Verso l’accordo?

La trattativa a Vienna tra Iran e 5+1 è entrata nella fase più delicata. Superata l’iniziale scadenza dei negoziati (30 giugno), c’è tempo fino al 7 luglio per arrivare a un accordo definitivo. Da tutte le parti in causa trapela un moderato ottimismo, ma non c’è ancora nulla di ufficiale. Se un passo indietro a questo punto sembra molto improbabile, è anche vero che proprio ora si rischia di più.

Ad aprile, il factsheet della Amministrazione Usa suscitò fortissimo imbarazzo ed oggi si vuole assolutamente evitare una situazione come quella.

 

14 luglio

Arriva la firma dello storico accordo. Ecco parte del live tweet del discorso del presidente Rouhani alla nazione.

 

 

 

 

13 luglio

In attesa dell’accordo che non arriva. Ad un certo punto l’account Twitter del presidente iraniano Rouhani lancia un messaggio chiaro: “L’accordo è una vittoria della diplomazia e del rispetto reciproco sugli antiquati paradigmi dell’esclusione e della coercizione. E questo è un buon inizio”. Poi però il tweet viene cancellato.

Ne compare uno del ministro degli Esteri Zarif. “Se l’accordo viene raggiunto, significa che tutti vinceremo quando avremmo tutti potuto perdere. Chiaro e semplice: non servono cambi”.

 

 

Poi anche Rouhani aggiunge un “se” al suo messaggio orginale:

 

 

In serata riparte l’attesa: forse l’accordo sarà annunciato verso mezzanotte ora di Vienna.

 

12 luglio

Giornata all’insegna dell’ottimismo. Per tutta la mattina si sparge la notizia che l’accordo sarà annunciato entro la serata. Poi arriva la frenata: l’accordo è a un passo ma per redigere il testo dell’intesa ci vuole tempo: tutto rimandato a lunedì. Ma non oltre. Così, almeno si dice.

 

10 luglio

Si preannuncia un weekend di lavoro per i negoziatori di Vienna. I colloqui sono prolungati fino a lunedì 13 luglio.

Dopo diversi giorni, da Kerry arrivano segnali positivi: “Risolte alcun equestioni importanti”.

 

 

9 luglio

Si parla di una possibile ulteriore estensione dei colloqui al 13 luglio. Questo rappresenterebbe un problema per una eventuale immediata rimozione delle sanzioni, perché il Congresso Usa avrebbe più tempo per riesaminare l’accordo. I media iraniani hanno dato spazio alle tensioni di ieri. Ecco alcune prime pagine dei giornali iraniani.

Alle 19 è prevista una dichiarazione del Segretario di Stato Usa John Kerry.

Poco prima, un tweet di Zarif sembra anticipare le dichiarazioni di Kerry: “Stiamo lavorando sodo, ma senza fretta, per arrivare al risultato. Segnate le mie parole; non è possibile cambiare i cavalli nel bel mezzo di un torrente”.

Kerry dice sostanzialmente: “Abbiamo risolto molte questioni ma rimanfono divergenze di fondo. Vogliamo un accordo ma non a tutti i costi. E la trattativa non può durare all’infinito”.

La Russia, dal canto suo, sembra sposare la linea iraniana e già è pronta ad attribuire la responsaiblitò di un fallimento alle divisioni tra Stati Uniti e altri Paesi occidentali.

Si preannuncia una lunga nottata.

 

Zarif: mai minacciare un iraniano

Ultima chiamata: violati principi per un buon accordo
Ultima chiamata: violati principi per un buon accordo

8 luglio

Dopo una giornata di cauto ottimismo, l’atmosfera a Vienna si fa più tesa. In un alterco con Federica Mogherini, Javad Zarif avrebbe esclamato “Mai minacciare un iraniano”. E Lavrov avrebbe aggiunto: “E nemmeno un russo”. Su Twitter nasce l’hashtag #NeverThreatenAnIranian

 

 

7 luglio

Il giorno giusto per un accordo potrebbe essere mercoledì 8 luglio. Dai colloqui di Vienna trapelano poche indiscrezioni. Nel pomeriggio arriva la notizia: i colloqui sono prolungati fino al 10 luglio.

 

 

 

4 luglio

I quotidiani iraniani vicini al governo Rouhani sottolineano l’esito positivo della visita del presidente dell’AIEA Yukiya Amano a Teheran. Secondo lo stesso Amano, l’Agenzia per l’energia atomica e l’Iran sarebbero in grado di risolvere in poco tempo “le rimanenti divergenze”. In ballo c’è la questione delle ispezioni ai siti nucleari. Il segretario del Consiglio  Supremo Nazionale per la Sicurezza Ali Shamkhani ha ribadito la volontà politica da parte iraniana di arrivare a un accordo col gruppo 5+1.

rooyesh-e mellat

 

 

 

3 luglio

Il 3 luglio il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha pubblicato su Youtube un video messaggio in inglese, sottotitolato in persiano. Ecco il testo del suo breve intervento.

 

Sono a Vienna per chiudere finalmente una crisi inutile. In questa undicesima ora, nonostante rimangano alcune differenze, non siamo mai stati più vicini a un risultato duraturo. Ma non vi è alcuna garanzia.Raggiungere un accordo richiede il coraggio di un compromesso, la fiducia in se stessi per essere flessibili, la maturità per essere ragionevoli, la saggezza di mettere da parte le illusioni, e l’audacia di abbandonare le vecchie abitudini.
Alcuni ostinatamente credono che la coercizione militare ed economica sia in grado di garantire la sottomissione. Insistono ancora a spendere i soldi degli altri o sacrificare i figli degli altri per i propri disegni deliranti.
Vedo la speranza, perché vedo emergere la ragione sulla illusione. Sento che i miei interlocutori hanno riconosciuto che la coercizione e la pressione non portano a soluzioni durature, ma a ulteriori conflitti e ulteriore ostilità. Hanno visto che 8 anni di aggressione da parte di Saddam Hussein e di tutti i suoi sostenitori non hanno ridotto la nazione iraniana – che si trovava da sola – in ginocchio. E ora, si rendono conto che le sanzioni economiche più indiscriminate e ingiuste contro il mio paese hanno raggiunto assolutamente nessuno dei loro obiettivi dichiarati; ma invece hanno danneggiato innocenti e inimicato una nazione pacifica e tollerante.
Hanno quindi optato per il tavolo dei negoziati. Ma hanno ancora bisogno di fare una scelta critica e storica: accordo o coercizione. In politica, come nella vita, non puoi vincere a scapito di altri; tali guadagni sono sempre di breve durata. Solo gli accordi equilibrati sono in grado di resistere alla prova del tempo.
Siamo pronti a trovare un accordo equilibrato e buono; e aprire nuovi orizzonti per affrontare importanti sfide comuni.
La minaccia comune oggi è la crescente minaccia dell’estremismo violento e la barbarie. L’Iran è stato il primo a raccogliere la sfida e a denunciare questa minaccia come una priorità globale, quando ha lanciato WAVE – Mondo contro la violenza e l’estremismo. La minaccia che stiamo affrontando – e dico noi, perché nessuno viene risparmiato – è incarnata dagli uomini incappucciati che stanno devastando la culla della civiltà. Per far fronte a questa nuova sfida sono assolutamente indispensabili nuovi approcci. L’Iran è da tempo in prima linea nella lotta contro l’estremismo. Spero che anche i miei colleghi aspostino la loro attenzione e dedichino le loro risorse a questa battaglia esistenziale.
Mille anni fa, il poeta iraniano Ferdowsi ha detto:
“Siate implacabili nella lotta per la causa del Bene. Portare la primavera, dovete. Bandire l’inverno, dovreste “.
Il mio nome è Javad Zarif, e questo è sempre stato il messaggio iraniano.

 

Pochi giorni prima la Guida Khamenei, con un tweet, aveva dato l’ennesimo endorsment al team dei negoziatori.

 

 

 

 

 

Il loro uomo a Teheran

In questo post cominciamo a raccogliere i brevi video pubblicati da Thomas Erdbrink, capo ufficio di corrispondenza del New York Times a Teheran da oltre dieci anni.  Sono reportage di meno di dieci minuti, del tutto privi della solita retorica “orientalista” che spesso domina i reportage dei media occidentali. Erdbrink, che parla perfettamente persiano, afferma che, dopo dieci anni, sta “lentamente iniziando a capire il paese in cui nulla è come sembra”.

E’ un bell’esempio di giornalismo e una finestra sull’Iran privilegiata.

Per saperne di più: http://www.nytimes.com/2015/03/25/world/middleeast/iran-meet-our-man-in-tehran.html




Start up Iran

Start Up Weekend Tehran

Di certo non è stata la notizia del mese, ma il 28 agosto si è tenuta a Teheran la seconda edizione di Start up weekend, evento che raccoglie giovani imprenditori, sviluppatori, creativi e innovatori per mettere a confronto idee e progetti.

Già, proprio così: mentre in Occidente continuiamo a guardare alla Persia come a un Paese esoticamente immerso nel passato, nella Repubblica islamica si sta sviluppando un interessante movimento di start up digitali, cioè di nuove imprese, quasi sempre di piccole dimensioni, create da giovani.

Le start up in tutto il Paese sono circa duemila e lo scorso anno hanno dato vita a una decina di eventi come quello del 28 agosto.

A parlare per primo di Iran come nuova frontiera per le start up è stato Christopher M. Schroeder, imprenditore statunitense e autore del libro Startup Rising: The Entrepreneurial Revolution Remaking the Middle East. 

Schroeder è stato in Iran nel maggio 2014 ed è rimasto positivamente impressionato da quanto ha visto. In un articolo su Pando si era così espresso:

Immagina di essere un venture capitalist alla ricerca di un potenziale eccitante nuovo mercato. Esiste un Paese che ha due terzi della sua popolazione sotto i 35 anni, con una delle più grandi coperture Internet nella sua regione. La penetrazione della telefonia mobile è di oltre il 120% – il che significa che molte persone hanno più di un dispositivo – e il 3G  sarà implementato nel corso dei prossimi due anni. Tra i suoi vicini, il paese ha uno dei più alti PIL pro capite, e la maggioranza dei suoi laureati sono ingegneri del software. L’eCommerce è appena agli albori; soltanto pochissimi viaggi in questo Paese sono prenotati on line, nonostante sia una delle più grandi popolazioni al mondo in termini di consumi e costituisca una delle  destinazioni turistiche meno visitate del mondo. La sua posizione geografica lo pone al centro del commercio globale tra Nord e Sud, Est e Ovest.

Sto descrivendo un Paese dell’America Latina? Dell’Europa orientale? Del Sud-Est asiatico? La Turchia? No: è l’Iran.

 

Chiunque abbia visitato di recente la Repubblica Islamica, non può non aver notato che nell’aria c’è qualcosa di nuovo. E anche chi in Iran non c’è mai stato, può ora avere una finestra su questa nuova realtà. E’ infatti on line Techly.co, un nuovo blog in inglese interamente dedicato alle “start up e alle tech news”. Un po’ stile TechCrunch, per intenderci.

I fondatori del blog sono Nasser Ghanemzadeh e Mobin Ranjbar. Il primo è anche amministratore delegato di Opatan, la prima startup cloud iraniana e co-fondatore di Iran Startups, la più grande comunità del settore in Iran.

Il secondo è un ingegnere informatico, fondatore di Shariksho, primo spazio di co-working in Iran.

Ghanemzadeh spiega:

Ci sono più di 100 startup in rapida crescita e ogni settimana ne nasce un’altra.

Ogni mese vengono organizzati incontri in diverse città iraniane e si cominciano a vedere i primi risultati. Digikala, sito di e-commerce, ha ricevuto 150 milioni di dollari di finanziamenti.

A Isfahan, bus e ambulanze utilizzano un GPS realizzato da una start up di sole donne. 

D’altra parte, lo scorso anno si sono laureati 700.000 giovani nel Paese e il 40% di loro sono donne.

Lo Stato, da parte sua, finanzia 31 incubatori di impresa, cercando però di orientare i nuovi imprenditori verso le attività programmate a livello governativo. E questo è spesso un limite, perché si rimane distanti dalle reali esigenze del mercato. Ma questo movimento di start up è anche frutto dell’onda di  “ritorno” della fuga di cervelli degli ultimi anni.

Chi anni fa si è trasferito in Usa o Gran Bretagna, oggi magari riporta esperienza e capacità nel Paese di origine. Non è nemmeno necessario un effettivo ritorno “fisico” in Iran. Lo scambio di idee e la collaborazione può avvenire anche a distanza, grazie a Internet. Il cui sviluppo è, anche per questo motivo, uno dei punti cruciali per il futuro dell’Iran.

 

Rete di impresa Italia-Iran

Focus Iran

H2biz sta costituendo la prima Rete di Impresa Italia-Iran, una rete di fornitori italiani per posizionarsi in Iran prima che termini l’embargo internazionale.

La scelta del modello a Rete è motivata dall’esigenza di creare delle sinergie operative tra gli aderenti e presentarsi sul mercato iraniano con maggior potere contrattuale.

Il mercato iraniano

L’Iran, dopo il recente accordo sul nucleare sottoscritto con la comunità internazionale e il probabile allentamento dell’embargo, rappresenta una grande opportunità di business per le imprese italiane.

Un paese di 77 milioni di abitanti posizionato al centro del Golfo Persico che sta per aprirsi al mercato.

L’Italia ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Iran, rapporto confermato dai dati della Camera di Commercio Italo-Iraniana: l’interscambio commerciale Italia-Iran ha raggiunto il suo massimo storico (7.097 milioni di euro) nel 2011, dopo la flessione del 2009 dovuta alla crisi economica. Il 2012 è stato segnato dall’ampliamento delle restrizioni commerciali da parte dell’UE. L’export italiano ha registrato nel 2014 una performance (1 miliardo e 100 milioni di Euro) superiore del 9,5% alla media dell’intera UE.

Rete di Impresa Italia-Iran

L’obiettivo della Rete di Impresa Italia-Iran è consentire alle imprese aderenti di vendere i propri prodotti e servizi sul mercato iraniano sfruttando tutte le sinergie che un modello a Rete consente di ottenere.

Alla Rete potranno aderire al massimo 5 imprese italiane per settore che rispettano le seguenti condizioni:

  • essere attivi sul mercato da almeno 2 anni
  • capacità di condividere risorse nella Rete
  • capacità di formulare offerte/preventivi entro 24 ore dalla richiesta
  • accettare pagamenti per i propri prodotti/servizi a 60, 90, 120 giorni

La capofila del Contratto di Rete sarà H2biz che si assume l’onere della rappresentanza legale della Rete.

Il contratto Rete Italia-Iran sarà sottoscritto per atto pubblico.

 

Piano Operativo Rete Italia-Iran

Il piano operativo della Rete prevede:

1) indivuduazione sinergie operative tra gli aderenti alla Rete
2) costruzione “offerta di rete” per posizionare la Rete sul mercato iraniano
2) sottoscrizione Convenzioni bancarie per l’ottenimento di credito a favore degli aderenti alla Rete
3) elaborazione Piano di Marketing per il posizionamento e la promozione della Rete sul mercato
4) individuazione fornitori e procedura di approvvigionamento di beni e servizi per gli aderenti alla Rete in modalità Gruppo d’Acquisto
5) organizzazione di quattro eventi all’anno per la presentazione dei prodotti e servizi degli aderenti alla Rete
6) partecipazione a eventi e workshop per la promozione della Rete
7) incontri bilaterali mensili con le controparti iraniane

Tutti gli aderenti alla Rete parteciparanno alla definizione delle strategie operative.

 

Vantaggi Rete Italia-Iran

1) maggiore capacità credito bancario (le Reti funzionano da “consorzio fidi”, la somma degli aderenti garantisce il singolo)
2) risparmio sugli acquisti (la Rete opera da Gruppo d’Acquisto generando risparmi per tutti gli aderenti).
3) acquisizione nuovi clienti in sinergia (la Rete proporrà un’offerta unica al mercato che comprenderà i prodotti e servizi di tutti gli aderenti. I clienti acquisiti da un aderente potrebbero diventare anche clienti di altri aderenti grazie alle sinergie operative)
4) defiscalizzazione degli investimenti (tutti gli investimenti effettuati dalla Rete concorrono all’abbattimento dell’imponibile fiscale)
5) maggiore potere contrattuale (una grande rete ottiene le migliori condizioni con banche, clienti e fornitori)
5) Comunicazione e promozione integrata (la Rete avrà un’ufficio stampa centralizzato e tutte le attività dei singoli aderenti saranno promosse attraverso la Rete)

 

Per aderire e per tutte le informazioni: http://www.h2biz.eu/contratto-di-rete.asp

Il discorso di Rouhani a Jakarta

Rouhani a Jakarta

Testo del discorso del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran alla Conferenza Asia-Africa svoltasi a Jakarta.

Nel nome di Dio

Lode ad Allah Signore dei mondi,

saluto di Dio sul Nostro Profeta Mohammad e la sua famiglia

Io e la mia delegazione siamo molto lieti di poter essere qui presenti tra sapienti religiosi, autorità istituzionali, intellettuali e accademici di un paese amico come l’Indonesia.

L’Indonesia ha una posizione particolare nel mondo dell’Islam. È il paese islamico più popoloso ed è un simbolo di convivenza pacifica tra altre religioni e di fratellanza fra gli uomini.

Oggi il fatto che voi – autorità religiose, accademici e intellettuali – e i governi islamici possiate analizzare la situazione internazionale e individuare gli affari più importanti per il mondo dell’Islam, ha una importanza notevole.

Stabilire una scala dei problemi più importanti del mondo dell’Islam è il nostro primo dovere. Come dice il nostro Profeta, “Dobbiamo prestare maggiore attenzione alle problematiche del mondo dell’Islam”.

In una società islamica noi dobbiamo considerare tutti i musulmani uguali come i denti di un pettine, e dobbiamo inoltre saper distinguere i problemi importanti da quelli meno importanti sia per quanto riguarda gli affari culturali che quelli religiosi. La base, il principio è l’Islam, e solo dopo vi sono la scuola sciita, hanafita, malikita e hanbalita, in quanto quest’ultime sono tutti correnti che sorgono da un’unica fonte che è l’Islam.

Se un pericolo minaccia la fonte, allora le correnti sono a rischio di estinzione, per cui prima di pensare alle correnti dobbiamo pensare alla fonte dell’Islam, alla Rivelazione, al Tawhid, al Sacro Corano, alla Profezia e al principio generale della fede.

Oggi il mondo dell’Islam soffre per la scissione causata dai nemici, da ignoranti e da persone che hanno dimenticato i principi dell’Islam. Vorrei citare una frase del fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran, l’Imam Khomeini, che dice: “ogni sciita che si mette contro un sunnita non è uno sciita, e ogni sunnita che si mette contro uno sciita non è un sunnita. Il mondo d’oggi è quello dell’unità dell’Islam”.

Il problema più importante d’oggi per noi musulmani è la vita degli uomini, non solo quella dei musulmani, ma di tutti gli uomini. Non dobbiamo permettere l’uccisione di persone innocenti: uccidere un uomo vuol dire uccidere tutta l’umanità. In quale fede potete trovare una affermazione così bella per cui la vita di un essere umano vale come tutta l’umanità!

Il nostro Profeta (saluto di Dio su di lui e la sua famiglia) dice:

“Il grido dell’oppresso per noi è importante, ed è nostro dovere aiutare chiunque ci chieda aiuto, a prescindere che sia musulmano o meno”.

Se un uomo innocente, a prescindere dalla sua fede e religione – sia egli sciita, sunnita, ebreo, cristiano o buddista – viene ucciso, ciò è da condannare fermamente, in quanto dal punto di vista dei diritti i credenti delle diverse religioni sono uguali. Noi siamo dispiaciuti per l’uccisione di un essere umano innocente a prescindere dalla sua fede e dalla sua razza – può essere arabo, persiano, indonesiano, dell’est o dell’ovest del mondo, dell’Islam o di un’altra religione, africano o asiatico – in quanto la vita e la sicurezza degli esseri umani per noi è il fattore più importante, e la loro salvaguardia deve costituire un dovere per i governi, i sapienti religiosi e gli intellettuali.

Noi musulmani dobbiamo essere in prima linea per difendere la vita e sicurezza degli uomini. Come possiamo sopportare che degli innocenti in Yemen, Iraq, Siria, Libia o in altre parte del mondo dell’Islam o addirittura nel cuore dell’Europa e dell’America vengano uccisi? L’uccisione di ogni innocente ci provoca dolore e tristezza. Conoscete quel racconto bellissimo che parla dell’aggressione subita da una donna non musulmana e del saccheggio dei suoi gioielli? L’Imam Alì (saluto di Dio su di lui) disse:

“Non si può biasimare la morte causata dal dolore provocato dal venire a sapere che una persona innocente è stata vittima di aggressione e molestie”. L’Imam Alì, seguace fedele del Profeta, considera la tristezza e il dolore derivanti anche solo dall’udire la notizia di una violenza subita da una persona innocente tanto gravi da causare addirittura la morte, una morte causata dal dispiacere e dal dolore.

Nel mondo d’oggi la nostra priorità è garantire la vita e la sicurezza degli uomini in tutto il mondo. Questo non è un compito che si limita solo al mondo dell’Islam. Noi musulmani abbiamo il dovere religioso di salvaguardare la vita degli esseri umani; noi riconosciamo il valore del diritto alla vita, per cui se viene uccisa una persona innocente noi non possiamo che condannare duramente tale atto, a prescindere dalla nazionalità e dalla fede della vittima.

Il secondo fattore più importante nel mondo d’oggi è la nostra dignità, la dignità del mondo dell’Islam e dei musulmani. Tutti i musulmani e coloro che percorrono il sentiero tracciato dal Profeta dell’Islam devono salvaguardare la propria dignità. Purtroppo nel mondo dell’Islam vi sono delle persone che calpestano la dignità dei musulmani e si servono del nome del jihad e della religione per colpire il volto dell’Islam e il suo Messaggero, danneggiando gravemente la religione divina e la dignità di tutti i musulmani. Essi diffondono l’ìslamofobia nel mondo facendo sorgere diversi dubbi nei giovani riguardo all’Islam e ai suoi divini insegnamenti, e siamo noi che dobbiamo assumerci la responsabilità di questo tragico fenomeno.

Oggi restare indifferenti davanti a questi attacchi sferrati all’identità e alla realtà dell’Islam vuol dire compiere un peccato. Dobbiamo sentire il dovere di reagire. In questa situazione i governi islamici, il popolo musulmano, le autorità religiose, gli intellettuali e gli accademici hanno una responsabilità enorme. Dobbiamo servirci a tal fine di tutta la nostra forza culturale, scientifica e intellettuale.

Noi musulmani abbiamo vissuto per secoli insieme a seguaci di altre fedi, in una convivenza pacifica e proficua per tutti. La presenza di luoghi di culto di religioni diverse dall’Islam a fianco di quelli islamici in Iraq e in altri paesi islamici, luoghi di culto che risalgono ai primi tempi dell’Islam oppure addirittura antecedenti alla sua diffusione, sono una testimonianza e una conferma di quanto affermiamo, ma purtroppo molti di questi luoghi di culto sono stati distrutti da queste persone malvagie nel nome dell’Islam e con la scusa del “Jihad”.

Qual è il primo versetto del Sacro Corano che parla del Jihad? Il sacro Corano mette in rilievo il jihad dicendo che si tratta solo di un atto difensivo, da attuare nel momento in cui i musulmani diventano oppressi. Quindi il Jihad nell’Islam significa solo “difendere gli oppressi”, significa difendere i templi, le chiese e le sinagoghe, i luoghi di cultura, di scienza e civiltà. L’Islam è la religione che difende tutti. Il jihad nell’islam vuol dire difendere tutti.

A quegli orientalisti, islamisti o sedicenti intellettuali che hanno dichiarato, in modo falso e forse in malafede, che l’Islam è la religione della violenza, io chiedo: l’Islam in Indonesia è forse entrato con la forza? Nell’est dell’Asia, l’Islam è entrato attraverso l’aggressione e l’occupazione?

L’Islam è la religione della logica e della scienza, non è la religione della violenza. L’Islam non si impone mai a nessuno. Un versetto del Corano dice: “Non c’è costrizione nella religione”, per cui l’Islam non coincide con la violenza. La religione vuol dire credo, dottrina. Possiamo forse imporre il credo e la dottrina nelle menti e nei cuori degli uomini con la spada?

“Le frontiere dell’Islam sono frontiere di sangue”: questa è una falsa dichiarazione. Le frontiere dell’Islam sono le frontiere della logica, della ricerca, della scienza e sana passione.

Il nostro Profeta era il messaggero di sana passione ed io domando a voi autorità religiose: pensate che il comportamento del nostro Profeta con i fedeli di altre religioni quando entrò a Medina per fondare il governo islamico cambiò rispetto agli ultimi anni della sua vita, quando era al potere? Nella città di Medina non vivevano fedeli di altre religioni? Il Profeta (S) non ha espulso nessuna da Medina, né ebrei né cristiani, pur sapendo che tra di essi vi erano alcuni suoi nemici. L’Islam ci ha donato una religione che sostiene la convivenza, la tolleranza e la cooperazione con gli altri.

Ci sono delle persone che nei loro libri hanno dichiarato in modo falso che l’Islam è la religione di violenza, ed oggi proprio loro hanno creato dei gruppi terroristici per fornire delle conferme a questa loro illazione.

L’Islam non è la religione della violenza, e oggi non dobbiamo restare indifferenti nei confronti di queste persone che hanno colpito l’immagine dell’Islam, del Sacro Corano e del Profeta in modo così grave.

Dobbiamo avere una voce unica e dobbiamo gridare contro la violenza e l’estremismo in modo unito.

L’Islam è la religione dell’equilibrio, della logica e della scienza. Dobbiamo presentare l’Islam vero al mondo.

Oggi questo compito è diventato il nostro dovere improrogabile. L’Islam è la religione contro ogni disordine e caos.

Quando il Profeta (S) inviò Ali Ibn Abi Taleb e Moaz nello Yemen, ha raccomandato loro di comportarsi con la gente in modo tale che non si allontanassero all’Islam, di non essere duri con la gente, in quanto l’Islam è la religione che semplifica le cose, e non quella che le complica, e noi dobbiamo presentare questa religione al mondo intero. L’unità nel mondo dell’Islam oggi è il nostro dovere più importante.

Il terzo fattore più importante per il mondo dell’Islam è lo sviluppo e il progresso. L’Islam è la religione della scienza, della civiltà, della purezza interiore ed esteriore. Il Profeta (S) invitava sempre il suo popolo a curare l’aspetto e l’igiene personale.         L’Islam invita i suoi fedeli ad avere massima cura sia per l’igiene personale che la purificazione prettamente interiore, e chiede loro di imparare e coltivare le scienze e vivere in una convivenza pacifica. La nostra religione è dunque la religione dell’etica e della convivenza con gli altri, che ci chiede di imparare e coltivare le scienze. Noi musulmani dobbiamo quindi approfondire lo studio e progredire dal punto di vista scientifico ed economico: se non lo facciamo, non potremo liberarci dai complotti dei nostri nemici. E per far ciò dobbiamo aiutarci a vicenda.

     L’Iran ha pagato un caro prezzo per il suo sviluppo scientifico. Gli occidentali ci hanno imposto le sanzioni solo a causa del nostro sviluppo scientifico, perché volevano che alcune tecnologie rimanessero solo nelle loro mani. Sono dispiaciuti solo perché hanno visto che non esiste più l’esclusiva nella tecnologia, e sono stati testimoni della fine del loro dominio economico, scientifico e militare.

    Dobbiamo mettere fine al dominio di questi poteri: la scienza appartiene a tutti. Nei tempi in cui la scienza e le università appartenevano a noi musulmani, ci hanno insegnato che insegnare la scienza ad altri era la “Zakat” della scienza. L’Occidente ha imparato tanto dal mondo dell’Islam e noi abbiamo messo la nostra scienza a loro disposizione senza pretendere nulla, e oggi loro vogliono ostacolare il nostro percorso di sviluppo. Noi riteniamo che lo sviluppo scientifico e la tecnologia appartengano a tutti, anche ai musulmani. Dobbiamo restare uniti per raggiungere il nostro obbiettivo con l’aiuto di pensatori, scienziati, accademici e studiosi, e in tal modo potremo avere un altro mondo davanti a noi.

     Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei nostri figli. Non dobbiamo permettere che i dubbi sull’Islam e la grande eredità del nostro Profeta penetrino nelle menti dei nostri giovani, non dobbiamo permettere a nessuno di dividerci servendosi di settarismi, mistificazioni, violenze e aggressioni. La nostra religione è priva di ogni violenza gratuita e ingiustificata, la nostra religione è la religione della sana passione, della fratellanza e dell’uguaglianza, per cui dobbiamo sempre rispettare la moderazione e l’equilibrio nei nostri comportamenti.

    Il nostro messaggio deve essere decisivo, chiaro e inequivocabile, deve avere salde argomentazioni e una logica inoppugnabile. Questo è il nostro compito.

     Gli intellettuali e gli scienziati, in Iran, in Indonesia e in altri paesi islamici, devono unirsi davanti agli attacchi, culturali e non, che subisce il mondo dell’Islam.

L’Islam in Iran e in Indonesia è l’Islam della moderazione e dell’equilibrio. In Iran gli sciiti e i sunniti convivono insieme in modo pacifico. Venite in Iran, e potrete vedere luoghi di culto risalenti ai secoli e millenni passati, e il nostro parlamento in cui gli sciiti, i sunniti, i cristiani, gli ebrei e gli zoroastriani hanno la loro rappresentanza, uniti tutti insieme per il bene comune!

     Questa è la logica dell’Islam e del suo Profeta (S). Noi grazie all’Islam, al Sacro Corano e alla condotta del Profeta (S), abbiamo imparato l’unità e la fratellanza. Per noi la sicurezza dei musulmani nel mondo islamico è un dovere.

     L’Iran sostiene gli sciiti del Libano e sostiene anche i sunniti di Gaza: per noi i sunniti di Gaza e gli sciiti del Libano, gli sciiti in Iraq e i sunniti in Iraq o Siria, ed anche i cristiani in Iraq e Libano, sono tutti uguali nel momento in cui sono vittime di violenze e ingiustizie. Noi vogliamo difendere gli oppressi.

     Oggi è il giorno in cui dobbiamo restare uniti, e con l’aiuto di Dio aiutarci a vicenda, come dice il Sacro Corano: “Aiutate la fede presentata da Dio, e Dio vi aiuterà”.

 

Gentiloni a Teheran

L’articolo di Alberto Negri uscito sul Sole 24 Ore del 2 marzo 2015.

L’Iran non delude mai. Era entusiasta il sassofonista americano Bob Belden che si è appena esibito con il suo cool jazz in un teatro strapieno e plaudente alla presenza del ministro della Cultura islamica: Belden è il primo musicista americano a suonare a Teheran dalla rivoluzione dell’Imam Khomeini del 1979. Ha improvvisato una jam session con tre giovani musiciste iraniane, velate e bravissime. L’offensiva diplomatica iraniana è anche questa: mostrare un volto diverso della Persia e dell’Islam sciita rispetto alle chiusure del mondo sunnita.

Ma ieri si è sentita gratificata dall’Iran anche la diplomazia italiana. I giornali hanno messo in prima pagina la visita del ministro Paolo Gentiloni, oltre che le dichiarazioni ottimiste sul negoziato di Federica Mogherini, alto rappresentante europeo. Gentiloni ha incontrato il ministro degi Esteri Javad Zarif, lo speaker del Parlamento Alì Larjani, e oggi vedrà il presidente Hassan Rohani e Hashemi Rafsanjani,

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Khamenei scrive ai giovani occidentali

La lettera di Khamenei

La Guida Suprema della Repubblica Islamica l’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei, ha deciso di parlare direttamente ai giovani dell’Europa a proposito dell’Islam, del terrorismo e dei temi di attualità che hanno occupato le prime pagine dei giornali in questi giorni. Il 21 Gennaio 2015, la Guida suprema iraniana ha diffuso, tramite il suo ufficio, una lettera aperta in lingua inglese, riportata dai media iraniani (http://jahannews.com/vdcjitexhuqeyvz.fsfu.html) e di cui segue la traduzione in lingua italiana.

Nel nome di Dio, il Misericorde, il Misericordioso,

ai Giovani in Europa e Nord America,

i recenti eventi in Francia ed altri eventi affini in altri paesi occidentali mi hanno convinto a parlare direttamente con voi a proposito di essi. Mi rivolgo a voi (i giovani/ndr), non perché io trascuri i vostri genitori, ma piuttosto perché il futuro delle vostre nazioni sarà nelle vostre mani; ed inoltre trovo che il senso di ricerca della verità sia più vigoroso ed attento nei vostri cuori.

Io non mi rivolgo ai vostri politici e uomini di stato nemmeno in questa lettera perché credo che loro abbiano separato consciamente la via della politica dal sentiero della giustizia e della verità.

Vorrei parlare con voi a proposito dell’Islam, in particolare dell’immagine che vi e’ stata presentata col nome di Islam. Negli ultimi due decenni molti sforzi sono stati compiuti, più o meno dal crollo dell’Unione Sovietica, per piazzare questa grande religione sulla poltrona del “terrificante nemico”. La creazione di un sentimento di orrore e di odio e successivamente la strumentalizzazione di questo sentimento e’ purtroppo un fenomeno di lunga data nella storia politica dell’Occidente.

Qui io non voglio trattare delle diverse paure con cui le nazioni occidentali sono indottrinate. Un veloce ripasso dei recenti studi critici della storia vi diranno che il trattamento falso e ipocrita riservato dalle nazioni occidentali alle altre nazioni e’ stato censurato nei testi di storia.

La storia degli Stati Uniti e dell’Europa e’ purtroppo annerita dallo schiavismo, e’ messa in imbarazzo dal periodo coloniale ed e’ macchiata dall’oppressione della gente di colore e dei non-cristiani. I vostri studiosi e storici si vergognano profondamente degli spargimenti di sangue commessi in nome della religione tra Cattolici e Protestanti o in nome del nazionalismo e della razza durante la prima e la seconda guerra mondiale; e questo approccio e’ ammirabile.

Citando una frazione di una lunga lista, non intendevo fare una discussione storica; desideravo solo che voi chiedeste ai vostri intellettuali perché la coscienza pubblica, in Occidente, si sia risvegliata solo dopo una parentesi di diversi decenni o addirittura secoli. In altre parole, perchè la revisione della coscienza collettiva riguarda solo il passato remoto e non questioni d’attualità? Cosa sono questi sforzi per impedire una presa di coscienza pubblica su un tema importante come la cultura ed il pensiero islamici?

Voi sapete bene che l’umiliazione e la diffusione dell’odio e della falsa paura “dell’altro” sono stati alla base di tutti i sistemi oppressivi. Ora, io voglio che voi vi chiediate perchè la vecchia politica della creazione del terrore e dell’odio abbia colpito l’Islam ed i musulmani con una intensità senza precedenti. Perché la struttura del potere nel mondo vuole che il pensiero islamico venga isolato? Quali concetti e valori nell’Islam disturbano i piani delle superpotenze e quali interessi vengono salvaguardati mettendo in cattiva luce l’Islam? Ed allora, la mia prima richiesta e’ questa: studiate e informatevi su ciò che favorisce questa ampia azione ai danni dell’immagine dell’Islam.

La mia seconda richiesta viene formulata in reazione alla marea di pregiudizi e di campagne di disinformazione; cercate di ottenere una conoscenza diretta e di prima mano di questa religione. La ragione indica che voi siete in grado di comprendere la natura e l’essenza di questa religione intorno a cui loro creano paura proprio per farvici stare alla larga.

Io non insisto affinché voi accettiate la mia lettura o qualsiasi altra lettura dell’Islam.Ciò che vi voglio dire è: non permettete che questa realtà dinamica ed influente del mondo di oggi vi venga presentata con odio e pregiudizio. Non permettete loro di presentarvi i terroristi che hanno reclutato come rappresentanti dell’Islam.

Conoscete l’Islam attingendo alle fonti primarie ed originali. Prendete informazioni sul pensiero islamico dal Corano e dalla vita del profeta. Desidero chiedervi se avete letto direttamente il Corano dei musulmani. Avete studiato gli insegnamenti del Profeta dell’Islam e la sua dottrina etica ed umana? Avete mai ricevuto una informazione dall’Islam oltre che dai media?

Vi siete mai chiesti come e sulla base di quali valori l’Islam stabilì la più grande civiltà scientifica ed intellettuale del mondo ed allevò i migliori scienziati ed intellettuali per diversi secoli?  

Desidero che impediate a coloro che offendono di creare distanza tra voi e la realtà, privandovi della possibilità di avere un vostro giudizio imparziale. Oggi, i media hanno superato i confini geografici. Ed allora, non permettete loro di assediarvi nelle frontiere mentali che hanno fabbricato.

Anche se nessuno può riempire individualmente le distanze createsi, ognuno di voi può costruire un ponte fatto di pensiero e correttezza per superare le distanze ed illuminare se e chi sta attorno. Anche se la pre-programmata sfida tra voi e l’Islam, (costruita ad arte/ndr), non e’ costruttiva, può però creare nuove domande nelle vostre menti e saranno proprio gli sforzi per trovare una risposta a queste domande che vi daranno l’opportunità di scoprire nuove verità.

Quindi, non perdete l’opportunità per ottenere una conoscenza giusta, corretta ed imparziale dell’Islam ed e’ auspicabile che in tal modo, grazie al vostro senso di responsabilità nei confronti della verità, le future generazioni possano scrivere approposito delle attuali interazioni tra Islam ed Occidente con una coscienza più pulita ed una dose minore di pregiudizio.

Seyyed Alì Khamenei

21 Gennaio 2015

Iran, di nuovo

Turisti a Persepoli

Da dove cominciare questa volta? Come provare a raccontare questo ennesimo viaggio in Iran? Come provare a mettere un minimo di ordine nel groviglio di emozioni, ricordi e pensieri? Sembra impossibile ma è così: ogni volta credo di essere ormai “vaccinato”, abituato all’Iran, nel bene e nel male. E invece no. L’inquietudine che mi assale alla vigilia di ogni partenza, mi viene restituita come incantamento prolungato al ritorno. Ritorno? Perché, sono davvero mai tornato dall’Iran?

Dopo quasi dieci anni di viaggi più o meno lunghi, stavolta ho mia moglie al mio fianco. Una volta tornati a Roma, ci ritroviamo smarriti entrambi. Condividiamo uno stordimento, una ubriacatura che non svanisce col passare dei giorni, ma anzi si cristallizza in un determinatissimo desiderio di tornare presto in Iran.

La grande bellezza. #Isfahan ##MustSeeIran moschea sheikh loftollah

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) on

 

  #tehran #instehran Hafez street #MustSeeIran @AliAraghchi   Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) on

Qui, adesso

Anche questa volta, come la precedente, accompagno un gruppo di turisti italiani. Sono passati appena cinque mesi dall’ultimo viaggio, eppure in Iran sono già cambiate delle cose significative. Nulla di eclatante, ma tanti segnali che denotano un movimento in atto, un processo di trasformazione forse più avanzato di quanto non emerga da analisi e resoconti. La telefonia mobile, ad esempio, ha fatto un salto in avanti. Gli amici iraniani usano tutti Viber, la app di messaggistica che si rivelerà utilissima anche per chiamare gratis in Italia. Fino a qualche mese fa non la usava quasi nessuno, ma con il lancio del 3G e del 4G ormai gli smartphone stanno soppiantando i cellulari tradizionali. La qualità del wi fi negli hotel non è velocissima ma senza dubbio accettabile, di certo non peggiore di tanti posti in Italia. Whatsapp non è bloccato come qualche mese fa e nemmeno Instagram. Aggirare i filtri per utilizzare Facebook e Twitter si rivela meno complicato del previsto.

Una trentina di italiani su e giù per l’Iran. Prima una puntata nel nord ovest – Soltaniyeh, Zanjan, Takht-e Soleyman, Bisetun, Kermanshah, Hamedan – poi dritti al cuore dell’altopiano iranico: Kashan, Yazd, Shiraz, Isfahan – passando per le meravigliose moschee di Ardestan e Na’in e la magia di Meybod.

Quanto rimarrà ai viaggiatori italiani di tutta questa bellezza? Le lunghe ore di viaggio regalano scorci improvvisi di caravanserragli confusi tra il nulla dell’orizzonte e costruzioni nuove e orribili. Ma quanto, di tutto questo, viene colto davvero? Quanto invece è macinato nel meccanismo consumistico del turista che visita posti di cui poi ricorda a malapena il nome?

Per riassumere l’impatto con la grandezza, la vastità e la grandiosa e spesso faticosa complessità del Paese, basta forse un’immagine di dettaglio, una di quelle che non compaiono mai negli album di viaggio. Mentre ci arrampichiamo sulle montagne dell’Azerbaijan occidentale verso i 2.300 metri di Takht-e Soleyman – santuario zoroastriano di epoca sasanide – non possiamo fare a meno di notare le file di colonnine arancioni tra il verde dei prati che già tende ai colori autunnali. Sono le tracce per la fibra ottica, in espansione in tutto l’Iran. Le ritroveremo ovunque, per tutto il viaggio, anche nel deserto alle porte di Yazd. Il progresso tecnologico avanza in un apparente nulla civile, tra casupole sperdute e pastori che sembrano usciti da un’illustrazione del XVIII secolo.

Questione di finestre

Me lo fa notare mia moglie: ci sono tante finestre bellissime su case orrende. Anche negli edifici in costruzione, le finestre spiccano per la cura e le dimensioni, quasi sempre sproporzionate rispetto alle facciate. Che sia anche questa l’espressione di un modo di intendere il mondo? Pubblico e privato sono ben distinti, ma ogni punto di contatto tra queste due dimensioni –  la finestra, per le case – ha un valore quasi sacrale. Così come sono sacri tutti i momenti di incontro e di contatto tra le persone. Il tè, i saluti e il taroof, il galateo da spiegare ogni volta al turista più o meno distratto.

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Uno spettro si aggira per l’Iran: i turisti italiani

Dopo aver osannato per anni le bellezze dell’Iran e incoraggiato chiunque capitasse a tiro a visitarlo, adesso sono colto da un dubbio: siamo sicuri che questo boom turistico sia salutare per l’Iran? Certo, il fatto che le presenze straniere siano triplicate in un anno, ha garantito un flusso di valuta estera significativo e dato ossigeno a un’industria turistica che languiva da tempo. Ma fa uno strano effetto vedere così tanti visitatori a Persepoli o per le strade di Esfahan. Di colpo, le strutture ricettive non bastano più. Gli hotel sono quasi tutti pieni e ne sono spuntati di nuovi e modernissimi nel giro di pochi mesi. Così a Yazd, a due passi dalle Torri del Silenzio, sorge ora un albergo nuovo di zecca, mentre a Kashan la casa tradizionale Ahmeri lascia un po’ delusi. Troppo “nuova”, troppo su misura per i turisti.

Resisterà l’Iran anche al fatto di essere divenuta “di moda”? Provo a immaginare Yazd con un paio di fast food e i bus scoperti per i turisti. E non è una bella visione.

Ma forse si tratta di una paura infondata. L’Iran non sarà mai completamente globalizzato, non abdicherà mai completamente, non svenderà la propria identità. Non lo ha fatto con l’invasione araba del VII secolo e nemmeno con la globalizzazione iniziata a fine Novecento. Negli stessi giorni del nostro viaggio, a Londra si svolge un convegno dal titolo emblematico. “Investire in Iran dopo la fine delle sanzioni”. È davvero già tutto deciso?

A proposito di pena di morte

Alla fin fine, le domande al ritorno a Roma sono più o meno le stesse di sempre. “Ma non era pericoloso?”. “Ma eri lì quando hanno impiccato Rayhanneh Jabbari?” o “quando hanno sfregiato con l’acido le donne ‘mal velate’?”.

Difficile capitare in Iran in un momento in cui non ci siano esecuzioni capitali, visto che – purtroppo – è uno dei Paesi in cui il ricorso alla pena di morte è più frequente. Più difficile ancora provare a restituire le impressioni raccolte sul campo senza rischiare di essere accusati di cinismo. Se infatti delle donne sfigurate i media iraniani hanno parlato a lungo – con lo stesso presidente Rouhani che ha condannato l’accaduto in tv – il caso Jabbari ha invece ricevuto molta meno attenzione. E non è una semplice questione di censura: in Iran l’opinione pubblica è molto meno sensibile a casi come questo (o come quello famoso di Sakineh Mohammadi Ashtiani). Per la maggior parte delle persone, sono casi di cronaca nera, punto e basta. E chi non si straccia le vesti per queste condanne, non è necessariamente un fan accanito della sharia. I sostenitori della pena di morte, d’altra parte, sono tanti. In Iran come negli Stati Uniti, ad esempio.

Verso Hamadan

A una pompa di benzina sulla strada verso Hamadan, mi fermo a chiacchierare con due curdi sulla cinquantina. Sono stupiti nel vedere le turiste italiane che fumano in strada. Dalle loro parti, non è buona educazione. Hanno voglia di chiacchierare e sono felicemente sorpresi di aver trovato un italiano che parla persiano.

“Che andate a fare a Esfahan – mi dicono – lì c’è solo il Si-o se Pol da vedere. Fate un bel giro nel Kurdistan, è molto più bello!”.

È vero, è una terra fredda e dura, ma piena di fascino. Sulla strada per Kermanshah i cartelli stradali indicano Kerbala a poco più di 600km. È la strada che dall’altopiano iranico porta alla Mesopotamia e dunque all’Iraq.  Il confine – a soli 80 km – evoca il martirio del terzo Imam sciita Hossein ma soprattutto quello dei tanti giovani caduti nella guerra contro Saddam Hussein (1980-88).

Nel cuore della Persia

Quando scendiamo verso Kashan, l’atmosfera e il clima cambiano parecchio. Kashan è una città molto più compiuta, logica, coerente di altre iraniane. Il deserto all’esterno fa da collante a una città giardino che troppo spesso viene ignorata dai tour turistici. Qui ci sono soprattutto piccoli gruppi di tedeschi e inglesi, più interessati a vedere e vivere che a consumare.

Poi ci sono i giorni della meraviglia, a Yazd, Persepoli, Shiraz, Esfahan. Non mi abituerò mai alla bellezza di questa terra. E non mi abituerò mai alla mancanza di stupore e di gioia in chi questi posti li vede per la prima volta.

A Esfahan ci accoglie un Zayandeh Rud a secco ormai da anni. Tornati in Italia, sarà una bella sorpresa leggere del ritorno dell’acqua il 5 novembre 2014. Quasi un auspicio per un futuro più consapevole, in cui i valori e la bellezza di questa terra non siano sacrificati sull’altare del progresso.

La metafora del pistacchio

Uno dei prodotti più caratteristici dell’Iran è il pistacchio, la cui pianta ha un ciclo di vita molto particolare: assolutamente non produttivo nei primi 50 anni di vita e fertile per i successivi 100 o 200.

 Diamo tempo all’Iran, verrebbe da dire.

La lunga estate dello sport iraniano

Volley Iran

L’estate 2014 è stata molto intensa per gli sportivi iraniani che hanno seguito e incoraggiato i loro atleti in tutti modi, anche attraverso i social media, spiazzando, ancora una volta, il pubblico occidentale con comportamenti “sorprendenti”.

Sotto il cielo del Brasile

Tutto è iniziato con i Mondiali di calcio in Brasile. Il Team Melli era alla sua quarta apparizione in un Mondiale (dopo Argentina ‘78, Francia ‘98 e Germania 2006). Il sorteggio non era stato proprio fortunato, inserendo gli iraniani nel terribile gruppo F insieme con Argentina, Nigeria e Bosnia. Non bastassero le oggettive difficoltà del girone, la spedizione era cominciata sotto cattivi auspici. A causa dell’isolamento internazionale, la federazione iraniana era riuscita a organizzare pochissime amichevoli preparatorie.

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In Iran sul sofà

Couchsurfing Iran

Lo dico con franchezza: ignoravo cosa fosse il couchsurfing prima di leggere In viaggio sul sofà di Elena Refraschini e Davide Moroni. E quindi questa lettura è servita anche a imparare che il Couchsurfing (“saltare da un divano all’altro”), è

un modo di viaggiare che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il mondo, una rete globale composta da oltre sette milioni di viaggiatori – di ogni tipo: ragazzi e ragazze, famiglie con bambini, coppie in pensione – che viaggiano in cerca di esperienze autentiche, in grado di cambiare la vita. C’è chi mette a disposizione un divano, e può così invitare il mondo a casa propria; c’è chi gira il globo, sicuro di trovare sempre qualcuno che lo faccia sentire a casa; e c’è chi vive l’esperienza al completo, facendo entrambe le cose. E tutto senza spendere un centesimo.

E si può viaggiare in couchsurfing anche in Iran, come racconta Elena Refraschini nel capitolo “Leggere Hafez a Shiraz”. Tra l’altro, il couchsurfing sembra ideale per viaggiare in Iran, per almeno due motivi:

  1. Gli iraniani sono davvero il popolo più ospitale del mondo, come sosteneva già Erodoto.
  2. Essere ospitati è l’occasione per scoprire la dimensione privata della vita degli iraniani.

In un altro capitolo, Il mio divano in Iran, un ragazzo di Isfahan di nome Masih racconta la sua esperienza di padrone di casa, prima nella sua città d’origine e poi a Teheran. Nonostante in Iran il couchsurfing sia formalmente al bando, questa pratica è in espansione perché permette ai giovani di stringere contatti con coetanei di tutto il mondo e avere l’opportunità di essere ospitati a loro volta all’estero.

Per adesso, buona lettura. E magari, a breve, buon viaggio…

www.couchsurfing.org

Io, il velo e l’Iran

La valigia rossa con la schiena solcata dai segni degli anni di viaggi in cui mi è stata compagna fidata, attende di essere riempita. Faccio i bagagli, parto di nuovo per l’Iran. Ogni viaggio mi rallegra, quando vado in Iran però è diverso. Tutto è in qualche modo differente, dai bagagli alle emozioni che provo, l’impazienza di andarci ancora una volta. Come tutti, prima di un viaggio, nel preparare i bagagli di solito tengo conto prima di tutto del periodo del soggiorno e del tempo. Io ho un criterio in più: vestiti da lavoro, vestiti semplici e … vestiti per l’Iran. Camicie lunghe e molti foulard. O almeno maniche a tre quarti nella stagione calda.

La paura di sbagliare

Non potrei dire che la prima volta non abbia avuto un po’ di timore. Ma non era un timore nato dai clichè veicolati dappertutto che suggeriscono che in Iran la gente si amazza ogni giorno e che lo scoppiare di una guerra nucleare è imminente. Sapevo che non era così. Era soltanto la stessa paura dell’incognito che mi avvolgeva prima degli esami al tempo degli studi e che si dissipava quando venivo a sapere gli argomenti.

Sapevo che c’era qualche regola obbligatoria in più relativa al modo di vestire rispetto ai paesi musulmani dove avevo viaggiato, però non avevo la più pallida idea di come mi dovevo vestire. Avevo un minimo di informazioni sulla nuova destinazione verso la quale mi dirigevo, e avevo letto qualche tempo prima un libro di memorie dell’ultima moglie dello scià. Mi era più che chiaro però, che le cose erano diverse dopo più di trent’anni e un cambiamento drastico di regime. Mi sono avventurata in ricerche su internet per sapere cosa dovevo indossare, ma non sono venuta a sapere tanto in più rispetto a ciò che immaginavo. La gente farneticava e divagava attorno all’argomento. L’idea di base era che in pubblico dovevo avere sempre il corpo e la testa coperti. In nessun caso vestiti trasparenti o attillati.

Alla fine ho deciso di farmi guidare dal buon senso maturato in quattro anni di peregrinazioni in Medio Oriente. Il primo viaggio in Iran doveva avvenire alla fine di novembre o a dicembre, cosicchè non ho dovuto sforzarmi troppo con l’abbigliamento. Partivo da casa coperta comunque a causa della bassa temperatura. Addiritura con più di uno strato.

L’unica incognita rimaneva per me il velo. Che mi intrigava, mi attirava e allo stesso tempo mi dava uno stato di inquietudine crescente man mano che si avvicinava il momento della partenza.

Al primo viaggio in Iran avevo come destinazione la regione del Khuzestan, a sud ovest, verso il confine con l’Iraq. Il viaggio fu una maratona di circa 36 ore divise tra voli, scali, aeroporti, taxi, altri aeroporti, voli e altre macchine. E ugualmente tante ore di domande, dubbi e tormenti. Saranno idonei i vestiti che ho nel bagaglio?

L’ansia raggiunge il massimo poco prima dell’arrivo all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran, quando la hostess annuncia che, per legge, tutte le donne che entrano nella Repubblica Islamica sono obbligate a coprirsi la testa. D’improvviso l’atmosfera si anima. Un brivido collettivo avvolge senza eccezione tutte le donne della cabina, quasi simultaneamente. Da borsoni e borse, dalle tasche si materializzano miracolosamente i foulard. Le donne si trasformano, alcune sono irriconoscibili. Osservo in modo discreto, guardo con la coda dell’occhio a destra e a sinistra, però mi vergogno a puntare lo sguardo attorno per vedere come si fa. Che sia così difficile? Mi metto a posto sulla testa come meglio posso lo scialle che avevo preparato e che a casa mi serviva come semplice sciarpa contro il freddo. Sono pronta per l’incontro. Sia quel che sia.

Lo scialle si trasforma all’occorrenza

Non l’avevano avvertito. Nessuno si era degnato di avvisarlo in via preliminare e non sapeva – povero – che sarebbe stato impiegato in un ruolo completamente inedito, quello del rusari. Era viola questo scialle – sciarpa distribuito senza che lo volesse nella parte principale di un rusari persiano. In prima assoluta…

Alle due di notte ci aspettava un autista mandato dal partner iraniano. Tirai un sospiro di sollievo perchè ero arrivata almeno alla prima destinazione intermedia: Teheran. Constatai con gioia che nessuno mi guardava in modo strano. Ero comune, mi mescolavo con le altre, in una parola, erò in armonia con il paesaggio. Dopo tanto stress autoindotto, i vestiti sembravano essere idonei. Finalmente mi potevo rilassare.

Magnaeh e chador

Saliamo in macchina e quando mi riprendo eravamo già in mezzo alla città, a Mehrabad, una volta aeroporto internazionale della capitale persiana, trasformato poi in aeroporto per voli interni.

«Dove volete dormire?», non capivo cosa volesse dirci l’uomo. «Come, dormire?» «In macchina o sulle panchine in aeroporto?». È vero che alle 3 del mattino, dopo quasi 24 ore da quando avevo lasciato il letto di casa, sarebbe suonato interessante. Ma come dormire, quando sei appena arrivato in un paese nuovo dove devi ancora capire le regole secondo le quali ti devi muovere. Aspetta che mi abituo un pochettino, che fisso la gente a volontà. Soprattutto le donne. «Prenderemo un caffè», risposi in modo diplomatico. Per tre ore quanto mancava al prossimo volo. Abbiamo continuato a berne e a lottare contro il sonno. Se avessi saputo che era l’ultimo caffè «vero» che avrei bevuto durante la settimana a seguire.

Una volta occupato il posto sull’aereo per Ahvaz sono caduta in un sonno di piombo vicino al coma. In un attimo ero a destinazione. Speravo che a breve saremo andati in albergo e ci saremo potuti riposare in modo da cominciare a lavorare il giorno dopo. Neanche per scherzo. All’atteraggio mi aspettavano tranquilli altri 100 km da percorrere in macchina, tuttavia in autostrada (da tenere in considerazione), per prendere un breve contatto con la fabbrica. L’Iran è un paese molto grande con delle differenze notevoli di clima tra il nord e il sud. Già dallo scalino dell’aereo mi accolse una temperatura di 15 – 20 gradi, piacevole, niente da dire, costatai però che sarei stata un po’ troppo infagottata. Cominciavo ad avere caldo e soltanto allora capii che sarei dovuta rimanere con il foulard in testa e con lo spolverino addosso sia fuori che dentro. Indipendentemente dal caldo che avrei avuto.

Guardando le foto fatte durante quel primo viaggio, sorrido con indulgenza e mi diverto perché nel frattempo mi sono evoluta per quanto riguarda il modo di vestire. L’intuito, lo spirito di osservazione e un po’ di attenzione sono stati i migliori professori. Ed ogni viaggio in Iran, una lezione sul modo di vestire. Mi trovavo in una situazione insolita che mi provocava un lieve stato di sconforto. Per la verità, non era il massimo avere sempre la testa coperta, ma neanche la più grande delle tragedie. Con il tempo ho imparato a rendermi la vita più facile, a combinare i vestiti e i tessuti in funzione delle temperature. L’esperienza suprema ed estrema dello sconforto fu a luglio dell’anno dopo a circa 53°C all’ombra! Quando difficilmente mi lasciavo convincere a uscire dai locali con aria condizionata.

Il fazzoletto e l’emancipazione

Mia nonna paterna ha indossato per tutta la vita il fazzoletto, io faccio parte solo dalla seconda generazione di donne «emancipate» in famiglia. Per emancipata intendendo con i capelli scoperti. In campagna, le donne solevano coprire i loro capelli (e lo fanno tutt’oggi), soprattutto dopo il matrimonio quando si consideravano «prese», quindi teoricamente inaccesibili ad altri. Il fazzoletto era il simbolo che indicava da lontano questo stato di donna sposata. Ho cercato di consolarmi pensando all’infanzia e mi sono immaginata un ritorno alle origini in termini di abiti. O almeno a come usavano vestirsi le mie antenate non troppo lontane.

Ana Maria Vaida - Iran
Ana Maria Vaida in Iran

In Iran una parte della popolazione cittadina, e soprattutto le giovani, se fossero libere di scegliere, sicuramente non si coprirebbero. Seguirebbero l’ultima moda dei loro tempi come fanno i giovani di qualsiasi parte. Non tutte però. Così come da noi, in Romania, in un paese con un governo laico, non tutti vivono allo stesso modo. Dipende dell’educazione, dai principi, dalle tradizioni, dalle abitudini. In base a questi fattori, la gente può avere una certa modestia, non imposta da qualche autorità temporanea, come anche interessi e preoccupazioni diverse. La prospettiva sul modo di vivere la propria vita può essere differente a seconda del «bagaglio» di ognuno.

Nel 1936 Reza Shah ha provato a modernizzare il Paese con la forza, vietando il velo. Se erano coperte le donne venivano rincorse per la strada dalla polizia e il velo veniva strappato. Molte donne non hanno lasciato la propria casa per mesi interi. Faccio un breve esercizio di immaginazione: deve essere stato traumatizzante essere «modernizzata» con la forza da un giorno all’altro, tramite la spogliazione, al fine di diventare «civile» come gli europei, che dubito all’inizio dello scorso secolo fossero poi davvero così emancipati. Fu un’emancipazione apparente: alle donne era vietato indossare il velo, ma non era stato concesso il diritto di voto!

I veli iraniani

Uno degli svantaggi maggiori era il fatto che il foulard scivolava ostinatamente e aveva bisogno di essere riportato in modo costante al suo posto. Ho capito che una variante più fissa mi avrebbe aiutato nei momenti mentre lavoravo. In effetti desideravo sperimentare, in modo un po’ masochista, lo riconosco, la sensazione delle donne che lo indossavano tutti i giorni. Essere come loro, sentire quanto soffrivano…

Certo, soffrivano. Ci piace credere delle cose sugli altri senza avere a portata di mano tutti gli elementi per formarci un parere, soltanto perchè lo abbiamo sentito da qualche parte, o perchè certi concetti ci vengono ripetuti fino a divenire stereotipo. La gente, in qualsiasi parte del mondo, è creativa. La costrinzione attiva l’immaginazione e spinge a cercare delle scappattoie. È necessario un chiarimento. In Iran le donne non indossano il burqa e non sono obbligate a coprirsi il volto se non lo desiderano. A tre decenni dall’instaurazione della Repubblica islamica, camminando per le vie di Teheran si ha l’occasione di vedere una varietà molto larga di modi di coprirsi. Che ovviamente sono diversi a seconda della classe sociale di appartenenza, della condizione economica, della religione, dell’età. Per chi arriva qui credendo che non scorgerà che gli occhi delle donne, può essere scioccante vedere le giovani donne coperte con dei foulard molto colorati il più delle volte abbinati al resto degli abiti. Foulard che lasciano in vista una quantità impressionante di ciocche tinte che scappano costantemente …come per caso…. dal copricapo obbligatorio.
Maryam era piccolina, gracile e delicata. Forse la sua femminilità o la tristezza profonda degli occhi neri rotondi che si intravedeva pure quando sorrideva, la facevano sembrare estremamente fragile. E invece era ingegnere capo, tecnologo che coordinava un reparto di produzione e aveva sotto di sé un mucchio di uomini. Hmm, quindi non tutte le donne sono così tanto perseguitate in questo paese dal momento che sono laureate e dirigono delle fabbriche.

Chiacchierando, le ho detto di passaggio che vorrei comprarmi quel velo tipico ufficiale che loro portano al lavoro. Il giorno dopo Maryam mi ha regalato il mio primo magnaeh. Nero. Succede così il più delle volte in Iran: se fai in tempo a esprimere qualche desiderio ad alta voce, «comprerei», «mangerei», «mi piacerebbe», «desidererei», il giorno dopo ti ritrovi con il regalo o con il desiderio esaudito.

Il magnaeh è il velo tipico iraniano che le donne devono indossare se lavorano in istituzioni pubbliche o in aziende statali. Le alunne lo portano come parte della divisa scolastica, e pure le studentesse quando vanno ai corsi. Il magnaeh copre la testa, il collo, le spalle. Stretto nella parte superiore, fisso sul mento, si apre verso le spalle come un vestito scampanato. Classico e di base è il nero, però ne ho visti di verdi, chachi, grigio, beige. Quelli che mi sono comprata io durante le visite a seguire sono stati blu e marrone per poterli abbinare e cambiare. Desideravo uno color vinaccia o color prugna come avevo visto per strada a Esfahan e mi era sembrato chic. Tanto quanto può essere chic un magnaeh. Gli toglieva un po’ di sobrietà. Non so cosa abbiano capito e dove ci siamo impantanati nelle traduzioni, nelle sfumature e nei colori, ma me ne hanno regalato uno rosa. Che non ho ancora osato indossare. Mi sembrava allora troppo rosa per i miei gusti e pensavo che avrei attirato l’attenzione, cosa che non volevo in nessun modo. Forse mi farò coraggio durante uno dei viaggi futuri.

Sapevo che non era obbligatorio e la curiosità l’avevo soddisfatta abbastanza indossando il magnaeh. Attenta a cosa desideri… hai voluto delle esperienze autentiche e inedite, ecco, prendi pure un chador. Non fu nero tuttavia. Blu con fiorellini bianchi sembrava quasi amichevole. Il chador è praticamente un pezzo grande di tessuto che va indossato sopra il velo e i vestiti normali. Nei primi momenti mi è sembrato terribilmente pesante, non riuscivo a sistemarlo in nessun modo, minacciava di tirare giù pure il foulard sottile. Perché agghindarmi pure con questo, quando ho la testa coperta, indosso dei pantaloni di lino lunghi e larghi (!) e sopra un vestito fino ai ginocchi?

Fortunatamente questa condizione è durata soltanto qualche decina di minuti, il tempo di visitare una moschea a Esfahan. Solamente più tardi ho letto da qualche parte che indossare il chador è obbligatorio quando si entra nelle moschee, nei mausolei. È meritato pienamente il «sacrificio» perchè la moschea dell’Imam si è rivelata una meraviglia turchese, la cui bellezza ti lascia senza respiro, e gli amici mi hanno aiutato a trasformare l’indossare il chador in una esperienza piacevole.

Quando sono partita per la prima volta, colma di inquietudini, verso l’Iran, cercavo forse solo un’esperienza inedita. Non avrei immaginato che dall’ombra di un rusari, magnaeh o chador, avrei scoperto un mondo paradossale e sorprendente. Non mi sarei potuta immaginare che soltanto velata avrei avuto accesso ad un mondo che avrebbe svelato la sua bellezza lentamente, a piccole dosi, tanto da affascinarmi e attirarmi irrimediabilmente, serbando sempre tuttavia, con cura, una parte del proprio mistero.

La versione originale dell’articolo in romeno è pubblicata sul blog LUMEAMARE

Ritorno in Iran. Terza parte

Mi rendo conto che rinviare la conclusione del racconto è un modo per restare legato al viaggio, per non allontanarmene troppo. Ero partito con il sospetto che questa potesse essere una occasione di disaffezione, sono tornato con la consapevolezza di un legame ancora più profondo, rafforzato proprio dalla ennesima prova. Ora, è vero, come diceva Ennio Flaiano, che ogni situazione, ogni momento può essere definito “di transizione” (ed è un ottimo modo per dire qualcosa quando abbiamo da dire poco o nulla), però questo viaggio mi sembra davvero diverso dagli altri che ho fatto in Iran negli ultimi anni.

Intervalla insaniae?

Non è detto che sia un “ponte” verso un avvenire radioso per questo Paese. Potrebbe anche trattarsi di uno dei rari intervalla insaniae, per dirla con Lucrezio, nella follia che contraddistingue lo sguardo dell’Occidente verso la Persia.

Strano arbitro, il tempo. Quello che non accade in dieci anni, rischia di consumarsi nel giro di sei mesi. Se infatti, a breve, il negoziato del nucleare dovesse fallire o impantanarsi di nuovo, che ne sarà di tutto questo? Torneremo a parlare di nuove sanzioni, di guerra?

Il passato è tutto?

Già, il tempo. Qualcuno ha detto che in Iran «il passato è tutto». Non lontano da Yazd, lungo la strada desolata e bellissima che porta verso Shiraz, c’è una cittadina chiamata Abarku, nota ai più per un albero. Non un albero qualsiasi, ma il cosiddetto Sarv-e Abarkuh, un cipresso di circa 4.000 anni. Un’età che ne fa, senza dubbio, uno degli esseri viventi più anziani della Terra. L’albero è segnalato dalle indicazioni stradali e custodito in un bel giardino, visitato da turisti e viaggiatori.

Il cipresso è enorme, imponente. A dirla tutta, non sembra nemmeno un cipresso. La chioma è infatti folta e ricasca verso il basso, in modo pesante. Sembra un albero della foresta alluvionale, non un cipresso su un altopiano desertico.

E forse questo albero è un po’ il simbolo del rapporto di questo Paese con la propria Storia: unica, affascinante, antica ed enorme. Ma a tratti quasi ingombrante. 

E non solo la Storia antica: il Novecento iraniano è stato in assoluto uno dei più dinamici e drammatici, con tre rivoluzioni, quattro sistemi politici e una guerra di invasione brutale e dolorosa.

Ma come guardare avanti, oltre la mera cronaca del presente, oltre gli equilibri e i limiti di un contesto politico che sembra inossidabile ma che sembra incatenare il Paese in una oggettiva condizione di precarietà? Quante volte abbiamo già parlato di aperture, di primavere e di imminenti cambiamenti? 

Iran start up

E torniamo alla questione del business, del denaro. Il Paese del bazar non può e non deve rimanere fuori dal mercato globale. Questo lo sanno gli iraniani e lo sa anche il resto del mondo. Non solo perché l’Iran è un mercato potenzialmente enorme, ma anche perché dall’Iran possono venire energie, idee e risorse preziose. Anche in Iran – come in altri Paesi del Medio Oriente – si sta sviluppando un movimento di start up, di giovani imprese innovative (ne riparleremo presto) costrette a muoversi in un sistema che limita fortemente il web e censura i social media. Ma sono fenomeni in divenire, che difficilmente potranno essere bloccati dalla politica. Anche perché c’è – e ci sarà sempre più – un interesse economico che imporrà cambiamenti sostanziali.

Sarà sempre fondamentale il bazar, vero centro di potere e motore di tutti i cambiamenti ?

Green Iran

Poco alla volta, ma in modo sostanziale, si stanno facendo strada tematiche e sensibilità nuove. Il Paese dell’eterna questione nucleare, comincia a scoprire anche l’ambientalismo. E sarebbe anche ora, verrebbe da dire.

A Isfahan, il fiume Zayandeh è ormai completamente a secco, dopo che il suo corso è stato deviato verso le province di Yazd e Qom. Uno spettacolo desolante e un problema gravissimo per l’ecosistema della regione.

Le scelte dissennate del passato sembrano ora presentare un conto salatissimo. Le nuove generazioni sembrano avere ottime intenzioni e forse non è tardi per invertire la rotta.

L’hotel di Teheran avverte che “gli asciugamani sono lavati con poco sapone proprio per difendere l’ambiente”. E in tutta la megalopoli ci sono segnali incoraggianti: in centro, molti semafori sono a pannelli solari e ci sono tantissimi alberi piantati di recente.

Il risultato è un effetto strano, piuttosto sconcertante: una città grigia ricoperta di verde. Caotica, sovraffollata, inquinata, eppure con una natura incalzante, quasi prepotente. Capita così, alzando gli occhi al cielo, di assistere a una strane scena: un gatto, sul cornicione di un palazzo, è messo in fuga da una cornacchia enorme.

Conclusione

Il momento di ripartire per l’Italia è sempre strano. L’aeroporto Imam Khomeini è strutturato in modo curioso. Passato il controllo passaporti, si accede ai gate da due passaggi, posti uno di fronte all’altro. Nel mezzo, qualche negozio duty free, davvero poca roba per uno scalo internazionale così importante. E’ notte fonda e a Lisbona si sta giocando la finale di Champions League tra Real e Atletico Madrid. Un gruppo di ragazzi sta guardando il match alla tv di un bar. Al gol del 3-1 del Real un boato scuote l’atmosfera sonnolenta. Al 4-1 c’è un applauso da titoli di coda.

Non immaginavo il Real avesse tifosi così convinti tra gli iraniani. Alla fine, mi viene da pensare, stare con i più forti è sempre la scelta più semplice.

Quali scelte prenderà l’Iran nel futuro prossimo? Ci sarà spazio per qualche azzardo o – addirittura – per un pizzico di fantasia ?

Ecco la sintesi di questo viaggio: sono tornato con molte domande e poche risposte. Sì, è stato davvero un viaggio bellissimo.

 3 – FINE

LEGGI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE DEL REPORTAGE

Ritorno in Iran. Seconda parte

Teheran

Ma, in fondo, quale Paese, quale realtà non è complessa, contraddittoria, mutevole? In alcuni casi, è il racconto (la “narrazione”, che termine abusato! Eppure non riesco ancora a disprezzarlo) ad essere semplice o banale, non ciò che viene raccontato. E la solita questione della distanza tra ciò che viviamo e ciò che pensiamo e diciamo di aver vissuto.

Dove finisce davvero la realtà? Dove inizia il giudizio soggettivo, influenzato magari da circostanze casuali o comunque strettamente personali?

Figuriamoci in Iran, il Paese in cui tutti hanno una propria visione dell’universo mondo e dove saper raccontare una storia (senza necessariamente conoscerla davvero, quella storia) può allungarti la vita. È quello che fa Sharazad e le Mille e una notte, a pensarci bene, possono essere raccontate anche come un inganno sublime, una geniale presa per i fondelli. Però alla fine, nella memoria cosa rimane? La storia più vera o quella più bella?

Ragazzi sul Ponte dei 33 archi

Terra di storie meravigliose e di cantastorie non sempre meravigliosi, l’Iran. Ma la realtà vera è quella che viviamo o quella che ci raccontiamo?

Conoscere e riconoscere

Tutto questo perché una premessa è doverosa: andare e conoscere è bello e facile. Più impegnativo, e a tratti doloroso, tornare e ri-conoscere una terra, una città, un Paese. Ecco, stavolta ero ripartito con questo pregiudizio autoindotto: alla fine forse mi potrei pure stancare di questo andirivieni con l’Iran, di questa passione sempre da spiegare e spesso da giustificare. Anzi, forse potrebbe essere la volta buona di farmela passare, di dire basta. “Sarà come smettere un vizio”. Chissà perché, mi tornano in mente i versi – di scarso conforto, nel caso – di Cesare Pavese mentre all’alba corro in taxi verso Mehrabad per prendere un volo per Yazd.

Il vecchio aeroporto di Teheran, oggi riservato ai voli interni, ispira quasi tenerezza. Piccolo, caotico, quasi “familiare”. Sembra impossibile che in trambusto di file disordinate, controlli approssimativi e gente che si saluta ad ogni angolo, si possano caricare passeggeri e bagagli e spiccare il volo. E invece faccio il check in alle 6.20 e alle 6.40 sono nel cielo iraniano, diretto verso sud.

[youtube]http://youtu.be/kXTMb7WJCF8[/youtube]

Sull’aereo sono l’unico non iraniano. Intorno a me volti e abiti mi fanno pensare che gli altri passeggeri siano quasi tutti di Yazd. Tornano a casa, forse dopo una viaggio di lavoro. Gli uomini hanno i soliti improbabili completi grigi o marroni, le donne sono quasi tutte in chador. Tutti o quasi hanno uno smartphone in mano e smanettano fino a un secondo prima del decollo.

Proprio il settore della comunicazione è uno dei più interessanti per gli investitori stranieri. Il 3G è ancora in fase di lancio e le compagnie internazionali si stanno precipitando in un mercato potenzialmente enorme. Così va il mondo: fino a qualche mese fa, qui non ci voleva venire nessuno, adesso si sgomita per un contratto. Chi disprezza compra, si dice. Ma forse è altrettanto vero che chi disprezza prima o poi vende o prova a vendere.

Ed è forse questo nuovo interesse collettivo per l’Iran a provocarmi un iniziale senso di fastidio, di rifiuto.

Già la fila per i visti in aeroporto lascia una strana sensazione. Fino a poco tempo fa le pratiche potevano durare mesi, adesso turisti e uomini d’affari pagano 50 euro ed è fatta. Meglio così, ci mancherebbe. Ma questo cambiamento repentino mi lascia perplesso e – paradossalmente – amareggiato.

Cosa è cambiato in Iran per provocare una percezione così differente? Quasi nulla, in fondo. E’ cambiato il modo di guardare al Paese perché si è aperto ufficialmente un dialogo, un confronto a livello diplomatico. Che c’era anche prima, ma non era dichiarato, non era ufficiale. E’ un cambiamento più psicologico che politico. Ma fa ancora più rabbia pensare che sia bastato così poco  a dare una scossa, quando per anni e anni era un tabù anche solo nominarlo l’Iran. E’ così importante, dunque, la “narrazione”?

La differenza con gli anni di Khatami

L’Iran sta indubbiamente vivendo una fase di speranza. Ma è una speranza contenuta, lucida. Non c’è entusiasmo. La grande differenza con gli anni di Khatami è questa: allora la generazione nata negli anni della guerra stava diventando adulta, cominciava ad entrare nelle università. E portava desideri, comportamenti e aspettative nuove, del tutto inedite per la società iraniana.

Teheran

Ora quella generazione è divenuta adulta ed è passata attraverso le delusioni e la durezza degli anni di Ahmadinejad. C’è un retrogusto di scetticismo nella positività dell’atmosfera attuale. La fiducia nel futuro sembra ritornata, è a tempo, limitata nella prospettiva e nella durata.

Gli investitori si stanno affacciando, i turisti sono tornati, qualche posto di lavoro si sta creando. Ma non c’è nulla ancora di strutturale, di solido. Il termine per un accordo sul nucleare scade il 20 luglio. Se questa occasione dovesse fallire, difficile pensare quando potrebbe tornarne un’altra.

L’economia è per gli stupidi

Questo per quanto riguarda l’economia. Per il resto, sì, ci sono timidi segnali di apertura, nei comportamenti, nelle esternazioni pubbliche. Ma chi conosce l’Iran sa che anche nei momenti più critici della sua storia recente, questo non è mai stato un Paese chiuso. Con la presidenza Rouhani – che non è un riformista, ma un moderato, è bene ricordarlo sempre – sono usciti alla scoperto sia quelli che vogliono realmente che qualcosa cambi sia quelli che vogliono che tutto rimanga così o premono addirittura per un’interpretazione più rigida delle leggi della Repubblica Islamica. Chi prevarrà e tutto da vedere. D’altra parte, queste sono le dinamiche della politica, determinate anche dalle elezioni presidenziali del 2013, a cui parteciparono l’82% degli aventi diritto.  Potere e società sono elementi distinti, ma non così distanti come li rappresentano certe cronache occidentali.

Fast food a Isfahan

Una massima di Khomeini, spesso citata nei grandi manifesti di propaganda, recita:

Eqtesad baraye khara hast. L’economia è per gli stupidi.

La rivoluzione – spiegava il fondatore della Repubblica Islamica – doveva redimere il mondo, non era stata fatta mica “per cambiare il prezzo dei pomodori”. Strano ripensare a questi slogan nell’Iran di oggi. Dove invece l’economia sembra contare più di qualsiasi altra cosa. Come spiegare, altrimenti, il fast food in perfetto stile americano aperto a due passi dal Ponte dei 33 archi a Isfahan? O la pubblicità quasi ossessiva per tablet e smartphone con i quali navigare su siti e social network ufficialmente al bando?

2 – CONTINUA

LEGGI LA PRIMA PARTE DEL REPORTAGE

Forza Iran!

Nazionale calcio Iran

Mancano ormai pochi giorni all’inizio dei Mondiali di calcio.  La nazionale iraniana – alla sua quarta apparizione in un Mondiale dopo Argentina 1978, Francia 1998 e Germania 2006 – è nel gruppo F insieme con Argentina, Nigeria e Bosnia.

Questo il calendario degli incontri del Team Melli:

  • Lunedì 16 giugno ore 21 (ora italiana): Iran – Nigeria
  • Sabato 21 giugno ore 18 (ora italiana): Argentina – Iran
  • Mercoledì 25 giugno ore 18 (ora italiana): Iran – Bosnia

La speranza, naturalmente, è che queste siano soltanto le prime 3 partite della nazionale iraniana.

Nessuno di questi match sarà trasmesso dalla RAI.

Per chi non ha Sky, l’alternativa è vederle su altri canali satellitari o in streaming, ad esempio a questi link:

www.adthe.net

http://livetv.sx/it/

http://it.rojadirecta.eu/

http://www.fifaworldcup.livestreaming-tv.com/

Un documentario sulla qualificazione del Team Melli:

[youtube]http://youtu.be/aApJ0P1we00[/youtube]

Ritorno in Iran

Veduta di Teheran

Ah, l’Iran, che magnifica trappola per il cuore! È sempre lo stesso: tu programmi un viaggio, ti metti a fare i conti con il tempo, i biglietti aerei, il visto, le ferie. E un attimo prima di partire ti domandi: ma perché tutto questo? Perché non posso fare a meno di tornarci? 

E per qualche colpevole istante sei sul punto di cedere alla ragione: posso farne a meno, posso anche non partire.

E invece è tutto molto più semplice: devi abbandonarti al viaggio, arrenderti, abdicare. Non sei tu che fai il viaggio, sarà l’Iran a prenderti, a portarti dalla sua parte.

Stavolta torno per accompagnare un gruppo di viaggiatori italiani. Ne incroceremo tanti di connazionali in giro per il Paese. Strano il destino: fino a qualche mese fa, nessuno voleva venirci qui. Non serviva a nulla mostrare foto di Persepoli o Isfahan, citare Erodoto o Khayyam: l’Iran pareva destinato a rimanere per i più un luogo talmente soggetto a premesse e pregiudizi da divenire quasi astratto, irreale. Poi l’accordo di Ginevra del 24 novembre 2013 ha immediatamente aperto la strada a un narrazione – se non proprio alternativa – quanto meno parallela a quella dominante. Ecco che accanto alle solite  cronache su nucleare e diritti umani, sono cominciati a comparire reportage sulla bellezza delle città d’arte e dei paesaggi naturali. Nel giro di un paio di mesi, l’Iran è così divenuta una meta ambita da un certo turismo nostrano di fascia medio alta. E non siamo stati solo noi italiani a ritrovare la via per la Persia un tempo smarrita: a quanto pare, nel 2014 gli arrivi di turisti stranieri in Iran sono triplicati. Il che sta creando qualche difficoltà oggettiva al settore, colto piuttosto impreparato a tanta abbondanza dopo anni di “siccità” assoluta.

Eppure l’Iran, nelle sue piccole e grandi approssimazioni, nella sua cronica incapacità di programmazione, sembra sulla soglia di un passaggio cruciale. Non è ancora cambiato molto, a livello superficiale, almeno. Eppure, per tanti aspetti, è cambiato quasi tutto.

Attenzione: se qualcuno si aspetta che da un anno all’altro un sistema diventi di colpo ciò che non è mai stato e non potrà mai essere, prende un abbaglio colossale. Tanto per capirci, la Repubblica islamica non è e non sarà mai una democrazia liberale. E’ persino scontato ricordarlo, ma a leggere certi commenti sui nostri media, sembra sempre che Teheran vada raccontata con un paragone costante nemmeno a Roma, ma a Oslo o Stoccolma.

Eppure, mentre in piena notte percorro la quarantina di chilometri che separano l’aeroporto internazionale Imam Khomeini dal mio albergo, il paragone con Roma e l’Italia sorge spontaneo anche a me. Ma non sui diritti civili o la situazione politica, quanto sui lavori pubblici e la rete metropolitana.

Già, perché nel giro di una quindicina di mesi, questa spaventosa megalopoli di oltre 15 milioni di abitanti, ha cambiato faccia. O, meglio, ha cambiato alcune delle sue tante facce. La nuova autostrada Imam Ali, inaugurata da appena due settimane, è addirittura imbarazzante, per chi viene da una città in cui i lavori della metro si misurano in decenni. Le pensiline delle fermate degli autobus sono nuove e pulitissime, come gran parte delle strade. Tornare a Teheran appena dopo qualche mese di assenza vuol dire rischiare di non riconoscere le strade, di perdersi inseguendo un dettaglio che è cambiato.

Può essere una fatica immane inseguire la modernità di un Paese in cui il passato conta più di qualsiasi altra cosa. Forse sta tutto in questo alternarsi di pieni e vuoti il senso attuale dell’Iran. Pieni e vuoti nelle città, tra costruzioni grandiose e cantieri mostruosi. Tra edifici storici e scempi moderni. Gli uni accanto agli altri, apparentemente senza logica, senza criterio. A Isfahan, ad esempio, su un meraviglioso giardino tradizionale, non lontano dal Si-o-se Pol, lo storico ponte dei 33 archi, si affaccia un palazzone di dieci piani, orribilmente sventrato da lavori di ristrutturazione. Così come nel cuore della stessa capitale, il Golestan, residenza dello scià, è sovrastato da un edificio in metallo degno della più anonima delle periferie.

Pieni e vuoti negli spazi immensi del territorio, tra città e deserti. Tra Kashan e Teheran la lunga distesa desertica, impietosa nella sua desolazione, sembra il giusto contrappeso alla grandezza e all’affollamento della capitale.

Oggi questa alternanza di pieni e vuoti sembra riflettersi anche nel confronto tra le generazioni, tra l’Iran così come è stato finora e l’Iran come ancora non è. Perché sono dieci anni che si parla  di una popolazione che per due terzi ha meno di 30 anni, ma non si è ancora preso in considerazione un dato fondamentale: questa popolazione sta invecchiando. Di bambini, in giro, non se ne vedono moltissimi.  E i ragazzi di Teheran cominciano a diventare grandi. Tanto che non è più possibile schiacciare tutta la discussione sul futuro del Paese in una contrapposizione tra giovani e “vecchia guardia”. No, la situazione è molto più complessa.

1 – CONTINUA

Ragazzi di Isfahan

Piazza di Isfahan, Iran

Isfahan, maggio 2014. Cosa c’è di più sorprendente della normalità? In questo video un gruppo di studenti festeggia un compleanno nella grandiosa piazza Naqsh-e jahàn.

Avvertenza: la piazza oggi è intitolata all’Imam Khomeini, quindi nelle indicazioni a Isfahan si trova “Imam square”. Ma nella memoria storica degli iraniani, resiste il vecchio nome. 

Probabilmente non dovrebbe nemmeno essere una notizia questa: scene così se ne vedono a tutte le latitudini e in ogni tempo. Però per anni abbiamo letto soltanto notizie negative riguardo l’Iran. Come se in questo Paese non ci fosse spazio per l’allegria. E sono sicuro che non sono poche le persone che si stupiranno nel vedere queste immagini. Anche alcuni dei turisti italiani presenti a Isfahan erano evidentemente sorpresi della “normale” allegria a cui stavano assistendo.

Con questo non voglio dire che gli iraniani – e i giovani iraniani in particolare – non abbiano problemi, limitazioni e censure. Ma questo è un pezzetto di realtà che mi piacere riproporre così, al naturale.

E con l’occasione, mostrare anche un po’ di immagini di Isfahan. Da sola, merita il viaggio in Iran. Date un’occhiata e capirete perché.

Leggere Hafez a Shiraz

Shiraz - Tomba di Hafez

Una sera di maggio 2014 a Shiraz, cuore della Persia. Davanti al mausoleo di Hafez con un gruppo di viaggiatori italiani, si legge una poesia, prima in persiano e poi nella traduzione italiana. Si parla dell’importanza della poesia nella vita sociale e culturale dell’Iran. Si cerca di cogliere e di condividere il fascino e il mistero della cultura persiana.

Difficile restituire l’atmosfera del luogo, gli sguardi compiaciuti e orgogliosi degli iraniani, il profumo dell’aria, il senso dello stare lì, attorno alla tomba di un poeta vissuto nel XIV secolo. Un misto di gioia e di profondo rispetto. Appartenenza e devozione.

Ecco il video della nostra esperienza a Shiraz.

Viaggio sull’isola di Hormuz

Isola di Hormuz

Hormuz: quando si pronuncia, questo nome riporta alla memoria di molti di noi navi militari, portaerei, isole contese, minacce di blocco e le infinite varianti (antiche e nuove) che compongono i grandi giochi della geopolitica. Nei 39 km di mare – questa la distanza minima – che qui separano il sud dell’Iran dalla penisola di Musandam, fra il Golfo Persico e quello dell’Oman, transita circa un quinto del petrolio prodotto al mondo, e con ogni probabilità parte del computer da cui leggete e molti vostri oggetti d’uso arrivano da lì.

Assai meno conosciuta dello stretto, vi è però anche una piccola isola che porta il nome di Hormuz. Situata a appena 16 km dalla costa iraniana, questa si trova a oriente della più grande e turistica Qeshm, proprio al centro dell’omonimo stretto; ma basta mettervi piede per un attimo e si capisce subito che è un’altra musica. Anzi, l’isola sembra quasi essere stata messa lì – in tutta la sua bellezza – per farsi beffe dei potenti e delle loro mire egemoniche.

Vi arrivo in un mattino di metà gennaio a bordo una barchetta a motore saltabeccante e un po’ precaria presa da Bandar Abbas. Il viaggio è molto breve e, nonostante sia una mattina d’inverno, tolgo la giacca e resto in maglietta; a mezzogiorno, il caldo sarà già insopportabile.

Ad accogliere me e il mio compagno di viaggio all’arrivo sull’isola due strani personaggi: un mangiatore d’oppio, che ci offre a mani tese la sua droga e sfodera un sorriso da cui emergono i pochi denti anneriti. Optiamo per il secondo, più salubre: un giovane autista che si offre di mostrarci l’isola sul rimorchio del suo veicolo, che ricorda – anche per il notevole rumore – la vecchia Ape della Piaggio.

E si apre così una visione inattesa: per larga parte inabitata e pressoché priva di vegetazione, l’isola – ricoperta da roccia sedimentaria e materiale vulcanico – offre allo sguardo degli splendidi effetti cromatici, come finora non ne ho visti altrove: il grigio piombo e l’avorio, il vinaccia e l’ocra si incrociano e si ricompongono sulle pareti delle alture creando effetti sempre nuovi e sorprendenti.

Per il resto, non un hotel, un ristorante, un caffè – niente di niente: solo un piccolo villaggio, stretto a un angolo dell’isola, con la sua bianca moschea e il suo minareto, oltre a quello che è di gran lunga il suo monumento più celebre: il castello portoghese.

Sì, perché la lotta per l’egemonia dello stretto non l’hanno certo iniziata gli americani, e neppure gli inglesi. E così, già nel 1507, guidati da un grande condottiero come Afonso de Albuquerque, i portoghesi presero l’isola e vi instaurarono un dominio che proseguì – resistendo a una rivolta locale nel 1521-22 e ad alcune incursioni navali ottomane – per oltre un secolo.

Allo stesso Albuquerque si deve la costruzione del forte, che porta il nome di Nostra Signora della Concezione. Per quanto diroccato, si può ancora intuire quale doveva essere l’impressione che doveva destare all’epoca: svettante sull’isola, dritto di fronte al mare, doveva servire da simbolo della potenza imperiale portoghese, allora in piena espansione. Fra i locali del castello, in un seminterrato, si indovina ancora, nelle sue volte a crociera, quella che doveva essere una chiesa.

Servirà il genio politico di Scià Abbas, il grande sovrano safavide, per porre fine al dominio portoghese sull’isola. Nel 1622, i persiani riuscirono dopo una fiera battaglia a riprendere il controllo dell’isola e – complice il supporto navale offerto dalla Compagnia delle Indie inglese – a ricacciare definitivamente i portoghesi.

L’isola di Hormuz è, fra i tanti tesori storici e paesaggistici dell’Iran, uno dei meno conosciuti, e al contempo uno dei più suggestivi. Il relativo isolamento e l’assenza di strutture turistiche, come il silenzio che l’avvolge, rappresentano senza dubbio parte integrante del suo fascino.

 

Nuova Giulfa. Viaggio fra gli armeni di Isfahan

Isfahan - Nuova Giulfa

“Armeni? Qui non ce n’è più. Sono andati tutti in America!” Ama scherzare, il pasticcere di Nuova Giulfa, mentre dalle pareti del suo negozio spicca severa una foto di Karekin II, il patriarca della chiesa apostolica, nel suo cappuccio nero. Anche a un occhio distratto, non sfuggirà come la presenza armena in questo quartiere di Isfahan sia ancor oggi ben viva, come testimoniano le molte insegne in lingua armena e i nomi di alcuni negozi. Eppure, nelle sue parole non manca un fondo di verità. Una verità amara, certo, per chi come lui (scopro che è un ingegnere in pensione) ha vissuto gran parte della sua vita in questo pugno di strade.

A fronte di una popolazione globale più che raddoppiata negli ultimi quarant’anni (si è passati dai 33 milioni di iraniani del 1976 ai 74 del 2011), la presenza cristiana in Iran – in larghissima parte armena – è diminuita circa del 30%. A partire dal 1979, anno della rivoluzione islamica, un flusso costante di armeni e assiri – l’altra anima storica del cristianesimo persiano – ha lasciato l’Iran per stabilirsi all’estero. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a un’inversione di tendenza, e i 117.704 cristiani rilevati dal censimento del 2011 rappresentano, se non altro, un piccolo incremento rispetto al dato precedente del 2006.

Giunti a Isfahan nel 1604 per volontà di Scià Abbas I, uno dei più grandi sovrani nella storia dell’Iran, gli armeni ebbero un ruolo fondamentale nel periodo di massimo splendore dell’impero safavide. Abili commercianti, furono deportati dalla piana del monte Ararat e dalla cittadina di Giulfa (nell’odierno Azerbaigan) fino alla capitale dell’impero, Isfahan, con il doppio intento di fare terra bruciata in una terra di confine contesa dal temibile vicino ottomano e di dare nuovo impulso alla sviluppo economico della capitale. Cosa, quest’ultima, che riuscì pienamente, tanto che si parla di questa come di una delle imprese commerciali più riuscite del XVII secolo, la cui eco arriva fino a Venezia, fra le cui strade si scopre ancora oggi una “Ruga Giuffa” che testimonia di una loro presenza fino nel cuore della Serenissima.

Stanziati fuori città, oltre le rive del fiume Zayanderud (limite urbano d’allora, in seguito travolto dall’espansione cittadina), gli armeni godettero di una grande libertà religiosa e presto, superata la tragedia dell’esilio, anche di un notevole benessere. Chiamarono il nuovo insediamento Nuova Giulfa, in memoria della patria perduta, e furono capaci in pochi anni – complice il sostegno della corona safavide – di creare una rete di commerci le cui propaggini si estendevano dalla Malesia e le Indie fino alla Russia e l’Europa. Sontuose chiese, affreschi, e la prima tipografia del paese testimoniano inoltre di una fioritura culturale.

Ma cosa resta oggi di tutto questo? Camminando per le vie di Nuova Giulfa, si ha la netta impressione che qui permanga – nonostante la più recente inclusione nel tessuto di Isfahan – qualcosa di diverso e speciale. E non si tratta solo, banalmente, di un diffuso utilizzo dell’alfabeto armeno sulle insegne accanto al persiano, o del rintocco della campana della cattedrale (cosa insolita da queste parti) a scandire le ore. La sua specificità più vera si ritrova, semmai, nella singolare commistione di stili, religioni e culture che la animano da sempre, come dimostrano le tredici chiese seicentesche ancora presenti, che fondono in modo singolare l’arte e l’architettura islamica, armena ed europea.

La sera, le sue strade si animano piacevolmente di giovani cristiani e musulmani che affollano insieme i molti caffè alla moda e i ristoranti che si concentrano in queste poche vie. E in ciò risiede a mio avviso, in questo incontro – al di là delle questioni irrisolte – il messaggio che questo quartiere e la sua storia secolare ci consegnano.

Vacanze iraniane

Sizdah bedar

Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. E si corre sempre il rischio di programmare un viaggio in Iran nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2014. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

Giovedì 2 gennaio – Martirio dell’Imam Reza 

Domenica 19 gennaio – Nascita del Profeta dell’Imam Sadeq

Martedì 11 febbraio –  Anniversario della Rivoluzione

Giovedì 20 marzo – Giornata della nazionalizzazione del petrolio 

Da venerdì 21 -a lunedì 24 marzo – Noruz, Capodanno persiano

Martedì 1 aprile – Anniversario nascita Repubblica islamica

Mercoledì 2 aprile Sizdha bedar – Giornata nazionale della natura

Venerdì 4 aprile – Martirio di Fatima

Martedì 13 maggio – Nascita dell’Imam Ali

Martedì 27 maggio – Ascensione del Profeta

Mercoledì 4 giugno – Morte di Khomeini

Giovedì 5 giugno – Rivolta 15 Khordad 1963

Sabato 14 giugno – Nascita dell’Imam Mahdi

Sabato 19 luglio – Martirio dell’Imam Ali 

Martedì 29 luglio – Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)

Venerdì 22 agosto – Martirio dell’Imam Sadeq

Domenica 5 ottobre-  Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio) 

Lunedì 13 ottobre – Eid-al-Ghadir (Nomina di Ali quale successore del Profeta)

Domenica 2 novembre –  Tassoua

Lunedì 3 novembre –  Ashura

Sabato 13 dicembre – Arbaeen (celebrazione 40 giorni dopo Ashura)

Domenica 21 dicembre – Shabe Yalda

Lunedì 23 dicembre – Martirio dell’Imam Reza

 

Iran. Femminismo, economia e sanzioni

Traduzione di un articolo originale di Peyman Majidzadeh per Arseh Sevom. 

La Festa della donna è passata ma molte donne iraniane rimangono in carcere per aver rivendicato i propri diritti. Ne “Il giorno in cui sono diventato femminista,” alcuni uomini hanno raccontato ad Arseh Sevom della loro esperienza. L’avvocato dei diritti umani Nassin Sotoudeh ha parlato ad Arseh Sevom dei suoi sogni, il suo lavoro, e della sua famiglia.

Kerry sul nucleare iraniano

L’ultimo round di colloqui sul nucleare iraniano si è tenuto a febbraio a Vienna. Il ministro degli Esteri degli Stati Uniti John Kerry ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno posto tre condizioni per la firma del documento finale:

  • Niente armi nucleari per l’Iran in futuro
  • Perseguire obiettivi pacifici da parte dell’Iran
  • La piena trasparenza da parte iraniana

Un think tank di Washington starebbe pressando il Senato degli Stati Uniti per aumentare i finanziamenti per l’AIEA per l’anno fiscale 2015, in modo da assicurare “ispezioni internazionali piene, al fine di mantenere la pressione sull’Iran.” Documenti ufficiali indicano che Washington ha fornito oltre il 40% del bilancio dell’agenzia nel 2014. Recentemente, il presidente Rouhani ha chiesto ai guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) di farla finita con discorsi anti-Usa:

E’molto importante formulare i propri discorsi in modo che non siano intesi sempre come minacce.

 

Rouhani sa che, anche se alcuni analisti ritengono che i Pasdaran siano “cautamente aperti ” ad un accordo nucleare, il loro atteggiamento potrebbe ancora portare a gravi fraintendimenti. Reimpostato la posizione è necessaria , ma non sufficiente . Quello che manca all’Iran nei negoziati, secondo alcuni,  è l’aiuto di esperti non governativi in materia di sanzioni, in grado di fornire indicazioni su come gestire i negoziati.

Ancora sanzioni?

Nel timore di nuove sanzioni da parte degli Stati Uniti, alcune organizzazioni tengono alta la pressione sull’Iran . Alcune banche hanno smesso di fornire servizi ai cittadini iraniani . La Bank of Hawaii, ad esempio, ha chiuso i conti appartenenti a cittadini iraniani a prescindere dal loro luogo di residenza .

Il Foreign and Commonwealth Office nel Regno Unito, ha recentemente avviato una consultazione in “sanzioni contrattuali”. L’obiettivo è:

aumentare la pressione sui regimi repressivi o paesi impegnati nella proliferazione della tecnologia nucleare e di estendere il campo di applicazione delle sanzioni tradizionali, per fornire disincentivi al settore privato al di fuori dell’UE di fare affari con i regimi mirati.

Aggirando le sanzioni alcuni gruppi hanno compiuto un vero sciacallaggio economico. Il caso di corruzione più noto è quello di Babak Zanjani, stimato attorno ai 9.000 miliardi toman (quasi 3 miliardi di dollari) .

L’Iran sta cercando di stabilire nuovi legami con la comunità internazionale. Il vice ministro degli Esteri Majid Takht- Ravanchi ha detto che l’Iran e il Regno Unito avevano ristabilito relazioni diplomatich. Il ministro di Industria, Miniere e Commercio Mohammad Reza Zadeh Nemat ha detto che l’Iran è pronto a condurre più affari con la Germania. Il cerchio delle nuove interazioni di business include anche gli Stati Uniti. Il colosso farmaceutico statunitense Merck Sharp & Dohme (MSD) ha firmato un contratto per la produzione su licenza di medicinali in Iran, che è un ottimo segnale, vista la penuria di medicinali in Iran.

A proposito di Ucraina

Uno degli eventi internazionali che attirano l’attenzione media iraniani è la crisi in Ucraina. Mentre i media di stato sostengono l’ex presidente Viktor Yanukovich , la stampa riformista e i cittadini sono felici per la sua estromissione. Alcuni iraniani vedono anche delle similarità tra l’Iran e l’Ucraina . Uno ha twittato:

Perché l’Ucraina è così importante per noi? Perché il contesto politico e la struttura civile sono simili a quelli dell’Iran. Il riferimento è alla liberazione di Yulia Tymoshenko (22 febbraio), leader della Rivoluzione arancione del 2004, mentre i leader del Movimento Verde iraniano restano agli arresti domiciliari .   L’economia iraniana Abbiano già parlato della valutazione del Fondo Monetario Internazionale sulla situazione economica dell’Iran. Due giornali americani di spicco, New York Times e Wall Street Journal, hanno tratto conclusioni diverse dalla relazione, una positiva e l’altra negativa. Indipendentemente dalle conclusioni della stampa statunitense, la situazione economica dell’Iran non sembra promettente, almeno nel breve periodo. Alcuni media hanno riportato un aumento del 15 % del bilancio per la Fondazione Imam Khomeini nel prossimo anno. Questo potrebbe suggerire la crescita della povertà all’interno del paese, dato che la missione della fondazione è aiutare i poveri . Alcuni economisti criticano i piani economici di Rouhani, in particolare il piano di distribuzione di cibo. Djavad Salehi-Isfahani, professore di economia alla Virginia Tech, teme che l’attuazione di tali programmi favorisca il populismo come testimoniato sotto l’amministrazione di Mahmoud Ahmadinaejad. L’economista spera che il governo iraniano trasformerà questi piani in programmi anti-povertà più efficaci.

Abusi sessuali nelle scuole di calcio

Gli iraniani sono rimasti scioccati dalle notizie di abusi sessuali nelle loro scuole calcio. Masoud Shojaei, giocatore della Nazionale di calcio iraniana, ha rotto il silenzio su questa vicenda, parlando del tema sul popolare show televisivo “90”.   Media e censura L’ultima volta che abbiamo riportato sulla nascita del giornale riformista Aseman. Purtroppo, il quotidiano non ha vissuto a lungo. Aseman è stato chiuso dalle autorità iraniane che ancora una volta hanno dimostrato la loro intolleranza per le voci di dissenso . La ragione ufficiale per la chiusura è un articolo che definiva “disumana” la pratica della qesas (cosiddetta legge del taglione). Un rapporto pubblicato da Iran- Emrooz fornisce una panoramica sui media dall’insediamento di Rouhani. Secondo il rapporto, altri quattro giornali sono stati chiusi prima di Aseman . Uniti per l’Iran, team di esperti e attivisti per la fine delle violazioni dei diritti umani e a sostegno del movimento per la democrazia in Iran, ha lanciato un Database dei prigionieri politici. Il database contiene informazioni su tutti i prigionieri politici iraniani e la loro situazione attuale, che può essere molto utile per i gruppi e le organizzazioni che cercano di aiutarli. La relazione serve anche a ricordare alle famiglie dei prigionieri politici che i loro cari non sono stati dimenticati. Dal rapporto emergono dati interessanti, come l’alta percentuale di prigionieri politici appartenenti a minoranze etniche . Sbloccare l’Iran, una campagna lanciata dalla Iran Human Rights Documentation Center, ha attirato l’attenzione dai personaggi famosi . Premio Oscar Susan Sarandon ha twittato:

 

  Leggi l’articolo originale su Arseh Sevom

Morte di un poeta. Punto

Morte di un poeta

Traduzione di un articolo originale di Peyman Majidzadeh per Arseh Sevom.

Ci sono momenti in cui la spada è più potente della penna e il 29 gennaio è stato così. Due arabi ahwazi sono stati giustiziati senza preavviso, senza la possibilità di dire addio ai propri cari. Il loro crimine: inimicizia contro Dio. Questa analisi riguarda la politica, le sanzioni, le scuse, e le esecuzioni.

A proposito di sanzioni

La scorsa settimana l’Ufficio di Controllo degli Asset Stranieri (OFAC) degli Stati Uniti ha pubblicato la nuova lista delle Specially Designated Nationals (SDN). L’elenco comprende gli individui e le società possedute o controllate , o che agiscono per conto o a nome di paesi target e individui e gruppi non riconducibili a specifici Paesi. Una semplice ricerca rivela che nel documento la parola ” Iran ” si ripete 5.066 volte.

OFAC ha anche pubblicato la nuova lista degli Evasori delle sanzioni estere (FSE) che include individui ed entità straniere che hanno violato le sanzioni su “Siria o Iran “. Interessante notare come Iran e Siria siano considerati come un “pacchetto”.

Francia e Iran sono in procinto di riprendere interazioni commerciali, sebbene il segretario di Stato americano John Kerry abbia ammonito le società francesi sulla questione.

Iran e Israele, strani incroci

In una conferenza sulle energie rinnovabili che si è tenuta il 18 e 19 gennaio ad Abu Dhabi, i rappresentanti di Iran e Israele sedevano a pochi metri l’uno dall’altro. Allo stesso modo, il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon non ha lasciato la sala quando Zarif ha tenuto il suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. Sono eventi significativi nelle relazioni internazionali, se teniamo conto della storia recente.

Un poeta impiccato

Il 29 gennaio 2014, due arabi ahwazi sono stati giustiziati in Iran in quanto “nemici di Dio”. Uno di loro, Hashem Shabani, che era un poeta, è riuscito a far uscire lettere e poesie fuori dal carcere .

Una notte con onde scure del terrore
Imposto sul nascere, fermo
Ma ogni volta che sto leggendo le rondini
Il rilascio è migliore dei lacci , e basta
Il mondo si sveglia con il vento che cresce
E poi la storia punto, punto, punto.

Diritti umani, violazioni e polemiche

Dichiarazioni Usa sulle violazioni dei diritti umani in Iran sono ormai uno standard nella politica estera degli Stati Uniti. Recentemente, la milizia Basij ha pubblicato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani negli Stati Uniti. Si accusano gli States di usare i diritti umani come strumento per fare la guerra in altri paesi, mentre gli stessi diritti sono violati a casa loro. Tra le accuse, condanne a morte, violazione dei diritti dei detenuti, discriminazioni razziali, violazione del diritto alla privacy, mancanza di libertà di parola , violazione dei diritti delle popolazioni indigene.

Sembra che il rapporto sia l’inizio di un programma a lungo termine volto a rispondere alle accuse dell’Occidente all’Iran. Il Tenente Comandante Ahmad Esfandyari ha detto che i Basij hanno pianificato di istituire un sistema per registrare i casi di violazioni dei diritti umani da parte dell’Occidente. Potrebbero in effetti fare riferimento agli attivisti occidentali che pur occupandosi di dei diritti umani possono camminare per le strade liberamente. In realtà , non c’è nulla nel rapporto sulle violazioni degli Stati Uniti che non sia già stato segnalato da attivisti statunitensi. Se i Basij accettano la sfida, potrebbero cominciare col garantire la libertà agli attivisti iraniani.

Il Segretario del Consiglio iraniano per i diritti umani Mohammad Javad Larijani ha detto in una cerimonia tenutasi all’Università di Teheran per presentare il rapporto :

“L’Iran è la più grande democrazia del Medio Oriente, ma gli alleati dell’Occidente nella regione non hanno nemmeno gli elementi basilari di democrazia, e questo dimostra quanto siano ingannevoli le affermazioni dell’Occidente sulla democrazia”.

Tra gli elementi che caratterizzano un paese democratico c’è la responsabilità del potere rispetto al suo elettorato, valore spesso ignorato dalle élite al potere in Iran. I presidenti spesso vanno in onda a riferire su come hanno mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, ma spesso la realtà viene manipolata.

Le scuse di Rouhani in tv (sull’economia)

Per mercoledì 5 febbraio era fissata un’intervista televisiva al presidente iraniano Hassan Rouhani, per fare un bilancio dei suoi primi sei mesi di governo. L’intervista è però andata in onda con un ritardo di oltre 90 minuti. In questo lasso di tempo, l’account twitter di Rouhani ha postato un tweet che ha scatenato una marea di reazioni sul social network:

Il capo della tv della Repubblica Islamica dell’Iran Zarghami ha impedito una discussione dal vivo con persone su # IRIB1 che era prevista un’ora fa.

“Che cosa sta succedendo?” Si sono chiesti i cittadini iraniani e soprattutto i cittadini della rete . Subito dopo il tweet l’Agenzia degli studenti iraniani (ISNA ) ha scritto che l’intervista televisiva di Rouhani non sarebbe stata trasmessa per decisione di Zarghami . Successivamente, è stato rivelato che il motivo sarebbe stato un disaccordo tra Rouhani e Zarghami sugli ospiti della trasmissione. L’ufficio di Rouhani avrebbe preferito la giornalista riformista Sonia Pouryamin come ospite. La squadra di Zarghami aveva invece scelto l’intransigente Kazem Rouhani-Nejad notoriamente vicino all’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Presidenti e media: un rapporto a corrente alternata

Gli Iraniani ricordano i problemi che l’ex presidente riformista Mohammad Khatami ebbe con l’IRIB durante i suoi otto anni di mandato. Problemi mai avuti dal conservatore Mahmoud Ahmadinejad. Ora i problemi riemergono dopo appena sei mesi dall’insediamento di un altro presidente semi – riformista. Chiunque può rendersi conto del comportamento ipocrita che l’IRIB ha con diversi presidenti. Ricordiamo che il capo dell’IRIB è nominato direttamente dalla Guida.

Quando l’intervista è stata finalmente trasmessa, la prima frase di Rouhani è stato un evento raro nella storia post – rivoluzione iraniana: ha infatti chiesto scusa. Chiunque abbia vissuto in Iran dopo la Rivoluzione islamica sa che i funzionari iraniani trovano difficile – se non impossibile – chiedere scusa. Per il resto della sua intervista, Rouhani ha delineato i suoi successi e i piani futuri . In una parte importante del suo discorso , Rouhani ha promesso assistenza sanitaria a tutti gli iraniani nei prossimi quattro anni, lanciando un hashtag dal suo account Twitter dal nome #RouhaniCare.

Sorprendentemente, l’intervista includeva ancora delle scuse per l’attuazione inadeguata del programma di distribuzione alimentare del governo che ha causato difficoltà ad alcuni. È bene che le scuse entrino nella politica dell’Iran. Non risolvono alcun problema nel breve termine, ma elevano la dignità e promuovono la responsabilità. Speriamo tutti che queste scuse portino ad azioni appropriate nel medio e lungo termine.

Articolo originale di Peyman Majidzadeh per Arseh Sevom.

L’Iran nel mondo

Rouhani a Davos

Il video dell’intervento del presidente iraniano Hassan Rouhani a Davos in occasione del World Economic Forum Annual Meeting 2014.

Il discorso è doppiato in inglese.

L’alternativa alla Irib: le tv in farsi nel mondo

manoto

L’alternativa alla Irib: le tv in farsi nel mondo. Un interessante articolo di Antonella Vicini su Arab Media Report.

Il rovescio della medaglia di una televisione iraniana che non dà spazio all’iniziativa privata e al pluralismo delle voci all’interno del Paese è quella galassia composta da decine di emittenti televisive straniere che trasmettono in farsi e che raggiungono dall’esterno le case degli iraniani.   In base a un calcolo della BBC, risalente al 2008, circa il 30% della popolazione iraniana ha accesso a questi canali, anche se è difficile tenere un conto esatto visto l’utilizzo formalmente clandestino delle antenne satellitari. Sulla rete se ne trovano circa un’ottantina, comprese quelle afghane come Ariana TV, Arzu Tv, Tolo Tv, perché il dari, una delle lingue parlate in Afghanistan, è una variante del persiano; ci sono poi quelle tematiche dedicate solo alla musica, al cinema o allo sport; quelle solo online. Ma sono cinque le più seguite: BBC Persian, Voice of America, Farsi 1, Gem Tv e Manoto Tv.

Vai all’articolo originale:

http://arabmediareport.it/lalternativa-alla-irib-le-tv-in-farsi-nel-mondo/

[youtube]http://youtu.be/SZgQbVSSULk[/youtube]

Khamenei, nessun perdono per la “sedizione”

Khamenei non perdona

Nessun perdono per i fatti del 2009. Attraverso un’immagine pubblicata sul proprio sito web la Guida Ayatollah Khamenei manda un messaggio forte e chiaro a chi – all’interno del governo Rouhani e nel Paese – pensa a un colpo di spugna che cancelli la crisi post elettorale del 2009.

L’immagine rappresenta il tavolo di un giudice, con sopra una cartella di un caso giudiziario. Accanto a questa immagine, la scritta “imperdonabile”. Sulla cartella, in verde, c’è scritto 88 Fetneh. Dove 88 sta per 1388, l’anno che nel calendario persiano equivale al nostro 2009, e fetneh sta per sedizione, rivolta, tumulto, torbido, agitazione. Questi i significati attribuiti dal dizionario Coletti. È il termine con cui i conservatori hanno definito l’ondata di manifestazioni scoppiate dopo la contesta rielezione di Ahmadinejad nel 2009 e il movimento legato a Mousavi e Karroubi.

Anche il capo della polizia iraniana aveva recentemente definito “imperdonabile” la posizione giudiziaria di Mousavi ( e sua moglie Zahra Rahnavard) e Karroubi, agli arresti domiciliari –ormai da quasi tre anni.

Non è un mistero che Rouhani si era espresso a favore del rilascio dei due ex candidati e che il suo governo stesse lavorando dietro le quinte per una soluzione politica. Il politico conservatore Habibollah Asgaroladi, scomparso a novembre, aveva tentato una soluzione molto pragmatica, sostenendo che in realtà Mousavi e Karroubi non fossero i veri leader della “sedizione”.

Dal canto loro, i due non vogliono professare delle pubbliche scuse che equivarrebbero a un’ammissione di colpa.

Nonostante i filtri imposti al web (che negli ultimi giorni colpiscono anche Instagram, uno dei pochi social “liberi”), la risposta del web non si è fatta attendere.

Usando l’hashtag نابخشودنی# (imperdonabile), molti iraniani hanno cominciato a esprimere il loro dissenso su Twitter, postando commenti e immagini delle vittime della repressione del 2009 .

 

 

 

L’account di Khamenei replica con un’infografica con tutti i “peccati” imperdonabili commessi dal 2009 ad oggi.

Tutto questo alla vigilia del quarto anniversario delle proteste di Ashura 2009 (30 dicembre) che scoppiarono alla morte dell’Ayatollah dissidente Montazeri e che furono particolarmente sanguinose.

Messaggi di Natale

Rouhani Natale 2013

A Natale non si parla che di Natale. Qualsiasi comunicazione assume quasi obbligatoriamente un stile “natalizio”. Nella forma e nel contenuto. I messaggi di auguri – sinceri o di facciata – si sprecano. Siamo tutti più o meno invasi, in questi giorni, da sms, mail, tweet e post sui social che ci ripetono “Buon Natale”.

Già. A Natale non si parla che di Natale. Ma non si parla più di Gesù. O se ne parla poco, quasi di sfuggita.

Il biglietto di auguri che ho ricevuto dall’ambasciatore iraniano di Roma recita:

In occasione dell’anniversario della nascita di Gesù Cristo,

messaggero di Pace e Giustizia

e del nuovo anno Cristiano

formulo i miei migliori auguri!

Già due anni fa, monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, dichiarò il proprio apprezzamento per gli auguri ricevuti dall’ambasciata iraniana che gli augurava

‘Buon Natale di Gesù, sia benedetto il Suo nome’. Questo per i tanti – aggiungeva l’arcivescovo – che si vergognano di dire buon Natale e dicono buone feste, chissà feste di chi”.

Per questo Natale 2013 le massime autorità politiche della Repubblica islamica di Iran (la Guida Khamenei, il presidente Rouhani e il ministro degli Esteri Zarif)  hanno espresso i loro auguri via twitter. Rouhani ha inoltre trascorso la notte di Natale con famiglie di invalidi e martiri di guerra cristiani e – attraverso un tweet – ha rivolto gli auguri direttamente a Papa Francesco. 

Anche Ahmadinejad – nei suoi otto anni di presidenza – ha sempre inviato messaggi di auguri per il Natale. Ma per messaggi simili a quelli espressi quest’anno da Rouhani e Khamenei (“Gesù messaggero di giustizia contro l’arroganza”) era stato addirittura tacciato di antisemitismo. Così va il mondo. O, meglio, così lo si racconta.

Ecco i tweet di Khamenei, Zarif e Rouhani.

A tutti voi, Buon Natale.

 

 

 

 

 

 

La rivoluzione? È un videogioco

1979 revolution Khonsari

Non sapevo che il regista del popolarissimo e contestatissimo videogioco Grand Theft Auto (meglio noto come GTA) fosse di origine iraniana: si chiama Navid Khonsari  . La sua famiglia ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione del 1979 e si è trasferita in Canada.

Khonsari ha firmato alcuni dei videogame più venduti e apprezzati degli ultimi anni (le varie GTA, Max Payne) e ora si appresta a lanciarne uno ambientato proprio in Iran nei giorni della rivoluzione del 1979. La sua società, Inkstories , ha realizzato un prototipo e attraverso la piattaforma Kickstarter, sta raccogliendo fondi per realizzare il primo episodio, intitolato Black Friday, chiaramente inspirato al tragico venerdì nero, quell’8 settembre 1978 in cui le truppe dello scià fecero strage di manifestanti nelle strade di Teheran.

Khonsari Revolution 1979

Non mancano già le polemiche, anche perché il videogioco si ripromette di “riscrivere la storia”. Potrebbe essere anche un esperimento interessante, ma il rischio di strumentalizzazioni politiche – stile Argo – è altissimo.

Ad ogni modo, dobbiamo prendere atto che anche questa è una forma di narrazione e un possibile canale di divulgazione. O di mistificazione. Non serve a niente fare finta che sia “solo un gioco”.

Intervista a Khonsari su Al Monitor (in inglese)

La pagina del progetto su Kickstarter (in inglese)

#GenevaTalks

#GenevaTalks

Solo il tempo dirà se gli accordi sottoscritti da Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Cina, Francia e Russia) lo scorso 24 novembre a Ginevra rappresentano davvero una svolta epocale per la geopolitica del Medio Oriente. Ciò che è certo è che sono stati i primi negoziati ad essere raccontati e commentati in tempo reale attraverso i social media iraniani.

 

La notizia stessa del successo dei colloqui è arrivata con un tweet del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che alle 3:03 del mattino del 24 novembre ha annunciato: «Abbiamo raggiunto un accordo».

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Il video di Rouhani

New Voyager - Rouhani

Per i suoi primi 100 giorni di governo, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha lanciato un video clip che sta spopolando sul web. In un bianco e nero molto elegante, vengono ripresi e “cantati” alcuni estratti del suo discorso di insediamento del 3 agosto 2013.

A ripetere le parole di Rouhani si alternano donne e uomini di tutte le età e di tutte le etnie dell’Iran. Alcune frasi sono ripetute in baluci, in azeri e in arabo. Come dire: siamo un Paese complesso, ma siamo anche una grande nazione.

[youtube]http://youtu.be/TYytErqGdC4[/youtube]

Le citazioni sono molto varie: da Khomeini a Mossadeq, passando per l’ayatollah Taleqani e il “sacro” Hafez.

Dopo due giorni di diffusione, lo stesso staff presidenziale lo ha sottotitolato in inglese, in modo da essere compreso in tutto il mondo. New Voyager, “il nuovo viaggiatore”, è il titolo del video su Youtube.

Parecchie le somiglianza con un video lanciato da Barack Obama nella sua prima campagna elettorale. Anche se lo stile persiano rimane inconfondibile.

A me è piaciuto molto, soprattutto per le parole finali.

Buona visione.

Il confronto con il video di Barack Obama

[youtube]http://youtu.be/-yME6bdLQwM[/youtube]

 

Nucleare Iran: i 9 punti dell’accordo

È una vittoria della politica sull’ideologia e sulla propaganda. Il governo del presidente Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, porta a casa un risultato storico dopo una trattativa febbrile avviata a New York il 24 settembre e conclusa nelle prime ore del mattino del 24 novembre 2013. Una data che probabilmente ricorderemo a lungo.

Nei prossimi sei mesi, l’Iran limiterà in modo significativo il suo arricchimento di uranio, in modo da rendere impossibile qualsiasi sviluppo per uso militare. Sospenderà i lavori al reattore nucleare ad acqua pesante di Arak e collaborerà con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) per ispezioni più severe.

In cambio, il gruppo 5 +1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina) si è impegnato ad alleggerire le sanzioni, rivedendo anche le misure che hanno colpito pesantemente l’export petrolifero dell’Iran. È un grosso passo in avanti rispetto alla promessa, ventilata nei giorni scorsi, dello “scongelamento” di asset per un valore di “4,5 miliardi dollari”.

Le parti si sono impegnate a cercare la conclusione di un accordo completo entro un anno.

Nel dettaglio:

Cosa ha concesso l’Iran

1-      L’Iran sospende il suo arricchimento di uranio al 20%. (Dal 20% – che permette soltanto uso civile, si può facilmente raggiungere il 90%, il livello necessario per una bomba). L’Iran si impegna a  convertire lo stock esistente in piastre di combustibile o a ridurlo al 5%.

2-      L’Iran sospenderà lo sviluppo del reattore ad acqua pesante di Arak, che sarebbe dovuto entrare in funzione entro la fine del 2014. Inoltre, non costruirà un impianto di ritrattamento, in modo da eliminare i sospetti su un eventuale uso di plutonio a fini militari.

3-      L’Iran fornirà informazioni complete sui suoi impianti nucleari all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, inclusi i dettagli sulle cave di uranio e sulle centrifughe. Ci si è accordati per ispezioni più approfondite che prevedono anche l’accesso quotidiano da parte di ispettori dell’AIEA alla centrale di Natanz e agli impianti di arricchimento di Fordow.

4-      L’Iran ha accettato l’assenza, nel preambolo dell’accordo, di un riconoscimento formale del suo diritto all’arricchimento.

 

Cosa ha concesso il gruppo 5+1

1-      I 5 +1 hanno accettato di abolire le principali restrizioni sulle esportazioni iraniane di petrolio, le cosiddette sanzioni “dell’Unione europea e degli  Stati Uniti sui servizi associati di trasporto e assicurazione” . Inoltre, hanno accettato di sbloccare “un importo concordato” di beni iraniani all’estero.

2-      I 5 +1 rimuoveranno il divieto relativo al trasferimento di oro e metalli preziosi, imposto dagli Stati Uniti a febbraio. Così, L’Iran potrà nuovamente vendere gas naturale e petrolio in cambio di oro e metalli preziosi.

3-      I 5 +1 aboliranno le sanzioni sul petrolchimico e sul settore automobilistico dell’Iran.

4-      I 5 +1 rimuoveranno le restrizioni alla fornitura di pezzi di ricambio per aerei civili.

5-      I 5 +1 si impegnano a creare un canale finanziario per facilitare lo scambio di generi umanitari (prodotti alimentari, agricoli, prodotti e dispositivi medici) con proventi petroliferi iraniani bloccati all’estero.

Entro un anno

Le parti si impegnano a disporre  un programma di arricchimento concordato: sui limiti, sui livelli e sui luoghi in cui tale arricchimento sarà effettuato e sulla gestione delle scorte di uranio arricchito. Un riconoscimento, de facto, del diritto di arricchimento.

L’Iran dovrà ratificare i protocolli aggiuntivi al trattato di non proliferazione.

In cambio, saranno revocate tutte le sanzioni.

Ed ecco la chiosa:

Il programma nucleare iraniano sarà trattato allo stesso modo di quello di qualsiasi Stato non dotato di armi nucleari al TNP [Trattato di non proliferazione].

Lo storico tweet di Zarif

 

 Per consultare il testo integrale (in inglese) dell’accordo: http://bit.ly/17GUSFR