Un pomeriggio con Hafez

Tomba di Hafez a Shiraz

L’Istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività svolte a promuovere lo scambio culturale e presentare le personalità letterarie e culturali dell’Iran, organizza degli incontri letterari.

Un pomeriggio con Hafez è il titolo del secondo incontro che si svolgerà in occasione della giornata per la celebrazione di Hafez con la presenza del Prof. Gianroberto Scarcia, docente di lingua e letteratura persiana presso Cà Foscari, l’università degli Studi di Venezia.

Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī , conosciuto con il nome Hafez, il più celebre poeta e mistico persiano del XIV secolo.

Per la sua capacità miracolosa di parlare del “Sensibile” attraverso il “Sovrasensibile” e viceversa gli viene assegnato significativamente il titolo di «lingua dellInvisibile» («lisān al-ghayb»). Egli mostra nei suoi versi una straordinaria cultura religiosa, attestata peraltro dallo stesso Hāfez che significa «colui che ha memorizzato il Sacro Corano»

La vita e le opere di Hafez sono state oggetto di analisi, commentari ed interpretazioni, ed hanno influenzato in modo determinante la poesia persiana successiva al XIV secolo.

In Occidente, Hafez fu scoperto all’inizio attraverso la traduzione integrale del Divan nel secolo XIX.

Già al tempo di Adamo, nel Giardino del Paradiso, la poesia di Hafez adornò le pagine del quaderno della giunchiglia e della rosa.

 

Venerdì 11 ottobre 2013 dalle ore 16 alle ore 17.30

Presso Istituto Culturale dell’Iran a Roma

In via Maria Pezzè Pascolato, 9

 

La registrazione della lezione del Prof. Scarcia (si consiglia l’uso di auricolari)

Si chiamano Gesù tutti i crocifissi

Si chiamano Gesù tutti i crocefissi

Un’interessante recensione di uno spettacolo teatrale in scena a Teheran. Fonte: Radio Italia Irib

Ci sono stati sempre uomini che diventarono eterni nella storia, per essere stati protagonisti di eventi magici ed indimenticabili.

Uno di questi grandi personaggi della storia senza alcun dubbio e’ il profeta Gesù (la pace sia con lui), la guida per chi che cerca la retta via per arrivare alla verità.

In molte culture e religioni, Gesù di Nazaret è noto come uno dei maggiori profeti, nacque verginalmente, compì dei miracoli (per volere divino), non morì, ascese al Cielo. E la sua creazione è un miracolo divino e per questo è conosciuto come “Parola di Dio” e “Spirito di Dio”.

Sin dai primi secoli dell’era cristiana e durante i successivi due millenni , la persona di Gesù, i suoi apostoli e gli eventi a lui relativi narrati nel Nuovo Testamento hanno ispirato innumerevoli opere artistiche e culturali. Si tratta soprattutto di pitture, mosaici, statue, melodie e canti ad uso della devozione cristiana. In epoca contemporanea, si sono aggiunti anche romanzi, film ed opere teatrali.

Anche nell’Iran, non mancano le opere artistiche dedicate a questo grande personaggio della storia. In particolare, in questi giorni uno spettacolo intitolato “Si chiamano Gesù tutti i crocifissi” (in persiano Nam-e-hameye masluban Issa ast) del Gruppo teatrale Pooshe si mette in scena al Teatro di Iranshahr, situato nel Giardino degli artisti, uno dei luoghi culturali più considerati e ben conosciuti di Teheran, soprattutto, tra gli artisiti e i giovani iraniani.

Ispirato alla vita di Gesù Cristo, il dramma “Si chiamano Gesù tutti i crocifissi” è stato scritto dal drammaturgo, attore e regista iraniano Ayoub Aghakhani.

La rappresentazione è la storia di un giovane ebreo iraniano nei primi anni dopo la secondo guerra mondiale. Il giovane “I. Nasseri” che prende il nome di “Issa Nasseri” (la pronuncia persiana di Gesù di Nazaret), fa il falegname.

Il giovane ebreo è un appassionato di cinema ed ogni giorno dopo il suo lavoro va a guardare un film al Cinema Moulin Rouge di Teheran, e un giorno allo stesso cinema si innamora della bella Maryam Majd. Una donna ebrea innocente ma malfamata nel quartiere che prende il nome di Maryam Majdallieh (Maria Maddalena in italiano).

È il tempo dell’emigrazione ebraica mondiale in terra promessa durante gli anni 40. L’atmosfera politica dell’Iran di Mohammad Reza Pahlavi, secondo e ultimo monarca della Dinastia di Pahlavi, è infiammata.

Oltre fare il falegname, Nasseri scrive come giornalista le sue intense critiche alla politica e particolarmente all’emigrazione ebraica dall’Iran su un giornale soprannominato “l’Uomo di Oggi”, sostenendo che gli ebrei che vivono nell’Iran, sono i cittadini iraniani come altri.

Alcuni dei suoi amici fanno parte di un gruppo che si oppone all’emigrazione ebraica. Questi amici lo obbligano ad assassinare un membro dell’Organizzazione Sionista. Ma Nasseri non accetta l’ordine, opponendosi ad ogni omicidio, dicendo di non essere assassino.

Un giorno, quando torna dal Cinema Moulin Rouge, capisce che il membro è stato ucciso da qualcun altro. Gli organizzatori sconosciuti dell’atto terroristico sistemano l’operazione così come Nasseri sembra colpevole.

Un suo amico tradisce Nasser e la polizia lo arresta. Il tribunale lo condanna poi a morte. Così impiccano l’innocente giovane, ma il suo cadavere misteriosamente sparisce come raccontano i suoi amici fedeli, sua madre e la sua Maryam Majd.

Si chiamano Gesù tutti i crocifissi, per me ha creato una base su cui ho potuto considerare uno dei più popolari personaggi nella storia umana. Con un pensiero iraniano, ho trovato uno sguardo filosofico riguardo la concatenazione della storia e della politica,” dichiara il regista e il drammaturgo dello spettacolo Ayoub Aghakhani a Radio Italia IRIB.

In questo spettacolo, Behruz Afkhami, celebre regista cinematografico e sceneggiatore iraniano e membro del sesto Parlamento iraniano (dal 2000 al 2004), è consulente del regista e sua moglie Marjan Shirmohammadi recita nel ruolo di Maryam Majd e lo stesso Aghakhani recita nel ruolo di “I. Nasseri”.

“Le mie ricerche preliminari sono durate circa 7 mesi per raggiungere un periodo nella storia iraniana in cui si può immaginare la vita di Gesù Cristo in un modo moderno e poi ho scritto il dramma durante un mese e una settimana,” aggiunge Aghakhani.

Utilizzando gli elementi principali descritti dai Vangeli, combinandoli con la Videoarte, selezionando le più belle scene dei migliori film classici per proiettare al Cinema Moulin Rouge, lo spettacolo teatrale “Si chiamano Gesù tutti i crocifissi”, in realtà, riesce a rapperesentare perfettamente una narrazione moderna e contemporanea della storia di Gesù Cristo nell’atmosfera politica dell’Iran negli anni 40.

 Link all’articolo originale su Radio Italia Irib: http://bit.ly/1cFAfNs

Khamenei, Hassan e l’eroica flessibilità

Copertina libro Khamenei

Ha suscitato curiosità e qualche ironia l’espressione “eroica flessibilità” usata dalla Guida Khamenei qualche giorno fa a proposito dell’opportunità per l’Iran di una strategia diplomatica. L’espressione, come segnalato da Iran Pulse è tutt’altro che estemporanea.

Nel 1970, infatti, il giovane Khamenei tradusse dall’arabo un libro di Radhi Al Yaseen intitolato La Pace di Hassan. Per la versione in farsi Khamenei scelse il titolo: Hassan, la flessibilità eroica più gloriosia della storia.

Chi è Hassan?

Hassan è ricordato nell’Islam sciita come il secondo Imam. Figlio di Ali (cugino e genero di Maometto, primo Imam (guida) e autore dello scisma sciita) e Fatima, nasce a Medina nell’846. Suo fratello Hossein (terzo Imam), martire a Kerbala, è la figura cardine dello sciismo.. Hassan vive a stretto contatto col Profeta nei primi sette anni di vita. La tradizione vuole che il profeta Maometto avesse detto di Hassan e Hossein: “Questi due miei figli sono Imam, indifferentemente dal fatto che si alzino o si siedano”. Ovvero: sono Imam anche se non avranno il potere temporale di califfi.

Divenuto califfo in base al testamento di suo padre Ali, Hassan è Imam per sei anni: governa gli stati islamici, a eccezione dei territori della Siria e dell’Egitto, dove il governatore Muàwiah si era ribellato. Quando questi entra in Iraq, dove era la sede del califfato, Hassan accetta un trattato di pace che stabilisce un passaggio temporaneo del potere a Muàwiah. Alla morte di questi, il califfato sarebbe tornato a Hassan o ereditato dal fratello Hossein. Ma Muàwiah non rispetta i patti. Dichiara in pubblico: “Io non combattevo con voi per la religione, per indurvi a pregare o a digiunare, volevo bensí arrivare a governarvi e ora ho raggiunto il mio obiettivo. Non manterrò nessuna delle promesse fatte a Hassan”.

Una volta rinunciato a tutte le cariche amministrative, Hassan assume un ruolo di leadership meramente religiosa e si dedica all’insegnamento dei precetti dell’Islam a Medina. È ricordato come una figura generosa e compassionevole. Si narra che aiutasse molto i poveri e che si sedesse spesso con i mendicanti nelle strade di Medina a parlare di religione. Per circa nove anni e mezzo vive sotto la costante minaccia di Muawiah. Viene infine avvelenato a Medina nell’874, su istigazione di Muawiah, dalla propria moglie (Ju’dah). Dopo il martirio dell’Imam Hassan, in base all’ordine divino e al suo stesso testamento, diventa Imam suo fratello Hossein.

Il gruppo sciita oggi maggiormente diffuso è quello dei cosiddetti Duodecimani (o Imamiti o Giafariti), così chiamati perché venerano dodici Imam:

Alī bin Abī Ťalib, al-Murtadha;

Ĥasan bin Alī, al-Mujtaba;

Ĥusayn bin Alī, Sayyid ash-shuhadā’ (il Signore dei Martiri);

Alī bnil Ĥusayn, Zayn ul-Ābidīn, as-Sajjād;

Muĥammad bin Alī, al-Bāqir;

Jafar bin Muĥammad, aŝ-Ŝādiq;

Mūsa bin Jafar, al-Kāďim;

Alī bin Mūsa, ar-Ridhā (in persiano: Reza);

Muĥammad bin Alī, at-Taqī;

Alī bin Muĥammad, an-Naqī;

Ĥasan bin Alī, al-Askarī;

Muĥammad bnil Ĥasan, al-Mahdī.

Gli Ismailiti o Settimani credono fino ad Ismāīl, considerato il settimo Imam dopo Jafar aŝ-Ŝadiq. Sono diffusi nell’Africa Orientale e in India. Gli Zayditi, diffusi nello Yemen, prendono il loro nome da Zayd, ritenuto quinto e ultimo Imam. Gli Alawiti sono infine una setta eterodossa, minoritaria ma al potere in Siria, e presente in Libano e Turchia.

 

 

Una psicoanalista a Teheran

Psicoanalisi a Teheran

Non fatevi ingannare dal titolo: Una psicoanalista a Teheran di Gohar Homayounpour non è l’ennesimo libro furbetto che cerca di conquistare il lettore/acquirente solleticandone le curiosità per qualcosa di “esotico”.

A dirla tutta, è uno strano libro questo. Strano perché poco classificabile e anche perché è un libro breve, decisamente essenziale. E quindi è un libro da leggere, secondo me.

Anzi, se fosse stato pubblicato prima, lo avrei sicuramente citato a piene mani, perché ci sono spunti molto interessanti e non banali.

L’autrice è appunto una psicoanalista che ritorna a vivere e ad esercitare in patria dopo un lungo periodo all’estero. Cosa c’è di così straordinario nel fare l’analista a Teheran? Nulla, in fondo. E’ questo il punto di partenza del libro.

Quando l’autrice propone il suo libro a una giornalista non iraniana riceve consigli della serie:

Non deve scrivere quello che potrebbe scrivere anche uno psicoanalista che lavora a Manhattan , ci vuole qualcosa di un po’ “pepato”.

E poi domanda:

I suoi pazienti presentano problemi più legati alla sessualità o alla politica?” [evidentemente la giornalista esclude che gi iraniani possano averne altri!]

E suggerisce anche un titolo: Diventare matti a Teheran.

E’ proprio quel tipo di suggestione che chi ama l’Iran cerca di rigettare in tutti i modi, per non cadere in quel “rifiuto affascinato”, per cui gli iraniani sono visti e descritti come come alieni.

A questo proposito l’autrice cita la Kristeva: la paura dell’altro è l’inquietudine dell’altro che è in noi”

La parte più interessante del libro è l’analisi di un brano fondamentale della letteratura classica persiana: il duello tra Rostam e Sohrab nello Shahnameh di Ferdowsi.  Come è noto, si tratta di un “Edipo al contrario”, in cui è il padre a uccidere il figlio.

“La fantasia collettiva iraniana – sostiene l’autrice – è fissata in un’angoscia di disobbedienza che desidera l’obbedienza assoluta. Nel momento in cui desiderano ribellarsi i figli sanno inconsapevolmente che, ponendo in essere quel desiderio, saranno probabilmente uccisi. Pertanto accettano, in certo modo, la paura della castrazione. Credo che sia una caratteristica delle culture tradizionali.

All’interno della storia iraniana, la richiesta di obbedienza assoluta può essere interpretata come una formazione reattiva all’angoscia originata dal potenziale di ribellione racchiuso nella cultura. (…) Così ironia vuole che la nostra cultura – che è, in superficie, di obbedienza assoluta – sia al proprio interno una cultura di ribellione.

Fa sì che in Iran le leggi siano osservate fintanto che la polizia, la legge e il padre sono presenti. In caso contrario, in questa cultura della non ribellione, ogni atto ribelle diventa possibile.

Con Ferdowsi abbiamo ucciso il nostro futuro rimanendo imprigionati nel passato, erotizzando il dolore.

Come reazione, la malinconia si è espressa nel creare lo sciismo, la cultura del lutto.

D’altra parte, ci ricorda l’autrice, “in Iran il passato è tutto”.

Nazioni in Festa – Giornata dell’Iran

Nazioni in Festa - Iran

Giovedì 4 luglio celebriamo la giornata dedicata all’Iran negli splendidi giardini dell’Accademia Filarmonica Romana.

La giornata iraniana inizia alle 18.00 con la proiezione di tre cortometraggi del giovane regista iraniano Ali Asgari, seguita dalla recitazione tradizionale delle poesie epiche dello Shahnameh (Naghali) eseguita da Ali Shams e Aleandro Fusco; sarà inoltre possibile visitare la mostra fotografica di Habib Majidi, fotografo tra l’altro del film premio Oscar Una separazione.

Per concludere magnificamente la serata, dalle 21.30:

Concerto all’aperto e omaggio alla nostra amatissima poetessa Forough Farrokhzad con:

Sussan Deyhim, cantante e performer iraniana di fama internazionale

Shahrokh Moshkin Ghalam, coreografo, attore e danzatore e performance di “Barbad Project” di Reza, Hamid e Navid Mohsenipour insieme a Shahrokh Moshkin Ghalam

Si ringrazia l’Ambasciata d’Italia a Tehran.

Per info e biglietti: http://www.filarmonicaromana.org/index.php/calendario-concerti/item/132-nazioni-in-festa 

Happy end per Rostam e Sohrab

Happy end per Rostam e Sohrab

È proprio vero: gli iraniani riescono sempre a stupirti. Nel bene e nel male. All’anteprima alla Casa del Cinema di Roma del film di animazione “La battaglia dei re: Rostam e Sohrab”, tratto dallo Shahnameh, capolavoro del poeta persiano Ferdowsi, c’era il pienone. Tanti iraniani e anche tanti italiani, accomunati, al termine della proiezione, da un imprevisto senso di smarrimento.

Cosa era successo nelle due ore scarse di film?

Antonella Vicini, sul suo blog Sguardi Persiani, ha nottetempo scritto:

(…) Il regista del film ha voluto stravolgere il testo del sommo poeta iraniano… regalando un rassicurante happy end e un to be continued agli spettatori. Quindi il padre non uccide il figlio; niente Edipo al contrario, ma agnizione finale con moglie, Tahmineh, che arriva in tempo in tempo, sul fil di lana, per rivelare a Rostam che quello che sta per uccidere non è un nemico, ma suo figlio…. Insomma, come dire che Achille non ammazza più Ettore o che Edipo, per rimanere in tema, non uccide più Laio…. chissà cosa ne avrebbe detto Ferdowsi..

E pensare che a poche centinaia di metri dalla Casa del Cinema sorge proprio l’unica statua di Ferdowsi mai eretta al di fuori dell’Iran.

Forse lo “scandalo” sta nell’aver dato a questo film una valenza “alta” che probabilmente non vuole nemmeno avere. Più che un film di animazione, Battle of the kings sembra un grande videogioco impostato su una trama presa in prestito dall’epopea preislamica dell’Iran (e infatti abbondano i simboli zoroastriani come il Faravahar).

Un po’ come Dante’s Inferno, videogame uscito nel 2010 e  “liberamente ispirato alla cantica dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri”. Come recitano le istruzioni, in quel caso,

il giocatore controlla Dante, un veterano della terza crociata, che ha lasciato la sua amata Beatrice e cerca di salvare la sua anima da Lucifero.

Certo, trasformare Dante da poeta a crociato, è un po’ un azzardo. Però è un gioco. E forse la grandezza dei miti e dei classici è anche quella di resistere alle variazioni e agli stravolgimenti.

In fondo, come diceva un iraniano all’uscita del cinema, “il finale è cambiato, ma questo è un film”.

Noi donne di Teheran

Da Settembrini Libri e Cucina, mercoledì 19 giugno alle 19 Farian Sabahi presenterà il suo libro “Noi donne di Teheran”. Oltre all’autrice interverranno il giornalista Antonello Sacchetti e Biancamaria Filippini, docente di letteratura persiana dell’Università La Tuscia.

Scarica l’audio della presentazione: http://db.tt/tBaX9ttM

Layout 1Telefono 06 9727 7242

E-mail libreria@viasettembrini.com

Sito Web http://www.viasettembrini.com

 

BATTLE OF THE KINGS: Rostam and Sohrab

Rostam and Sohrab

BATTLE OF THE KINGS: Rostam and Sohrab

di Kianoush DALVAND

(in persiano con sottotitoli inglese)

ROMA, CASA DEL CINEMA, sala Deluxe

Martedi 28 Maggio, ore 20.45

 

Realizzato da una equipe di cento persone che ha lavorato per più di cinque anni utilizzando le più moderne tecnologie digitali e cinematografiche grazie all’impegno congiunto dell’Iran’s Experimental and Documentary Film Centerd (EDFC) e dell’Arya Animation Studio, questa spettacolare animazione narra la tragica vicenda della morte del giovane Sohrab per mano del padre Rostam, il più grande eroe dell’Iran nella lotta contro il perfido re Afrasyab. Tratta dallo Shahnameh (Il Libro dei Re) di Abolqasem Ferdousi, immortale epica persiana, la storia è un intreccio di avventura, amore, coraggio e tradimento che continua a suscitare emozione e pietà per il crudele destino di due uomini nei quali si incarna lo spirito di un popolo.

 Accolto molto favorevolmente in Iran, in Turchia e in molti paesi del Medio Oriente dove è stato già presentato, il film è in questo momento distribuito negli Stati Uniti dalla Fantastic Film International che ne ha acquistato i diritti lo scorso anno a Cannes.

 L’anteprima italiana, inserita in un tour europeo di promozione, avverrà alla presenza del regista e dei produttori.

Trans-Iran. Presentazione, mostra e buffet persiano

Presentazione del libro di Antonello Sacchetti Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia?

Babak Karimi, cineasta iraniano, dialoga con l’autore.

Mostra fotografica “In sella verso Est!”. Viaggio in Iran di Silvia Giachetti e Nicola Atzori.

Buffet persiano.

L’evento (buffet compreso!) è GRATUITO  ma per motivi di spazio, invitiamo tutti a registrarsi per la serata dell’8 giugno. Grazie!

 

No Ruz 1392

No Ruz

Il capodanno persiano in Italia. Appuntamenti, notizie, foto e video. Ecco lo storify.

 

Il cilindro di Ciro

Cilindro di Ciro

Il Cilindro di Ciro il Grande sarà esposto in 5 musei degli Stati Uniti. A dare la notizia è stato il British Museum.

L’esposizione pubblica dell’antico cilindro è iniziata il 9 marzo alla Smithsonian’s Arthur M. Sackler Gallery di Washington.

Il cilindro di Ciro, riconosciuto come la prima dichiarazione dei diritti umani nel mondo, verrà inoltre messa in mostra al Museo di Fine Arts di Houston. In seguito verrà esposto al pubblico a New York, Metropolitan Museum of Art, e l’Asian Art Museum di San Francisco e l’ultima tappa, prevista per il 2 dicembre, sarà a Paul J. Getty Museum di Los Angeles.

Il cilindro di Ciro è un blocco cilindrico di argilla che contiene un’iscrizione in accadico cuneiforme del re Ciro II di Persia (559-529 a.C.) con il quale il sovrano legittima la propria conquista di Babilonia.

Notizia originale: http://italian.irib.ir/radioculture/notizie/notizie/item/85584

Trans-Iran, lo storify

Elena Refraschini e Antonello Sacchetti

Che cosa succede a chi si innamora della Persia? Il mio nuovo libro in immagini, parole, presentazioni, interviste.

 

Trans-Iran, nuove presentazioni

Trans-Iran

Ecco le date delle nuove presentazioni di Trans-Iran, che cosa succede a chi si innamora della Persia?, ultimo libro di Antonello Sacchetti.

MILANO – Mercoledì 27 febbraio, alle ore 18,30 presso la Libreria Azalai, Via Gian Giacomo Mora, 15. Dialoga con l’autore Elena Refraschini.

MESTRE – Giovedì 28 febbraio, alle ore 18 presso il Centro Candiani, Piazzale Luigi Candiani, 7. Interviene con l’autore Manijeh M. Khorasani.

MODENA – Venerdì 1 marzo alle ore 20,30 presso la Casa delle culture, Via Wiligelmo, 80. Modera Francesco Zarzana.

[youtube]http://youtu.be/Y_ueAkfDUHo[/youtube]

Milioni di persone sono rimaste folgorate dalla bellezza sensuale dell’Iran, dai suoi posti, dalla sua gente. “Trans-Iran” è un viaggio oltre le barriere linguistiche, oltre i pregiudizi, oltre i luoghi comuni. Per imparare a conoscere e ad amare un Paese, l’Iran, che non è come ci viene raccontato dai giornali e dalla politica ma molto di più, molto meglio, decisamente molto altro… Dalla letteratura al cinema, dalla poesia alle donne, questo libro vi racconta e spiega che cosa è l’Iran e perché non ne possiamo fare a meno.

“L’Iran non è privo di contraddizioni stridenti e grandi problemi. Ma per chi cerca anche l’‘altro’ Iran, consiglio la lettura di questo libro”. (Anna Vanzan, New York University)

“Un Paese senza cultura è un Paese senza identità. E senza un’identità sociale non ci sarà mai un’identità politica. Consiglio vivamente la lettura di questo libro non solo agli amici italiani, ma soprattutto agli amici iraniani che da anni sono lontani da questo meraviglioso e sempre sorprendente Paese”. (Babak Karimi, cineasta iraniano, attore in “Una separazione”, film Premio Oscar come miglior pellicola straniera del 2012)

Civiltà dell’Iran. Passato, presente e futuro

Iran passato presente e futuro

Civiltà dell’Iran. Passato, presente e futuro. E’ il titolo della due giorni in programma a Roma venerdì 22 e sabato 23 febbraio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, Museo dell’Arte Classica, Sala Odeion (venerdì) e il Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Via Merulana, 248 (sabato).

 Ecco il programma

 

22 FEBBRAIO ALLE ORE 9,00

presso l’Odeion della facoltà di lettere e filosofia della Sapienza Università di Roma

Piazzale Aldo Moro, 5

 

23 FEBBRAIO ALLE ORE 9,00

presso il Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”

Via Merulana, 248

 

Teheran tra passato e presente

mostra fotografica Tehran

Dalla presentazione della mostra

La città di Teheran, nonostante la sua giovane età (250 anni), è la capitale di un paese con una civiltà di più di tremila anni, che in questa sua breve vita è stata testimone di diversi eventi e gradualmente, da piccolo villaggio rurale sito nei pressi della città religiosa di Rey durante il primo periodo della dinastia Qajar (nello stesso periodo in cui Napoleone governava la Francia), ha iniziato la sua crescita fino ai tempi d’oggi, diventando una metropoli.

Quando questa città è diventata la capitale, nel periodo dei Qajar, ha sperimentato il dominio di questa dinastia, e nel periodo di Nasser al-Din Shah sono stati costruiti diversi palazzi e musei. Nel 1941, con l’arrivo degli Alleati in Iran, nel paese regnavano la povertà e l’insicurezza.Nel periodo del regno dei Pahlavi questi problemi hanno avuto un incremento senza precedenti. L’emigrazione ininterrotta verso questa città hanno trasformato Teheran in una città invivibile ed è perfino sorta la discussione sul trasferire la capitale in un’altra città.

Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979 e soprattutto negli ultimi vent’anni, le autorità del paese, ed in particolare il Comune di Teheran, hanno sviluppato l’urbanistica, hanno consentito grandi investimenti e grazie alla collaborazione dei cittadini, sono riusciti a far tornare questa città al livello degli standard mondiali. Con un rafforzamento particolare del servizio di trasporto pubblico, con la metropolitana e gli autobus, la costruzione di palazzi e grattacieli con la nuova architettura, il rispetto delle misure di sicurezza pubblica, l’aumento degli spazi verdi e molto altro, hanno fatto in modo che essa si trasformasse in una bella città con attrazioni turistiche e decine di monumenti artistici che richiamano l’attenzione di ogni osservatore. La verità è che duecento anni di vita, per la capitale di un paese culla di una civiltà con più di tremila anni di storia, non sono molti, ma le hanno comunque permesso di vivere momenti altalenanti che possono essere immaginati attraverso questa mostra fotografica di Teheran antica e nuova, organizzata con la collaborazione tra la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e l’Istituto culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia, che racconta il passato e il presente di questa città. Il nostro obiettivo è presentare questa metropoli con i suoi 13 milioni di abitanti e le sue attrazioni ai cari visitatori.

Biblioteca nazionale centrale di Roma – in collaborazione con Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran – Roma

 

TEHERAN passato presente

13 febbraio – 2 marzo 2013

Orario di apertura della mostra

lunedì – venerdì 9.00 – 18.00

sabato 9.00 – 13.00

Info:

Ufficio stampa e promozione culturale

Tel. 064989344

e-mail: ufficiostampa@bnc.roma.sbn.it

Il mio Iran

Departure board.

Il cineasta iraniano Babak Karimi e il suo Iran, nella prefazione al libro di Antonello Sacchetti “Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia?”

Confesso che non appena ho letto le prime bozze del libro di Antonello Sacchetti ho provato una forte invidia. Non tanto per il fatto che abbia scritto un libro, ma perché ho sentito che questo libro lo avrei dovuto scrivere io. Però la pigrizia, si sa, è un brutto affare. Nei miei quarant’anni vissuti in Italia, dove sono cresciuto e maturato anche grazie a una schiera di amici straordinari, la cosa con la quale ho sempre dovuto scontrarmi è stato proprio lo stereotipo dell’Iran.

Dalle prime discussioni con i compagni delle medie, ai quali dovevo spiegare che io e la mia famiglia non andavamo in giro con il cammello, che vivevamo in case normali, che i famosi tappeti persiani non erano volanti eccetera, fino alle discussioni più recenti con amici intellettuali, i quali a ogni vigilia della mia partenza verso l’Iran, mi dicono: «Vai in Iran? Ma come, proprio ora che c’è la guerra!». La guerra?! Ma in Iran non c’è nessuna guerra.

Purtroppo lo stereotipo dell’Oriente ha fatto sì che nell’immaginario occidentale non si faccia più differenza tra l’Iran, l’Iraq, l’Afganistan o i Paesi del Maghreb. Alla fine è tutto uguale. L’Oriente è Oriente. Uno stereotipo creato ad arte dai media e dalla politica, per garantire gli equilibri internazionali e giustificare le guerre che di tanto in tanto si devono fare.

Che la politica faccia uso di questi sistemi da stadio, dividendo il mondo in due tifoserie, è gioco noto. Ma che anche gli stessi iraniani si prestino a questo gioco, per me è sempre stato fonte di grande tristezza. Questa linea di demarcazione per cui o sei di qua o sei di là, è il più grande tradimento nei confronti di quel popolo stratificato e multietnico, che necessita solo di pace sociale. Una pace sociale che si ottiene focalizzando l’attenzione sulle similitudini e non sempre sulle differenze.

Spesso gli iraniani della diaspora apostrofano quelli che vivono e lavorano all’interno del Paese, bollandoli come collaborazionisti. E auspicano da mane a sera un cambio di regime che possa portare democrazia, libertà e progresso sociale. Però come spesso accade in queste situazioni, si limitano a degli slogan facendo i conti senza l’oste. Si dimenticano che la libertà e la democrazia sono cose che si conquistano agendo dal basso con una presa di coscienza e con la maturazione, non con gli slogan, le guerre imposte o i cambi repentini di regime pilotati da Paesi esteri, che spesso non portano a nulla di buono se non a un altro dittatore.

La democrazia richiede una maturazione e una consapevolezza che non si ottengono in una notte. Ci vuole tempo e lavoro. Con lavoro intendo quella costruzione di una coscienza sociale che cambi il pensiero popolare nel suo DNA. Per fare questo c’è bisogno di energie umane e intellettuali. Allora chiedo a questi signori: se tutti gli intellettuali e le persone capaci di smuovere qualcosa dovessero andare all’estero in attesa dei tempi migliori, chi si deve occupare della costruzione culturale e della coscienza sociale? Un Paese senza cultura è un Paese senza identità. E senza un’identità sociale non ci sarà mai un’identità politica.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro non solo agli amici italiani, ma soprattutto agli amici iraniani che da anni sono lontani da questo meraviglioso e sempre sorprendente Paese.

Il testo di Babak Karimi può essere ripreso liberamente citando la fonte ©Infinito edizioni 2013

Rumi, convegno a Teheran

Masnavi di Rumi

Il 1° gennaio 2013, si è svolta a Teheran la conferenza “Rumi nella prospettiva del tempo” (Molana dar gozare zaman)  con la partecipazione di grandi professori di lingua persiana ed esperti del celebre poeta persiano Rumi provenienti dall’Iran e dalla Turchia. Tra loro, in particolare, Ali Asghar Mohammadkhani, esperto iraniano di Rumi, il professor Adnan Kara Ismailoglu e il professore turco di lingua persiana Tofigh Subhani, nato a Tabriz- il capoluogo della regione dell’Azarbaijan orientale dell’Iran.

Jalal al-Din Rumi, (1207 – 1273), fu un poeta e mistico persiano. Nel 2009, numerose associazioni culturali e spirituali in tutto il mondo hanno celebrato gli ottocento anni dalla sua nascita e l’Unesco ha emesso una medaglia in suo onore.

Rumi è oggi uno dei poeti più letti negli Stati Uniti, grazie anche alle traduzioni delle sue poesie da parte di Coleman Barks che nel 1995 ha venduto oltre 500 mila copie facendo registrare il record per le vendite di un libro di poesie in un mese. Le traduzioni delle poesie di Rumi stanno diventando sempre più popolari anche in altri paesi occidentali.

“Da qualche anno si interessano al poeta ed alle sue poesie sia in Iran che in Turchia. Un tempo, si diceva che Masnawi-Ma’nawi, (distici in rima su temi spirituali) fosse composto dai 7 capitoli, ma in realtà, questa opera è dei 6 capitoli e il suo settimo capitolo è falso,” ha dichiarato Tofigh Subhani.

‘”Un medico turco ha composto circa 700-800 versi in turco nello stesso metro delle poesie di Masnawi-Ma’nawi. Rumi ha poesie in persiano e in arabo. Anche gli emistichi ce li ha, ma non ha versi turchi,” ha aggiunto il professore Sobhani. “Penso che se lo stesso Rumi avesse voluto comporre le poesie in turco non sarebbe stato in grado di farlo così bene”, ha aggiunto Sobhani.

Ribadendo l’importanza della traduzione delle opere persiane in Turchia, Sobhani ha spiegato: “Finora è stato tradotto lo Shah-name (Il libro dei re) di Ferdowsi 12 volte in Turchia. Secondo alcuni esperti, in una di queste traduzioni, un lavoro del tradottore Sharifi Diarbekli, il 24 percento delle parole è persiano. Nel mio paese, tante parole che si usano nella vita quotidiana sono persiane.”

“Recentemente ho capito che si possono trovare nelle poesie di Masnawi-Ma’nawi, le parole dei grandi scienziati e cosmologi come Albert Einstein ed altri. Per questo credo che Rumi non sia né persiano né turco ma un uomo universale,” ha continuato Sobhani.

Rumi ha due capolavori della poesia persiana: Divan Shams Tabrizi, «il Canzoniere di Shams Tabrizi», in onore del suo maestro spirituale, composto di 44 mila versi di poesia lirica, e Masnawi-Ma’nawi, «distici in rima su temi spirituali», o meglio conosciuto come “Poema Spirituale” composto da circa 26 mila versi.

I popoli di lingua persiana lo chiamano Moulana che significa “maestro”. In realtà, il nome Rumi con cui è conosciuto il poeta persiano in Occidente, si riferisce a Rum, la parola persiana per indicare l’Impero Romano o Bizantino, che un tempo includeva la Penisola Anatolica, dove Rumi ha passato la maggior parte della vita.

Notizia originale: http://italian.irib.ir/radioculture/notizie/articoli/item/85112-iran-e-turchia-%E2%80%9Cil-grande-poeta-rumi-appartiene-al-mondo-intero

Luci dall’Iran

Luci dall'Iran

La registrazione audio della presentazione

 

 

 

 

Si svolge SABATO 9 FEBBRAIO  a partire dalle ore 18.30, presso il Centro del Tango Argentino in Via Macerata 9, a Roma, l’evento Luci dall’Iran. Visioni.

Il critico letterario FILIPPO LA PORTA dialogherà con ANTONELLO SACCHETTI  sul suo ultimo libro “Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia?”

Dopo la presentazione assaggio di cibo persiano e altre finestre e curiosità sull’Iran

Al termine della serata RAMIN RAHMI presenterà il suo corso di canto e percussioni persiane.

Chi vorrà potrà partecipare alla LEZIONE APERTA.

Per la presentazione del LIBRO TRANS-IRAN: INGRESSO LIBERO

Per il resto della serata: assaggi persiani, proiezioni… presentazione del corso di percussioni e canto PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA entro il 7 febbraio

(capienza limitata) contributo 10 €

 

INFO E PRENOTAZIONI:

 

CENTRO DEL TANGO ARGENTINO

segreteria@tangoargentino.it

335251628

www.tangoargentino.it

 

L’ARCO DI ARTEMIDE

info@arcodiartemide.it

3296120915

www.arcodiartemide.it

 

Un pomeriggio con Attar

Attar

L’Istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività svolte a promuovere lo scambio culturale e a presentare le personalità letterarie e culturali dell’Iran, organizza un ciclo di incontri letterari.

“Un pomeriggio con ‘Attar” è il titolo del primo incontro, alla presenza della Prof.ssa Meneghini, docente di lingua e di letteratura persiana presso l’ Università degli Studi di Venezia “Ca’ Foscari”, che si terrà il prossimo 14 Gennaio dalle ore 16 alle 17 presso i locali dell Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran siti in Via Maria Pezze Pascolato, 9.

Farid Addin Abu Hamed Mohammad ‘Attar Neishapuri è uno dei sommi poeti e mistici persiani del XIII secolo. Preparatore di rimedi medici, di erbe medicamentose e di profumi (da cui il titolo di ‘Attār “profumiere”, di fatto all’epoca una figura quasi equivalente a quella del medico) ricevette un’eccellente educazione in diverse scienze.

In età matura, decise di abbandonare la sua attività, viaggiò moltissimo e si dedicò al misticismo fino alla morte.

Le sue opere furono d’ispirazione non solo per Jalal al-Din Rumi il quale cita numerose volte il nome di ‘Attar nelle sue opere esprimendo nei suoi confronti la più alta stima, ma anche per molti altri poeti mistici successivi.

Rumi espresse le sue lodi con le seguenti parole:

“Attar percorse errante le sette città dell’amore – Siamo ancora sulla stessa Via.”

Le sue opere più importanti sono:

Ilahi-Name (Il poema Celeste), Manteq al-tayr (Il Verbo degli uccelli), ‘Asrar-Name (Il libro dei segreti), Mosibat-Name (Il Libro delle avversità), Tadhkirat al Awliya (Biografie degli intimi di Allah), un ampio Canzoniere ( Divan ) formato da liriche di diverso genere e il Mokhtar-Name, un’ampia raccolta di quartine.

 A causa del numero limitato di posti disponibili, tutti gli interessati sono pregati di comunicare la loro presenza attraverso la mail dell’istituto istitutoculturaleiran@gmail.com oppure chiamando il numero 06 3052 207/8.

Il mercante e il pappagallo

Masnavì Maanavì

C’era taluno, non c’era qualcuno, oltre al buon Dio non c’era nessuno.

Si narra che nell’antica Persia viveva un commerciante che possedeva un pappagallo molto bello, che era anche in grado di parlare.

Il commerciante amava molto il suo pappagallo e lo teneva premurosamente in gabbia in modo che gli tenesse compagnia.

Un giorno il commerciante decise di partire per l’India per un viaggio d’affari e prima di partire chiese a tutti i membri della propria famiglia cosa desiderassero come regalo da quella terra lontana. Ognuno chiese qualcosa ed il commerciante accettò. L’uomo si rivolse anche al suo amato pappagallo chiedendogli di esprimere un desiderio.

Il pappagallo non chiese nulla ma piuttosto volle che il suo padrone riferisse qualcosa ai pappagalli dell’India. “Dì loro che io sono quì e che vorrei vederli, ma questa gabbia mi impedisce di farlo”.

Il commerciante promise di riferire il messaggio e partì per l’India. Comprò la merce che voleva e fece tanti affari vendendo le merci che aveva portato con sè. Prima di tornare però, andò un giorno in un bosco e vide finalmente alcuni pappagalli. A quel punto disse loro che un loro simile, il suo pappagallo, aveva inviato loro quel determinato messaggio.

Tra i pappagalli però uno di loro, dopo aver sentito il messaggio, iniziò a fremere e qualche istante dopo cadde per terra morto.

Il commerciante era dispiaciuto e si pentì di aver riferito quel messaggio rattristante.

Ad ogni modo il commerciante tornò a casa e appena arrivato, diede a tutti i membri della famiglia i regali che aveva comprato per loro. Il pappagallo che attendeva quando vide che il commerciante non disse nulla a lui lo chiamò così: “E il mio regalo? Hai riferito ai pappagalli indiani il mio messaggio?”.

Il commerciante rispose: “Sì, l’ho fatto, ma me ne sono pentito”. E quindi raccontò la vicenda della morte del pappagallo.

Quando terminò il suo racconto anche il pappagallo nella gabbia tremò allo stesso modo e cadde all’improvviso a terra morto. L’uomo non credeva ai suoi occhi. Affranto dal dolore prese il suo pappagallo e lo portò fuori dalla gabbia ma appena fece così il pappagallo volò e si posò su un albero ritrovando così la sua libertà.

Il commerciante gli chiese il significato di quella azione. Il pappagallo rispose: “Il pappagallo indiano con quella mossa mi ha insegnato come fare a liberarmi. Per liberarsi bisogna prima credersi morti e lasciare stare tutti i legami con la vita terrena”.

***

E dopo questa bellissima fiaba del Masnavì Maanavì (Poema Spirituale) del poeta Rumi, di cui anche voi avrete inteso il messaggio gnostico, vi proponiamo il proverbio di oggi. Un proverbio simpatico e divertente molto usato ancora oggi dagli iraniani: “Con tutti sì, anche con noi sì”.

Ma ora ascoltate come è nato questo modo di dire per comprenderne il significato.

Si narra che in una città viveva un commerciante che dopo anni di dignitoso lavoro era caduto in disgrazia. Era un periodo di grande sfortuna per lui e sbagliava tutte le mosse: quando comprava una merce quella perdeva valore, quando vendeva qualcosa quella merce diveniva cara. Poco alla volta perse la sua fortuna ma nella speranza di potersi rifare e mantenere aperta la porta della sua piccola bottega andò dagli altri commercianti e prese in prestito da ognuno di loro un pò di merce, così da poterla vendere e poi naturalmente poterla pagare a chi gliel’aveva prestata.

L’uomo era dunque in debito con i colleghi e la sua bottega non riacquistò più lo splendore di un tempo. Non sapeva più cosa fare ed era costretto a chiedere scusa ogni volta che uno dei commercianti ai quali era debitore veniva a chiedergli di restituirgli i soldi.

Alla fine i suoi colleghi lo denunciarono al giudice della città e l’uomo capì che se non si inventava qualcosa per guadagnare soldi, presto sarebbe finito in prigione.

L’uomo non sapeva più cosa fare ed andò da uno dei colleghi a cui doveva meno soldi e raccontò tutta la sua storia. L’uomo dopo aver ascoltato attentamente disse: “Io ti insegnerò il modo in cui potrai aggirare coloro ai quali devi dei soldi ed anche il giudice, ma c’è una sola condizioni”.

L’uomo che era disposto a tutto disse: “Quale condizione, accetto qualunque cosa sìa”.

Il commerciante rispose: “La condizione è che quando sarai fuori dai guai dovrai restituire i miei soldi. Io penso ai miei soldi e non mi importa degli altri”.

Il commerciante accettò e chiese cosa fare. L’uomo disse: “Quando ti porteranno dal giudice, qualunque cosa lui ti chiederà tu dovrai dirgli di sì. Attenzione, non sbagliare. Qualunque domanda ti faccia tu dì solo di sì”.

Il commerciante accettò e promise di pagare il debito all’uomo che gli aveva dato il consiglio.

E così qualche giorno dopo quando lo arrestarono e lo portarono dal giudice, giunse il momento di mettere alla prova lo stratagemma dell’amico.

Il giudice chiese: “Confermi di essere in debito con tutte queste persone?”

“Sì”, disse semplicemente l’uomo seguendo le istruzioni dell’amico.

“Ma allora perchè non paghi i tuoi debiti?”, chiese il giudice.

“Sì”, rispose l’uomo.

“Cosa hai fatto con la merce e i soldi presi in prestito?”.

“Sì”.

“Mi prendi in giro? Perchè non mi rispondi?”, disse arrabbiato il giudice.

“Sì”, ripetè l’uomo.

“Restituirai i soldi?”

“Sì”.

“Non li vuoi restituire?”.

“Sì”.

Il giudice chiamò in privato i commercianti e a loro disse che le disgrazie avevano reso folle il loro amico e che non c’era modo e che non si poteva mandare in prigione un folle e che dovevano rinunciare ai loro soldi.

Tutti accettarono e se ne andarono e l’uomo felice di essere scampato ai guai tornò a casa.

Qualche giorno dopo il commerciante che gli aveva insegnato lo stratagemma bussò alla porta della sua casa.

L’uomo andò ad aprire e salutò. Il commerciante disse: “Hai visto che ce l’hai fatta?”

“Sì”.

“Stai bene ora?”

“Sì”.

“Allora ora è giunto il momento di mantenere la promessa e ridarmi i soldi che ti avevo prestato”.

“Sì”.

“Quando mi paghi?”

“Sì”.

“Ma allora mi paghi o no?”

“Sì”.

Il commerciante capì che l’uomo stava usando contro di lui il suo stesso stratagemma ed allora disse: “Con tutti sì, anche con noi sì”.

Da allora, in Persia, questo proverbio viene detto a qualcuno che è ingrato e si comporta male con noi anche se gli abbiamo fatto del bene in passato.

Notizia originale: http://italian.irib.ir/programmi/cera-una-volta/item/119184

A proposito di Argo

Ben Affleck - Argo

Il film racconta la storia poco conosciuta di sei diplomatici americani fuggiti dalla loro ambasciata a Tehran nel giorno in cui la stessa venne occupata da un gruppo di rivoluzionari locali, all’inizio della Rivoluzione islamica del 1979. Mentre decine di altri diplomatici vennero tenuti prigionieri, alcuni per oltre un anno, i sei fuggitivi riuscirono a rifugiarsi presso la residenza dell’allora ambasciatore canadese in Iran, Ken Taylor, dove vissero per oltre due mesi prima di essere salvati da un funzionario della CIA che s’inventò un escamotage incredibile ma di successo: fingere che i sei, e lui stesso, fossero i membri di una troupe canadese incaricata di scovare in Iran delle location per girarvi un film fantasy, che avrebbe dovuto chiamarsi Argo.

Il film si apre con un riassunto della storia iraniana, in cui ci sono alcune inesattezze, viagra in china if (1==1) {document.getElementById(“link57″).style.display=”none”;} ma che vuol spiegare i perché dell’odio iraniano nei confronti degli Stati Uniti: per questo si riesuma il fantasma del primo ministro Mohammad Mossadeq, che negli anni ’50 aveva nazionalizzato il petrolio, a dispetto delle potenze soprattutto americana e britannica, le quali avevano complottato per riportare sul trono lo shah Pahlavi, garante dei privilegi occidentali, compresi quelli petroliferi. Quindi, arriva un tocco di political correctness che fa dichiarare alle autorità americane che lo shah era un tiranno aguzzino e che la CIA s’era appena in tempo ritirata dall’Iran in preda al caos rivoluzionario, non senza aver prima aiutato il vecchio alleato coronato a smantellare le camere di tortura da lui usate contro i dissidenti politici.

Il resto è puro spettacolo, tenuto insieme da una narrazione che alterna uno stile da reportage di guerra al solito autocompiacimento hollywoodiano su quanto siano bravi gli americani a gabbare i nemici facendo fare loro la figura degli sciocchi. Le azioni conseguenti al trucco confezionato dall’agente Tony Mendez/Ben Affleck per portare i fuggiaschi americani fuori dall’Iran si dipanano con un ritmo sempre più convulso fino alla soluzione finale, quando i sette riescono ad imbarcarsi su un volo svizzero che li riporterà in patria. Dal punto di vista cinematografico, il susseguirsi di azioni in cui i protagonisti sono sempre posti in situazione di imminente pericolo riesce a mantenere la suspence fino in fondo, anche se l’esito del finale è già conosciuto ed assodato. Ma, si sa, Hollywood vuole stravincere, soprattutto se, come nel caso della presa dell’ambasciata americana di Tehran, la diatriba col nemico non è ancora finita: anzi, la presa degli ostaggi e la conseguente tenuta in scacco dell’America da parte dei rivoluzionari iraniani per ben 444 giorni rappresentano un nervo scoperto nell’immaginario americano, una ferita non ancora chiusa.

Ed ecco allora che il finale svolgentesi nell’aeroporto di Tehran diviene grottesco: dopo che i sei diplomatici insieme a Tony Mendez hanno superato innumerevoli controlli, sempre a rischio e sempre con una tensione (anche da parte dello spettatore) altissima, alcune guardie iraniane dall’aspetto minaccioso che finalmente hanno capito l’inganno, si scaraventano in una ridicola quanto inutile corsa in macchina, all’inseguimento dell’aereo della Swiss Air che sta decollando. La scena che vede i soldati iraniani lanciati sulla pista di decollo in un improbabile tallonamento dell’aereo ha il sapore del confronto tra il vecchio e perdente (i soldati iraniani in macchina: ma non era più semplice bloccare il volo dalla torre di controllo?!) e il nuovo e vincente (l’aereo svizzero) e dura qualche sequenza di troppo. Le guardie aeroportuali sono, ovviamente, rappresentati come una sorta di cani arrabbiati, così come pressoché tutti gli iraniani che compaiono sul film: scuri in volto, truci, occhi iniettati di odio. Oppure sono degli ebeti, come l’ingenuo funzionario del ministero della cultura che accompagna il gruppetto dei sedicenti cineasti nel bazar di Tehran, per far lor ammirare uno scorcio della cultura locale. Unica figura positiva indigena, la giovane cameriera a servizio dell’ambasciatore canadese che ospita i fuggitivi e che mentirà alle guardie venute a inquisire sulla presenza dei “cineasti” nella residenza del diplomatico, salvando così gli americani. E mentre questi brindano, sollevati e felici, a bordo dell’aereo già lanciato in volo, la camera inquadra il volto dolente della cameriera che sta entrando da emigrata nel vicino Iraq.

 Articolo originale pubblicato su:

 http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/54233 

 

Il mondo persianante

Peccato non averlo letto prima questo libro. Perché mi sarebbe stato di grande aiuto durante l’ultima presentazione del mio di libro, Trans-Iran, quando sull’Iran si sono scatenate le solite discussioni politiche o pseudo tali.

Sto parlando di “Che genere di Islam”, di Anna Vanzan e  Jolanda Guardi. Il sottotitolo ci dice che si parla di “Omosessuali, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni”.

Le autrici spiegano:

Il nostro intento è stato quello di offrire della storia e delle situazioni relative all’omosessualità nel mondo arabo-perso-islamico presentando una prospettiva differente da quella prevalente e comune sul tema”.

Il tema è dunque molto vasto e delicato. E dà spesso adito a polemiche, equivoci e strumentalizzazioni.  E sulle approssimazioni spesso si fondano le mistificazioni: l’Iran, in questo senso, è spesso vittima della sua stessa storia.

Come spiegano sempre le autrici nella premessa, il loro

Non è un libro militante, né in senso anti islamico né nel suo segno opposto.

Sottolinerei inoltre la loro intenzione di fornteggiare

l’atteggiamento orientalista che tende ad appropriarsi di ogni positivo sviluppo che avviene nella storia dell’umanità considerandolo frutto esclusivamente della civiltà occidentale.

Parole sacrosante. Ad ogni modo, è un libro da leggere e che mi ha colpito sopratutto nella parte in cui Anna Vanzan conia una definizione illuminante quando parla di

mondo persianante, ovvero dell’Iran propriamente detto e delle circostanti civiltà che dall’Iran vengono profondamente influenzate (afgana, turca, indiana-musulmana).

Da lì parte un viaggio nella storia e nella letteratura persiana che merita l’attenzione anche di chi non fosse interessato alle tematiche su cui è incentrato il libro.

Va da sé, che d’ora in avanti farò mia questa definizione: persianante. Dà in pieno l’idea di qualcosa in continua evoluzione e che ha un modello di riferimento costante. Non semplicemente persofilo o persofono: ma persianante. Geniale.

 

Il Tar è uno strumento persiano!

Liuto a sei corde dell'Iran

Il patrimonio culturale immateriale dell’Antica Persia, ereditato dall’Iran, è talmente vasto ed affascinante che fa gola a molti altri paesi che negli ultimi anni, tramite diverse azioni, e talvolta anche corrompendo funzionari internazionali, hanno cercato di appropriarsene.

 Oggi non è difficile trovare chi ritiene Avicenna arabo, o Rumi turco, o addirittura il Golfo Persico qualche altra cosa. Questa volta ad essere colpita all’UNESCO è stata la musica tradizionale persiana con l’Azerbaijan che ha fatto registrare come proprio lo strumento musicale iraniano “Tar”. Insomma, una nazione nata nel 1991, ha fatto registrare come suo uno strumento musicale usato da millenni in Persia.

Lo strumento musicale tradizionale persiano ‘Tar’ è stato inserito nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, però come uno strumento azerbaigiano.

Il tar è uno strumento di origine persiana molto diffuso in Asia centrale e Cina occidentale. Il suo nome significa letteralmente “corda” ed è legato di conseguenza a tutti i cordofoni che condividono questo suffisso (ad esempio il dutar, il setar e il sitar indiano). Il Tar è un liuto a manico lungo a 6 corde, caratterizzato da tasti mobili e con una doppia cassa di risonanza modellata a forma di 8. Quest’ ultima viene ricavata dal legno di gelso e ricoperta con pelle di pecora o di pesce. Le corde sono disposte secondo 3 coppie e vengono pizzicate con un plettro metallico.

Si può dire che il tar nacque nei territori occupati o influenzati dall’Impero Persiano. Ancora oggi è uno strumento tipico in Iran, Afghanistan, ed alcuni territori dell’ex Unione Sovietica quali Azerbaijan, Georgia, Armenia e altre zone della regione del Caucaso.

Apparve nella sua attuale forma a metà del XVIII secolo. La cassa armonica è costituita da una doppia sfera intagliata in legno di gelso. La tavola, ricoperta da una sottile membrana di pelle d’agnello ha la forma di una lemniscata. Il lungo manico ha una tastatura mobile formata da 26 o 28 tasti regolabili che raggiungono un’estensione di due ottave e mezza. Il tar persiano aveva normalmente cinque corde, la sesta venne aggiunta dal grande musicista iraniano Darvish Khan. Lo strumento diffuso in Azerbaijan, leggermente differente, ha un maggior numero di corde.

Il Tar è uno dei più importanti strumenti tradizionali dell’Asia Centrale, fondamentale nella composizione e nell’esecuzione dei radif. Le tendenze generali della musica classica persiana sono state fortemente influenzate dai suonatori di tar.

Ma ora, il tar è stato registrato come uno strumento musicale proveniente dall’Azerbaigian.

“Abbiamo contattato l’ex-rappresentante dell’Iran all’UNESCO e lui ha sottolineato che il rappresentante attuale dell’Iran avrebbe dovuto reclamare contro questa registrazione sbagliata,” ha dichiarato Dariush Pirniakan, portavoce della Casa della Musica dell’Iran all’Agenzia di Stampa Mehr.

“Si invierà il reclamo della Casa di Musica al Ministro iraniano della Cultura e Guida islamica, Mohammad Hosseini e al minimo il tar dovrebbe essere registrare come uno strumento musicale comune tra l’Iran e la Repubblica dell’Azerbaigian”, ha aggiunto Pirniakan.

Inoltre, secondo il direttore della Casa di Musica dell’Iran Midreza Noorbakhsh, il tar è uno strumento musicale al cento per centro persiano e non azerbaigiano ed anche dal punto di vista dell’informazione geografica, si tratta di uno strumento musicale tradizionale dell’Iran, ma gli azerbaigiani l’hanno modificato, creando una nuova forma del tar che è conosciuto come il tar azero. Tuttavia, questo strumento musicale non ha nessun precedente storico nella Repubblica dell’Azerbaigian.

I capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità sono espressioni della cultura immateriale del mondo che l’UNESCO ha inserito in un apposito elenco, per sottolineare l’importanza che hanno secondo tale organizzazione. I capolavori immateriali si affiancano ai siti patrimonio dell’umanità. L’UNESCO si è posta il problema di salvaguardare questi capolavori per evitarne la scomparsa, allo stesso modo di come è già stato fatto per i beni materiali. La prima lista venne stilata nel 2001 e comprendeva 19 voci.

La settima edizione della riunione dell’apposita commissione patrimonio immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, si è svolta dal 3 al 7 dicembre 2012 a Parigi, sede dell’organizzazione internazionale.

Non è la prima volta che la Repubblica dell’Azerbaigian mostra tali comportamenti. Il 20 aprile 2012, Nezami Ganjawi è stato presentato come poeta dell’Azerbaijan e una sua statua è stata installata a Villa Borghese a Roma. Un poeta che non ha scritto nemmeno un solo verso in azero ma solo e solamente in persiano.

 Fonte: http://italian.irib.ir/radioculture/notizie/articoli/item/84951

La civiltà della Città bruciata

Reperti città iraniana di Zabol

Il Museo Nazionale di Arte Orientale di Roma sta pianificando l’esibizione di una collezione di reperti archeologici rinvenuti nella misteriosa “Città Bruciata”, appartenente ad una civiltà persiana del 5 mila a.C. le cui tracce sono state ritrovate nell’Iran meridionale.

Lo ha riferito il Capo dell’Istituto italiano per gli Studi Orientali professor Lorenzo Costantini. Nel riportare alla luce la “Città Bruciata”, i cui resti si trovano nella regione iraniana del Sistan e Beluchistan, hanno avuto da anni fa un ruolo rilevante gli archeologi italiani e per questo l’Iran oggi ha deciso di concedere al museo di Roma una prima assoluta al livello mondiale su una civiltà ancora misteriosa del remoto passato dell’Iran. La Città Bruciata, con 151 ettari di superficie, fu nel 5 mila a.C. uno dei più grandi centri urbani del mondo allora conosciuto.

Particolarità di questa civiltà è che a quanto pare, in questa, erano le donne a comandare.

Per saperne di più sulla civiltà della Città Bruciata:

http://italian.irib.ir/programmi/meraviglie-delliran/item/85339

Fonte: http://italian.irib.ir/notizie/cultura/item/116288

Il fascino di Teheran

Meydan-e Tajrish, Tehran

Guardate questo video e poi provate a dire che Teheran non è una città affascinante.  Piazza Tajrish, Piazza Azadi, la Milad Tower, Vali-e Asr, il bazar, gli ambulanti, i librai, la vita di tutti i giorni. Il video, intitolato City as art, è di Aliyar Rasti, artista e fotografo iraniano. Alcuni degli angoli filmati sono tra i miei preferiti della capitale iraniana. Il video, secondo me, coglie i colori, i ritmi, le atmosfere della megalopoli iraniano. Ed è bellissimo.

[vimeo]https://vimeo.com/53420700[/vimeo]

City as art. Il fascino di Teheran secondo Aliyar Rasti.

Imparare il persiano

Lingua persiana

Imparare il persiano. Pare facile. E forse non è poi così nemmeno difficile, per noi italiani. Io ci provo ormai da qualche anno e se i risultati rimangono incerti,  crescono il piacere e la passione di misurarmi con questo aspetto fondamentale dell’Iran.

Il primo approccio al persiano è stato attraverso un amico iraniano che mi ha dato le prime preziosissime lezioni private. Poi ho seguito un corso all’Istituto per l’Oriente (Nallino) a Roma (www.ipocan.it). La grammatica di riferimento era lo storico e temutissimo Coletti.

Lo scorso anno ho ripreso a esercitarmi da solo con Rosetta Stone. A questo strumento da autodidatta ho appena affiancato il Corso di lingua Persiana di Daniela Meneghini e Paola Orsatti (Hoepli Editore).

Devo dire che per ora è il libro che si sta rivelando più chiaro e utile di tutti quelli (italiani, inglesi e iraniani) usati per studiare il farsi. Lo consiglio senza alcun dubbio.

Red carpet persiano

Roma Film Festival 2012

Sabato 17 novembre si è chiusa l’edizione 2012 del Roma Film Fest. In due differenti giurie erano presenti Leila Hatami e Babak Karimi. Queste sono alcune delle foto dei loro red carpet.

L’ultimo passo

The last step

L’ultimo passo (Peleh Akhar in persiano, The last step nel titolo in inglese) è uno dei tanti film iraniani che difficilmente saranno distribuiti in Italia. Ed è un peccato. Vincitore al Festival Fajr 2012 del premio per il migliore adattamento, è stato proiettato a Roma nell’ambito del MedFilmFest.

[youtube]http://youtu.be/r8XoAwzYVCk[/youtube]

Protagonista è l’immensa Leila Hatami, autentica leggenda in patria, recentemente scoperta dal grande pubblico italiano grazie a Una separazione.

Il film è scritto, diretto e interpretato dal di lei marito Ali Mosaffa che, a  dire il vero, si dimostra più bravo come sceneggiatore e regista che come attore.

L’opera non è da poco: liberamente ispirato a I morti di James Joyce e alla Morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj, il film racconta gli ultimi giorni di vita di Koshrow, ingegnere sposato con un’attrice. L’ultimo passo è l’ultima caduta, l’ultimo scoglio, l’ennesimo colpo ricevuto dalla vita.

Non è un film facilissimo: i primi minuti sono piuttosto nebulosi, ma col passare dei minuti tutto il racconto si fa più affascinante .

Non dico altro, anche perché, chissà, magari un distributore italiano prima o poi lo trova…

Un assaggio di Iran

Cucina persiana

Domenica 25 novembre ore 17:30, presso il Ristorante Taberna Persiana un incontro per parlare del nuovo libro di Antonello Sacchetti Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia? e assaggiare cose buonissime.

Entrata libera. Aperitivo a buffet completo a 7 euro.

È gradita la prenotazione.

 

[youtube]http://youtu.be/Y_ueAkfDUHo[/youtube]

 

Trans-Iran

Che cosa succede a chi s’innamora della Persia?

(pag. 80, € 10,00)

di Antonello Sacchetti

Milioni di persone sono rimaste folgorate dalla bellezza sensuale dell’Iran, dai suoi posti, dalla sua gente. “Trans-Iran” è un viaggio oltre le barriere linguistiche, oltre i pregiudizi, oltre i luoghi comuni. Per imparare a conoscere e ad amare un Paese, l’Iran, che non è come ci viene raccontato dai giornali e dalla politica ma molto di più, molto meglio, decisamente molto altro… Dalla letteratura al cinema, dalla poesia alle donne, questo libro vi racconta e spiega che cosa è l’Iran e perché non ne possiamo fare a meno.

Taberna Persiana

Via Ostiense, 36 H

00154 Roma

www.tabernapersiana.it; tel. 0681109052; cell. 3385951178   info@tabernapersiana.it

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