Chi è Javad Zarif

Chissà se il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif è scaramantico. Nel caso, avrà sicuramente fatto gli scongiuri quando il quotidiano Aftab-e Yazd lo ha paragonato ad Amir Kabir, storico primo ministro sotto lo scià Nasser al-Din Shah nel XIX secolo. Amir Kabir è una figura fondamentale della Storia contemporanea iraniana: mise fine alle guerra con l’Impero Ottomano, fondò il primo quotidiano iraniano e sotto di lui venne aperta la prima Università del Paese. Ancora oggi il Politecnico di Teheran porta il suo nome.

Una figura più che positiva, dunque, quasi leggendaria. Che però ad un certo punto cadde in disgrazia – forse per una storia di gelosia, più probabilmente perché stava minacciando gli interessi della famiglia reale – e venne prima mandato in esilio a Kashan e poi ucciso. Al turista in visita ai Giardini di Fin, viene sempre mostrato l’hammam in cui Amir Kabir venne raggiunto dal sicario dello scià, con tanto di statue raffiguranti i protagonisti del “fattaccio”. Un angolo di “cronaca nera” in un giardino bellissimo, quasi incantato. D’altra parte, Kashan è la città delle rose, ma anche degli scorpioni.

Nobel oblige

Senza ombra di dubbio, oggi Zarif è il politico più popolare in Iran. Potrebbe persino essere il secondo cittadino della Repubblica Islamica ad ottenere il premio Nobel per la pace, dopo quello assegnato a Shirin Ebadi nel 2003. Ma mentre quello fu un riconoscimento in un certo senso “contro la Repubblica Islamica”, assegnato per l’impegno per i diritti umani nel suo Paese, questo sarebbe il primo assegnato a un ministro, a un esponente del governo di Teheran.

Premio Nobel o meno, di certo il volto di Zarif è divenuto molto popolare negli ultimi due anni, da quando il presidente Rouhani lo scelse per la delicatissima poltrona degli Esteri.

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Aftab-e Yazd tola: L’Iran domani. e ritrae Zarif come nuovo Amir Kabir

 

Si trattava del dicastero più importante, perché Rouhani aveva fatto del negoziato con la comunità internazionale il punto centrale del proprio mandato. In Iran, è bene ricordarlo, il presidente viene eletto dal popolo, ma i singoli ministri da lui scelti devono avere la fiducia del parlamento. Su Zarif ci fu un consenso molto vasto: 232 voti su 290.

 

Una forza gentile

Zarif era una figura ben nota negli ambienti diplomatici. Classe 1960, figlio di un’influente famiglia di bazari di Teheran, all’età di 17 anni si è trasferito negli Stati Uniti, in California, dove ha studiato e vissuto fino al conseguimento della laurea in Studi internazionali. Successivamente si è specializzato a Denver. Grazie al suo inglese fluente, nel 1982 (a soli 22 anni e senza alcuna esperienza diplomatica) entra nella delegazione iraniana alle Nazioni Unite, a New York. La sua presenza si rivela preziosa durante le trattative per la liberazione degli americani sequestrati in Libano dalle milizie filo iraniane.

E’ l’inizio di una carriera molto rapida, che lo porta a ricoprire il ruolo di ambasciatore presso l’Onu dal 2002 al 2007 . In questo periodo stabilisce rapporti stretti con personaggi politica americani, quali gli allora senatori Joseph Biden (attuale vice di Obama) e Chuck Hagel.

Dopo il 2007 si dedica soprattutto all’insegnamento e all’attività di conferenziere. Il ritorno sulla scena politica avviene con l’elezione di Rouhani. E’ una partenza accelerata: appena dieci giorni dopo il suo insediamento, riceve in vista il sultano dell’Oman Qaboos bin Said Al Said, da molti indicato come il grande intermediario tra Stati Uniti e Iran.

Nei due anni di trattativa, Zarif è divenuto un personaggio mondiale. L’uso dei social media (il suo account Twitter è il solo “verificato” tra quelli dei politici iraniani), le conferenze stampa vissute sempre col sorriso, l’inglese fluente: un altro stile rispetto ai suoi diretti predecessori Manouchehr Mottaki prima e lo stesso Ali Akbar Salehi poi (quest’ultimo comunque protagonista del negoziato in qualità di Direttore dell’Organizzazione Iraniana per l’Energia Atomica.

 

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Ebtekar stabilisce un parallelo tra Mossadeq e Zarif: “L’inizio dell’era iraniana”

Per Ebtekar il parallelo, espresso tramite fotomontaggio, è con Mossadeq, il primo ministro che osò sfidare le multinazionali occidentali nazionalizzando il petrolio e venne per questo fatto fuori da un golpe della CIA nel 1953.

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Un altro quotidiano, Ghanoon, paragona Zarif alla figura mitologica di Arash Kmangir, Arash l’arciere. Per la giornalista Maryam Ghorbanifar, “così come l’arciere Arash fu in grado, in una disputa, di creare i confini dell’Iran con una freccia che volò dall’alba al tramonto”, Zarif ha disegnato i nuovi confini nazionali. “Questa volta, invece di un arco e freccia, sono state usate penne, quaderni, iPad e tablet,” e invece di “confini geografici”, la disputa è sui “confini degli interessi nazionali”.

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Shargh: “Una vittoria senza guerra”

Ma non sono stati solo sorrisi: quando è stato necessario, Zarif ha usato anche toni duri. Quando Federica Mogherini ha minacciato di far saltare il tavolo delle trattative, Zarif ha risposto con una frase divenuta presto un hashtag: “Mai minacciare un iraniano”.

Più che orgoglio nazionale, si tratta di elevata considerazione di sé come popolo, come Storia. Spesso, a chi si confronta con gli iraniani, manca la dovuta coscienza di questo elemento. A un metro dal traguardo, Zarif ha dovuto tenere duro e usare il bastone. Non era solo il rispetto delle linee rosse indicate dalla Guida Khamenei; in gioco c’era il sentimento nazionale, la stima del proprio popolo.

 

Oggi si parla di Zarif come dell’uomo politico più popolare in Iran. Qualcuno si sbilancia e lo vede addirittura come futuro presidente della Repubblica. Personalmente credo sia un azzardo: abilità diplomatica, esperienza internazionale e comunicativa sono indubbiamente doti importanti. Ma forse Zarif sarebbe un personaggio poco “interno” per ricoprire il ruolo governativo più alto. Anche perché i momenti di gloria non durano mai in eterno. Il credito politico acquisito dal governo Rouhani con questo accordo va ora speso per portare benefici effettivi alla maggioranza degli iraniani. Gli avversari interni non sono svaniti all’improvviso e possono presto tornare più forti di prima.

La storia di Amir Kabir insegna.

 

Mossadeq, ascesa e caduta

Mohammad Mossadeq

Nel 1951 l’Assemblea nazionale approva un disegno di legge per la nazionalizzazione di tutti gli impianti petroliferi operanti nel Paese. Il governo del primo ministro Hasain Ala, contrario, viene fatto cadere, e si costituisce un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq. Il nuovo governo avalla la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si apre così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimette, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore, costringe lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali.

Mossadeq, ascesa e caduta

Gli Usa tentano di mediare il contenzioso Gran Bretagna – Iran sul petrolio. La trattativa fallisce e nell’ottobre 1952 si arriva alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià è contrario all’intransigenza di Mossadeq sulla questione petrolifera e lo rimuove dalla carica. Ma Mossadeq si rifiuta di dimettersi e i suoi sostenitori danno vita a violente manifestazioni, che spingono lo scià a rifugiarsi a Roma. Dopo tre giorni di scontri, l’esercito riprende il controllo di Teheran. Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vengono arrestati. Lo scià torna in patria e mette al governo il generale Fazullah Zahedi. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. Riprendono le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.

Chi era Mossadeq 

La settimana INCOM del 28 agosto 1953

Chi era Khomeini

Era il 4 giugno 1989, lo stesso giorno del massacro di Tien An Men. A Teheran si consumava quello che molti definirono l’ultimo atto della rivoluzione iraniana. La morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, è l’atto conclusivo di un processo rivoluzionario iniziato dieci anni prima, culminato con la cacciata dello scià Reza Pahlevi e la proclamazione della repubblica. I funerali di Khomeini, a cui partecipano almeno tre milioni di persone, sono l’ultimo grande evento di massa, l’ultimo grande atto della rivoluzione. Parafrasando Enrico Berlinguer, potremmo dire che quel giorno la rivoluzione iraniana “esaurisce la sua spinta propulsiva”. E il Paese entra in una fase storica diversa. La Storia si diverte a volte a giocare con i numeri: nel 1979 la rivoluzione, nel 1989 la morte di Khoemeini, nel 1999 la rivolta degli studenti, nel 2009 l’apertura di Obama e le elezioni presidenziali quanto mai importanti. Ma chi era Khomeini? Che importanza ha nella storia dell’Iran e del Medio Oriente? Qual è stato il suo contributo al pensiero politico islamico?

 

 Che rivoluzione è stata?

 A pensarci bene, quella iraniana è una rivoluzione ben strana, avvenuta contro l’apparente logica politica, come la rivoluzione comunista. Marx l’aveva profetizzata per i Paesi industrializzati, come Germania e Inghilterra, e invece si realizzò in Russia e in Cina, economicamente sottosviluppate. Lo stesso paradosso l’ha fatto registrare la rivoluzione islamica, la quale è avvenuta in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. Proprio nell’Iran, dove la tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica. La teologia sciita afferma, già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. Sono tanti gli ayatollah che prendono le distanze da lui e lo criticano anche aspramente. Tra questi, Al Sistani, oggi punto di riferimento per milioni di sciiti iracheni. Non a caso Renzo Guolo definisce quella iraniana una “rivoluzione contro la tradizione religiosa”, che si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

L’impasto ideologico

Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), attraverso diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato La tutela del giureconsulto: il governo islamico.

I suoi discorsi – registrati su audiocassette – entrano clandestinamente in Iran e infiammano l’opposizione islamica. Sono tanti gli iraniani che si radunano in montagna, lontano degli occhi e dalle orecchie della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, per ascoltare i suoi sermoni. Ma in molti credono che Khomeini avrà un ruolo marginale: una volta caduto lo scià, si ritirerà a vita privata, avrà un ruolo meramente religioso. Che le cose sarebbero andate diversamente lo si capisce un po’ alla volta. Certi atteggiamenti lasciano comunque il segno.

L’1 febbraio 1979, sull’aereo che lo riporta in Iran dopo 15 anni di esilio impostogli dallo scià, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria. “Hich”, “Niente”, è la glaciale risposta. È il destino di Dio che si compie, non c’è nessuno spazio per i sentimenti dei singoli, sembra voler dire. Sta di fatto che non pochi iraniani rimangono sbalorditi da quella battuta. E anche un po’ offesi. Un’amica, poco più che bambina nel 1979, ricorda ancora oggi: “La gente era morta nelle strade inneggiando a lui, all’aeroporto di Merabad lo aspettavano 4 milioni di persone. E quando gli chiedono cosa prova, lui risponde “niente”! Chissà, forse avremmo dovuto capire allora come sarebbe andato tutto quanto”. Quello stesso giorno Khomeini si reca in visita al cimitero di Beheshte Zahra e promette: “Man tu dahan-e in dolat mizanam (Io prendo a schiaffi questo governo)”.

E poi annuncia:

“Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità! “.

 

Slogan e obiettivi

“Ashura è sempre. Kerbala è ovunque”, amava ripetere Khomeini. Ashura e Kerbala, il tempo e il luogo del martirio dell’imam Hussein, figura chiave dello sciismo. Come dire: per il martirio è sempre il momento giusto. Ma la frase non è sua. Il fondatore della Repubblica islamica riprese una massima di Ali Shariati, filosofo iraniano poco conosciuto in Occidente. Avversario dello scià, formatosi nella Parigi del secondo dopoguerra, Shariati vedeva nello sciismo un movimento rivoluzionario marxista e terzomondista. Alcuni studiosi hanno accostato il suo “sciismo rosso” (che lui stesso distingueva dallo “sciismo nero” dei Safavidi) alla teologia della liberazione che proprio in quegli anni agitava il mondo cattolico. Shariati muore nel 1977, probabilmente ucciso dai sicari dello scià, e non fa in tempo a vedere la rivoluzione iraniana. Ma Khomeini attingerà a piene mani dal suo bagaglio ideologico, conquistandosi – almeno all’inizio – le simpatie della sinistra di tutto il mondo. I primi discorsi di Khomeini da leader della rivoluzione sono prettamente politici, non religiosi. Parla dei bisogni materiali del popolo, promette di dare l’acqua e la luce gratis a tutti. I suoi toni diverranno apocalittici soltanto dopo, nei terribili anni della guerra contro l’Iraq. Allora arriverà a dire che “la rivoluzione non è stata fatta certo per abbassare il prezzo dei pomodori “, ma per redimere il mondo. Visioni profetiche e questioni profane: va tenuto presente che il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il leader

Khomeini è stato senza dubbio un comunicatore abilissimo. La tv iraniana manda ancora oggi in onda i suoi lunghissimi discorsi, intervallati da pause lunghissime e cariche di tensione. Dopo di lui la Repubblica islamica non è stata più la stessa cosa anche perché non c’è stato un leader altrettanto abile e carismatico. Sotto la sua influenza si è formato un’intera generazione di pasdaran, di “uomini nuovi”, fedeli alla Repubblica islamica più che alla famiglia di origine. Quella generazione ha oggi cinquant’anni e con Ahmadinejad ha conquistato i vertici del potere politico per la prima volta. Ma è una generazione orfana, senza un vero capo e quindi destinata a combattersi e a dividersi. Anche perché il mondo intorno non è più quello dell’epoca di Khomeini. Che – a suo modo – aveva previsto il grande cambiamento. L’ 1 gennaio 1989, pochi mesi prima di morire, scrive una lettera al segretario del Partito comunista sovietico Mikhail Gorbaciov in cui annuncia l’imminente crollo del comunismo e l’ascesa dell’Islam come pensiero politico negli anni Novanta. Se da leader Khomeini è apocalittico, da uomo politico è molto più pragmatico. Tuona contro Israele, ma durante la guerra con l’Iraq accetta volentieri la collaborazione di Tel Aviv. Che fornisce armi, informazioni e assistenza tecnica (circa 1.300 consiglieri).

 L’eredità

Cosa rimane di Khomeini? Chi arriva oggi a Teheran sbarca nel grande e modernissimo aeroporto a lui intitolato e vede ovunque sue immagini, negli uffici, nei murales. Ma quello che è avvenuto in Iran dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute all’esterno. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.

Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni ed è quindi nato dopo la Rivoluzione. Khomeini è un’icona da celebrare in pubblico o disprezzare in privato. La Repubblica islamica sopravvive da vent’anni al suo fondatore e per il momento non si intuiscono trasformazioni profonde e immediate. Khomeini è senza dubbio una figura tragica e forse sottovalutata a livello storico. Capace di crimini terribili e di intuizioni politiche notevole. Riflettere su Khomeini può essere utile per cercare di capire l’Iran e il ruolo che ha e avrà nel quadro geopolitico e culturale dei prossimi anni.

Cuore di Tenebra, trasmissione di Radio 3. Puntata del 21 maggio 2011 dedicata alla figura di Khomeini.  Antonella Ferrera ricostruisce la vita del fondatore della Repubblica islamica iraniana, anche attraverso un’intervista ad Antonello Sacchetti divisa in più parti.

Per ascoltare la puntata: Radio3 – Cuore di tenebra

Chi è Ezzatollah Zarghami

Chi sfiderà Hassan Rouhani alle presidenziali di maggio? Tra i conservatori, oltre ai soliti noti – come il sindaco di Teheran Qalibaf  e l’ex negoziatore sul nucleare Jalili (entrambi sconfitti dal presidente in carica nel 2013) – nelle ultime settimane si vocifera di una eventuale candidatura dell’ex direttore della radio tv iraniana (Irib) Ezattolah Zarghami.

Gli anni alla direzione della IRIB

Personaggio non famoso all’estero ma molto noto (e discusso) in patria, è stato a capo della TV di Stato dal giugno 2004 al novembre 2014.  Designato – come prevede la Costituzione della Repubblica islamica – dalla Guida Khamenei, Zarghami ha svolto il suo ruolo in modo molto “politico”, con risultati piuttosto controversi.  Da un lato, ha ampliato lo spettro dell’offerta dell’IRIB, aprendo nuovi canali radiofonici e televisivi, come la Press Tv (in lingua inglese), la Hispan TV (in spagnolo) e la stessa Radio Irib Italia, cercando di raggiungere una platea internazionale con contenuti però molto “ingessati” nella retorica della comunicazione istituzionale.

Questa ha fatto sì che un numero crescente di telespettatori abbia col tempo optato per canali satellitari ufficialmente illegali, trasmessi in genere (in lingua persiana) dagli Usa o dal Regno Unito. Molti iraniani hanno finito per abbandonare i canali di Stato non solo per via dei filtri imposti dalla censura, ma anche per la scarsa qualità dei palinsesti in termini di intrattenimento e informazione.

L’attuale presidente Hassan Rouhani, poco dopo essere stato eletto, nel giugno 2013, rilascia un’intervista alla rivista Chelcheragh in cui critica senza mezzi termini le scelte editoriali dell’IRIB:

Una parte considerevole della nostra popolazione giovanile boicotta l’IRIB perché non la ritiene onesta e morale. I media devono affrontare i bisogni della gente e uno dei loro bisogni più importanti è quello di avere accesso a notizie e informazioni trasparenti. Quando c’è più copertura deli affari esteri che degli affari interni, quando c’è un programma che racconta la nascita di un panda in uno zoo in Cina, ma non parla dei lavoratori che protestano contro i ritardi di pagamento degli stipendi, è naturale che le persone abbiano un’opinione negativa dell’IRIB.

 

Gli anni della gioventù e della guerra

Ingegnere civile con un master in management industriale, Zarghami ha un curriculum da rivoluzionario della prima ora. Da giovane è uno degli “Studenti musulmani seguaci della linea dell’Imam”, il gruppo protagonista dell’occupazione dell’Ambasciata Usa a Teheran. Allo scoppio della Guerra con l’Iraq Zarghami entra nei pasdaran e combatte al fronte., svolgendo un ruolo di rilievo anche nell’industria militare. A conflitto terminato, lavora nel Ministero della Cultura e della Guida islamica. La sua carriera politica prosegue poi come vice ministro della Difesa, fino ad approdare all’IRIB.

Nella lista nera dell’Ue

Il 24 marzo del 2012, l’Unione europea inserisce Zarghami tra le persone soggette a sanzioni internazionali. Secondo l’Ue, infatti, in qualità di direttore dell’IRIB, avrebbe mandato in onda confessioni estorte con la forza ai detenuti in una serie di “processi show” – a carico di persone arrestate a seguito delle manifestazioni dell’Onda Verde – trasmessi tra l’agosto del 2009 e il dicembre del 2011.  Il tutto, sottolinea l’Ue, in diretta violazione delle leggi internazionali che tutelano i diritti delle persone sotto processo

 

Un futuro politico?

Terminata l’esperienza dell’IRIB, Zarghami non ha avuto altri incarichi politici e si è ritaglaito un ruolo da battitore libero nella scena pubblica iraniana, con una presenza costante sui social media e su Instagram in particolare. In un’intervista all’Agenzia Tasnim, il 4 ottobre 2016 ha negato di volersi candidare alle elezioni del 2017, precisando di volersi dedicare piuttosto al consolidamento delle “forze rivoluzionarie”.  Affermazioni tipiche di chi è invece pronto a scendere in campo con una candidatura.

L’agenzia Nasim, vicina ai conservatori, lodando le sue capacità manageriali, lo ha definito il “fuoco sotto la cenere” della lotta dei conservatori contro Rouhani. Così come altre testate giornalistiche hanno cominciato a citarlo come uno dei papabili del fronte opposto al presidente in carica. La tesi di fondo è: Zarghami è un candidato spendibile, ma con poche possibilità di essere eletto presidente.

La sua appartenenza al fronte principalista è chiara, ma è stato sempre considerato un manager e un uomo di comunicazione, non un politico vero e proprio. Ma vista la tendenza globale, chissà che anche la politica iraniana non scelga una soluzione “non convenzionale”.

 

 

 

In un post su Instagram Zarghami paragona i vigili del fuoco caduti nella tragedia del Plasco ai martiri della Guerra con l’Iraq

Le critiche a Rouhani, su Trump

Con un tweet, lo scorso 29 gennaio Zarghami ha chiesto a Rouhani di intervenire affinché Donald Trump smettesse di mancare di rispetto agli iraniani. A suo giudizio, il presidente iraniano avrebbe una linea troppo ironica nei confronti della nuova amministrazione Usa. Rouhani aveva infatti dichiarato che questo “non è il momento di costruire muri tra le nazioni. Hanno forse dimenticato che il Muro di Berlino è crollato anni fa?”

Il tweet di Zarghami è sembrato molto strategico, perché interviene sul tema dei rapporti tra Iran e Usa che sarà certamente uno degli argomenti calda della campagna elettorale. Campagna che settimana dopo settimana, comincia a delinearsi all’orizzonte.

 

 

Una donna presidente?

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran? Fermi tutti: è una battuta o un’ipotesi politica? Andiamo con ordine: in Iran una donna può essere eletta presidente?

Teoricamente non esiste una norma, nella Costituzione iraniana, che proibisca a una donna di candidarsi. Nel testo si usa infatti la parola rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. In persiano, come noto, le parole non hanno genere.

Finora, comunque, il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso una candidata donna.

Da qualche giorno circola la voce secondo la quale lo schieramento conservatore sarebbe pronto a puntare su una candidata per sfidare il presidente in carica Hassan Rouhani alle elezioni di maggio. La prescelta sarebbe Marzieh Vahid-Dastjerdi, già ministro della Sanità nel secondo governo di Mahmud Ahmadinejad. 

Parlamentare conservatrice dal 1991 al 1999, Vahid-Dastjerdi è stata infatti nominata portavoce del Fronte Popolare delle Forze Rivoluzionarie, un primo tentativo di coalizione tra le figure più importanti tra i cosiddetti principalisti.

L’imperativo, per i conservatori, è non ripetere l’errore strategico del 2013, quando si presentarono divisi e spianarono la strada a Rouhani. Dato che pare scontato che il voto di riformisti e moderati confluirà sul presidente in carica, per il fronte opposto è fondamentale non disperdere i consensi.

La mossa del cavallo

Puntare su una donna sarebbe una mossa per molti versi davvero innovativa per la politica iraniana. Non deve stupire più di tanto il fatto che siano i conservatori a ipotizzare questa soluzione: nel 2009 lo stesso Ahmadinejad arrivò a includere tre donne nella sua lista dei ministri. Fu poi il parlamento (in Iran la fiducia viene accordata ai singoli ministri) a bocciarne due e a dare via libera alla sola Marzieh Vahid-Dastjerdi. Che, va detto, non portò a termine il proprio mandato, dimettendosi alla fine del 2012 per contrasti con lo stesso Ahmadinejad, dovuti probabilmente alla sua vicinanza ai fratelli Larijani (Bagher era suo viceministro), all’epoca in rotta di collisione col presidente in carica.

Ma una mossa del genere catturerebbe consensi nel campo avverso? In un’intervista al quotidiano Shargh, la parlamentare riformista Parvaneh Salahshoori si è detta contenta di un’eventuale candidatura di Vahid-Dastjerdi, definendola una “politica competente anche se priva del necessario carisma per essere presidente”.  E ha sottolineato che – anche qualora questa candidatura ricevesse il via libera dal Consiglio dei Guardiani –  “i riformisti non avrebbero comunque alcun motivo per sostenere un candidato che non sia Rouhani”.

 

Chi è Marzieh Vahid-Dastjerdi

Classe 1959, Marzieh Vahid-Dastjerdi è figlia di un ex presidente della Mezza Luna Rossa iraniana. Ostetrica, ha insegnato all’Università di Teheran per tredici anni, prima di essere eletta in parlamento la prima volta, nel 1993. Nel 2009 diventa la prima donna ministro della Repubblica islamica (la terza in assoluto nella storia dell’Iran).

A gennaio 2017 il suo nome comincia a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti Rouhani. Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana. C’è chi parla anche di una possibile riforma costituzionale che riveda in modo profondo il ruolo stesso del presidente della Repubblica, diminuendone poteri e visbilità a favore della Guida che verrà dopo Khamenei. Forse sono soltanto ipotesi, ma, di certo, la scomparsa di un pezzo da novanta come Rafsanjani e la scelta di una donna come possibile candidato dei conservatori sono due elementi che rimescolano le carte in modo imprevedibile a pochi mesi dalle presidenziali.

 

Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

Chi è Qalibaf

Chissà se prima o poi avrà anche un lui un ruolo da protagonista assoluto o sarà sempre un outsider. Mohammad Baqer Qalibaf (محمدباقر قالیباف‎‎), classe 1961, attuale sindaco di Teheran, è da almeno una decina d’anni sempre sul punto di “spiccare il volo”. Candidato presidente in due tornate, nel 2005 e nel 2013, ne è sempre uscito a mani vuote. Il suo cognome in persiano vuol dire “tessitore di tappeti”.

Prima delle elezioni del 2009, in Iran e soprattutto a Teheran, se ne parlava come del presidente in pectore, pronto a rimpiazzare Mahmud Ahmadinejad dopo il primo mandato. E invece a quelle elezioni Qalibaf nemmeno si presentò.

Personaggio piuttosto curioso, per i canoni della politica iraniana. Appartiene alla “famiglia principalista”, ma è un conservatore atipico, sia nei comportamenti sia in alcune scelte politiche.

Un giovane comandante

Qalibaf, come molti altri suoi coetanei, partecipa in prima linea alla “guerra imposta”, la lunga guerra di difesa nazionale contro l’Iraq (1980-88). A soli 19 anni diventa comandante delle truppe Imam Reza e successivamente ricopre altre importanti funzioni militari.  Uno storico arriva a definirlo il “Bonaparte della rivoluzione islamica”.

Quando la guerra finisce, diventa direttore della Khatam al-Anbia, una importante società ingegneristica controllata dai pasdaran. E’ nella galassia dei Guardiani della Rivoluzione che si compie la sua scalata al successo. Nel 1996 viene nominato comandante delle Forze Aeree dei Pasdaran. Nel frattempo, consegue una laurea in geografia politica e avvia una carriera accademica presso l’Università di Teheran.

I ragazzi del ’99

Il 1999 – in piena era Khatami – gli studenti danno vita a un ampio movimento che chiede una riforma sostanziale dell’assetto della Repubblica islamica. Le manifestazioni sono represse con la violenza da parte di basiji e pasdaran. Qalibaf è uno dei 24 comandanti dei Pasdaran che scrivono una lettera a Khatami, minacciando di “prendere in mano la situazione” qualora le manifestazioni studentesche continuassero. Una chiara intimidazione al presidente riformista che, infatti, non appoggiò gli studenti. I disordini del 1999 portano alla rimozione del comandante della polizia Hedayat Lotfian. Al suo posto subentra proprio Qalibaf, che anni dopo dichiarerà pubblicamente di aver preferito il dialogo alla repressione.

Andai alla riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale e tutti – compreso Hassan Rohani – mi chiedevano di sparare agli studenti. Io mi opposi. Diedi invece il permesso di organizzare le manifestazioni, purché all’interno dell’università.

Le elezioni del 2005

Nel 2005 si dimette dai suoi incarichi militari e si candida alle elezioni presidenziali che sanciranno la vittoria di Ahmadinejad al ballottaggio contro Rafsanjani. al primo turno- contrassegnato da una forte dispersione del voto – Qalibaf ottiene il 13,93%. la sua è una campagna elettorale innovativa, in cui per la prima volta un candidato investe molto in spot televisivi. Qalibaf si propone come un decisionista e un innovatore, alla guida di un aereo, quasi sempre sorridente. L’elettorato non lo premia, ma ottiene presto un incarico politico importante, con l’elezione a sindaco di Teheran nel settembre dello stesso anno, carica che conserva ininterrottamente da allora.

 

Il sindaco

Al governo della capitale iraniana, Qalibaf avvia un processo di modernizzazione della megalopoli iraniana: lavori pubblici e attenzione alle tematiche dell’ambiente. Il ruolo di primo cittadino gli serve comunque come trampolino per la politica nazionale. Non mancano anche prese di posizione forti. Nel 2008 – nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali Usa – sostiene la necessità di una dialogo con gli Stati Uniti, perché gioverebbe “alla comunità internazionale, alla società iraniana e a quella statunitense”.

Alcuni conservatori lo bollano come “amico di Benetton”. E’ infatti in questo periodo che il marchio italiano apre i primi negozi nella capitale iraniana e in molti parlano di un’amicizia di interesse tra il sindaco e l’imprenditore italiano.

Qalibaf e Soleimani

Qalibaf con Soleimani, comandante dell’Armata Qods

 

Le elezioni del 2013

Nel 2013 si ricandida per le presidenziali. Il suo slogan è:  “Cambiamento, vita, popolo. Un glorioso Iran”.  Con Ali Akbar Velayati e Gholam-Ali Haddad-Adel, forma la cosiddetta coalizione “2+1”. anche lo speaker del parlamento Ali Larijani appoggia la sua candidatura, ma sconta la divisione del fronte conservatore. Ottiene oltre 6 milioni di voti pari al 16.55% e si piazza al secondo posto, comunque lontanissimo dal vincitore Hassan Rohani (50,88%).

A settembre 2013 il consiglio comunale di Teheran lo rielegge per la terza volta sindaco, battendo per 16 voti a 14 Mohsen Hashemi Rafsanjani, uno dei figli dell’eterno kuseh Ali Akbar.

La carica dura fino al 2017, anno delle prossime presidenziali. In molti scommettono che Qalibaf ci riproverà. Vero o no, sembra comunque che avremo modo di parlare ancora a lungo di lui.

Chi è Qasem Soleimani

Qassim Suleimani

I miei interlocutori iraniani in Afghanistan aggiornavano il ministro degli Esteri su quanto accadeva, ma in ultima analisi, era il generale Soleimani a decidere. 

Sono parole di Ryan Crocker, ex ambasciatore statunitense in Afghanistan. Ma chi è Qasem Soleimani? Si sa che è il comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine. Pochissime foto in circolazione, scarse le citazioni nelle cronache dal Medio Oriente. Da qualche giorno il suo nome fa capolino negli articoli dei media occidentali sulla crisi scatenata dall’avanzata dell’ISIS in Iraq. Sarebbe lui l’uomo forte di Teheran sul territorio iracheno, lui l’unico in grado di gestire una crisi così delicata.

Ma è inutile chiedere conferme ai diplomatici iraniani: nessuno ufficialmente sa dove sia Soleimani. Un’ombra tra Damasco, Baghdad e Teheran, ovunque e da nessuna parte.

L’ex generale delle forze Usa in Iraq David Petraeus lo ha definito una volta “il male in persona”. Lo stesso Soleimani, nel 2007, durante una delle fasi di crisi più acuta tra forze Usa e milizie sciite irachene, gli avrebbe mandato un SMS rivendicando il proprio ruolo di rappresentante politico iraniano in Iraq, Afghanistan, Libano e Gaza.

Vero o falso? Su personaggi simili circolano spesso storie fantasiose, al limite della leggenda. Di Soleimani si sa che ha 57 anni e viene da una famiglia contadina della provincia di Kerman.

La sua formazione politico-militare avviene negli otto lunghi anni della “guerra imposta” contro l’Iraq. Prima ha il compito di portare l’acqua ai compagni nelle trincee, poi viene impiegato in missioni dietro le linee nemiche.

Su Wikipedia (italiano) esiste una sua breve ma dettagliata biografia.

strange bedfellows

All’inizio del 2015 Soleimani comincia a conoscere un’improvvisa popolarità. I media di tutto il mondo si interessano di lui e si comincia a parlare di una sua candidatura alle presidenziali del 2017. Sarebbe lui il nuovo “uomo forte”, un leader assolutamente fedele alla Guida e in grado di incarnare i valori della Repubblica Islamica. Alle elezioni manca ancora molto tempo, ma intanto il personaggio è uscito dall’ombra e continua a far parlare di sé.

Chi è Babak Zanjani

Babak Zanjani

Chi è Babak Zanjani, il miliardario iraniano condannato a morte il 5 marzo 2016 per corruzione?

Lui ama definirsi un basij economico, a rimarcare la sua totale fedeltà alla Repubblica islamica. Di sicuro è un uomo ricchissimo, forse il più ricco in Iran, dato che il suo patrimonio ammonta a  circa 14 miliardi dollari. Fondatore e CEO della Sorinet Group, un impero di 65 aziende dei settori più diversi: dalla finanza ai prodotti cosmetici, dal turismo ai trasporti, dalle costruzioni al cinema. È inoltre proprietario di squadra di calcio di Teheran, impegnata nella massima divisione iraniana, il Rah Ahan, dal luglio 2013 rinominata Rah Ahan Sorinet Football Club. Le sue imprese operano in Iran , Turchia, Emirati Arabi Uniti , Malesia e Tagikistan. Zanjani è anche titolare o azionista di una settantina di istituti di credito in Iran e in altri Paesi.

Avrebbe cominciato come venditore di pelli di pecora negli anni Ottanta e avrebbe accumulato una vera fortuna in Turchia, dove è stato accusato di in un altro clamoroso scandalo di corruzione.

Babak Morteza Zanjani (classe 1974, ma fonti Usa sostengono sia nato nel 1971) era poco noto all’infuori dell’Iran fino al 2012, quando Usa e Ue lo accusarono di eludere  le sanzioni internazionali muovendo miliardi di dollari per conto della autorità di Teheran. Lui stesso, in alcune recenti interviste, ha ammesso di aver collaborato con la Banca Centrale dell’Iran per portare in patria i proventi dell’export petrolifero bloccati dalle sanzioni.

Il 30 dicembre 2013 Zanjani – che risiede principalmente a Dubai e in Turchia –  è stato arrestato a Teheran con l’accusa di aver incassato dalla vendita di petrolio 3 miliardi di dollari destinati alle casse statali.

[youtube]http://youtu.be/16OThKqaiQc[/youtube]

Le sanzioni economiche legate alla questione nucleare, sono state un’autentica fortuna per personaggi come Zanjani. Lui stesso, in un’intervista all’agenzia IRNA, ha spiegato che si è servito di una rete di 64 compagnie tra Dubai, Turchia e Malesia per vendere milioni di barili di petrolio, portando 17,5 miliardi di dollari al Ministero del Petrolio, ai Pasdaran e alla Banca centrale iraniana.

In un’altra intervista pubblicata sul settimanale riformista Aseman (Cielo) nel settembre 2013, lui stesso spiega:

La banca centrale era a corto di soldi. Nel 2010 mi hanno chiesto di portare i soldi del petrolio in Iran in modo che il sistema li potesse utilizzare. Ed è quello che ho fatto.

Zanjani è stato spesso accostato all’ex presidente Mahmud Ahmadinejad. Nel febbraio 2013 un articolo su Baztab era accusato di riciclaggio di denaro e di essere uno degli “sponsor mafiosi di Ahmadinejad”.

 

Il giorno prima dell’arresto di Zanjani, il presidente Rouhani aveva annunciato di voler combattere la corruzione finanziaria e in particolare

le figure privilegiate che hanno tratto vantaggio dalle sanzioni economiche.

 

Chi è Hassan Rouhani

Hassan Rowhani

Alle elezioni presidenziali (14 giugno) mancano ancora troppi mesi per azzardare previsioni. Personalmente, ritengo che il voto sarà un passaggio importante ma non fondamentale per il futuro immediato della Repubblica islamica.

Difficilmente assisteremo a un evento così “pesante” come le elezioni del 2009. Non ci sono ancora candidati ufficiali (se ne parlerà a un mese dal voto), ma circolano dei nomi e negli ultimi giorni i media iraniani hanno fatto quello di Hassan Rouhani. Il sito Tasnim definisce “sicura” la sua candidatura

Classe 1948, l’Hojjat al-Islam (titolo religioso inferiore a quello di Ayatollah) Rowhani è attualmente membro dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Politico di lungo corso, a livello internazionale è noto soprattutto per essere stato il capo delegazione sul nucleare durante il secondo mandato di Mohammad Khatami.

Fu lui, tra il 2003 e il 2005, a rappresentare l’Iran nei negoziati con Gran Bretgana, Francia e Germania che portarono agli accordi di Sa’dabad (ottobre 2003) e Parigi (novembre 2004), in virtù dei quali l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione (poi sospeso nel gennaio 2006).

Secondo il quotidiano conservatore Entekhab, la candidatura di Rowhani sarebbe gradita sia al Fronte principalista sia a Rafsanjani, personaggio a cui Rowhani è da sempre legato.  Non solo: sul suo nome potrebbero convergere anche i voti dei riformisti che decideranno di recarsi alle urne.

Sulla sua fedeltà al sistema non ci sono dubbi: Rowhani è un rivoluzionario di antica data. Sotto il regime dello Shah venne arrestato varie volte, la prima nel 1964, quando aveva soltanto 16 anni.

Si dice, tra l’altro, che sia stato lui il primo, in un discorso pubblico nell’ottobre 1977, a chiamare l’Ayatollah Khomeini “Imam”, titolo che per secoli non era più stato attribuito a persona vivente perché prerogativa dei dodici imam sciiti.

Rouhani ha avuto ruoli militari di comando durante la guerra con l’Iraq ed è stato parlamentare per cinque mandati consecutivi (1980-2000).

Spesso descritto dagli osservatori internazionali come “moderato” o “conservatore pragmatico”, Rowhani è stato sempre critico nei confronti della politica estera di Ahmadinejad e nelle ultime settimane si è anche espresso su questioni interne, come la disoccupazione giovanile.

 

Chi è Andranik Teymourian

Andranik Teymourian

Pietrangelo Buttafuoco gli dedicò un bellissimo “riempitivo” sul Foglio del 19 ottobre 2012:

 

L’Unione Europea censura le tivù satellitari iraniane e perciò, martedì scorso, alle 18,30 ora italiana, ci siamo dovuti attrezzare con internet e gioire delle gesta di Ando, ovvero Andranik Teymourian, di etnia armena, numero 14 della nazionale di calcio persiana. Ha condotto la partita contro la Corea del Sud con grande baldanza e quando è uscito, al secondo tempo, s’è fatto il segno della Croce salutando il pubblico dello stadio Azadi (“liberà”) di Teheran. E’, infatti, cristiano e le telecamere della televisione di stato della Repubblica islamica hanno indugiato su di lui e sui meritati applausi dell’intero stadio ricordando anche il suo passato ruolo di capitano della squadra. Lui è il Del Piero degli iraniani, applaudito anche dai tifosi delle squadre rivali, ed è amato nella sua nazione anche in ragione del suo patriottismo. In un’intervista concessa al canale Ap-Worldstream ha ricordato un caso inaudito di discriminazione religiosa: quando gli venne impedito di andare a messa. Non in Iran però. E non per mano dei pasdaran. Ma in Germania, messo in stato di fermo dalla polizia.

Questo un anno e mezzo fa. Poi l’Iran si è qualificato per i Mondiali che si stanno disputando in Brasile. Nella prima partita il Team Melli ha strappato un faticoso 0-0 con la Nigeria e  aspetta di incontrare Argentina e Bosnia.

Trentuno anni, centrocampista dell’Esteghlal – una delle squadre di Teheran – è al momento uno dei giocatori più popolari della nazionale iraniana.

Prima della partenza per il Brasile ha partecipato con tutta la squadra a una cerimonia di saluto a Teheran. Come vuole la tradizione prima di un viaggio, anche Ando ha baciato una copia del Corano. L’immagine è circolata molto on line, sebbene non ci sia nulla di stravagante in questa scena.


Teyomurian - Team Melli

 

D’altra parte, lo scorso 18 maggio, nell’amichevole contro la Bielorussia, Teymourian è stato il primo capitano non musulmano della sua nazionale.

 VEDI LA SCHEDA SUL SITO DELLA FIFA WORLD CUP

Chi è Masoumeh Ebtekar

Masoumeh Ebtekar

A vederla di persona, la cosa che colpisce di più è il suo sorriso. Sorride molto, Masoumeh Ebtekar , vicepresidente della Repubblica Islamica di Iran con delega alle politiche ambientali. Sorride ai giornalisti e ai politici italiani che la ricevono in visita ufficiale a Roma, a fine novembre 2014. Tra i vari impegni istituzionali, anche un incontro pubblico presso la SIOI di Roma, condotto dall’ex ambasciatore a Teheran Riccardo Sessa.

Le sopracciglia disegnate, il filo di trucco sul volto incorniciato dal chador nero, l’inglese fluente imparato da ragazza negli anni trascorsi negli Usa: è una presenza gradevole, ma tutt’altro che “lieve”

Classe 1960, la signora Ebtekar è un personaggio tra i più interessanti della politica iraniana e attraverso il suo percorso è possibile ricostruire alcuni passaggi importanti della storia dell’Iran dalla rivoluzione del 1979 ad oggi.

Oggi

La vicepresidente iraniana arriva a Roma all’indomani del nuovo rinvio dell’accordo sul nucleare tra Teheran e gruppo 5+1. La maggior parte delle domande dei cronisti verte proprio sull’infinita querelle atomica e sul ruolo dell’Iran nella lotta contro l’ISIS. Da politica navigata, la Ebtekar non si scompone nemmeno quando si tocca il tema dei diritti umani, della recente esecuzione di Reyhaneh Jabbari o degli attacchi con l’acido alla donne di Esfahan. Articola un ragionamento, cerca di riportare tutte le questioni nel contesto culturale e politico iraniano; magari non convince l’interlocutore, ma sembra sempre controllare perfettamente la situazione.

Quando però si toccano temi come l’ambiente, la crescita sostenibile o lo sviluppo del turismo in Iran, il suo volto si apre in un’espressione di sincero entusiasmo. Invita tutti a visitare il Paese, descrive l’Iran dei giovani e delle nuove realtà sociali ed economiche. Racconta con partecipazione la recente visita a un fabbrica di batterie al litio per automobili elettriche, parla della necessità di ridurre le emissioni di Co2 e di quanto le sanzioni abbiano danneggiato l’ambiente.
Auspica nuovi investimenti dall’estero, dicendosi consapevole che molto dipenderà dall’esito dei negoziati sul nucleare.

Sottolinea l’importanza dell’alleanza tra riformisti e moderati che ha portato – anche grazie al ritiro del candidato riformista Aref – all’elezione di Hassan Rouhani. Traccia anche un parallelo tra Mohammad Khatami – che lanciò il progetto del “Dialogo tra civiltà” proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 – e Rouhani che nel settembre 2013 propose in sede ONU una Coalizione contro gli estremismi (WAVE), appena poche settimane prima che emergesse in tutta la sua gravità il fenomeno (ancora molto misterioso, secondo la Ebtekar) dell’ISIS.

In almeno tre occasioni cita l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, a sottolineare un legame politico ancora molto importante.

Ieri

Questa è cronaca dell’oggi. Ma chi è stata, da dove viene Masoumeh Ebtekar ? Tanto per cominciare il suo nome vero era Niloufar Ebtekar. Nasce nel 1960 in una famiglia medio borghese di Teheran. Trascorre sei anni a Philadelphia, quando suo padre si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti. Tornata in patria, studia nella scuola internazionale di Teheran, poi all’Università sceglie la facoltà di Scienze. Dopo la laurea, nel 1995 ottiene un PHD in immunologia. Gli anni universitari sono quelli della svolta politico-religiosa: Masoumeh diventa una seguace di Ali Shariati , uno dei personaggi che più ha influenzato la generazione che sarà protagonista nella rivoluzione del 1979. 

ebtekar 1979

 Nei 444 giorni della crisi degli ostaggi dell’Ambasciata Usa di Teheran , Ebtekar – proprio in virtù del suo ottimo inglese – è la portavoce degli “Studenti seguaci della linea dell’Imam”. I media americani la chiamano “Sister Mary”. Nel film Argo  il suo personaggio è interpretato da Nikka Far .Nel 2001, con il giornalista Fred A. Reed, ha raccontato la sua versione della crisi nel libro Takeover in Tehran: The Inside Story of the 1979 U.S. Embassy Captur. 

Con la presidenza Khatami (1997) diventa la prima vicepresidente donna della Repubblica islamica e capo della Organizzazione per la protezione ambientale.  Mantiene l’incarico fino al 2005, quando viene eletto presidente Mahmud Ahmadinejad. Dal 2007 al 2013 siede nel consiglio comunale di Teheran, dove si occupa sempre di tematiche ambientali. Con la vittoria di Rouhani (2013), ritorna al ruolo ricoperto con Kahtami. In patria e all’estero è molto apprezzata per il suo impegno a favore delle tematiche ambientali, fino a pochi anni fa poco considerate nella società e nella politica iraniana.

 Il percorso politico della Ebtekar è simile a quello di molti altri protagonisti dell’occupazione dell’ambasciata Usa: finita la prima fase rivoluzionaria, molti di loro hanno abbracciato il riformismo e la linea di Khatami in particolare. Va infatti ricordato che quell’occupazione nacque in risposta al timore di una imminente controrivoluzione guidata dagli Stati Uniti, sul modello dell’Operazione Ajax che nel 1953 aveva portato alla deposizione di Mossadeq .Gli studenti che occuparono l’ambasciata rappresentavano la corrente più “di sinistra” del fronte rivoluzionario: non è dunque strano vedere oggi quei personaggi schierati per una cambiamento della società e della politica iraniana, sempre nella cornice della Repubblica islamica.

Leggi anche

L’intervista di Marina Forti a Masoumeh Ebtekar per Pagina 99: http://www.pagina99.it/blog/7595/Massumeh-Ebtekar–volto-ottimista-della.html

Leggi il blog in inglese di Maosumeh Ebtekar Persian Paradox: http://ebtekarm.blogspot.it/

Il suo account Twitter in inglese è @ebtekarm, quello in persiano @ebtekarm_ir .

Bazargan, il rimpianto

Raramente mi è capitato di ascoltare giudizi così unanimi su un uomo politico del passato. Mehdi Bazargan, primo premier dell’Iran rivoluzionario, suscita ancora oggi parecchi rimpianti in molti iraniani. Recentemente, in una libreria di Teheran, sfogliavo una sua biografia. Un mio amico iraniano ha osservato la foto in copertina e ha sussurato: “Oggi avremmo tanto bisogno di politici così”. In un’intervista di alcuni anni fa, la scrittrice Azar Nafisi ammise: “Subito dopo la rivoluzione eravamo giovani e irruenti. Criticavamo di continuo Bazargan, che invece era un ottimo statista. Fummo davvero stupidi”.

Nato nel 1907 a Teheran da famiglia azera, Bazargan studiò ingegneria all’École Centrale des Arts et Manufactures di Parigi, Bazargan fu il responsabile del primo dipartimento di ingegneria dell’Università di Tehran negli anni 1940. Divenne poi il responsabile della raffineria di Abadan e della NIOC (Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio) quando Mossadeq nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Compan nel 1951.

Dopo il colpo di Stato made in CIA che sancì la fine dell’esperienza di Mossadeq, Bazargan fu tra i fondatori del Movimento di Liberazione dell’Iran, il cui programma ricalcava in parte quello del Fronte nazionale di Mossadeq. La sua attività politica gli procura diversi arresti, nonostante lui non metta in dubbio la legittimità del ruolo dello scià.

Il 16 gennaio 1979 lo scià Reza Pahlevi scappa dall’Iran. Il 5 febbraio Bazargan diviene presidente del governo provvisorio. Musulmano praticante, ma politicamente liberale, Bazargan comincia a entrare in contrasto con Khomeini al momento della stesura del testo costituzionale. Da laico, capisce che l’istituzione dell’Assemblea degli Esperti condiziona l’intero impianto della nuova repubblica.

La rottura con Khomeini avviene con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana. Quando capisce che la Guida sostiene gli studenti che hanno sequestrato il personale diplomatico, Bazargan e il suo governo si dimettono (5 novembre 1979).

Non è però un addio completo alla vita politica: viene infatti eletto nel primo parlamento (majles) della Repubblica islamica e non smetterà di sostenere le proprie ragioni per un’evoluzione democratica del sistema politico iraniano. Nel novembre 1982 scrive infatti una lettera aperta all’allora presidente del parlamento Akbar Hashemi Rafsanjani, in cui accusa esplicitamente il governo di aver creato “un’atmosfera di terrore, paura, vendetta e disgregazione nazionale”.

Nel momento peggiore della repressione e dei processi farsa trasmessi in tv, Bazargan dichiara pubblicamente che una sua eventuale confessione di tradimento sarebbe da ritenere falsa perché estorta sotto tortura.

Nel 1985 prova a correre per le presidenziali, ma il Consiglio di Guardiani boccia la sua candidatura.

Muore di infarto il 20 gennaio 1995.

Il curioso caso di Hamid Aboutalebi

Hamid Aboutalebi

Dopo 35 anni la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran continua a rappresentare un ostacolo per la normalizzazione dei rapporti tra Iran e Stati Uniti.

L’Iran ha infatti nominato ambasciatore alle Nazioni Unite Hamid Aboutalebi, classe 1957, consigliere del presidente Hassan Rouhani, diplomatico di lungo corso, già ambasciatore in Italia (1988-1992), Australia, Belgio e Unione europea.

Aboutalebi ha conseguito un dottorato in sociologia presso una università cattolica in Belgio, parla perfettamente inglese e francese, sembra possedere tutti i requisiti necessari a un ruolo importante come quello di ambasciatore all’Onu.

Il problema è che l’ONU ha sede a New York e Aboutalebi ha partecipato – in modo marginale – al sequestro degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran nel 1979.

Non era parte del gruppo che penetrò nell’ambasciata e prese in ostaggio i funzionari, ma fece da interprete in alcune occasioni, proprio in virtù della sua conoscenza dell’inglese.

In un’intervista rilasciata in Iran a metà marzo , Aboutalebi ha ammesso di aver fatto da interprete per il rappresentante speciale del Vaticano che visitò l’ambasciata durante la crisi e di aver partecipato – sempre come interprete – alla conferenza stampa che si svolse due settimane dopo l’inizio della crisi nella quale i sequestratori annunciarono la liberazione di 13 ostaggi. Aboutalebi ha sottolineato che la sua partecipazione a quegli eventi era mossa esclusivamente da “motivazioni umanitarie”.

 

Gli Usa negano il visto

Queste spiegazioni non sono però bastate agli Stati Uniti, che hanno negato il visto di ingresso ad Aboulatebi. La ferita di quei 444 giorni è ancora ben viva nell’opinione pubblica Usa ed è facile per i politici contrari alla distensione con Teheran, fare leva sull’orgoglio nazionale.

Teheran, dal canto suo, si rifiuta di nominare un altro ambasciatore, sottolineando il fatto che in passato Aboutalebi si è recato senza problemi alla sede dell’ONU di New York.

Le proteste iraniane

In una lettera al Comitato delle Nazioni Unite per le relazioni con il Paese ospitante, la missione permanente dell’Iran ha chiesto una riunione speciale per affrontare la questione, sottolineando come la mossa di Washington sia contro le leggi internazionali. Il diretto interessato ha nel frattempo aperto un account Twitter e nel suo finora unico cinguettio ha accusato (in persiano) gli Usa di voler “creare un nuovo predente legale” e di “mettere sotto i piedi le leggi internazionali”.

 

Studenti prima, riformisti poi

L’aspetto curioso di tutta questa vicenda è che la maggior parte degli Studenti Islamici Seguaci della linea dell’Imam, il gruppo che occupò l’ambasciata e tenne in ostaggio i 52 funzionari per 444 giorni, sono oggi politicamente classificabili come “riformisti”, pronti al dialogo e all’apertura verso l’Occidente. L’esempio più noto è quello di Massoumeh Ebtekar, all’epoca portavoce degli occupanti, ribattezzata dai media Usa “sister Mary”, “sorella Maria”, per il chador nero con cui appariva sempre davanti alle telecamere. Oggi la Ebtekar è vicepresidente di Rouhani e guida l’Agenzia per la protezione ambientale.

“La storia non è poi la devastante ruspa che si dice”, diceva Eugenio Montale.

 

 

Iran. I candidati alle presidenziali

candidati Iran

Vediamo brevemente chi sono gli otto candidati alle elezioni presidenziali iraniane del prossimo 14 giugno approvati dal Consiglio dei Guardiani.

Ali-Akbar Velayati

Forse il favorito di queste elezioni. Medico e politico di lungo corso, nato a Teheran nel 1945. Ministro della Salute nel 1980 e poi degli Esteri per ben 16 anni, dal 1991 al 1997, anno in cui è divenuto consigliere per gli affari Esteri di Khamenei. Soprannominato il “Signor Posso?” per essersi sempre mosso con il consenso della Guida, è indubbiamente il politico più esperto tra gli otto candidati. Attualmente è presidente della conferenza mondiale del “Risveglio islamico”.

 

Saeed Jalili

Classe 1965, nato a Mashad, è il più giovane dei candidati.  Ha combattuto come volontario e perso la gamba destra nella guerra con l’Iraq. Conta molto sul sostegno dei reduci e ha aperto la sua campagna elettorale con un raduno a Tehran nel giorno dell’anniversario della liberazione della città di Khoramshahr, episodio cruciale della “guerra imposta”.

Ha scritto una tesi dottorato sul pensiero politico nel Corano.

Attualmente ricopre l’incarico di Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza ed è rappresentante diretto della Guida Khamenei nei negoziati per il nucleare iraniano.

Attivissimo sui social media, è rimproverato a alcuni per la sua scarsa esperienza amministrativa.

Mohsen Rezai

Nato nel 1954 a Masjed-e-Soleyman, ha conseguito un master in economia ed è attualmente Segretario del Consiglio del Discernimento, organo presieduto da Rafsanjani. Comandante per 15 anni dei Pasdaran, è stato già candidato nel 2005 e nel 2009. Alle scorse elezioni ottenne l’1,7% dei voti. Inizialmente contestò la regolarità dei voti, ma quando Khamenei riconobbe la vittoria di Ahmadinejad, Rezai fece dietrofront. In questi ultimi 4 anni ha criticato duramente la politica economica del presidente uscente.

Mohammad Bagher Ghalibaf

Nato nel 1961 a Torqabeh, è da otto anni sindaco di Teherna, ruolo nel quale ha cercato di accreditarsi come modernizzatore e tecnocrate, sempre all’interno del fronte conservatore. Veterano della guerra con l’Iraq nelle forze aeree, è stato poi capo nazionale della Polizia.

Gholam-Ali Hadad-Adel

Nato nel 1945 a Teheran è stato in passato Ministro della Cultura e presidente del Parlamento dal 2004 al 2008. Consuocero di Khamenei, è ritenuto una figura di secondo piano, di scarso carisma e piuttosto limitato nell’oratoria. Insieme a Ghalibaf e Velayati ha dato vita all’Alleanza per il Progresso e solo uno dei tre dovrebbe rimanere in lizza fino all’ultimo per le presidenziali.

Hassan Rowhani

Nato nel 1948 a Sorkhe, è attualmente membro dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Politico di lungo corso, a livello internazionale è noto soprattutto per essere stato il capo delegazione sul nucleare durante il secondo mandato di Mohammad Khatami. È considerato vicino all’ex presidente Hashemi Rafsanjani.

 

Mohammad Gharazi

Nato a Isfahan nel 1941, è stato in passato ministro del Petrolio e delle Telecomunicazioni. Ha dichiarato di non avere “né soldi, né portavoce né struttura per una campagna elettorale”. Dal 1997 ha abbandonato la scena politica ed è la prima volta che si candida alle presidenziali. Il suo obiettivo è “eliminare l’inflazione”.

Mohammad Reza Aref

Nato nel 1951 a Yazd, è stato vicepresidente durante il secondo mandato di Khatami. Attualmente è membro del Consiglio per il Discernimento. Se eletto, ha promesso di combattere l’inflazione e stabilire migliori relazioni diplomatiche con la comunità internazionale.