Israel loves Iran

Storia di una campagna di pace

Di Antonella Vicini. tratto da Resetdoc.org http://www.resetdoc.org/story/00000022082 

Su Facebook sono più di 85mila e hanno i volti di giovani, adulti e bambini; uomini e donne; iraniani e israeliani, ma anche di americani, tedeschi, polacchi, libanesi e italiani. Nessuno di loro è pronto a morire in una guerra che non li rappresenta e che non vogliono. “Not ready to die in your war” è il loro slogan che sta facendo il giro della rete ormai da alcuni mesi con un salto dal mondo virtuale a quello reale, visto che per le strade di Tel Aviv, alle fermate dei bus, campeggiano cartelloni pubblicitari con questo stesso motto.

Il suo ideatore è Ronny Edry, un padre, un insegnate e un graphic designer, come si definisce lui stesso, ma soprattutto un cittadino israeliano che ha messo su una massiccia “campagna di pace” attraverso la rete, secondo il principio che “la pace deve essere virale”. L’obiettivo dichiarato è di fare pressioni sui propri governanti e, molto più in generale, dare voce alla gente comune, coloro che in prima persona pagherebbero le conseguenze di un’eventuale azione militare israeliana contro l’Iran.

“Ci sono milioni di persone che saranno danneggiate. Saremo arruolati, dovremo combattere, perdere le nostre vite, i nostri cari. Noi, genitori di Tel Aviv e di Teheran ci rifugeremo con i nostri figli e pregheremo che i missili non ci colpiscano. Ma loro cadranno da qualche parte, su qualcuno”.

Questo è lo scenario che prende forma nel messaggio allegato alle fotografie di tutti coloro che stanno prendendo parte all’iniziativa, mettendoci letteralmente la faccia. Ci sono Sheida, Noushin, Sahand; Sepehr, Mohammad; Elmira, Sajad e Syrus dal’Iran, ma anche Tali, Leni, Yaakov e figli, Daria, Maureen e Hadil da Israele. E poi Noémie dalla Francia, Andrew dall’Australia, Sara dal Canada; Gabriel e Santiago dal Messico, Vera dalla Svizzera, Mohamed dal Sudan e Francesca e Filippo dal’Italia. E tanti, tanti, altri. Sorrisi, saluti, un bacio al proprio figlio o al proprio gatto; una linguaccia. Momenti di vita ritratti a testimoniare che non si è pronti a morire nella “loro guerra”.

Continua a leggere su http://sguardipersiani.wordpress.com/

Elogio di Facebook

Non chiedere mai a chi serve FB

FB serve anche a te

I

Voglio scrivere una storia. Anzi, un apologo. L’apologo è un “racconto breve e solitamente di carattere allegorico che normalmente si prefigge un fine pedagogico, morale o filosofeggiante.In esso protagonisti sono gli animali ma più spesso gli uomini” (Wikipedia).

Protagonisti di questo apologo sono una signora molto apprensiva e una storia molto antica.

La vicenda inizia più di dieci anni fa, a Teheran, in un pomeriggio di settembre.

II

Nell’autunno del 1994, Teheran era una città che stava ricominciando a vivere. La guerra con l’Iraq era finita ormai da sei anni e l’Iran pensava alla ricostruzione. Il nero dei chador in cui si avvolgevano le donne, e i volti dei martiri che coprivano i muri della città, testimoniavano un dolore e una rabbia ancora cocenti ma la vita stava faticosamente ritornando alla normalità. Presidente della Repubblica era, al suo secondo mandato,‘Ali Akbar Hāshemi Rafsanjāni: la sua facciona sorridente, da gatto del Cheshire, anticipava in qualche modo la “primavera di Teheran” che sarebbe iniziata due anni dopo con l’elezione di Mohammad Khātami.

La sorveglianza dei pasdārān era sempre concentrata sui riccioli che sfuggivano ribelli dai severi maghnaeh delle studentesse, e sull’alito degli automobilisti che attraversavano nottetempo la città. In quei giorni, però, la figlia del Presidente, Faezè, stava preparandosi per vincere alla grande le prossime elezioni del majlis, e tutti sapevano che sotto il chador indossava un paio di jeans.

C’era qualcosa di nuovo nell’aria, anzi, d’antico.

Ogni venerdì, gli stupendi giardini dell’Ambasciata italiana si spalancavano per accogliere una comunità la cui composizione rispecchiava la varietà e la vivacità dei rapporti che allora intercorrevano tra Italia e Iran, mentre la domenica i sacerdoti della Chiesa della Consolata officiavano in italiano e in persiano, a poche decine di metri dalla Moschea del Venerdi.

A nord, sul Mar Caspio, le ville appartenute alla famiglia reale e ai nobili della corte scivolavano verso la rovina, mentre mucche pezzate osservavano con bonomia le cavalcate mattutine di anziane principesse sopravvissute a tutte le rivoluzioni, con i loro capelli bianchi e gli azzurri occhi indoeuropei.

Molto più a Sud, dalle parti di Bandar-e ‘Abbas, le donne si coprivano il volto con mascherine colorate, mentre l’Isola di Kish si preparava a diventare una free zone di lusso, il primo avamposto del mercato globale in Iran.

Che era, allora, un posto bellissimo in cui vivere.

Le pianure del nord e le cupole azzurre di Isfahan; i vicoli di Yazd inondati di luna e le torri del silenzio; le valli verdi di nebbia, i viottoli e le case di fango delle porte azzurro e ocra di villaggi inerpicati sulle pendici dell’Elburz, dove gli asini trotterellavano indisturbati, alzando il capo incuriositi al richiamo della preghiera.

Gli specchi e i pesciolini rossi sulle tavole di Now Rouz; la processione dei dignitari lungo la scalinata dell’Apadana recando doni al Re dei Re; il sole bianco del Fars e poi l’erba, l’ombra e un ruscello accanto al quale si stendeva la coperta e si tagliava l’anguria, tra chiacchiere molli; le tempeste di sabbia e neve nel deserto; l’isola perduta di Ashuradè a Bandar-e Turkeman.

In un giorno di settembre, a pomeriggio avanzato, mentre si chiacchierava in giardino sorseggiando succo di melagrana, un amico tornò da una spedizione tra le librerie del centro recando con sé un’opera in due volumi rilegati in brossura: ne era così entusiasta che si sedette in mezzo a noi sotto il noce, senza bere nemmeno un bicchiere d’acqua, e cominciò a raccontarne il contenuto.

Il Dārāb Nāmè fu subito, per me, la storia più bella del mondo: uno specchio in cui mi riconoscevo, anzi, una sorta di diamante, le cui sfaccettature sembravano riflettere ognuna una parte di me.

Da allora sono trascorsi molti anni, tanti sono stati necessari per capire che una storia può essere raccontata mille volte in mille modi, e quindi anche a modo mio.

III

Le storie vanno soprattutto narrate, altrimenti muoiono.

Le storie, se continuano a essere raccontate, non muoiono mai.

A volte si addormentano per risvegliarsi nelle situazioni più impensate, e spesso finisce che le ritroviamo dentro di noi.

Le storie sono nate e cresciute viaggiando da un mercato all’altro, da una città all’altra, da un mare all’altro.

Le storie hanno bisogno di viaggiare.

Le storie non sono patrimonio di nessuno e appartengono a chiunque le ascolti. Le storie vanno raccontate senza paura.

Le storie riscaldano il cuore e annacquano la nostalgia; s’incontrano, si mescolano, si travestono. Si sovrappongono ad altre storie, di altre epoche e di altri paesi, e sedimentano fino a che trovano chi le racconta in una forma nuova.

Le storie sono potenti: addolciscono gli animi, guariscono gli ammalati, spiegano la vita. Ognuno ha la sua preferita, quella che potrebbe ascoltare mille volte senza mai stancarsi, la storia del cuore.

Mi ritrovavo con una storia da raccontare e non sapevo come fare…

IV

Fosse tutto qui! Una storia di donne. Semplice a dirsi.

Ma pensate.

In questo libro, questo Romanzo di Dario, c’è una donna che s’innamora di Iskandar/Alessandro poco più che fanciullo, lo fa ubriacare e lo seduce… E ogni sera si alzava e andava dove viveva Iskandar…Fino a che il padre non la scopre e la uccide davanti agli occhi di Alessandro, che pensa bene di scappare a gambe levate. Alessandro? Un vigliacco?

E ancora.

Sconfitto Darā figlio di Darāb, Iskandar/Alessandro non riesce ad avere la meglio sulla figlia di lui Purandokht, la più valente tra i valorosi guerrieri iranici. Alessandro? Tenuto in scacco da una donna? La stessa donna che poi sposerà, alla quale delegherà il governo del suo impero mentre lui se ne andrà a cercare avventure altrove e che dovrà accorrere a trarlo d’impaccio in più di un’occasione.

Da non credere. Ma non è finita.

Un’altra donna, Humāy, figlia del re dell’Egitto ma di stirpe iranica, bella come un pavone che si pavoneggia…valorosa e intrepida oltre ogni limite, aveva giurato che avrebbe sposato solo chi fosse riuscito a sconfiggerla in combattimento… Humāy sposa il Re dell’Ian, lo seppellisce abbastanza in fretta, e viene acclamata Regina…Infine la fecero sedere in trono e principi e mercanti baciarono la terra davanti a lei. Humāy cominciò a operare con equità e giustizia e rese il mondo più sicuro: ritornarono a fluire le carovane, poiché furono regolati tributi e commerci, e il lupo cominciò a bere con l’agnello, il piccione volò con il falco reale, mentre le gazzelle andavano al pascolo con le pantere.

Quando si accorge di attendere un figlio Humāy non ha esitazioni: poiché teme che un erede possa sottrarle il regno, subito dopo il parto ordina alla balia di deporre il bambino in una cassa, assieme ad alcuni gioielli, e di abbandonarlo alle acque.

E che dire di Temrusyyeh, moglie del re dell’Oman, che guida e assiste Darāb fuggitivo verso il Mar della Grecia, in navigazione lungo il Mare Eritreo tra assalti di pirati e tempeste e avventure di ogni genere?

Sarebbero queste, le donne invisibili dell’Islam? Questa girandola inconsueta di persiane, romane, greche, abissine, indiane, filosofe e schiave, regine e consigliere, guerriere e amanti? Catena femminile persiana di trasmissione del potere, da Humay regina dell’Iran al figlio Dario/Darab, e dalla nipote di lui, Purandokht al greco-persiano Alessandro/Iskandar di madre rum ̄ı, greca o forse romana?

Questo libro che mi è caduto addosso: mélange di epica iranica, tradizione alessandrina e influenze ebraiche ed ellenistiche, gioco di specchi e caleidoscopio di percorsi narrativi.

Che parole ho, io, per dare voce a questa storia? Come posso narrarla?

Come dicevo, mi ci sono voluti quasi vent’anni per capire che una storia, anche se scritta nel XII secolo, può essere raccontata in molti modi.

Questione di koinè.

(continua)

Il discorso di Ahmadinejad all’Onu

Io vengo dall’Iran, dalla terra della bellezza e dell’imponenza, dalla terra della scienza e della cultura, la terra della saggezza e delle virtù, dalla culla della filosofia e dello gnosticismo, dalla patria del sole e della luce, la terra degli scienziati, dei saggi, dei filosofi, degli gnostici, dei letterati, la terra di Avicenna, Ferdowsi, Rumi, Hafez, Attar, Khayyam e Shahriar; sono qui in veste di rappresentante di un popolo grande e dignitoso, tra i fondatori della cultura umana e tra gli eredi di essa; sono il rappresentante di gente saggia, innamorata della libertà e della pace, affettuosa, che ha assaggiato il sapore amaro delle guerre e delle aggressioni e che ama la pace e la serenità.

Oggi sono qui con voi fratelli e sorelle provenienti da tutto il mondo per parlare per l’ottava volta in otto anni di servizio al popolo del mio paese, e dimostrare al mondo intero che il dignitoso popolo dell’Iran, proprio come il suo passato splendente, ha ancora oggi un pensiero rivolto a tutto il mondo e non rinuncerà a qualsiasi sforzo per lo sviluppo ed il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità nel mondo; e l’Iran sa che questo non sarà possibile se non con la cooperazione e l’aiuto degli altri.

Sono quì per riferire a voi rispettabili presenti il messaggio divino degli uomini e delle donne del mio paese. Un messaggio che il maestro dell’orazione della terra d’Iran, Saadi di Shiraz, ha reso immortale in questi due versi:

I figli di Adamo sono uno parte dell’altro, dato che sono creati da un unico gioiello

quando la vita reca male ad una di queste parti, le altre parti perdono la propria quiete

Nei sette anni precedenti ho parlato delle sfide e delle soluzioni e dell’orizzonte dinanzi al mondo ed oggi voglio osservare questo argomento da un’altra angolatura. Passano migliaia di anni dalla diffusione sulla terra dei figli di Adamo, figli che con colori, gusti, lingue e tradizioni differenti hanno tutti sognato la costruzione di una società piena di amore, per raggiungere una vita più bella e stabilire il benessere, la pace e la sicurezza.

Nonostante lo zelo incessante dei buoni e dei grandi riformatori e degli amanti della giustizia e nonostante i tanti sacrifici delle masse popolari per raggiungere la felicità e la vittoria, tranne delle piccole eccezioni, la storia dell’umanità è stata piena di sconfitte e fatti amari.

[youtube]http://youtu.be/rYKy4dfSF-o[/youtube]

Immaginatevi cosa sarebbe successo se gli egoismi, le mancanze di fiducia, le dittature, non ci fossero state e se nessuno avesse usurpato i diritti altrui? Se invece della ricchezza e del consumo, il rispetto ad una persona dipendesse dalle sue virtù? Se l’uomo non avesse attraversato il periodo nero del medioevo, se i potenti non avessero impedito il progresso in quel periodo? Se non ci fossero state le crociate, ed il periodo dello schiavismo, ed il colonialismo? Se non ci fossero stati i due conflitti mondiali e le guerre in Corea e Vietnam e non ci fossero state le guerre che ci sono state in Africa, America Latina e nei Balcani? Se invece dell’occupazione della Palestina e l’imposizione di un falso regime ad essa e la costrinzione di migliaia di persone a lasciare le proprie case si fosse fatto dell’altro? Se non ci fosse stata la guerra di Saddam contro l’Iran ed i potenti di quel tempo invece del sostegno a Saddam avessero sostenuto i diritti del popolo iraniano? Se non si fosse verificato l’amaro fatto dell’11 Settembre e se non ci fossero state le aggressioni contro Iraq ed Afghanistan e se invece di gettare a mare il corpo di un imputato ucciso senza processo si fosse deciso di processarlo in modo che la verità venisse a galla? Se non si fosse usato il terrorismo e l’estremismo per portare avanti politiche espansioniste? Se le armi si fossero trasformate in penne per scrivere e se i budget militari fossero stati usati per il benessere e l’amicizia tra i popoli? Se non si scatenasse in continuazione il tam tam delle divergenze etniche, religiose e razziali e se queste divergenze non venissero usate per raggiungere scopi politici ed economici? Se invece del finto sostegno alla libertà di espressione quando si tratta di offendere le sacralità umane ed i messaggeri divini – che sono gli uomini più puri ed affettuosi e sono i più grandi doni di Dio all’umanità – si permettesse la critica alle politiche di dominio ed alle azioni del sionismo internazionale? Se le agenzie di stampa mondiali potessero diffondere liberamente le verità? Se il Consiglio di Sicurezza non fosse sotto il dominio di pochi paesi e se l’Onu fosse in grado di agire in maniera veramente indipendente? Se gli istituti economici mondiali non fossero sotto pressione e riuscissero ad esprimersi veramente sulla base delle indicazioni dei propri esperti? Se i capitalisti mondiali non sacrificassero l’economia dei paesi deboli per i propri interessi? Se questa gente non sacrificasse la gente per rimediare ai propri errori? Se a dominare le relazioni internazionali fosse stata la sincerità e tutti i popoli e governi avessero potuto partecipare alla gestione del mondo in maniera giusta e con eguaglianza? E se non ci fossero decine di altre situazioni inconvenienti per l’umanità, immaginatevi che benna vita avremmo oggi e che bella storia avrebbe l’essere umano.

Ma ora bisogna dare pure uno sguardo alla situazione odierna del mondo.

La povertà ed il divario tra ricchi e poveri aumentano. Il debito estero dei 18 paesi maggiormente industrializzati del mondo ha oltrepassato i 60 mila miliardi di dollari e pensare che solo la retribuzione della metà di questo debito agli altri popoli risolverebbe per sempre il problema della povertà nel mondo. L’economia basata sul consumismo ha portato solo alla schiavitù dei popoli a favore di un gruppo limitato.

La creazione di asset di carta, facendo leva sulla potenza e sul dominio sui centri economici mondiali, è la più grande frode della storia ed uno degli elementi che ha originato la crisi economica mondiale.

Un rapporto dimostra che un solo governo ha creato 32 mila miliardi di dollari di averi ‘di carta’. La programmazione dello sviluppo sulla base del capitalismo, conduce in un vicolo cieco, e crea competizione distruttiva che in pratica ha dimostrato di essere fallimentare.

b) Situazione culturale

Le virtù morali come la lealtà, la purezza, la sincerità, l’affetto, l’altruismo dal punto di vista dei politici che dominano i centri di potere del mondo, sono tutti concetti superati ed un ostacolo al raggiungimento dei loro obbiettivi. Si dice ufficialmente che la politica e la società non c’entra con la moralità e l’etica.

Le culture originali e preziose che sono l’esito di secoli di sforzi e sono il punto d’incontro dell’amicizia degli uomini e dei popoli e sono motivo di varietà e di ricchezza culturale e sociale sono minacciate ed in via di estinzione.

Con l’umiliazione e la distruzione sistematica delle identità culturali si propina alla gente un tipo di vita senza identità personale e sociale.

La famiglia, che è il più prezioso centro per l’educazione degli uomini ed è il nucleo della creazione e della diffusione dell’amore e dell’umanità è stata indebolita a dismisura ed il suo ruolo costruttivo sta per essere distrutto.

La personalità ed il ruolo centrale della donna, che è un essere celestiale ed il simbolo della bellezza e dell’affetto di Dio e la colonna della stabilità della società, è stata strumentalizzata e danneggiata da ricchi e potenti.

Lo spirito umano è triste e la vera essenza dell’uomo è stata annichilita ed umiliata.

c) Situazione di politica e sicurezza

L’unilateralismo ed i doppi standard, l’imposizione delle guerre e della mancanza di sicurezza e dell’occupazione per soddisfare interessi economici o esigenze di dominio, è divenuta pratica abituale.

La corsa alle armi e la minaccia con le armi atomiche e le armi di distruzione di massa attraverso le grandi potenze è diventato una pratica abituale. La sperimentazione di armi sempre più devastanti, super moderne e il minacciare gli altri dicendo che si possiedono queste armi e la promessa dell’uso di queste al momento opportuno, ha dato vita ad una nuova forma di espressione al livello politico che serve a terrorizzare i popoli e sottometterli. Minacciare di una aggressione militare ai danni del grande popolo dell’Iran, ad opera dei sionisti senza cultura, è un esempio palese di quest’amara verità.

La mancanza di fiducia domina le relazioni internazionali e non vi è un punto di riferimento realmente giusto ed equo a cui poter fare riferimento per risolvere le contese.

Persino coloro che hanno migliaia di bombe atomiche e tutta una gamma di armi spaventose, non si sentono al sicuro.

d) Situazione ambientale

L’ambiente è la ricchezza comune di tutti noi ed appartiene a tutta l’umanità ed è la garanzia per il proseguimento della vita umana; ma per via delle ambizioni e delle scorrerie di un gruppo di sprovveduti e irresponsabili, per lo più capitalisti, sta subendo i peggiori danni e come esito, la siccità, le inondazioni, i sismi ed i diversi tipi di inquinamento, stanno mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza umana.

Lo scontento è generale

Amici!

Come osservate nonostante il progresso raggiunto, i figli di Adamo non hanno ancora realizzato i loro sogni.

C’è qualcuno tra di voi che pensi che l’attuale ordine mondiale possa regalare la felicità alla società umana?

Tutti sono insoddisfatti delle condizioni attuali e del sistema dominante a livello internazionale e per di più non hanno nemmeno tante speranze nel futuro.

Di chi è la colpa?

Cari colleghi!

Gli uomini non si meritano una situazione del genere e Dio, il Buono, il Saggio, ama tutti gli uomini e non hanno certo voluto per noi una condizione simile. Egli ha chiesto all’uomo, che è il migliore delle sue creature, di vivere sulla terra nel migliore dei modi e con bellezza, giustizia, amore e dignità. Ed allora pensiamoci.

Sinceramente, chi è responsabile della situazione attuale?

Alcuni cercano di definire ‘naturale’ questa situazione ed addirittura definirla volere di Dio e per giunta puntano il dito contro la gente, contro i popoli e presentano loro come i responsabili.

Dicono:

“Sono i popoli che accettano l’ineguaglianza e l’ingiustizia.

Sono i popoli che sono disposti a farsi sottomettere dalle dittature e dall’avidità di alcuni.

Sono i popoli che si arrendono al volere ‘imperiale’ e di dominio di alcuni.

Sono i popoli che si fanno ingannare dalla propaganda di gruppi di potere e quindi alla fine, ciò che capita di male alla comunità internazionale è l’esito dell’operato dei popoli”.

Questo è il ragionamento di coloro che addossano la colpa ai popoli per giustificare le azioni odiose e distruttive di una cricca che domina il mondo.

Anche se queste pretese fossero state verità, non avrebbero giustificato lo stesso la permanenza di un sistema ingiusto al livello internazionale.

Ecco come sono fatti veramente i popoli

Tutti si ricordino che la verità è che la povertà e la debolezza viene imposta ai popoli e che le ambizioni e la brama di ricchezza dei dominatori del mondo vengono esauditi a scapito dei popoli, con l’inganno ed alle volte con la forza delle armi.

Loro per giustificare le loro azioni anti-umane usano la teoria della sopravvivenza del più forte e parlano della ‘razza superiore’.

Ciò mentre la maggiorparte delle persone in tutto il mondo aspira alla giustizia ed è sempre pronta ad accettare la giusitizia ed insegue assolutamente la dignità, il benessere, l’amore.

Le masse popolari non hanno mai desiderato fare conquiste ed ottenere con la guerra ricchezze mitiche. I popoli non hanno divergenze, non hanno avuto nessuna colpa nei fatti amari della storia, sono stati solo ‘le vittime’.

Io non credo che le masse musulmane, cristiane, ebraiche, induiste, buddiste ed ecc… abbiano dei problemi fra di loro. Loro si amano facilmente, vivono in una atmosfera di amicizia, e vogliono tutti purezza giustizia ed affetto.

In generale le richieste dei popoli sono sempre state positive e l’aspetto comune tra di loro, è la loro propensione per istinto verso la bellezza e le virtù divine ed i valori umani.

È giusto dire quindi che la responsabilità dei fatti amari della storia e delle condizioni inconvenienti di oggi, è della gestione del mondo e dei potenti del mondo che hanno venduto l’anima a Satana.

L’ordine mondiale di oggi è un ordine che ha le sue radici nel pensiero anti-umano dello schiavismo, nel colonialismo vecchio e nuovo, ed è responsabile della povertà, della corruzione, dell’ignoranza, dell’ingiustizia e della discriminazione diffusa in tutte le parti del mondo.

L’ordine mondiale attuale

La gestione attuale del mondo ha delle caratteristiche ed io ne voglio citare qualcuna.

Primo: è basata sul pensiero materiale e per questo non sente il dovere di rispettare i principi morali.

Secondo: è basato sull’egoismo, l’inganno e l’odio.

Terzo: effettua una classificazione degli uomini, umilia certi popoli, usurpa i diritti di altri ed è basata sul dominio.

Quarto: è alla ricerca della diffusione del dominio attraverso l’intensificazione delle divisioni e delle divergenze tra i popoli e le nazioni.

Quinto: cerca di concentrare nelle mani di pochi paesi il potere, la ricchezza, la scienza e la tecnologia umana.

Sesto: l’organizzazione politica dei centri principali del potere mondiale, è basata sul dominio e sulla forza che un paese ha e che è superiore a quella di altri paesi. Gli enti internazionali pertanto sono centri per acquisire potere, ma non per creare pace e servire tutti i popoli.

Settimo: il sistema che domina il mondo è discriminatorio e basato sull’ingiustizia.

Cenno alle elezioni negli Stati Uniti ed al movimento del 99%

– E voi, credete che solo per servire l’umanità, un gruppo sia disposto a spendere centinaia di milioni di dollari per la campagna elettorale?

– Anche se ci sono grandi partiti nei paesi maggiormente industrializzati, in questi paesi spendere nella campagna di un candidato è diventata un investimento.

– In questi paesi la gente è costretta a scegliere i partiti; ma ciò mentre una parte minimale della gente ha il tesserino dei partiti ed è membro di essi.

– La volontà della gente, negli Stati Uniti ed in Europa, ha una minima influenza sulle politiche interne ed estere e la gente non sa dove sbattere la testa; anche se la gente forma il 99% della sua società, non può partecipare alla gestione del paese.

– I valori umani e morali vengono sacrificati sull’altare delle elezioni e si fanno solo promesse alla gente per strappare il voto.

Come deve essere il nuovo ordine mondiale?

Amici e colleghi cari!

Cosa bisogna fare? Qual’è la soluzione? Non c’è dubbio che il mondo ha bisogno di nuovo pensiero e nuovo ordine. Un ordine in cui:

1- L’uomo venga riconsiderato la più eccelsa creatura divina e ad esso venga riconosciuto il diritto di avere una vita caratterizzata da aspetti sia materiali che morali e venga riconosciuto il valore elevato della sua anima e venga riconosciuta legittima la sua propensione istintiva alla giustizia ed alla verità.

2- Invece dell’umiliazione e della classificazione degli uomini e delle nazioni, si pensi alla rinascita della dignità e del carattere sacro dell’uomo.

3- Si cerchi di creare, in tutto il mondo, pace, sicurezza stabile e benessere.

4- La nuova struttura venga costruita sulla base della fiducia e dell’amopre tra gli uomini, si cerchi di avvicinare i cuori, le menti, le mani ed i governanti imparino ad amare la gente.

5- Venga applicato un unico standard nelle leggi e tutti i popoli vengano presi in considerazione alla pari.

6- Coloro che gestiscono il mondo si sentano al servizio della gente e non superiori alla gente.

7- La gestione venga considerato un incarico sacro affidato dalla gente alle persone e non una opportunità per arricchirsi.

Come si realizza il nuovo ordine?

Signor Segretario, Signore e Signori!

– Un ordine del genere può realizzarsi senza la cooperazione di tutti alla gestione del mondo?

– È chiaro che queste speranze avranno una probabilità per avverarsi solo quando tutte le nazioni inizieranno a pensare in dimensione internazionale e saranno seriamente decise a partecipare all’amministrazione del mondo.

– Con l’aumento del livello di consapevolezza, ci sarà sempre una maggiore richiesta per una nuova gestione del mondo.

– Questa è l’era dei popoli e la loro volontà sarà determinante per il domain del mondo.

Pertanto è degno un impegno collettivo in queste direzioni:

1) Fare affidamento al Signore ed opporsi con tutta la forza alle ambizioni ed a coloro che vogliono più di quanto spetta loro per isolarli ed indurli a rinunciare al vizio di voler decidere al posto dei popoli.

2) Credere nell’aiuto divino e cercare di compattare ed avvicinare le comunità umane. I popoli ed i governi eletti dai popoli devono credere fermamente nelle proprie capacità e devono avere la forza per lottare contro il sistema ingiusto vigente e difendere i diritti umani.

3) Insistere nell’applicazione della giustizia in tutte le relazioni e rafforzare l’unità e l’amicizia, ampliare le relazioni culturali, sociali, economiche e politiche nell’ambito delle ong e delle organizzazione specializzate, in modo da preparare il terreno fertile per l’amministrazione collettiva del mondo.

4) Riformare la struttura dell’Onu sulla base degli interessi di tutti ed il bene del mondo intero. Bisogna ricordare che l’Onu appartiene a tutti i popoli e per questo discriminare i membri è una grande offesa alle nazioni. L’esistenza di differenze, vantaggi, diritti e privilegi non può essere accettabile, in nessuna forma ed in nessuna misura.

5) Cercare di produrre leggi e strutture basate sempre più sulla letteratura dell’amore, della giustizia e della libertà. L’amministrazione collettiva del mondo è una garanzia per la pace stabile. Il Movimento dei Non Allineati, il più grande ente internazionale dopo l’Assemblea Generale dell’Onu, comprendendo l’importanza di questo argomento e con una profonda compresione del ruolo svolto dalla cattiva gestione del mondo nei problem di oggi, ha dedicato il suo 16esimo summit, a Teheran, alla “amministrazione collettiva mondiale”. In questo summit alla quale hanno partecipato attivamente i rispettabili rappresentanti di oltre 120 paesi, è stata ribadita l’importanza della partecipazione seria dei popoli nell’amministrazione mondiale.

Siamo giunti al punto di svolta della storia

– Fortunatamente siamo ormai giunti al punto di svolta della storia. Da una parte il sistema marxista non ha più posto nel mondo e di fatto è stato cancellato dalla scenza amministrativa e dall’altra parte anche il sistema capitalista è impantanato in una palude che ha creato con le sue stesse mani e non ha nemmeno una via d’uscita; non ha soluzioni per i problemi economici, politici, di sicurezza e culturali del mondo e pertanto è in un vicolo cieco sotto il profilo amministrativo. Il Nam ha l’onore di dichiarare ancora una volta che la sua storica decisione, e cioè quella di negare i poli del potere e le loro dottrine, è stata esatta.

– Oggi, il qui presente, come rappresentante del Movimento dei Non Allineati, invite tutte le nazioni del mondo a svolgere un ruolo più attivo nella gestione del mondo e ad impegnarsi affinchè ciò si possa avverare. La necessità di superare gli ostacoli che si presentano dinanzi a questa prospettiva si sente più che mai.

– L’Onu, oggi, ha perso la sua efficienza e di questo andamento, presto nessuno crederà più negli enti internazionali per difendere i diritti dei popoli. Questo sarebbe un danno gravissimo per il nostro mondo.

– Le Nazioni Unite sono state fondate con l’obbiettivo di creare giustizia e tutelare i diritti di tutti. Ma questa stessa organizzazione oggi è affetta da discriminazione ed è diventata uno strumento, per pochi paesi, per imporre la loro ingiustizia a tutto il mondo. Il diritto di veto e la concentrazione del potere nel Consiglio di Sicurezza, impedisce di fatto che i diritti dei popoli vengano difesi realmente.

– La necessità di riformare la struttura è un argomento importante di cui hanno parlato moltissimo i rappresentanti di diversi paesi, ma finora nessuna modifica è stata apportata.\

– Quì pertanto, chiedo ai membri dell’Assemblea Generale ed al Segretario ed ai suoi colleghi di seguire con serietà l’argomento delle riforme e ideare una prassi adeguata per l’attuazione di queste. In quest’ambito, il movimento dei Non Allineati sarà disposto a dare il proprio aiuto e supporto.

…Lui verrà

Signor Segretario, amici e colleghi cari!

– Far dominare la pace e la stabilità sulla terra e creare una vita felice per gli esseri umani, è una missione grande e storica, ma possibile. Dio, il Benevole, non ci ha lasciati soli in questa missione ed ha affermato che quel giorno, in cui l’uomo raggiungerà la perfezione, arriverà di sicuro, perchè se non arrivasse ciò sarebbe in contrasto con la Saggezza divina.

– Dio ha promesso l’arrivo in terra di un uomo fatto di amore, che ama la gente, che porterà la giustizia, e che si chiamerà Mahdi (che Dio affretti la sua venuta/ndr) e che verrà accompagnato da Gesù (la pace sia con lui) e da altri grandi riformatori che usando le capacità degli uomini e delle donne di questa terra e di tutti i popoli: ripeto usando le capacità degli uomini e delle donne di tutti i popoli, guiderà la società umana nel raggiungimento della felicità.

– L’arrivo del Salvatore sarà una nuova nascita, una niova vita. Sarà l’inizio della vera vita e della pace e della sicurezza duratura.

– Il suo arrive sarà la fine dell’ingiustizia, del male, della povertà, della discriminazione e l’inizio del bene, della giustizia, dell’amore, della fratellanza.

– Lui verrà per dare inizio al periodo di vero progresso e di gioia dell’uomo.

– Lui verrà per cancellare gli ostacoli dell’ignoranza e delle superstizioni e per aprire le porte della scienza e della conoscienza, creando un mondo pieno di sapere, nella quale tutti partecipano alla gestione del mondo.

– Lui verrà per regalare a tutti gli uomini l’affetto, la speranza, la dignità.

– Lui verrà affinchè tutti gli uomini assaggino il sapore dolce dell’essere umani e del vivere insieme agli altri.

– Lui verrà perchè le mani si stringano col calore ed i cuori siano pieni di amore e le menti piene di pensieri puri, tutto al servizio della sicurezza, del benessere e della felicità umana.

– Lui verrà affinchè tutti i figli neri, bianchi, rossi e gialli di Adamo tornino a vivere insieme in una casa dopo un lungo e buio period di lontananza.

– L’arrivo del Salvatore, di Gesù e dei loro compagni non sarà accompagnato dalla guerra, ma si realizzerà attraverso la presa di coscienza dei popoli, con la diffusione dell’amore, e loro determineranno il futuro eternamente felice dell’umanità con il sole della scienza e della libertà e ciò risveglierà dall’inverno il corpo gelato del nostro mondo. Lui regalerà la Primavera all’umanità. Lui è la Primavera stessa e con il suo arrivo l’inverno dell’esistenza umana, incatenato dall’ignoranza, la povertà e la guerra, rinascerà facendo fiorire l’imponenza dell’uomo.

– Sin da ora si può sentire nell’aria il buon profumo della Primavera. Un Primavera che è iniziata e non appartiene a nessuna razza, popolo o zona particolare e che presto investirà tutte le terre, l’Asia, l’Europa, l’Africa e le Americhe.

– Lui è la Primavera di tutti coloro che vogliono la giustizia, la libertà e che credono nei profeti del Signore. Lui è la Primavera dell’uomo e lo sfarzo di tutti i tempi.

Venite tutti ad aiutare e ad agevolare la sua venuta.

Che sia lodata la Primavera, che sia lodata la Primavera ed ancora, che sia lodata la Primavera!

Testo da Radio Italia IRIB

Ultime notizie dall’Iran

Ultime notizie dall’Iran. Il 1° luglio è scattato l’embargo petrolifero dellUe. Chi ci perde e chi ci guadagna.  Teheran fa la voce grossa ma i colloqui sul nucleare continuano nell’ombra (o quasi). Il ministro degli Esteri Salehi va a Cipro per parlare di Siria e viene arrestato per qualche ora. La cosa si risolve presto ma da noi non se ne è parlato per nulla. Il New York Post intervista Doulatabadi. Antonella Vicini racconta una storia di cravatte. A Teheran fa caldo, più o meno come da noi. La Persia rimane un Paese bellissimo.

Tutto questo (più o meno) in questo storify:

http://storify.com/anto_sacchetti/varie-dall-iran

 

Teheran 2012

Video della capitale iraniana sotto la neve nel febbraio 2012.  Park-e mellat, Vali Asr, la Milad Tower, Piazza Tajrish. Scene di vita quotidiana nella megalopoli.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=4d8LbIR53jY&list=UU96lLWa1E_HVkpoTZJGBYkA&index=1&feature=plpp_video[/youtube]

Intanto in Iran

Una panoramica degli ultimi avvenimenti in terra di Persia. Pochi giorni dopo il vertice di Istanbul sul nucleare, Obama ha dichiarato che terrà alta la guardia sulle violazioni dei diritti umani in Siria e Iran. Un giornale di Teheran sostiene che in un vertice segreto a Vienna, la Repubblica islamica avrebbe già trovato un accordo di massima con l’AIEA. L’Iran lascerebbe attive soltanto 1.000 centrifughe la ricerca;  chiuderebbe la centrale di Fordow; controllerebbe “meglio” le milizie sciite in Iraq; darebbe un sostanziale via libera al cambio di regime in Siria. Obama garantirebbe una graduale diminuzione delle sanzioni e si impegnerebbe a non attaccare militarmente l’Iran. Vero? Falso?

Sul web ha suscitato clamore un video girato durante la visita del presidente Ahmadinejad nella città di Bandar Abbas. Prima un vecchio e poi una donna si sono arrampicati sull’auto del presidente per protestare contro la situazione economica sempre più disperata.

Per la prima volta dall’inizio del suo secondo mandato, Ahmadinejad ha partecipato a una seduta del Consiglio per il discernimento ed è stato fotografato sorridente accanto al grande rivale Rafsanjani . A proposito, cos’è il Consiglio per il discernimento?

Tutto questo e tante altre piccole storie e immagini nello storify che vi proponiamo di seguito. A proposito, cos’è uno storify?

Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

[youtube]http://youtu.be/4d8LbIR53jY[/youtube]

Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE

Buoni e cattivi/4

E risiamo, in un certo senso, da capo a dodici. A Teheran, nel Paese le cose vanno male, questo è sicuro. Ma la novità, il rimedio, da dove dovrebbe venire? Lo scenario politico e sociale iraniano non è solo complicato, ma addirittura indefinito.

Nella storia di questo Paese i bazarì hanno sempre avuto un ruolo determinante. Sono stati loro a dare alla rivoluzione il sostegno necessario a rovesciare lo scià nel 1979. Ed è stato sempre il loro appoggio a determinare l’egemonia di Khomeini all’interno del fronte rivoluzionario. Adesso con chi stanno? Non con Ahmadinejad, che è sostenuto da un altro blocco sociale (per dirla con Gramsci), quello dei pasdaran, cresciuto moltissimo – in senso anche economico – negli ultimi anni. Ma non è che i bazarì stiano all’opposizione: preferiscono appoggiare Khamenei  e i circoli conservatori che saranno i vincitori delle elezioni parlamentari di marzo. Questo è un dato di fatto: una parte consistente della borghesia medio-alta che mugugna contro il regime e manda i figli all’estero, rimane un pilastro di questo sistema. E non sembra al momento intenzionata a sostenere, promuovere o incoraggiare cambiamenti sostanziali.

Ecco allora che torniamo alla questione: cosa è regime e cosa non lo è?

Un martedì mattina nella Facoltà di relazioni internazionali a Niavaran, estremo nord di Tehran. C’è il sole e tanta neve ancora sui tetti e i marciapiedi. Qui il caos è distante, è una zona abbastanza tranquilla ma non proprio residenziale. Ci sono pochi studenti in giro, si avvicina un weekend lungo, perché al fine settimana islamico (giovedì e venerdì) si aggancia sabato 11 febbraio, anniversario della Rivoluzione.

La funzionaria che mi attende non conosce l’inglese ma  un francese eccellente perché – figlia di un diplomatico – ha vissuto per anni a Parigi. “Ma la sua famiglia è iraniana, non è vero?”. Mi chiede quasi subito. “No, non ho parenti qui”. “Ma è sicuro?”, incalza. “Perché il suo cognome esiste in Iran, lo sapeva?”.

Nel cortile del dipartimento due uomini scaricano le provviste per la mensa. Chiacchierano fitto fitto in turco, lingua parlata da oltre il 30% degli iraniani. La mia guida li guarda e poi sibila: “Questo è sempre stato un problema per l’Iran. In tanti hanno cercato di usare queste differenze per dividerci”. Ma nessuno c’è davvero mai riuscito, va detto.

C’è una buona dose di casualità in questa visita. O forse sarebbe meglio parlare di serendipità, visto che siamo in Iran. Perché sono qui? Sono venuto a cercare materiale per il libro che sto scrivendo, mi ritrovo a sorpresa nell’archivio storico del dipartimento, tra lettere, documenti e mappe antiche. E da qui vengono idee nuove, spunti a cui non avevo minimamente pensato. E comunque è tutto molto interessante. “Questo le serve, le può essere utile?”, mi chiede la mia guida quasi ad ogni passo. Esagero un po’ la mia soddisfazione perché mi dispiacerebbe deluderla.

La parte più interessante di questa visita è l’incontro col professor Sohrab Shahabi. Ha una sessantina d’anni e ha vissuto a lungo in Canada. Parliamo un po’ di tutto, dalla situazione in Nord Africa al momento critico dei rapporti tra Iran e comunità internazionale. “Non conta solo l’economia – avverte. Quanto è accaduto in Tunisia, ad esempio, dimostra che la rabbia di un popolo può scatenarsi all’improvviso. E che gli eventi prendono spesso una piega non prevista”.

Accenno al gelo che in qui giorni di inizio febbraio sta colpendo l’Europa e che in Italia ha fatto scattare l’allarme gasolio. Il professore ride. “Questa è un’ottima notizia per noi! Vuol dire che l’Iran venderà combustibile a caro prezzo e risolveremo i guai provocati dalle sanzioni!”. E poi aggiunge ironico: “Allora ha ragione chi dice che in politica la linea migliore è invocare il Mahdi!”. Il riferimento è all’intervento ultraterreno del dodicesimo Imam, figura chiave della teologia sciita, negli ultimi anni invocata spesso dal presidente Ahmadinejad. “Avvenne lo stesso nel 1990: eravamo a pezzi dopo la guerra con l’Iraq. E cosa fa Saddam? Invade senza motivo il Kuwait e il prezzo dl greggio andò alle stelle. Per l’Iran fu un affare. In più, Saddam consegnò di fatto una parte enorme della sua aviazione, credendo di metterla al sciuro. Fu un insieme di circostanze incredibili!”.

Prima di congedarci, mi lascia un’immagine: “C’è un vecchio racconto che parla di un ragazzo che passa la vita a cercare un tesoro nelle acque gelide di un torrente di montagna. L’Iran è come quel ragazzo: sempre alla ricerca dell’ora. Qualche volta lo trova”.

4- CONTINUA

 

Buoni e cattivi/3

Ritorno a Teheran. L’incontro con Ahmadinejad

“Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni”. È una delle battute più famose del film di Jean Renoir “La Regola del gioco”. Me lo ripeterò più volte, in questo viaggio a Teheran. Sarebbe così facile dividere il mondo in buoni e cattivi, in giusti e ingiusti. Cosa è regime e cosa non lo è?

Entriamo nella sede della Presidenza della Repubblica, nella blindata via Pasteur. Gli addetti alla sicurezza sono molto fiscali ma gentili. L’apertura del convegno a cui sono stato invitato a partecipare viene celebrata con una conferenza che sarà conclusa da Mahmud Ahmadinejad. Siamo una delegazione di una trentina di persone da Italia, Stati Uniti, Spagna, Francia, Russia , Egitto, Tunisia, Azerbaigian. Giornalisti, registi cinematografici, professori universitari.  Ci sono anche tre rabbini ortodossi (e antisionisti), uno dal Canada e due dagli Usa. Sono gli special guest dell’occasione: sorridono compiaciuti quando la gente si fa fotografare accanto a loro. Inizialmente li trovo un po’ troppo vanesi: mi ricordano i capelloni del famoso articolo di Pier Paolo Pasolini. Comunicano attraverso la loro semplice presenza, il loro mostrarsi agli altri. Col passare dei giorni avrò modo di ascoltarli e di cambiare idea. È sempre sbagliato affidarsi soltanto alle sensazioni.

Ed è la stesso accorgimento che mi riprometto non appena Ahmadinejad entra in sala. È più basso ma meno sgraziato di quanto non appaia in televisione. Indossa una giacca gessata e ha uno sguardo molto mobile. Immagino già i commenti di chi leggerà – prima o poi – questo racconto. Eccolo qui il cattivo per antonomasia. Ha di sicuro un approccio molto semplice. È molto più alla mano lui di qualsiasi assessore regionale mi sia mai capitato di incrociare.

Parla per ultimo, con un discorso a braccio sul ruolo dell’arte e, in particolare, del rapporto tra cinema e potere politico. A tratti è sarcastico, il più delle volte si lascia prendere dal gusto tutto iraniano del racconto. Anche questa conferenza stampa diventa l’occasione per narrare gli ultimi giorni della rivoluzione del 1979 e del ruolo di Khomeini in particolare. Devo essere sincero: per quanto mi sforzi, a un certo punto mi distraggo e non lo seguo più. Osservo gli altri: il più anziano dei rabbini, in prima fila, ha il mento sul petto, vinto probabilmente dal jet lag. Ma anche un paio di iraniani, più indietro, dormono con la bocca aperta.

Insomma, il presidente iraniano non riesce a catturare l’attenzione di tutti. Qualcuno però, al termine della conferenza, è addirittura entusiasta.  “Era tanto che non sentivo un politico che parlava soltanto di valori!”, esulta un collega uruguayano. “Ma ha detto cose talmente generiche che andrebbero bene a chiunque”, lo corregge un americano. Sì, in effetti, ha parlato, tra le altre cose, di pace, di arte pura contro la mercificazione del sapere e della cultura. Però è innegabile che ormai in Europa e in Nord America la politica sia ridotta a una mera rendicontazione (nemmeno governo) dei processi economici e finanziari in particolare. Non condivido chi si entusiasma per il discorso di Ahmadinejad, ma provo a capirne le ragioni.

Diverso, e molto più interessante, l’atteggiamento degli ospiti nordafricani e arabi. Nel nostro gruppo c’è un giovane e brillante regista cinematografico egiziano che è stato in prima fila in Piazza Tahrir nella rivolta contro Mubarak. È un laico, scrive e dirige commedie, in patria ha avuto qualche problema coi Fratelli Musulmani. Quando viene presentato ad Ahmadinejad, gli si getta quasi al collo. È un abbraccio sincero, spontaneo. Più volte, nei giorni successivi, continuerà a esprimere ammirazione per l’Iran e per questo sistema politico. In un convegno in una moschea sarà molto esplicito: “Per l’Egitto non voglio una repubblica islamica. Ma io parlo del mio Paese, voi dovete essere padroni nel vostro”. Come lui, anche un regista tunisino, è entusiasta dell’Iran. Sulla terrazza della Milad Tower continua ad esclamare. “E’ più alta di quella che ho visto in Canada!”, come se l’altezza delle torri bastasse a misurare lo sviluppo di un Paese.

Ma se non ci si sforza di capire questo entusiasmo, si rimane molto distanti dal comprendere cosa sia la cosiddetta “primavera araba”. Vista da Teheran, è sicuramente il segno del declino politico degli Usa. Questo però non vuol dire nemmeno che sia la dimostrazione del “risveglio islamico”, così come vorrebbe l’establishment iraniano. Forse, molto più semplicemente, è l’ammirazione per chi, 33 anni fa, non ha fatto una semplice rivolta, ma una rivoluzione vera e propria. E questa ammirazione il più delle volte prescinde dal giudizio sul sistema scaturito poi da quella rivoluzione.

A questo proposito, a Teheran gira un sms molto carino: “Se la notte non riesci a dormire, non preoccuparti. Non è colpa dell’inflazione, della disoccupazione, della paura della guerra. È solo il risveglio islamico!”.

3 – CONTINUA

Buoni e cattivi/2

Quattro viaggi in Iran non mi hanno ancora immunizzato da tutte le influenze negative che precedono ogni partenza. C’è sempre qualcuno che, all’annuncio, sgrana gli occhi come se fossi in partenza per Saturno. Qualcun altro, semplicemente, non capisce il motivo. E non capendolo, disprezza la scelta. Non è un impulso di autoreferenzialità, questo incipit. È semplicemente una prova con cui misurare quanti pregiudizi gravino sempre su questo splendido, dannato Paese.

“Vai in Iran? Proprio adesso che sta per scoppiare la guerra?”. “Un festival del cinema a Teheran? Perché, hanno anche il cinema?”. Cosa non tocca ascoltare, ogni volta.

Sarà anche per vincere una volta per tutte quest’alone non proprio allegro, che una delle prime cose che farò nel tempo libero a Teheran, è comprare una dose massiccia di esfand (o sepanj, che dir si voglia), l’erba che in Iran si brucia per scacciare gli spiriti negativi.

Quanta ne servirebbe per scacciare tutta la sfortuna dall’Iran? Dal mio primo viaggio del 2005, il Paese mi sembra regredito, in certi aspetti. Teheran è più caotica, più confusa. Sicuramente è in espansione. Ozgol, all’estremità nordorientale della metropoli, 7 anni fa era un insieme di palazzi. Adesso è un quartiere strutturato, con una sua innegabile eleganza. Eppure sperduto, ai piedi di montagne cariche di nevi in questo febbraio gelido per mezzo mondo. Centri commerciali anche qui, con le migliori marche italiane in bella evidenza. Tante persone con l’i-phone in mano. Ma per la maggior parte degli iraniani la vita è sempre più dura: un chilo di carne costa 20 euro, un operaio ne guadagna al massimo 300 in un mese.

Città in espansione e sempre più sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Ogni volta, salire su un taxi è un’avventura: i navigatori satellitari sono al bando, di stradari nemmeno a parlarne. E sembra calato un oblio sulla maggior parte degli autisti: ci si perde anche per raggiungere strade relativamente centrali. Non capisco il motivo: 4 anni fa non era così. Ma oggi tutto sembra più approssimativo, più spoglio. Passo ore e ore in auto polverose, col riscaldamento al massimo, mentre fuori si gela. È un continuo saliscendi su circonvallazioni e rettifili infiniti. Quando si rivedono marciapiedi e negozi, si prova una strana sensazione di rassicurante stabilità, come se rivedessi la terraferma dopo giorni di mare aperto. Come diceva Italo Calvino ne “Le città invisibili”, “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Perfetto per fotografare Teheran. Soprattutto questa Teheran di inizio 2012.

2 – CONTINUA

Buoni e cattivi /1

Come avevo immaginato il ritorno a Tehran in questi 4 anni? Non ricordo, forse non lo avevo poi immaginato così tanto. L’immaginazione presuppone una volontà precisa, un desiderio formato, che probabilmente non avevo avuto mai. L’ultima volta ero andato via da Tehran in una silenziosa notte d’aprile del 2008. Ne sarebbero successe di cose, non solo in Iran, da allora.

Sono tornato in Iran in occasione del Fajr, il festival cinematografico che si svolge dal 1982 ogni febbraio a Teheran per celebrare la rivoluzione del 1979.  Sono stato invitato a partecipare a un convegno intitolato “Hollywoodism”. In altre parole, l’industria cinematografica americana come strumento politico di Washington. “Il cinema è l’arma più potente”, diceva un mascellone nostrano quando fondò Cinecittà e forse non aveva tutti i torti.

Fa un certo effetto partecipare a questo convegno, perché appena pochi giorni fa “Una separazione” di Asghar Faradi ha vinto il Golden Globe e si candida all’Oscar come miglior film straniero. E allora cosa è questo Hollywoodismo? Avremo modo di parlarne. Il dibattito sarà tutt’altro che scontato e monocorde. D’altra parte, solo chi non conosce l’Iran può meravigliarsi di questa apparente contraddizione.

In questa notte d’inverno, Teheran mi accoglie con vento che pensavo gelido e invece è solo freddo, persino meno fastidioso di quello che ho lasciato a Roma. Inconfondibile ma invece evidentemente rimosso in questi anni, il puzzo di benzina nell’aria, anche alle 5 del mattino. Le strade sono bagnate attorno all’aeroporto. Mano a mano che saliamo verso nord, le pozzanghere lasciano il posto a cumuli di neve. Anche gli alberi sono scheletri imbiancati. Il cielo non ha nuvole, non ne vedrò per tutti i giorni a venire. Pioggia, neve e tanto grigio.

L’arrivo all’hotel Azadi è l’ingresso in una postmoderna babele. Ci accolgono delle guide del ministero della Cultura e della guida islamica. Sono giovani, parlano un inglese fluente. Me li immaginavo molto diversi, a essere sincero. Gli uomini sono vestiti in modo informale, alcuni hanno i capelli lunghi. Delle donne. solo una indossa il chador. Tutti sono molto puntuali e molto, molto presenti. Anche troppo.

Il pomeriggio successivo si perde in un traffico d’inferno. Due ore per raggiungere il centro dove avviene l’inaugurazione del Fajr Festival. Ammucchiati su due pullman scalcinati, attraversiamo un fiume di auto sotto una pioggia incessante. Autostrade che si intersecano, fantasmi che si aggirano tra le auto in sosta cercando di vendere mazzi di fiori ricoperti da buste di plastica. Un grigio mai visto. Quattro anni fa aveva salutato una Teheran immobile. Ora quella Teheran che ricordavo è semplicemente invisibile. Cosa c’è dietro il finestrino? Quale incubo di città è questa?

All’apertura del convegno un caos pazzesco, solo posti in piedi, riscaldamento eccessivo e assolutamente insalubre. La voglia di scappare è tanta. Eppure, alla fine, è solo una questione di tempo. Poco a poco, col passare dei giorni, la città che ricordavo emerge un pezzo alla volta, una strada alla volta, un’atmosfera alla volta.

Eccolo qui il Paese raccontato mille volte da persone che non lo hanno mai visitato. Analizzato, vivisezionato da presunti esperti di geopolitica o da iraniani che non ci tornano (perché non ci possono tornare) da 30 anni o forse più.

Di sicuro, è un clima molto più pesante quello che trovo adesso rispetto al 2008. Ed è tutto dire. Quattro anni fa tutti parlavano di quanto fosse divenuta cara la vita e si aspettavano (o almeno speravano) un cambiamento con le elezioni dell’anno successivo. Sappiamo cosa sia poi successo. Oggi si parla anche dell’inflazione e della disoccupazione, ma il tema che tiene banco è la guerra. Attaccherà Israele? Anzi: quando attaccherà? Perché sono tutti convinti che si tratti solo di tempo: prima o poi la guerra arriverà. O forse è già cominciata. Con le “misteriose” esplosioni nelle basi militari di Teheran e Isfahan (in tutto oltre 40 morti) e con gli omicidi degli scienziati coinvolti nel progetto nucleare. Per non parlare delle sanzioni e di come tutto sia più complicato. Ma attenzione: tutto questo al momento gioca a favore e non contro il sistema politico iraniano. Avevo trovato un Iran molto più diviso nel 2008. Oggi gli iraniani sono più preoccupati, ma soprattutto per la situazione internazionale. La politica interna – almeno apparentemente – rimane sullo sfondo.

1 – CONTINUA