Iran, l’inverno dello scontento

La notizia è arrivata venerdì 15 novembre: il governo iraniano ha deciso di ridurre i sussidi relativi all’acquisto di benzina, determinando così un aumento del 50% del prezzo del carburante.

L’aumento del prezzo della benzina

In pratica, ogni cittadino iraniano può ora comprare fino a 60 litri di benzina al mese a 15.000 rial, cioè circa 32 centesimi di euro al litro, mentre ogni litro in più costa 80 centesimi. Prima di questo provvedimento, in un mese si potevano acquistare in un mese 250 litri a circa 0,25 euro al litro.

Secondo il governo di Hassan Rouhani questo provvedimento porterà nelle casse dello Stato tra i 300 e i 310 mila miliardi di rial, (2,55 miliardi di dollari all’anno). Il ministro del petrolio Bijan Zanganeh ha dichiarato che le entrate saranno indirizzate principalmente a 18 milioni di famiglie bisognose. Zanganeh ha aggiunto che  “il governo controllerà il consumo annuale di 94 milioni di litri, di cui 64 milioni saranno venduti tramite carte di razionamento”.

Le proteste nelle città iraniane

L’annuncio dell’aumento della benzina ha scatenato quasi immediatamente la protesta in numerose città iraniane. A Teheran, nel giorno della prima nevicata della stagione, si sono riscontrati diversi blocchi del traffico e assembramenti sporadici di persone che hanno scandito slogan contro il governo e contro il sistema. Più grave la situazione in altre città: a Sirjan, nella provincia di Kerman, una persona è morta negli scontri seguiti all’attacco di un deposito di carburante da parte dei dimostranti. Un’altra persona sarebbe morta a Behbahan, nella provincia del Khuzestan. Come sempre accade in circostanze simili, non è semplice avere un quadro chiaro della situazione. Sui social circola anche un video che mostrerebbe un dimostrante colpito da un colpo d’arma da fuoco. In altre immagini, si vedono chiaramente le forze dell’ordine intervenire con violenza, colpendo manifestanti e auto in transito.

Il blocco di internet

A conferma della gravità della situazione, il blocco di internet, scattato nella giornata di sabato 16 novembre e confermato da un lancio dell’agenzia semi ufficiale ISNA che riprende un comunicato del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale che parla di “limitazioni all’accesso a Internet per 24 ore”.

Questa decisione ricorda altre situazioni di crisi, in cui le autorità della Repubblica islamica hanno limitato o impedito totalmente l’accesso alla rete. Fu così nel 2009, nelle settimane dell’Onda Verde. Di sicuro, la mancanza di connessione, aumenta l’incertezza su quanto stia effettivamente accadendo in Iran.

La questione dei sussidi

In Iran il prezzo della benzina è un prezzo politico, già dall’epoca dello scià. Da anni, il prezzo garantito dalla Repubblica islamica è assolutamente insufficiente a coprire i costi di estrazione e raffinazione. L’esportazione del petrolio è la principale voce di bilancio per lo Stato iraniano, ma il ripristino delle sanzioni da parte degli Usa, dopo il ritiro dall’accorso sul nucleare, ha provocato il collasso. Oggi Teheran esporta 500.000 barili di petrolio al giorno, quando il limite per la sua sopravvivenza economica è stimato a un milione. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i sussidi per la benzina rappresentano l’1,6 per cento del PIL iraniano per il periodo 2017-18. Un costo enorme per una misura che oltretutto riguarda tutti gli iraniani, anche quelli con i redditi medio alti che possono tranquillamente permettersi un prezzo più alto per le loro auto. A rimetterci, adesso, sono le classi sociali più povere.

La questione politica ed elettorale

Di sicuro la decisione di Rouhani non è stata azzeccata nella tempistica. E forse – come si dice sempre un po’ ovunque in ogni situazione – non è stata ben comunicata. Resta però il fatto che si tratta di una decisione necessaria nel quadro della cosiddetta strategia della “massima resilienza” adottata dalla stessa Guida per contrastare la “massima pressione” voluta da Donald Trump. E non c’è dubbio che la presidenza ha preso questa decisione di comune accordo con i vertici della Repubblica islamica, a cominciare dalla Guida. Che infatti, nel condannare i disordini – attribuiti come sempre a “elementi esterni” – ha rimarcato il sostegno alle decisioni di Rouhani.

In questo quadro, è però proprio il presidente moderato a rischiare di più dal punto di vista politico. I conservatori fanno quadrato non attorno a lui ma attorno a Khamenei, cioè al sistema. E se il quotidiano Keyhan scrive che gli aumenti sono necessari, il riformista Seda-ye Eslahat titola: “Il popolo ha perso le speranze in Rouhani e aspetta le sue dimissioni”.

Come dire: “Con amici simili, chi ha bisogno di nemici?”.

Il 21 febbraio 2020 si svolgono le elezioni parlamentari, tradizionalmente una sorte di midterm in attesa delle presidenziali del 2021. Facile prevedere una bassa affluenza, altrettanto facile una vittoria dei conservatori.

In mezzo, questa crisi, che al di là dei facili e un po’ pelosi entusiasmi dei cronisti occidentali, molto difficilmente sfocerà in una crisi anti-sistema. La questione è essenzialmente economica.

L’inverno dello scontento iraniano è soltanto iniziato.

Seda-ye Eslahat (La voce della riforma) chiede le dimissioni di Rouhani

Aggiornamenti

https://twitter.com/netblocks/status/1197119013022818305

Continua il blocco di Internet in Iran. Le linee telefoniche funzionano, seppure con alcune limitazioni. Non si hanno ancora notizie chiare circa i disordini in atto nel Paese. Amnesty International parla di “almeno 106 manifestanti uccisi” in scontri in 21 città. Le autorità iraniane parlano invece di tre agenti uccisi a coltellate dai “rivoltosi”.

Continua a essere particolarmente difficile accedere a informazioni dirette.

Intervista a radio Vaticana – 20 novembre 2019

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