIII secolo.

Questione di finestre

Me lo fa notare mia moglie: ci sono tante finestre bellissime su case orrende. Anche negli edifici in costruzione, le finestre spiccano per la cura e le dimensioni, quasi sempre sproporzionate rispetto alle facciate. Che sia anche questa l’espressione di un modo di intendere il mondo? Pubblico e privato sono ben distinti, ma ogni punto di contatto tra queste due dimensioni –  la finestra, per le case – ha un valore quasi sacrale. Così come sono sacri tutti i momenti di incontro e di contatto tra le persone. Il tè, i saluti e il taroof, il galateo da spiegare ogni volta al turista più o meno distratto.

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Uno spettro si aggira per l’Iran: i turisti italiani

Dopo aver osannato per anni le bellezze dell’Iran e incoraggiato chiunque capitasse a tiro a visitarlo, adesso sono colto da un dubbio: siamo sicuri che questo boom turistico sia salutare per l’Iran? Certo, il fatto che le presenze straniere siano triplicate in un anno, ha garantito un flusso di valuta estera significativo e dato ossigeno a un’industria turistica che languiva da tempo. Ma fa uno strano effetto vedere così tanti visitatori a Persepoli o per le strade di Esfahan. Di colpo, le strutture ricettive non bastano più. Gli hotel sono quasi tutti pieni e ne sono spuntati di nuovi e modernissimi nel giro di pochi mesi. Così a Yazd, a due passi dalle Torri del Silenzio, sorge ora un albergo nuovo di zecca, mentre a Kashan la casa tradizionale Ahmeri lascia un po’ delusi. Troppo “nuova”, troppo su misura per i turisti.

Resisterà l’Iran anche al fatto di essere divenuta “di moda”? Provo a immaginare Yazd con un paio di fast food e i bus scoperti per i turisti. E non è una bella visione.

Ma forse si tratta di una paura infondata. L’Iran non sarà mai completamente globalizzato, non abdicherà mai completamente, non svenderà la propria identità. Non lo ha fatto con l’invasione araba del VII secolo e nemmeno con la globalizzazione iniziata a fine Novecento. Negli stessi giorni del nostro viaggio, a Londra si svolge un convegno dal titolo emblematico. “Investire in Iran dopo la fine delle sanzioni”. È davvero già tutto deciso?

A proposito di pena di morte

Alla fin fine, le domande al ritorno a Roma sono più o meno le stesse di sempre. “Ma non era pericoloso?”. “Ma eri lì quando hanno impiccato Rayhanneh Jabbari?” o “quando hanno sfregiato con l’acido le donne ‘mal velate’?”.

Difficile capitare in Iran in un momento in cui non ci siano esecuzioni capitali, visto che – purtroppo – è uno dei Paesi in cui il ricorso alla pena di morte è più frequente. Più difficile ancora provare a restituire le impressioni raccolte sul campo senza rischiare di essere accusati di cinismo. Se infatti delle donne sfigurate i media iraniani hanno parlato a lungo – con lo stesso presidente Rouhani che ha condannato l’accaduto in tv – il caso Jabbari ha invece ricevuto molta meno attenzione. E non è una semplice questione di censura: in Iran l’opinione pubblica è molto meno sensibile a casi come questo (o come quello famoso di Sakineh Mohammadi Ashtiani). Per la maggior parte delle persone, sono casi di cronaca nera, punto e basta. E chi non si straccia le vesti per queste condanne, non è necessariamente un fan accanito della sharia. I sostenitori della pena di morte, d’altra parte, sono tanti. In Iran come negli Stati Uniti, ad esempio.

Verso Hamadan

A una pompa di benzina sulla strada verso Hamadan, mi fermo a chiacchierare con due curdi sulla cinquantina. Sono stupiti nel vedere le turiste italiane che fumano in strada. Dalle loro parti, non è buona educazione. Hanno voglia di chiacchierare e sono felicemente sorpresi di aver trovato un italiano che parla persiano.

“Che andate a fare a Esfahan – mi dicono – lì c’è solo il Si-o se Pol da vedere. Fate un bel giro nel Kurdistan, è molto più bello!”.

È vero, è una terra fredda e dura, ma piena di fascino. Sulla strada per Kermanshah i cartelli stradali indicano Kerbala a poco più di 600km. È la strada che dall’altopiano iranico porta alla Mesopotamia e dunque all’Iraq.  Il confine – a soli 80 km – evoca il martirio del terzo Imam sciita Hossein ma soprattutto quello dei tanti giovani caduti nella guerra contro Saddam Hussein (1980-88).

Nel cuore della Persia

Quando scendiamo verso Kashan, l’atmosfera e il clima cambiano parecchio. Kashan è una città molto più compiuta, logica, coerente di altre iraniane. Il deserto all’esterno fa da collante a una città giardino che troppo spesso viene ignorata dai tour turistici. Qui ci sono soprattutto piccoli gruppi di tedeschi e inglesi, più interessati a vedere e vivere che a consumare.

Poi ci sono i giorni della meraviglia, a Yazd, Persepoli, Shiraz, Esfahan. Non mi abituerò mai alla bellezza di questa terra. E non mi abituerò mai alla mancanza di stupore e di gioia in chi questi posti li vede per la prima volta.

A Esfahan ci accoglie un Zayandeh Rud a secco ormai da anni. Tornati in Italia, sarà una bella sorpresa leggere del ritorno dell’acqua il 5 novembre 2014. Quasi un auspicio per un futuro più consapevole, in cui i valori e la bellezza di questa terra non siano sacrificati sull’altare del progresso.

La metafora del pistacchio

Uno dei prodotti più caratteristici dell’Iran è il pistacchio, la cui pianta ha un ciclo di vita molto particolare: assolutamente non produttivo nei primi 50 anni di vita e fertile per i successivi 100 o 200.

 Diamo tempo all’Iran, verrebbe da dire.

2 Comments

  1. Bello! sì, c’è qualcosa che non si spiega. anni fa, forse 20, quando ancora lavoravo a Piancaastagnaio, conoscevo un ingegnere che insieme a un gruppi di donne e uomini, da Milano e altre città italiane, fecero un breve viaggio in Iran. Di ritorno mi raccontò che, dopo due giorni di permanenza a Isfahan, la sera della partenza tutti quanti si misero a piangere!! E non se la spiegava. Nemmeno io, da lontano. Ma c’ho semèpre pensato. Isfahan di 20- 25 anni fa era ancora incontaminata,e gli italiani e gli euroei, ma forse di più gli italiani, conoscono la 1001 notte meglio che gli iraniani e ci hanno visto quella cosa fantastica sulle rive del fiume Zanyanderud o nel mezzzo di quella meravigliosa piazza.. contonata da lontano dalle montagne roccose che all’imbrubire prendono coloro viola..

    1. In effetti ci sono dei tratti comuni nella sensibilità culturale dei due popoli. Va però detto che oggi in Iran arrivano anche tanti italiani poco preparati e piuttosto superficiali, attratti più dallo shopping nei bazar che dalla cultura e dalla bellezza delle città d’arte.

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