Pollo alle prugne, il romanzo

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Il volo di Fariba Vafi

Scrittrice iraniana

Prima di parlare di Fariba Vafi e del suo romanzo “Come un uccello in volo”, facciamo un piccolo passo indietro. Salone del libro di Torino, maggio 2010. La sezione “Lingua madre” ospita Said Sayrafiezadeh, 42enne autore del romanzo “Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard”, edito in Italia da Nottetempo. Il programma dell’incontro riporta il sottotitolo “Dall’Iran”.

L’autore ha una faccia simpatica, sembra timido. Ha un completo scuro, senza cravatta. Somiglia un po’ a un bancario in pausa pranzo. Fa uno strano effetto vederlo intervistato da Hamid Ziariati, scrittore iraniano da anni in Italia, che invece è in puro stile grunge, capelli lunghi e maglione extra size.

Sayrafiezadeh, padre iraniano e madre americana, esordisce dicendo (in inglese) che lui in Iran non c’è mai stato e non parla nemmeno persiano. Ma allora, perché metterlo nella sezione “Lingua madre” e indicarlo come un autore proveniente dall’Iran? Semplice: perché l’Iran “tira”, fa vendere copie, è esotico. Nulla da ridire su Sayrafiezadeh, che mi rimane simpatico, ma mi è passata la voglia di leggere il suo libro e di ascoltare l’incontro.

Di libri sull’Iran scritti dagli iraniani della diaspora, negli ultimi anni ne abbiamo avuti fin troppi. Tutto ebbe origine nel 2004 con “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, passando poi per la saga fumettistica di Persepolis di Marjane Satrapi e arrivando a una serie di libri più o meno interessanti, tutti sicuramente molto furbi.

Vive invece a Teheran Fariba Vafi, autrice di ‘Come un uccello in volo’, da pochi giorni nelle librerie italiane, prima pubblicazione della nuova casa editrice Ponte33. Nata ufficialmente nel luglio 2009, con sede a Firenze, Ponte33 è guidata da Irene Chellini, antropologa, Felicetta Ferraro, iranista e già addetto culturale dell’ambasciata italiana in Iran e Bianca Maria Filippini, iranista ed esperta di letteratura iraniana.

Il suo nome, Ponte33, si ispira al Si-o-se pol (‘ponte dei 33 archi’), famoso ponte di Isfahan sotto le cui arcate i giovani della città sono soliti radunarsi. L’obiettivo della casa editrice è tradurre e pubblicare titoli legati all’Iran contemporaneo e al resto del mondo persanofono (Afghanistan,Tagikistan). Narrativa, quindi, ma anche poesia, saggistica, arte ed eventualmente musica, di autori iraniani, afghani, tagiki, con l’intento di offrire uno sguardo “dall’interno” alle società contemporanee di un’area ormai da decenni al centro dell’attenzione internazionale per le complesse vicende politiche e l’interesse geostrategico che la caratterizzano, eppure ancora poco nota nei suoi aspetti culturali e sociali fondamentali. Parallelamente, è intenzione di Ponte33 dare vita ad una collana specifica dedicata alla divulgazione della produzione internazionale di analisi e saggistica sull’area, sinora quasi del tutto assente in Italia.

“L’Iran è troppo spesso raccontato da scrittori della diaspora – spiega Felicetta Ferraro. La qualità della loro produzione letteraria è poco convincente. Viene proposto uno stereotipo dell’Iran, fin dalle copertine, che ritraggono quasi sempre chador e turbanti. Di sicuro c’è un dolore autentico dietro le storie che vengono raccontate, ma in molti casi gli autori non vanno in Iran da 30 anni”.

Nel frattempo, l’Iran è cambiato molto. Oggi ci sono almeno 370 scrittrici, 13 volte di più rispetto agli anni novanta, e un numero quasi uguale a quello degli scrittori. Inoltre, in un Paese dove la tiratura media è di 5.000 copie, diversi libri scritti da donne sono stati stampati in 100mila copie.

Fariba Vafi è una delle figure più significative del panorama letterario iraniano contemporaneo. Nasce a Tabriz nel 1962 e dopo il diploma e un breve periodo di lavoro in fabbrica, frequenta a Teheran la scuola di formazione della polizia femminile islamica. Rientrata a Tabriz, viene impiegata come guardia carceraria ma abbandona il servizio dopo solo tre mesi. “Venni arruolata perché ero alta. Cercavo un lavoro a avventure da raccontare”, spiega oggi. Dopo il matrimonio, pur vivendo lontana dagli ambienti letterari della capitale, riesce ad imporsi all’attenzione della critica e dei lettori. Pubblica il suo primo racconto, Rohat shodi pedar (“Ora sei in pace, papà”) nel 1988. Nel 1996 dà alle stampe una prima raccolta e quindi quattro romanzi, di cui Come un uccello in volo (“Parande-ye man”) è il primo tradotto in italiano.

È un libro molto particolare, intenso ma mai pesante. Scritto in uno stile minimalista, racconta la storia di una giovane casalinga imprigionata nel suo ruolo di madre e moglie. Immaginiamo che sia in Iran, ma in realtà non nomina mai il luogo in cui vive. Desidera una vita migliore, ma non vuole abbandonare né la propria casa né il proprio Paese, mentre suo marito Amir è ossessionato dal desiderio di emigrare in Canada e a un certo punto va a lavorare in Azerbaigian.

Nel racconto – narrato in prima persona – emergono a tratti i fantasmi dell’infanzia e incubi legati al presente, ma il tono non è mai disperato. Si ride, persino, in alcuni momenti. Non aspettatevi niente di “esotico”: qui non ci sono interminabili elenchi di piatti tipici o descrizioni ossessivamente inutili di feste tradizionali. C’è una protagonista, una storia, sentimenti, emozioni. È un romanzo, un bel romanzo, non una guida liofilizzata all’Iran. Eppure, ne siamo convinti, se lo leggerete capirete qualcosa in più di questo Paese.

Una separazione

Se siete appassionati di cinema, ne avrete già sentito parlare molto bene. Se di film ne vedete pochi, andate assolutamente a vedere “Una separazione”, dell’iraniano Asghar Farhadi. È un consiglio da appassionato di cinema, non da persofilo. Il titolo originale recita “Jodaeiye Nader az Simin”, cioè, se il mio persiano non mi inganna, “La separazione di Nader da Simin”. Il che ci fornisce già una prospettiva narrativa molto netta. Nader è, in effetti, più protagonista di Simin. Ed è il suo essere separato dalla moglie, il motivo narrativo dominante. Una coppia relativamente giovane (hanno entrambi meno di 40 anni) decide di separarsi. Lui lavora in banca, lei è insegnante. Piccola borghesia, diremmo noi in Italia. Piccolissima borghesia a Teheran, dove non conta tanto che lavoro fai ma ciò che possiedi.

I due hanno in mano i visti per trasferirsi all’estero, ma lui, Nader (Peyman Moaadi) non vuole abbandonare il padre, malato di Alzheimer. Lei, Simin (Laila Hatami), si trasferisce a casa dei propri genitori. La figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), 11enne, rimane col padre.

Una soluzione temporanea, almeno così sembra, in attesa di chiarirsi le idee e tornare dal giudice per una decisione definitiva. Ma le conseguenze dell’amore (che finisce), sono in agguato. Per accudire l’anziano (Ali-Asghar Shahbazi), viene ingaggiata come badante la chadori Razieh (Sareh Bayat), donna religiosissima e incinta, con un marito disoccupato e sempre ostaggio dei creditori.

In questo intreccio di per sé già abbastanza complesso, interviene l’imprevedibile. Che non vi raccontiamo per non rovinarvi la visione. Diciamo soltanto che la storia rimane tirata fino alla fine. E tutto è sempre un po’ diverso da quello che sembra a prima vista. Non completamente diverso, ma giusto quel tanto che basta a far sì che abbiano un po’ tutti ragione e un po’ tutti torto.

Quello che rimane allo spettatore è una storia scritta benissimo, in cui non c’è forse una scena o una battuta di troppo. Chi scrive, ama profondamente l’Iran e  la sua cultura. Ma ha un approccio molto tiepido col cinema iraniano. Non se la prendano i cultori di Kiarostami, ma di alcuni film come “E la vita continua” e “Il sapore della ciliegia”, ricordo soprattutto la noia. Diverso il discorso per Jafar Panahi e soprattutto per Farhadi, di cui mi aveva colpito moltissimo Chaharshambè surì, (2006), purtroppo inedito in Italia e il comunque intenso Darbaraye Elly (2009), tradotto (chissà perché) all’inglese About Elly in Italia.

Altri film di registi delle ultime generazioni rimangono invece terribilmente antiquati nel loro stile narrativo. Shekarchi (The hunter) di Rafi Pitts è stato spacciato all’estero come un thriller innovativo e avvincente. Ma per me è uno dei film più brutti che abbia mai visto, doppiato, oltretutto, in modo disastroso.

Farhadi è invece su un altro livello. Sobrio eppure vivacissimo. Non ci si annoia, non ci si distrae un attimo. Eppure non c’è una scena di violenza, non c’è la trovata accattivante a cui spesso ricorrono anche molti registi nostrani. È allo stesso tempo un regista ed un autore. Viene da pensare che in Farhadi ci sia tanto di quel “genio assimilatore persiano” di cui parlava il grande  Alessandro Bausani.

In tutti i suoi film è evidente il confronto tra le due diverse anime della società iraniana: quella più benestante e “laica” (ma forse dovremmo dire “diversamente religiosa”) e quella povera e tradizionalista. È un confronto che il 39enne Farhadi rappresenta senza moralismi e senza furberie. Anche perché si tratta certamente di un confronto che lo riguarda personalmente, in quanto cittadino iraniano cresciuto dopo la rivoluzione e tuttora residente nella Repubblica islamica.

Ma le tensioni e i temi di questo film superano ampiamente la dimensione nazionale. È un film iraniano, ma è una storia universale. Non fatevi condizionare dal traffico di Teheran e dal foulard delle donne. La grandezza di questo film sta nel fatto che lo possiamo pure classificare come un film “iraniano”, ma dovremmo – come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera – riconoscerlo come un capolavoro.

Un ultimo suggerimento: se potete, vedetelo in lingua originale, coi sottotitoli. È un piccolo sforzo per apprezzare in pieno un gruppo di attori bravissimi. Tutti, dai due interpreti principali, dalla figlia undicenne al giudice, interpretato da Babak Karimi che ha probabilmente stabilito un record mondiale, doppiando se stesso nella versione italiana.

Un giorno con Mastur

Intanto devo dire che me lo aspettavo più piccolo. Dalle foto sembrava un uomo non alto, poco appariscente. E invece Mostafa Mastur spiccava nel caos di via IV novembre per la corporatura robusta e l’incidere veloce, accompagnato da Bianca Maria Filippini nel caldo anacronistico di questo strano e infinito settembre. A ripensarla adesso, era una scena da romanzo metaletterario: lo scrittore e la sua traduttrice che gli fa da guida. Mastur ha un aspetto mite ma deciso e gli piace parlare, parecchio. È vivace ma non è allegro. È serio ma non è triste. Ho scoperto che è ingegnere. Come Gadda.

E dopo che l’ho saputo, ho pensato che in fondo, in modo difficile da spiegare, gli somiglia pure a Gadda. È stata una bella giornata. Invece che raccontarvela, preferisco riviverla e farvela vivere con la registrazione della trasmissione radio (Alfredo Angelici è stato come sempre bravissimo: ascoltate come legge l’incipit del romanzo), i video girati alla Casa delle Traduzioni e un po’ di foto.

La registrazione della puntata

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