E accordo fu

E’ stata un’attesa lunghissima, ma alla fine l’accordo è arrivato. Ed è giusto definirlo storico, perché chiude innanzitutto una querelle durata tredici anni e – soprattutto – pone le basi per un nuovo ruolo dell’Iran nello scenario internazionale.

Ad aprile si era arrivati a un primo accordo quadro, ma alcune delicatissimi questioni – soprattutto ispezioni ai siti e tempistica della rimozione delle sanzioni – hanno rischiato di far saltare il tavolo. Anche se, arrivati a questo punto, un nulla di fatto sarebbe stata una sconfitta pesantissima per tutti gli attori in gioco. Talmente pesante che per evitarla i colloqui sono andati ben oltre la scadenza del 30 giugno e per 48 ore l’annuncio dell’accordo è stato rimandato di continuo.

I punti dell’accordo

  • La Ue “terminerà” e gli Usa “cesseranno” le sanzioni connesse al nucleare “contestualmente all’attuazione, verificata dall’Aiea, dei principali impegni dell’Iran”. Non più “sospensione” ma fine delle sanzioni, come voleva Teheran.
  • Sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare l’accordo.
  • L’Iran accetta che le sanzioni siano ripristinate in 65 giorni, nel caso in cui l’accordo fosse violato.
  • L’arricchimento dell’uranio proseguirà soltanto nell’impianto di Natanz.  L’Iran ridurrà le centrifughe da 19 mila a 6.014, tutte di prima generazione, con solo 5.060 attive per 10 anni. Per 15 anni arricchirà l’uranio solo fino al 3,75% (a fini energetici, medici e di ricerca) riducendo le sue riserve a basso livello di arricchimento – ma potenzialmente trasformabili fino a quel 90% necessario per uso militare – da 10 tonnellate a 300 kg. Lo scopo è impedire all’Iran di produrre un’arma atomica in meno di un anno (‘breakout timeline’).
  • Il sito sotterraneo di Fordow sarà trasformato in centro di ricerca: non vi potrà essere materiale fissile per 15 anni.
  • Le attività di ricerca e sviluppo saranno limitate per almeno 10 anni.
  • Il reattore di Arak per la produzione di plutonio sarà riconvertito.
  • Le ispezioni non saranno automatiche. Gli ispettori ONU dovranno comunque chiedere il permesso alle autorità iraniane.
  • L’embargo dell’ONU all’acquisto di armi da parte di Teheran resta in vigore 5 anni, mentre le sanzioni che vietano la vendita di missili, altri 8 anni.
  • Restano in vigore le sanzioni americane per le accuse all’Iran di terrorismo (leggasi sostegno all’Hezbollah libanese), i diritti umani e i missili balistici.

 

Obama e dopo Obama

Obama si è affrettato a sottolineare che questo accordo si basa sul controllo e non sulla fiducia. Un po’ come vestire i panni del gendarme cattivo dopo aver accettato il dialogo alla pari. In un certo senso, l’esatto opposto del discorso di Rouhani, che nel suo messaggio alla nazione, ha sottolineato come questo accordo sia figlio del rispetto reciproco e segni la fine della politica della coercizione e della prepotenza. Quello di Obama sembra più un contentino concesso alle voci di dubbio o di dissenso che da si levano dagli Usa e da Israele.

In molti hanno messo in dubbio l’effettiva validità di un accordo che potrebbe essere oggetto di revisioni da parte del Congresso che – in virtù del “ritardo” dell’accordo – avrà 60 giorni per eventuali (e assai probabili) proposte di revisione. Il presidente Usa ha già annunciato che userà il potere di veto per fermare eventuali “sabotaggi”. Forse l’accordo sarà più debole politicamente, in questo modo, ma avrà una strada segnata. Per porre fine alle sanzioni, Obama userà con ogni probabilità la forma dell’ executive agreement, un accordo esecutivo tra Presidente Usa e omologo straniero che non ha bisogno della ratifica del Senato. Ma oltre a questi aspetti tecnici, va tenuto conto che dietro l’iniziativa diplomatica del presidente, si muove una rete di interessi che non svanirà con la fine del mandato di Obama e che anzi proprio da adesso rafforzerà la propria influenza su Congresso, Senato e candidati presidenziali. La “pace” con l’Iran non è l’idea estemporanea di un presidente: piuttosto, Obama è stato il portatore di una linea – politica, economica, culturale – che seceglie per ilMedio Oriente una linea di continemento, di gestione delle crisi. Quanto di più lontano dallo spirito messianico con cui Bush junior pretendeva di redimere il mondo.

 

Perde Natanyahu, non Israele

E’ un errore, non solo una forzatura, sostenere che Israele esce sconfitto da questo accordo. Il suo primo ministro usa da anni l’Iran come spauracchio da agitare in ogni momento di difficoltà. A costo di essere ripetitivo, trovo quasi ridicolo che un Paese con 300 testate nucleari si possa sentire minacciato da un altro Paese che non ne ha nemmeno una. Ma è stato il leit motiv degli ultimi tredici anni e probabilmente sentiremo ancora piagnistei in questo senso, anche in Italia. E pensare che invece i vertici del Mossad sono da almeno due anni favorevoli a un accordo. Appena pochi mesi fa, il capo del Mossad Tamir Pardo aveva esortato il Congresso Usa a non approvare nuove sanzioni contro l’Iran, perché sarebbe stato come “gettare una granata sul negoziato”.

Forse questo accordo è il preludio a nuove collaborazioni regionali tra Usa e Iran: innanzitutto in chiave anti Isis. Sicuramente, dopo questo accordo, non sarà più possibile per nessuno demonizzare l’Iran raffigurandolo come un attore irrazionale.

 

Vince Rouhani, vincono gli iraniani

A meno di due anni dal suo insediamento, Rouhani centra l’obiettivo del suo mandato. Aveva chiesto il voto per questo, portando in dote la sua esperienza di negoziatore ai tempi di Khatami. Ha scelto come ministro degli Esteri una figura brillante e tenace come Javad Zarif, probabile prossimo premio Nobel per la Pace con John Kerry. Ora il presidente iraniano può spendere questo successo internamente. La Guida Khameni – seppure con delle riserve – ha appoggiato il suo operato e ora si trova a gestire una fase nuova per la Repubblica islamica. Da stato canaglia, l’Iran può rientrare a pieno titolo nei circuiti economici internazionali. Appena poche settimane fa Rouhani aveva dichiarato che l’obiettivo del suo governo era “arricchire sia l’uranio sia le tasche della gente”. A febbraio 2016 si vota sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti. Forte di questo successo storico e delle nuove prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi, il fronte moderato-riformista  può puntare a una maggioranza nel majles che darebbe maggiore solidità all’esecutivo. Con lo sguardo lungo rivolto all’Assemblea degli Esperti, l’organo preposto alla scelta della futura Guida.

Si tratta di ipotesi: la certezza è che questo nuovo corso della storia iraniana è stato deciso con un voto popolare, il 14 giugno 2013. Poco più di due anni fa, un’altra era politica.

 

 

14 luglio 2015, mia intervista per Radio Onda d’Urto su accordo nucleare:

http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2015/07/iran-accordo-sacchetti.mp3

 

La conferenza stampa finale
La conferenza stampa finale

 

 

https://twitter.com/khamenei_ir/status/621016835442483201/photo/1

 

 

 

 

 

 

 

ACCORDO NUCLEARE TESTO INTEGRALE (IN INGLESE)

 

 

 

Iran Deal Text

 

 

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