Cosa vuol dire Diruz

Diruz in persiano vuol dire “ieri”.  Per un blog di informazione potrebbe sembrare una contraddizione: perché non parlare piuttosto dell’oggi o del domani?

Semplicemente perché sull’oggi si strilla troppo e sul domani si azzardano spesso previsioni sbagliate, dettate dalla malafede o dal sensazionalismo.

A noi piace parlare di Iran con calma, sulla base di quello che conosciamo, attraverso la nostra esperienza diretta, i nostri studi e il contributo di amici.

Sviluppato su piattaforma wordpress, Diruz nasce da una costola de Il cassetto – L’informazione che rimane (www.ilcassetto.it ) , rivista on line fondata e diretta da Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore appassionato di Iran.

Il nuovo blog contiene una mappa del potere iraniano, il testo integrale della Costituzione della Repubblica islamica e una serie di schede e mappe sulla composizione etnica, linguistica e religiosa del Paese.

Oltre a questa parte fissa, il blog è articolato in 6 rubriche: analisi, cultura, protagonisti, storia, reportage e cucina.

Si comincia con le prime 3 puntate del reportage di Sacchetti (da poco rientrato da Teheran), un ritratto del primo premier della Repubblica islamica Mehdi Bazargan, un’analisi degli ultimi sviluppi della querelle nucleare, una guida alle imminenti elezioni parlamentari e la prima di una serie di ricette di piatti tipici.

Diruz punta a sfruttare al massimo i social media e a coinvolgere il più possibile i lettori nel tentativo di offrire un punto di vista non fazioso sull’Iran.

Buona lettura.

Quella rivoluzione

L’1 febbraio 1979 Ruhollah Khomeini rientra in Iran dopo un esilio di quindici anni. Lo scià Reza Pahlevi è scappato il 27 gennaio, sulla spinta delle manifestazioni antigovernative. Nel cimitero di Beheshte Zahra, poco fuori Teheran, Khomeini arringa una folla di sei milioni di persone: ”Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità!”.

 

Il pensiero politico di Khomeini

Quando Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), compie una rottura clamorosa con la tradizione sciita. All’inizio degli anni settanta Khomeini tiene diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato “La tutela del giureconsulto: il governo islamico”.

 

Dal VII al XVI secolo gli sciiti avevano rifiutato l’autorità delle dinastie ereditarie e accettato soltanto quella degli Imam. Nel 1501, tuttavia, con la dinastia dei Safavidi lo sciismo diventa la religione di stato dell’Iran e il clero riconosce l’autorità degli scià.

 

Khomeini dichiara invece incompatibili Islam e monarchia ed esorta i religiosi a impegnarsi nella lotta politica contro lo scià, “empio e corrotto”. Si paragona addirittura a Mosè che lotta contro i faraoni e all’Imam Hussein che combatte chi ha usurpato il titolo di califfo a suo padre Ali. Per Khomeini l’unico governo legittimo è quello dei giuristi religiosi, uomini virtuosi a cui spetta guidare le sorti del Paese.

 

Nella visione khomeinista lo sciismo diventa così un’ideologia terzomondista, che individua i suoi nemici principali nei governi occidentali e nella monarchia iraniana. Un’ideologia che si serve di concetti tipici del marxismo per catturare il consenso degli iraniani degli strati sociali più bassi.

 

Sarebbe perciò un errore definire il regime di Teheran “fondamentalista”, perché Khomeini non ha mai proposto una rilettura rigida del Corano. Persino le misure restrittive della libertà della donna (le più note e odiose), non si ispirano alle sacre scritture, ma a tradizioni posteriori.

 

La costituzione iraniana

La Costituzione iraniana del 1979 riprende la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) di Montesquieu e prevede una repubblica presidenziale, simile, sulla carta, a quella della Quinta repubblica francese.

 

Con alcune sostanziali differenze. Il presidente della repubblica viene eletto a suffragio universale ogni quattro anni. Nomina lui i ministri e guida l’esecutivo.

 

La prima carica dello Stato non è il presidente ma la Guida della rivoluzione (faqih), designata (ed eventualmente destituita) da un’Assemblea degli esperti (ayatollah) eletta a suffragio universale diretto ogni otto anni. Questo organismo è dal 1979 appannaggio dei conservatori.

 

Altrettanto importante è il Consiglio dei guardiani della costituzione, composto da dodici membri. E’ l’organo che controlla la conformità delle leggi con l’Islam, ne verifica la costituzionalità e ammette i candidati alle elezioni

 

Al parlamento (Majilis) spetta il potere legislativo. I 270 membri sono eletti a suffragio universale dai cittadini di età superiore ai 16 anni per un periodo di quattro anni. I deputati hanno la facoltà di chiedere le dimissioni del presidente esprimendo un voto di sfiducia. Le leggi approvate dal Majlis devono essere confermate dal Consiglio dei guardiani. La costituzione tutela esplicitamente la rappresentanza delle minoranze religiose (cattolici, ebrei e zoroastriani), riservando loro un numero minimo di seggi in parlamento.

 

Il più alto tribunale in Iran è la Corte suprema, il cui presidente viene nominato dalla Guida della Rivoluzione. Nel 1982 sono stati introdotti i tribunali rivoluzionari islamici e i codici conformi alla legge islamica (shariah).

 

L’Iran è diviso in 24 province (Ostan) suddivise in 195 contee e 500 distretti, a loro volta ripartiti in villaggi e municipalità. Ogni municipalità elegge il proprio sindaco.

 

Lo stesso Rafsanjani, presidente dal 1989 al 1997, ha osservato: “Quando mai nella storia dell’Islam si è visto un parlamento, un presidente, un primo ministro e un governo? In realtà l’80 per cento di quello che facciamo non ha precedenti nella storia dell’Islam”.

 

I soliti sospetti

A prima vista sembra quasi la trama di un telefilm made in Usa. Agenti dell’FBI che intercettano un irano-americano che sta organizzando niente meno che l’omicidio dell’ambasciatore saudita a Washington. Il complotto è stato sventato grazie all’arresto di Mansoor Arbabsiar, 56 anni, residente nella città di Corpus Christi, in Texas.

Il maldestro Arbabsiar avrebbe cercato di commissionare l’omicidio dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita e quello che lui credeva fosse un narcotrafficante messicano del gruppo degli Zetas, proponendogli un compenso di un milione e mezzo di dollari e anticipando a luglio 100mila dollari d’acconto. Tramite due bonifici bancari. L’irano-americano avrebbe agito seguendo le direttive di con Gholam Shakuri, un membro dell’Armata Qods, l’unità speciale dei pasdaran per le azioni clandestine.

In realtà, il presunto narcotrafficante era un agente della DEA (l’antidroga Usa), lestissimo a informare l’FBI e a far arrestare l’incauto Arbabsiar. Il ministro della Giustizia Usa Eric Holderha poi svelato alla stampa che il piano prevedeva anche attacchi contro le ambasciate israeliane e saudite a Washington e Buenos Aires.

E così, in 24 ore, è scoppiato il caos. Il Dipartimento di Stato Usa ha lanciato un ”allarme mondiale” di terrorismo, invitando alla prudenza diplomatici e viaggiatori americani. Questo complotto “può essere il segnale del fatto che le autorità iraniane si stiano focalizzando in modo più aggressivo su attività terroristiche contro i diplomatici di alcuni paesi e anche contro gli Stati Uniti”.

In un’intervista televisiva, vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha spiegato che l’amministrazione Obama punta a creare una muova campagna mondiale per isolare l’Iran.

Il principe saudita Turki al Faisal ha dichiarato che qualcuno in Iran dovrà pagare per il presunto complotto.

Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano all’Onu Mohammad Khazaee, ha scritto una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon dai toni inequivocabili: “L’Iran condanna in modo categorico questa vergognosa asserzione delle autorità statunitensi e deplora ciò come un complotto diabolico in linea con la loro politica anti-iraniana per distogliere l’attenzione dai loro problemi sociali ed economici.

A parte i metodi dilettanteschi di questi presunti cospiratori (un complotto addirittura “tracciabile” attraverso i bonifici), è spontaneo chiedersi quali interessi abbia l’Iran a uccidere l’ambasciatore saudita, oltretutto su suolo americano. In più di 30 anni le operazioni dell’Armata Qods all’estero sono state sempre contro dissidenti iraniani, mai contro diplomatici di altri Paesi. Una costante della politica estera iraniana è la ricerca della propria sicurezza. L’uccisione dell’ambasciatore saudita (ma perché poi negli Usa e non in Egitto o in altri Paesi del Medio Oriente?) porterebbe a un rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Riyad in chiave anti iraniana. E lo si vede già dalle reazioni di queste ore. Con l’alleata Siria nel caos, le frizioni con la Turchia, le tensioni nei Paesi del Golfo Persico (Bahrein, soprattutto) e le irrisolte crisi in Afghanistan e Iraq, Teheran non si può certo permettere un simile suicidio geopolitico.

Proviamo a ribaltare questo ragionamento: proprio perché si è creata una situazione simile, l’Iran è più debole e quindi più facilmente attaccabile. Politicamente, se non addirittura militarmente. Dove è disposto ad arrivare Obama a un anno dalle elezioni? l dossier sul complotto iraniano arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un portavoce del premier britannico David Cameron ha detto: “Sosterremo qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità”.

D’altra parte, anche la situazione interna iraniana è quanto mai critica. L’ultimo anno di presidenza Ahmadinejad si preannuncia spinoso, con l’infinito confronto tra gli “uomini del presidente” e i conservatori fedeli alla Guida Khamenei. E con Mousavi e Karroubi ancora agli arresti domiciliari. E marzo si vota per il parlamento. Questo complotto in terra Usa, vero, montato o indotto che sia, è di certo un problema in più per l’establishment iraniano. Difficile dimostrare un filo diretto tra i presunti attentatori e i vertici della Repubblica islamica. Ma finora sono stati tirati in ballo i pasdaran che, politicamente, sono più vicini ad Ahmadinejad che a Khamenei.

Dopo mesi di scarsa attenzione, si torna a parlare di Iran. Forse non c’è un “fatto” vero alla base di tutto questo polverone. Ma la notizia è che l’Iran è di nuovo una notizia. E sarebbe un errore non prenderne atto.