Iran, ecco il codice civile

E’ stato presentato a Roma lo scorso 26 giugno il Codice Civile iraniano tradotto in italiano da Raffaele Mauriello, docente presso la Facoltà di Studi Internazionali della Ayatollah Allameh Tabataba’i University di Teheran.

Tradurre il Codice Civile di un Paese, ospite nel nostro attraverso la sede diplomatica e la presenza di una numerosa comunità, corrisponde alla volontà di rendere comprensibile agli operatori del diritto italiano – avvocati, giudici, accademici, studiosi, nonché agli imprenditori, per l’intensificarsi dei rapporti giuridici e commerciali con l’ordinamento iraniano di cui il Codice rappresenta un asse di primaria importanza – quella serie di norme e leggi che regolano la vita sociale di un popolo.

“Conoscere la specificità culturale di un Paese per vincere il pregiudizio verso l’Islam”. Questo alla base del lavoro, espresso dallo stesso Mauriello durante la presentazione del Codice.

L’obiettivo è contrastare qualsiasi forma di fondamentalismo sia da parte dei non-musulmani incorrendo nel frequente errore di identificare l’Islam con organizzazioni terroristiche, sia da parte dei musulmani che non conoscono fino in fondo le proprie tradizioni e diventano facile strumento di propaganda religiosa per fini terroristici.

Superare il pregiudizio di una cultura differente dalla propria è possibile solamente attraverso la conoscenza. La stessa conoscenza messa a disposizione da Mauriello che in maniera generosa ha elaborato un lavoro tanto complesso quanto fondamentale per favorire l’apertura, una nuova apertura, verso la Repubblica Islamica dell’Iran alla vigilia del suo ritorno sulla scena internazionale.

Il Codice Civile iraniano tradotto per la prima volta in lingua italiana, edito da Eurolink e fortemente voluto dall’Istituto Culturale Iraniano in Italia, è stato illustrato presso l’Università Link Campus di Roma alla presenza di Ghorban Ali Pourmarjan, direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran, Vincenzo Scotti, presidente dell’Università Link Campus, Piero Guido Alpa, professore ordinario di diritto civile alla Sapienza di Roma, Mohammad Jali, docente di diritto privato all’Università di Teheran, Massimo Papa, docente di diritto privato comparato dell’Università Tor Vergata di Roma, Guido Sirianni, docente associato di diritto pubblico dell’Università di Perugia, Ortensio Zecchino, presidente del Centro Europeo di studi normanni.

Il Codice di ispirazione religiosa legato alle parole del Corano è strettamente ancorato alle fonti di diritto islamico ed è l’unico codice civile ad osservare i princìpi della scuola giuridica sciita dagli imamiti, uno dei gruppi confessionali legati all’Islam sciita insieme agli ismailiti, zaiditi e alawiti.

L’influenza religiosa non compromette l’attività del sistema giuridico volto a rispondere alle esigenze della comunità, e pertanto prescinde da qualsiasi condizionamento di carattere religioso: “Dio legifera e il Parlamento codifica le leggi”, come precisa Mauriello.

Di ispirazione europea-napoleonica e di natura islamica, a partire dal 1928 il Codice Civile iraniano è stato oggetto di elaborazione messa a punto da diverse Commissioni raccolte per decidere su come procedere alla stesura del testo, tutte insieme espressione della dialettica tra le tendenze conservatrici intenzionate a mantenere l’identità islamica del codice e quelle riformiste aperte al coinvolgimento di consulenti europei, prendendo a prestito i codici degli ordinamenti giuridici di provenienza europea.

Da un lato la volontà di affidare la stesura del Codice Civile interamente alla tradizione del diritto islamico, privandolo di contaminazioni oltre i confini geografici, dall’altro la ricerca di dettagli inclusi negli ordinamenti giuridici del continente europeo e che potessero fornire un valido contributo alla stesura del testo.

In seguito alla Rivoluzione del 1979, molte sono le innovazioni intervenute con lo scopo di adattare il diritto civile ai princìpi cardini della Repubblica islamica, la cui Costituzione all’art. 4 prevede che “tutte le leggi dello Stato debbano essere in conformità con i precetti dell’Islam”.

Il lungo e travagliato processo di codificazione ha generato l’attuale Codice Civile iraniano che consta di 1335 articoli ed è suddiviso in tre Libri.

Il Primo Libro (dei Beni) approvato in maniera eccezionale nella sua interezza il giorno prima dell’abolizione ufficiale delle capitolazioni, l’8 maggio del 1928. La fonte principale è costituita dal diritto sciita imamita armonizzato con testi moderni e diversi codici civili in particolare quello francese.

Il Secondo Libro (delle Persone) e il Terzo (delle Prove nelle Azioni) oltre al diritto sciita imamita subiscono influenze anche del diritto svizzero. Entrambi i Libri  approvati nel 1935.

La tecnica di traduzione adoperata di Mauriello nel riprodurre in lingua italiana un testo legiferato in lingua persiana, ha avuto come riferimento un approccio teorico messo a punto con l’applicazione dell’analisi coranica definita Tafsir al-Qur’an bi-l-Qur’an, ovvero l’interpretazione del Corano attraverso il Corano. E un approccio pratico, che prevede la traduzione letterale di tutti i termini presenti nel testo iniziale.

Nel caso dell’approccio teorico, il cui esponente di riferimento è l’Ayatollah Allameh Tabataba’i, è stato rivolto a decifrare il Codice attraverso il Codice stesso, senza elementi esterni, attenendosi interamente al testo, e avvalorando la traduzione con un glossario allegato al Codice tradotto, nell’intento di agevolare il lettore per la conoscenza delle parole in lingua farsi.

Per quanto concerne l’approccio pratico, con la collaborazione dello studioso Roy Mottahedeh, autore della traduzione dall’arabo di un testo dell’Ayatollah Muhammad Baqir al-Sadr, Lessons in Islamic Jurisprudence, lo studio di Mauriello è stato finalizzato a tradurre tutti i termini creando corrispondenza tra il termine di partenza persiano (arabo) del diritto musulmano e il termine tradotto.

“L’obbiettivo in qualità di traduttore è stato rendere comprensibile nella lingua italiana il Codice Civile iraniano, consegnando una lettura fluida del testo”, come egli stesso dichiara.

Dalla lettura del Codice Civile iraniano emerge chiaramente il ruolo della donna nel contesto disciplinato dal diritto islamico sciita, le cui libertà seppur limitate in alcuni ambiti risultano di ampio respiro in confronto al diritto islamico sunnita.

Il Temporary Marriage (sigheh), il matrimonio a tempo determinato, è un esempio.

Un contratto fissato per un tempo definito in precedenza e che rappresenta uno degli aspetti rilevanti del Codice Civile iraniano e non previsto nella scuola giuridica sunnita.

Essendo il matrimonio un contratto stipulato a tutti gli effetti con clausole che tutelano le parti firmatarie, esso stesso include anche il divorzio o letterlamente ripudio (talaq) nell’attimo in cui uno dei coniugi si sottrae al rispetto delle norme previste.

Una possibilità che rivela espressamente la maggiore libertà della donna nel contestare il coniuge per il mancato rispetto delle regole contratte e nel ricorrere all’art. 1119 del Codice in cui è previsto che la non conformità comportamentale alle clausole inserite nel contratto matrimoniale conferiscono alla moglie, sulla base di una sentenza del tribunale, il ruolo di procuratore [del marito] e con procura dare il divorzio a se stessa.

In caso di divorzio il marito è tenuto a versare il makharej, il donativo nuziale. E l’onerosità della somma insieme a una serie di obblighi a cui sottostare in caso di divorzio, inducono i giovani iraniani della classe media a non contrarre matrimoni, alimentando le convivenze ritenute illegali.

Altro ambito di rilievo è quello che regola le attività commerciali private e delle società, che indubbiamente rappresenta uno strumento fondamentale per regolare le relazioni tra la Repubblica Islamica dell’Iran e le imprese estere finalizzate a sviluppare interessi strategici con il Paese.

Di ispirazione liberale, il Codice regolamenta gli obblighi a cui sono sottoposti i cittadini proprietari di una società o di un’attività commerciale privata, con un notevole margine di tutela per entrambe le realtà, e agevolando l’interesse a favore di terzi (incluse le imprese estere) intenzionati ad investire nella medesima attività.

Il Libro I, Parte II (da pp.23 a pp.66) dedica un’intera sezione sia alla contrattualistica legata alle attività commerciali sia alle norme vigenti che regolano un’identità giuridica di natura commerciale.

Se la legislazione interna favorisce l’attività di mercato, di riflesso il Codice Civile tradotto diventa lo strumento sostanziale per agevolare quelle realtà straniere intenzionate a stringere rapporti commerciali con l’Iran.

La traduzione del Codice Civile iraniano è un’opportunità che apre all’apprendimento di una cultura la cui impalcatura rappresenta un punto definito nell’insieme di dissonanze che caratterizzano il mondo islamico.

Analista di politica internazionale scrive di Vicino e Medio Oriente per Riviste specializzate, blogger, Twitter @margaretgra

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