Il voto triste dell’Iran

Tutto, più o meno, come previsto: i conservatori conquistano una maggioranza schiacciante nell’undicesimo parlamento della Repubblica islamica: circa 200 seggi su 290. I riformisti saranno appena 17, indipendenti tutti gli altri. Il Consiglio dei Guardiani aveva già orientato fortemente queste elezioni, bocciando la candidatura di moltissimi candidati riformisti e moderati. Tra loro, anche 75 parlamentari uscenti. Di fatto, in almeno 158 collegi non c’era alcuna vera competizione, dato che non c’erano candidati riformisti. A Teheran, dove si assegnano ben 30 seggi, i conservatori hanno fatto il pieno dei voti, anche perché i candidati riformisti ammessi erano pochissimi. Ribaltato quindi il risultato del 2016, quando la coalizione moderato-riformista aveva fatto il pieno dei seggi nella capitale. Come ha sottolineato un amico iraniano, queste sono state “elezioni tristi”, perché assolutamente prive di qualsiasi entusiasmo.

Un risultato scontato

Ai conservatori vanno almeno 221 seggi su 290; 34 seggi sono stati assegnati a candidati indipendenti, mentre i riformisti si fermano a 16 seggi, minimo storico. A parte i 5 seggi assegnati alle minoranze religiose (due agli armeni, uno ciascuno a ebrei, zoroastriani, più un seggio condiviso per assiri e caldei), rimangono da assegnare ancora 14 seggi al ballottaggio del 17 aprile.

Andrebbe però esaminato il risultato nel dettaglio, perché i conservatori non sono affatto un blocco monolitico, ma si sono anzi affrontati in una competizione piuttosto serrata. Qualcuno ha comunque ottenuto un successo innegabile: primo degli eletti con oltre un milione di voti l’ex sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf (parlammo di lui nel 2016), probabile prossimo speaker del Parlamento. Con queste percentuali, i conservatori si accingono a dominare la scena politica e si preparano per le presidenziali del 2021. Sarà la volta buona per Qalibaf? Sono più di dieci anni che si parla di lui come di un possibile nuovo leader conservatore, ma finora ha sempre mancato le occasioni. Nel 2009 non si presentò per non sfidare Ahmadinejad, nel 2013 venne nettamente sconfitto da Rouhani e nel 2017 si ritirò in favore di Raisi che venne comunque sconfitto dall’attuale presidente. Difficile azzardare previsioni a lungo termine, perché l’anno appena iniziato sta ponendo l’Iran di fronte a sfide sempre più impegnativi, dagli esiti quanto mai imprevedibili.

Riepilogo elezioni 2020. Fonte: Ministero degli Interni Iran

Affluenza mai così bassa

Secondo il ministro degli Interni, l’affluenza è stata del 42,57 per cento a livello nazionale e del 26,2 per cento a Teheran. Un record negativo, inferiore persino a quello delle legislative del 2004, quando si votò in un’atmosfera per molti versi simile a quella attuale. Allora gli iraniani erano delusi dalle promesse non realizzate dal presidente riformista Khatami e il presidente Usa George W. Bush aveva respinto le aperture di Teheran includendo Teheran nell’Asse del Male insieme a Iraq e Corea del Nord. L’anno successivo, alla presidenziali si sarebbe affermato a sorpresa il conservatore Mahmoud Ahmadinejad.

Un’affluenza così bassa non è dato trascurabile. È vero che in diverse democrazie occidentali si riscontrano spesso percentuali simili, ma nella Repubblica islamica la partecipazione è un elemento indispensabile per le legittimazione del sistema.

L’affluenza alle elezioni parlamentati in Iran dal 1980. Fonte: Iran Primer

Nelle tante analisi e cronache dall’Iran e sull’Iran, non si sottolinea quasi mai un aspetto importante: in Iran non si votano liste, ma candidati. Ed è anche possibile dare più preferenze a candidati che appartengono a schieramenti diversi. Questo perché il sistema non contempla un sistema partitico come lo intendiamo, ad esempio, in Italia. I partiti politici iraniani sono molto più simili a comitati elettorali e il passaggio da uno schieramento all’altro è molto frequente.

Una mappa per orientarsi tra gli schieramenti politici iraniani. Fonte: Tiziana Corda bit.ly/36LwCVk

Il Corona Virus in Iran

Alla vigilia del voto si è aperta l’emergenza per i primi casi di Corona Virus riscontrati nella città di Qom. Nel giro di un paio di giorni, il numero dei contagiati è cresciuto in modo molto rapido. Mentre scriviamo, si registrano 43 contagiati e 8 morti. Il virus sarebbe arrivato in Iran tramite un uomo d’affari di ritorno dalla Cina. L’improvviso insorgere dei casi ha suscitato polemiche: c’è stata trasparenza da parte delle autorità? E perché non sono state rinviate le elezioni quando l’allarme è scattato? Da ambienti conservatori, si accusano invece i media stranieri di aver fomentato la paura degli iraniani per spingerli a disertare le urne.

Al contrario di altri Paesi, l’Iran non ha chiuso i collegamenti con la Cina, partner prezioso in un momento di grande isolamento internazionale. Soprattutto, nell’immediatezza dell’annuncio dei primi casi, le autorità iraniane sono accusate di scarsa trasparenza. Un altro episodio che mina il rapporto tra Stato e cittadini iraniani, dopo la repressione delle proteste dello scorso novembre e l‘abbattimento dell’aereo ucraino a gennaio, il tutto in un quadro complessivo di crisi economica e tensioni con gli Usa.

Archiviate le elezioni, l’Iran si appresta ad affrontare una nuova emergenza. L’ennesima.

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