Chi ha vinto le elezioni?

Piccolo pensiero cattivo: il forte sospetto è che per almeno due giorni molti “osservatori” (italiani e no, ma comunque non iraniani) hanno commentato le elezioni iraniane senza conoscere la legge elettorale. Solo così si può spiegare la grande confusione sull’esito della doppia (Parlamento e Assemblea degli Esperti) tornata elettorale. L’affluenza sarebbe stata alta (tra il 58% e il 62%) ma non altissima, se consideriamo che alle presidenziali del 2013 aveva votato oltre il 70% degli aventi diritto. Altro elemento fuorviante: l’aggettivo “riformista” imposto d’ufficio dai media occidentali alla coalizione pro Rouhani.

Quali riformisti?

Rouhani, lo ricordiamo per l’ennesima volta, non è un riformista ma un conservatore pragmatico, un moderato. Il suo governo è retto da una coalizione piuttosto eterogenea, così come la “Lista della speranza”, capeggiata sì da un vero riformista come Aref, a suo tempo vicepresidente di Khatami, ma al cui interno ha trovato spazio un autentico conservatore come Motahari, favorevole a Rouhani e all’accordo sul nucleare, ma assolutamente intransigente su altri temi, quali le politiche culturali o il controllo dell’abbigliamento delle donne. I veri riformisti hanno trovato pochissimo spazio in queste elezioni, cassati quasi in blocco dal Consiglio dei Guardiani.

C’è poi un altro aspetto da considerare. I partiti politici in Iran sono identità fluide, simili più a comitati elettorali che ad apparati ideologici. E’ molto importante la figura del singolo candidato, che cura e rappresenta il proprio elettorato e che, una volta eletto, agisce indipendentemente da ordini di scuderia. Si spiega così anche il successo dei cosiddetti indipendenti, soprattutto nelle province più remote. Lo speaker del parlamento uscente, Ali Larijani, ha tutta una storia politica da conservatore e in passato è stato anche molto vicino all’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, salvo poi allontanarsi e divenire un suo grande rivale. Larijani ha giocato un ruolo fondamentale all’indomani dell’accordo sul nucleare, quando il governo di Rouhani aveva assolutamente bisogno che il parlamento ratificasse l’intesa raggiunta col gruppo 5+1 il 14 luglio 2015. Il fronte conservatore ha tentato fino all’ultimo di convincere Larijani a rintrare “alla base” e di candidarsi con loro. Ma lui è sceso in campo come indipendente  nel collegio di Qom, deciso comunque ad appoggiare poi in parlamento il presidente in carica.

Premesso questo, chi ha vinto le elezioni?

Teheran non è l’Iran

La lista pro Rouhani ha stravinto a Teheran, conquistando tutti e 30 i seggi in palio. Un autentico trionfo, su questo non c’è dubbio. Il più votato è stato proprio il già citato Aref, mentre Haddad Adel, capolista della lista dei principalisti (osulgarayan) e strettissimo collaboratore della Guida Khamenei, non è stato nemmeno eletto. Un risultato clamoroso, determinato anche da un’affluenza massiccia. Teheran conta moltissimo negli equilibri politici ed economici del Paese, ma l’Iran contiene anche altre realtà diversissime. E’ perciò un errore concentrare le attenzioni e le analisi solo su quanto accade nella megalopoli.

I seggi in parlamento

I risultati del primo turno sono i seguenti: i principalisti (conservatori) hanno 64 seggi; i moderati (pro Rouhani) 80; gli indipendenti 73, mentre 69 seggi saranno assegnati col ballottaggio il 29 aprile. Ricordiamo  che 5 seggi sono assegnati alle minoranze religiose.

risultati majles

I conservatori mantengono la maggioranza in parlamento, ma la loro leadership esce ammaccata, sia nel confronto sul majles sia in quello per l’Assemblea degli Esperti.

Un elemento di novità: le donne  nel majles saranno almeno 15, altre 5 andranno al ballottaggio. Si tratta del record di presenze dal 1979.

Altro elemento non banale: per la prima volta da quando sono agli arresti domiciliari (febbraio 2011) Mousavi e Karroubi – candidati alle elezioni 2009 e leader della cosiddetta “Onda Verde” – hanno votato, grazie a un “seggio mobile”. La notizia è stata confermata dal ministero degli Interni. Il gesto potrebbe essere interpretato come un primo passo verso una loro “riabilitazione” politica. Staremo a vedere.

Di sicuro, una maggiore collaborazione tra presidente e parlamento porterà a un “grande centro” su cui si baserà l’equilibrio politico iraniano fino alle presidenziali del 2017.

Assemblea degli Esperti

Qui si giocava forse la partita più importante e qui Rouhani ha ottenuto il risultato migliore. O, meglio, lo ha ottenuto Rafsanjani, che ha ottenuto 52 seggi su 88. Perché pur non avendo la maggioranza, ha imposto una seria battuta d’arresto all’asse ultraconservatore, formato da Yazdi, Jannati e Mesbah Yazdi. A Teheran, 15 seggi su 16 sono andati alla lista moderata-riformista. Non sono stati eletti né Yazdi né Mesbah Yazdi. L’89enne Jannati ce l’ha fatta per il rotto della cuffia.

assemblea esperti

Pasdaran=conservatori?

Altro abbaglio piuttosto frequente. La politica iraniana non è, come la dipingono i media occidentali, divisa tra bravi riformisti e conservatori cattivoni. E persino i “famigerati” pasdaran non sono un blocco monolitico, a difesa sempre e comunque dei conservatori. Una riprova? Il leggendario Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, ha pubblicamente dichiarato il proprio sostegno al già citato Ali Larijani, e quindi, indirettamente, a Rouhani. A urne chiuse e a spoglio già avviato, i pasdaran si sono pubblicamente congratulati col popolo iraniano per aver eletto un parlamento

di veri rivoluzionari, fedeli al principio della velayat-e faqih (il ruolo cioè della Guida).

Le reazioni

Tutte positive, a prima vista. La Guida, il presidente e l’intramontabile Rafsanjani hanno tutti espresso soddisfazione per la partecipazione al voto. La Guida ha sottolineato la fiducia nel sistema politico dimostrata attraverso la partecipazione alle elezioni. Nei mesi passati, aveva più volte rimarcato l’importanza di queste elezioni e adesso incassa un indubbio successo.

 

Rafsanjani, in un tweet, ha anche invitato tutti ad accettare l’esito del voto. Un richiamo non banale, quando lo spoglio era ancora in corso.

Un post su Instagram lo ritrae di spalle mentre osserva Teheran. Sui social si è scatenata l’ironia di tante iraniani che vedono nel vecchio kuseh (lo squalo), un eterno boss della politica, vero artefice di tanti trasformismi e svolte della storia della Repubblica islamica.

In conclusione, possiamo affermare che, se posto come un referendum su Rouhani, il presidente incarica lo ha vinto. La fiducia al suo operato è stata nettamente più grande a Teheran, mentre in altri circoscrizioni – da Qom a Mashad e anche a Esfahan – gli elettori hanno premiato chi questo governo lo ha criticato. Ma alla fine, il nuovo parlamento sarà comunque più collaborativo con l’esecutivo, tenderà cioè a convergere al centro. Nella prospettiva più lunga, è significativo quanto accaduto nell’Assemblea degli Esperti, dove sono stati fuori degli autentici pezzi da novanta.

Ha vinto Rouhani, forse ha vinto soprattutto Rafsanjani. Nulla di veramente nuovo, sotto il sole, dunque. Volendo fare una battuta, il vero paradosso per una Repubblica islamica è dover accettare di morire democristiani..

Ma sicuramente le prospettive politiche del Paese cambiano dopo questo voto. E l’anno prossimo, si rivota per le presidenziali.

Più in generale, possiamo affermare che ha vinto l’Iran, inteso come sistema politico. Con buona pace di tanti sepolcri imbiancati, alla fine, ancora una volta, la Repubblica islamica, con tutti suoi limiti, ha ottenuto quella partecipazione al processo politico indispensabile alla sua stessa esistenza.

Da questa considerazione dovremmo ripartire ogni volta che nei prossimi mesi e anni avremo a che fare con questo Paese.

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