Sciiti. L’Islam della contestazione

Gli sciiti, chi sono costoro? La lunga crisi irachena ha fatto sì che l’opinione pubblica occidentale venisse a conoscenza della loro esistenza. Ma chi sono davvero? Qualche boxino nei quotidiani ci dice che costituiscono una corrente minoritaria dell’Islam, che sono al potere in Iran e che in Iraq hanno patito una repressione feroce sotto Saddam Hussein.

Gli sciiti costituiscono circa il 10 per cento degli 1,3 miliardi di musulmani del mondo. Di questi, circa 120 milioni (sia persiani sia arabi) vivono in Medio Oriente. Sono maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaigian e Bahrein e rappresentano una significativa minoranza in Afghanistan, Pakistan, Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

In cosa il loro Islam è differente da quello dei sunniti? Perché sono così importanti negli equilibri dell’Iraq del post Saddam? Andiamo con ordine.

Alle origini dello scisma

Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Alì è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, tradizione) credono che sia necessario individuare nella comunità il vicario (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi’ ah, da cui sciiti, significa partito) crede invece che la guida dell’Islam spetti ad Alì, unico rappresentante della famiglia del Profeta. Alì (proclamato Imam, originariamente “colui che guida la preghiera”) rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia. Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli Omayyadi, poi degli Abassidi e infine degli Ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all’opposizione.

Differenze dai sunniti

Da un punto di vista dottrinario, le differenze tra sunniti e sciiti sono non tanto teologiche quanto epistemologiche. Mentre i sunniti hanno enfatizzato l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, gli sciiti hanno optato per un’interpretazione simbolica del Corano alla ricerca della verità della fede. Per questo gli sciiti sono accusati dai sunniti di aver introdotto la filosofia all’interno del messaggio divino che, secondo loro, non avrebbe alcun bisogno di essere razionalizzato.

Il radicalismo del no

Lo sciismo si caratterizza dall’inizio come rifiuto dell’inautentico, come radicalismo del no, come lotta contro l’ingiustizia. Nel 680 Hussein guida un esercito di soli 72 uomini contro centinaia di kharagiti (fazione sunnita). Hussein e i suoi seguaci scelgono di non arrendersi e vengono tutti uccisi e fatti a pezzi a Karbala, da allora città santa sciita. Il martirio di Hussein è al centro della teologia sciita: la sofferenza e il sacrificio acquistano un significato pregnante, a differenza di quanto accade nel sunnismo che sembra poco avvezzo alla sconfitta. Lo stesso Gesù è considerato un grande profeta, ma la sua morte in croce è – per la maggioranza dei musulmani – un fallimento. Così uno studente universitario di Teheran ci spiega cosa significa essere sciita:

Vuol dire preferire morire con orgoglio che vivere nella paura e nella schiavitù. E’ più importante pensare un’ora che pregare settant’anni. Se dormi tranquillo mentre un tuo fratello sciita ha bisogno del tuo aiuto, allora non sei un musulmano.

Persecuzioni antiche e recenti

La sopravvivenza del ceppo sciita è assicurata da un ramo dinastico di imam discendenti da Hussein (tutti morti violentemente) che si succedono fino all’874, anno in cui il dodicesimo imam, Mohamed al-Mahdi, esce misteriosamente di scena. I suoi seguaci lo considerano nascosto in attesa di tornare e regnare fino alla fine dei tempi. L’Imam, che nel sunnismo è una guida meramente spirituale, nello sciismo assume una rilevanza fortemente politica. Nello sciismo nasce la figura dell’ayatollah (segno di Dio), la cui autorevolezza discende dalla sua vicinanza a Dio.

Ancora oggi la maggioranza dei sunniti considera gli sciiti dei falsi musulmani, una setta di blasfemi da combattere con tutte le forze. Va ricordato che in Afghanistan gli hazara sono stati perseguitati sotto i Talebani e che in Arabia Saudita gli sciiti vivono in una sorta di apartheid politico. I siti web vicini ad Al Qaeda accusano oggi gli sciiti di aver aiutato gli americani a conquistare Baghdad. Mentre al Zarqawi, terrorista giordano, ha a suo tempo definito gli sciiti “uno scorpione ingegnoso e maligno”, un “nemico che veste gli abiti dell’amico”. Gli effetti di questa propaganda non si sono fatti attendere. Il 2 marzo 2004 oltre duecento sciiti che si apprestavano a festeggiare l’Ashura sono stati uccisi in attentati in Iraq (a Baghdad e Karbala) e in Pakistan. Gli sciiti vengono colpiti da Al Qaeda perché costituiscono la fazione più organizzata e più omogenea tra quelle che si contendono l’eredità di Saddam. Qualora si arrivasse a libere elezioni, sarebbero loro il “partito” più forte. Non solo: il clero dell’Iran segue sornione le vicende di Al Sadr e compagni, sapendo benissimo di essere un punto di riferimento imprescindibile per gli sciiti iracheni.

Esempio Iran

Nel XVI secolo la dinastia dei safavidi fa dello sciismo la religione di Stato della Persia. Messo al riparo dalla persecuzione sunnita, diventa il carattere fondante dell’Iran. Quattrocento anni dopo lo sciismo (più che il clero sciita) è protagonista dell’ultima rivoluzione del XX secolo. Quando nel 1979 Khomeini conquista il potere in Iran, Michel Foucault commenta: “E’ l’irruzione dello spirituale nel politico”. Lo sciismo come ideologia fornisce agli iraniani la disciplina e l’orgoglio per assumere il controllo del Paese dopo la ribellione alla tirannia dello scià. Khomeini, tra l’altro, esalta la figura dello shaid, del martire, durante la lunga guerra contro l’Iraq di Saddam (1980-88). Da allora le missioni suicide diventano una costante nella lotta armata di matrice islamica.

Lo sciismo ha un ruolo chiave anche in Libano, dove l’Hezbollah (partito di Dio), finanziato dagli iraniani, si impone come forza politica e militare e nel 2000 costringe l’esercito israeliano a ritirarsi dal sud del Paese, ponendo fine a un’occupazione iniziata nel 1978.

Il grande giornalista Ryszard Kapuscinski spiega così il ruolo della religione sciita nella rivoluzione iraniana del 1979:

Il talento dello sciita si manifesta nella lotta, non nel lavoro. Contestatori nati, sempre all’opposizione, dotati di grande dignità e forte senso dell’onore, appena scoccò l’ora di dare battaglia si sentirono di nuovo nel loro elemento.

Quel giorno a Persepoli

Quando porto i miei gruppi a Persepoli, mi fermo in prossimità dell’ingresso per  indicare uno spazio apparentemente vuoto al di là dei bagni e della biglietteria. Sono ancora oggi ben visibili gli scheletri della tendopoli di lusso allestita nel 1971 per volere dello scià Mohammad Reza Pahlavi in occasioni delle celebrazioni per i 2500 anni della monarchia.  Per tre giorni, dal 12 ottobre, governanti di tutto il mondo vennero ospitati in tende da campo arredate lussuosamente. Champagne e caviale per tutti, direttamente dal ristorante Maxim’s di Parigi. Tutto mentre una parte consistente del popolo iraniano viveva in miseria.

Tra gli invitati si ricordano il Principe Ranieri e la Principessa Grace di Monaco, il  futuro re di Spagna Juan Carlos con la principessa Sofia, il maresciallo Tito, il presidente dello Zaire Mobuti e quello dell’Indonesia Suharto. Per l’Italia c’è il presidente del Consiglio dei Ministri Emilio Colombo, per l’Unione Sovietica il Presidente del Presidium del Soviet Supremo Nikolaj Viktorovič Podgornyj.

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Lo scià tentava di strumentalizzare il passato preislamico per contenere l’influenza del clero sciita. Si era proclamato “Luce degli ariani” e discendente diretto di Ciro il Grande, lui, figlio di un cosacco analfabeta messo sul trono di Persia dagli inglesi per meri interessi geopolitici.

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Davanti alla tomba di Ciro, a Pasargade, lo scià promise un futuro di progresso e benessere all’Iran. L’iscrizione della tomba recita:

Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – ascolta: io sono Ciro, fondatore dell’impero degli Achemenidi. Ti prego di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo.

Mohammad Reza proclamò sollenemente:

«Kourosh, assoudeh bekhab ke ma bidarin», «Ciro, riposa in pace che vigiliamo noi»

Nel minuto di silenzio che seguì al discorso, si alzò all’improvviso un vento fortissimo che scompigliò i vestiti delle donne e sollevò la terra rossa del deserto. Il sovrano che rispondeva dall’adilà? Di certo, non fu un buon presagio per un uomo troppo amante della bella vita per comprendere il limite della pazienza del suo popolo.

Secondo alcuni storici, è l’inizio della fase discendente della parabola politica dello scià.

Di lì a poco il Paese entrerà in recessione e il malcontento popolare porterà nel giro di sette anni alla rivoluzione del febbraio 1979.

 

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran

I profughi polacchi in Iran Tempi difficili questi per parlare di rifugiati e di accoglienza. Il valore della vita umana sembra aver perso quotazioni rispetto a concetti quali “sicurezza” e “consenso popolare”.

La storia che stiamo per raccontare è di quelle che conoscono davvero in pochi, nonostante abbia toccato – direttamente e indirettamente – centinaia di migliaia di persone, in un tempo in fondo nemmeno così lontano, come quello della Seconda Guerra Mondiale. E, come vedremo, è una storia che tocca anche noi italiani.

Dalla Russia alla Persia

Non stiamo parlando di una storia marginale, di un gruppo limitato di persone, ma di 120mila polacchi che nel 1942 si rifugiarono in Iran.

Un passo indietro.

Nello scenario che porta alla Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è la vittima predestinata del cosiddetto patto Molotov – Von Ribentropp, in base al quale, nell’agosto 1939, la Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin si spartiscono il territorio polacco. Il 1° settembre Hitler invade la Polonia da ovest, Stalin da est. Nel giro di poche settimane lo Stato polacco cessa di esistere.

I sovietici, intenzionati a liquidare le forze armate di Varsavia, si resero colpevoli di crimini orrendi quali il massacro di Katyn, in cui vennero uccisi 22mila tra militari e civili. Molti altri polacchi vennero deportati in Sibera. Il 22 giugno 1941 avviene però una svolta decisiva nel secondo conflitto mondiale: Hitler dà il via alla cosiddetta “Operazione Barbarossa” e invade l’Urss.

A quel punto Stalin deve far leva su tutte le forze disponibili per contrastare la Germania e stringe un accordo col Governo polacco in esilio a Londra: concede l’amnistia ai militari polacchi deportati e consente al generale Wladyslaw Anders di organizzare quello che si chiamerà Secondo Corpo d’Armata.

Insieme ai militari ci sono le loro famiglie, da due anni alle prese con la fame e con le durissime condizioni di deportazione imposte dai sovietici. Anders ottiene il permesso per tutti di uscire dall’Unione Sovietica e recarsi in Iran.

Così, nel 1942, 116.131 rifugiati polacchi proveniente da tutta l’Urss raggiungono – quasi sempre a piedi – il Mar Caspio. Di questi, 37 mila sono civili, 18mila sono minori.  Tra loro almeno 5mila ebrei. A marzo e aprile 1942, con una serie di viaggi, navi sovietiche li portano ad Anzali, città portuale nel nord dell’Iran. Molti di loro, appena sbarcati, baciano la terra, come se fossero arrivati nella Terra promessa.

I profughi polacchi in Iran

E’ bene ricorda che l’Iran di quegli anni è un paese occupato a nord dai russi e a sud dagli inglesi, alle prese con problemi di razionamento e tensioni sociali molto forti. Scià Reza – sospettato di simpatie per la Germania nazista – ha dovuto abdicare in favore del figlio giovanissimo Mohammad Reza. Tutto, dunque, tranne che un’isola felice di pace e prosperità. Eppure l’accoglienza che gli iraniani riservano ai profughi polacchi è degna della loro millenaria ospitalità.

L’accoglienza degli iraniani

Nella città di Anzali viene allestita una tendopoli con 22mila tende messe a disposizione dall’esercito iraniano. Ospita una moltitudine di persone denutrite, sporche e spesso ammalate. Molti sono morti di stenti e di tifo durante il viaggio, molti altri non sopravviveranno ai mesi successivi.

Nasrim Alavi, blogger e scrittrice iraniana, racconta la testimonianza di sua nonna:

Seyyed Molla Hashem arrivò sulla spiaggia e disse che era nostro dovere religioso trattare i prigionieri con rispetto e aiutarli. Ordinò che portassimo tinozze di acqua calda e sapone per lavarli e nessuno può immaginare quanto queste donne, queste ragazze, questi bambini, che sembravano usciti da una miniera, fossero belli dopo il bagno. Il giorno seguente, nella moschea, il mullah disse che le profughe polacche sapevano ricamare e lavorare a maglia con abilità e invitò gli uomini a mandare le mogli e le figlie a lezione. Era un modo per offrire un piccolo guadagno. 

 

Dopo un periodo di quarantena, i profughi vengono trasferiti in diverse città iraniane. Lungo la strada, gli iraniani lanciano dolci e biscotti verso i camion dei polacchi, in segno di benvenuto.

La comunità polacca si integra bene in Iran: vengono aperti una radio e un giornale, i ragazzi sono mandati a scuola, alcuni partecipano alla vita artistica e culturale del Paese. La traversata ha provocato moltissime vittime e gli orfani sono ben 13mila. A loro vengono dedicati scuole e corsi di istruzione.

I due più grandi orfanotrofi vengono istituti a Mashad, dove è gestito da suore cristiane, e a Esfahan, dove vengono destinati gli orfani più piccoli, nella speranza che la bellezza della città li aiuti a superare i traumi subiti. Nella diaspora polacca, Esfahan è infatti conosciuta come la “città dei bambini polacchi”.

I profughi polacchi in Iran

Un altro centro di rilievo è Ahvaz, sul Golfo Persico, dove ancora oggi un quartiere è conosciuto come “Campolu”, eredità del nome “Camp Polonia”.

Nascono molte coppie miste e in tanti decidono di rimanere. Ancora oggi sulle tavole iraniane è piuttosto comune il pierogi, un tipo di gnocco portato appunto allora dai profughi.

Oggi i cimiteri polacchi in Iran sono due, ed esistono diverse sezioni polacche in vari cimiteri non solo a Teheran ma in tutto il paese. Sono 2.806 tombe, 650 di militari, nessuno dei quali caduto in combattimento ma morti tutti di malattie e stenti. 

Nel dettaglio, sono questi:

  • Teheran, Dulab-cimitero polacco – 1892 tombe  (408 militari);
  • Teheran, Golhak-cimitero di guerra britannico – 10 tombe militari
  • Teheran-sezione polacco del cimitero ebraico – 56 tombe (13 militari);
  • Bandar-Anzali-Polish Cemetery, presso il cimitero armeno  – 639 tombe  (163 militari)
  • Ahwaz- sezione polacco del cimitero cattolico- 102 tombe (22 militari);
  • Mashad- sezione polacca del cimitero armeno – 29 tombe (16 militari);
  • Esfahan-sezione polacca del cimitero armeno – 18 tombe (1 militare).

Wojtek, l’orso soldato

I militari si addestrano soprattutto nella provincia di Kermanshah per prendere parte al conflitto contro il nazifascismo. E qui la storia si arricchisce di un personaggio che ha della favola. Un ragazzino di Hamadan vende ai militari polacchi un cucciolo di orso. Malaticcio e senza mamma, viene coccolato dai polacchi che lo alimentano col biberon per mesi. Diventa presto la mascotte del Secondo Corpo d’Armata Polacco e crescendo viene anche impiegato nel trasporto di casse di munizioni e materiali polacchi. Il Corpo d’Armata parte per l’Iraq e poi la Palestina. Da qui si reca in Egitto e poi in Italia, dove prendere parte in modo decisivo alla battaglia di Montecassino, fondamentale per le sorti della Campagna d’Italia, e ad altri importanti passaggi, quali la liberazione di Ancona  e quella di Bologna. I cimiteri di guerra a Cassino e in Emilia stanno lì a testimoniare il tributo di sangue dei polacchi.

“Passante, di’ alla Polonia che siamo caduti a lei fedeli”, recita una lapide nel cimitero di Cassino. La loro fedeltà alla patria non fu però ricompensata: la spartizione del mondo decisa prima proprio alla Conferenza di Teheran (28 novembre – 1 dicembre 1943) e poi a Yalta (4-11 febbraio 1945) chiude le porte a un ritorno in Polonia. Il Corpo D’Armata – rimasto in Italia – si scioglie nel 1947 e si suoi appartenenti di disperdono in tutto il mondo.

L’orso Wojcek, diventato un personaggio leggendario, a cui verrà dedicato anche un cartone animato, viene portato nello zoo di Edimburgo, in Scozia, dove muore nel 1963.

 

 

Cosa rimane

Sotto le ferite della guerra rimane una storia di tolleranza e di accoglienza. Un legame di pace e di rispetto che ha lasciato segni forti anche se poco riconosciuti: sono molti i polacchi che studiano persiano nelle università di Cracovia e Varsavia, spesso con risultati eccellenti.

Nel vocabolario polacco ancora oggi si usa la parola persiana “kish-mish” per indicare l’uvetta ed è molto comune il nome maschile Dariusz, omaggio all’antico re persiano.

Sono passati settant’anni. L’Urss non esiste più e la Polonia, con l’Ungheria e la Repubblica Ceca, è uno dei Paesi dell’Unione Europea che si è rifiutato di partecipare al ricollocamento di migranti.

Guerra Iran-Iraq

Guerra Iran-Iraq Chi conosce l’Iran sa bene quanto gli otto anni (1980-88) di conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein, la cosiddetta guerra imposta (in persiano: جنگ تحمیلی , Jang-e-tahmīlī) rappresentino ancora oggi una ferita aperta per il popolo persiano. La memoria di quel conflitto è tangibile: tutte le città sono piene di murales dedicati ai martiri e ogni famiglia ha i propri caduti da ricordare.

C’è però un’evidente lacuna in questa memoria: molto spesso si parla delle conseguenze di quella guerra, dal punto di vista umano, sociale e politico. Si sa cioè che costò moltissime vite umane (sul numero esatto torneremo più avanti), che rafforzò la Repubblica islamica appena instaurata, che isolò il Paese dal resto del mondo. Il tutto è spesso ammantato nella retorica della propaganda e nell’enfasi – comprensibile – del racconto “di parte”, di chi cioè quella guerra l’ha vissuta o – nella maggior parte dei casi – l’ha subita.

Ma cosa è stata davvero quella guerra? Come e perché è scoppiata? Come è stata combattuta?

La pubblicistica in merito non è vastissima. Lo storico francese Pierre Razoux, ha provato a colmare questa lacuna con un libro The Iran-Iraq War, ancora inedito in Italia. Non è un lavoro perfetto: alcune traduzioni gridano vendetta e forse tutta la parte relativa al ruolo francese nel conflitto non è proprio super partes. Ma nel complesso il libro offre spunti interessanti, che possono servire a ristudiare quella guerra cercando di mettere da parte alcuni luoghi comuni.

 Guerra Iran-Iraq: come scoppiò

Che sia stato Saddam Hussein a invadere l’Iran il 22 settembre 1980 è fuori discussione. La scintilla, il pretesto è l’annosa questione del diritto di navigazione di un fiume, chiamato Shatt al Arab dagli iracheni e Arvand rud dagli iraniani, che sfocia nel Golfo Persico. La questione era stata regolata dal trattato di Algeri, siglato nel 1975 dal predecessore di Saddam Hussein Ahmad Ali Hasan al-Bakr e dallo scià Mohammad Reza Pahlavi. 

Da questo punto di vista, per gli iraniani, si trattò davvero di una “guerra imposta” loro dall’invasore iracheno. E’ però altrettanto vero che da subito Teheran rifiutò qualsiasi tentativo di mediazione che non implicasse una quanto mai improbabile rinuncia al potere da parte di Saddam Hussein. Indubbiamente l’Iran era la parte aggredita, ma il conflitto si sarebbe potuto contenere o gestire in altro modo se non fossero intervenuti fattori interni alla situazione politica iraniana che vedremo più avanti.

Gli Usa dietro Saddam?

Anche questa è un po’ una forzatura. Non tanto perché gli Usa non fossero in contrasto con l’Iran rivoluzionario (la crisi degli ostaggi era in corso da quasi un anno), ma perché anche l’Iraq di Saddam Hussein era considerato un nemico, soprattutto per la minaccia che rappresentava per Israele.

Però nell’agosto 1980 succede una cosa importante: il primo ministro iraniano Mehdi Bazargan decide di annullare tutti i contratti di acquisto di armi dagli Stati Uniti per cercare di limitare i danni provocati dal crollo delle vendite del petrolio dopo la rivoluzione. Secondo i consiglieri di Bazargan, le colossali spese dello scià avevano dotato l’esercito di un equipaggiamento moderno a sufficienza. La decisione manda in fumo contratti per dieci miliardi di dollari, facendo imbestialire la lobby dei produttori di armi statunitensi. Di conseguenza, il Congresso Usa pone l’embargo sull’invio dei pezzi di ricambio per l’equipaggiamento precedentemente acquistato. E’ un passaggio poco noto, ma che si rivelerà decisivo sia per i rapporti tra Washington e Teheran sia per il progressivo invecchiamento dell’arsenale iraniano.

 

Guerra Iran-Iraq

Baghdad, Parigi

Il Paese che in realtà è da subito partner dei propositi di Saddam Hussein è la Francia. L’Unione Sovietica è sì un partner militare di Bgahdad ma non accesso diretto alle basi irachene. Come spiega Razoux,

i tedeschi sono considerati troppo vicini a Israele, gli inglesi in disgrazia e gli italiani non credibili, gli iracheni si rivolgono naturalmente ai francesi, che sembrano gli unici a poter fornire all’Iraq tutto ciò di cui ha bisogno: stretta cooperazione nel settore petrolifero, assistenza su larga scala per l’energia nucleare civile e armi moderni per dissuadere i vicini iraniani.

Per tutta la durata del conflitto, la Francia sarà sempre molto vicina a Saddam Hussein e questo comporterà diversi momenti di crisi acutissima con Teheran.

Guerra Iran-Iraq: le varie fasi

L’Iraq contava sull’effetto sorpresa e indubbiamente la prima fase della guerra fu a suo netto vantaggio. La Repubblica islamica sconta il caos apportato dalla rivoluzione nei propri vertici militari.

La controffensiva iraniana comincia nel giugno 1982, con la riconquista di Khorramshahr (“la Stalingrado iraniana”) e l’ingresso delle truppe iraniane in territorio iracheno.

Cambia la prospettiva della guerra: l’Iran punta non solo a difendersi, ma a far cadere Saddam Hussein esportando la rivoluzione nell’Iraq meridionale, a netta maggioranza sciita. Questa prospettiva si rivelerà del tutto fallimentare, ma sarà uno dei cardini della condotta politica e militare di Teheran per diversi anni.

A febbraio 1984 il conflitto si sposta nel Golfo Persico, dove si intensificherà negli anni successivi. Le truppe iraniane si spingono fino alle paludi del fronte meridionale, dove si svolgeranno alcune tra le battaglie più cruente di tutto il conflitto. L’Iran conquista anche le isole Majnun.

Sempre nel 1984 l’Onu conferma l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nella primavera del 1985 comincia la cosiddetta “guerra delle città”: l’Iraq attacca con i missili i centri urbani iraniani; Teheran risponde bombardando Baghdad.

Il 24 febbraio 1986 la risoluzione 582 dell’Onu chiede la fine delle ostilità. La risoluzione viene accettata dall’Iraq, ma non dalla controparte, che vorrebbe vedere riconosciuto l’Iraq come aggressore. Tra febbraio e giugno 1986 l’esercito iraniano conquista il porto di Faw, ottenendo un importante vantaggio territoriale strategico.

Nell’aprile 1987 l’ Iran attacca convogli mercantili che commerciano con il Kuwait, paese sostenitore dell’Iraq. Gli Usa e diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, inviano navi da guerra a protezione delle petroliere che trasportavano greggio dall’Arabia Saudita e dai vari emirati del Golfo. E’ il primo coinvolgimento dei Paesi occidentali nel conflitto ormai in corso da sette anni.  In questo contesto, il 17 maggio 1987  la fregata statunitense Stark, viene colpita da un missile iracheno.

I mesi successivi segnano uno sbilanciamento degli equilibri a favore dell’Iraq, che il 25 giugno 1988 riconquista le isole Majnun e il 12 luglio la regione dello Zoubeidat.

Il 20 luglio 1987 viene approvata la risoluzione 598 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che impone il cessate il fuoco senza peraltro distinguere, come chiede l’Iran, tra la posizione di Stato aggredito e quella di Stato aggressore.

La fine delle ostilità arriva però solamente un anno dopo, quando le due parti, ormai stremate, accettano la risoluzione Onu 598.

Osirak, il paradossale cambiamento di prospettiva

Queste, in estrema sintesi, le fasi principali di un conflitto lungo e molto complesso in termini di obiettivi, alleanze e ripercussioni. Un passaggio fondamentale avviene il 7 giugno 1981, quando un raid israeliano distrugge l’impianto nucleare iracheno di Osirak. E’ un  raid realizzato in collaborazione con l’Iran, che offre all’aviazione militare di Tel Aviv informazioni di intelligence e assistenza in caso di problemi.

Per Saddam Hussein è un colpo duro, che azzera un programma nucleare – avviato con la collaborazione della Francia – con cui il dittatore iracheno contava di conquistare la supremazia militare nella regione.

Paradossalmente, questa svolta si rivelerà un vantaggio per l’Iraq. Perché Usa e Urss, sino ad allora restii ad appoggiare Baghdad per paura di incoraggiare la proliferazione nucleare nel Medio Oriente, riallacciano i rapporti con Saddam. Per tutto il conflitto con l’Iran, i maggiori fornitori di armi dell’Iraq saranno nell’ordine Unione Sovietica, Francia e Cina.

E’ solo successivamente a questa fase, quando l’Iran minaccia di esportare la rivoluzione nell’Iraq meridionale, che gli Usa riallacciano i rapporti con Baghdad e a marzo 1984 avviene il famoso incontro a Baghdad tra Donald Rumsfeld, allora inviato speciale del presidente Usa Ronald Reagan, e Saddam Hussein.

Guerra Iran-Iraq

Donald Rumsfeld e Saddam Hussein

Guerra Iran-Iraq: gli aiuti di Israele all’Iran

Iran e Israele sono ancora oggi descritti come due grandi rivali in Medio Oriente. Eppure, per i primi sei anni della guerra (1980-1986), Israele è stato il quarto esportatore di armi all’Iran, incassando tra uno e due miliardi di dollari. Nel solo 1986, questo business raggiunse il fatturato record di 750 milioni di dollari.

Guerra Iran-Iraq: un milione di morti?

La Guerra Iran-Iraq viene comunemente ricordata come la “guerra di un milione di morti”, ma non ci sono elementi chiari per definire con esattezza il numero delle vittime. Al termine delle ostilità, l’Iraq dichiara di aver perso oltre 350.000 uomini, l’Iran almeno 600.000. Di qui, i media arrotondano la cifra a un milione. Studi successivi, basati sulle singole battaglie, hanno ridimensionato il numero delle perdite. L’Iraq, ad esempio, avrebbe perso “soltanto” 125.000 uomini e non 350.000.

Il costo totale del conflitto sarebbe di 680.000 tra morti e dispersi e oltre un milione e mezzo di feriti e invalidi. La guerra Iran-Iraq rimane di gran lunga la più sanguinosa della storia del Medio Oriente. L’85% delle vittime sono soldati (3,5 volte di più tra gli iraniani che tra gli iracheni). Le vittime civili dei bombardamenti sono il 3% del totale.  I prigionieri furono 115. 000 (70,000 iracheni e 45.000 iraniani).

Vincennes, l’Ustica iraniana

Vittime iraniane disastro aereo 1988

A quanti, in Italia e negli Usa, le parole Iran Air IR55 e Vincennes ricordano qualcosa? Agli iraniani ricordano sicuramente un dolore grande e mai sanato. Il grande orientalista Edward Said ha scritto che “non è possibile mettere il passato sotto embargo”.

Proviamo perciò a sdoganare questo pezzo di passato, ricordando una tragedia terribile e del tutto rimossa dalla coscienza dei Paesi cosiddetti occidentali.

Navi da guerra nel Golfo Persico

È il 3 luglio 1988. Siamo negli ultimi mesi della guerra tra Iran e Iraq. Guerra, è sempre bene ricordarlo, cominciata otto anni prima con la deliberata aggressione di Saddam Hussein, convinto di potersi sbarazzare in poche settimane dell’esercito persiano, uscito decimato dalla rivoluzione che un anno e mezzo prima ha cacciato lo scià e portato alla nascita della Repubblica islamica. non sarà, invece, una guerra lampo, ma un lungo e orrendo massacro, consumatosi con la complicità e l’interesse di molte cancellerie occidentali. Nel luglio 1988 il conflitto coinvolge il traffico commerciale nel Golfo Persico e rischia perciò di intaccare gli interessi di molti Paesi europei e nordamericani. Le petroliere sono perciò scortate da navi da guerra di molti Paesi, tra cui anche l’Italia e gli Stati Uniti.

In realtà, in questa fase, la Marina americana fornisce anche un prezioso sostegno militare all’allora alleato Saddam Hussein, facendo spesso fuori i barchini di basiji e pasdaran iraniani.

La strage di civili

Ad ogni modo, il 3 luglio l’Airbus della Iran Air IR55, pilotato dal Capitano Mohsen Rezaian, decolla da Bandar Abbas diretto a Dubai. A bordo ci sono 290 passeggeri, tra cui 66 bambini. Si tratta soprattutto di famiglie che vanno in vacanza e uomini d’affari in viaggio di lavoro.

L’incrociatore Vincennes della Marina degli Stati Uniti, agli ordini del Capitano Will Rogers III, sta attraversando lo stretto di Hormuz, in acque iraniane. L’Airbus è all’interno dello spazio aereo iraniano. Alle 9.45 e 22 secondi il Vincennes spara due razzi Standard che colpiscono e abbattono l’aereo di linea. Non ci saranno sopravvissuti.

E gli Usa premiano i responsabili della tragedia

In una prima dichiarazione, il governo Usa afferma che il Vincennes aveva scambiato l’Airbus per un Tomcat F – 14 pronto ad attaccare. Si dirà poi che l’aereo iraniano non aveva mantenuto la sua rotta di volo, che il segnale d’identificazione non funzionava e che il pilota non aveva risposto agli avvertimenti dell’incrociatore. In alcune ricostruzioni si legge addirittura che l’aereo scendeva in picchiata verso la nave americana. Sarà però un’altra nave Usa, la fregata Sides, a chiarire che l’aereo iraniano stava cabrando, cioè salendo di quota, non picchiando.

Nel 1996 Usa e Iran raggiungono un accordo presso la Corte di giustizia internazionale in base al quale gli Stati Uniti pagano 61,8 milioni di dollari ai familiari delle vittime. In media 213.103 dollari per ogni cittadino iraniano ucciso dal Vincennes. Nonostante ciò, gli Usa ancora oggi non hanno ammesso la loro responsabilità e non si sono mai scusati per l’accaduto.

Quando il Vincennes rientrò nella base di San Diego, l’equipaggio venne accolto in modo trionfale e in seguito insignito della decorazione di combattimento. I cittadini di Vincennes, Indiana, raccolsero denaro per erigere un monumento, agli “eroi della nave”.

1979. L’ultima rivoluzione

Lo scià se ne è andato

“Esteghlal, azadi, jomuri-e islami”. “Indipendenza, libertà, repubblica islamica”. Era questo lo slogan più in voga durante la rivoluzione che caccio lo scià dall’Iran nel 1979. Tre grandi obiettivi, proprio come “Liberté, egalité e fraternité” nella Rivoluzione francese. È qui l’origine di molti equivoci sull’Iran: quella del 1979 non nasce come una rivoluzione islamica: è innanzitutto la rivoluzione contro il governo corrotto e impopolare dello scià Reza Pahlevi. Vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica.

Da dove nasce la rivoluzione

Nel suo memorabile libro reportage “Shah-in- shah”, Ryszard Kapuscinski afferma che le rivoluzioni avvengono “quando il popolo smette di avere paura”. Nel 1978 per gli iraniani la misura è colma. Il paese vive da anni una crescita economica squilibrata e schizofrenica: i profitti del boom petrolifero sono nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione è povera e analfabeta. L’Iran pre rivoluzionario è decritto dai media occidentali come il paese di Soraya e delle feste a corte, ma la realtà è molto più cupa e difficile. Incapace di garantire un vero sviluppo del paese, lo scià si è chiuso in un’autocrazia feroce e sorda ai bisogni del popolo. La sua è una figura più appariscente che autorevole. Vuole modernizzare l’Iran ma ama troppo la bella vita per essere davvero per l’Iran quello che quarant’anni prima è stato Ataturk per la Turchia.

Il precedente di Mossadeq

Lo scià compie il primo grande e tragico errore nel 1953, quando stronca l’esperienza del governo del nazionalista Muhammad Mossadeq, “colpevole” di aver nazionalizzato la Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Il suo è un vero e proprio colpo di Stato, sostenuto dagli Stati Uniti attraverso l’operazione in codice Ajax. Da allora in avanti lo scià governa con sempre più ferocia, affidando alla famigerata polizia segreta Savak l’eliminazione di qualsiasi forma di dissenso. In politica estera si lega sempre più strettamente agli Usa, diventando il gendarme degli americani in Medio Oriente. Nel 1960 riconosce lo Stato d’Israele, isolandosi dai paesi arabi. Tre anni dopo vara la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, un pacchetto di riforme sociali ed economiche per dare all’Iran uno stile di vita occidentale. Il clero sciita si oppone fermamente e comincia qui la lunga contrapposizione tra “turbanti” e “corona”.

Esteghlal

È qui che nasce il desiderio della “esteghlal”, della vera indipendenza. Lo scià umilia il sentimento nazionale persiano, da sempre fortissimo, imponendo condizioni umilianti: i militari americani godono dell’immunità assoluta in Iran. Per cui, se un marine uccide o violenta un’iraniana, non può essere né arrestato né processato. Non solo: ci sono postazioni militari, lungo il confine con l’allora Unione Sovietica, che sono di fatto nelle mani degli americani. I soldati iraniani vengono portati lì bendati, per impedire che sappiano l’esatta ubicazione dei centri di osservazione. Ostaggi nella loro patria.

Azadi

La libertà è un miraggio. Nel 1975 tutti i partiti vengono messi fuori legge a eccezione di quello della Rinascita nazionale iraniana (Rastakhiz) legato allo scià. In politica estera vengono rafforzate le relazioni con i paesi comunisti, riallacciando anche i rapporti con il blocco dei paesi arabi, escluso l’Iraq. La Rivoluzione bianca si rivela un fallimento, perché il tenore di vita aumenta solo per gli strati più alti della popolazione. La Savak affina i metodi di tortura e interrogatorio grazie anche alla collaborazione con il Mossad, i servizi segreti israeliani. Tutto questo non è recepito dagli Stati Uniti che considerano a considerare lo scià un alleato affidabile. Ancora nel capodanno 1977, a poco più di un anno dalla vittoria della rivoluzione, il presidente Jimmy Carter vola a Teheran per brindare con lo scià. E un rapporto del Dipartimento di Stato Usa indica Reza Pahlevi come la figura di riferimento per gli Usa del decennio futuro. A Washington, evidentemente, non sanno nemmeno che lo scià è malato gravemente.

Jomuri-e Islami

La bomba è pronta, serve solo la scintilla che accenda la miccia. Perché la rivoluzione scoppi, è necessario che lo scià si scontri frontalmente con l’unico antagonista possibile che sia condiviso da tutti gli iraniani: il clero sciita. Quando un quotidiano (controllato, come tutti i media, dal governo) insulta e offende l’Ayatollah Khomeini, in esilio ormai da vent’anni, molti iraniani si sentono offesi, denigrati nella loro identità. Qualcuno non sa nemmeno chi sia Khomeini, ma il fatto che lo scià lo abbia attaccato, ne fa un eroe. Non va poi dimenticato che le moschee sono l’unico luogo in cui è possibile incontrarsi e parlare, l’unico potenziale centro di cospirazione. Il solo luogo che lo scià non può chiudere con la forza. Ma il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. L’opposizione allo scià è un insieme di movimenti diversi tra loro, accomunati dal desiderio di trasformare una società in ebollizione continua. L’Iran vive un processo di urbanizzazione radicale, quasi violento per un paese che all’inizio dell’Ottocento era popolato per metà da popolazioni nomadi. Basti pensare che nel solo 1978, l’anno che precede la rivoluzione, Teheran vede aumentare la popolazione di un milione di persone. Quella che era un piccola città ancora all’inizio del Novecento, è una megalopoli assediata da un sottoproletariato che si è lasciato alle spalle la vita contadina attirato dal miraggio di una vita più semplice e si è ritrovato senza aiuto e senza speranze.

Islam come ideologia

Come profetizzato dal filosofo Ali Shariati, lo sciismo fa parte della cultura iraniana e il movimento rivoluzionario deve servirsene per dare una giusta interpretazione agli eventi storici. L’Islam diventa un’ideologia terzomondista, l’unica in grado di tenere insieme un movimento così eterogeneo. Anche perché gli iraniani sono un popolo più incline ai movimenti che ai partiti. Da qui anche la posizione fallimentare della sinistra marxista (soprattutto il partito comunista Tudeh), che non riesce a conquistare mai una posizione ri di rilievo nel movimento rivoluzionario, rimanendo troppo legata a posizioni filo sovietiche o filo cinesi, non divenendo mai un movimento nazionale.

Come crolla un regime

E la fine dello scià avviene quasi naturalmente, per cedimento strutturale. Le grandi manifestazioni di piazza sono quasi sempre pacifiche e coinvolgono via via sempre più persone. La repressione bieca dell’esercito scava un solco profondo tra lo scià e il paese. Se in una manifestazione ci sono dei morti, 40 giorni dopo, come prevede l’Islam sciita, si fa un nuovo corteo di commemorazione. E se anche allora ci sono vittime, si aspetteranno altri 40 giorni per un altro corteo. E così i mesi tra la fine del 1977 e il 1979 sono scanditi da queste manifestazioni enormi. Quando il 16 gennaio 1979 lo scià abbandona il paese, nessuno immagina che da lì a poco sarebbero stati i mullah a governare. Anche perché il processo di islamizzazione della rivoluzione è rapido ma non immediato. Il referendum che il 30 marzo 1979 stabilisce che l’Iran sarà una repubblica islamica è approvato col 98,2 per cento dei sì. Ma attenzione: in ballo non c’è tanto una forma di governo, quanto la forma di Stato. La repubblica – agli occhi dei rivoluzionari – non poteva che essere islamica. Non popolare o democratica, formula troppo marxiste. Il quesito chiedeva soltanto un sì o un no. Il primo presidente eletto era il laico Bani Sadr, costretto alla fuga nel 1981. In due anni avverrà di tutto: Dopo avverrà tutto il resto: l’eliminazione delle opposizioni, la repressione, la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana. E soprattutto la guerra con l’Iraq. Quando una rivoluzione è aggredita, si rafforza. Come per quella francese e quella bolscevica, anche la rivoluzione iraniana è battezzata da una guerra imposta. E ne esce in piedi. Difficile capire cosa accadrà ora. Se il destino della repubblica islamica è più simile a quello della monarchia dello scià nel 1979 o a quello della repubblica popolare cinese del 1989, dopo Tien An Men.

Re Magi. Una storia persiana?

re magi

L’Epifania è senza dubbio una delle feste cristiane più popolari. Fino agli anni Settanta era in Italia la festa dei regali per antonomasia. I bambini aspettavano la calza della Befana più che i doni di Babbo Natale. Poi il modello anglosassone, trainato dalla globalizzazione dei costumi e dei consumi, ha imposto Santa Claus e fatto passare in secondo piano la vecchietta sulla scopa volante. Ma cosa si celebra il 6 gennaio?

L’Epifania

Per le Chiese occidentali, l’Epifania (dal greco, epiphaneía, manifestazione) celebra la rivelazione di Gesù bambino ai re Magi, che portano in dono oro (il regalo per i re), incenso (per il culto) e mirra (il balsamo per i defunti). Per le Chiese orientali, invece, l’Epifania è la festa del battesimo di Gesù e coincide con la celebrazione del Natale. In entrambi i casi, una festa importante, come si direbbe oggi. Eppure, tra i quattro vangeli canonici, soltanto quello di Matteo lo riporta.

La cronaca di Matteo

Un racconto essenziale, poetico nella sua semplicità.

“Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: ‘Dov’è il re dei Giudei che è nato?’ Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa. Entrati nella casa , videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono e aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra”.

Matteo non dice né che i magi fossero tre, né da quale Paese venissero. Non parla poi di una grotta, ma di una casa. Ma allora come facciamo a sapere che i magi si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre? E perché li conosciamo come “re”?

I vangeli apocrifi

Una prima testimonianza più dettagliata viene dal Vangelo dell’Infanzia arabo siriano:

“Ora avvenne che, quando il Signore Gesù nacque a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, dall’Oriente vennero a Gerusalemme dei magi, come aveva predetto Zaratustra, e avevano con sé, come doni, oro, incenso e mirra: ed essi lo adorarono e gli offrirono i doni”.

Ecco un elemento in più, poco conosciuto, tra l’altro: la nascita del Messia (Saoshyans in persiano antico) era un evento previsto già dallo zoroastrismo (o mazdeismo), religione monoteistica praticata in Persia dal VII secolo a.C.

Più di tre?

Più dettagliato il racconto di un altro vangelo apocrifo, il Vangelo dell’infanzia armeno:

“Quando l’angelo aveva portato la buona novella a Maria era il 15 di Nisan, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora. Subito un angelo del Signore si recò nel paese dei Persiani, per avvertire i re magi che andassero ad adorare il neonato. E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la vergine diveniva madre. In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi”. Lo stesso vangelo precisa che “i drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ogni regno”.

Altro che magi solitari! Anche i doni sarebbero stati molto più copiosi:

“Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino, e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva, come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell’incenso e altri profumi. Il terzo, re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose,zaffiri di gran valore e perle fini”.

Natale in primavera?

In base a questa ricostruzione, Gesù sarebbe nato il 6 gennaio, data che le Chiese orientali festeggiano ancora come Natale. Fino al IV secolo, la scelta del Natale ricadeva su tre date: 28 marzo, 18 aprile e 29 maggio. La data del 25 dicembre venne imposta per sostituire il Natale alla festa pagana del Dies natalis solis invicti, che si celebrava appunto in occasione del solstizio d’inverno.

Mago o non mago

Mago è il sacerdote del culto zoroastriano. Ancora oggi, in Iran, ogni tempio zoroastriano è affidato a un mago che, tra i diversi compiti, deve far sì che non si spenga mai il fuoco sacro all’interno del luogo di culto. Tornando all’antichità, Erodoto indica come magoi i sacerdoti astronomi della religione zoroastriana, che erano anche ritenuti capaci di uccidere i demoni e ridurli in schiavitù. Pochi dubbi, dunque: i magi venivano dall’Iran. La tradizione cristiana ha poi identificato i tre magi come un bianco, un arabo e un nero, a rappresentare l’intera umanità in attesa della figura redentrice del Cristo.

Il racconto di Marco Polo

”In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente”.

Così Marco Polo racconta nel Milione la visita alle presunte tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270.

La democrazia in Iran

Elezioni Iran

Il futuro della Repubblica islamica iraniana è uno di quegli argomenti destinati a tornare sempre, a intervalli più o meno regolari. In prossimtà o subito dopo le varie tornate elettorali, si finisce col parlare delle reali possibilità di un’evoluzione “democratica” del sistema iraniano.

E il terreno si fa scivoloso, perché, applicando canoni occidentali a una Storia differente, spesso si finisce per cadere nella facile scorciatoia della condanna tout court del sistema e dei suoi attori. L’Iran non è una democrazia, i diritti umani non sono rispettati e dunque fine dei giochi.

Così facendo si perde però un’occasione preziosa. Perché proprio riflettendo sulla “ricerca della democrazia” in Iran, si può intraprendere un lungo e affascinante viaggio nei suoi ultimi e tumultuosi 150 anni.

Questo il senso di un libro del 2006 non ancora tradotto in italiano e divenuto un classico per chi segue l’Iran e le sue vicende politiche: Democracy in Iran: History And the Quest for Liberty di Ali Gheissari e Vali Nasr.

I due autori – analisti di origine iraniana residenti da tempo negli Usa – ripercorrono la storia dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 fino alle elezioni del 2005, quelle della prima elezioni di Mahmud Ahmadinejad.

In Iran – questo è l’assunto – lo sviluppo della democrazia accompagna in modo dialettico – e in alcuni casi contrasta – la formazione di uno Stato moderno.

Leggiamo:

In Iran, lo Stato non è stato il prodotto della guerra,  di una imposizione o del colonialismo. Il caso dell’Iran deve essere compreso nei suoi termini propri e nel contesto degli sviluppi socio-politici che lo hanno caratterizzato.

[L’Iran] è il primo e unico paese ad aver vissuto una rivoluzione islamica, il primo e unico paese ad aver vissuto in uno stato fondamentalista islamico, e il primo ad essere passato a una condizione di post fondamentalismo.

La democrazia è stata associata e confuse con nazionalismo, populismo, giustizia sociale e riforma religiosa.

La premessa degli autori è fondamentale:

E ‘importante collocare la rivoluzione del 1979 nel suo contesto storico: né fine né culmine di un processo storico, ma piuttosto come un interregno in un processo di state-building che ha avuto inizio nel 1905 ed è ancora in corso.

(…)

Dalla rivoluzione del 1979 molti studi hanno adottato la premessa che la rivoluzione si sia verificata in un momento teleologico che avrebbe dato senso a tutta la storia passata.

mentre

la rivoluzione e quello che seguì possono essere meglio compresi prestando attenzione alle dinamiche di concorrenza tra democrazia e ideologia nei decenni prima della rivoluzione. Capire quella dinamica aiuta anche a spiegare la trasformazione dell’Iran dal 1988.

(…)

Nato da una rivoluzione sociale, l’edificio teocratico della Repubblica Islamica ha comunque prodotto un regime autoritario pragmatico. Tale regime parla nella lingua dell’Islam, ma governa la società e l’economia in modi ben noti agli osservatori politici.

Il libro attraversa oltre un secolo di Storia e sarebbe arduo ora tracciarne tutti i passaggi rilevanti. Sono senza dubbio molto interessanti i capitoli dedicati agli anni Novanta e alle trasformazioni – soprattutto economiche e sociali – intervenute dopo la morte di Khomeini e con i governi Rafsanjani e Khatami. Così come viene dato u giusto peso alle elezioni del 2005, vero spartiacque nella storia elettorale della Repubblica islamica (non a caso, sono rimaste le uniche in cui si è dovuti ricorrere al ballottaggio per l’elezione del presidente).

In chiusura, una riflessione molto affascinante:

Un secolo dopo la Rivoluzione Costituzionale del 1906, l’Iran sta ancora cercando di divenire uno Stato democratico. È una questione aperta se l’Iran sia più vicino a questo obiettivo oggi di quanto lo sia stato in qualsiasi altro momento del secolo scorso.

La questione rimane più che mai aperta.

Tutta colpa di Ciro

Qualcuno ha detto che in Iran il passato è tutto. Quindi non c’è da stupirsi troppo se persino Ciro il Grande, il fondatore della dinastia degli Achemenidi (550 – 330 a. C.) sia divenuto argomento delle cronache politiche in questi ultimi giorni. La figura storica di Ciro meriterebbe di sicuro un lungo approfondimento.

Nella Bibbia, nel libro di Ezra, la costruzione del secondo tempio di Gerusalemme è raccontata attraverso le parole di Ciro: «Il Signore mi ha dato tutti i regni della Terra e mi ha incaricato di costruirgli una casa a Gerusalemme».

«Ascoltatemi in silenzio, isole, e voi, nazioni, badate alla mia sfida» (Isaia, 41,1). In risposta ai dubbi del popolo, il profeta annunzia un liberatore. È Ciro: «Dice il Signore: Sono io che ho fatto tutto, che ho dispiegato i cieli da solo, che ho disteso la terra. Io svento i presagi degli indovini, dimostro folli i maghi. Io dico a Gerusalemme: Sarai abitata, e alle città di Giuda: Sarete riedificate. Io dico all’oceano: Prosciugati! Faccio inaridire i tuoi fiumi. Io dico a Ciro: Mio pastore; ed egli soddisferà tutti i miei desideri, dicendo a Gerusalemme: Sarai riedificata; e al tempio: Sarai riedificato dalle fondamenta».

Ciro è l’unico non ebreo a essere riconosciuto dalla Bibbia se non proprio come profeta, certo come liberatore provvidenziale. A Teheran una sinagoga è ancora oggi dedicata a Ciro.

A Ciro è attribuita anche la prima “Carta dei diritti umani della storia”. Nel cosiddetto “cilindro di Ciro”, un blocco di argilla scoperto nel 1878 a Babilonia dall’archeologo Hormuz Rassam, un’iscrizione in accadico cuneiforme è stata interpretata dagli studiosi come un manifesto per la tolleranza religiosa e la libertà dei popoli. Una copia del cilindro è simbolicamente custodita nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York.

Dicono di lui

Qualsiasi tour turistico include una visita alla tomba di Ciro, a Pasargade. Orgoglio e simbolo di governo illuimnato ancora oggi per milioni di iraniani. L’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi si proclamava addirittura suo discendente e lo omaggiò nel 1971 nelle famose celebrazioni dei 2500 anni di monarchia (ne abbiamo parlato qui).

Subito dopo la rivoluzione del 1979 Sadeq Khalkhali, il famigerato giudice dei tribunali rivoluzionari, chiamato “ayatollah rosso” (perché apprezzato dal Partito comunista iraniano), o anche Kholkholi, “pazzo”, scrive un libro in cui critica ferocemente il passato preislamico dell’Iran e definisce Ciro il Grande «un tiranno, un bugiardo e un omosessuale».

La Repubblica islamica, tuttavia, non ha avuto e non ha nemmeno oggi un rapporto così nettamente ostile nei confronti della figura di Ciro.

Alcuni anni fa l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad sostenne che le azioni di Ciro erano una continuazione delle opere dei profeti. Sotto la sua presidenza, nel settembre 2010, la copia originale del già citato cilindro di Ciro venne “prestata” per quattro mesi dal British Museum al Museo Nazionale di Teheran.

Le polemiche di oggi

Come ogni anno, migliaia di iraniani si sono radunati presso la tomba a Pasargade in occasione della Giornata Internazionale di Ciro il Grande, che nel 2016 è stata celebrata venerdì 28 ottobre, un giorno in anticipo rispetto al tradizionale 29 ottobre, data dell’ingresso di Ciro a Babilonia (539 a.C.).

2016

Complice il giorno di festa (venerdì in Iran è come la nostra domenica), l’afflusso di persone è stato da record, con migliaia di persone accorse sul luogo già dalla sera precedente.

 

‌ «#تخت_جمشید یکی از آثار ارزشمند و بی‌نظیر از دوران کهن در این سرزمین است که نشان از #تمدن ديرين، #حکمت، خرد و مدیریت ملت بزرگ #ایران در کنار یکتاپرستی آن‌ها دارد.» ‌ بخشی از دست‌نوشته حسن روحانی در دفتر یادبود مجموعه تاریخی تخت جمشید، ۹۴/۲/۱۰. ‌ عکس از: حجت سپهوند ‌ تصویر و پست مرتبط منتشر شده در روز بازدید در سال گذشته: https://www.instagram.com/p/2FxRWVw96q/ ‌ #تخت_جمشید #پرسپولیس #پارسه #آپادانا #هخامنشیان ‌

Una foto pubblicata da Hassan Rouhani – حسن روحانی (@hrouhani) in data:

Sul proprio account Instagram il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato una propria foto a Persepoli con questo testo:

Persepoli è uno degli inestimabili e unici lasciti dell’antica storia di questa terra, che dimostra quanto siano antiche la civiltà, la purezza, la speranza e le virtù del grande popolo iraniano, nonché il suo monoteismo.

Fin qui tutto molto bello.

Senonché, pochi giorni dopo, l’Ayatollah Hossein Nouri-Hamedani, uno dei religiosi più autorevoli di Qom, ha criticato pubblicamente le celebrazioni di Ciro:

 

Lo scià diceva ‘ O Ciro, dormi in pace che vegliamo noi’. Ora, un gruppo di persone si sono riunite intorno alla tomba di Ciro e hanno pianto come si fa in genere per l’Imam Hossein. Anche al tempo di Khomeini un gruppo di persone iniziò a commemorare Ciro e Khomeini bollò queste persone come controrivoluzionari. (…) Chi è al potere è stato così negligente da permettere a queste persone di riunirsi?

Il 31 ottobre, il giorno dopo le dichiarazioni di Nouri-Hamedani, il procuratore della provincia di Fars ha annunciato l’arresto degli organizzatori della manifestazione di Pasargade. L’accusa formale non è stata resa nota, ma lo stesso procuratore ha parlato di slogan “anormali e offensivi”.

Tutta colpa di Ciro, evidentemente. Dopo più di 2500 anni il suo fantasma si aggira ancora per la terra di Persia.

La fotografia in Iran

La fotografia in Iran fu introdotta nel 1842, appena 3 anni dopo la sua nascita, durante il regno di Mohammad Shah, da un giovane diplomatico russo Nikolai Pavlov, sotto forma di dagherrotipo. Ma fu lo Shah Naser Al-Din, particolarmente attratto da questa nuova espressione artistica, ad introdurla a corte, pochi anni dopo, favorendone la diffusione. Da allora la fotografia è stata sempre presente nel panorama artistico iraniano, ogni importante evento storico è sempre immortalato dagli scatti di fotografi iraniani pronti a cogliere i cambiamenti della società. La poesia rimane ancora oggi in Iran il linguaggio artistico più amato, ciò nonostante la fotografia si è ritagliata un ruolo significativo nel panorama espressivo in quanto mezzo di rappresentazione della realtà a portata di tutti. Una realtà non manipolata dal regime, dalla stampa, dai partiti, dai religiosi, dalle televisioni straniere. Diruz ha deciso di dare spazio alla fotografia iraniana raccontando i più importanti avvenimenti della storia moderna e contemporanea dell’Iran attraverso l’obiettivo dei suoi fotografi più rappresentativi.

La fotografia arriva in Iran

Lo Shah Naser al Din (1831-1896) è un sovrano fortemente affascinato dalla tecnologia occidentale. È lui a introdurre in Iran il telegrafo e a sviluppare il sistema postale, a promuovere la massiccia costruzione di strade e a dar vita al primo quotidiano iraniano. Attratto dalla modernità occidentale, Naser al Din è il primo sovrano ad appassionarsi all’arte della fotografia tanto da introdurla alla sua corte affiancandola alla pittura. Da quel momento in poi la vita di corte non viene più solo rappresentata nei quadri dei pittori ma anche nei dagherrotipi di fotografi stranieri e dello Shah stesso.

Una nuova forma espressiva è di solito una deviazione di percorso di un’arte già esistente e il suo sviluppo rimane all’inizio ancorato alla forma d’arte originaria. Così anche in Iran la fotografia in principio ricalca i canoni e gli stili della pittura di fine ottocento, non ha una sua indipendenza e rimane tra le mura del palazzo reale. Il ritratto la fa dunque da padrone, proprio come nei dipinti di corte: i volti della madre di Nasser al Din , delle sue mogli e concubine sono le rappresentazioni fotografiche privilegiate. Unica nota di rottura con la tradizione sono le pose leggermente provocanti di alcune concubine.

Lo Shah negli anni si appassiona sempre di più alla fotografia sperimentandone diversi stili. Nasser al Din non è solo un avido fotografo ma anche un vero e proprio collezionista, tanto da possedere circa 20 mila fotografie originali. I soggetti delle immagini non sono solo più volti ma anche eventi ufficiali, paesaggi, scene di vita quotidiana, gente comune. Durante i suoi viaggi dentro e fuori l’Iran lo Shah non perde occasione per fotografare e farsi fotografare. Si ha l’impressione che ogni momento della sua vita debba essere immortalato e la fotografia è il mezzo ideale perché la pittura non ha la stessa velocità di rappresentazione.

Lo Shah viaggia molto anche fuori dall’Iran e invita nel suo Paese fotografi europei sia per immortalare ogni angolo del suo regno, sia per istruire i fotografi di corte sulle nuove tecniche. La fotografia, grazie alla sponsorizzazione di Nasser al Din sale quindi al rango di mezzo di espressione nobile.

Dalla corte alle strade

Durante gli ultimi anni del suo regno lo Shah Nasser al Din si trova a fronteggiare la pressione delle grandi potenze quali Russia e Gran Bretagna, da sempre attratte dalle possibilità commerciali con l’Iran. Inoltre in Iran scoppia nel 1891 l’imponente “protesta del tabacco” che impedisce alla la Gran Bretagna di appropriarsi del monopolio del commercio del tabacco iraniano. E proprio durante questo evento la fotografia si dimostra la forma artistica che più riesce a catturare la realtà del momento. Seguendo il corso della storia i fotografi documentano non solo le rivolte popolari e le prime rivendicazioni costituzionali, ma soprattutto immortalano la transizione di una società tradizionale verso la modernità.

E quest’ultima porta con sé la rivolta costituzionalista del 1906 le cui immagini più diffuse sono quelle delle manifestazioni popolari, foto ricordo che mostrano le strade affollate oltre, ovviamente, i ritratti dei protagonisti del movimento costituzionalista. Anche grazie a queste immagini la rivolta si diffonde velocemente e la fotografia si riscopre non più solo mezzo di espressione ma anche di comunicazione, iniziando il suo percorso di indipendenza dalla pittura.

Con l’ascesa al potere nel 1926 di Reza Khan Pahlavi, il regime scopre che la fotografia può essere un efficace mezzo di propaganda. La pittura rappresenta una realtà mistificata poiché è un’espressione dell’artista e quindi esplicitamente soggettiva. La fotografia, con la sua aura di oggettività, è un’istantanea della realtà la cui manipolazione, che comunque è presente, è più subdola. Reza Khan sfrutta questa peculiarità dell’arte fotografica per rafforzare la sua immagine e per creare consenso attorno al suo programma di modernizzazione legislativa, economica e culturale del Paese. Durante il primo regime Pahlavi secolarizzazione e tradizione si fondono a fini propagandistici e questo si riflette nelle rappresentazioni fotografiche ufficiali, in particolare quelle legate alla carta stampata su cui il regime ha un controllo diretto e molto rigido. Accanto a questo filone però iniziano a nascere anche i primi atelier fotografici privati. La diffusione di cartoline, l’introduzione delle carte d’identità, il desiderio delle famiglie di catturare i momenti più significativi, promuovono lo sviluppo indipendente generic propecia 5mg dell’arte fotografica. Certo non si può parlare ancora di arte popolare, ma da qui parte lo sviluppo di un’arte che negli anni a venire diverrà per gli iraniani un mezzo di espressione semplice e diretto per raccontare gli avvenimenti più significativi della storia del proprio Paese.

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Iran e Arabia Saudita

Con l’esecuzione dell’ayatollah sciita Nimr al Nimr Teheran e Riad sono ai ferri corti. Oltre all’Arabia Saudita, diversi Paesi legati a Riad stanno rompendo i rapporti diplomatici con l’Iran (come il Bahrein e il Sudan). Gli Emirati Arabi Uniti hanno preferito declassare l’ambasciatore a “incaricato d’affari”.

Ora una domanda è del tutto naturale: la figura di Nimr al Nimr – in carcere da tre anni e condannato a morte oltre un anno fa – era davvero così centrale per gli iraniani? Difficile crederlo, così come è difficile credere che l’assalto all’ambasciata di Teheran sia stato del tutto spontaneo.

E ancora: nel novembre 2011, sempre a Teheran, ci fu un assalto simile all’ambasciata della Gran Bretagna a seguito di nuove sanzioni sul programma nucleare. Episodio anche quello grave, ma che non ebbe la stessa enfasi dei fatti di questi giorni.

Tutto lascia pensare a una serie di mosse calcolate. Riad giustizia l’ayatollah sciita, a Teheran scatta la protesta (e qualcuno sembrava non aspettare altro..), Riad chiude i rapporti diplomatici.

 

Amici mai

Amici non lo sono mai stati, Iran e Arabia Saudita. Le differenze tra i due popoli e i due Paesi sono enormi. Persiani indoeuropei i primi, arabi i secondi. È una storia fatta di invasioni, guerre, tensioni e pregiudizi. Se l’Iran è una nazione da almeno 2500 anni, l’Arabia è uno Stato “a conduzione familiare”, unico Paese al mondo ad avere nella propria “ragione sociale” il nome della casa regnante, quei Saud al potere dal 1932. Se l’Iran è la terra degli sciiti, l’Arabia è la culla del wahhabismo, l’Islam sunnita più ortodosso e intollerante.

La storia delle relazioni dei due Paesi non è mai stata semplice. Limitandoci al XX secolo, il periodo di minore turbolenza fu dagli anni Sessanta alla caduta dello scià nel 1979. Tra i Paesi vigeva un trattato di amicizia, anche se Riad temeva l’ambizione di Reza Pahlevi di diventare il “gendarme del Golfo Persico”. Grazie al sostegno degli Usa, lo scià aveva infatti messo in piedi un esercito moderno e contendeva a Riad il controllo di alcune isole strategiche.

Cambia tutto con la rivoluzione del 1979. Riad teme il “contagio rivoluzionario” che potrebbe arrivare da Teheran. Anche perché un 20 per cento della popolazione saudita è sciita. E infatti l’Arabia Saudita, insieme alle monarchie del Golfo, sostiene politicamente ed economicamente l’Iraq di Saddam Hussein nella lunga guerra contro l’Iran (1980-88).

Un ulteriore motivo di tensione si ebbe nell’agosto 1987, quando alla Mecca la polizia saudita represse violentemente i pellegrini iraniani che scandivano slogan contro gli Stati Uniti: le vittime furono oltre 400.

Lo stesso Khomeini tuonò contro i sauditi:

Questi wahhabiti vili e empi, sono come pugnali che da sempre hanno trafitto il cuore dei musulmani dalle spalle. La Mecca è nelle mani di una banda di eretici.

I rapporti diplomatici si interruppero da allora fino al 1991, quando si ricomposero sulla scia della guerra del Kuwait, in cui sia Raid sia Teheran si schierarono contro Saddam Hussein.

Negli ultimi anni i rapporti sono stati tesi soprattutto per una rivalità più geopolitica che religiosa. Questa “guerra fredda” ha visto Teheran e Raid schierate puntualmente su fronti contrapposti in tutte le crisi locali, dalla Siria allo Yemen, passando per il Bahrein.

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Un’immagine dal sito di Khamenei: Arabia Saudita e Isis sono la stessa cosa

Perché la crisi attuale

Per cercare di ricostruire i fatti, è fondamentale fare attenzione alla tempistica. Per metà gennaio è previsto l’Implementation day dell’accordo sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 dello scorso 14 luglio: da quel momento cominceranno a essere tolte le sanzioni dalla Repubblica islamica. Fine dell’isolamento politico, ovviamente. Ma di lì a poco avverrà soprattutto un’altra cosa che a Riad non piacerà affatto: Teheran immetterà sul mercato circa un milione di barili di petrolio in più al giorno, con l’obiettivo dichiarato di tornare ai livelli ante embargo di 4,3 milioni di barili al giorno.

Arabia Saudita: un Paese al collasso

Per Riad non è una questione di concorrenza, ma di sopravvivenza. La ricchissima Arabia saudita è infatti un Paese prossimo al collasso economico.  Strano? Mica tanto. Lo spiega benissimo il giornalista investigativo Nafeez Hamed:

Il problema più grande è il petrolio. La fonte primaria delle entrate del regno, ovviamente, è l’esportazione di petrolio. Negli ultimi anni, la monarchia ha pompato a livelli record per sostenere la produzione, per mantenere bassi i prezzi del petrolio, per frenare i concorrenti in tutto il mondo che non possono permettersi di rimanere sul mercato con un margine di profitto così ristretto: tutto ciò lastricando la strada verso la petro-dominazione saudita.

Tuttavia, queste abilità non possono durare per sempre. Un nuovo studio ha previsto che l’Arabia Saudita nel 2028 vivrà un picco di produzione petrolifera, seguito da un inesorabile declino – cioè fra soli 13 anni. Ma il problema non si riduce solo alla produzione petrolifera, ma anche alla capacità di tradurla in esportazione per contrastare gli alti tassi di consumo domestici. Un rapporto di Citigroup prevede che la bilancia commerciale crollerà a zero entro 15 anni. Questo significa che le entrate statali, 80% delle quali provengono dalla vendita di petrolio, puntano verso il precipizio.

Come successo con i regimi autocratici di Egitto, Siria e Yemen, in tempi duri il primo taglio alle spese riguarda i sussidi. In questi Paesi, le continue riduzioni ai sussidi, per contrastare l’impatto dell’aumento dei prezzi del cibo e del petrolio, hanno alimentato direttamente il malcontento sfociato poi nelle rivolte della “Primavera araba”. La ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, che mantiene sostanziosi sussidi per il carburante, per l’alloggio, per il cibo e altri beni di consumo, gioca un ruolo cruciale nell’evitare quel tipo di disordine civile. Mentre le entrate si prosciugano sempre più, la capacità del regno di limitare il dissenso popolare vacillerà, come successo in altri Paesi.

In Iraq, Siria, Yemen ed Egitto, le rivolte popolari e le guerre civili possono essere fatte risalire al devastante impatto che fattori quali la siccità, il declino agricolo e il rapido esaurirsi del petrolio hanno avuto sul potere dello Stato. Come molti dei suoi vicini, tali problematiche, radicate e strutturali, fanno intendere che l’Arabia Saudita è sull’orlo di una prolungata crisi di Stato, un processo che inizierà nei prossimi anni e che diventerà una realtà di fatto nell’arco di un decennio.

Eppure, sembra che il governo saudita abbia deciso che, invece di trarre una lezione dall’arroganza dei suoi vicini, aspetterà che arrivi la guerra, ma farà di tutto per esportarla nella regione nel folle tentativo di estendere la sua egemonia politica e prolungare la sua petro-dominazione.

È un articolo pubblicato quattro mesi fa. La tempesta perfetta sembra pronta a scatenarsi. Se un conflitto aperto appare comunque piuttosto improbabile, le ripercussioni sullo scenario regionale cominciano a farsi sentire.

Fotografia e modernizzazione

Fotografia d’importazione
Negli anni trenta e quaranta continua il processo di modernizzazione dell’Iran sotto il regno di Reza Khan. Secondo la visione del monarca la tradizione deve cedere il passo a una società più moderna per entrare a far parte del circuito delle potenze occidentali, sempre più interessate all’area mediorientale. Di conseguenza nella società iraniana passato e futuro si scontrano, anche perché il progresso viene legato alla cultura, alle esigenze e alle caratteristiche della società occidentale, profondamente diversa da quella iraniana.  La modernizzazione viene semplicemente importata e non modellata sulla realtà del paese.  Le proteste non si fanno attendere, soprattutto da parte del clero a cui sono legati i bazari (commercianti), che vedono entrambi nello shah e nelle sue riforme un’imposizione e una svendita del Paese all’Occidente.

Anche la fotografia in questo periodo segue i canoni dettati dall’Occidente, manca una interiorizzazione e una reinterpretazione dell’arte fotografica. In un certo senso si può dire che la fotografia  rimane un passo indietro rispetto ai cambiamenti che stanno caratterizzando la società iraniana. Tra gli anni Trenta e Cinquanta è soprattutto la borghesia iraniana sperimentare la fotografia scattando per lo più immagini di avvenimenti importanti: la celebrazione del nuovo anno iraniano, il ritratto della famiglia vestita con abiti occidentali. Le pose e di conseguenza anche gli scatti fotografici, sono permeati da una forte staticità. Dopo il primo momento di fermento in cui ogni parte del Paese iraniano veniva immortalato da uno scatto anche grazie alla passione dello Sha Naser Al-Din, in questi anni invece la fotografia si chiude nel ritratto famigliare e sicuro, la campagna e la popolazione rurale non sono considerati più soggetti fotografici.

Old Teheran
Nel frattempo lo shah è cambiato. Il governo di Reza Khan finisce nel 1941 quando la Gran Bretagna e la Russia decidono che lo shah non risponde più ai loro interessi. Al suo posto viene incoronato suo figlio Muhammad Reza che prosegue l’opera del padre per quanto riguarda la modernizzazione cercando però di ingraziarsi i religiosi accogliendone alcune richieste. Gli intellettuali vengono invitati a visitare altri Paesi e a confrontarsi con le varie correnti d’arte, cosa che ovviamente  favorisce uno scambio di idee anche all’interno del Paese.

In questo clima di rinnovamento muove i primi passi un noto fotografo iraniano, Mahmoud Pakzad (1924-1991), che fin dalla giovinezza fa della fotografia la sua arte.  Pakzad va in giro per la città, Teheran, per scattare immagini di vita quotidiana. Fotografa tutto: edifici, strade, negozi, cinema, il bazar, ecc. Grazie alle sue fotografie, riunite nella raccolta Old Teheran, abbiamo uno spaccato della Teheran degli anni Cinquanta.  Qualche decennio più tardi queste fotografie sarebbero diventate un ritratto unico di un tempo e di una città che presto avrebbe cambiato natura e immagine. Grazie a questo fotografo la quotidianità, la spontaneità iniziano a essere considerati soggetti di scatti fotografici.

Fotografare il cambiamento
Gli anni Cinquanta rappresentano per l’Iran una tappa fondamentale per l’evolversi degli eventi futuri. Nel 1953 infatti c’è il colpo di stato contro il Primo ministro Mohammad Mossadeq ad opera dello Shah e dei servizi segreti americani e britannici. Mossadeq aveva infatti intrapreso una serie di misure per la nazionalizzazione della compagnia petrolifera britannica e avviato i primi passi per una riforma agraria, due cambiamenti che né lo shah né le potenze occidentali apprezzavano. Il regime di Muhammad Reza Shah diventa, dopo questo avvenimento, molto più autoritario e violento. Il clima iraniano è quindi carico di tensione, e tutto ciò favorisce un’attenzione dei fotografi allo scatto che riesca a immortalare il cambiamento, la trasformazione della società. L’avvenimento storico diventa immagine. Non è più il solo ritratto di Mossadeq a essere inquadrato ma anche e soprattutto le manifestazioni a suo favore: la società civile si scopre anche attraverso la fotografia. Una particolarità questa che accompagnerà da adesso in avanti la storia della fotografia iraniana: la costante ricerca di una rappresentazione dei sentimenti di un popolo troppe volte imprigionato in un sistema politico autoritario.

 

 

 

 

Fonti

www.payvand.com
www.fouman.com
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

444 days

444 days

444 giorni. Tanto durò la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran . Dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981. Nel 2007 il canale satellitare statale iraniano Press Tv realizzò un documentario molto interessante che raccontava quei giorni attraverso i ricordi di alcuni dei protagonisti, intitolato, appunto, 444 days.

Ci sono alcuni funzionari statunitensi, come John Limbert (abbiamo parlato già di lui, qui) e ci sono soprattutto Ebrahim Asgharzadehleader degli studenti che occuparono l’ambasciata, e Masoumeh Ebtekar, allora portavoce degli studenti e oggi vicepresidente dell’Iran.

E’ un racconto molto intenso e anche originale. Venne presentato ad Asiatica Film Mediale a Roma e poi sparì dalla circolazione. L’ho cercato inutilmente per anni e non sono riuscito a trovarlo nemmeno a Teheran. Nell’agosto 2014 è stato pubblicato finalmente su YouTube.

Eccolo qui, dura un’ora e quaranta minuti. E’ molto utile per capire uno dei passaggi fondamentali della storia recente dell’Iran.

P.S.

Quello  in alto a destra nella foto NON è l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Come si evince dal documentario, il giovane universitario Ahmadinejad non era favorevole all’occupazione dell’ambasciata Usa. Piuttosto, era favorevole a un’azione nei confronti dell’ambasciata dell’Unione Sovietica. Ma questa è un’altra storia.

 

Lo sviluppo del sistema bancario islamico in Iran

Come funziona il sistema bancario in Iran? La questione diventa di stretta attualità dopo gli accordi del 14 luglio 2015 che dovrebbero portare alla rimozione delle sanzioni internazionali e all’apertura del Paese ai mercati internazionali.

In questo articolo La finanza islamica ricostruisce lo sviluppo del sistema bancario attualmente vigente nella Repubblica Islamica.

(..)

Risponde all’articolo 44 della Costituzione (nel quale è prevista la suddivisione dei settori economici nei quali possono operare lo stato, le cooperative e i privati) la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, che in modo graduale è stato portato, a partire dal 1984, primo ed unico paese al mondo, a sottostare ai precetti del Corano. In quell’anno infatti fu promulgata la “Law for usury-free banking operation” con l’obiettivo di eliminare la pratica dell’usura (riba) dall’intero settore. Non è possibile quindi applicare nessun tasso di interesse ai depositi e ai prestiti (se non nelle transazioni commerciali internazionali), ai quali può invece essere applicata una commissione fissa e un contributo annuo dipendente dai profitti, la cui percentuale varia a secondo dei settori merceologici (per esempio, 4% per le attività manifatturiere e agricole, 8% per i servizi, ecc.). Anche le banche private, autorizzate ad operare dal 2000 con l’affievolirsi delle tensioni internazionali derivanti dalla guerra contro l’Iraq, devono sottostare al principio della condivisione degli utili e delle perdite (PLS).

Le principali banche islamiche iraniane, molte delle quali sono al top dell’elenco delle 100 maggiori banche islamiche mondiali e che secondo un pronunciamento della Guida Suprema del 2006 non possono essere privatizzate sono la Banca Melli (nella foto; presso la sede di Teheran, in via Ferdousi, è custodito il tesoro della Corona, www.bmi.ir), la Banca Sepah, la Banca Maskan, la Banca dell’Industria e delle Miniere, quella dell’Agricoltura e quella dello Sviluppo Estero, oltre naturalmente alla Banca Centrale. Le altre possono essere possedute fino al 40% da privati, secondo una legge emanata nel 2007.

Continua a leggere su La Finanza Islamica

 

L’Iran nell’era digitale

In L’Iran degli ayatollah nell’era digitale sono riassunte indagini sulla televisione satellitare, l’editoria, la stampa e internet in Iran, con inediti approfondimenti sul mondo dei social network e delle start-up. Seguendo lo sviluppo dei media in questi ambiti, in ognuno di essi si approfondisce la nascita e l’espansione della censura governativa, i mezzi cui ricorre la società per aggirarla e gli aspetti paradossali e contraddittori che emergono da questa interazione. Tanto da domandarci fino a che punto possiamo pensare l’Iran come una società chiusa, in cui i cittadini sono costantemente controllati e messi sotto pressione, e fin dove, invece, può estendersi il controllo del governo nell’era di internet e dei media globalizzati.

Collaborando con Small Media, il sito specializzato nell’analisi e l’approfondimento dell’universo mediatico iraniano, il team di Arab Media Report ha contribuito alla stesura del testo grazie al contributo di Antonello Sacchetti, all’editing di Giulia Ciatto e Valeria Spinelli e al coordinamento scientifico di Azzurra Meringolo.

Per scaricare la monografia in PDF: L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Di seguito, un estratto dell’introduzione di Antonello Sacchetti alla monografia.

Tra il regime islamico e le startup, gli ayatollah sui social network, la rivoluzione del 1979 e una popolazione odierna con una media di 28 anni di età, osservando l’Iran di oggi emergono degli aspetti singolari e delle contraddizioni che lo caratterizzano non solo sul piano sociale ma anche politico e culturale. Queste contraddizioni vengono sottoposte alla nostra attenzione dai mezzi d’informazione globali senza riuscire a ricostruire una quadro completo della Repubblica Islamica, lasciandoci confondere, da una parte, dalla narrativa dei negoziati sul nucleare e le conseguenze economiche catastrofiche delle sanzioni, dall’altra il dibattito sullo sviluppo delle connessioni 3G e 4G e dell’internet nazionale. Viene da domandarsi quale sia la vera faccia dell’Iran, se un paese in cui lo Stato è ancora al lavoro per mantenere viva la “morale islamica” come aspetto caratterizzante della vita pubblica e privata della società iraniana, in cui internet è ancora controllato e la televisione satellitare oscurata dai segnali di interferenza delle stazioni governative, oppure un paese nel pieno del boom tecnologico, i cui cittadini fanno uso di un’ampia schiera di piattaforme di social media per costruire vivaci comunità online. Nata dalla collaborazione con Small Media, il sito specializzato nell’analisi della censura, dei media e della libertà d’informazione in Iran, questa monografia è un progetto esclusivo e inedito in cui, attraverso la chiave di lettura dei mezzi di comunicazione di un paese che emerge così contraddittorio, si tenta di aprire una nuova narrativa, quella dell’Iran nell’era dell’informazione e delle telecomunicazioni.

Si potrebbe ipotizzare che raccontare l’Iran voglia dire, dunque, anche raccontare come i media abbiano raccontato e continuino a raccontare il paese. La cosiddetta “era della comunicazione” comincia – a livello mondiale – proprio quando in Iran nasce la Repubblica Islamica. I leader dei primi anni Ottanta – da Ronald Reagan negli Usa a Margareth Thatcher in Gran Bretagna, da Francois Mitterand in Francia allo stesso Ruhollah Khomeini in Iran – riconoscono ai mass media (e alla televisione in particolare) una centralità nuova, non più meramente strumentale. I media occupano ormai una parte importante nella vita delle persone e quindi dei popoli, non si limitano a “informarli”, ma li “formano” attraverso dinamiche e linguaggi in continua evoluzione. Quando nel 1983 la Repubblica Islamica decide di liquidare definitivamente il Partito comunista Tudeh, non si limita a processarne i leader, ma lo fa in diretta televisiva. I processi proposti in prima serata al pubblico iraniano servono ad elaborare, prima ancora che diffondere, una narrazione ufficiale della rivoluzione, estorta in questo caso attraverso la tortura e la coercizione e condivisa con le masse attraverso la tecnologia. (Si veda a tal proposito il saggio di Ervand Abrahamian, Tortured Confessions Prisons and Public Recantations in Modern Iran, Berkeley, University of California Press, 1999.

Da allora mezzi e linguaggi della comunicazione si sono trasformati radicalmente. Il sistema creato nel 1979 si è dovuto misurare, a più riprese, con scenari completamente inediti: con le televisioni satellitari all’inizio degli anni Novanta, con l’avvento di internet qualche anno più tardi, fino al boom dei social media e della telefonia mobile. Dalle audiocassette con i sermoni di Khomeini che sfuggivano ai controlli della polizia dello scià, siamo passati ai tweet della Guida Khamenei. Un bel salto, indubbiamente. Ma è un cambiamento che riguarda e spiazza, in fondo, un po’ tutti. Alcuni paesi europei, come l’Italia, faticano ancora ad assimilare un cambiamento che ha stravolto i parametri della vecchia comunicazione analogica. Sarebbe perciò un errore limitare lo sguardo sull’Iran a un semplice problema di controlli e censura.

In gioco c’è qualcosa di molto più vitale: l’identità stessa del paese, prima ancora che del sistema politico che lo governa. Proprio per la sua posizione geografica strategica, che lo pone esattamente nel mezzo tra Estremo Oriente e civiltà mediterranee, nel corso di tutta la sua storia l’Iran ha dovuto sempre fare i conti con un dilemma fondamentale: come sopravvivere senza rinunciare alla propria identità. È stato così con l’invasione araba nel VII secolo, con quella dei mongoli nel XIII, con il “Grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna e con la Guerra Fredda nel XX. Avvenimenti storici certamente drammatici e dolorosi, dai quali l’Iran è uscito trasformato ma mai stravolto nei propri caratteri fondamentali. Un esempio su tutti: la Persia è l’unico grande territorio conquistato dal califfato a non subire l’imposizione dell’arabo. Della lingua dei conquistatori viene adottato soltanto l’alfabeto, che sostituisce i vecchi ideogrammi del pahlavie rende più semplice la diffusione della scrittura.

Una delle parole d’ordine delle piazze del 1979 era esteqlal, “indipendenza”. Indipendenza innanzitutto culturale, di valori e di linguaggio. La rivoluzione non nasce come “islamica”, ma contro lo scià e contro la propaganda filo-statunitense. La gharbzadeghi, la “intossicazione da Occidente”, o “Occidentosi”, descritta nel 1962 dall’intellettuale ex marxista Jalal Al-e Ahmad, è innanzitutto un malessere culturale: “Siamo stranieri a noi stessi: è straniero quello che mangiamo e come ci vestiamo, sono straniere le nostre case, stranieri i nostri modi, i nostri libri e, quel che è più pericoloso, è straniera la nostra cultura. Cerchiamo di farci un’istruzione di stampo europeo e ci affanniamo per risolvere qualsiasi problema ci si presenti nel modo in cui lo farebbero gli europei.” Quella descritto da Jalal Al-e Ahmad era la gharbzadeghi degli iraniani; a distanza di cinquant’anni, sembra che anche molti osservatori occidentali soffrano di una sorta di autointossicazione che impedisce di accettare la diversità culturale e di valori alla base del modello politico proprio dell’Iran. Come giustamente ricordato in questa monografia, la Repubblica Islamica, nata dopo la rivoluzione del 1979, “si è definita più di ogni altra cosa in senso culturale”. Il che ha implicato un azzeramento iniziale del sistema precedente, con la chiusura delle università per due anni e una massiccia e rapida islamizzazione dei mass media, del sistema di istruzione e dei canoni estetici e di comunicazione. Canoni che, in questi 35 anni, sono cambiati completamente, in tutto il mondo.

E questa enorme, continua trasformazione ha certamente rappresentato un trauma per il sistema creato nel 1979, che ha dovuto confrontarsi, quasi di colpo, con strumenti e linguaggi del tutto inediti. Si pensi all’avvento delle antenne paraboliche, cominciate a spuntare sui tetti di Teheran nel 1991, in concomitanza con la Guerra del Golfo scatenata da Bush senior contro Saddam Hussein. L’Iran usciva da otto lunghissimi anni di guerra proprio contro l’Iraq. Anni di distruzione, morte e chiusura culturale. Per una straordinaria simmetria della storia, la fine della “guerra imposta” (luglio 1988) è seguita dalla morte dell’Ayatollah Khomeini (giugno 1989) e dalla fine della Guerra Fredda. Di colpo, l’Iran si ritrova in uno scenario completamente nuovo, impensabile soltanto pochi mesi prima. Le parabole per vedere le televisioni satellitari non sono solo un espediente per aggirare la censura dei media statali: sono il simbolo di una nuova epoca sociale. I ragazzi cresciuti sotto i bombardamenti di Saddam e la retorica propagandistica dei media della Repubblica Islamica, hanno adesso “fame di mondo”, vogliono vedere come si vive fuori dal loro paese. Il pretesto, la scintilla che accende questa passione per le antenne paraboliche, è vedere come l’arcinemico Saddam le busca dal “grande satana” (gli Usa). Ma poi le televisioni satellitari entrano nella dieta mediatica degli iraniani e non ne escono più, nonostante siano ufficialmente al bando.

Gli stessi organi di comunicazione della Repubblica Islamica sono stati costretti ad adeguarsi, a cercare di non perdere completamente il contatto con il pubblico. L’Irib (Islamic Republic of Iran Broadcasting), soprattutto negli ultimi anni, ha intrapreso un processo di modernizzazione notevole, proprio nel tentativo di mantenere la propria rilevanza in ambito culturale. All’interno dello stesso ministero della Cultura e della Guida Islamica, lavorano oggi giovani formatisi all’estero, che parlano perfettamente l’inglese e sono a loro agio con i nuovi strumenti digitali. Per rendersene conto, è sufficiente seguire gli account social del presidente Hassan Rouhani o della Guida Suprema Ali Khamenei. L’effetto è spesso sconcertante per un occidentale: commentare la politica internazionale con una citazione di un Imam sciita dell’XI secolo può in effetti sembrarci bizzarro. Ma è un nostro limite, più che una reale contraddizione. Lo stesso è accaduto con il web. I primi blog iraniani sono nati alla fine degli anni Novanta nelle scuole coraniche di Qom e solo dopo sono diventati talmente popolari da far divenire il persiano, per alcuni anni, la sesta lingua più usata nel web. L’universo dei blog iraniani – il cosiddetto Blogistan – va in crisi con le elezioni del 2009, le contestazioni da parte del movimento verde e la seguente repressione. Molti blog chiudono, altri non sono più aggiornati. Tutto ciò non dipende però soltanto dalla censura: il web si sta evolvendo, cominciano a diffondersi i social media e gli utenti iraniani si spostano su Facebook e Twitter. Dove si comincia a concentrare anche l’attenzione della censura. Anche da questo passaggio l’Iran è uscito trasformato e – in un certo senso – più moderno.

In anticipo di almeno due anni sulle cosiddette “primavere arabe”, durante le elezioni presidenziali del 2009 gli iraniani hanno dato vita a un movimento che ha utilizzato in modo sistematico i nuovi media e che ha svelato al mondo l’esistenza di un’opinione pubblica giovane e vivace. Dopo quella crisi, il modo di raccontare l’Iran non è stato più lo stesso. Ma anche la stessa Repubblica Islamica, nelle sue mille sfaccettature, è una “macchina che impara”. E che da quell’esperienza ha capito che non può rinunciare completamente se non al consenso, quanto meno alla partecipazione del popolo ai momenti decisionali. Come spiegare altrimenti l’esito delle successive elezioni del 2013? Non solo si prevedeva una bassa affluenza alle urne, ma nessuno o quasi avrebbe scommesso sulla vittoria del moderato Rouhani. Sono state decisive le ultime due settimane di campagna elettorale, condotta in modo magistrale dal candidato vincitore, soprattutto nel web e sui social in particolare. Nell’eterno confronto con la modernità – o meglio con i processi di modernizzazione – l’Iran adotta spesso una via indiretta, tortuosa. Il grande iranista italiano Alessandro Bausani parlava di “apparenti re-arcaizzazioni” attraverso le quali l’Iran riesce sempre a venire a capo dei momenti più critici. Forse non è poi così azzardato pensare all’intera esperienza della Repubblica Islamica come una grande reazione al processo di globalizzazione che proprio verso la fine degli anni Settanta diveniva evidente.

In questo lungo viaggio attraverso il problematico rapporto tra Repubblica Islamica e comunicazione, occorre sempre ricordare che in Iran la censura è un dato storico, nato molto prima della rivoluzione e intrinseco forse alla stessa concezione storica del potere politico. La richiesta di libertà di espressione e di democrazia degli iraniani di oggi, non è figlia soltanto dei 35 anni di Repubblica Islamica, ma affonda le proprie radici nel movimento politico che nel 1906 portò alla Rivoluzione costituzionale. L’Iran fu allora il primo paese musulmano a dotarsi di una Carta. Quel processo democratico non si è mai del tutto interrotto e rivive oggi in forme diverse, con strumenti, linguaggi e urgenze in continua evoluzione. Questa monografia si apre appunto con l’analisi dell’evoluzione generale della censura nella Repubblica Islamica. La scelta di porre le basi della regolamentazione dei media sull’Islam politico è stata la prima fonte di problemi controversi. Attraverso la descrizione del contesto ideologico da cui prende forma la Costituzione iraniana e delle leggi che regolano la libertà di espressione nel paese, il primo capitolo chiarisce il ruolo attribuito ai media nazionali quali armi da puntare contro le ingerenze straniere per combattere l’invasone culturale dell’Occidente, una paura alimentata dalla politica filoccidentale del regime Pahlavi. Con l’analisi dei testi legislativi, si fa invece luce sull’ambiguità normativa che vige nel paese e che rende l’azione della censura imprevedibile e discrezionale.

Per riportare la fumosità di queste norme alla realtà, nel testo sono riportati due esempi esplicativi di come agisce la censura in Iran: il caso del sito di informazione sull’innovazione digitale e tecnologica Narenji e quello della giornalista Marzieh Rasouli, arrestata e condotta nel carcere di Evin, nel luglio 2014,con l’accusa di aver diffuso propaganda antigovernativa. Nel secondo capitolo viene analizzato nel dettaglio il controllo che lo stato esercita su internet. Descritto come un “sistema triangolato”, in cui il governo adotta misure di prevenzione, intercettazione e reazione per esercitare la propria censura anche in rete e proteggere la natura islamica della repubblica, non solo si entra nel dettaglio nell’analisi degli strumenti di controllo (dai software per filtrare i contenuti internet al reindirizzo dns) e del palinsesto che forma i vari organi preposti a questo scopo sorti dopo le proteste del 2009, ma si affronta l’argomento anche da un’altra prospettiva, ovvero quella della società e dei mezzi utilizzati dai cittadini iraniani per aggirare le misure di controllo, come vpn e proxy. Grazie a delle infografiche, si è riusciti a riassumere il caotico quadro della censura su internet, ricostruendo il dedalo amministrativo di uno dei temi più incandescenti dell’Iran contemporaneo che ha portato la Repubblica Islamica a essere etichettata da Reporter Senza Frontiere come “uno dei dodici nemici di internet”. Un altro mezzo di informazione controverso e dibattuto è la televisione satellitare. Le prime parabole iniziarono ad apparire dopo la fine della guerra contro l’Iraq, all’inizio degli anni Novanta, e con esse una sfida che continua a mettere a dura prova la capacità di controllo del governo iraniano. Per questo nel terzo capitolo si approfondisce il ruolo che gioca la televisione di Stato, l’Irib, nel panorama mediatico nazionale e internazionale. Si fa qui luce sull’evoluzione della politica iraniana in merito alle parabole dalla loro comparsa sino ad oggi e la relazione con i canali satellitari in lingua persiana trasmessi in Iran e prodotti all’estero. Anche in questo ambito è descritta l’azione della censura e dei mezzi tecnologici con i quali il governo combatte la guerra dell’informazione contro “l’invasione culturale” dell’Occidente. Inoltre il capitolo è accompagnato da un’analisi dell’evoluzione della rappresentazione femminile nella televisione e nel cinema iraniani, con riferimenti alle attrici che hanno intrapreso atti di resistenza al codice di abbigliamento islamico. Conoscere l’evoluzione dei mezzi d’informazione iraniani vuol dire capire l’evoluzione della sua società. Un’affermazione che è sicuramente possibile riscontrare nell’uso che le minoranze religiose e sessuali iraniane hanno saputo fare di internet. Spesso vessate, discriminate o addirittura messe al bando, come la comunità baha’i, essere hanno sfruttato internet per rivendicare un proprio spazio in cui esprimere la propria identità. Con il quarto capitolo ci si addentra nella varietà di piattaforme online e satellitari in cui cristiani, ebrei, baha’i, lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) sono riusciti a ricavare un rifugio dalla repressione governativa e vivere la propria fede o la propria identità sessuale. Dalle messe trasmesse in tv dalla “Chiesa domestica” alle università clandestine baha’i online, dalle chat di incontri per Lgbt al contro attacco dei conservatori, l’analisi è ricca di esempi di come il governo e queste comunità clandestine si muovano fra tolleranza e illegalità. Il quinto capitolo è dedicato all’editoria che in fatto di censura rappresenta un ponte di continuità fra il regime Pahlavi e Repubblica Islamica. Questo capitolo si apre con l’eredità dell’epoca Pahlavi ripresa dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica (Mcgi) e spiega la sua azione nel campo culturale ed editoriale iraniano.

Come per l’approfondimento sulla televisione satellitare, anche in questo caso si è resa necessaria un’analisi del suo sviluppo durante le diverse presidenze che si sono succedute dal 1979 ad oggi, in termini legali, politici e sociali. Così si viene a conoscenza che in risposta a una stretta della censura sotto il governo di Ahmadinejad, gli editori iraniani si sono organizzati creando proprie piattaforme per ebook nel tentativo di aggirare la censura, mentre altri scrittori, incessantemente respinti dal Mcgi, hanno smesso di scrivere. L’ultima parte della monografia è interamente dedicata agli aspetti più recenti del panorama mediatico iraniano, ovvero i social media, le start-up e lo sviluppo della fibra ottica. Nelle più diverse esemplificazioni in cui questi temi si concretizzano in Iran, il raffronto con il governo attuale è costante. Rouhani all’alba della sua elezione, si è presentato come il candidato eletto dagli iraniani desiderosi di cambiamento. “Viviamo in un’epoca in cui limitare la circolazione delle informazioni è impossibile”, sono le parole con cui ha manifestato le proprie posizione in merito alla censura del regime, e dall’inizio del suo governo sono numerosi gli scontri con la Guida Suprema e i rappresentanti più conservatori sul cambiamento tanto desiderato dai suoi elettori, primo fra tutti quello del controllo governativo di internet.

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Le conseguenze della Rivoluzione iraniana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La vittoria della Rivoluzione islamica iraniana nel 1979 è considerata una delle più importanti rivoluzioni politiche internazionali degli ultimi tempi. Gli effetti sulla comunità islamica mondiale, la posizione strategica a livello internazionale dell’Iran e l’importanza del Golfo Persico e del Medio Oriente nello scacchiere mondiale hanno fatto sì che la Rivoluzione islamica fosse un fenomeno, un evento che non ha riguardato solo il popolo iraniano, ma ha avuto, e ha tutt’oggi, una influenza e una portata internazionali. Per questo motivo lo studio e l’analisi delle cause e delle motivazioni che stavano alla base della Rivoluzione islamica, del suo andamento e dei suoi risultati a livello di teoria e pratica politica nel campo delle relazioni internazionali, non sono solo importanti ma anche necessari, in particolare nel quadro degli effetti della Rivoluzione sulle teorie internazionali. A distanza di 36 anni dalla vittoria della Rivoluzione questo aspetto non sembra, infatti, essere stato ancora adeguatamente esplorato.

Probabilmente la ragione di una tale carenza di studi e ricerche su questo specifico aspetto risiede nell’incompatibilità dei principi della Rivoluzione e dei fattori che l’hanno portata al successo con le categorie interpretative del pensiero politico moderno, che non riescono a spiegare in maniera esaustiva e convincente tale evento, oppure nel rifiuto di impegnarsi in tal senso basato su una aperta ed esplicita opposizione, nel campo delle relazioni internazionali, nei confronti della Rivoluzione islamica stessa.

Una corrente di studiosi e intellettuali ritiene che la Rivoluzione islamica sia priva di ogni genere d’influenza effettiva nel campo delle relazioni internazionali, mentre un’altra non solo afferma che questa influenza ci sia stata, ma che è stata anche notevole. Una terza corrente è quella che ha, da una parte, approcciato la Rivoluzione islamica attraverso la presentazione dei principi, delle dottrine spirituali, delle norme etiche che ne stanno alla base, e solo in ultimo del suo ordinamento politico e sociale, e dall’altra ha illustrato in che modo la visione politica dell’Islam, il “risveglio” islamico e il rafforzamento dei movimenti islamici hanno avuto un ruolo fondamentale nell’indebolire le stesse radici culturali e filosofiche e le basi teoriche del pensiero politico moderno nel campo delle relazioni internazionali e far rifiorire e rafforzare, di contro, una visione spirituale e religiosa dell’esistenza e quindi anche della politica stessa.

Bisogna considerare che i legami tra le teorie delle relazioni internazionali e la Rivoluzione islamica iraniana non sono solo diretti, bensì le idee, i pensieri e gli obiettivi della Rivoluzione hanno prodotto dei mutamenti che hanno influenzato le relazioni internazionali anche in modo indiretto.

Lo sviluppo degli ideali della Rivoluzione nelle relazioni internazionali e l’Islam politico

La Rivoluzione islamica non ha solo avuto un’influenza sulle analisi tradizionali incentrate sull’andamento e lo sviluppo delle rivoluzioni, bensì ha anche rafforzato gli studi sull’influenza delle rivoluzioni sulle politiche estere e le relazioni internazionali.

Questo nuovo approccio si è focalizzato su due aspetti della Rivoluzione islamica.

Il primo è incentrato sulla modalità dell’influenza della Rivoluzione islamica sulla politica estera avente come attore un “governo rivoluzionario”. Ad esempio, Fred Halliday, attraverso l’analisi delle politiche estere dei paesi rivoluzionari, ha studiato il ruolo delle grandi rivoluzioni nelle relazioni internazionali, sottolineando come la più grande particolarità delle politiche estere dei paesi rivoluzionari come la Repubblica Islamica dell’Iran è la loro internazionalità, ossia il perseguimento di obiettivi che vanno oltre i meri interessi nazionali. I paesi rivoluzionari, in altre parole, cercano di modificare e riformare l’ordine internazionale vigente. Halliday pensa che la Rivoluzione islamica presenti un aspetto di internazionalità addirittura maggiore di quello di altre rivoluzioni come quella Russa e Francese, per cui gli obiettivi ideologici relativi all’ordine mondiale hanno una posizione particolare nella politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran (cfr. F. Halliday, Revolution and world politics, Basingstoke, Palgrave, 1999).

Il secondo aspetto studiato è la modalità dell’esportazione della Rivoluzione in altre società e contesti culturali. Diversi studiosi hanno cercato di analizzare l’influenza della Rivoluzione islamica, e questa letture teoriche si sono sviluppate soprattutto intorno all’esportazione della Rivoluzione islamica e dei suoi ideali negli altri paesi musulmani, e sono diverse le visioni e le ipotesi analizzate e presentate relativi all’identità, al significato, al concetto, alla politica e ai mezzi per la diffusione e l’esportazione della Rivoluzione islamica stessa. Per chi volesse approfondire questo aspetto, ricordiamo il libro curato da John L. Esposito e R.K. Ramazani, intitolato Iran at the crossroads (Palgrave Macmillan, 2000), nel quale alcuni studiosi ed esperti iraniani, europei ed americani analizzano le conseguenze e l’evoluzione della Rivoluzione Islamica. (Cfr. Ramazani, Revolutionary Iran: Challenge and Response in the Middle East, 1987; Esposito, The Iranian Revolution: Its Global Impact, 1990)

Dopo la vittoria della Rivoluzione islamica, il ruolo dell’Islam come “attore” politico che può influenzare la politica estera e le relazioni internazionali ha subito una forte valenza e ha causato forti “tensioni” nelle visioni ormai consolidate che regolano le relazioni internazionali. Vediamo quindi alcune interpretazioni e analisi del fenomeno “Islam politico”.

Secondo alcuni, l’Islam politico si svilupperebbe dall’incapacità delle visioni principali di gestire le relazioni internazionali, per cui esso viene considerato solamente come una reazione meramente politica nei confronti dell’innovazione culturale e della modernità, una ridefinizione secondaria degli interessi materiali e un tentativo di ravvivare tradizioni ormai anacronistiche (Cfr. Elizabeth Shakman Hurd, “Political Islam and International Relations”, American Political Science Association, Philadelphia, September 2006).

Su questa scia lo studioso e accademico Fred Halliday considera la nascita e l’ascesa dell’Islam politico come un effetto del rifiuto della modernità unito a un nazionalismo politico estremista (Cfr. F. Halliday, The Middle East in International Relations. Power, Politics and Ideology. Cambridge: Cambridge University Press, 2005; ed. it.: Il Medio Oriente – potenza, politica e ideologia, Vita e Pensiero 2007), e lo scienziato politico Bassam Tibi considera l’Islam politico come una reazione all’ordine secolare liberale dell’Occidente in un quadro di ribellione generale contro i “valori” politici e culturali occidentali al fine di istituire un ordine islamico internazionale (Cfr. B. Tibi, “Post-Bipolar Order in Crisis: The Challenge of Politicised Islam.” Millennium 29, no. 3 (2000): 843-860).

John L. Esposito, invece, considera la sconfitta di ideologie secolari quali il nazionalismo e l’arabismo come la causa principale per il ravvivamento dell’Islam politico, che tende a presentare l’Islam come il simbolo, l’esempio, il punto di riferimento nelle questioni riguardanti le relazioni internazionali.

Infine, lo storico Roger Owen considera l’Islam politico come una reazione alla sconfitta delle ideologie e delle soluzioni ambiziose del secolarismo che alcuni regimi in via di sviluppo del mondo islamico hanno utilizzato per legittimarsi (R. Owen, State, Power and Politics in the Making of the Modern Middle East, Routledge 2004).

In breve, elemento comune di queste analisi è che l’Islam politico nascerebbe dalla reazione dei paesi e delle società islamiche alla modernità e alla loro precaria situazione politica ed economica, considerata profondamente ingiusta. Certo, è innegabile il ruolo di questi fattori nella nascita dell’Islam politico, però non possono essere considerati come gli unici fattori. Secondo Elisabeth Shakman Hurd, l’Islam politico è un tentativo moderno di dialettica politica che finisce per scontrarsi con le teorie principali presentate dal liberalismo e dal secolarismo, che relegano la fede e il governo al di fuori dell’ontologia e dell’epistemologia (Shakman Hurd, cit.). L’Islam però è un qualcosa di molto più ampio, variegato e complesso che non può certamente essere così delimitato, che può fornire dei modelli validi anche nel campo delle relazioni internazionali.

La nascita dell’Islam politico come fattore determinante nelle relazioni internazionali mina le basi e le visioni principali di tutte le dottrine di natura laica e secolare riguardanti le relazioni internazionali, che in qualche modo negano l’influenza della religione negli sviluppi e nei rapporti internazionali, anche perché nessuno di queste visioni riconosce il ruolo fondamentale della religione nella politica internazionale. Il paradigma “realista” classico e strutturale in generale nega il ruolo, che a noi appare però evidente, degli elementi e delle strutture non materiali, delle idee e delle visioni di natura religiosa e spirituale nella politica estera e nelle relazioni internazionali. I paesi “liberi” da influenze, valori e condizionamenti di tale natura cercano di perseguire i propri interessi di natura meramente umana e materiale, quindi è inevitabile che l’Islam finisca per essere considerato come un impedimento, un fastidioso ostacolo davanti al perseguimento dei propri interessi nell’ordine internazionale ormai scivolato nell’anarchia.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

I seguaci del pensiero liberale e del neoliberalismo istituzionale difendono valori come la “pace” e la “democrazia” e riconoscono il ruolo indipendente dei valori nelle relazioni internazionali, però insistono esclusivamente sui valori liberali come fattori stabilizzanti del sistema internazionale.

La scuola di pensiero britannica delle teorie delle relazioni internazionali, che può essere considerata una via di mezzo tra il liberalismo e il realismo, cerca di mettere insieme i principi e le teorie di questi due paradigmi, ma si trova comunque in difficoltà nell’identificare e definire il ruolo dell’Islam politico. Al contrario delle pretese e delle aspettative suscitate da questo pensiero, la società internazionale basata sui valori comuni si trova di fatto davanti alla sfida dell’Islam politico che si fonda  su principi e valori differenti (cfr. T. Dunne, Inventing International Society: A History of the English School, Basingstoke, Macmillan, 1998).

Di fronte a questo stato di cose, la presenza di diverse forme di Islam politico come fattori importanti nella politica internazionale costituisce l’occasione buona per rivedere e riformare i principi e le ipotesi su cui si basano le visioni politiche secolari relative alle relazioni internazionali, affinché questa visione predominante possa ridefinire il concetto stesso di “politica” nel dialogo con civiltà, culture e soggetti politici non occidentale e non secolari. Il pensiero predominante nelle relazioni internazionali basato sul laicismo e il secolarismo riconosce solamente se stesso e si autoassegna qualità di “correttezza” e “neutralità”, mentre altri pensieri e visioni che non sono in conformità con questo pensiero sono considerati “errati”. Ma è proprio questo l’ostacolo più importante che impedisce la comprensione e soprattutto l’accettazione di altri pensieri e visioni del mondo.

Osservazioni sul ruolo dei movimenti islamici nelle relazioni internazionali

 Lo sviluppo, l’espansione e il rafforzamento dei movimenti islamici causati dalla vittoria della Rivoluzione islamica hanno, da una parte, creato una grande sfida teorica per il pensiero dominante nelle relazioni internazionali, e dall’altra parte hanno offerto l’occasione migliore per riformare queste stesse teorie e adeguarle allo stato reale delle cose e ai nuovi equilibri sorti nelle relazioni internazionali.

 Questa sfida ha raggiunto un livello ancora più alto dopo la tragedia dell’11 settembre, la salita al potere di Hamas in Palestina, la guerra dei 33 giorni in Libano e la guerra dei 22 giorni a Gaza, soprattutto perché in tutti questi casi i movimenti islamici si ponevano al centro delle relazioni internazionali.

 Alcuni pensatori credono che, così come la fine della Guerra Fredda abbia innescato delle riforme negli assetti teorici e pratici esistenti, così il ruolo dei movimenti islamici in ambito internazionale garantirà necessariamente la riformulazione delle dottrine e il sorgere di nuove teorie al riguardo.

 Vi sono tre caratteristiche dei movimenti islamici che, a livello internazionale e regionale, hanno avuto un riflesso considerevole nelle opinioni e nella letteratura teorica delle relazioni internazionali:

  1. questi movimenti sono “attori” non governativi,
  2. la religione e i principi di ordine spirituale hanno un ruolo determinante nella definizione, nell’espansione e nello sviluppo del loro obiettivi
  3. rilevanti sono il fattore educativo e le motivazione etiche di questi movimenti nel perseguire obiettivi di natura non materiali.

Le diverse concezioni della Religione

Indubbiamente, uno dei più importanti risultati, possiamo dire il messaggio centrale della Rivoluzione islamica, è stato quello di conferire un ruolo importante, anzi fondamentale, alla religione nelle relazioni internazionali. Ciò in quanto la Rivoluzione islamica ha portato alla fondazione di una Repubblica Islamica che è basata sugli insegnamenti religiosi e spirituali, e grazie alla Rivoluzione islamica i movimenti islamici sono stati rafforzati e intervengono in modo determinante nelle relazioni internazionali. Alla fine questi sviluppi hanno fatto sì che l’Islam divenisse, nell’ambito delle relazioni internazionali, una forza attiva e l’alternativa principale, se non il punto di riferimento imprescindibile, per una parte consistente del mondo.

 Il ritorno della religione come fattore decisivo e determinante nelle relazioni internazionali ha dunque lanciato una sfida alla teoria delle relazioni internazionali, dato che, come abbiamo visto, le basi e i valori di riferimento delle teorie e delle visioni nel campo delle relazioni internazionali si rifanno al laicismo e al secolarismo.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

Le diverse teorie che trattano le relazioni internazionali nell’analizzare e nel giustificare la presenza della religione nei rapporti e negli sviluppi delle relazioni internazionali, hanno assegnato alla religione una posizione diversa in base alle diverse interpretazioni della “religione” stessa. Vediamone quindi alcune di queste interpretazioni:

1.  Secondo una prima concezione di religione, vi sono “esperienze” che non solo generano la fede in Dio, ma la giustificano allo stesso modo in cui le intuizioni auto-evidenti giustificano i principi scientifici. La religione comprenderebbe dunque i credi concernenti l’esistenza che non è condizionata dal creato, credi basati sulla presenza di un Creatore, di forze soprannaturali e metafisiche che gestiscono o influenzano alcuni aspetti della vita dell’uomo che lui non riesce a gestire. (cfr. R. Clouser, Knowing with the Heart: Religious Experience and Belief in God, 2007).

2. La religione viene definita come l’insieme dei comportamenti dei fedeli uniti attorno a un credo, per cui la fede viene descritta così come si manifesta nella società e non come un fattore trascendente, ideologico e immateriale.

3.  La religione viene spiegata nel quadro di concetti come “civiltà”, “cultura” e “identità”.

4. La religione viene considerata come una “dialettica politica” che comprende una serie di concetti logicamente collegati, proprio come un sistema che dà senso ai fenomeni sociali e fornisce loro la possibilità di realizzarsi.

5.  La religione viene considerata come una “struttura analitica” per evidenziare i credi e i comportamenti nelle relazioni internazionali. (cfr. Scott M. Thomas, The global Resurgence of Religion and the Transformation of International Relations, Palgrave Macmillan 2005).

 Le teorie presentate che trattano la religione, per quanto riguarda le relazioni internazionali, vengono inserite in cinque collegamenti logici tra la “religione” e le “relazioni internazionali”:

  1. Religione come una “minaccia per la sicurezza”
  2. Religione come “parte culturale” delle relazioni internazionali
  3. Religione come “base” delle relazioni internazionali
  4. Religione come “dialettica”, “sistema” che governa le relazioni internazionali
  5. Religione inserita nel quadro “teologico” politico internazionale.

Conclusione

La Rivoluzione islamica dell’Iran è stata una rivoluzione internazionale che ha avuto notevoli riflessi teorici e pratici nelle relazioni internazionali. Negli ultimi decenni è stata analizzata e discussa l’influenza “pratica” della Rivoluzione islamica dell’Iran, però i riflessi “teorici” non sono stati ancora considerati o esplorati in maniera adeguata, anche se l’influenza diretta o indiretta della Rivoluzione nel campo delle teorie delle relazioni internazionali è innegabile. Probabilmente non vi sono relazioni “dirette” tra la Rivoluzione islamica e gli sviluppi teorici delle relazioni internazionali, però molti studiosi confermano quantomeno una influenza indiretta.

I riflessi teorici della Rivoluzione islamica dell’Iran, in particolare attraverso la presentazione dell’Islam politico, hanno rafforzato il progresso dei movimenti islamici e il loro ritorno nel campo della politica internazionale, fattori che hanno lanciato anche sfide per le teorie correnti nell’ambito delle relazioni internazionali. Queste influenze teoriche si possono riassumere così:

  1. Riconoscimento del ruolo attivo di enti non governativi e delle loro idee come motivazioni decisive e fattori determinanti nella gestione delle relazioni internazionali;
  2. Il ruolo della religione come base su cui fondare le strutture internazionali;
  3. La maggiore attenzione da riporre al ruolo dei “valori religiosi” e dei “principi spirituali” nell’instaurazione, nell’evoluzione e nell’integrazione delle relazioni internazionale e sociali.

L’influenza teorica più importante della Rivoluzione islamica è stata quella di smascherare la carenza e l’insufficienza del dialettica secolare nelle relazioni internazionali, anche perché gli effetti e gli influssi della Rivoluzione sfidano, come detto, i principi stessi della teoria del dialogo secolare.

Il secolarismo garantisce la distinzione della religione dalla politica. La netta e chiara separazione della religione dalla politica è una delle caratteristiche più importanti del secolarismo. Il secolarismo nelle relazioni internazionali significa non considerare il ruolo della religione come un fattore importante nella gestione degli affari internazionali. Basare le relazioni internazionali sul secolarismo vuol dire raggiungere obiettivi come potere, sicurezza, ricchezza, pace e stabilità privi di moventi e connotazioni religiosi, e impedire che la religione diventi un fattore importante (Cfr. Shakman Hurd, The Political Authority of Secularism in international relations, Princeton 2008; Ashis Nandy, “The Politics of Secularism and The Recovery of Religious Tolerance” in Secularism and Its Critics, ed. Rajeev Bhargava, Delhi: Oxford University Press: 1998; John L. Esposito. “Islam and Secularism in the Twenty-First Century” in Islam and Secularism in the Middle East, eds. Azzam Tamimi and John L. Esposito, New York: New York University Press, 2000). Uno dei principi più importanti del secolarismo nelle relazioni internazionali è quello di considerare lo stato laico come avente il potere esclusivo di governare un paese, quindi dopo che il secolarismo diviene il fattore fondante del potere in un paese lo stato laico diventa l’unica struttura che governa ufficialmente il paese. La vittoria del secolarismo vuol dire la sconfitta della politica basata sulla religione e i suoi principi. In questo caso le autorità del paese evitano l’intervento della religione negli affari politici e rinunciano agli obiettivi che la religione persegue, come la promozione dei valori religiosi e dei principi spirituali all’interno del paese, e alla fine, con la scusa della libertà e del pluralismo religioso, impediscono o tendono a limitare per quanto possibile l’intervento dell’autorità religiosa negli affari politici del paese.

L’istituzione e la stabilizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran e il rafforzamento dell’Islam politico, che cerca di istituire un governo islamico anche in altre società islamiche, sfida seriamente la dialettica secolare e i suoi principi, perché il governo islamico è costituito dalla sovranità politica fondata sui principi eterni e universali della religione. Il governo islamico, oltre a seguire i suoi interessi nazionali, cerca di espandersi al fuori dei suoi confini geografici e culturali. Il ruolo dell’autorità religiosa è fondamentale negli affari politici del paese e alla fine, nel quadro dell’ordine politico sociale islamico, il fattore più importante per i musulmani è l’identità e la fedeltà della politica all’Islam. Inoltre, la conservazione dell’identità islamica e del benessere spirituale oltre che materiale del popolo diventano l’interesse principale dello stato, e le frontiere geografiche e culturali non possono limitare la politica estera: solamente il credo e la dottrina che si seguono definiscono il confine, e lo stato islamico ha il dovere di perseguire gli interessi di tutti musulmani.

 

Gh.Ali  Pourmarjan

Consigliere Culturale e Direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’ Iran a Roma

Fabbrica dei martiri

Fabbrica dei martiri

Abbiamo parlato altre volte dei murales di Teheran e delle altre città iraniane. Nel 2008 Camilla Cuomo e Annalisa Vozza hanno realizzato un documentario molto interessante intitolato “Fabbrica dei martiri” e coprodotto da Fabrica e RSI – Radiotelevisione Svizzera.

Il documentario racconta l’Iran attraverso i giganteschi murales commissionati e sponsorizzati dal governo, che ricoprono i muri di interi palazzi. Dipinti che fanno parte della campagna propagandistica iniziata ai tempi della Rivoluzione del 1979 e tenuta viva ancora oggi.

GUARDA IL  DOCUMENTARIO (55′ CIRCA)

Limbert e Khamenei

Limbert e Khamenei

Ogni tanto la Storia fa delle strane piroette. Era il novembre 2009 quando sul sito della Guida Ali Khamenei venne pubblicato questo video. Siamo in piena crisi degli ostaggi dell’ambasciata Uaa di Teheran. L’attuale Guida Suprema Khamenei – allora vice ministro della Difesa – parla con uno degli ostaggi, John Limbert.

Limbert, sposato con un’iraniana, parla un ottimo farsi e dà vita con Khamenei a un dialogo in perfetto stile iraniano.

Khamenei gli chiede se stanno bene, se i bagni sono puliti, se il vitto è buono. Limbert ringrazia, dice che va tutto bene. C’è solo un problema: la grande ospitalità degli iraniani, che non ti lasciano mai andare via, nemmeno quando è tardi e tu dovresti andartene.

Khamenei annuisce, incassa e rilancia:  quando gli Usa rimanderanno lo scià in Iran in modo che il governo rivoluzionario lo possa processare, gli ostaggi potranno tornare a casa.

Mmebro del National Iranian American Council , organizzazione che cura gli interessi della comunità irano-americana, Limbert ha scritto nel 2009 Negotiating with Iran: Wrestling the Ghosts of History, libro poco conosciuto in Italia.

 

 

Winter School di studi iraniani 2014

Studi Iraniani - IGS

Si terrà a Roma il prossimo 30 e 31 gennaio la Winter School di Studi Iraniani organizzata da IGS – Institute for Global Studies, in due giornate intensive e con un programma di 12 ore complessive.

Il programma è organizzato in sei moduli, della durata di circa due ore ciascuno, e organizzati in modo da favorire il massimo apprendimento e la più proficua partecipazione da parte dei frequentanti.

I docenti del programma – Nicola Pedde, Vanna Vannuccini, Pejman Abdolmohammadi, Felicetta Ferraro, Antonello Sacchetti ed alcuni lecturer – tra i più famosi esperti di questioni iraniane, coordineranno la docenza in modo da offrire un quadro generale sul paese e un approfondimento sui più importanti temi di attualità. Completando in due giorni una panoramica esaustiva e dettagliata sulla realtà della Repubblica Islamica e delle sue dinamiche politiche, economiche e culturali.

Vengono forniti ad ogni partecipante (inclusi nel costo di partecipazione), tutti i materiali didattici necessari per apprendere o approfondire gli argomenti trattati, e un coffee break è offerto ogni giorno negli intervalli mattutini e pomeridiani.

DESTINATARI

La Winter School IGS è specificamente pensata per i giornalisti, gli studiosi e universitari di politica internazionale, gli operatori economici con interessi nella regione, e più in generale per chiunque voglia approfondire attraverso una formula intensiva la conoscenza di argomenti selezionati della politica e della sicurezza internazionale.

COSTO E BORSE DI STUDIO

Il costo di partecipazione è di € 100,00 (IVA Inclusa), che comprende la frequenza a 12 ore di seminari e di dibattito generale, i materiali didattici e i coffee break mattutini e pomeridiani.

È previsto un numero massimo di 20 partecipanti per ogni edizione della Winter School IGS, e 10 borse di studio a copertura totale del costo sono messe a disposizione dall’Associazione Analisti e Ricercatori di Politica Internazionale.

Per informazioni rivolgersi a:

Monica Mazza

IGS – Institute for Global Studies, Program Coordinator

Piazza Margana, 21 – 00196 Roma

Tel. Cellulare 333.7481325

Tel. Uff. 06.3280.3627

E-mail: mazza@globalstudies.it

Iran 1979

Trent’anni sono tanti. Come giudicare in modo obiettivo un fenomeno che appartiene ormai alla storia? Che cosa rimane della rivoluzione iraniana del 1979? In un incontro a Roma nel 2009 l’hojatoleslam (esperto di Islam di grado appena inferiore a quello di ayatollah) Hassan Jusufi Eshkevari ha provato a tracciare un bilancio di questi 30 anni.

Scrittore e giornalista, rivoluzionario della prima ora, Eshkevari ha conosciuto il carcere sia sotto lo scià sia sotto la Repubblica islamica. Venne arrestato nel 2000 dopo aver partecipato a un convegno a Berlino nel quale venne messo in discussione il principio della velayat-e faqih, cioè del “governo del giureconsulto”, il cardine della costituzione iraniana. Accusato di attentato alla sicurezza nazionale, Eshkevari venne condannato dal Tribunale rivoluzionario per il clero a sette anni di carcere, ridotti poi a quattro e mezzo. Uscito di galera nel febbraio 2005, vive oggi a Chiusi (Siena) grazie al sostegno dell’International Pen Writers in Prison Committee.

Un bilancio sospeso

Oggi Eshkevari appare un uomo provato dalle sofferenze, ma pacatamente convinto delle sue idee. In maglione, senza turbante, comincia il suo intervento con il tradizionale ”Be name Khoda”, ”Nel nome di Dio”, formula con cui in Iran devono cominciare tutti i discorsi pubblici. Il suo bilancio di 30 anni di Repubblica islamica si basa sui 5 grandi obiettivi che la rivoluzione si poneva:

1- Libertà. In tutti i campi, con l’eliminazione di ogni tipo di censura.

2- Indipendenza. Iran unito e non più sottomesso alle potenze straniere.

3- Democrazia e partecipazione del popolo alla vita politica.

4- Sviluppo e modernizzazione.

5- Giustizia sociale.

Cosa è stato realizzato di questi punti? Libertà e democrazia sembrano ancora lontane. Più complesso il discorso per quanto riguarda lo sviluppo e la giustizia sociale. Forse l’unico obiettivo centrato in pieno è l’indipendenza (estghlal). Ma non sarebbe nemmeno corretto affermare che la rivoluzione è stata un fallimento totale. Cerchiamo quindi di guardare all’Iran senza i paraocchi del pregiudizio ideologico e cercando il più possibile di calarci nel contesto locale. Di Iran si parla sempre a proposito del programma nucleare e del suo controverso presidente. L’Iran come problema, in poche parole. Siamo ormai abituati a vedere la Repubblica islamica come istituzione identitaria e permanente di quel Paese, quasi facesse parte della sua geografia e a Teheran governassero da sempre i “turbanti”. Questo anche perché oggi la maggior parte degli iraniani (circa il 70 per cento dell’intera popolazione) è nata dopo la rivoluzione e non ha una memoria diretta della cacciata dello scià e dell’avvento di Khomeini. Per noi occidentali, l’errore più grave è considerare l’Iran un monolite di estremismo “fondamentalista”. Quando poi ci capita di visitare Teheran rimaniamo sempre colpiti dalla differenza tra ciò che vediamo e quello che abbiamo appreso dai mass media. L’Iran è un Paese giovane, mediamente più istruito, più aperto e più moderno di tutti gli altri Paesi mediorientali. Definirlo “regime degli ayatollah” è molto sbrigativo e non serve a rispondere a un quesito basilare: perché quel sistema politico resiste, nonostante sia in crisi evidente ormai da anni? Per provare a dare una spiegazione è necessario un passo indietro.

L’ultima (e strana) rivoluzione del Novecento

Lo scià governava con il terrore un Paese profondamente ingiusto: i profitti del boom petrolifero erano nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione rimaneva povera e analfabeta. Ma nel 1978 nessuno si aspettava un cambiamento tanto profondo e repentino. Perché la rivoluzione iraniana – è bene ricordalo – non nasce come islamica: vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica. E’ proprio questo il grande paradosso: la rivoluzione islamica avviene in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. La tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica, ma afferma anzi già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. La rivoluzione si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

Quanto pesa il bazar

Il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il regime ha una base di consenso proprio nelle classi più ricche, che possono fare affari pazzeschi in virtù di un prelievo fiscale praticamente inesistente. In Iran il bilancio statale si basa sui proventi del petrolio, non sulle tasse. Ai cittadini si può dare poco in termini di servizi proprio perché si chiede loro pochissimo in termini di contributi. Il petrolio è probabilmente il più importante elemento di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario. La distribuzione della ricchezza (a dispetto di quanto proclamato dal regime nei sermoni della preghiera del venerdì) avviene ancora dall’alto. Gli iraniani non sono forse meno sudditi oggi di quanto lo fossero sotto i Pahlevi.

Il consenso reale

La borghesia medio alta di Teheran nord è stanca dei limiti alla libertà personale, storce il naso di fronte alla polizia religiosa e manda i propri figli a studiare all’estero, ma poi continua a fare affari con gli ayatollah. I 150.000 giovani che lasciano l’Iran ogni anno sono in genere laureati e possono contare su una rete di contatti solidi in Europa, negli Usa o in Australia. Quando nell’ottobre 2008 Ahmadinejad propone l’introduzione dell’IVA, i bazar delle principali città scelgono la serrata. E il presidente si rimangia il provvedimento. Non dobbiamo pensare ai bazarì come a semplici venditori di tappeti o pistacchi. Nel bazar di Teheran si stipulano accordi miliardari, si decidono investimenti in infrastrutture e movimenti finanziari. Lo stato controlla (direttamente o attraverso le fondazioni) quasi l’80 per cento di un’economia drogata e lascia alle classi più povere le briciole (sussidi all’agricoltura) e qualche occupazione nelle varie fondazioni nate con la repubblica. Ahmadinejad è stato votato proprio dai mostazafin, gli oppressi, i “senza scarpe”. Che sono tanti, ma stanno sicuramente meglio di trent’anni fa. L’Iran dello scià non era solo quello di Soraya e delle feste a corte. Era soprattutto un paese in cui la mortalità infantile era il doppio rispetto ad oggi e in cui era alfabetizzata meno della metà della popolazione. Non dobbiamo dimenticare, poi, che dal 1979 la popolazione iraniana è raddoppiata, passando da 35 a 70 milioni.

La paradossale modernizzazione

Ciò che muta drasticamente sotto la Repubblica islamica è la condizione delle donne: il nuovo diritto civile le considera la metà degli uomini e le esclude dai ruoli chiave delle istituzioni. Ma, paradossalmente, le donne dei ceti più bassi soltanto dopo il 1979 accedono all’istruzione e al mondo del lavoro. Se prima della rivoluzione le studentesse erano meno del 20 per cento della popolazione universitaria, oggi sono oltre il 60 per cento. E basta recarsi una volta in Iran per rendersi conto di quante donne lavorino negli aeroporti, nelle scuole e negli ospedali. La “emancipazione nella dignità”, secondo la formula dello stesso Khomeini, ha senza dubbio prodotto dei risultati positivi. È uno dei ricorrenti paradossi della storia della Persia. Nel 1971 Alessandro Bausani scriveva profeticamente che per sopravvivere l’Iran ha sempre scelto “continue ri-arcaizzazioni, che talora possono apparire, sì, artificiose, ma salvatrici”. La fase autenticamente rivoluzionaria termina con la morte di Khomeini nel giugno 1989. Ciò che viene dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute al di fuori dell’Iran. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.


WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

IGS

WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

6-7 novembre 2013, Roma

presso la sede di Piazza Margana, 21

L’edizione del 2013 della Winter School IGS in Studi Iraniani, come di consueto è finalizzata al duplice scopo di favorire da un lato la comprensione delle dinamiche del sistema politico, economico e sociale del paese, e al tempo stesso di offrire un quadro aggiornato e puntuale sull’evoluzione delle più recenti dinamiche politiche della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il programma, della durata di due giornate full immersion, prevede otto sessioni di discussione e dibattito, con incontri tenuti da alcuni tra i più noti studiosi e giornalisti di cronaca internazionale. Il programma di novembre 2013 avrà ad oggetto in modo particolare l’evoluzione del quadro politico iraniano successivamente alla vittoria di Hassan Rohani, la ripresa del negoziato internazionale per la gestione del programma nucleare iraniano, e lo sviluppo del moderato ottimismo nel riavvicinamento tra l’Iran e gli Stati Uniti.

La Winter School non trascurerà tuttavia gli aspetti generali di comprensione del sistema politico, economico, sociale e della sicurezza dell’Iran, fornendo in tal modo un quadro dettagliato ed assolutamente esaustivo sul Paese e le sue più recenti dinamiche.

PROGRAMMA

Mercoledì 6 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Iran contemporaneo, dalla monarchia alla teocrazia

Ore 11:30 – 13:30

La struttura politica ed istituzionale della repubblica Islamica dell’Iran

Ore 14:30 – 16:30

L’epopea della rivoluzione nella costruzione della moderna leadership iraniana

Ore 17:00 – 19:00

Politica, Religione e Società in Iran

Giovedì 7 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Pensiero strategico e concezione della sicurezza

Ore 11:30 – 13:30

La società iraniana contemporanea

Ore 15:00 – 17:00

La politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran

Ore 17:00 – 19:30

conferenza allo Spazio Margana con i giornalisti

COSTO E BORSE DI STUDIO

Il costo di partecipazione alla Winter School IGS in Studi Iraniani è di € 100,00 (IVA inclusa), e comprende la partecipazione a 14 ore di formazione in aula, 2 di conferenza, libri e materiali didattici. La Winter School IGS si tiene in lingua italiana, e al termine viene rilasciato un attestato di partecipazione.

È previsto un numero massimo di 20 partecipanti per ogni edizione della Winter School IGS, e 10 borse di studio a copertura totale del costo sono messe a disposizione dall’Associazione Analisti e Ricercatori di Politica Internazionale.

Docenza e interventi di Nicola Pedde (Direttore IGS), Alberto Negri (inviato del Sole 24 Ore), Vanna Vannuccini (inviata di la Repubblica), Felicetta Ferraro (già addetto culturale a Tehran), Antonello Sacchetti (giornalista, direttore di Diruz), Francesco De Leo (giornalista radio Radicale), e altri.

DESTINATARI

La Winter School IGS è specificamente pensata per i giornalisti, gli studiosi e universitari di politica internazionale, gli operatori economici con interessi nella regione, e più in generale per chiunque voglia approfondire attraverso una formula intensiva la conoscenza di argomenti selezionati della politica e della sicurezza internazionale.

Per informazioni e iscrizioni contattare la D.ssa Monica Mazza al n. 333.7481325 o via mail all’indirizzo mazza@globalstudies.it.

IGS – Institute for Global Studies

Piazza G. Marconi, 15 – 00144 Roma

Piazza Margana, 21 – 00186 Roma

Tel. 06.3280.3627

info@globalstudies.it

Perché l’Iran cerca un impegno costruttivo

Rouhani - Washington Post

La traduzione in italiano dell’editoriale del presidente iraniano Hassan Rouhani pubblicato sul Washington Post del 20 settembre 2013

Perché l’Iran cerca un impegno costruttivo

Tre mesi fa la mia piattaforma elettorale “Prudenza e speranza” ha ricevuto un ampio mandato popolare . Gli iraniani hanno apprezzato il mio approccio alle questioni nazionali e internazionali come qualcosa che aspettavano da tempo. Mi sono impegnato a soddisfare le mie promesse al mio popolo, compreso quello di impegnarmi in un’interazione costruttiva con il mondo .

Il mondo è cambiato. La politica internazionale non è più un gioco a somma zero , ma un’arena multi-dimensionale in cui spesso coesistono cooperazione e concorrenza. È finita l’era delle faide. I leader mondiali dovrebbero trasformare le minacce in opportunità .

La comunità internazionale deve affrontare molte sfide in questo nuovo mondo – terrorismo, estremismo, ingerenza militare straniera , traffico di droga , criminalità informatica e omologazione culturale – tutte in un contesto che ha enfatizzato il potere e l’uso della forza bruta .

Dobbiamo prestare attenzione alla complessità delle questioni sul tavolo per risolverli. Ecco perché parlo di “impegno costruttivo” . In un mondo in cui la politica mondiale non è più un gioco a somma zero, è – o dovrebbe essere – controproducente perseguire i propri interessi senza considerare quelli degli altri.

Un approccio costruttivo alla diplomazia non significa rinunciare ai propri diritti . Significa impegnarsi con le proprie controparti , in base a condizioni di parità e rispetto reciproco, per affrontare i problemi comuni e raggiungere obiettivi condivisi. In altre parole, una situazione in cui sono tutti vincenti, non è solo auspicabile, ma anche realizzabile. Una mentalità di gioco a somma zero,  stile guerra fredda, è una sconfitta per tutti.

Purtroppo, l’unilateralismo spesso continua a impedire approcci costruttivi. La sicurezza propria viene perseguita a spese dell’insicurezza degli altri, con conseguenze disastrose. Più di dieci anni e due guerre dopo l’ 11 settembre, Al Qaeda e altri militanti estremisti continuano a portare devastazione. La Siria, un gioiello di civiltà, è diventata il teatro di violenze strazianti, compresi attacchi con armi chimiche, che noi condanniamo con forza. In Iraq , 10 anni dopo l’invasione guidata dagli americani, decine di persone muoiono ogni giorno in attentati. Anche l’Afghanistan continua a vivere un endemico spargimento di sangue.

L’approccio unilaterale, che esalta la forza bruta e la violenza, è chiaramente incapace di risolvere i problemi che tutti noi affrontiamo, come il terrorismo e l’estremismo. Dico tutti perché nessuno è immune alla violenza estremista –nemmeno se questa infuria a migliaia di chilometri di distanza. Gli americani se ne sono resi conto 12 anni fa.

Il mio approccio alla politica estera cerca di risolvere questi problemi , affrontando le cause. Dobbiamo lavorare insieme per porre fine alle rivalità malsane e alle interferenze che alimentano la violenza e ci dividono. Dobbiamo anche prestare attenzione alla questione dell’identità come fattore chiave della tensione in Medio Oriente .

Nella loro intima essenza, le lotte sanguinose in Iraq, Afghanistan e Siria vanno oltre la natura delle identità di questi paesi e i loro rispettivi ruoli nella nostra regione e nel mondo.

La centralità della questione identitaria tocca anche il nostro programma pacifico dell’energia nucleare. Per noi, governare il ciclo del combustibile nucleare e produrre energia nucleare è importante sia per diversificare le nostre fonti di energia sia per la nostra identità nazionale, la nostra richiesta di dignità e rispetto e il nostro posto nel mondo. Se non comprendiamo l’importanza dell’identità, molti problemi resteranno irrisolti .

Mi impegno a affrontare le nostre sfide comuni attraverso un duplice approccio .

In primo luogo, dobbiamo unire gli sforzi per lavorare in modo costruttivo per il dialogo nazionale  sia in Siria sia in Bahrein . Dobbiamo creare un’atmosfera in cui i popoli della regione possano decidere i propri destini. Come parte di questo , vi annuncio la disponibilità del mio governo per contribuire a facilitare il dialogo tra il governo siriano e l’opposizione .

In secondo luogo, dobbiamo affrontare le più ampie, ingiustizie globali e rivalità che alimentano la violenza e le tensioni. Un aspetto fondamentale del mio impegno per l’interazione costruttiva comporta uno sforzo sincero a impegnarsi con i vicini e le altre nazioni per identificare e garantire soluzioni win-win .

Noi e le nostre controparti internazionali abbiamo impiegato molto tempo – forse troppo tempo – a discutere di ciò che non vogliamo, piuttosto che parlare di quello che vogliamo. Questo non vale solo per le relazioni internazionali dell’Iran. In un clima in cui gran parte della politica estera è una funzione diretta della politica interna, concentrarsi su ciò che non si vuole è una facile scappatoia per molti leader mondiali per evitare di affrontare grandi dilemmi. Dire cosa si vuole richiede più coraggio

In merito al nostro dossier nucleare, è chiaro, dopo dieci anni di passi avanti e indietro, quello che nessuno vuole. La stessa dinamica è evidente negli approcci rivali in Siria .

Questo approccio può essere utile per evitare che “guerre fredde” diventino guerre vere e proprie. Ma per andare oltre l’impasse, sulla Siria , sul programma nucleare del mio paese o sulle sue relazioni con gli Stati Uniti, abbiamo bisogno di puntare più in alto.

Piuttosto che concentrarsi su come evitare che le cose vadano peggio, abbiamo bisogno di pensare – e parlare – a come migliorare le cose. Per fare questo, abbiamo tutti bisogno di trovare il coraggio di iniziare a dire quello che vogliamo – in modo chiaro conciso e franco – e sostenerlo politicamente con le misure necessarie. Questo è il senso del mio approccio alla interazione costruttiva.

Partendo per New York per l’ apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, esorto i miei colleghi a cogliere l’opportunità offerta dalle recenti elezioni in Iran. Li esorto a sfruttare al meglio il mandato per l’impegno prudente che il mio popolo mi ha dato e per rispondere sinceramente agli sforzi del mio governo a impegnarsi in un dialogo costruttivo. Soprattutto, li esorto a guardare lontano (lett: “a guardare oltre i pini”) e ad avere il coraggio di dirmi che cosa vedono – se non per i loro interessi nazionali, per il bene dei loro eredi, dei nostri figli e delle generazioni future.

Hassan Rouhani

Traduzione dall’originale pubblicato sul Washington Post del 20 settembre 2013

Da Bani Sadr a Rouhani

Da Bani Sadr a Rouhani. Quelle del 19 giugno 2017 sono state le dodicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica iraniana. Il presidente viene eletto a suffragio universale da tutti i cittadini maggiori di 18 anni.

Viene eletto chi ottiene il 50 per cento più uno dei voti. Se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, i due che hanno ottenuto più voti vanno al ballottaggio la settimana seguente. Finora si è arrivati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando vinse Ahmadinejad. Si può correre solo per due mandati consecutivi.

Nel 2005 il primo turno era stato contraddistinto dall’estrema dispersione del voto. Rafsanjani aveva ottenuto il 21%, Ahmadinejad il 19,5. Seguiti da Karroubi (17,3%), Moeen (13,93%) , Ghalibaf (13,89%), Larijani (5,9%) e Mehralizadeh (4,4%).

 Alla fine era stato determinante l’astensionismo: disertarono le urne quasi 20 milioni di votanti, quasi 5 nella sola Teheran. Questo astensionismo non si è più ripetuto in nessuna delle elezioni (parlamento, assemblea degli esperti, amministrative) che si sono svolte dal 2005 ad oggi.

Sono sette i presidenti che si sono succeduti dopo la cacciata dello scià e la proclamazione della repubblica. Il primo è stato Abolhassan Bani Sadr, eletto il 25 gennaio 1980 e rimasto in carica fino al 21 giugno 1981, quando viene destituito da Khomeini ed è costretto alla fuga in Francia. Gli succede Mohammad Ali Rejai che però viene assassinato il 30 agosto 1981 in uno degli attentati dinamitardi che sconvolgono l’Iran della prima fase rivoluzionaria. Il 2 ottobre 1981 viene eletto Ali Khamenei, attuale Guida suprema. Sarà poi rieletto nell’agosto 1985. Nel 1989 è la volta di Akbar Hashemi Rafsanjani, personaggio ancora oggi molto potente, presidente dell’Assemblea degli esperti e del Consiglio del discernimento, organi importanti nella mappa del potere iraniano. Rafsanjani viene confermato come presidente della Repubblica nel 1993. Quattro anni dopo vince a sorpresa Mohammad Khatami che sarà rieletto nel 2001. Nel 2005, come sappiamo, viene eletto Ahmadinejad, il primo presidente, dopo Bani Sadr, a non far parte del clero sciita. Verrà riconfermato alle contestate elezioni del 2009. Nel 2013, a sorpresa, viene eletto al primo turno il moderato Hassan Rowhani.

I presidenti della Repubblica islamica

Abolhassan Bani Sadr: 4 febbraio 1980 – 21 giugno 1981

Mohammad Ali Rajai: 15 agosto 1981 – 30 agosto 1981

Ali Khamenei: 2 ottobre 1981 – 2 agosto 1989

Ali Akbar Hashemi Rafsanjani: 3 agosto 1989 – 2 agosto 1997

Mohammad Khatami: 2 agosto 1997 – 3 agosto 2005

Mahmud Ahmadinejad: 3 agosto 2005 – 3 agosto 2013

Hassan Rowhani: 3 agosto 2013 – rieletto il 18 maggio 2017, in carica

Iran. Chi è che vota

Identikit elettori iraniani

Le presidenziali del 14 giugno si avvicinano. Ma chi è che vota in Iran?  Secondo l’articolo 114 della Costituzione,

Il Presidente è eletto direttamente dalla popolazione e rimane in carica quattro anni. La sua rielezione è ammessa per un solo periodo consecutivo al primo.

Votano uomini e donne dai 18 anni in su.

Gli aventi diritto di voto sono oggi 55 milioni (nel 2009 erano 47 milioni). L’età media dei votanti è 38 anni, 3 anni in più rispetto alle scorse presidenziali.

Gli under 30 sono oggi il 30% dei votanti, ben 9 punti percentuali in meno rispetto al 2009.

Si nota, in questi dati, un invecchiamento sensibile della popolazione iraniana, che rimane comunque molto più giovane di tanti Paesi europei, a cominciare dall’Italia.

Gli elettori “adulti” (30-64 anni) rappresentano il 57% del totale (il 54% nel 2009).

L’età media degli elettori influenzerà l’andamento del voto? Probabilmente sì. Intanto perché bisogna  decidere se votare o meno. Le elezioni del 2009, si sa, sono state un trauma per l’Iran. Ma anche chi non ha fiducia in questo sistema, si chiede se sia meglio astenersi o scegliere il male minore. Gli elettori più anziani tendono a preoccuparsi soprattutto dei problemi economici e  la situazione in Iran è molto grave.

Moltissimi giovani sono disoccupati e il 65% di loro vive ancora a casa con i genitori. Lavora il 77% degli elettori adulti, mentre tra gli elettori under 30 la percentuale scende al 40.

L’elettore medio vive spendendo circa 11 dollari al giorno (dato risalente al 2011). Secondo gli standard internazionali, gli elettori poveri (che vivono con meno di 3 dollari al giorno) rappresentano soltanto il 2,1%.

Ma l’insicurezza economica, le sanzioni e le scelte spesso bizzarre della presidenza Ahmadinejad (la distribuzione di contanti al posto delle sovvenzioni per la benzina, ad esempio) hanno prodotto un brusco livellamento verso il basso: il coefficiente di Gini, che misura la distribuzione del reddito, è sceso a 0,36 , il livello più basso dal 1979.

Chiunque sarà il prossimo presidente, dovrà dare risposte a un Iran più povero, meno giovane e più isolato a livello internazionale rispetto a 4 anni fa.

Ali Agca, Wojtyla e Khomeini

Attentato Giovanni Paolo II

Riceviamo e pubblichiamo. 

Egregio Direttore de “La Stampa”

L’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran porge i suoi “complimenti” riguardo all’articolo intitolato “Fu Khomeini il mandante dell’attentato a Wojtyla” pubblicato su codesto quotidiano venerdì 1 febbraio, 2013 a firma di Giacomo Galeazzi, desidera attirare l’attenzione sull’oggetto dell’articolo che cita l’autobiografia “Mi avevano promesso il Paradiso” da oggi in libreria, contenenti gravi e infondate accuse nei confronti del fondatore della Repubblica islamica dell’Iran.

In base agli articoli 13,14,26 e 64 della Costituzione iraniana il cristianesimo è tra le religioni ufficiali riconosciute nel paese; gli esponenti religiosi e politici iraniani, in particolar modo l’Iman Khomeini, hanno sempre nutrito e manifestato, profondo e reverente rispetto e considerazione verso i capi religiosi del cristianesimo, primo fra tutti la figura del Pontefice della chiesa cattolica. E’ sufficiente uno sguardo alla vita dell’Imam per cogliere i numerosi segni dei sentimenti di fratellanza e vicinanza che animano gli esponenti di queste due grandi religioni monoteistiche. La Repubblica islamica dell’Iran nei suoi 34 anni di vita ha sempre sostenuto il dialogo interreligioso, in particolare fra le religioni abramitiche e numerosi sono stati gli incontri al alto livello tra religiosi cattolici e sciiti svoltisi in Vaticano.

In considerazione del fatto che l’autore della citata autobiografia, notoriamente sofferente a livello psichico, non appartiene dal punto di vista religioso all’islam sciita, non risulta credibile una sua così piena aderenza e fervida obbedienza ad una Fatwa religiosa emanata dall’Imam Khomeini e finalizzata ad un così abominevole crimine. L’Imam inoltre non ha mai vissuto in Palazzi, né esiste a Teheran una costruzione con le caratteristiche descritte nel libro.

Attribuire intenzioni non documentate né documentabili, totalmente infondate e infamanti alla persona dell’Imam, non più in grado di difendersi, oggi come ieri stimato e venerato da milioni di mussulmani dentro e fuori l’Iran, è un atto inaccettabile che ferisce profondamente la sensibilità del popolo iraniano e la memoria di un personaggio che ha segnato la storia del XX secolo.

Questa Rappresentanza pertanto, in ottemperanza alla legge sulla Stampa n.47 dell’8-2-1948 art. 8, chiede la pubblicazione di quanto sopra nella stessa pagina del prossimo numero di codesto giornale.

   UFFICIO STAMPA AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN ROMA

Natale in Iran

Chiesa armena a Teheran

Circa il 97 percento dei 70 milioni di iraniani sono musulmani, mentre il restante 3 percento è composto da altre religioni. La Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran riconosce le altre religioni comprese Zoroastrismo, Ebraismo e Cristianesimo. Tutte queste religioni hanno i loro rappresentanti nel Parlamento iraniano.

Si stima che in Iran vivano tra 200.000 e 300.000 cristiani. La Chiesa cristiana è per lo più armena (sin dalle origini, 3.000 anni fa appunto, gli Armeni si insediarono a Jolfa, al confine più a nord dell’Iran); altre comunità cristiane presenti sono quelle di cattolici, protestanti, caldei, ortodossi, avventisti e altri ancora.

Gli armeni gestiscono anche svariate decine di centri di istruzione cattolica pubblicano da più di 60 anni un quotidiano in lingua propria.

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Le comunità cristiane più nutrite si trovano a Tabriz, Isfahan, Shiraz, Orumiye, Teheran e nelle province dell’Azerbaijan, ma la maggior parte dei cristiani vive a Teheran. Isfahan, centro-sud, ha una comunità armena grande, così come Tabriz, nord-ovest.

Tutte le comunità cristiane nell’Iran festeggiano il Capodanno nel primo giorno di gennaio, combinando la cultura persiana con quella cristiana.

Secondo il sito ufficiale di Mahmoud Ahmadinejad, president.ir, il capo del governo iraniano porge i suoi auguri per l’anniversario della nascita di Gesù (la pace sìa con lui), “messaggero di umanità ed affetto” congratulandosi con le nazioni ed i governi cristiani.

Nel suo messaggio il presidente iraniano invita la comunità internazionale ad una riflessione sugli insegnamenti dei messaggeri di Dio ricordando: “Io credo che l’unica via per salvare l’uomo da forti crisi morali, sociali e culturali è riscoprire ed esaltare gli insegnamenti dei grandi messaggi di Dio”. Mahmoud Ahmadinejad auspica poi salute, successo, felicità e prosperità per tutti i seguaci di Gesù Cristo nel mondo ed esprime l’auspicio che gli sforzi collettivi dei governi mondiali possano portare una nuova era con tranquillità, prosperità e benessere per i popoli accompagnata da giustizia duratura, monoteismo, moralità ed affetto.

Notizia originale: http://italian.irib.ir/radioculture/notizie/articoli/item/85062