Iran. Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando?

Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando in Iran? Manco a dirlo, l’argomento che ha suscitato più attenzione tra i media occidentali è stato il primo. Andiamo con ordine.

La protesta contro l’hijab obbligatorio

Tutto è iniziato il 27 dicembre 2017 , quando la 31enne Vida Movahed, nella centrale e trafficatissima Via Enghelab di Teheran, si è tolta il foulard (obbligatorio in Iran in tutti i luoghi pubblici), lo ha issato su un bastone ed è salita su una centralina elettrica. Arrestata e rilasciata poco dopo, è stata di nuovo poi incarcerata fino al 28 gennaio 2018. La sua foto è stata condivisa sui social ed è divenuta famosa in tutto il mondo. Qualcuno ha anche fatto confusione, associando la sua protesta alle manifestazioni politiche che negli stessi giorni si sono tenute in tutto il Paese (ne abbiamo parlato qui).

Una seconda donna, Nargess Hosseini, è stata arrestata per aver inscenato lo stesso tipo di protesta il 29 gennaio, sempre a Teheran. Il codice penale iraniano prevede (articolo 638) che le “donne che compaiono in pubblico senza l’hijab islamico possono essere condannate fino a due mesi di carcere e a una multa fino a 500.000 rial (poco più di 10 euro). La cauzione di Nargess è stata fissata ad un prezzo altissimo (l’equivalente di circa 140.000 dollari), in modo da tenerla in carcere.

Col passare dei giorni, la protesta si è estesa ad altre città e sui social sono comparse le foto di decine di donne senza velo. Anche diversi uomini si sono uniti alla protesta, issando foulard e postando foto con lo slogan “Non siete sole”. Particolare eco ha avuto la protesta di una chadori, cioè una donna col chador che senza togliersi il foulard ne ha appeso uno a un bastone e ha manifestato contro l’obbligo dell’hijab.

 

 

 

La polizia di Teheran ha annunciato di aver arrestato 29 donne nelle ultime settimane  per le proteste anti hijab. Il procuratore capo di Teheran ha parlato di “comportamenti infantili” ispirati dall’estero. Chiaro il riferimento alla giornalista Masih Alinejad che da anni porta avanti la campagna “My Stealthy Freedom” (ne abbiamo parlato qui quasi quattro anni fa).

Qualcuno parla di una “rivoluzione silenziosa”. Di certo è un fenomeno nuovo che si sta diffondendo molto rapidamente e che è talmente evidente che non le autorità non lo hanno potuto tenere nascosto. Il dibattito sull’obbligatorietà dell’hijab, d’altra parte, è in corso da anni, sia in campo politico sia religioso. Difficile che queste manifestazioni bastino da sole a cambiare uno dei simboli stessi della Repubblica islamica. Ma anche in questo caso, come per le proteste di piazza dell’ultimo mese, la novità sta nel fatto che se ne parli in Iran. Sono segnali costanti, quasi insistenti, di una necessità di cambiamento nei costumi.

Nella remota probabilità di una laicizzazione della vita pubblica iraniana, si può auspicare che un’apertura arrivi proprio dai religiosi. Non è fantascienza. Come ci è capitato di dire più volte, la Repubblica islamica ha dimostrato diverse volte, dopo il 2009, di aver capito che in alcuni casi allentare la pressione serve al mantenimento del sistema stesso. E cedere qualcosa sul piano delle regole del vestiario, potrebbe evitare complicazioni peggiori su altre questioni sociali.

Durante un discorso in occasione dell’inizio delle celebrazioni per il 39esimo anniversario della rivoluzione, il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato:

Tutte le istituzioni del Paese dovrebbero ascoltare i desideri e le richieste del popolo. Il precedente regime credeva che la monarchia sarebbe durata per sempre, ma perse tutto proprio per questo motivo: non ascolto le critiche del popolo.

 

I pasdaran e l’economia iraniana

Uno dei passaggi più importanti nella politica iraniana delle ultime settimane è stato l’annuncio da parte del ministro della Difesa Ali Hatami della richiesta effettuata dalla Guida Khamenei alle organizzazioni militari di “disinvestire dalle attività economiche non correlate”. Tradotto: i pasdaran devono fare un passo indietro rispetto all’economia e pensare prettamente al loro ruolo militare.

In una lettera aperta al giornale riformista Saham News, Mehdi Karroubi, leader insieme a Mir Hossein Mussavi dell’Onda Verde, agli arresti domiciliari dal 2011, ha accusato la Guida Khamenei di aver permesso ai pasdaran di assumere un ruolo predominante in economia e che questo ha “offuscato la reputazione di questo corpo rivoluzionario e l’ha annegato nella corruzione”.

Il conflitto sui sussidi

Per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, il parlamento ha respinto le linee generali di una proposta di budget presentata dal governo. Il piano di Rouhani prevedeva l’aumento del prezzo della benzina del 50% e del diesel del 33%. Ma soprattutto prevedeva un taglio drastico dei sussidi varati a suo tempo da Ahmadinejad: quei 10 dollari al mese che attualmente vengono elargiti a 75 milioni di iraniani, Rouhani voleva destinarli “solo” a 42 milioni di persone. Lo stop del parlamento ha imposto una correzione: i sussidi dovrebbero interessare tra 52 e i 54 milioni di cittadini. Adesso il parlamento discuterà dei dettagli del piano finanziario.

La prima bocciatura sembra sia stata influenzata dalle proteste di piazza del mese precedente.

Evidentemente, più di qualcuno, nelle istituzioni della Repubblica islamica, teme di fare la fine dello scià.

 

 

 

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