Festività in Iran nel 2017

Festività in Iran nel 2017. Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. E si corre sempre il rischio di programmare un viaggio in Iran nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2017. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

 

Festività in Iran nel 2017

Sabato 11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione
Giovedì 2 marzo: martirio di Fatima
Domenica 19 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
Lunedì 20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1396)
Martedì 22, mercoledì 23, giovedì 24: Ferie di No Ruz
Giovedì 31 marzo: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
Venerdì 1 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
Lunedì 10 aprile: Nascita dell’Imam Ali
Lunedì 24 aprile: Ascensione del Profeta
Venerdì 12 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato
Sabato  3 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
Domenica 4 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
Venerdì 16 giugno: Martirio dell’Imam Ali
Lunedì 26 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
Giovedì 20 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq
Sabato 2 settembre: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
Domenica  10 settembre: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)
Sabato 30 settembreTassoua
Lunedì 1 ottobre: Ashura
Venerdì  10 novembre: Arbaeen
Domenica 19 novembre: Martirio dell’Imam Reza
Mercoledì 6 dicembre: Nascita del Profeta Muhammad e dell’Imam Sadeq
Giovedì 21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Viaggio Iran 2017

Viaggio Iran 2017

GRUPPO CHIUSO 

Viaggio Iran 2017 «L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Dieci giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Viaggio Iran 2017: con chi

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

Viaggio Iran 2017: quando

Dal 26 ottobre al 4 novembre 2017

Viaggio Iran 2017: il programma

1° giorno        ROMA – TEHERAN

Partenza con volo per Tehran. Arrivo incontro con la guida locale e trasferimento in hotel. Sistemazione nelle camere riservate e pernottamento.

2°  giorno  TEHERAN – SHIRAZ

Giro nella capitale, attraverso i luoghi più importanti della storia contemporanea iraniana. Visita al  Golestan e all’Iran Bastan, uno dei musei più importanti del Paese. In serata volo per Shiraz. Arrivo in città, cena e pernottamento

3°  giorno SHIRAZ– PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

In mattinata escursione a Persepoli. Si prosegue poi a a Naqsh-e Rostam, necropoli con le tombe dei primi Imperatori: Dario il Grande, Serse,  Artaserse I e Dario II. Rientro a Shiraz visita della città, nota per i suoi giardini e per la mitezza del suo clima. Fu  capitale sotto diverse dinastie e  patria di illustri poeti come Saadi e Hafez. Visita della città e del Complesso di Vakil: la fortezza di Karim Khan (dall’esterno) (moschea, hammam, bazar), il caravanserraglio di Moshir, la Scuola coranica di Khan. Cena e sistemazione in hotel.

4°  giorno  SHIRAZ – PASARGADE – YAZD 

Partenza per Yazd.  Durante il  percorso effettueremo una  sosta per visitare  Pasargade,  prima capitale Achemenide con la tomba del suo leggendario fondatore Ciro il Grande. Arrivo a Yazd, città dal colore dell’ argilla, che  sorge ai margini di due deserti : il Dasht-e-Kavir e il Kavir-e-Lut . E’  famosa per le sue Badghir, le caratteristiche torri di ventilazione sui tetti delle case. Cena e sistemazione in hotel.

5°  giorno  YAZD

In mattina visita della città che ospita la più nutrita comunità di seguaci di Zoroastro. Visiteremo il “Fuoco Sacro”  il tempio dove si conserva una fiamma che brucia dal 470 d.C., le “Torri del Silenzio” due colline brulle, dove gli zoroastriani lasciavano i propri defunti agli avvoltoi perché ne spolpassero le ossa. Poi, nelle vicinanze, infine la moschea Jamé che presenta un portale rivestito di maioliche tra le più belle dell’Iran,  e il complesso di Mirciakhmaq, con la bellissima piazza  e il brulicante bazar, l’ antico quartiere di Fahadan, sito  Unesco, la madrasa Zaiaieh,  famosa come Prigione di Alessandro.

6°  giorno  YAZD – MEIBOD – NAIN – ISFAHAN 

Prima colazione. Partenza per  Isfahan. Durante il percorso visita al castello di Narin a Meibod e  l’antica Nain,  con La Moschea Masjed-e Jamé . Dopo pranzo partenza alla volta di Isfahan, tappa centrale del viaggio.

7° giorno  ISFAHAN

Due intere giornate dedicate  alla visita di una delle città più belle del mondo. Visita della stupenda piazza, della Moschea dell’Imam e del Bazar. Nella grande piazza centrale Naghsh-e Jahan (metri 512 x 163)  si affacciano due teorie di archi, nella parte bassa occupati da botteghe di artigiani (interessanti i negozi di preziosi: miniature, turchesi, stoffe),  si vedono alle estremità della piazza i pali che servivano a delimitare il campo da Polo realizzato 400 anni fa. Tra i porticati si incastrano la Masjed-e Emam (moschea dello Shah), in assoluto una delle più belle dell’intero mondo islamico per la raffinatezza della decorazione di piastrelle azzurre e gialle e l’armonia della cupola e degli spazi interni,  il piccolo gioiello della moschea di Masjed-e Shah Lotfollah, il palazzo reale safavide Ali Ghapu, il palazzo reale di Chehel Sotun e l’ingresso al bazar centrale coperto da piccole cupole sormontate da una apertura da dove filtra tutta la luce che serve per illuminare le merci esposte.

8° giorno  ISFAHAN

Proseguimento della visita della città con il quartiere Armeno, con le sue chiese e cattedrali, i famosi ponti Sio- se pol e Khajou,  dalla magnifica architettura, la Moschea del Venerdi,  l’animatissimo Bazar e i vari monumenti voluti dallo Shah Abbass e i successori Safavidi.

9° giorno   ISFAHAN – KASHAN – TEHERAN 

Partenza per Teheran. Nel corso del viaggio, visita di  Kashan, città famosa per la produzione di ceramica smaltata e per tutto il suo artigianato. Pranzo e visita alle ville dell’ Ottocento Iraniano: abitazioni bioclimatiche scavate nel terreno (Brugerdiha) con visita al bellissimo hammam di Soltan Amir Ahmad e in al giardino di Fin dove e’ stato incoronato il grande Shah Abbas.  Partenza per Tehran,  arrivo in serata e sistemazione in hotel. Cena in hotel e pernottamento.

10° giorno  TEHERAN AEROPORTO – ROMA

Al mattino presto trasferimento in aeroporto e ritorno in Italia.

QUOTA INDIVIDUALE : 2.500 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 300  EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma /Teheran – Roma A/R con Alitalia e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 9 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • spese consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

MASSIMO 20 PARTECIPANTI

ADESIONI ENTRO IL 30 GIUGNO 2017 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 20 SETTEMBRE 2017

Viaggio Iran 2017

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

Marzo nel segno dell’Iran

Come ogni anno, il mese di marzo, in concomitanza con il No Ruz, è ricco di appuntamenti riguardanti l’Iran. Personalmente, sarò impegnato in diverse iniziative.

Sabato 4 marzo, Torino

Si comincia nel prossimo weekend a Torino, con l’inaugurazione della rassegna cinematografica iraniana sabato 4 marzo alle ore 20,30 presso il Cinema Massimo (Via Verdi, 18). Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Domenica 5 marzo, Roma

Alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo “Via della Rivoluzione” (edito da Lastaria edizioni), scritto dall’autore iraniano Amir Cheheltan.
La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in via Santa Cecilia, 1/A.
Parteciperanno, insieme all’autore, Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).
Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

Mercoledì 8 marzo – Sabato 10 marzo, Roma

L’8 marzo si tiene l’inaugurazione della mostra fotografica “Il ronzio del silenzio”.  La mostra, che sarà inaugurata l’8 marzo2017 alle ore 18:00 presso la sede di COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo in via di San Giovanni in Laterano 266, rientra tra le attività promosse dal progetto di servizio civile “Parla (e suona) con me!*, e intende promuovere il talento di una giovane artista che esporrà le proprie foto dall’inaugurazione fino a domenica 12 marzo, sempre con orario 16:00-19:00.

Attraverso l’obbiettivo, la fotografa iraniana Mona Zahedi ci aiuterà a cogliere la poesia e la bellezza presente nei dettagli della vita quotidiana, che troppo spesso la velocità con la quale viviamo e la routine di ogni giorno non ci permettono di cogliere.

Nel corso dell’evento, avremo il prezioso contributo del giornalista e scrittore Antonello Sacchetti che ci consentirà di accrescere la nostra conoscenza sul Paese e di ricevere interessanti spunti di riflessione utili a scoprire l’Iran e la sua cultura.

Inoltre, la manifestazione prevede altre due importanti appuntamenti:

  •  Giovedì 9 marzo ore 18:00 proiezione del film Persepolis, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 2007, che analizza gli effetti della Rivoluzione islamica in Iran;
  • Venerdì 10 marzo ore 18:00 incontro di approfondimento con l’esperto di Iran Antonello Sacchetti.

 

Martedì 14 marzo, Roma

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce.

In occasione della festa del fuoco Casetta Rossa organizza una serata persiana:

*ore 18.30 – presentazione del libro ‘La rana e la pioggia’ di Antonello Sacchetti con Cristina Annunziata e Sepideh Shabani di Iran Human Rights
*ore 20.00 cena iraniana a menù fisso (prenotazioni al numero 06 8936 0511)
*a seguire festa

Lunedì 20 marzo, Roma

Capodanno persiano alle ore 11 in Piazzale Ferdowsi a Roma. Come ogni anno, ci troviamo sotto la statua di Ferdowsi per l’haft sin e per scambiarci gli auguri per il 1396.

 

Il cliente

Le conseguenze del cinema iraniano. Dopo aver visto Forushandeh, Il cliente, (ma in originale il titolo vuol dire “Venditore”) ultimo film del Premio Oscar 2012 Asghar Farhadi, ho sentito la necessità di leggere Morte di un commesso viaggiatore, il dramma più famoso di Arthur Miller. Sì, lo so che è un grande classico e quindi dovrei dire di “averlo riletto”, ma il punto è proprio questo: un film iraniano mi ha “costretto” a scoprire un classico della cultura americana/occidentale contemporanea.

Non è una novità, per chi conosce la cultura iraniana o anche solo il suo cinema. Ma è un punto di partenza, perché la lettura di Miller mi ha aiutato ad avvicinarmi al senso ultimo del film, sempre a patto che sia importante arrivarci a quel senso.

Breve digressione non causale

Non andiamo con ordine, ma partiamo dalla scena iniziale del film. In una Teheran invernale, un palazzo viene sgomberato in fretta e furia perché sta per crollare. E qui mi è venuta subito in mente la scena conclusiva del pilot della prima (e a quanto pare, ahinoi, unica) stagione di Vinyl, grandiosa serie TV della statunitense HBO ambientata nella New York del 1973. Lì il protagonista Richie Finestra viene travolto dal crollo dello stabile in cui sta assistendo al concerto dei New York Dolls e prende la decisione che dà il via alla narrazione della serie. Qui il crollo non avviene ma costringe una giovane coppia, Rana ed Emad, a cercare una nuova casa.

Sono entrambi attori di teatro, impegnati nella messa in scena, appunto, di Morte di un commesso viaggiatore. Grazie a un altro membro della compagnia (il “nostro”  – in quanto italiano d’adozione – Babak Karimi, uno dei più versatili attori iraniani contemporanei) trovano un altro appartamento, appena liberato da una misteriosa inquilina.

Una scenda del film
Una scena del film

E qui accade il fattaccio. Perché nell’appartamento in questione Rana subisce un’aggressione destinata a sconvolgere la sua vita e quella di Emad. Come in altri film, Farhadi ti illude facendoti vedere i binari di una trama tutta in rettilineo, salvo imporre un paio di sterzate quando meno te lo aspetti. Non voglio rivelare troppo, ma il film riserva almeno un paio di sorprese nell’ultima parte, la più drammatica.

Emad insegna al liceo e di sera recita, insieme a Rana, in una compagnia teatrale, alle prese, per l’appunto, con Morte di un commesso viaggiatore. E’ in questa alternanza tra realtà e finzione che Farhadi gioca la sua partita. Tra le righe dei dialoghi dei protagonisti c’è il confronto con la censura (i testi da ritoccare, il ridicolo di recitare vestiti fingendo di essere nudi, ..) e più in generale la difficoltà – comune a tutti gli artisti del mondo – di conciliare l’arte con la vita quotidiana.

La vacca

C’è una scena che merita forse un approfondimento. Emad fa vedere ai suoi studenti il film Gâv (La vacca) di Dâriyush Mehrju’i, un grande classico del cinema iraniano, premiato a suo tempo con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970. Il film narra la storia Hassan, contadino povero di un paesino sperduto, la cui unica proprietà è una vacca. Durante una sua breve assenza, la vacca muore. Gli altri abitanti del villaggio, temendo la reazione di Hassan, gli raccontano che la vacca è fuggita. Sfiancato dalla ricerca e dall’attesa, Hassan impazzisce e comincia a comportarsi come fosse lui stesso una vacca. Fino a morire.

La ricerca della dignità

Cosa c’entra Gav con la storia di Forushandeh e con Morte di un commesso viaggiatore ? Sono tutte storie  i cui protagonisti sono animati da una furiosa ricerca di riscatto per la dignità. Come il commesso viaggiatore di Miller cerca la sua dignità esistenziale attraverso il successo economico, come il povero Hassan finisce con l’identificarsi con il suo unico mezzo di sostentamento, così Emad cerca un colpevole non per un reale bisogno di giustizia ma per cancellare una ferita che sente probabilmente soprattutto come un’offesa alla propria dignità.

Archiviata la trasferta parigina – poco felice – del Passato, Farhadi ritorna a un’ambientazione iraniana con un passo più maturo, forse più consapevole. Anche in altri film c’erano influenze della letteratura e del cinema europeo (basti mettere a confronto About Elly con Avventura di Michelangelo Antonioni, per fare un solo esempio), ma stavolta è tutto più esplicito e più dichiarato.

I premi ottenuti a Cannes (per la migliore sceneggiatura a Farhadi stesso e a Shahab Hosseini come migliore attore), sono la prova di un salto di qualità definitivo di un’intera generazione. E’ grande cinema, stop.

A proposito di cinema iraniano

A proposito di cinema iraniano

A proposito di cinema iraniano. Sabato 5 marzo 2017 ho partecipato alla inaugurazione di una rassegna di cinema iraniano a Torino. Ecco il video del mio breve intervento presso il Cinema Massimo. (Nella foto, con Ali Raza Shoja Noori).

Cinema iraniano a Torino

Cinema iraniano a Torino. Sabato 4 marzo si svolge a Torino l’inaugurazione di una rassegna di film iraniani. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra Farabi, Fajr International Film Festival e Museo Nazionale del Cinema di Torino.

L’appuntamento è alle 20,30 presso il Cinema Massimo, Via Verdi 18, Torino.

Partecipano: Ali Reza Shoja Noori (attore e produttore iraniano) e Antonello Sacchetti .

Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Le vie della rivoluzione sono finite

Domenica 5 marzo, alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo Via della Rivoluzione (edito da Lastaria edizioni), scritto da Amir Cheheltan, autore iraniano alla sua prima pubblicazione in Italia.

La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in Via Santa Cecilia, 1/A.

Alla presentazione insieme all’autore parteciperanno Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).

Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, ammoniva in tempi non sospetti un certo Mao Tse Tung. Noi italiani di rivoluzione non ne abbiamo mai fatte, forse perché non abbiamo la struttura mentale adatta. “Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola”, sosteneva, non a caso, Leo Longanesi.

L’Iran di rivoluzioni ne ha fatte tre, tutte nel cosiddetto “secolo breve”: quella costituzionale nel 1906, quella “bianca” del 1962, voluta dall’ultimo scià per modernizzare il Paese,  e infine quella del 1979 che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. E di questa ultima rivoluzione o, meglio, delle sue conseguenze che parla l’ultimo romanzo di Amir Cheheltan, pubblicato in  Italia da Lastaria Edizioni, per la traduzione di Anna Vanzan.

Parliamo di un romanzo, di una storia di fantasia, non di un saggio politico. Però tutto quello che succede in questa storia, è diretta conseguenza degli avvenimenti che nel 1979 portarono alla caduta della monarchia e alla nascita del sistema politico attualmente in vigore. Ed è probabilmente per questo significato “politico”, più che per alcune scene scabrose, che il libro è al bando in Iran. Dove, tra l’altro, l’autore vive attualmente, dopo un periodo trascorso tra Gran Bretagna e Italia.

Il rischio, per questo romanzo, è che ci si concentri troppo sulla prima scena. La storia – come rimarcato anche nella quarta di copertina – si apre con un intervento di imenoplastica a cui ricorre Shahrzad, la protagonista (ma forse sarebbe più corretto dire “vittima / non protagonista”) della storia, per cancellare le tracce di rapporti sessuali prematrimoniali. Inevitabilmente, un incipit del genere cattura l’attenzione in modo prepotente, quasi totalizzante. E’ un pugno nello stomaco del lettore, che viene trascinato subito in una Teheran grigia e sordida. 

Non è chiaro in che anni siamo, esattamente. Il libro è stato pubblicato nel 2009 e censurato in patria. Dall’atmosfera che si respira, è ipotizzabile una ambientazione negli anni Novanta o poco più tardi. 

I personaggi principali sono tre, in un triangolo amoroso per nulla romantico e molto drammatico. Il cinquantenne Fatah, sedicente medico, divenuto ricco e potente con la rivoluzione; Mostafa, torturatore nel famigerato carcere di Evin e la giovane e bellissima Shahrzad (non a caso, il nome della protagonista delle Mille e una notte).

Shahrzad è la preda del desiderio di Fatah e, in un certo senso, la vittima dell’amore di Mostafa. Amore che lei ricambia ma – come vedremo – ha conseguenze tragiche.

Attraverso i ricordi di Fatah, riviviamo la Teheran pre rivoluzionaria. Per chi conosce un po’ la capitale iraniana, è un vero viaggio nel tempo, in luoghi trasformati dalla rivoluzione al punto da essere irriconoscibili. E’ forse una delle parti più interessanti e originali del romanzo: un accavallarsi di locali notturni, personaggi di strada, donne che cantano nei cabaret. Il tutto in un flusso di eventi che porta – appunto – al fatidico 1979 e alla rivoluzione. 

Quella raccontata da Cheheltan è una via a doppio senso: verso la rivoluzione e dalla rivoluzione. Quello che sembra rimanere al termine di questo andirivieni, è un filo conduttore di sofferenza e desiderio di riscatto. In cui le vittime di ieri diventano gli aguzzini di oggi.

In una recente intervista, l’autore ha dichiarato:

Per quanto riguarda la democrazia e i diritti umani non abbiamo ottenuto alcun risultato. Ma non posso chiudere gli occhi sui risultati, in termini di coscienza storica, della rivoluzione. Se oggi l’Iran non è attraversato dalle stesse turbolenze del resto del Medio Oriente, questo è dovuto al fatto che abbiamo già preso coscienza di molte cose durante la Rivoluzione iraniana del 1979.

Le vie della rivoluzione – sembra dire – sono finite.

Amir Cheheltan, Via della Rivoluzione (Lastaria Edizioni, Roma pp. 176, €13,50)

Leggi l’intervista di Farian Sabahi ad Amir Cheheltan su Io Donna

Visita il sito dell’autore: www.cheheltan.net/

 

Omaggio a Forough Farrokhzad

Un omaggio a Forrugh Farrokhzad, indimenticata poetessa iraniana (1935-1967).  La ricordiamo con due brevi estratti dalle sue poesie con due brevi video.

Dono

Io parlo dagli abissi della notte.

Dagli abissi dell’oscurità io parlo

Dal profondo della notte.

O amico, se vieni a casa, porta per me una luce

E una piccola finestra,

da cui guardare la gente del vicolo felice.

 

Rinascita

La vita è forse

la lunga via percorsa ogni giorno da una donna

che tiene stretta a se una borsetta

La vita è forse

la fune con la quale un uomo si è appeso a un ramo

La vita è forse

un bambino che torna a casa da scuola

La vita è forse

l’accendere una sigaretta nel narcotico riposo tra due amori

o lo sguardo assente di un passante che toglie il cappello

al sopraggiungere di un altro con un sorriso senza senso

e un buongiorno

Pianterò le mie mani in giardino

m’innalzerò lo so, lo so, lo so

e rondini deporranno le uova

nell’incavo delle mie mani tinte d’inchiostro

e metterò un paio di ciliegie gemelle per orecchini

e petali di dalia sulle unghie

Il viaggio di una forma lungo la linea del tempo

e l’inseminazione della linea da parte della forma

una forma cosciente in un immagine

che da un banchetto torna in uno specchio.

E questo è il modo in cui alcuni muoiono

e altri continuano a vivere.

 

 

 

Donne di carta 

 

I versi di Forrough Farrokhzad in musica

La rana e la pioggia

Il nuovo libro di Antonello Sacchetti “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

 

Secondo una credenza popolare del nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. “La pioggia quando arriva?”, chiede Nima Yooshij alla rana in una sua celebre poesia del 1952: una metafora della rivoluzione, ma anche una premonizione. Di lì a poco, infatti, l’Iran avrebbe conosciuto il golpe anti-Mossadeq, la “rivoluzione bianca” voluta dallo scià per modernizzare il Paese, la rivoluzione del 1979 e la nascita della Repubblica islamica. Un Novecento vivace e drammatico ha portato nel terzo millennio un Iran con un’identità forte e apparentemente immutabile. E oggi? All’indomani dello storico accordo sul nucleare, la Repubblica islamica sembra in procinto di entrare definitivamente nel mercato globale. Ma quali sfide e quali compromessi comporta tutto questo per la cultura e il popolo iraniano? Insomma: “La pioggia quando arriva?».La rana e la pioggia è un viaggio nell’Iran dei nostri giorni, attraverso il complesso e affascinante rapporto tra Paese e modernità.

 

“Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Con la politica a fare da filo conduttore con i suoi protagonisti”. (Farian Sabahi).

“La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

Per info: http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=330

 copertina larga La rana e la pioggia OK-page-001

 

She’r-e Now, la Nuova Poesia persiana

L’Iran, come l’Italia, è nota come terra di poeti. La poesia è talmente radicata nel quotidiano degli iraniani che occupa un posto in prima fila nel linguaggio di tutti giorni, fino a sostituire i proverbi e i modi di dire. È presente persino nel linguaggio politico-istituzionale, nonché in quello religioso.

Ma, come tutti gli strumenti socio-culturali, anche la poesia, ha subito dei cambiamenti significativi. Il più rilevante è avvenuto verso la fine degli anni Trenta del secolo scorso.

Alì Esfandiari (1895-1960), meglio noto con lo pseudonimo di Nima, formula per la prima volta alcune espressioni poetiche diverse nella ritmica, ma, comunque, non abbandona del tutto la metrica classica. Inizia così l’era dei cambiamenti della poesia persiana, si parte per un’avventura che finirà per stravolgere, in tutto e per tutto, la forma artistica più amata e quella comunicativa più usata dagli iraniani. Fin da subito però, Nima viene osteggiato dagli intellettuali più affermati del momento; persino dall’amministrazione governativa. Tuttavia, un gruppo di poeti intraprende il sentiero da lui tracciato tra le tante difficoltà che pervenivano da ogni direzione. Molti di loro in seguito diventeranno delle vere e proprie colonne portanti della nuova corrente. Ahmad Shamloo, Mehdi Akhavan Sales, la poetessa Forugh Farrokhzad, Sohrab Sepehri, sono solo alcuni di loro.

Molti poeti contemporanei persiani hanno attirato l’attenzione di tanti intellettuali italiani. Già all’inizio degli anni Sessanta, Bernardo Bertolucci si recava in Iran per intervistare Forough Farrokhzad, poetessa ribelle. Forough, chiamata per nome dagli iraniani in segno d’affetto, fu una delle figure più importanti della giovane corrente poetica ed anche, forse, la figura più conosciuta al di fuori dell’Iran. Muore nel 1967 in un incidente stradale all’età di 32 anni; ma la questione della sua morte, nel credo popolare, sembra ancora irrisolta. Alcune delle sue opere sono state tradotte anche in italiano: “E’ solo la voce che resta”, “La strage dei fiori”.

Non è secondario l’aspetto storico-sociale del momento. Infatti, i decenni iniziali del Novecento corrispondono agli eventi più rivoluzionari nelle società di tutto il mondo. Quindi anche quella iraniana di allora, con sembianze fortemente rurali e perciò tradizionaliste e patriarcali, non poteva restare immune dal pressare di tali cambiamenti. L’industrializzazione e la conseguente urbanizzazione, con sé portavano inesorabilmente nuove esigenze, le quali richiedevano istruzioni nuove, espressioni nuove, perfino un lessico nuovo; mentre i canoni classici si rivelavano non più versatili nel dare risposte adeguate. I tempi cominciavano a maturare.

Uno dei personaggi di notevole spessore nella letteratura contemporanea persiana è sicuramente Ahmad Shamloo (1925 – 2000). Fu lui il primo che si è discostato ulteriormente dalle regole arcaiche e ha presentato nel 1951 la “poesia libera” (o “poesia bianca”) con la pubblicazione del quaderno “Ghatnameh”, “La Risoluzione”, in cui taglia netto con il passato. Scrive in una poesia dal titolo inequivocabile, “L’inno dell’uomo che si è ucciso”:


Gli misi un pugnale alla gola
e in un lungo indugio,
l’ho ucciso,
– me stesso –
e l’avvolsi nel sudario
di suoi canti ormai dimenticati,
e lo seppellii
nei sotterranei della memoria.

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خنجر به گلویش نهادم
و در احتضاری طولانی
او را کشتم
– خودم را –
و در آهنگ فراموش‌شده‌اش
کفنش کردم
و در زیرزمین خاطره ام
دفنش کردم

“I canti dimenticati” è il titolo della prima opera di Shamloo, pubblicata nel 1945, ancora prima di conoscere Nima e la sua poesia. Una pubblicazione destinata a rimanere problematica per tutta la sua vita. Nella prefazione de “La Risoluzione” scriverà: “Doveva essere bruciata, perché io ero un bambino che desiderava camminare sulle proprie gambe, ecco che era inevitabile poggiare la mano al muro e compiere i primi passi, seppur con poca grazia.

In poco più di un decennio, la “She’r-e Now”, ovvero la “Nuova Poesia” in persiano, si afferma come forma poetica di indiscutibile dominio sulla scena letteraria iraniana, modello per un’intera nuova generazione di poeti.

Chai khane

I turisti che visitano l’Iran trovano ancora oggi nelle città del nostro paese, tante Chai Khane (Case del tè) che hanno un’atmosfera particolare e sono ereditarie di una importante tradizione. In tempi più antichi le odierne Chai Khane (Case del tè) venivano soprannominate Ghahve Khane (Case del Caffè) ed erano numerose soprattutto nella città di Teheran.

La prima Ghahvè Khane o Casa del Caffè dell’Iran nasce probabilmente tra il 1523 ed il 1576, ossia sotto il regno dello Scià Tahmaseb, della dinastia Safavide, nella città di Qazvin, l’allora capitale persiana. Sotto il regno di Scià Abbas il grande, principale re della dinastia safavide, la capitale che era divenuta Isfahan, venne popolata da queste case del Caffè. Poco alla volta però il tè venne introdotto in Iran e questa pianta venne coltivata in maniera estesa nel nord del paese e quindi, la gente iniziò ad optare gradualmente per questa bevanda che dominò l’Iran agli inizi del ventesimo secolo; stranamente, però, ancora oggi molte Case del Tè vengono chiamate Case del Caffè in ricordo dei tempi antichi.

L’importanza delle Chai Khane è dovuta al fatto che erano nei quartieri un luogo di riunione e di vita dove i praticanti dei diversi mestieri si incontravano, discutevano di affari o di questioni come arte e politica.

Poco alla volta alcune di queste Ghahvè Khane divennero peculiari di una casta, di un ceto o di una professione. Ad esempio, in una città poteva esserci una Casa del Tè frequentata dagli artisti, un’altra per i commercianti o bazaarì e così via…

In occasione delle feste religiose, le Ghahvè Khane venivano addobbate e abbellite con luci ed in esse si organizzavano rappresentazioni o si esibivano i Naqqal o i cantastorie, che narravano gli episodi dello Shahnamè, il Libro dei Re, il poema mitologico più imponente del mondo persiano scritto da Ferdowsì.

Le Case del Caffè erano particolarmente animate soprattutto nelle sere del mese di Ramadan, quando al termine del lavoro quotidiano le persone si riunivano per rompere tutte insieme il digiuno. In conclusione, le Case del Caffè erano praticamente, oltre ad un luogo di ristoro, un centro socio-culturale ed un luogo per l’insegnamento e la divulgazione della letteratura.

L’ambasciatore statunitense a Teheran nel 1883 scrive a proposito delle tante Case del Te presenti in città dove gli uomini si riunivano per parlare e trascorrere il tempo.

La maggior parte delle Ghahvè Khanè avevano anche uno spazio all’aperto per accogliere i clienti nelle stagioni calde; anche gli oggetti delle Case del Caffè o del Tè erano particolari; Samovar, bicchieri, tazze, teiere, tutti decorati e abbelliti con le diverse tecniche dell’artigianato persiano; per pranzo, nella Casa del Tè, era tipico l’Abgusht o Dizì, carne di pecora lasciata cucinare per ore e ore con patate, ceci e pomodori, per dare vita infine ad un brodo di carne squisito ed una carne da consumare tenera tenera.

A seguito della vittoria della rivoluzione islamica in Iran, nel 1979, le Case del Caffè vennero restaurate e rinnovate ed oggi molte hanno ripreso a lavorare come secoli fa, anche con i cantastorie, gli artisti e tutto il loro fascino secolare.

La casa del Caffè di Azarì è una delle più famose di Teheran, nata nel 1948. Si trova nella piazza Rah Ahan, all’estremità meridionale della città ed è aperta tutti i giorni; ha un’architettura persiana tradizionale con mattonelle e piastrelle colorate; chi ci lavora indossa i vestiti tradizionali, i cibi sono preparati secondo le ricette antiche ed il tutto è’ accompagnato da musica, cantastorie e racconti dello Shahnamè. Nel mese di Ramadan vi sono anche canti e preghiere religiosi e persino riti funebri. Il luogo è non a caso registrato sulla lista del patrimonio culturale iraniano.

L’altra Ghahvè Khane di rilievo e’ quella di Sanglaj, nel parco cittadino di Teheran, non lontano dal gran bazaar; qui l’atmosfera creata con i costume del personale e l’architettura è quella del periodo safavide ed anche qui vi sono musici e cantastorie che si esibiscono seguendo la tradizione delle Case del Tè.

A nord di Teheran, invece, vi è la casa del te di Amir Kabir, così chiamata in onore del grande visir del periodo Qajaride. Anche qui l’architettura emoziona il visitatore con le lavorazioni del gesso e dello stucco, e con le colonne dai capitelli in stile Qajaride. Famoso il te alla ciliegia, quello col cardamomo ed i dolci serviti in questo luogo. Nel mese di Muharram e per la ricorrenza dell’Ashura, questo luogo diviene scena per la rappresentazione teatrale del Taaziyeh; il bello e’ che in questo periodo i clienti vengono serviti gratis perché i proprietari fanno voto.

La poesia di Saadi

Molti anni fa un terribile terremoto colpì l’Iran. Mario Casari, tra i persianisti italiani più stimati, tradusse questi celebri versi di Saadi di Shiraz (1203 – 1291), uno dei più grandi poeti classici persiani, in occasione di una raccolta fondi organizzata dalla comunità iraniana in Italia.

Sono gli stessi versi citati da Obama nel primo celebre video messaggio di auguri di Noruz al popolo iraniano nel 2009 e che compare all’ingresso della sede delle Nazioni Unite di New York.

Li riproponiamo oggi, all’indomani del terremoto che ha devastato parte del Centro Italia.

“Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo,

da un’unica essenza quel giorno creati.

E se uno tra essi a sventura conduca il destino,

per le altre membra non resterà riparo.

A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore,

non può esser dato nome di Uomo”.

(Saadi di Shiraz, 1203 – 1291)

 

Saadi di Shiraz

Nemidunam

Nemidunam. Non lo so. Non so cosa fare, non so dove andare, non so chi è che mi vuole aiutare. Non lo so. Nemidunam. E’ la frase ricorrente di Un mercoledì di maggio, (titolo originale, riferito al calendario persiano Chaharshanbeh, 19 Ordibehesht) esordio cinematografico dell’iraniano Vahid Jalilvand presentato con successo nella sezione Orizzonti al 72esimo Festival del cinema di Venezia. Film molto particolare, sicuramente non perfetto ma molto interessante. La storia è apparentemente semplice. Siamo a Teheran: un uomo di nome Jalal (benestante ma non ricchissimo, questo lo scopriremo solo a metà film) pubblica su un giornale un annuncio insolito: donerà una somma equivalente a circa 10mila euro a una persona che dimostrerà di averne davvero bisogno. Tanto basta per radunare sotto il suo studio una folla di persone tutte più o meno bisognose di quella somma.

Tra queste, due donne: la giovanissima Setareh, sposata in segreto contro il volere della famiglia di adozione e ora incinta, e Leila, un tempo fidanzata di Jalal e ora bisognosa di denaro per far operare il marito, paralizzato dopo un incidente. A chi dare il denaro? Come fare per aiutare davvero qualcuno senza fare del male a nessuno? E perché Jalal ha deciso di regalare questa somma? Alla base, come spesso accade in molte cose della vita, c’è un dolore.

Una scena del film
Una scena del film

Ma c’è anche la constatazione amarissima che il denaro se non è la soluzione di tutti i mali, sembra essere sempre la scorciatoia più breve per evitare l’infelicità. Anche in Iran, soprattutto in Iran. Dove tutto, ma davvero tutto, si quantifica sempre con il denaro. La dote per il matrimonio (per la cronaca, è l’uomo a doverla fornire), il prezzo di sangue per evitare una condanna a morte, un trapianto di reni (l’Iran è l’unico Paese al mondo a consentirne la vendita, addirittura con una sovvenzione statale).

In questo senso, è anche un film di denuncia: per la mancanza di un vero Stato sociale, per la solitudine patita da quei “diseredati” in nome dei quali si fece la rivoluzione. A patto che non si basi tutto sull’equazione Iran=questione femminile,  Un mercoledì di maggio potrebbe anche essere lo spunto per una riflessione seria sulla società iraniana di oggi. Molto più, per intenderci, dell’ultimo Panahi (ne abbiamo parlato qui).

Qual è la soluzione? Nessuno sembra saperlo, nessuno sembra in grado di indicare una via. Persino le buone intenzioni di Jalal sembrano provocare soltanto danni e altro dolore.

Non è un film “raccontato” benissimo. La struttura narrativa è irregolare, asimmetrica. Una prima storia occupa i primi venti minuti del film per poi riemergere solo nel finale, forse qualche passaggio è un po’ forzato. Ma è un film che racconta storie vere, che si interroga sulla realtà. E – cosa fondamentale – è interpretato da attori veri. Avrà distribuzione in Italia dopo il Festival? Non è un film facile, ma a volte anche per i film valgono delle strane leggi del destino. Nemidunam.

 

 

Un mercoledì di maggio  [Iran 2015] REGIA Vahid Jalilvand.
CAST Niki Kamiri, Amir Aghaei, Shahrokh Forootanian, Vahid Jalilvand, Borzou Arjmand, Afarin Obeisi.

SCENEGGIATURA Ali Zarnegar, Vahid Jalilvand, Hossein Mahkam.

FOTOGRAFIA Morteza Poursamadi.

MUSICHE Karen Homayounfar.
Drammatico, durata 102 minuti.

Un mosaico di passione

Il poeta persiano Rumi scrisse che la verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno di noi ne raccoglie un frammento e, specchiandosi, ritrova solo una parte di verità. In questo libro denso e conciso, ricco di informazioni e spunti, Antonello Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Molte le citazioni letterarie, a cominciare dal titolo (che non sveleremo). Per poi passare al cinema, con suggerimenti preziosi. In questo centinaio di pagine, la politica è in un certo senso il filo conduttore con i suoi protagonisti, le elezioni osservate da vicino presso la sede diplomatica iraniana a Roma, le opinioni degli amici e conoscenti.

Qui e là scopriamo un sistema legale in cui le autorità religiose permettono (da tempo) di prendere un utero in affitto e (per la povera gente) persino vendere un rene. Un sistema legale dove sono presenti istituti giuridici curiosi come il mehrieh (la dote che il promesso sposo deve versare alla futura moglie) e il diyeh (il prezzo del sangue, ovvero il risarcimento in denaro che ti può salvare dalla forca in caso di condanna per omicidio).

E non è tutto. Antonello Sacchetti porge al lettore informazioni preziose sulla tecnologia di altissimo livello utilizzata in Iran, le politiche ambientali della Repubblica islamica e l’importanza delle energie rinnovabili. Pagina dopo pagina scopriamo anche un atteggiamento diverso (rispetto all’Europa) nei confronti dei rifugiati: l’Iran ospita un milione di afgani registrati presso l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e a metà aprile del 2016 i commissari dell’Unione europea in visita a Teheran hanno offerto sei milioni e mezzo di euro stanziati da Bruxelles per contribuire alla loro assistenza sanitaria e all’istruzione. Augurandosi che, così facendo, decidano di stare in Iran e non bussino pure loro alle porte dell’Europa. Il filo conduttore di questo libro  è la passione (contagiosa) che ha portato Antonello Sacchetti in Iran. Tante volte. Anche come accompagnatore di gruppi. Perché viaggiare è vivere due volte, scrisse il poeta Omar Khayyam. Come ha detto il presidente Hassan Rouhani a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, l’Iran e l’Italia hanno in comune la grande bellezza. E, aggiungiamo noi, una storia millenaria. Quello che oggi chiamiamo Iran non è altro che l’antica Persia. Il nome cambia il 21 marzo 1935. Da quel momento sulle cartine geografiche appare un nuovo Stato. Si chiama Iran. A prendere questa decisione è Reza Shah, il fondatore della dinastia Pahlavi e padre dell’ultimo imperatore scappato il 16 gennaio 1979, durante la Rivoluzione. Un cambiamento accompagnato da molti altri, che servono ad arginare le influenze straniere e ad accentuare il nazionalismo volto a compattare un Paese dalla storia millenaria e dalle tante anime. Ognuna frammento di un mosaico complesso.

Farian Sabahi, docente, giornalista e scrittrice specializzata su Iran e Yemen

Titolo: LA RANA E LA PIOGGIA L’Iran e le sfide del presente e del futuro
Autore: Antonello Sacchetti
Caratteristiche: Formato cm. 14,5×21,5, copertina a colori, filo refe
Pagine: 112
Prezzo: euro 11.50
Isbn: 9788868611477
Anno di pubblicazione: 2016

Le rose di Persia

Nove  racconti di nove scrittrici. Nove storie, nove diversi stili, nove diverse idee di letteratura. Le rose di Persia. Nove racconti di donne iraniane, curata da Anna Vanzan, riassume tra titolo e sommario il senso di un lavoro prezioso che merita di essere conosciuto anche da chi non ha a che fare, in vario modo, con la cultura della Persia contemporanea.

Perché il rischio è sempre in agguato quando si parla di Iran e di donne: sembra quasi impossibile parlare “solo” di letteratura, quasi che i libri, le storie e chi le scrive, siano in fondo poca cosa. Si finisce quindi a parlare di diritti (giustissimo, per carità), di battaglie civili e di obiettivi politici. E ci si dimentica quasi delle storie.

Che in questo caso sono invece diversissime tra loro. Si va dalle atmosfere minimaliste di Nahid Tabataba’i, col suo Zarringol, all’ironia “politica” di Belqis Soleimani e la sua Giornata dell’aria pura, dallo stile quasi “classico” di una maestra come Simin Daneshvar col suo A teatro, all’affascinante Scomparsa di una persona ordinaria, racconto di Tahereh ‘Alavi tradotto da Anna Vanzan direttamente da un manoscritto donatole dall’autrice. Senza citare gli altri cinque racconti e senza fingere false “equidistanze”, quest’ultimo è il racconto che mi è piaciuto di gran lunga più di tutti.

Solo una breve postilla, un estratto da un’intervista rilasciata da Anna Vanzan:

(…) La letteratura è l’Arte per eccellenza, da sempre, in Iran. La Rivoluzione ha creato il bisogno di letteratura nuova, di testi in cui i lettori (e le lettrici) potessero ritrovarsi. La letteratura è una sorta di agone in cui gli iraniani e le iraniane possono discutere idealmente: sono sorte scuole di scrittura, e il successo di pubblico ha spinto nuove scrittrici a presentarsi alla ribalta.

 

 

Nel nome della madre

La letteratura contemporanea iraniana sembra privilegiare i racconti e i romanzi brevi. D’altra parte, il romanzo classico è un prodotto piuttosto nuovo per la letteratura persiana.

come spiega Alessandro Bausani nel suo fondamentale La letteratura neopersiana,

«Va tenuto presente, per comprendere la relativa trascuranza nella quale fu tenuta la prosa persiana, il fatto che molti degli argomenti che noi siamo da tempo abituati, nelle nostre letterature occidentali, a veder trattati in prosa (la narrativa, la teologia, la mistica, ecc.) erano in Persia trattati nel modo più alto in poesia, e che la prosa, mancando fino in epoche recentissime in Persia il romanzo, la novella (come la intendiamo noi) e il dramma, si limitò in sostanza a due soli generi, la “storia” cioè e la prosa ornata d’arte fatta di eleganti racconti con la loro morale»

Per capire meglio la letteratura iraniana, vanno considerati alcuni aspetti della lingua persiana, contraddistinta, sempre secondo Bausani, da una

 

«singolare scarsezza di verbi esprimenti i vari aspetti dell’azione, del moto: sono del tutto ignoti in persiano, o meglio, vengono espressi con perifrasi, verbi come scintillare, ammiccare, tentennare, centellinare e tanti altri del genere. (…) La grande scarsezza, nel persiano, di verbi descrittivi degli aspetti dinamici della realtà (…) è tuttora causa di grandi difficoltà per l’instaurazione di uno stile veramente “realistico” nella letteratura persiana».

Girando nelle librerie iraniane, se si fa eccezione per i volumoni dei grandi poeti classici (Hafez, Khayyam, Sa’di),  e per i testi di autori stranieri, ci si imbatte soprattutto in raccolti piuttosto snelle di racconti. Anche in Italia, della narrativa persiana contemporanea, sono tradotti e pubblicati libri che non raramente arrivano a cento pagine.

E’ quindi sorprendente che il libro che ha vendute più copie in assoluto nella storia della Repubblica islamica è un romanzo di quasi settecento pagine, intitolato Da, (دا، جنگ یک زن‎‎) che in curdo vuol dire “Madre”. L’autrice, Zahra Hosseini, racconta la sua vita, dall’infanzia da emigrata nell’Iraq di Saddam Hussein agli anni della “guerra imposta”, vissuti in prima linea a Khorramshahr, la “Stalingrado iraniana”.

Zahra Hosseini, classe 1963, è la seconda di sei figli di una famiglia molto religiosa e tradizionalista. Quando l’Iran è attaccato dall’Iraq (22 settembre 1980) è poco più che adolescente e la sua vita è stravolta dalla guerra. Prima si impegna nel cimitero della città, nel lavaggio dei cadaveri, poi direttamente al fronte.

Il libro, realizzato in collaborazione con Azam Hosseini (nessuna parentela tra le due), ha uno stile asciutto, quasi giornalistico. Pubblicato nel 2008, l’anno seguente vince il premio letterario Jalal Al-e Ahmad per la sezione “Documentazione e storiografia” ed ha un successo commerciale enorme, arrivando a ben 140 ristampe in tre anni.

Perché allora è un libro praticamente sconosciuto all’infuori del Paese? Probabilmente perché paga in partenza la sua “vocazione istituzionale”. Il libro era stato infatti concepito come parte di un progetto molto più ampio di raccolta di memorie di donne che avevano partecipato alla guerra con l’Iraq. Grande “sponsor” di questa operazione fu Mohammad Reza Mirtajeddini, deputato “principalista” (conservatore) e vicepresidente per gli Affari parlamentari con Ahmadinejad. Una grande quantità di copie fu distribuita tra politici, professori, scuole e università in concomitanza con le vacanze di No Ruz del 2009.

La protagonista di Da sembra incarnare alla perfezione tutte le virtù della devota sciita e della patriota iraniana. Il libro si presta perciò non solo come strumento per ricordare e celebrare i martiri della “guerra imposta”, ma anche come mezzo di propaganda dei valori della Repubblica islamica. E’ allora un prodotto artefatto, studiato a tavolino? No, perché la storia narrata è autentica e molti lettori vi hanno ritrovato storie personali e familiari. Però, probabilmente, si tratta di un libro poco attraente per le giovani generazioni e piuttosto difficile per il pubblico straniero, che preferisce magari perdersi dietro ai dilemmi esistenziali delle donne dell’Iran di oggi piuttosto che provare a immergersi nel dramma terribile che fu la guerra con l’Iraq.

Ho letto l’edizione statunitense di Da, per la traduzione di Paul Sprachman, che ha visitato l’Iran e incontrato più volte Zahra Hosseini con l’obiettivo di cogliere meglio il senso del libro e darne una traduzione il più fedele possibile.  Sicuramente si perde molto rispetto alla versione originale, ma è comunque un libro che non lascia indifferenti e che può essere apprezzato meglio da chi conosce l’Iran e sa quanto gli otto anni di “guerra imposta” siano ancora una ferita aperta per gli iraniani.

Zahara Hosseini - Da

Un aneddoto tragicomico: alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2009, il riformista Mohammad Ali Abtahi, già vicepresidente di Khatami dal 1997 al 2005, dichiarò pubblicamente che aveva il libro a casa, ma di non aver trovato il tempo per leggerlo a causa degli impegni della campagna elettorale. A seguito di quelle tormentate elezioni, Abtahi venne arrestato e condannato a sei anni di carcere con l’accusa di “sedizione”. Qualche maligno osservò allora che avrebbe così avuto tutto il tempo di leggere Da

 

 

Il colonnello

Ne ho letto esattamente la metà in un pomeriggio, prima di cena. Era buio e pioveva. Mi ha preso molto questa prima parte, la seconda un po’ meno. Mentre leggevo mi veniva in mente un altro libro: “Cent’anni di solitudine” di Marquez.

In entrambi i libri, i personaggi del romanzo si mescolano ai personaggi storici del paese, in un vortice in cui i piani spazio-temporali collassano in un solo punto.

Gli eroi e gli antieroi della storia interagiscono con i personaggi del romanzo, si fondono si confondono tra di loro, mescolano la loro voce a quella dei personaggi del romanzo e alla voce dell’autore.

Il colonnello è un romanzo corale, in cui Doulatabadi si nasconde dietro alla voce, prima del colonnello (padre) e poi di Amir (il figlio). L’autore vero e proprio lo scorgiamo solo se prestiamo molta attenzione ai trucchi con cui si nasconde, come se si impossessasse dei suoi personaggi, per poi lasciarli subito dopo.

Ogni personaggio rappresenta un momento della storia iraniana e il loro carattere, oltre che il loro nome, è ben caratterizzato.

Un esempio su tutti è Parvaneh. In persiano significa farfalla, ma anche il canarino di Parvaneh si chiama come lei. Un personaggio destinato “a volare” verso il suo destino.

Vi propongo pochi estratti che, a mio giudizio, ho ritenuto più significativi della posizione politica del libro.

“Ripensò a tutte le volte in cui Khezr Javid, con il suo nasone e gli occhi a forma di pisello, era comparso nella sua vita, dalla prima visita in prigione fino a quel momento: gli venne in mente quel poeta che, con voce da cappone, stava fuori dal carcere a cantare le lodi della rivoluzione; pensò al pescatore che fumava Oshnu Speciali al posto della colazione, allo sguardo del capo di partito quarantenne che spediva giovani al mattatoio della guerra; e infine… pensò a se stesso, all’ombra di se stesso e quelli come lui. Si sforzò di mettere da parte i pensieri che lo distraevano e di concentrati sui momenti cruciali, come quando i cancelli delle prigioni erano stati aperti: dov’era Khezr Javid allora, da che parte della barricata stava? Gli sovvenne che, nel momento del ribaltone, Khezr Javid si era defilato, ma che era poi ricomparso presto, appena era divenuto conveniente farlo. Non con gli stessi panni, certo, con quelli opposti.” pag. 78-79

Khezr Javid è un personaggio che rappresenta i voltagabbana del potere, le persone che saltano sul carro del vincitore, servi e schiavi del potente di turno.

“Una paura storica? L’umanità vive in stato di timore permanente, non riesce a trovare pace, senza mai sapere perché…finchè non muore. E invece di portarsi questo senso di paura nella tomba, lo passa alla generazione successiva!” pag. 145

“Non c’è spazio per i dubbio nell’area della storia e della rivoluzione, papà! […]. Dobbiamo continuare ad avere speranza, padre, un uomo senza speranza è come un insetto, una creatura priva di cervello e di prospettive. Un essere umano senza prospettive può solo regredire. I prigione eravamo tutti concordi sul fatto che chi non prende posizione non ha onore.” pag. 152-153

Amir un giovane comunista oppositore dello scià Mohammad Reza Pahlavi e incarcerato dai Pasdaran della rivoluzione.

“Se coloro i quali verrano si prenderanno la briga di giudicare il passato, diranno: i nostri padri erano uomini arditi e potenti, sacrificati alle grandi bugie nella quali hanno caparbiamente creduto e hanno propagandato. E quando hanno cominciato a dubitare, era troppo tardi, e le loro teste erano già cadute. I mercanti nel bazar, gli uomini d’affari e i trafficanti converranno che potremmo essere tutti felici se solo sapessimo sceglierci dei governanti che non divengano i nostri carnefici.” pag. 183

E questo rende tristemente molto simile l’Iran all’Italia.

Vi invito a leggere questo libro che è tutt’ora inedito in Iran poiché all’indice dal regime, ma tradotto in tedesco, inglese e italiano.

Abbiamo questo privilegio, leggiamolo.

Mahmoud Doulatabadi, Il Colonnello, Cargo Editore, 2011. Traduzione di Anna Vanzan

Close up

Close up è un documentario del 1990, scritto e diretto da Abbas Kiarostami.

In persiano کلوزآپ ، نمای نزدیک, Klūzāp, nemā-ye nazdīk.
Close up
Il film è è il vero processo di Hossain Sabzian, un disoccupato in gravi difficoltà economiche che si spaccia per il registra Mohsen Makhmalbaf, circuisce la famiglia benestante Ahankhah inventandosi di voler girare un film con loro in cambio di denaro e un riparo nella loro casa.
E’ difficile capire ciò che è in presa diretta e ciò che è ricostruito. Anche se all’inizio del film si vede il microfono che appare in alto a sinistra mentre il giornalista chiede dell’arrestato ad un poliziotto…
Sabzian mi ha suscitato un senso di compassione profondo. Forse lo stesso senso di compassione che ha colpito lo stesso regista Makhmalbaf. Consiglio a tutti di avere un’attenzione maniacale per la fine del film, da quando il giudice chiede alla famiglia se vuole perdonare o no Sabzian in poi.
Tutti i protagonisti sono loro stessi, non ci sono attori. Ognuno ha mantenuto  un senso di umanità, di realtà che non vedevo da tanto tempo. Sarà perché i media e la telecamera è diventata così parte integrante della nostra vita che, difronte ad essa, non ci comportiamo più naturalmente, ma abbiamo introiettato il modo in cui si fanno le riprese. Ci poniamo come pensiamo ci si debba porre davanti una telecamera, si perde il senso della nostra realtà, la nostra autenticità. Non c’è niente di più finto di un reality show.
Per avere l’effetto rinfrescante di vedere finalmente delle persone vere, con dei sentimenti veri. Persone normale, non plastificate, né plasmate da alcunché, bellissimi nella loro normalità, dovete vedere assolutamente da circa 1h: 10 in poi.
Nell’aula di tribunale, di lato, c’è il regista che pone alcune domande finali a Sabzian, se stia recitando e perché si sia presentato come regista e non come attore data il suo interesse per la recitazione. La risposta non ve la svelo. Vedete dal punto che vi ho indicato e la saprete. Veramente struggente.
Un dettaglio che può sfuggire.
Una scena del film
Il vero Mohsen Makhmalbaf non si vede mai in volto nonostante appaia, nell’ultima parte del film, mentre incontra Sabzian e lo accompagna in moto fino a casa Ahankhah a chiedere perdono anche da parte sua. Non è una scelta casuale, credo che sia proprio un intento preciso. Il volto che ci deve interessare è Sabzian-Makhmalbaf, non fare il paragone tra il reale e l’impostore.

Sag Koshi

Il film si intitola Sag Koshi (سگ كشي ) del 2001, diretto da Bahram Beizai.

Quando uscì il film tutti si stupirono che fosse pieno di star del cinema, solo la protagonista era per la prima volta sullo schermo, oggi affermata attrice.

Inoltre, il film fu bandito per un paio di settimane per via di alcuni messaggi contro la guerra.

Sag Koshi

Sag Koshi significa letteralmente “Uccidi il cane”. La prima scena è infatti come una fotografia sfocata di cani uccisi perché rabbiosi. Il titolo non sembrerebbe calzante, ma poi ne capirete le ragioni.

Il film è ambientato a Tehran durante gli ultimi anni della guerra tra Iran e Iraq.

La protagonista, Golrokh è una scrittrice che ha abbandonato il marito (senza divorziare) per un anno. Al suo ritorno, trova tutto cambiato: la sua casa è stata venduta con tutto il mobilio, suo marito è nascosto non si sa dove e in bancarotta.

Decisa a voler rimediare all’errore di averlo lasciato l’anno precedente, lo ritrova e cerca di aiutarlo. Il marito è indebitato fino al collo con sette uomini potenti e importanti.

Adesso vi devo spiegare come funziona l’acquisto e la vendita di debiti, altrimenti non capite il film.

Il marito ha contratto debiti con privati firmando una specie di pagherò. Allo scadere dei termini di restituzione del debito, se i soldi nel conto dell’indebitato è in rosso, il pagherò va in protesto e si va in prigione in attesa di processo. Ma la prigione significa perdita di libertà per l’indebitato e la perdita per sempre del denaro per il creditore. Se il creditore vuole riavere una parte dei soldi (pochi, maledetti e subito), può accettare di “perdonare” il debito, accettando la proposta di rinegoziazione. Il debito viene annullato e si può uscire di prigione: a patto che tutto questo avvenga prima di andare in tribunale.

 

Il marito trasferisce sul conto della moglie i soldi per comprare i suoi debiti e lui va in carcere. La protagonista incomincia questa odissea tra telefonate, incontri, proposte indecenti, in un crescendo di creditori violenti che erano tutti usurai, altro che uomini d’affari!

Senza svelarvi niente vorrei però soffermarmi sull’ultimo creditore. Un consorzio di uomini che lavorano nelle costruzioni. La scena è più allegorica e metaforica che non reale, in cui Golrokh discute con questi uomini in abiti da muratore, sporchissimi, dove tutto intorno è rumore di costruzione e polvere.

“Voi non costruite niente”. Il film è tutto incentrato sui soldi, il loro potere, il mondo del “business”, legittimo o illegittimo che sia, dove è tutto declinato al maschile. Le uniche donne che si vedono nel film infatti sono Golrokh, una segretaria e la moglie di un creditore. Ma queste due ultime figure sono quasi dei camei.

Pensando anche ai giorni nostri, ancora adesso il mondo dell’economia è maschile. Pochissime donne sono ai vertici di grandi compagnie, soprattutto in paesi tradizionalisti come l’Italia. Vedere quella scena, piena anche di messaggi più o meno velati anche sull’inutilità della guerra Iran Iraq, con uomini che si affannano a fare soldi per i soldi, è stato liberatorio. Liberatorio perché Golrokh scappa via in macchina lanciando denaro dal finestrino. Il gesto di buttare i soldi con disprezzo, per me, è stato il gesto più dignitoso e coraggioso che ho visto in tutto il film.

Film consigliato.

 

 

Significato del nome:

 

Golrokh گلرخ

 

گل = fiore

 

رخ = faccia

The Hunter – Il cacciatore

Il cacciatore ( شكارچی – Shekarchi) è un film del 2010 di Rafi Pitts, regista e attore protagonista, candidato all’orso d’oro del Festival di Berlino, nonché finanziato dalla Germania – Filmförderungsanstalt (FFA).
Locandina del film
La storia narra di Ali, appena uscito di prigione, torna a casa da moglie e figlioletta. Per via del suo passato da galeotto, può lavorare solo come custode al turno di notte, mentre lui vorrebbe il turno di giorno per poter stare finalmente con la sua famiglia. Mentre la moglie lavora e la figlia è a scuola, dopo il lavoro Ali va nei boschi a cacciare.
Durante una manifestazione, la moglie e la figlia vengono uccise dal fuoco incrociato tra manifestanti e poliziotti.
Ali decide di vendicarsi, forse, e spara a due poliziotti.
una scena del film
Non racconto il resto del film perché c’è un altro colpo di scena.
Il film è stato girato prima che ci fosse la manifestazione del Movimento Verde, prima che fosse uccisa Neda. Effettivamente sembrerebbe un film ispirato ai fatti veramente accaduti in Iran, ma così non è.
L’unico problema del film è Rafi Pitts stesso. Ottimo regista ma pessimo attore, inespressivo come un manichino.
Nonostante Rafi e Mitra Hajjar (una gallina insopportabile, ma questo è un mio problema personale con quest’attrice), è un film da vedere. Molto coraggioso per mettere sullo schermo l’omicidio di due poliziotti, oltre per la conclusione che non rivelerò.
La voglia di vendetta contro lo strapotere del governo che si esprime attraverso la corruzione e l’onnipotenza della polizia sul cittadino, è estremamente coraggioso e innovativo.

Cinema dall’Iran

Organizzato per la prima volta nel 1982 dal Ministero iraniano della Cultura e Guida islamica, il Fajr Film Festival è la principale rassegna iraniana di cinema – vero ponte tra la cinematografia nazionale e quella internazionale – molto nota anche all’estero. Nato per celebrare i dieci giorni intercorsi tra il ritorno dell’Imam Khomeini e la vittoria della rivoluzione islamica (1-11 febbraio 1979), il Festival è presto diventato un importante punto di riferimento cinematografico per tutto il Medio Oriente e il continente asiatico, grazie alla sua capacità di selezionare la migliore produzione nazionale e internazionale e l’assegnazione di un’articolata serie di premi, tra i quali l’ambito Simorgh di cristallo. Dal 2015, le due sezioni, nazionale e internazionale, si svolgono in momenti separati (febbraio e aprile), circostanza che ha permesso al cinema nazionale di emergere con rinnovato vigore e di usufruire di maggiore attenzione da parte della critica locale ed estera.

La rassegna, che prende il via presso la Casa del Cinema di Roma sulla base di una cooperazione con l’Istituto iraniano di cultura divenuta ormai un seguito appuntamento annuale, si apre con il film vincitore assoluto (ben 9 Simorgh) del Fajr Film Festival 2016, L’ergastolo più un giorno di Said Roustai, e prosegue con alcuni titoli tra i più interessanti delle edizioni del 2015 e del 2014. Tra questi, Pochi metri cubi di amore, delicato dramma sentimentale tra una rifugiata afgana e un giovane iraniano, e il raffinato Che ore sono nel tuo mondo?, con una insolita e bravissima Leila Hatami sullo sfondo delle atmosfere intime di una cittadina del nord dell’Iran. In programma anche Il ponte del sogno di Oktay Baraheni e Nati nel 1986, di Majid Tavakoli, un film su una generazione che sta trasformando il Paese mentre si appresta a divenirne protagonista.

FILM IN ORIGINALE CON I SOTTOTITOLI IN INGLESE

www.casadelcinema.it/

PROGRAMMA

Iran, due esposizioni fotografiche a Parma

Sabato 30 gennaio alle 18.30 si rinnova l’appuntamento con la fotografia d’Autore presso Blank/Design for living in via Tanara 15 , a Parma.

Due le esposizioni collegate, Timeless persian tales di Davide Palmisano e SOKUT di Manuela Marchetti , entrambe a cura di Ettore Moni, che presentano altrettante visioni dell’Iran attuale , e saranno allestite e visitabili fino al 20 marzo.

I progetti esposti raccolgono una serie di scatti realizzati in Iran nella primavera del 2015, nel corso di un viaggio in cui i due fotografi, compagni di percorso fotografico ed anche nella vita, hanno ciascuno posto l’attenzione e l’accento su diversi aspetti della cultura e della società persiana moderna, seguendo visioni distinte ma complementari, punti di vista differenti necessari per realizzare una documentazione complessa , che ben presto, entro il 2016, si potrà vedere anche pubblicata a stampa in due libri fotografici autoprodotti, ambedue con la cura di Paola Riccardi.

Le immagini di Palmisano, nato a Catania nel 1973, esprimono i contrasti che appaiono al visitatore in viaggio in Iran, un paese dove convivono situazioni tra di loro apparentemente in antitesi, contraddizioni talvolta incomprensibili per il viaggiatore occidentale. Un racconto fotografico dunque libero da qualsiasi idea pre-costituita, al tempo stesso racconto di viaggio in chiave personale e significativa raccolta di immagini documentarie, di un Paese sospeso e senza tempo.

Le stampe di queste fotografie sono state eseguite da Luca Chistè di Phf Photoforma-Trento (stampa fine-art su Carta Epson Velvet formato A2, 260 g/m², stampante Epson 3880/7890 e inchiostri ai pigmenti Ultrachrome K-3).

Palmisano vive e lavora a Trento e nella sua pratica espressiva predilige la ricerca della suggestione e la rappresentazione di stati d’animo, traduzione di ciò che lui stesso prova quando osserva una situazione, attraverso immagini concepite come una sorta di ‘paesaggio interiore’.

Le immagini di Manuela Marchetti, non raccontano il presente o il futuro, il progresso o la modernità, ma penetrano nel terreno dell’intimità, respiri a fiato sospeso di una viaggiatrice curiosa di fronte alla ineffabile complessità di questo paese. Marchetti racconta la relazione tra l’individuo e la realtà sociale in un viaggio nel silenzio (“Sokut” , il titolo, significa appunto “silenzio” in Farsi), come realtà che parla, come luogo dove trova espressione il linguaggio delle emozioni, dei pensieri, delle sensazioni.

mmarchetti-santuario ad Abyaneh

Manuela Marchetti, Santuario ad Abyaneh

Anche lei fotografa per passione e coltiva questo interesse per rispondere ad un bisogno espressivo personale di raccontare attraverso le immagini, per lei fotografare significa non solo documentare, ma parlare degli uomini.

Le stampe di Marchetti sono di Lorenzo Lessi di Ellegrafica – Cecina (stampa inkjet su Carta Hahnemuhle Photo Matt Fibre 200 g – Opaca liscia , formato 16×24).

Informazioni: BLANK Via F. Tanara, 15 Parma – tel. 0521 272697

orari di apertura: martedì-sabato: 9.30 – 13.00 / 15.30 – 19.30

INVITO

Questo non è un taxi

Secondo il primo assioma della comunicazione è impossibile non comunicare. Qualsiasi comportamento, in situazione di interazione tra persone, è ipso facto una forma di comunicazione. Prima ancora della politica, basta forse la logica a spiegare perché il divieto di girare film imposto a Jafar Panahi, oltre che ingiusto è insensato.

Inutile girarci intorno. Taxi Teheran, il film del regista iraniano Jafar Panahi, premiato con l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, nelle sale italiane dal 27 agosto 2015, si basa tutto su questa condanna. Di più: si regge su questa condanna. Non avrebbe probabilmente senso se non ci fosse alle spalle il “caso Panahi”.

Tutto comincia nella lunga e tormentata estate 2009, dopo le contestatissime elezioni che confermarono alla presidenza della Repubblica islamica Mahmoud Ahmedinejad. Panahi, regista tra i più noti e amati in Iran, partecipa alle manifestazioni di piazza e viene prima arrestato, poi rilasciato su cauzione e poi condannato a non poter più realizzare film, scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa e uscire dal suo paese per un periodo di tempo indeterminato, pena 20 anni di incarcerazione per ogni divieto violato.

Panahi viola il divieto già nel 2011, quando realizza In film nist (Questo non è un film), documentario in cui racconta come è cambiata la sua vita dopo la condanna. E poi realizza questo film, premiato a Berlino e uscito con successo in Francia.

Lo stesso regista spiega:

Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita. Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante. Il cinema in quanto arte è la cosa che più mi interessa. Per questo motivo devo continuare a filmare, a prescindere dalla circostanze: per rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo.

La trama è semplice e non molto originale: Panahi guida un taxi per le strade di Teheran, raccogliendo e trasportando passeggeri. Della città si vede poco o nulla, la scena è fissa nell’abitacolo dell’automobile. Per intenderci, è lo schema usato da Abbas Kiarostami nel 2002 in Dieci.

Taxi Teheran

Va innanzitutto precisato che non si tratta di un documentario, come riportato da alcune recensioni. È un film di finzione, anzi, potremmo dire che un film “sulla finzione”. Gli attori (tutti non professionisti, compresa la nipotina di Panahi) sono più o meno tutti alla ricerca di una storia, di qualcosa da raccontare. Lo è lo “spacciatore di DVD”, lo è la giovane donna che ha bisogno del video testamento del marito, lo sono in modo ancora più esplicito lo studente di cinema che chiede consigli a Panahi e la nipotina impegnata nella realizzazione di un cortometraggio scolastico.

Storie da raccontare per professione, per vocazione o per bisogno. Come l’amico reduce da una rapina che sfrutta l’incontro con Panahi per sfogarsi.

L’avvocatessa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh è l’ultima a salire sul taxi e si mangia letteralmente la scena, con un monologo degno di un’arringa. Forse proprio perché avvocatessa, è quella che recita meglio la parte, che si muove con più disinvoltura davanti alla telecamera digitale posta sul cruscotto.

nasrin sotoudeh

Nasrin Sotoudeh

In una cultura in cui tutto o quasi è rappresentazione (si pensi alle regole del tarof, il galateo persiano), il confine tra realtà e finzione è davvero labile.

Come pure, nonostante tutto, appaiono labili persino i limiti imposti. Chi visita il bellissimo Museo del Cinema a Teheran, trova in una delle prime sale la sezione dedicata ai film e ai tanti riconoscimenti ottenuti da Panahi. Segno di una messa al bando non così definitiva come si potrebbe pensare.

Lo stesso Panahi ha aderito alla campagna di sostegno all’accordo sul nucleare con cui molti iraniani famosi nel mondo chiedono al Congresso Usa di non bloccare l’intesa del 14 luglio 2015.

Video di Panahi a sostegno dell’accordo sul nucleare

Il film si chiude con questa scritta sullo schermo:

Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film «divulgabili». Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non sarebbe mai venuto al mondo.

È una chiusura che sa di speranza. La stesa genesi di questo film dimostra come nulla in Iran si possa considerare immutabile.

Taxi Teheran Official Trailer ITA from Fermenti on Vimeo.

‘Il giardino persiano’, presentazione a Roma

Lunedì 21 dicembre alle ore 17.00 presso la Biblioteca Rispoli – piazza Grazioli, 4 – asi terrà la presentazione del libro “Il giardino persiano” di Chiara Mezzalama. Parteciperanno all’incontro Antonello Sacchetti giornalista e scrittore, Parisa Nazari  interprete e operatrice culturale con l’Associazione culturale italo-iraniana Alefba.

Il 21 dicembre nella notte più lunga dell’anno, il solstizio d’inverno, in Iran viene celebrata la festa di Shab-e Yalda e diverse sono le assonanze tra questa festività e il Natale cristiano.

Cogliamo questa coincidenza per festeggiare il Natale in Biblioteca con il pubblico, come è nostra tradizione, con una festa che vuole essere un interessante scambio culturale e anche il buffet, naturalmente, sarà un incontro tra sapori d’oriente e occidente.

In questo bel romanzo autobiografico (Il giardino persiano, e/o, luglio 2015), Chiara Mezzalama racconta l’estate del 1981 quando lei, non ancora decenne, raggiunse il padre, ambasciatore italiano a Teheran, insieme al fratello minore Paolo e alla mamma Elena.

Giardino Persiano- festa Yalda

Di cosa parlano le scrittrici iraniane?

Sabato 12 dicembre 2015 alle ore 16,00 il Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, nella sede del Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ e l’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran diretto da Ghorban Ali Pourmarjan, in collaborazione con diretto da Massimiliano A. Polichetti, l’Associazione Culturale Italo Iraniana ALEFBA presentano l’incontro letterario

“Di cosa parlano le scrittrici iraniane?”

 

Interverranno Ali Asghar Mohammad Khani, direttore dell’ufficio delle Relazioni Internazionali dell’Istituto “La Città del Libro” di Teheran, lo scrittore Mostafa Mastur, la giornalista Marina FortiFelicetta Ferraro (Ponte 33)

L’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran ha ideato e organizzato questo evento per promuovere, nel quadro delle sue attività culturali rivolte agli italiani appassionati.

L’incontro si svolgerà presso il Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ a Roma della cultura e della civiltà iraniane, la conoscenza della letteratura iraniana. in via Merulana, 248 che attualmente ospita la mostra fotografica “UNO SCATTO DALL’IRAN”.

Si invitano gli interessati a gentilmente confermare la loro presenza inviando una e-mail all’Istituto: istitutoculturaleiran@gmail.com oppure chiamando il numero 06 3052208.

Ingresso gratuito al Museo dalle ore 15.30 alle ore 16.10

dietro presentazione della presente comunicazione

INVITO

Video di una partita di polo nella piazza di Esfahan

Chi è stato a Esfahan lo avrà certamente sentito dire: nella piazza – a Esfahan “la” piazza è la Piazza dell’Imam Khomeini, da tutti chiamata Naqshe Jahan, cioè disegno del mondo – una volta si giocavano partite di polo. Ma un conto è immaginarla, un conto è vederla una partita di polo nella seconda piazza più grande del mondo.

Da questo breve filmato della BBC, risalente ai primi del Novecento, possiamo almeno farci un’idea. L’effetto è comunque affascinante.

 

 

 

 

Mostra: uno scatto dall’Iran

Giovedì 26 novembre alle ore 17,00 il Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, nella sede del Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ diretto da Massimiliano A. Polichetti, unitamente all’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran, ideatore e organizzatore dell’evento, diretto da Ghorban Ali Pourmarjan, inaugureranno la mostra fotografica “Uno scatto dall’Iran – Valorizza le differenze”.

L’esposizione, realizzata in collaborazione con ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, intende illustrare i risultati del Primo Concorso Fotografico, promosso dal’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran nel quadro delle sue attività culturali, rivolto gli italiani appassionati della cultura e della civiltà iraniana.

Il Concorso ha lo scopo di valorizzare gli aspetti e le caratteristiche di questo Paese, promuovendo una maggiore e diversa visibilità della cultura iraniana e della vita quotidiana attraverso foto, scattate durante un viaggio, che mettano in rilievo gli aspetti sociali, le tradizioni, la diversità religiosa e etnica, lo spirito di convivenza, il patrimonio storico-artistico e paesaggistico ed infine le grandi innovazioni.

La mostra si articola in tre sezioni:

  • Uno scatto dall’Iran. In questa sezione sono presentate 80 fotografie, scattate da turisti italiani in Iran (quasi 110 persone), selezionate tra 1500 immagini dalla Commissione, composta da Felicetta Ferraro direttore della casa editrice Ponte 33, già consigliere culturale dell’Ambasciata d’Italia a Tehran, da Riccardo Zipoli docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e da Bijan Bassiri, artista di origine iraniana. Da questa selezione saranno scelte le tre fotografie vincitrici.
  • Il mio nuovo Iran. In questa sezione è presentata una selezione di 10 fotografie di Riccardo Zipoli docente di lingua e letteratura persiana dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, eseguite nel dicembre 2012 durante un breve viaggio fotografico iniziato ad Hormoz e concluso a Cham (nei dintorni di Yazd). Per una decina di anni Zipoli ha fotografato solo l’Iran, e tale frequentazione ha plasmato la sua sensibilità nei confronti del paesaggio, imparando a conoscere una ‘persianità’ che lo ha profondamente educato a riscoprire i suoi segniovunque andasse. Le immagini esposte sono tratte da un diario fotografico di circa 170 fotografie, divise in trentasei capitoli e provengono in particolare da: sguardi, ombre, surrealtà, monumenti, bazar, riquadri, fotogrammi, tempo, chaykhâne, camion. Rispetto ai paesaggi ideali dei primi viaggi in Iran, diversa è la resa pittorica; i campi lunghissimi di un tempo hanno spesso ceduto il passo a campi medi, ed è aumentato l’interesse per i dettagli. I soggetti sono cambiati e il paesaggio non ha più un ruolo dominante: sono presenti infatti, piani ravvicinati di persone, animali, oggetti, interni, riflessi e ombre. Sono state anche utilizzate elaborazioni di vario tipo (esposizioni multiple e immagini mosse). Da segnalare, anche, due operazioni di stampo ‘concettuale’: in zurkhâne, le persone sembrano guardare il fotografo ma in realtà osservano gli esercizi ginnici che sono eseguiti davanti a loro e che appaiono riflessi nello specchio alla parete; la logica della scena è svelata dalle clave del ginnasta riflesso che si vedono sospese per aria. Ne In viaggio, il camion sembra fermo mentre in realtà è in corsa, fotografato da una macchina che lo segue. Si ha, infine, un’operazione di natura simbolica nelle Disarmonie al bazar di Esfahân.
  • Uno scatto dall’Iran: lavorare assieme. Questa sezione comprende circa 50 fotografie, riguardanti principalmente i cantieri avviati nel Sistan (Shahr-e Sokhteh 1967-1974, Dahane-ye Ghulaman 1966-1975, Kuh-e Kwajeh 1961) e nel Fars (Persepoli, Esfahân. 1960-1973), eseguite da F. Bonardi, D. Faccenna, E. Galdieri, G.Graziani, U.Scerrato ed altri.

 

Uno scatto dall’Iran

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Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’

Martedì, Mercoledì e Venerdì: ore 9,00 – 14,00 (ultimo ingresso alle 13,30); Giovedì, Sabato,

Domenica e festivi ore 9 – 19,30 (ultimo ingresso alle 19,00) – Chiuso il lunedì

La narrativa persiana in italiano

Cosa leggere di Iran? Quali libri e in quale edizione? Sono alcune delle domande che mi sento spesso rivolgere al termine di un viaggio in Iran o in occasione di qualche incontro  su temi legati alla Persia. In genere, il lettore medio italiano apprezza più un romanzo che un saggio o un reportage. E allora si finisce per parlare – qualche volta anche per litigare – sui soliti titoli arcinoti.

Sull’ultimo numero della rivista Tradurre  Anna Vanzan ha pubblicato un articolo molto interessante dal titolo Opportunità, opportunismo e politiche di genere.

Lo potete leggere a questo link: http://rivistatradurre.it/2015/11/opportunita-opportunismo-e-politiche-di-genere/

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