Iran e Usa: se cambia la narrazione

Prima pagina Kayahm 8 dicembre 2014

Non sappiamo se il dialogo tra Usa e Iran porterà a un accordo definitivo sulla questione nucleare e ristabilirà normali relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Di certo, questo dialogo sta già cambiando qualcosa nel linguaggio e nelle dinamiche di comunicazione all’interno della Repubblica islamica. La retorica rivoluzionaria ha sempre individuato negli Stati Uniti il nemico numero uno contro cui scagliarsi. Marg bar Amrika, “Morte all’America” o più semplicemente “Abbasso l’America”, è lo slogan più noto .

A tavola con il nemico

Cosa succede se però con quel nemico ci si ritrova seduti a un tavolo da oltre un anno? Se i ministri degli Esteri si stringono la mano davanti alle telecamere, cenano insieme, se i presidenti si telefonano e si salutano in persiano? Se la Guida sostiene i negoziati col “Grande Satana”, ha ancora senso la retorica antiamericana? La realpolitik è sempre esistita accanto alla propaganda, questo è innegabile: lo stesso Khomeini accettò di buon grado armi di provenienza israeliana nell’affare Iran-Contras per combattere Saddam Hussein. Però si preoccupò che la cosa rimanesse segreta.

Quel novembre 1979

Pochi lo ricordano, ma l’occupazione dell’ambasciata Usa a Teheran avvenne proprio in seguito all’incontro ad Algeri tra l’allora primo ministro Bazargan , il ministro della Difesa Chamran e quello degli Esteri Yazdi con Zbigniew Brezezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter. Da pochi giorni, lo scià, gravemente malato, era stato accolto negli Usa. Il governo rivoluzionario voleva trovare una soluzione a una situazione imbarazzante: il dittatore appena deposto trovava accoglienza in un Paese che aveva ancora la propria sede diplomatica in Iran. Il ricordo del golpe del 1953 contro Mossadeq era fresco e molti in Iran temevano una imminente controrivoluzione. Bastò appunto la notizia dell’incontro di Algeri perché gli Studenti seguaci dell’Imam (Daneshjouyaan-e Khat-e Emam) dessero fuoco alle polveri.

 La giornata dello studente

Il 7 dicembre in Iran si celebra la Giornata dello studente, in ricordo di quanto accadde nel 1953, quando la polizia dello scià uccise 3 studenti che protestavano contro il ripristino della relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna e l’imminente visita dell’allora vicepresidente degli Usa Richard Nixon.Ogni anno, in tutte le università del Paese, si tengono commemorazioni con la partecipazione di esponenti delle istituzioni. Quest’anno il  presidente Rouhani è intervenuto alla Facoltà di Medicina di Teheran. Il suo discorso non è però piaciuto al quotidiano conservatore Kayhan, considerato molto vicino alla Guida Khamenei. Il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto un editoriale  molto duro, in cui, in sostanza, critica Rouhani per non aver attaccato gli Usa, per non averne denunciato i “crimini storici” e aver così offeso la memoria dei martiri.

Non aver pronunciato parole di condanna per gli Usa, secondo Shariatmadari equivale a

ignorare il sangue di quelli che sono stati martirizzati il 7 dicembre 1953 e disprezzare la presa gloriosa del “nido di spie” [cioè l’occupazione dell’ambasciata Usa nel 1979, NDR].

E ancora:

Marg bar Amrika (Morte all’America) è parte integrante dell’identità di queste due occasioni, che hanno lo scopo di sfidare il governo degli Stati Uniti, come detto dall’Imam Khomeini, e non il popolo americano. (…)

Invece il presidente ha colto l’occasione per lodare la politica estera del suo governo dicendo:’ Oggi tutti sanno che il governo della Repubblica islamica dell’Iran è contro la violenza e l’estremismo’ (…) I commenti del presidente erano destinati a lodare il suo governo, non a ricordare i crimini commessi dagli Stati Uniti. Nel 2001 non ha l’Assemblea Generale votato all’unanimità – Stati Uniti e Israele compresi – per il Dialogo tra le Civiltà, l’iniziativa del signor Khatami? Perché poi il presidente George W. Bush ha inserito l’Iran parte nell’Asse del male?

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