Nezami è un poeta persiano

Il 20 aprile 2012 è stata installata a Villa Borghese a Roma la scultura di Nezami (Nezāmi-ye Ganjavī ) il più grande poeta epico – romanzesco, che portò uno stile realistico e colloquiale nell’epica persiana.

 

Sul piedistallo è stato inciso “POETA AZERBAIGIANO NIZAMI GANJAVI, 1141 – 1209”, e una targa porta la dicitura: “ Dono della Repubblica dell’Azerbaigian alla città di Roma, 20 aprile 2012” .

 

Solo chi non conosce la storia può credere a questo falso storico. Nezami è un poeta persiano al 100%, non azero. Italo Calvino parla della sua opera Le Sette principesse nel celebre Perché leggere i classici.

 

L’Associazione Culturale Italo Iraniana “ALEFBA” si sta adoperando per organizzare una protesta del mondo Accademico, Culturale e Civile affinché venga rimossa la dicitura “POETA AZERBAIGIANO”.

Diruz aderisce a questa causa culturale e civile.

Per informazioni e suggerimenti scrivere a : info@alefba.it

o telefonare al n.3473511465 (Bijan)

[youtube]http://youtu.be/6HrL3kRmSOw[/youtube]

Zendegi-e Khosusi

E’ stato il film scandalo del Festival Fajr 2012:  Zendegi-e Khosusi (Vita privata) di Mohammad Hossein Farahbakhsh.

Il protagonista è un giornalista pacioso e politicamente classificabile come “riformista”. Sposato e con un figlio ancora piccolo, intraprende una relazione extraconiugale con una giovane collega. E’ solo l’inizio di una storia tormentata e con diversi colpi di scena.

Qualche settimana dopo il festival,  l’ayatollah ultraconservatore e membro dell’Assemblea degli Esperti Ahmad Khatami (nessuna parentela con l’ex presidente riformista) ha condannato il film in quanto «osceno» e «immorale». Il gruppo Ansar-e Hezbollah ha organizzato una protesta davanti al ministero della Cultura, sostenendo che il film «offende la memoria dei martiri». Alla fine, Vita privata è stato ritirato dalle sale.

Ecco la versione integrale del film. Purtroppo non ci sono sottotitoli, nemmeno in inglese.

[youtube]http://youtu.be/pHdSB7pjMY4[/youtube]

Intervista a Leila Hatami

L’attrice iraniana Leila Hatami (Una separazione) è stata membro della giuria del Festival del cinema di Marrakesh nel gennaio 2012.  In quell’occasione Euronews l’ha intervistata. Riproponiamo il video.

Intervista a Leila Hatami

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=GhIFq-lKQJQ[/youtube]

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi  irrompe sulla scena letteraria internazionale con il suo libro Il Colonnello, un romanzo scritto più di venti anni fa ma che solo ora viene pubblicato  (il primo Paese a darlo alle stampe è stata la Germania).  Il Colonnello è ancora inedito in Iran. Doulatabadi, arrestato nel 1975 durante una rappresentazione  teatrale dal regime dello Shah ed estromesso dall’Università dal regime degli ayatollah, ha scelto di continuare a vivere in Iran.

E scrivere è il mezzo attraverso cui raccontare la complessa storia del suo Paese, denunciando il paradosso di una Rivoluzione che ha mangiato i suoi figli.  Il romanzo racconta infatti le tragiche vicende della famiglia di un ex colonnello dell’esercito di Reza Pahlavi caduto in disgrazia, i cui figli prendono parte  alla rivoluzione del 1979 seguendo le diverse le  diverse anime che l’hanno guidata.  Attraverso la storia della famiglia del Colonnello, l’autore  narra la storia e il declino dell’intera società iraniana i cui figli continuano, ancora oggi, a lottare.

Mahmoud Doulatabadi, Il colonnello, Narratori di Cargo, 2012

 

#SalTo12

Il Salone è finito, evviva il Salone. Ogni volta se ne parla un sacco, prima, dopo e durante. Il Salone di Torino, il mercato del libro, l’editoria in crisi, ecc. ecc. Per me è stata la quarta volta. Com’è andata? Non lo so. Giudizio sospeso. Tanta confusione, ma anche diversi segnali interessanti, di discontinuità. In un momento come questo, in generale, credo che i cambiamenti siano tendenzialmente positivi. La vera novità è rappresentata dall’editoria elettronica. Vedremo se i cambiamenti che oggi cominciamo a vedere diverranno concreti nei prossimi mesi.

In attesa di chiarirmi io per primo le idee, ho raccolto in uno storify immagini, video e tweet dello scorso weekend. Eccolo qua:

 

Lo zoo di Teheran

Ci sono capitato per caso quattro anni fa, in una mattinata di primavera in cui dovevo perdere un po’ di tempo. E alla fine mi sono perso io. E sono finito allo zoo, posto che non mi piace per niente.  Lo zoo di Teheran è un po’ come tutti gli zoo del mondo. Triste, un po’ crudele e un po’ divertente. O forse no? Forse è diverso dagli altri zoo?

L’artista iraniano Arash Khakpour ha realizzato questo video. Ve lo propongo.

[vimeo]http://vimeo.com/12678238[/vimeo]

Artisti di strada a Teheran

Incontri casuali e fortunati. Cercando immagini sull’Iran, mi sono imbattuto in questo video di due artisti di strada a Teheran. Si firmano icy and sot , sono aritisti di strada di Tabriz. Hanno iniziato la loro carriera professionale nel 2008. Le loro opere trattano temi quali pace, guerra, amore, odio, speranza, disperazione, e vari problemi della società e della cultura iraniana. Hanno tenuto numerose mostre in Iran e all’estero.  Non li conoscevo, mi sono piaciuti moltissimo e ve propongo questo loro Pavement. Se la memoria non mi inganna, quelle riprese sono strade di Teheran.

[vimeo]http://vimeo.com/24679730[/vimeo]

Quasi due

Di persone che scrivono libri ce ne sono davvero tante. Forse troppe. Ma quanti sono i veri scrittori? E da cosa si riconoscono? Ho cominciato a leggere Quasi due di Hamid Ziarati a scatola chiusa. Di proposito, non sono passato per nessuna recensione, mi sono sforzato di non leggere nemmeno la quarta di copertina. Ho letto sulla fiducia conquistata da Ziarati coi suoi due precedenti romanzi (Salam maman e Il meccanico delle rose) e non me ne sono pentito.

Sì, d’accordo, il romanzo è interamente ambientato in Iran e quindi avevo una motivazione in più per leggerlo, ma questo l’ho scoperto solo a libro iniziato. Narrato in prima persona, Quasi due ha un inizio travolgente: siamo a Tehran nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione. Il protagonista Dariush sembra lontano dagli avvenimenti che stanno stravolgendo il suo Paese. O meglio: segue i fatti, sa cosa lo circonda, ma – come gli adolescenti di tutto il mondo e forse di tutte le epoche – è nel pieno della sua “rivoluzione esistenziale”, con gli ormoni a mille e la voglia di essere grande. Insieme a lui c’è Zal, l’amico fedele e inseparabile. La prima parte del libro scorre in fretta, è divertente, quasi allegra.

Poi arriva la guerra: l’Iraq invade l’Iran e per milioni di persone cambia tutto nel giro di pochi giorni. Anche la vita di Dariush cambia radicalmente. Con l’entusiasmo e l’incoscienza dei suoi anni, si ritrova volontario al fronte, sempre insieme a Zal. E qui il racconto diventa un’altra cosa. Cambia l’ambientazione, cambia lo stile, cambia il tono del romanzo.

Non voglio anticipare troppo, perché il romanzo ha una sua storia da seguire per intero. Dico soltanto che la parte finale, ambientata nel Golfo Persico, sembra scritta apposta per il cinema.

Quasi due ha anche il merito di ricordare a tutti cos’è una guerra. E cos’è stata per l’Iran la “guerra imposta” dall’Iraq di Saddam. Visto i tempi che corrono, non è cosa da poco.

Intervista a Kamran Shirdel

Non solo cinema, ma un viaggio appassionato negli ultimi quarant’anni di storia. Kamran Shirdel, raggiunto via e mail a Teheran, si racconta proprio come in un film. Asiatica Film Mediale 2008 gli dedicò una retrospettiva intitolata Prima della rivoluzione, con cinque documentari girati in Iran all’inizio degli anni Sessanta. Shirdel è considerato il padre del nuovo cinema Iraniano per quanto riguarda soprattutto i documentari. Ha tracciato la strada per un genere di documentario critico e sociale. I suoi film sono stati proiettati a molti festival in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi internazionali.

I suoi film sono un documento eccezionale, soprattutto per chi conosce soltanto l’Iran dopo la rivoluzione. Lei torna nel suo Paese nel 1965 dopo aver studiato cinema in Italia. In Italia sono gli anni del boom, così come anche l’Iran conosce una crescita economica piena di contraddizioni. Potrebbe descrivere l’impatto che ebbe al ritorno in Iran? Era molto diverso da come lo ricordava?

Grazie del complimento anche se dopo cosi lungo tempo e le vicissitudini da me – e i miei film – subite non ho quasi più nessun legame paterno con loro. Mi lasci lo spazio di precisare che il mio primo soggiorno in Italia – dal giugno 1957 al gennaio 1965 – mi fu di grande aiuto didattico – intellettuale e di certo ne subii l’influenza nel modo più viscerale possibile. Ero un ragazzo molto curioso di vedere, sentire, leggere, captare, toccare, amare, annusare e intraprendere il corso della vita, della storia e del tempo che fu! Mi innamorai dell’Italia a prima vista avendone già studiato certi aspetti della cultura e il cinema Italiano – precisamente quello Neorealistico – ancora prima d’arrivarci. E’ vero sicuramente che quelli furono gli anni del boom economico Italiano ma io sia per abitudine, ma anche per l’istruzione familiare – e più ancora quello paterno, direi – ero di carattere scettico anche se certamente ne godevo anch’io dei benefici di tale boom . Ero legato morbosamente – e lo sono ancora oggi – alla sensualità della carta stampata: libri, riviste, giornali e per cui articoli, saggi, critiche, storie e storiografie, etc. Cercavo perennemente di vedere anche l’altra faccia della realtà quotidiana; italiana, iraniana e mondiale. Cominciai a studiare architettura in Italia ed ero un ragazzo abbastanza diligente e voglioso che andava su e giù per la facoltà di Valle Giulia. Ma nonostante ritenessi importante la lezione architettonica e la familiarità che ci dava modo di espandere la nostra visione globale, formale, spaziale, di volume e di bilancia tra totale ed il dettaglio, tra sentire e costruire, tra pensare e realizzare, non mi potevo del tutto godere tale privilegio e la mia ribellione mi portava silenziosamente verso la pittura, l’arte, la letteratura, i fenomeni politici, la musica e cosi via.

La scelta di studiare architettura mi era stata di fatto dettata dalla figura – mastodontica e opprimente anche se avvolta in uno scialle vellutato – paterna di tipo borghese – nobile secondo la quale i figli dovevano diventare o ingegneri, o dottori, o nel mio caso, architetti.

La mia vera passione da quando avevo 14 anni era il cinema e questo pareva – per via del livello assai basso dei prodotti cinematografici in Iran del tempo – una passione degenerata, una tendenza malata da scacciare ad ogni costo. Una volta in Italia e a Roma mi trovai libero di dedicarmi, anima e corpo, alle sale cinematografiche cominciando dal vicino Cinema Olimpico per poi passare a tutta la città – Nuovo Olimpia, Rialto, Salone Margherite, etc. – ma soprattutto sale di terza visione, sale parocchiali, e cosi fino a diventare un piccolo socio dei primi Film Club tra le quali uno fondato da Cesare Zavattini di cui conservo tutt’ora non solo i cari ricordi della sua cara e indimenticabile presenza ma anche le famose tessere! Vedere i film, vederli bene e essere aiutato dalla mia grande curiosità di leggere a pari passo le critiche – da più punti di vista – e la storia del loro evolvere e nascere mi allontanò sempre di più dall’architettura e cambiò sicuramente la mia prospettiva mentale e intellettuale. Cosi invece di scegliermi dei grandi maestri di architettura da seguire come modello, diventai l’allievo umile dei vari Antonioni, Fellini, Rosi, Pasolini, De Sica, ma anche Bresson, Resnais, Godard, Ivens, Bergman, Kurosawa, Shindo, Ichikawa, e altri.

Nella letteratura avevo cominciato molto giovane con Kafka, Ernest Hemingway, Erskin Caldwell, William Faulkner, Andre Gide, Tolstoi, Dostoievski, Saint Exaupry, ed altri che venivano tradotti in farsì. In Italia ebbi l’occasione di conoscere da vicino la scuola realistica e neorealistica della vostra letteratura – Verga, Pirandello, Alvaro, Cassola, Pavese , Sciascia – e ne divenni un lettore assiduo. A un certo punto cambiai casa proprio per vedere gli artisti da vicino. Presi un appartamento prima dalle parti di Piazza del Popolo, poi passai in Via Ripetta e cosi a poco a poco in tutte le viuzze di quel quartiere che divenne il mio laboratorio di vita e il mio campo di battaglia, d’amore, di vita ma anche di morte! Passeggiando in quel quartiere era solito incontrare tutti i più grandi nomi possibili del momento; da Moravia a Pasolini da Morante a Carlo Levi [che poi conobbi personalmente e ne fui impressionato dalla personalià e dal suo grandissimo affresco dedicato a sud e a Rocco Scotellaro e la sua tragica morte che rividi installato maestosamente a Matera nel ’84 ] da Bassani a Cassola ma anche a Bertolucci – sia padre che il figlio che quest’ultimo lo conobbi a Teheran quando venne per girare La Via del Petrolio – da Ferreri, a Lizzani, da Mastroianni a Fellini – li vedevo quasi sempre insieme, Fellini col suo Mercedes coupe nero e Marcello col suo Jaguar coupe Bordeaux – da Gassman a Enrico Maria Salerno, Da Anna Magnani a Anita Ekberg e poi Antonioni, Vitti, Visconti, Rosi, Leone, De Sica, Pier Paolo Pasolini, Patroni Griffi, e mille altri che si radunavano da Canova e Rosati ed io solo soletto – il viaggiatore solitario del mondo – seduto sui piedi delle colonne delle due maestose chiese o sotto l’obelisco a godermi il Circo e a dissetarmi dalle quattro fontane in mezzo alla piazza!

Il mio ritorno in Iran nel 1965 fu solo per visitare la famiglia e riposarmi e curarmi un po’ la gastrite e i problemi nervosi procurati dal grande vagabondare, dalla vita notturna, dalla fame di imparare, vedere, realizzare qualcosa. Ero al corrente del boom iraniano e dei suoi aspetti negativi avendo fatto parte dei gruppi dei giovani dissidenti Iraniani a Roma di stampa sinistra – in rapporto continuo e costante con quelli di altre città e altri paesi d’Europa e d’America – e sapevamo che a parte certi quartieri di Teheran, la Capitale Dell’Iran il resto del paese aveva dei seri problemi sociali e economici.

Il mio primo impatto con Tehran e la diversità ed il contrasto che scoprii tra le classi sociali mi fece un male assordante e mi sbalordì cosi tanto che decisi di rimanere e di usare il mio mestiere e le mie umilissime armi tecniche o creative – ancora rimaste in scatola chiusa ! – per rivelare la verità, tenendo sempre a mente i miei maestri, non solo cinematografici. Infatti i miei primi lavori s’inchinano non soltanto davanti alla povertà immane della gente che si vende il sangue o il corpo per vivere ma anche ai Levi, ai Pasolini, ai Pontecorvo, e ai Giotto, ai Vivaldi, agli Albinoni. Teheran non era molto diversa da come l’avevo lasciata otto anni prima. Mi colpiva perciò il baccano e le assordanti e caricaturali propagande fatte continuamente dal regime dello Scià. Io avevo studiato – ma anche vissuto in un certo modo – l’ascesa del nazi-fascismo in Europa e in Italia, ne avevo visto le conseguenze e ne avevo imparato la storia e la critica sociale che ne derivò. Nella Teheran di quei giorni risentii l’eco delle lezioni del passato da Gramsci a Berlinguer, da Pasolini a Papa giovanni ventitresimo, da Hitler a Mussolini, da Nazim Hikmet a Pablo Neruda, da Pirandello a Gogol, ma anche di tantissimi altri.

Dai suoi documentari degli anni Sessanta emerge un Iran molto diverso da quello di oggi. Ma anche molto diverso dall’immagine stereotipata che ancora oggi una certa generazione di italiani ha dell’epoca dello scià: la corsa al progresso, le cronache mondane, Soraya…
Vedendo e guardando alla realtà – specialmente quella gonfiata, propagandata, manomessa, falsificata – si arriva ad un’altra realtà che non è certo TUTTA la realtà possibile ed immaginabile ma che di sicuro ci da la possibilità di vedere l’altra faccia della medaglia. Negli anni che vanno dal 1962 al 1964 e durante la mia permanenza al Centro Sperimentale di Cinematografia di via Tuscolana 1524 – con amici e colleghi, quei pochissimi curiosi, testardi, ma grazie al cielo coi coglioni quadrati  – andavamo a visitare le borgate dove vivevano zingari, gente poverissima, vecchi e prostitute scacciate dalla faccia della terra e dallo sguardo abituale dei benestanti e benpensanti. Quando Pasolini cominciò a girare Il Vangelo Secondo Matteo decidemmo di partire per il sud d’Italia – con un cinquecento e pochissimi mezzi – ed oltre a visitare i luoghi in cui voleva girare la Terra Santa – dare un’occhiata anche ai luoghi in cui il grande Visconti aveva fondato il vero neorealismo con La terra trema. Ebbene, a Roma ma ancora di più a Milano e in molte altre città c’era una verità luccicante, rosea, luminosa. Matera , Reggio Calabria e il sud ci presentavano una verità africana  nel peggior senso del termine sia per quei giorni che oggi! Eppure L’Italia si godeva il boom e se la godrà fino all’ultimo. Agli Italiani che venivano in Iran come turisti o invitati da qualche ministero, vedevano solo la facciata migliore, la crema di Isfahan, Shiraz  e di Tehran e si portavano indietro bellissimi tappeti, Kilim e chili di caviale al prezzo di bruscolini. Certo la verità, la VERITA’ era un’altra cosa e non quella che vedevamo noi e anche pochi altri. Era vergognoso vedere la gente di un paese ricco VEGETARE in uno stato simile. Era la dinastia delle mille famiglie al cui capo c’era una persona completamente fuori di sé, incosciente. Certo, la corsa al progresso c’era ma a che prezzo!

Le immagini di Tehran, payetakht-e Iran ast (Tehran è la capitale dell’Iran ) sono molto dure, molto forti. Anche oggi Teheran sud è sinonimo di povertà, ma – visitando i quartieri meridionali della capitale –  ho visto povertà, ma non miseria. È così o è una mia impressione sbagliata?
Vede, spesso mi chiedono perché i miei primi film si chiudono con la parola UNFINISHED  al posto del classico FINE. Beh, la ragione prima è che i film furono censurati, confiscati, messi via per 13 – 14 anni e io non ebbi la mano libera e l’occasione necessaria di finirle come volevo e potevo. Ma un’altra risposta è che la povertà, la miseria, la prostituzione, le guerre, le ingiustizie, il correre del sangue……. non finiranno mai.  Oggi nei bassifondi di Teheran – come in molte altre città di tutto il mondo c’è un’altra dimensione di miseria e di povertà, con problemi quali la droga e l’Aids.  La prostituzione – purtroppo non controllata, perché vietata dalle vigenti leggi Islamiche – si è diffusa per tutta la città coi risultati criminosi che conosciamo. Oggi in Iran si è poveri anche con stipendi che una volta ci parevano da sogno.  Un povero di ieri come potrà cavarsela oggi in una città con più di 14 milioni di abitanti. I recenti problemi economici mondiali aumenteranno tragicamente questo divario. E la distanza tra le classi sociali è di sicuro il terreno fertile ma anche scivoloso dei grandi cambiamenti storici.

Mi ha colpito molto la scena della lezione di farsì nel quartiere povero. Il dettato sullo scià e sulla sua famiglia  diventa involontariamente comico. Immagino che all’epoca l’effetto di quella scena sia stato devastante.
Da ragazzo benché abbia studiato bene e conosca bene la mia lingua e la mia letteratura detestavo questi dettati che mi facevano prima ridere per poi farmi esplodere di rabbia. Io per fortuna ho avuto dei genitori molto colti nazionalisti convinti e anti monarchici. Infatti loro erano dei grandi sostenitori di Mosaddeq, il primo ministro esiliato e imprigionato dallo scià nel 1953. In quegli anni nessuno osava prendere in giro i princìpi della monarchia. Quando ho girato quel film avevo 28 anni e dovevo difendere i miei punti di vista davanti a un ministro che era il cognato dello scià ma che per fortuna aveva gusto per l’arte e le musica. Un giorno – l’ultimo giorno che vide il film per forse decima volta prima di ordinare il suo totale ritiro e censura – mi disse:  ‘Lei e’ la vera personificazione del suo cognome!’. Shirdel vuol dire infatti cuor di leone. Il film lo rividi 14 anni dopo.

I suoi documentari sembrano riflettere un grande lavoro di sceneggiatura. È così? Quanto c’è di preparato e quanto è affidato al caso, cioè a quello che troverà davanti alla macchina da presa?
Mi rincresce deluderla ma io non scrivo neanche una riga di sceneggiatura e non mi porto nemmeno mai dietro degli appunti. Le spiego il perché :  tra l’avvio di questi progetti e la fine delle riprese – non parlo del montaggio – di solito passavano tre o quattro giorni o al massimo una settimana. Se mi fossi messo a dar retta ai consigli accademici mi sarei dato la zappa sui piedi, come dite voi. La mia rabbia sarebbe diminuita, il mio approccio vitale e ideologico si sarebbe deformato, le mie intenzioni avrebbero preso sembianze formalistiche, pensate, ripensate, studiate, limate, criticate già in partenza mentre io volevo affrontare il soggetto, il problema, il nemico a tu per tu e ad occhio nudo e quasi a mani vuote ma armato d’amore e di odio. In più, c’era poco tempo e potevamo essere scoperti prima di finire. Cosi il mio gioco cominciava a prendere forma e a dare dei risultati non tanto rifiniti, modellati, limati ma pieno di inaspettati momenti di grande slancio e di vita, di verità, di realtà, d’amore e di odio. Quando scelgo di girare in un posto, una location – e sono tuttora molto sbrigativo malgrado l’età e i dolori dappertutto – non lascio che nessuno mi tocchi neanche un millimetro di quel posto, la sua luce, la sua storica esistenza e giro all’impazzata. L’unico lusso che mi permetto e di guardare bene intorno alla mia scena di battaglia per dei lunghi momenti che chiamo momenti sublimi di vita e di morte! Un altro lusso e’ che malgrado mi porti indietro – ora non piu’! – un Cameraman bravo, sono io a girare le scene come sento e mi viene dal di dentro!

Il suo rapporto con la censura. Al bando con lo scià, il suo cinema è stato riabilitato e valorizzato dalla Repubblica Islamica. E oggi? Ha avuto o ha ancora problemi col potere politico?
Per me i governi cambiano, cambia il colore delle bandiere, l’inno nazionale, il modo di parlare, di vestire, i motti, le frasi e i concetti propagandistici, insomma tutto o quasi- in apparenza – ma quello che non cambia mai è l’UOMO con le sue meschine paure, le sue bugie, i suoi sogni di grandezza, le sue fantasie anormali e iperboliche di vivere la vita di Noè, d’essere l’ultimo giusto della storia, dell’umanità, d’aver sempre ragione a non ascoltare il prossimo, a dimenticare , a dimenticarsi, a DETTARE  le leggi e cose in cui lui per primo non crede più..  Un giorno quasi di sole nel lontano 1980 andai a visitare Auschwitz. Mi trovavo a Cracovia per il festival dove era in concorso il mio film Qaleh (Quartiere delle Donne). Tutto pareva perfetto. Perfino gli uccelli cantavano il loro inno d’amore. Pareva che il padreterno fosse nel pieno delle sue funzioni.  Eravamo un mucchio di registi – allora ancora giovani – dai più disparati paesi.  Senza che ce ne accorgessimo ci siamo persi e siamo stati stregati dalla verità, dall’orrore, dalla storia, dalla morte, dalle tonellate di scarpe, di occhiali, di cappelli, di fotografie, di camere di gas, di forni dove venivano bruciati i cadaveri, di Abat-jour fatti con la pelle tatuata dei prigionieri, dai sogni di purezza e di grandezza di una razza a dispetto delle altre. Lì per la prima volta sentii la profonda amarezza e la tragicità che in ogni momento della storia, di giorno e di notte, di sole o pioggia, ognuno di noi si sta disegnando, creando e realizzando il sogno di creare il proprio Auschwitz a dispetto del prossimo. Erano giorni di Solidarnosc. Il comunismo pianificatore e promettente era agli sgoccioli. Il mondo voltava di nuovo la pagina con millioni di morti, citta’ e culture calpestati e una grande scenografia d’orrore e di parole inutili e dettati alle spalle.

Qal’eh (Quartiere delle donne) è un film molto duro. Fa un certo effetto vedere la realtà delle prostitute di Teheran quarant’anni fa. Oggi in Iran il fenomeno è cambiato ma sembra in espansione, a causa della crisi economica. Nel mio ultimo viaggio sono rimasto sorpreso nel vedere ragazze molto giovani che si prostituivano vicino a Park-e Mellat, di certo una zona non malfamata. Cosa pensa di questo fenomeno?
Per me la prostituzione come fenomeno, concetto, mestiere, attitudine è stato sempre un fenomeno incomprensibile. Certo non ho problemi etici o intellettualistici a capirne il meccanismo e la cosiddetta filosofia in embrione. Voglio però aggiungere che non ho mai visto nelle donne del mio film – avendole ascoltato per ore e ore e filmandole – delle prostitute che si dvano per il piacere fisico. Il loro problema era la fame  dei loro figli e delle loro famiglie. Poi c’era l’ingranaggio  tipico e direi mafioso di imprigionarle in una rete mostruosa di problemi economici, droga, malattie mentali e fisiche derivanti dalla loro inconsapevolezza, dalla mancanza di educazione e dal tenerle chiuse in gabbie mentali e fisiche, bestialmente sensuali come dei veri animali. Lo scià si voleva incoronare e aveva dichiarato che se ci fosse stata una sola bocca affamata in Iran, lui avrebbe rinunciato all’incoronazione. Questi film gli furono regalati come risposta da un umile documentarista che amava il suo paese e la sua gente.  Col passare degli anni è cambiato il decoro, ma la tragedia, il bisogno tragico, la fame, i bisogni materiali e l’ingranaggio mafioso è rimasto tale e quale. Anzi, si è perfezionato e ingarbugliato con la crescita cancerosa di questa incredibile megalopoli. Il divieto della prostituzione da parte della legge Islamica e il normale bisogno economico-fisico-psichico del consumatore hanno creato una situazione infernale.

Una scenda di Qal’eh (Il quartiere delle donne)

Nel suo cinema c’è sempre uno sguardo particolare per la donna. Uno sguardo attento, eppure discreto, rispettoso.
La conoscenza della donna da parte dell’uomo avviene – come d’altronde naturale –  prima dalla figura della madre ma anche dal rapporto reciproco dei genitori. Io ho avuto due angeli custodi a questo proposito. Mia madre era una nobildonna raffinata, amante di famiglia e figli – eravamo in sei – e di cose belle, pittrice dilettante ma sensibile, amante dei viaggi, attenta ai problemi altrui e molto rigorosa e premurosa. Insomma, il portale del paradiso. Pensi che da ragazzo, quando vivevamo a Marvdasht  – vicino a Shiraz – ogni pomeriggio ci portava a giocare a Persepoli dove scavava il famoso Prof. Arthur Upham Pope. Ho avuto una nani turca che ci amava più della nostra madre. Ho avuto delle amorosissime compagne e amiche già dall’età di 15 anni. A Roma, Perugia, Firenze, Ginevra, Parigi, Londra, Germania, Danimarca, Olanda,… ho conosciuto l’amore in persona e ho amato molto e sono stato copiosamente ricambiato. Ero – sono – molto sensibile ai problemi della donna nella nostra società ma anche nel mondo e ne soffro per le mancanze e ne gioisco per le vittorie e successi. Ho una moglie bellissima e rarissima – come persona e carattere – e sono fermamente sicuro che ha due ali d’angelo che nasconde e che discende dal paradiso per salvarci l’anima. In poche parole: sono un uomo protetto dal Dio dell’Amore.

Iran e Italia: erano più diversi negli anni Sessanta o adesso?
Da più di 50 anni sento dire che siamo due popoli antichi e ci somigliamo.  Deve essere vero anche perché noi iraniani – come d’altronde gli Italiani da noi – si sono adattati facilmente all’integrazione dovuta dai tempi e bisogni socio – storici e si sono fatti amare e hanno fatto strada facilmente. Noi certo siamo molto più intelligenti a imparare le lingue, cucire e vestirci all’occidentale e insomma a copiarvi , tradurvi e più delle volte a superarvi in quello che ci avete insegnato. Io vengo molto raramente in Italia. Questi viaggi specialmente dopo la rivoluzione sono diventati costosissimi. Il nostro cambio è più di 120 volte a nostro sfavore. Non so e non sento la differenza anche perché a Roma devo giurare tutti i santi che sono iraniano e alla fine non mi ci crede nessuno. L’importante è che l’Italia per me è per certi versi la prima e per altri la seconda patria e una fraterna amicizia mi lega a voi e alla vostra terra e cultura. Io lo dico sempre che Roma appartiene più a me che ai molti romani e italiani!

Un solo lungometraggio nella sua lunga carriera? [Tra l’altro, così particolare, come un remake di Godard]. Come mai? Non le interessa raccontare storie a soggetto?
Era l’anno 1960. Dovevo scegliere tra architettura e cinema. Nel giro di pochi giorni vidi prima L’Avventura di Antonioni e poi A Bout de Souffle (Fino All’ultimo Respiro) di Godard.  Per me fu come rinascere, trovare una nuova identità, era il colpo di fulmine! Cosi mi decisi che se un giorno avessi fatto cinema il mio primo film sarebbe stato rifare quel grande terremoto di Godard. Gli ero sinceramente debitore. Lui per me è stato come un angelo liberatore ma lo è stato per generazioni di registi: un Picasso del cinema. Avevo in programma anche quel piccolo gioiello di Visconti che èOssessione ma anche un film tratto da Il taglio del bosco di Carlo Cassola ma purtroppo poi non se ne fece nulla.

Il film di domani: se dovesse scegliere un tema per raccontare l’Iran di oggi, su cosa girerebbe?
Ho perso l’abitudine di fare film anche se praticamente sono considerato un regista tutt’ora in attività. L’Iran, la Persia, è anche il paese degli splendidi tappeti famosi in tutto il mondo. Tappeti da sogno, in maggior parte realizzati dai nomadi, gente dei villaggi, donne e bambine povere e senza né istruzione né carta d’identità ma che hanno adornato i più fastosi palazzi dei reali di tutto il mondo. Per me l’Iran è il tappeto madre da cui provengono tutte queste gemme ormai in via d’estinzione assoluta. Ho cominciato anni fa a fare un documentario lunghissimo, a puntate rimasto incompiuto per ragioni economiche e divergenze tra i capi tribù. Sarebbe bello e essenziale rifare questo difficilissimo Opus.

Tra i nuovi registi del cinema iraniano, c’è qualcuno che le piace in particolare ? Se dovesse consigliare a un italiano un film iraniano degli ultimi due anni, che titolo sceglierebbe?
Spero che non me ne vogliate ma io che anni fa a Roma vedevo più di 5 film al giorno correndo tenacemente da un cinema all’altro e anni dopo da un paese all’altro per vederli, ora non ne vedo neanche uno da decine d’anni. Ho smesso di vedere i film a soggetto da più di trent’anni. Ora cerco di vedere solo i documentari scelti con molta premura e niente di più. La causa era la censura preventiva, il brutto e falso doppiaggio, la merce putrefatta che ci veniva venduta e poi c’è la perdita di appetito, la curiosità filmica, non vedendone e sentendone l’importanza. Da anni ormai quasi tutto il cinema fiction – delle volte perfino le tragedie e i film americani – mi fanno morire di risate e non posso farci nulla. In più detesto anche la TV che considero veramente come l’oppio dei popoli a pari dei cellulari.  Sono rimasto come l’uomo delle caverne all’età della pietra:  al neorealismo, al miglior Fellini, Antonioni, Rosi, Petri, Ferreri, Rossellini, Pasolini, Malle, Resnais, Bresson, Bergman, Trauffaut, I primi Godard, Ozu, Dreyer, Ophuls, Mizoguchi, Shindo, Milos Forman, Pabst, Vertov, Ivens, Flaherty, Bunuel e cosi via…. In Iran ho amato e amo tutt’ora i lavori – quelli fatti in Iran – del compianto Sohrab Shahid Sales (Un Caso Semplice, La Natura Morta) e qualche lavoro Iraniano di Amir Naderi che fu come un figlio adottivo per me ma purtroppo si rifugiò in America. Certo ci sono anche i lavori di Kiarostami , della famiglia Makhmalbaf, Panahi, Ghobadi ed altri ma per me ormai è troppo tardi e dovrei andare a dormire perché domani il lavoro m’aspetta…. Ormai cerco di vedere i film nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, negli ospizi, dentro le famiglie, dietro le porte dei tribunali, sulle pagine dei giornali che guardo attentamente prima di dormire….SOGNI D’ORO !

Quarantennitudine

Lo scrittore Clive Barker  sosteneva che “siamo tutti libri di sangue: in qualunque punto ci aprano, siamo rossi”. Forse anche vero il contrario. Cioè che tutti i libri – o almeno quelli veri, quelli che “rimangono” – oltre all’anima hanno anche un corpo, una fisicità.  Ricordiamo il colore della loro copertina, ci affezioniamo all’odore della carta in cui sono stampati, sono cose vive.

Accade qualche volta che un libro e un luogo si sovrappongano in modo involontario ma non casuale (il caso non esiste). Ad esempio, un paio di anni fa finii di leggere “Una perfezione provvisoria” di Carofiglio in treno da Bari a Roma. Ed era stata un’uscita fisica dall’atmosfera di quel romanzo/giallo ambientato nel capoluogo pugliese.

Quest’inverno ero a Teheran e avevo in valigia A quarant’anni, della scrittrice iraniana Nahid Tabatabai, pubblicato in Italia da Ponte33. Il titolo originale Chehelsaleghi è traducibile in “quarantennitudine”: una condizione dell’anima più che una mera situazione anagrafica.

Avrei dovuto consegnare quella copia a una persona a Teheran, ma alla fine ho avuto il tempo di leggere il romanzo per intero. Ed è stata una lettura che ha accompagnato la mia immersione nella megalopoli iraniana e la mia personale “quarantennitudine”.

Alaleh, la protagonista del romanzo, è una quarantenne, ex musicista ora impiegata d’ufficio, sposata e madre di una adolescente. Il ritorno dall’estero di un direttore d’orchestra, suo primo grande amore, apre una falla nell’equilibrio monotono della sua vita di tutti i giorni. Ma come tutte le crisi, sarà anche l’occasione per cambiare, per rinascere, in un certo senso. “Due volte vent’anni”, come il titolo di un romanzo di Lidia Ravera di qualche tempo fa.

Non vi racconto la trama perché di azione ce n’è poca e perché questo è un libro da vivere più che da spiegare. Se lo prenderete per quello che è: un romanzo, non un manuale della condizione femminile nella Repubblica islamica.

Anche perché l’ambientazione non è attualissima: la storia si svolge una quindicina d’anni fa, quando la società iraniana cominciava a uscire dagli anni cupi della rivoluzione della guerra con l’Iraq. Poca differenza? Mica tanto: niente internet, niente cellulari, il mondo esterno era ben più lontano. Un’altra epoca, per molti aspetti. Feconda di pulsioni e cambiamenti che sarebbero arrivati di lì a poco.

Ecco, se proprio vogliamo dare uno sguardo “sociale” su un passato recente, possiamo usare questo libro anche come termine di confronto con altre produzioni artistiche made in Iran più recenti. Come l’ormai celebre film premio Oscar Una separazione. Tra l’altro, da questo romanzo è stato tratto il film di Alireza Raisian, Chehelsaleghi, interpretato da Leyla Hatami, protagonista proprio del film di Farahadi.

Spero di avervi fornito delle buone occasioni per leggere A quarant’anni. Ma se invece non vi ho convinto, date un’occhiata alla copertina. Se vi capita tra le mani, sfogliatelo. Sono sicuro che vi verrà voglia di leggerlo. E se non vi viene voglia, allora avete sprecato tempo a leggere questo articolo.

Pollo alle prugne

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Un ponte tra Iran e Italia

Ponte33 è una piccola casa editrice nata nell’estate del 2009, dalla passione di due studiose di lingua e cultura persiana, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, entrambe formatesi presso l’allora Istituto Universitario Orientale, dove la Ferraro ha anche insegnato Storia dell’Iran per alcuni anni,  prima di ricevere l’incarico di addetto culturale presso la nostra ambasciata a Tehran. L’obiettivo della casa editrice è dichiaratamente quello di far conoscere in Italia la letteratura contemporanea prodotta in persiano in Iran e in Afghanistan e all’estero, dove molti scrittori provenienti da questi vivono ormai da anni. Una produzione variegata, lontana dagli stereotipi correnti e dai pregiudizi alimentati da visioni limitate e frettolose, che svolge un ruolo importante nel far comprendere le contraddizioni di società nelle quali la contemporaneità si trova a convivere con resistenze antiche e nuove opposizioni.

Il nome Ponte33 ricalca il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate (33 per l’appunto) ci si incontra per passeggiare, leggere, discutere; una sorta di simbolo dell’incontro tra generazioni diverse in un qualche modo divenuto lo specchio del mutamento culturale, della società che cambia e va avanti. Il messaggio lanciato dalle due studiose è chiaro: non più veli, cammelli, cupole e tappeti, miscuglio di esotismo da pacchetto turistico a prezzo scontato, ma neanche ostilità, fanatismo, minacce nucleari e oscurantismo medioevale, messaggio quotidiano di TG frettolosi e stampa superficiale; solo una società “normale” che cerca di gestire il retaggio di una storia complessa e un presente complicato da una situazione socio-politica difficile, a volte insostenibile, ma certo non immobile. “Abbiamo iniziato con un romanzo scritto in Iran” – ci dice Felicetta Ferraro –   perché è stato soprattutto questo Paese a imporsi ai nostri occhi per la sua diversità, per le tensioni che lo attraversano, per la travolgente energia culturale che lo domina, per la spinta irrefrenabile al cambiamento”.

Come un uccello in volo di Fariba Vafi, il primo romanzo pubblicato, è uno straordinario esempio della presa di coscienza di una donna che riesce ad emergere dall’inerzia alla quale sembra essere stata condannata da un passato familiare pieno di ombre e dal ruolo di moglie e madre assegnatole dalla società, attraverso un minuzioso lavoro di scavo dentro se stessa e il mondo che la circonda.

Osso di maiale e mani di lebbroso di Mostafa Mastur, uscito qualche mesa fa, esplora la quotidianità palpitante di un condominio di Tehran, megalapoli nella quale si coagulano le contraddizioni irrisolte di un’intera società; mentre A quarant’anni , il  romanzo di Nahid Tabatabai appena arrivato in libreria da cui è stato tratto un film mai arrivato in Italia interpretato da Leyla Hatami, la stessa attrice premiata con l’Orso d’Argento a Berlino per Una separazione, film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero 2012, narra la crisi di una donna non più giovane che, come tante coetanee occidentali, rimpiange la gioventù, il primo grande amore, e le realizzazioni mancate nel frastuono della guerra e del nuovo ordine sociale imposto dalla rivoluzione khomeinista.

Il prossimo libro, I fichi rossi di Mazar-e Sharif ,  dà voce all’Afghanistan martoriato da un conflitto infinito, del quale solo la letteratura potrà restituirci i reali contorni, attraverso quello sguardo “dall’interno” che è una delle sue  prerogative.

www.ponte33.it

Non ci posso credere!

Farhadi ce l’ha fatta: Una separazione è il primo film iraniano a vincere l’Oscar. La notizia addolcisce il lunedì mattina ed esalta il primo giorno di Diruz. Vedo la premiazione su internet e verso la prima lacrimuccia. Come disse Benigni per il suo di Oscar, “My body is in tumult”. Figuriamoci gli iraniani! E infatti sul web impazza l’entusiasmo per un premio meritatissimo, che fa onore all’immensa cultura di questo popolo.

Bene, accendo la tv per il primo tg del mattino. Sul Tg 1 si parla di Oscar, ma non di quello vinto dal film iraniano. Costumi, scenografie, fotografia, ecc. Quello al miglior film straniero viene taciuto. E vabbè – mi sono detto – in fondo è sempre Raiuno, che mi aspettavo?

E invece il silenzio regna ovunque: Rainews, mediaset, per non parlare dei siti web delle grandi testate nazionali: Repubblica, Corriere, Stampa. Nessuno mette la vittoria di “Una separazione” nemmeno nei sommari! E il giorno dopo (oggi) la musica non cambia. Sì, certo, negli elenchi dei premi il film c’è. E vorrei ben vedere.

Ma da un punto di vista strettamente giornalistico, è questa la vera grande notizia di questa edizione degli Oscar. O no?

Unica voce fuori dal coro, quella del Manifesto. In prima pagina Daniele Silvestri scrive: “Quando non si aggira pericolosamente per il mondo un presidente Usa integralista, Hollywood, progressista ma pronta al conflitto non moderato, si rilassa. Anche troppo a giudicare dagli Oscar di domenica notte (Una separazione a parte, perché mai un iraniano vinse, e questo film non è né proibito a Tehran né subdolamente dissidente)”. All’interno Giulia D’Agnolo Vallan ci informa anche che “A Separation è la prima produzione da un paese musulmano che vince nella categoria di miglior film straniero”.

Tutto il resto è silenzio. Difficile pensare che sia una semplice svista. Evidentemente nella narrazione dell’Iran, un premio Oscar stona, non piace, mette in crisi un’idea precostituita del Paese.

E così, mentre i media Usa hanno parlato del carattere “storico” di questo premio, la stampa italiana lo ha snobbato.

Ad ogni modo, tanto per rimanere in tema, ecco la registrazione di un incontro organizzato la scorsa settimana da Radio radicale col Javad Shamaghdari, vice Ministro della Cultura della Repubblica Islamica dell’Iran. Si parla, tra le altre cose, anche di “Una separazione” e del processo a Jafar Panahi.

Carver a Teheran

Di cosa parliamo quando parliamo di Iran? Parafrasare il titolo più famoso di Raymond Carver viene naturale quando ci si appresta a recensire Osso di maiale e mani di lebbroso, dell’iraniano Mostafa Mastur, secondo libro della casa editrice Ponte33.

Andiamo al cuore della questione, tanto per evitare equivoci: l’Iran è un argomento che tira, che genera curiosità. Per diverse ragioni, forse più psicologiche che culturali. L’Iran è tendenzialmente identificato come “altro”, come “diverso”. E quindi le produzioni culturali iraniane attraggono spesso un certo pubblico a prescindere dal loro effettivo valore. Tutto cominciò nel 2004 con Leggere Lolita a Tehran, di Azar Nafisi. Da allora è stata una vera alluvione di titoli e storie. Vado a memoria: Viaggio di nozze a Teheran, Passaporto all’iraniana, Le notti di Teheran, La prigioniera di Teheran, solo per citarne alcuni. Per onestà, non posso fare a meno di citare anche il mio I ragazzi di Teheran.

Perché sono stati scritti, tradotti, pubblicati, comprati e (più o meno) letti così tanti libri in così pochi anni? Erano tutti libri che ci avrebbero attratto anche se non avessero avuto (nel titolo, nel sommario, nella quarta di copertina) la parolina magica: Iran? E davvero questi libri sono tutti utili a conoscere e a capire Teheran e dintorni?

Lo ammetto: anch’io, per diversi anni, ho comprato e letto quasi tutti i romanzi che avessero a che fare con l’Iran. Ma ho deciso di smettere quando mi sono reso conto che la distanza tra il Paese che conosco e amo e l’Iran che leggevo su questi libri si stava facendo enorme. D’altra parte, la maggior parte degli autori di questo “Iran da esportazione” non vive più in patria da molti anni. Alcuni perché non possono proprio tornarci e a loro va tutta la mia personale solidarietà. Ma troppo spesso il Paese che raccontano è quello che hanno lasciato 30 anni fa.

Se invece siete interessati all’Iran di oggi, eccoci al libro di Mastur, che già dal titolo rifiuta qualsiasi furberia, visto che Ponte33 ha optato per una fedele traduzione dell’originale Ostokhan-e khuk va dastha-ye jozami. “Giuro su Dio che il vostro mondo, per me, è più indegno e spregevole di un osso di maiale nelle mani di un lebbroso”. Le parole dell’Imam Ali compaiono quasi a metà del libro, in una scena tra le più forti. Siamo nella Teheran dei nostri giornii, in un grattacielo con decine di appartamenti e decine di storie. Diverse, vicine, che si incrociano o si sfiorano appena. Mentre leggevo di Daniel, di Susan, di Bandar e di tutti gli altri personaggi, mi venivano in mente le immagini di America Oggi, film capolavoro di Robert Altman, tratto dai racconti di Raymond Carver. E infatti, a leggere nelle note sull’autore, ho scoperto poi che Mastur ha tradotto in persiano il maestro del minimalismo americano e gli deve più di qualcosa come stile e ambientazione. Non rinunciando però a “persianizzare” la sua scrittura. Non aspettatevi descrizioni didascaliche di donne in chador o incisi chilometrici che vi spieghino cosa sia il No Ruz o l’Ashura. Questo è un romanzo, non una guida turistica. Il tocco personale di Mastur è una capacità di aggregare storie tanto diverse e di renderle intimamente e misteriosamente iraniane. Sì, potremmo trasferire le storie di questo libro in un condominio di Roma o di Parigi, ma finiremmo col perdere qualcosa del fascino di questi racconti. Qualcosa che sta più nelle parole non scritte che in quelle scritte.

Il libro si apre con una scena di ordinaria follia e si chiude con un capitolo in cui voci e situazioni si sommano e si confondono. Sembra già una sceneggiatura pronta per essere trasformata in un film. O forse no, forse è meglio che le immagini evocate dalle parole di Mastur rimangono tutte nella nostra testa.

Sarebbe un peccato se Osso di maiale e mani di lebbroso fosse letto soltanto da chi è appassionato di Iran. È un libro da leggere non perché sia “utile” o “particolare” o “emblematico”, ma semplicemente perché è bello.

Pollo alle prugne, il romanzo

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Il volo di Fariba Vafi

Scrittrice iraniana

Prima di parlare di Fariba Vafi e del suo romanzo “Come un uccello in volo”, facciamo un piccolo passo indietro. Salone del libro di Torino, maggio 2010. La sezione “Lingua madre” ospita Said Sayrafiezadeh, 42enne autore del romanzo “Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard”, edito in Italia da Nottetempo. Il programma dell’incontro riporta il sottotitolo “Dall’Iran”.

L’autore ha una faccia simpatica, sembra timido. Ha un completo scuro, senza cravatta. Somiglia un po’ a un bancario in pausa pranzo. Fa uno strano effetto vederlo intervistato da Hamid Ziariati, scrittore iraniano da anni in Italia, che invece è in puro stile grunge, capelli lunghi e maglione extra size.

Sayrafiezadeh, padre iraniano e madre americana, esordisce dicendo (in inglese) che lui in Iran non c’è mai stato e non parla nemmeno persiano. Ma allora, perché metterlo nella sezione “Lingua madre” e indicarlo come un autore proveniente dall’Iran? Semplice: perché l’Iran “tira”, fa vendere copie, è esotico. Nulla da ridire su Sayrafiezadeh, che mi rimane simpatico, ma mi è passata la voglia di leggere il suo libro e di ascoltare l’incontro.

Di libri sull’Iran scritti dagli iraniani della diaspora, negli ultimi anni ne abbiamo avuti fin troppi. Tutto ebbe origine nel 2004 con “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, passando poi per la saga fumettistica di Persepolis di Marjane Satrapi e arrivando a una serie di libri più o meno interessanti, tutti sicuramente molto furbi.

Vive invece a Teheran Fariba Vafi, autrice di ‘Come un uccello in volo’, da pochi giorni nelle librerie italiane, prima pubblicazione della nuova casa editrice Ponte33. Nata ufficialmente nel luglio 2009, con sede a Firenze, Ponte33 è guidata da Irene Chellini, antropologa, Felicetta Ferraro, iranista e già addetto culturale dell’ambasciata italiana in Iran e Bianca Maria Filippini, iranista ed esperta di letteratura iraniana.

Il suo nome, Ponte33, si ispira al Si-o-se pol (‘ponte dei 33 archi’), famoso ponte di Isfahan sotto le cui arcate i giovani della città sono soliti radunarsi. L’obiettivo della casa editrice è tradurre e pubblicare titoli legati all’Iran contemporaneo e al resto del mondo persanofono (Afghanistan,Tagikistan). Narrativa, quindi, ma anche poesia, saggistica, arte ed eventualmente musica, di autori iraniani, afghani, tagiki, con l’intento di offrire uno sguardo “dall’interno” alle società contemporanee di un’area ormai da decenni al centro dell’attenzione internazionale per le complesse vicende politiche e l’interesse geostrategico che la caratterizzano, eppure ancora poco nota nei suoi aspetti culturali e sociali fondamentali. Parallelamente, è intenzione di Ponte33 dare vita ad una collana specifica dedicata alla divulgazione della produzione internazionale di analisi e saggistica sull’area, sinora quasi del tutto assente in Italia.

“L’Iran è troppo spesso raccontato da scrittori della diaspora – spiega Felicetta Ferraro. La qualità della loro produzione letteraria è poco convincente. Viene proposto uno stereotipo dell’Iran, fin dalle copertine, che ritraggono quasi sempre chador e turbanti. Di sicuro c’è un dolore autentico dietro le storie che vengono raccontate, ma in molti casi gli autori non vanno in Iran da 30 anni”.

Nel frattempo, l’Iran è cambiato molto. Oggi ci sono almeno 370 scrittrici, 13 volte di più rispetto agli anni novanta, e un numero quasi uguale a quello degli scrittori. Inoltre, in un Paese dove la tiratura media è di 5.000 copie, diversi libri scritti da donne sono stati stampati in 100mila copie.

Fariba Vafi è una delle figure più significative del panorama letterario iraniano contemporaneo. Nasce a Tabriz nel 1962 e dopo il diploma e un breve periodo di lavoro in fabbrica, frequenta a Teheran la scuola di formazione della polizia femminile islamica. Rientrata a Tabriz, viene impiegata come guardia carceraria ma abbandona il servizio dopo solo tre mesi. “Venni arruolata perché ero alta. Cercavo un lavoro a avventure da raccontare”, spiega oggi. Dopo il matrimonio, pur vivendo lontana dagli ambienti letterari della capitale, riesce ad imporsi all’attenzione della critica e dei lettori. Pubblica il suo primo racconto, Rohat shodi pedar (“Ora sei in pace, papà”) nel 1988. Nel 1996 dà alle stampe una prima raccolta e quindi quattro romanzi, di cui Come un uccello in volo (“Parande-ye man”) è il primo tradotto in italiano.

È un libro molto particolare, intenso ma mai pesante. Scritto in uno stile minimalista, racconta la storia di una giovane casalinga imprigionata nel suo ruolo di madre e moglie. Immaginiamo che sia in Iran, ma in realtà non nomina mai il luogo in cui vive. Desidera una vita migliore, ma non vuole abbandonare né la propria casa né il proprio Paese, mentre suo marito Amir è ossessionato dal desiderio di emigrare in Canada e a un certo punto va a lavorare in Azerbaigian.

Nel racconto – narrato in prima persona – emergono a tratti i fantasmi dell’infanzia e incubi legati al presente, ma il tono non è mai disperato. Si ride, persino, in alcuni momenti. Non aspettatevi niente di “esotico”: qui non ci sono interminabili elenchi di piatti tipici o descrizioni ossessivamente inutili di feste tradizionali. C’è una protagonista, una storia, sentimenti, emozioni. È un romanzo, un bel romanzo, non una guida liofilizzata all’Iran. Eppure, ne siamo convinti, se lo leggerete capirete qualcosa in più di questo Paese.

Una separazione

Se siete appassionati di cinema, ne avrete già sentito parlare molto bene. Se di film ne vedete pochi, andate assolutamente a vedere “Una separazione”, dell’iraniano Asghar Farhadi. È un consiglio da appassionato di cinema, non da persofilo. Il titolo originale recita “Jodaeiye Nader az Simin”, cioè, se il mio persiano non mi inganna, “La separazione di Nader da Simin”. Il che ci fornisce già una prospettiva narrativa molto netta. Nader è, in effetti, più protagonista di Simin. Ed è il suo essere separato dalla moglie, il motivo narrativo dominante. Una coppia relativamente giovane (hanno entrambi meno di 40 anni) decide di separarsi. Lui lavora in banca, lei è insegnante. Piccola borghesia, diremmo noi in Italia. Piccolissima borghesia a Teheran, dove non conta tanto che lavoro fai ma ciò che possiedi.

I due hanno in mano i visti per trasferirsi all’estero, ma lui, Nader (Peyman Moaadi) non vuole abbandonare il padre, malato di Alzheimer. Lei, Simin (Laila Hatami), si trasferisce a casa dei propri genitori. La figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), 11enne, rimane col padre.

Una soluzione temporanea, almeno così sembra, in attesa di chiarirsi le idee e tornare dal giudice per una decisione definitiva. Ma le conseguenze dell’amore (che finisce), sono in agguato. Per accudire l’anziano (Ali-Asghar Shahbazi), viene ingaggiata come badante la chadori Razieh (Sareh Bayat), donna religiosissima e incinta, con un marito disoccupato e sempre ostaggio dei creditori.

In questo intreccio di per sé già abbastanza complesso, interviene l’imprevedibile. Che non vi raccontiamo per non rovinarvi la visione. Diciamo soltanto che la storia rimane tirata fino alla fine. E tutto è sempre un po’ diverso da quello che sembra a prima vista. Non completamente diverso, ma giusto quel tanto che basta a far sì che abbiano un po’ tutti ragione e un po’ tutti torto.

Quello che rimane allo spettatore è una storia scritta benissimo, in cui non c’è forse una scena o una battuta di troppo. Chi scrive, ama profondamente l’Iran e  la sua cultura. Ma ha un approccio molto tiepido col cinema iraniano. Non se la prendano i cultori di Kiarostami, ma di alcuni film come “E la vita continua” e “Il sapore della ciliegia”, ricordo soprattutto la noia. Diverso il discorso per Jafar Panahi e soprattutto per Farhadi, di cui mi aveva colpito moltissimo Chaharshambè surì, (2006), purtroppo inedito in Italia e il comunque intenso Darbaraye Elly (2009), tradotto (chissà perché) all’inglese About Elly in Italia.

Altri film di registi delle ultime generazioni rimangono invece terribilmente antiquati nel loro stile narrativo. Shekarchi (The hunter) di Rafi Pitts è stato spacciato all’estero come un thriller innovativo e avvincente. Ma per me è uno dei film più brutti che abbia mai visto, doppiato, oltretutto, in modo disastroso.

Farhadi è invece su un altro livello. Sobrio eppure vivacissimo. Non ci si annoia, non ci si distrae un attimo. Eppure non c’è una scena di violenza, non c’è la trovata accattivante a cui spesso ricorrono anche molti registi nostrani. È allo stesso tempo un regista ed un autore. Viene da pensare che in Farhadi ci sia tanto di quel “genio assimilatore persiano” di cui parlava il grande  Alessandro Bausani.

In tutti i suoi film è evidente il confronto tra le due diverse anime della società iraniana: quella più benestante e “laica” (ma forse dovremmo dire “diversamente religiosa”) e quella povera e tradizionalista. È un confronto che il 39enne Farhadi rappresenta senza moralismi e senza furberie. Anche perché si tratta certamente di un confronto che lo riguarda personalmente, in quanto cittadino iraniano cresciuto dopo la rivoluzione e tuttora residente nella Repubblica islamica.

Ma le tensioni e i temi di questo film superano ampiamente la dimensione nazionale. È un film iraniano, ma è una storia universale. Non fatevi condizionare dal traffico di Teheran e dal foulard delle donne. La grandezza di questo film sta nel fatto che lo possiamo pure classificare come un film “iraniano”, ma dovremmo – come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera – riconoscerlo come un capolavoro.

Un ultimo suggerimento: se potete, vedetelo in lingua originale, coi sottotitoli. È un piccolo sforzo per apprezzare in pieno un gruppo di attori bravissimi. Tutti, dai due interpreti principali, dalla figlia undicenne al giudice, interpretato da Babak Karimi che ha probabilmente stabilito un record mondiale, doppiando se stesso nella versione italiana.

Un giorno con Mastur

Intanto devo dire che me lo aspettavo più piccolo. Dalle foto sembrava un uomo non alto, poco appariscente. E invece Mostafa Mastur spiccava nel caos di via IV novembre per la corporatura robusta e l’incidere veloce, accompagnato da Bianca Maria Filippini nel caldo anacronistico di questo strano e infinito settembre. A ripensarla adesso, era una scena da romanzo metaletterario: lo scrittore e la sua traduttrice che gli fa da guida. Mastur ha un aspetto mite ma deciso e gli piace parlare, parecchio. È vivace ma non è allegro. È serio ma non è triste. Ho scoperto che è ingegnere. Come Gadda.

E dopo che l’ho saputo, ho pensato che in fondo, in modo difficile da spiegare, gli somiglia pure a Gadda. È stata una bella giornata. Invece che raccontarvela, preferisco riviverla e farvela vivere con la registrazione della trasmissione radio (Alfredo Angelici è stato come sempre bravissimo: ascoltate come legge l’incipit del romanzo), i video girati alla Casa delle Traduzioni e un po’ di foto.

La registrazione della puntata

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