Il cliente

Le conseguenze del cinema iraniano. Dopo aver visto Forushandeh, Il cliente, (ma in originale il titolo vuol dire “Venditore”) ultimo film del Premio Oscar 2012 Asghar Farhadi, ho sentito la necessità di leggere Morte di un commesso viaggiatore, il dramma più famoso di Arthur Miller. Sì, lo so che è un grande classico e quindi dovrei dire di “averlo riletto”, ma il punto è proprio questo: un film iraniano mi ha “costretto” a scoprire un classico della cultura americana/occidentale contemporanea.

Non è una novità, per chi conosce la cultura iraniana o anche solo il suo cinema. Ma è un punto di partenza, perché la lettura di Miller mi ha aiutato ad avvicinarmi al senso ultimo del film, sempre a patto che sia importante arrivarci a quel senso.

Breve digressione non causale

Non andiamo con ordine, ma partiamo dalla scena iniziale del film. In una Teheran invernale, un palazzo viene sgomberato in fretta e furia perché sta per crollare. E qui mi è venuta subito in mente la scena conclusiva del pilot della prima (e a quanto pare, ahinoi, unica) stagione di Vinyl, grandiosa serie TV della statunitense HBO ambientata nella New York del 1973. Lì il protagonista Richie Finestra viene travolto dal crollo dello stabile in cui sta assistendo al concerto dei New York Dolls e prende la decisione che dà il via alla narrazione della serie. Qui il crollo non avviene ma costringe una giovane coppia, Rana ed Emad, a cercare una nuova casa.

Sono entrambi attori di teatro, impegnati nella messa in scena, appunto, di Morte di un commesso viaggiatore. Grazie a un altro membro della compagnia (il “nostro”  – in quanto italiano d’adozione – Babak Karimi, uno dei più versatili attori iraniani contemporanei) trovano un altro appartamento, appena liberato da una misteriosa inquilina.

Una scenda del film
Una scena del film

E qui accade il fattaccio. Perché nell’appartamento in questione Rana subisce un’aggressione destinata a sconvolgere la sua vita e quella di Emad. Come in altri film, Farhadi ti illude facendoti vedere i binari di una trama tutta in rettilineo, salvo imporre un paio di sterzate quando meno te lo aspetti. Non voglio rivelare troppo, ma il film riserva almeno un paio di sorprese nell’ultima parte, la più drammatica.

Emad insegna al liceo e di sera recita, insieme a Rana, in una compagnia teatrale, alle prese, per l’appunto, con Morte di un commesso viaggiatore. E’ in questa alternanza tra realtà e finzione che Farhadi gioca la sua partita. Tra le righe dei dialoghi dei protagonisti c’è il confronto con la censura (i testi da ritoccare, il ridicolo di recitare vestiti fingendo di essere nudi, ..) e più in generale la difficoltà – comune a tutti gli artisti del mondo – di conciliare l’arte con la vita quotidiana.

La vacca

C’è una scena che merita forse un approfondimento. Emad fa vedere ai suoi studenti il film Gâv (La vacca) di Dâriyush Mehrju’i, un grande classico del cinema iraniano, premiato a suo tempo con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970. Il film narra la storia Hassan, contadino povero di un paesino sperduto, la cui unica proprietà è una vacca. Durante una sua breve assenza, la vacca muore. Gli altri abitanti del villaggio, temendo la reazione di Hassan, gli raccontano che la vacca è fuggita. Sfiancato dalla ricerca e dall’attesa, Hassan impazzisce e comincia a comportarsi come fosse lui stesso una vacca. Fino a morire.

La ricerca della dignità

Cosa c’entra Gav con la storia di Forushandeh e con Morte di un commesso viaggiatore ? Sono tutte storie  i cui protagonisti sono animati da una furiosa ricerca di riscatto per la dignità. Come il commesso viaggiatore di Miller cerca la sua dignità esistenziale attraverso il successo economico, come il povero Hassan finisce con l’identificarsi con il suo unico mezzo di sostentamento, così Emad cerca un colpevole non per un reale bisogno di giustizia ma per cancellare una ferita che sente probabilmente soprattutto come un’offesa alla propria dignità.

Archiviata la trasferta parigina – poco felice – del Passato, Farhadi ritorna a un’ambientazione iraniana con un passo più maturo, forse più consapevole. Anche in altri film c’erano influenze della letteratura e del cinema europeo (basti mettere a confronto About Elly con Avventura di Michelangelo Antonioni, per fare un solo esempio), ma stavolta è tutto più esplicito e più dichiarato.

I premi ottenuti a Cannes (per la migliore sceneggiatura a Farhadi stesso e a Shahab Hosseini come migliore attore), sono la prova di un salto di qualità definitivo di un’intera generazione. E’ grande cinema, stop.

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