Il curioso caso di Hamid Aboutalebi

Hamid Aboutalebi

Dopo 35 anni la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran continua a rappresentare un ostacolo per la normalizzazione dei rapporti tra Iran e Stati Uniti.

L’Iran ha infatti nominato ambasciatore alle Nazioni Unite Hamid Aboutalebi, classe 1957, consigliere del presidente Hassan Rouhani, diplomatico di lungo corso, già ambasciatore in Italia (1988-1992), Australia, Belgio e Unione europea.

Aboutalebi ha conseguito un dottorato in sociologia presso una università cattolica in Belgio, parla perfettamente inglese e francese, sembra possedere tutti i requisiti necessari a un ruolo importante come quello di ambasciatore all’Onu.

Il problema è che l’ONU ha sede a New York e Aboutalebi ha partecipato – in modo marginale – al sequestro degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran nel 1979.

Non era parte del gruppo che penetrò nell’ambasciata e prese in ostaggio i funzionari, ma fece da interprete in alcune occasioni, proprio in virtù della sua conoscenza dell’inglese.

In un’intervista rilasciata in Iran a metà marzo , Aboutalebi ha ammesso di aver fatto da interprete per il rappresentante speciale del Vaticano che visitò l’ambasciata durante la crisi e di aver partecipato – sempre come interprete – alla conferenza stampa che si svolse due settimane dopo l’inizio della crisi nella quale i sequestratori annunciarono la liberazione di 13 ostaggi. Aboutalebi ha sottolineato che la sua partecipazione a quegli eventi era mossa esclusivamente da “motivazioni umanitarie”.

 

Gli Usa negano il visto

Queste spiegazioni non sono però bastate agli Stati Uniti, che hanno negato il visto di ingresso ad Aboulatebi. La ferita di quei 444 giorni è ancora ben viva nell’opinione pubblica Usa ed è facile per i politici contrari alla distensione con Teheran, fare leva sull’orgoglio nazionale.

Teheran, dal canto suo, si rifiuta di nominare un altro ambasciatore, sottolineando il fatto che in passato Aboutalebi si è recato senza problemi alla sede dell’ONU di New York.

Le proteste iraniane

In una lettera al Comitato delle Nazioni Unite per le relazioni con il Paese ospitante, la missione permanente dell’Iran ha chiesto una riunione speciale per affrontare la questione, sottolineando come la mossa di Washington sia contro le leggi internazionali. Il diretto interessato ha nel frattempo aperto un account Twitter e nel suo finora unico cinguettio ha accusato (in persiano) gli Usa di voler “creare un nuovo predente legale” e di “mettere sotto i piedi le leggi internazionali”.

 

Studenti prima, riformisti poi

L’aspetto curioso di tutta questa vicenda è che la maggior parte degli Studenti Islamici Seguaci della linea dell’Imam, il gruppo che occupò l’ambasciata e tenne in ostaggio i 52 funzionari per 444 giorni, sono oggi politicamente classificabili come “riformisti”, pronti al dialogo e all’apertura verso l’Occidente. L’esempio più noto è quello di Massoumeh Ebtekar, all’epoca portavoce degli occupanti, ribattezzata dai media Usa “sister Mary”, “sorella Maria”, per il chador nero con cui appariva sempre davanti alle telecamere. Oggi la Ebtekar è vicepresidente di Rouhani e guida l’Agenzia per la protezione ambientale.

“La storia non è poi la devastante ruspa che si dice”, diceva Eugenio Montale.

 

 

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

Lascia un commento

*

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.