Corso di lingua e letteratura persiana

Corso di lingua e letteratura persiana
L’istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività didattiche, organizza il 41° corso di lingua e letteratura persiana. Si tratta di un ciclo di 12 lezioni, tenuto da una docente universitaria, che prevede il rilascio di un certificato da parte dell’Istituto e dalla  Fondazione Sa’adi.
Il corso comincia sabato 11 novembre ​2017  e si articola in 18 ore di lezione per ogni livello per un totale di 54 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 12 settimane con la seguente cadenza: sabato: ore 09.30- 11.00 e 12.30

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta, ed una orale. L’ammissione agli esame  è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore al 80% del monte ore totali. 

Per partecipare è necessario iscriversi entro l’11 novembre a questo link. 

N.B. La prima lezione dell’11 novembre è dedicata interamente alla valutazione del livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti gli interessati alle ore 10.00 presso la sede dell’istituto Culturale in Via Maria Pezzè Pascolato, 9.

Corso di persiano

No date, no signature

No date, no signature (Bedoone Tarikh, Bedoone Emza) è stato uno dei film più applauditi della sezione Orizzonti del 74esimo Festival del Cinema di Venezia. Vahid Jalilvand ha vinto il premio per la migliore regia mentre Navid Mohammadzadeh quello come migliore attore.

Diciamolo subito senza troppi fronzoli: è un film duro, pesante, senza un attimo di sollievo o di conforto. Anche perché il racconto non ha preamboli, non ha filtri. Dopo pochi secondi dall’inizio siamo proiettati nell’evento chiave di tutta la storia. Kaveh Nariman, medico legale serio e scrupoloso, sta guidando di notte su una delle grandi arterie di Teheran, quando tampona accidentalmente una moto su cui viaggia una famiglia intera. Scena questa assai consueta per chi conosce l’Iran. Si ferma per prestare soccorso e si offre di accompagnare in ospedale Amir Ali, 8 anni, apparentemente contuso in modo lieve. Il padre del bambino però si rifiuta, accettando solo del denaro per i danni alla moto.

Al mattino seguente il dottore trova in ospedale il cadavere del bimbo. L’autopsia – eseguita dalla moglie, collega nello stesso ospedale – parla di avvelenamento per botulismo ma non è sicuro che non sia stato l’incidente a ucciderlo. Inizialmente tace e non si fa vedere alla famiglia. Ma il dubbio lo tormenta e decide di aprirsi prima con la moglie e poi con il padre del bimbo.

No date, no signature

Padre che, a sua volta, è tormentato dai rimorsi per aver provocato l’avvelenamento del figlio portando a casa del pollo probabilmente infetto. Tutta la storia sembra segnata dal dubbio e dai rimorsi. Che quando vengono esplicitati sembrano produrre soltanto altro dolore.

Jalilvand sembra proseguire un racconto iniziato con Un mercoledì di maggio presentato sempre a Venezia due anni fa. Come in quella storia, anche qui i personaggi principali sembrano totalmente incapaci di sostenere il ruolo assegnato loro dalla vita. Tutti sembrano chiedersi sempre cosa fare e quando scelgono sembrano sempre fare la scelta sbagliata.

No date, no signature non è certamente un film risolto. Come scrive Claudio Zito sul blog Cinema iraniano

Jalilvand e lo sceneggiatore Ali Zarnegar adottano una tradizionale scrittura ellittica che sa però di irrisolto e, ormai, di telefonato (eccessivo scomodare Una separazione o altri Farhadi). Quanti finali con lo stesso grado di apertura abbiamo visto, nei film iraniani? Scorciatoie troppo battute; si avverte l’esigenza di scoprire altri sentieri.

Va detto quindi che a Venezia il film ha ricevuto i premi giusti: per una regia geometrica, quasi chirurgica (e il film infatti dura poco più di un’ora e mezza) e per una prova d’attore davvero potente. Per un film pienamente convincente di Jalilvand ci sarà invece da aspettare.

Odio l’estate

Odio l'estate

Tre giovani donne, Teheran, i grandi dilemmi della vita. tanto grandi proprio perché comuni, quasi banali. Non ci sono trame complesse nell’ultimo libro pubblicato da Ponte 33L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, primo romanzo di Nasim Marashi tradotto dal persiano all’italiano da Parisa Nazari. Anzi, a dirla tutta, se ci mettiamo a raccontare la trama, facciamo un torto a questo libro e alla sua giovane autrice. Sì, perché siamo probabilmente di fronte non solo al migliore dei libri fin qui pubblicati dalla casa editrice fondata nell’ormai lontano 2010 da Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini. La sensazione è di essere di fronte a un cambio di stagione – tanto per restare in tema col titolo – per la letteratura iraniana contemporanea.

Superate le secche non sempre divertenti delle forme letterarie “diverse” (i racconti brevi, i diari), questo potrebbe essere un giorno ricordato come il primo romanzo della nuova letteratura persiana. Cioè, quanto di più simile alla forma romanzo classica, così come la intende un lettore medio di un Paese occidentale. Quale si considera appunto chi scrive questa recensione.

Con questo non sto dicendo che arriva a compimento un processo di imitazione di canoni letterari occidentali. Sarebbe riduttivo e anche offensivo. Dico semplicemente che questo romanzo è il prodotto di una nuova generazione di iraniani ormai globalizzati, portatori non solo della propria millenaria cultura nazionale, ma ormai “imbevuti” di cinema, musica e letteratura internazionale. Nel romanzo questo non si legge solo nelle citazioni di film americani, ma dallo stesso ritmo del racconto.

Leggendo il libro mi sono venute in mente due suggestioni, entrambe legate a due mostri sacri del rock, niente meno che ai Rolling Stones e ai Beatles. Cosa c’entrano? In realtà nulla, ma superata una buona metà del libro mi veniva in mente un titolo meno noto degli Stones, The singer, not the song. “Il cantante non la canzone”, cantava Mick Jagger. E in questo caso sarebbe forse da dire: “La scrittrice, non il libro”.

In una intervista la stessa autrice ha spiegato che le tre protagoniste sono in realtà declinazioni di sé, le loro storie in apparenza diverse sono piene di fatti realmente accaduti alla stessa Nasim Marashi. La scrittrice quindi più del libro, oltre il libro. Anche perché a 33 anni avrà probabilmente ancora molto da dirci. Forse non solo come scrittrice ma anche come sceneggiatrice o autrice teatrale, chissà.

La seconda suggestione è invece legata alla storia del libro. Le tre donne hanno tutte 28 anni. Si sono conosciute nella facoltà di ingegneria e adesso sono a un passo dal salto nella vita. Una vuole proseguire gli studi in Francia, un’altra deve decidere se sposarsi o meno, un’altra ancora ha già alle spalle una separazione dolorosissima e tenta di aprire una nuova fase professionale in campo giornalistico.

Ecco, i 28 anni.  Un’età che dovrebbe essere di piena maturità ma che da noi – e a quanto pare anche in Iran, almeno per qualcuno – sembra ancora l’ultimo spicchio di incoscienza giovanile, l’ultimo pezzetto di vacanze prima del ritorno alle cose serie. Un’età piena di incognite, di “se”.

E quindi eccola qui sotto la celebre copertina di Abbey Road, leggendario album dei Beatles, di fatto l’ultimo ad essere registrato dai quattro di Liverpool ancora come band.  Alla copertina è legata una assurda leggenda: Paul Mc Cartney sarebbe morto mesi prima e la targa del maggiolone parcheggiato sulla sinistra sarebbe un’indicazione quasi subliminale: riporta infatti un 28 IF. Cioè “Se (fosse vivo, avrebbe) 28 anni”.

Ecco, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno mi ha riportato ai miei 28 anni. All’attesa dell’autunno e al saluto definitivo all’estate della vita. Che non è detto che sia necessariamente un momento triste. Specialmente per chi, come me, l’estate non la sopporta.

Non ho detto nulla dell’ambientazione del libro, nulla a proposito dell’Iran, di Teheran, della censura, della condizione della donna nella Repubblica islamica, dei foluard e dei chador.

Ecco, vi ho detto che non l’ho detto. Va bene lo stesso, no?

 

 

 

Nasim Marashi

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

Aprile 2017
pp. 208
ISBN 9788896908099
€ 15,00

Traduzione dal persiano di P. Nazari

 

Viaggio in Iran a Capodanno

Capodanno in Iran

Viaggio in Iran a Capodanno «L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Dieci giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

 

Dal 27 Dicembre 2017 al 5 Gennaio 2018

Con chi

Giovanni Sorbello, Davood Abbasi

Il programma

1° giorno        ROMA – TEHERAN

Partenza con volo per Tehran. Arrivo incontro con la guida locale e trasferimento in hotel. Sistemazione nelle camere riservate e pernottamento.

2°  giorno  TEHERAN – SHIRAZ

Giro nella capitale, attraverso i luoghi più importanti della storia contemporanea iraniana. Visita al  Golestan e all’Iran Bastan, uno dei musei più importanti del Paese. In serata volo per Shiraz. Arrivo in città, cena e pernottamento

3°  giorno SHIRAZ– PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

In mattinata escursione a Persepoli. Si prosegue poi a a Naqsh-e Rostam, necropoli con le tombe dei primi Imperatori: Dario il Grande, Serse,  Artaserse I e Dario II. Rientro a Shiraz visita della città, nota per i suoi giardini e per la mitezza del suo clima. Fu  capitale sotto diverse dinastie e  patria di illustri poeti come Saadi e Hafez. Visita della città e del Complesso di Vakil: la fortezza di Karim Khan (dall’esterno) (moschea, hammam, bazar), il caravanserraglio di Moshir, la Scuola coranica di Khan. Cena e sistemazione in hotel.

4°  giorno  SHIRAZ – PASARGADE – YAZD 

Partenza per Yazd.  Durante il  percorso effettueremo una  sosta per visitare  Pasargade,  prima capitale Achemenide con la tomba del suo leggendario fondatore Ciro il Grande. Arrivo a Yazd, città dal colore dell’ argilla, che  sorge ai margini di due deserti : il Dasht-e-Kavir e il Kavir-e-Lut . E’  famosa per le sue Badghir, le caratteristiche torri di ventilazione sui tetti delle case. Cena e sistemazione in hotel.

5°  giorno  YAZD

In mattina visita della città che ospita la più nutrita comunità di seguaci di Zoroastro. Visiteremo il “Fuoco Sacro”  il tempio dove si conserva una fiamma che brucia dal 470 d.C., le “Torri del Silenzio” due colline brulle, dove gli zoroastriani lasciavano i propri defunti agli avvoltoi perché ne spolpassero le ossa. Poi, nelle vicinanze, infine la moschea Jamé che presenta un portale rivestito di maioliche tra le più belle dell’Iran,  e il complesso di Mirciakhmaq, con la bellissima piazza  e il brulicante bazar, l’ antico quartiere di Fahadan, sito  Unesco, la madrasa Zaiaieh,  famosa come Prigione di Alessandro.

6°  giorno  YAZD – MEIBOD – NAIN – ISFAHAN 

Prima colazione. Partenza per  Isfahan. Durante il percorso visita al castello di Narin a Meibod e  l’antica Nain,  con La Moschea Masjed-e Jamé . Dopo pranzo partenza alla volta di Isfahan, tappa centrale del viaggio.

7° giorno  ISFAHAN

Due intere giornate dedicate  alla visita di una delle città più belle del mondo. Visita della stupenda piazza, della Moschea dell’Imam e del Bazar. Nella grande piazza centrale Naghsh-e Jahan (metri 512 x 163)  si affacciano due teorie di archi, nella parte bassa occupati da botteghe di artigiani (interessanti i negozi di preziosi: miniature, turchesi, stoffe),  si vedono alle estremità della piazza i pali che servivano a delimitare il campo da Polo realizzato 400 anni fa. Tra i porticati si incastrano la Masjed-e Emam (moschea dello Shah), in assoluto una delle più belle dell’intero mondo islamico per la raffinatezza della decorazione di piastrelle azzurre e gialle e l’armonia della cupola e degli spazi interni,  il piccolo gioiello della moschea di Masjed-e Shah Lotfollah, il palazzo reale safavide Ali Ghapu, il palazzo reale di Chehel Sotun e l’ingresso al bazar centrale coperto da piccole cupole sormontate da una apertura da dove filtra tutta la luce che serve per illuminare le merci esposte.

8° giorno  ISFAHAN

Proseguimento della visita della città con il quartiere Armeno, con le sue chiese e cattedrali, i famosi ponti Sio- se pol e Khajou,  dalla magnifica architettura, la Moschea del Venerdi,  l’animatissimo Bazar e i vari monumenti voluti dallo Shah Abbass e i successori Safavidi.

 

9° giorno   ISFAHAN – KASHAN – TEHERAN 

Partenza per Teheran. Nel corso del viaggio, visita di  Kashan, città famosa per la produzione di ceramica smaltata e per tutto il suo artigianato. Pranzo e visita alle ville dell’ Ottocento Iraniano: abitazioni bioclimatiche scavate nel terreno (Brugerdiha) con visita al bellissimo hammam di Soltan Amir Ahmad e in al giardino di Fin dove e’ stato incoronato il grande Shah Abbas.  Partenza per Tehran,  arrivo in serata e sistemazione in hotel. Cena in hotel e pernottamento.

10° giorno  TEHERAN AEROPORTO – ROMA

Al mattino presto trasferimento in aeroporto e ritorno in Italia.

QUOTA INDIVIDUALE : 2.500 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 300  EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma /Teheran – Roma A/R con Alitalia e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 9 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • spese consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

ADESIONI ENTRO IL 18  NOVEMBRE  2017 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 6 DICEMBRE 2017

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

Ecco Mondelize

“Un modo per ringraziare l’Italia”. La frase, buttata lì alla fine di un’oretta di chiacchierata, racchiude un po’ tutto il senso dell’avventura di Ehsan Najafi, classe 1979, startupper e insegnante di lingua con venti anni di esperienza alle spalle.

L’origine iraniana di Ehsan stavolta è solo un pretesto per questo incontro. E per una storia che è italiana al 100%. Trasferitosi nel nostro Paese ormai otto anni fa, Ehsan ha infatti fondato due scuole di lingua e si è poi dedicato all’insegnamento privato e alla scrittura di libri e corsi interattivi di inglese per tutti i livelli. Di certo, anche gli studi pregressi di ingegneria nella natia Teheran gli sono tornati utili, ma l’idea e lo spirito della sua startup hanno radici e contorni tutti italiani.

Dopo vari tentativi non felicissimi, Ehsan si è messo a testa bassa a lavorare al suo sogno: creare una scuola online di inglese che si avvalesse in modo professionale della tecnologia, senza replicare modelli già presenti sul mercato.

Il metodo Mondelize si avvale di lezioni interattive, video, quiz e dispense interattive, ed è fruibile da smartphone, tablet e PC, in continuo contatto con docenti professionali.

“L’idea – spiega Ehsan – nasce dall’esperienza di insegnamento diretto con gli studenti che lamentavano un metodo moderno e adatto a loro. Abbiamo iniziato scrivendo nuove dispense, registrando video lezioni, e creando nuovi quiz per tutti i livelli dal Beginner al Proficiency. (Livelli Europei A1, A2, B1, B2, C1, C2)”.

“Tutto il materiale – continua Ehsan – è stato raccolto ed organizzato nel sito internet www.mondelize.com e successivamente è stata sviluppata l’applicazione per iOS e Android. Dopo 4 anni di test e sviluppo nel 2016  gli studenti hanno iniziato ad iscriversi agli abbonamenti”.

Contatti con l’ambiente delle startup iraniane? “Nessuno, sottolinea il fondatore di Mondelize. Non sono mai tornato in Iran da quando mi sono trasferito in Italia. Ormai la mia casa è qui”.

Zero contributi pubblici e tanta passione alla base di un lavoro che sta dando le prime soddisfazioni.

Dal 22 ottobre è partita una campagna di crowdfunding su Eppela per lanciare e consolidare il prodotto a livello nazionale.

Per saperne di più CLICCA QUI

 

 

Festività in Iran nel 2017

Festività in Iran nel 2017. Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. E si corre sempre il rischio di programmare un viaggio in Iran nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2017. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

 

Festività in Iran nel 2017

Sabato 11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione
Giovedì 2 marzo: martirio di Fatima
Domenica 19 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
Lunedì 20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1396)
Martedì 22, mercoledì 23, giovedì 24: Ferie di No Ruz
Giovedì 31 marzo: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
Venerdì 1 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
Lunedì 10 aprile: Nascita dell’Imam Ali
Lunedì 24 aprile: Ascensione del Profeta
Venerdì 12 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato
Sabato  3 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
Domenica 4 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
Venerdì 16 giugno: Martirio dell’Imam Ali
Lunedì 26 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
Giovedì 20 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq
Sabato 2 settembre: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
Domenica  10 settembre: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)
Sabato 30 settembreTassoua
Lunedì 1 ottobre: Ashura
Venerdì  10 novembre: Arbaeen
Domenica 19 novembre: Martirio dell’Imam Reza
Mercoledì 6 dicembre: Nascita del Profeta Muhammad e dell’Imam Sadeq
Giovedì 21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Viaggio Iran 2017

Viaggio Iran 2017

GRUPPO CHIUSO 

Viaggio Iran 2017 «L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Dieci giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Viaggio Iran 2017: con chi

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

Viaggio Iran 2017: quando

Dal 26 ottobre al 4 novembre 2017

Viaggio Iran 2017: il programma

1° giorno        ROMA – TEHERAN

Partenza con volo per Tehran. Arrivo incontro con la guida locale e trasferimento in hotel. Sistemazione nelle camere riservate e pernottamento.

2°  giorno  TEHERAN – SHIRAZ

Giro nella capitale, attraverso i luoghi più importanti della storia contemporanea iraniana. Visita al  Golestan e all’Iran Bastan, uno dei musei più importanti del Paese. In serata volo per Shiraz. Arrivo in città, cena e pernottamento

3°  giorno SHIRAZ– PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

In mattinata escursione a Persepoli. Si prosegue poi a a Naqsh-e Rostam, necropoli con le tombe dei primi Imperatori: Dario il Grande, Serse,  Artaserse I e Dario II. Rientro a Shiraz visita della città, nota per i suoi giardini e per la mitezza del suo clima. Fu  capitale sotto diverse dinastie e  patria di illustri poeti come Saadi e Hafez. Visita della città e del Complesso di Vakil: la fortezza di Karim Khan (dall’esterno) (moschea, hammam, bazar), il caravanserraglio di Moshir, la Scuola coranica di Khan. Cena e sistemazione in hotel.

4°  giorno  SHIRAZ – PASARGADE – YAZD 

Partenza per Yazd.  Durante il  percorso effettueremo una  sosta per visitare  Pasargade,  prima capitale Achemenide con la tomba del suo leggendario fondatore Ciro il Grande. Arrivo a Yazd, città dal colore dell’ argilla, che  sorge ai margini di due deserti : il Dasht-e-Kavir e il Kavir-e-Lut . E’  famosa per le sue Badghir, le caratteristiche torri di ventilazione sui tetti delle case. Cena e sistemazione in hotel.

5°  giorno  YAZD

In mattina visita della città che ospita la più nutrita comunità di seguaci di Zoroastro. Visiteremo il “Fuoco Sacro”  il tempio dove si conserva una fiamma che brucia dal 470 d.C., le “Torri del Silenzio” due colline brulle, dove gli zoroastriani lasciavano i propri defunti agli avvoltoi perché ne spolpassero le ossa. Poi, nelle vicinanze, infine la moschea Jamé che presenta un portale rivestito di maioliche tra le più belle dell’Iran,  e il complesso di Mirciakhmaq, con la bellissima piazza  e il brulicante bazar, l’ antico quartiere di Fahadan, sito  Unesco, la madrasa Zaiaieh,  famosa come Prigione di Alessandro.

6°  giorno  YAZD – MEIBOD – NAIN – ISFAHAN 

Prima colazione. Partenza per  Isfahan. Durante il percorso visita al castello di Narin a Meibod e  l’antica Nain,  con La Moschea Masjed-e Jamé . Dopo pranzo partenza alla volta di Isfahan, tappa centrale del viaggio.

7° giorno  ISFAHAN

Due intere giornate dedicate  alla visita di una delle città più belle del mondo. Visita della stupenda piazza, della Moschea dell’Imam e del Bazar. Nella grande piazza centrale Naghsh-e Jahan (metri 512 x 163)  si affacciano due teorie di archi, nella parte bassa occupati da botteghe di artigiani (interessanti i negozi di preziosi: miniature, turchesi, stoffe),  si vedono alle estremità della piazza i pali che servivano a delimitare il campo da Polo realizzato 400 anni fa. Tra i porticati si incastrano la Masjed-e Emam (moschea dello Shah), in assoluto una delle più belle dell’intero mondo islamico per la raffinatezza della decorazione di piastrelle azzurre e gialle e l’armonia della cupola e degli spazi interni,  il piccolo gioiello della moschea di Masjed-e Shah Lotfollah, il palazzo reale safavide Ali Ghapu, il palazzo reale di Chehel Sotun e l’ingresso al bazar centrale coperto da piccole cupole sormontate da una apertura da dove filtra tutta la luce che serve per illuminare le merci esposte.

8° giorno  ISFAHAN

Proseguimento della visita della città con il quartiere Armeno, con le sue chiese e cattedrali, i famosi ponti Sio- se pol e Khajou,  dalla magnifica architettura, la Moschea del Venerdi,  l’animatissimo Bazar e i vari monumenti voluti dallo Shah Abbass e i successori Safavidi.

9° giorno   ISFAHAN – KASHAN – TEHERAN 

Partenza per Teheran. Nel corso del viaggio, visita di  Kashan, città famosa per la produzione di ceramica smaltata e per tutto il suo artigianato. Pranzo e visita alle ville dell’ Ottocento Iraniano: abitazioni bioclimatiche scavate nel terreno (Brugerdiha) con visita al bellissimo hammam di Soltan Amir Ahmad e in al giardino di Fin dove e’ stato incoronato il grande Shah Abbas.  Partenza per Tehran,  arrivo in serata e sistemazione in hotel. Cena in hotel e pernottamento.

10° giorno  TEHERAN AEROPORTO – ROMA

Al mattino presto trasferimento in aeroporto e ritorno in Italia.

QUOTA INDIVIDUALE : 2.500 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 300  EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma /Teheran – Roma A/R con Alitalia e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 9 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • spese consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

MASSIMO 20 PARTECIPANTI

ADESIONI ENTRO IL 30 GIUGNO 2017 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 20 SETTEMBRE 2017

Viaggio Iran 2017

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

No Ruz

L’arrivo della primavera segna l’inizia del nuovo anno in Iran e Afghanistan. In questi due Paesi vige infatti il calendario persiano, noto anche come calendario di Jalaali. Si tratta di un calendario solare che stabilisce gli anni bisestili non mediante una regola numerica, ma sulla base dell’osservazione dell’equinozio di primavera. L’inizio del nuovo anno non cade automaticamente ogni 21 marzo, ma varia di volta in volta.   Il 1396 inizia alle 11:28 e 40 secondi  (ora italiana) di lunedì 20 marzo 2017 .

Il calendario persiano è senza dubbio più esatto dal punto di vista scientifico, con un margine di errore di un giorno ogni 141.000 anni. Il calendario gregoriano, in uso in Occidente, ha invece un giorno di errore ogni 3.226 anni. I persiani furono il primo popolo a preferire il ciclo solare al ciclo lunare. Nella cultura zorostriana, predominante in Persia fino all’avvento dell’Islam, il sole ha infatti avuto un’importanza simbolica fondamentale.

Nell’XI secolo, sotto il regno del sultano selgiuchide Jalaal ad-Din Malik Shah Seljuki, una commissione di scienziati della quale faceva parte il grande poeta e matematico Omar Khayyam, elaborò un nuovo calendario sulla base di uno in uso secoli prima. Il nuovo calendario persiano viene tuttora chiamato calendario di Jalaali, in onore del sultano. Sostituito in seguito col calendario lunare islamico, il calendario persiano viene reintrodotto in Persia nel 1922. L’Afghanistan lo adotta nel 1957, ma denominando in arabo i mesi.

Il calendario persiano è così strutturato:

Farvardin (Marzo 21-Aprile 20)

Ordibehesht (Aprile 21-Maggio 21)

Khordad (Maggio 22-Giugno 21)

Tir (Giugno22-Luglio 22)

Mordad-Amordad (Luglio 23-Agosto 22)

Shahrivar (Agosto 23-Settembre 22)

Mehr (Settembre 23-Ottobre22)

Aban (Ottobre 23-Novembre 21)

Azar (Novembre 22-Dicembre 21)

Day (Dicembre 22-Gennaio 20)

Bahman (Gennaio 21-Febbraio 19)

Esfand (Febbraio 20-Marzo 20)

I primi 6 mesi sono di 31 giorni, i successivi 5 sono di 30 giorni e l’ultimo mese è di 29 giorni, 30 giorni in quelli bisestili.

Festa grande (e zoroastriana)

Il No Ruz (nuovo giorno), primo giorno del nuovo anno, è celebrato da almeno tremila anni ed è in assoluto la festa più importante in Iran. Dopo la rivoluzione del 1979 il governo cercò di ridurne l’importanza, in quanto festa preislamica. Fu però una mossa controproducente. La leggenda vuole che lo stesso Khomeini ci ripensò perché le donne di casa non gli rivolsero la parola per due settimane. È una festa bellissima e colorata. Le scuole e gli uffici chiudono per due settimane. Si scambiano auguri (Ayd-e Noruz Mubarak!) e regali (soprattutto banconote fresche di bancomat). Una sorta di Natale celebrato in primavera, dove tutto deve essere nuove, nel segno della rinascita della vita dopo l’inverno.

Pulizie di primavera

La tradizione vuole che le celebrazioni del No Ruz si aprano 12 giorni prima del capodanno con una pulizia a fondo della casa (Khane Tekani). La giornata prevede anche l’acquisto di fiori e la visita ad amici e parenti.

I fuochi del mercoledì

Alla vigilia dell’ultimo mercoledì dell’anno si celebra la festa del fuoco (Chaharshanbe Surì). Il martedì sera, nelle strade si accendono piccoli falò da saltare dopo aver recitato la formula “Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man”, ovvero il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me. È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede anche che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Tutti a tavola con le sette s

Al momento dell’entrata nel nuovo anno tutte le famiglie si riuniscono intorno alla tavola (sofreh) apparecchiata con sette oggetti che cominciano tutti per s: sabzeh, un dolce di germogli di grano o lenticchie che rappresenta la rinascita; samanu, un budino di germogli di grano e mandorle cotte, che simboleggia la trasformazione; sib, una mela rossa, simbolo della salute; senjed, frutto secco dell’albero di loto, simbolo dell’amore; sir, l’aglio, simbolo della medicina; somaq, una polvere di bacche usata per condire la carne, che rappresenta l’aurora; serkeh, l’aceto, simbolo della pazienza. È inoltre abitudine mettere in tavola uova colorate (che rappresentano la fertilità), acqua di rose, uno specchio a centrotavola e un pesciolino rosso in una boccia di vetro.

Haji Pirooz

Il Noruz ha anche una maschera tradizionale, “Haji Pirooz”. Incarna Domuzi, il dio sumero del sacrificio che viene ucciso alla fine del vecchio anno per rinascere all’inizio del nuovo. Haji Pirooz veste un costume rosso (simile a quello di Babbo Natale) e ha la faccia truccata di nero. Per le strade di Teheran è possibile incontrare persone vestite da Haji Pirooz che ballano e suonano tamburi e trombette per augurare un nuovo anno felice.

Sizdah Bedar

Il tredicesimo giorno del nuovo anno è chiamato Sizdah Bedar. Alcuni lo chiamano “pasquetta persiana” perché è tradizione trascorrerlo all’aperto e in compagnia. Gli antichi persiani credevano infatti che le dodici costellazioni dello zodiaco controllino i dodici mesi dell’anno e che ognuna governi il mondo per mille anni. Il tredicesimo giorno rappresenta perciò l’era del caos, che verrà alla fine dei tempi. Per questo motivo, è opportuno trascorrere Sizdah Bedar fuori casa, per scongiurare i malefici generati dal numero tredici. Alla fine di questa “pasquetta persiana”, il sabzeh messo a tavolo per Capodanno, viene messo sotto l’acqua corrente per esorcizzare il malocchio. Oltre che in Iran, il No Ruz è attualmente celebrato anche in India, Afghanistan, Tagikistan, Uzbikistan, Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan.

Marzo nel segno dell’Iran

Come ogni anno, il mese di marzo, in concomitanza con il No Ruz, è ricco di appuntamenti riguardanti l’Iran. Personalmente, sarò impegnato in diverse iniziative.

Sabato 4 marzo, Torino

Si comincia nel prossimo weekend a Torino, con l’inaugurazione della rassegna cinematografica iraniana sabato 4 marzo alle ore 20,30 presso il Cinema Massimo (Via Verdi, 18). Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Domenica 5 marzo, Roma

Alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo “Via della Rivoluzione” (edito da Lastaria edizioni), scritto dall’autore iraniano Amir Cheheltan.
La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in via Santa Cecilia, 1/A.
Parteciperanno, insieme all’autore, Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).
Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

Mercoledì 8 marzo – Sabato 10 marzo, Roma

L’8 marzo si tiene l’inaugurazione della mostra fotografica “Il ronzio del silenzio”.  La mostra, che sarà inaugurata l’8 marzo2017 alle ore 18:00 presso la sede di COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo in via di San Giovanni in Laterano 266, rientra tra le attività promosse dal progetto di servizio civile “Parla (e suona) con me!*, e intende promuovere il talento di una giovane artista che esporrà le proprie foto dall’inaugurazione fino a domenica 12 marzo, sempre con orario 16:00-19:00.

Attraverso l’obbiettivo, la fotografa iraniana Mona Zahedi ci aiuterà a cogliere la poesia e la bellezza presente nei dettagli della vita quotidiana, che troppo spesso la velocità con la quale viviamo e la routine di ogni giorno non ci permettono di cogliere.

Nel corso dell’evento, avremo il prezioso contributo del giornalista e scrittore Antonello Sacchetti che ci consentirà di accrescere la nostra conoscenza sul Paese e di ricevere interessanti spunti di riflessione utili a scoprire l’Iran e la sua cultura.

Inoltre, la manifestazione prevede altre due importanti appuntamenti:

  •  Giovedì 9 marzo ore 18:00 proiezione del film Persepolis, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 2007, che analizza gli effetti della Rivoluzione islamica in Iran;
  • Venerdì 10 marzo ore 18:00 incontro di approfondimento con l’esperto di Iran Antonello Sacchetti.

 

Martedì 14 marzo, Roma

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce.

In occasione della festa del fuoco Casetta Rossa organizza una serata persiana:

*ore 18.30 – presentazione del libro ‘La rana e la pioggia’ di Antonello Sacchetti con Cristina Annunziata e Sepideh Shabani di Iran Human Rights
*ore 20.00 cena iraniana a menù fisso (prenotazioni al numero 06 8936 0511)
*a seguire festa

Lunedì 20 marzo, Roma

Capodanno persiano alle ore 11 in Piazzale Ferdowsi a Roma. Come ogni anno, ci troviamo sotto la statua di Ferdowsi per l’haft sin e per scambiarci gli auguri per il 1396.

 

Il cliente

Le conseguenze del cinema iraniano. Dopo aver visto Forushandeh, Il cliente, (ma in originale il titolo vuol dire “Venditore”) ultimo film del Premio Oscar 2012 Asghar Farhadi, ho sentito la necessità di leggere Morte di un commesso viaggiatore, il dramma più famoso di Arthur Miller. Sì, lo so che è un grande classico e quindi dovrei dire di “averlo riletto”, ma il punto è proprio questo: un film iraniano mi ha “costretto” a scoprire un classico della cultura americana/occidentale contemporanea.

Non è una novità, per chi conosce la cultura iraniana o anche solo il suo cinema. Ma è un punto di partenza, perché la lettura di Miller mi ha aiutato ad avvicinarmi al senso ultimo del film, sempre a patto che sia importante arrivarci a quel senso.

Breve digressione non causale

Non andiamo con ordine, ma partiamo dalla scena iniziale del film. In una Teheran invernale, un palazzo viene sgomberato in fretta e furia perché sta per crollare. E qui mi è venuta subito in mente la scena conclusiva del pilot della prima (e a quanto pare, ahinoi, unica) stagione di Vinyl, grandiosa serie TV della statunitense HBO ambientata nella New York del 1973. Lì il protagonista Richie Finestra viene travolto dal crollo dello stabile in cui sta assistendo al concerto dei New York Dolls e prende la decisione che dà il via alla narrazione della serie. Qui il crollo non avviene ma costringe una giovane coppia, Rana ed Emad, a cercare una nuova casa.

Sono entrambi attori di teatro, impegnati nella messa in scena, appunto, di Morte di un commesso viaggiatore. Grazie a un altro membro della compagnia (il “nostro”  – in quanto italiano d’adozione – Babak Karimi, uno dei più versatili attori iraniani contemporanei) trovano un altro appartamento, appena liberato da una misteriosa inquilina.

Una scenda del film
Una scena del film

E qui accade il fattaccio. Perché nell’appartamento in questione Rana subisce un’aggressione destinata a sconvolgere la sua vita e quella di Emad. Come in altri film, Farhadi ti illude facendoti vedere i binari di una trama tutta in rettilineo, salvo imporre un paio di sterzate quando meno te lo aspetti. Non voglio rivelare troppo, ma il film riserva almeno un paio di sorprese nell’ultima parte, la più drammatica.

Emad insegna al liceo e di sera recita, insieme a Rana, in una compagnia teatrale, alle prese, per l’appunto, con Morte di un commesso viaggiatore. E’ in questa alternanza tra realtà e finzione che Farhadi gioca la sua partita. Tra le righe dei dialoghi dei protagonisti c’è il confronto con la censura (i testi da ritoccare, il ridicolo di recitare vestiti fingendo di essere nudi, ..) e più in generale la difficoltà – comune a tutti gli artisti del mondo – di conciliare l’arte con la vita quotidiana.

La vacca

C’è una scena che merita forse un approfondimento. Emad fa vedere ai suoi studenti il film Gâv (La vacca) di Dâriyush Mehrju’i, un grande classico del cinema iraniano, premiato a suo tempo con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970. Il film narra la storia Hassan, contadino povero di un paesino sperduto, la cui unica proprietà è una vacca. Durante una sua breve assenza, la vacca muore. Gli altri abitanti del villaggio, temendo la reazione di Hassan, gli raccontano che la vacca è fuggita. Sfiancato dalla ricerca e dall’attesa, Hassan impazzisce e comincia a comportarsi come fosse lui stesso una vacca. Fino a morire.

La ricerca della dignità

Cosa c’entra Gav con la storia di Forushandeh e con Morte di un commesso viaggiatore ? Sono tutte storie  i cui protagonisti sono animati da una furiosa ricerca di riscatto per la dignità. Come il commesso viaggiatore di Miller cerca la sua dignità esistenziale attraverso il successo economico, come il povero Hassan finisce con l’identificarsi con il suo unico mezzo di sostentamento, così Emad cerca un colpevole non per un reale bisogno di giustizia ma per cancellare una ferita che sente probabilmente soprattutto come un’offesa alla propria dignità.

Archiviata la trasferta parigina – poco felice – del Passato, Farhadi ritorna a un’ambientazione iraniana con un passo più maturo, forse più consapevole. Anche in altri film c’erano influenze della letteratura e del cinema europeo (basti mettere a confronto About Elly con Avventura di Michelangelo Antonioni, per fare un solo esempio), ma stavolta è tutto più esplicito e più dichiarato.

I premi ottenuti a Cannes (per la migliore sceneggiatura a Farhadi stesso e a Shahab Hosseini come migliore attore), sono la prova di un salto di qualità definitivo di un’intera generazione. E’ grande cinema, stop.

A proposito di cinema iraniano

Sabato 5 marzo 2017 ho partecipato alla inaugurazione di una rassegna di cinema iraniano a Torino. Ecco il video del mio breve intervento presso il Cinema Massimo. (Nella foto, con Ali Raza Shoja Noori).

Cinema iraniano a Torino

Sabato 4 marzo si svolge a Torino l’inaugurazione di una rassegna di film iraniani. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra Farabi, Fajr International Film Festival e Museo Nazionale del Cinema di Torino.

L’appuntamento è alle 20,30 presso il Cinema Massimo, Via Verdi 18, Torino.

Partecipano: Ali Reza Shoja Noori (attore e produttore iraniano) e Antonello Sacchetti .

Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Le vie della rivoluzione sono finite

Domenica 5 marzo, alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo Via della Rivoluzione (edito da Lastaria edizioni), scritto da Amir Cheheltan, autore iraniano alla sua prima pubblicazione in Italia.

La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in Via Santa Cecilia, 1/A.

Alla presentazione insieme all’autore parteciperanno Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).

Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, ammoniva in tempi non sospetti un certo Mao Tse Tung. Noi italiani di rivoluzione non ne abbiamo mai fatte, forse perché non abbiamo la struttura mentale adatta. “Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola”, sosteneva, non a caso, Leo Longanesi.

L’Iran di rivoluzioni ne ha fatte tre, tutte nel cosiddetto “secolo breve”: quella costituzionale nel 1906, quella “bianca” del 1962, voluta dall’ultimo scià per modernizzare il Paese,  e infine quella del 1979 che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. E di questa ultima rivoluzione o, meglio, delle sue conseguenze che parla l’ultimo romanzo di Amir Cheheltan, pubblicato in  Italia da Lastaria Edizioni, per la traduzione di Anna Vanzan.

Parliamo di un romanzo, di una storia di fantasia, non di un saggio politico. Però tutto quello che succede in questa storia, è diretta conseguenza degli avvenimenti che nel 1979 portarono alla caduta della monarchia e alla nascita del sistema politico attualmente in vigore. Ed è probabilmente per questo significato “politico”, più che per alcune scene scabrose, che il libro è al bando in Iran. Dove, tra l’altro, l’autore vive attualmente, dopo un periodo trascorso tra Gran Bretagna e Italia.

Il rischio, per questo romanzo, è che ci si concentri troppo sulla prima scena. La storia – come rimarcato anche nella quarta di copertina – si apre con un intervento di imenoplastica a cui ricorre Shahrzad, la protagonista (ma forse sarebbe più corretto dire “vittima / non protagonista”) della storia, per cancellare le tracce di rapporti sessuali prematrimoniali. Inevitabilmente, un incipit del genere cattura l’attenzione in modo prepotente, quasi totalizzante. E’ un pugno nello stomaco del lettore, che viene trascinato subito in una Teheran grigia e sordida. 

Non è chiaro in che anni siamo, esattamente. Il libro è stato pubblicato nel 2009 e censurato in patria. Dall’atmosfera che si respira, è ipotizzabile una ambientazione negli anni Novanta o poco più tardi. 

I personaggi principali sono tre, in un triangolo amoroso per nulla romantico e molto drammatico. Il cinquantenne Fatah, sedicente medico, divenuto ricco e potente con la rivoluzione; Mostafa, torturatore nel famigerato carcere di Evin e la giovane e bellissima Shahrzad (non a caso, il nome della protagonista delle Mille e una notte).

Shahrzad è la preda del desiderio di Fatah e, in un certo senso, la vittima dell’amore di Mostafa. Amore che lei ricambia ma – come vedremo – ha conseguenze tragiche.

Attraverso i ricordi di Fatah, riviviamo la Teheran pre rivoluzionaria. Per chi conosce un po’ la capitale iraniana, è un vero viaggio nel tempo, in luoghi trasformati dalla rivoluzione al punto da essere irriconoscibili. E’ forse una delle parti più interessanti e originali del romanzo: un accavallarsi di locali notturni, personaggi di strada, donne che cantano nei cabaret. Il tutto in un flusso di eventi che porta – appunto – al fatidico 1979 e alla rivoluzione. 

Quella raccontata da Cheheltan è una via a doppio senso: verso la rivoluzione e dalla rivoluzione. Quello che sembra rimanere al termine di questo andirivieni, è un filo conduttore di sofferenza e desiderio di riscatto. In cui le vittime di ieri diventano gli aguzzini di oggi.

In una recente intervista, l’autore ha dichiarato:

Per quanto riguarda la democrazia e i diritti umani non abbiamo ottenuto alcun risultato. Ma non posso chiudere gli occhi sui risultati, in termini di coscienza storica, della rivoluzione. Se oggi l’Iran non è attraversato dalle stesse turbolenze del resto del Medio Oriente, questo è dovuto al fatto che abbiamo già preso coscienza di molte cose durante la Rivoluzione iraniana del 1979.

Le vie della rivoluzione – sembra dire – sono finite.

Amir Cheheltan, Via della Rivoluzione (Lastaria Edizioni, Roma pp. 176, €13,50)

Leggi l’intervista di Farian Sabahi ad Amir Cheheltan su Io Donna

Visita il sito dell’autore: www.cheheltan.net/

 

Omaggio a Forough Farrokhzad

Un omaggio a Forrugh Farrokhzad, indimenticata poetessa iraniana (1935-1967).  La ricordiamo con due brevi estratti dalle sue poesie con due brevi video.

Dono

Io parlo dagli abissi della notte.

Dagli abissi dell’oscurità io parlo

Dal profondo della notte.

O amico, se vieni a casa, porta per me una luce

E una piccola finestra,

da cui guardare la gente del vicolo felice.

 

Rinascita

La vita è forse

la lunga via percorsa ogni giorno da una donna

che tiene stretta a se una borsetta

La vita è forse

la fune con la quale un uomo si è appeso a un ramo

La vita è forse

un bambino che torna a casa da scuola

La vita è forse

l’accendere una sigaretta nel narcotico riposo tra due amori

o lo sguardo assente di un passante che toglie il cappello

al sopraggiungere di un altro con un sorriso senza senso

e un buongiorno

Pianterò le mie mani in giardino

m’innalzerò lo so, lo so, lo so

e rondini deporranno le uova

nell’incavo delle mie mani tinte d’inchiostro

e metterò un paio di ciliegie gemelle per orecchini

e petali di dalia sulle unghie

Il viaggio di una forma lungo la linea del tempo

e l’inseminazione della linea da parte della forma

una forma cosciente in un immagine

che da un banchetto torna in uno specchio.

E questo è il modo in cui alcuni muoiono

e altri continuano a vivere.

 

 

 

Donne di carta 

 

I versi di Forrough Farrokhzad in musica

La rana e la pioggia

Il nuovo libro di Antonello Sacchetti “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

 

Secondo una credenza popolare del nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. “La pioggia quando arriva?”, chiede Nima Yooshij alla rana in una sua celebre poesia del 1952: una metafora della rivoluzione, ma anche una premonizione. Di lì a poco, infatti, l’Iran avrebbe conosciuto il golpe anti-Mossadeq, la “rivoluzione bianca” voluta dallo scià per modernizzare il Paese, la rivoluzione del 1979 e la nascita della Repubblica islamica. Un Novecento vivace e drammatico ha portato nel terzo millennio un Iran con un’identità forte e apparentemente immutabile. E oggi? All’indomani dello storico accordo sul nucleare, la Repubblica islamica sembra in procinto di entrare definitivamente nel mercato globale. Ma quali sfide e quali compromessi comporta tutto questo per la cultura e il popolo iraniano? Insomma: “La pioggia quando arriva?».La rana e la pioggia è un viaggio nell’Iran dei nostri giorni, attraverso il complesso e affascinante rapporto tra Paese e modernità.

 

“Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Con la politica a fare da filo conduttore con i suoi protagonisti”. (Farian Sabahi).

“La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

Per info: http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=330

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She’r-e Now, la Nuova Poesia persiana

L’Iran, come l’Italia, è nota come terra di poeti. La poesia è talmente radicata nel quotidiano degli iraniani che occupa un posto in prima fila nel linguaggio di tutti giorni, fino a sostituire i proverbi e i modi di dire. È presente persino nel linguaggio politico-istituzionale, nonché in quello religioso.

Ma, come tutti gli strumenti socio-culturali, anche la poesia, ha subito dei cambiamenti significativi. Il più rilevante è avvenuto verso la fine degli anni Trenta del secolo scorso.

Alì Esfandiari (1895-1960), meglio noto con lo pseudonimo di Nima, formula per la prima volta alcune espressioni poetiche diverse nella ritmica, ma, comunque, non abbandona del tutto la metrica classica. Inizia così l’era dei cambiamenti della poesia persiana, si parte per un’avventura che finirà per stravolgere, in tutto e per tutto, la forma artistica più amata e quella comunicativa più usata dagli iraniani. Fin da subito però, Nima viene osteggiato dagli intellettuali più affermati del momento; persino dall’amministrazione governativa. Tuttavia, un gruppo di poeti intraprende il sentiero da lui tracciato tra le tante difficoltà che pervenivano da ogni direzione. Molti di loro in seguito diventeranno delle vere e proprie colonne portanti della nuova corrente. Ahmad Shamloo, Mehdi Akhavan Sales, la poetessa Forugh Farrokhzad, Sohrab Sepehri, sono solo alcuni di loro.

Molti poeti contemporanei persiani hanno attirato l’attenzione di tanti intellettuali italiani. Già all’inizio degli anni Sessanta, Bernardo Bertolucci si recava in Iran per intervistare Forough Farrokhzad, poetessa ribelle. Forough, chiamata per nome dagli iraniani in segno d’affetto, fu una delle figure più importanti della giovane corrente poetica ed anche, forse, la figura più conosciuta al di fuori dell’Iran. Muore nel 1967 in un incidente stradale all’età di 32 anni; ma la questione della sua morte, nel credo popolare, sembra ancora irrisolta. Alcune delle sue opere sono state tradotte anche in italiano: “E’ solo la voce che resta”, “La strage dei fiori”.

Non è secondario l’aspetto storico-sociale del momento. Infatti, i decenni iniziali del Novecento corrispondono agli eventi più rivoluzionari nelle società di tutto il mondo. Quindi anche quella iraniana di allora, con sembianze fortemente rurali e perciò tradizionaliste e patriarcali, non poteva restare immune dal pressare di tali cambiamenti. L’industrializzazione e la conseguente urbanizzazione, con sé portavano inesorabilmente nuove esigenze, le quali richiedevano istruzioni nuove, espressioni nuove, perfino un lessico nuovo; mentre i canoni classici si rivelavano non più versatili nel dare risposte adeguate. I tempi cominciavano a maturare.

Uno dei personaggi di notevole spessore nella letteratura contemporanea persiana è sicuramente Ahmad Shamloo (1925 – 2000). Fu lui il primo che si è discostato ulteriormente dalle regole arcaiche e ha presentato nel 1951 la “poesia libera” (o “poesia bianca”) con la pubblicazione del quaderno “Ghatnameh”, “La Risoluzione”, in cui taglia netto con il passato. Scrive in una poesia dal titolo inequivocabile, “L’inno dell’uomo che si è ucciso”:


Gli misi un pugnale alla gola
e in un lungo indugio,
l’ho ucciso,
– me stesso –
e l’avvolsi nel sudario
di suoi canti ormai dimenticati,
e lo seppellii
nei sotterranei della memoria.

—————————————

خنجر به گلویش نهادم
و در احتضاری طولانی
او را کشتم
– خودم را –
و در آهنگ فراموش‌شده‌اش
کفنش کردم
و در زیرزمین خاطره ام
دفنش کردم

“I canti dimenticati” è il titolo della prima opera di Shamloo, pubblicata nel 1945, ancora prima di conoscere Nima e la sua poesia. Una pubblicazione destinata a rimanere problematica per tutta la sua vita. Nella prefazione de “La Risoluzione” scriverà: “Doveva essere bruciata, perché io ero un bambino che desiderava camminare sulle proprie gambe, ecco che era inevitabile poggiare la mano al muro e compiere i primi passi, seppur con poca grazia.

In poco più di un decennio, la “She’r-e Now”, ovvero la “Nuova Poesia” in persiano, si afferma come forma poetica di indiscutibile dominio sulla scena letteraria iraniana, modello per un’intera nuova generazione di poeti.

Shabe yalda

Il 21 dicembre gli iraniani celebrano la notte più lunga dell’anno con una festa tipicamente zoroastriana: Shab-e yaldaShab in persiano vuol dire “notte”, mentre la parola Yalda proviene dal siriano e vuol dire “nascita”. Per la notte più lunga dell’anno, le famiglie iraniane si riuniscono per mangiare anguria, cantare ed esprimere desideri attraverso le poesie di Hafez. Per esorcizzare il buio della notte, vengono accese candele e lanterne. L’origine di questa festa non è chiara: probabilmente furono i cristiani siriani a introdurla prima in Caldea e poi in Persia durante l’epoca dei Sassanidi (224-636 d.C.). A loro volta, i cristiani avrebbero mutuato questa festa dal mitraismo, la religione nata in Persia e diffusasi in tutto l’Impero Romano attorno all’anno zero. Per i seguaci di questa religione, Mitra era nato proprio nella notte più lunga dell’anno e da questa celebrazione verrà la festività del Dies Natalis Solis Invicti (“Giorno di nascita del Sole Invitto”).

Il mitraismo contese al cristianesimo il primato di religione dell’Impero fino all’editto col quale Teodosio riconobbe il cristianesimo come religione di Stato (380 d.C.). I tanti mitrei di Roma (quello di San Clemente è solo il più celebre) testimoniano quanto fosse diffusa la religione che adorava il sole. La data del Natale cristiano è legata proprio al culto di Sol Invictus. Il vescovo siriano Jacob Bar-Salibi scrive: ”Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la “vera” Natività doveva essere proclamata in quel giorno”.

Fu papa Giulio I a ufficializzare nel 337 che il Natale si sarebbe celebrato il 25 dicembre, in precedenza ultimo giorno di festa per la nascita di Mitra. Il carattere orgoglioso degli iraniani spinge alcuni di loro ad affermare che persino il Natale sia ispirato al loro Shab-e Yalda. In realtà è vero che questa festa è un po’ l’emblema di come religioni e usanze trovino in Iran un ambiente ideale per incontrarsi e contaminarsi. Non va dimenticato che è sempre in Persia, nella seconda metà del III secolo d.C, che nasce il manicheismo, sintesi delle grandi religioni allora conosciute: mazdaismo, buddismo e cristianesimo. Yalda (che è anche un nome femminile) è da secoli una parola chiave della poesia persiana, una metafora per definire il nero perfetto degli occhi e dei capelli della donna amata. Nero assoluto, totale. Shab-e Yalda è quindi anche una metafora dell’oppressione, del dolore, della sofferenza.

Cos’è il Ramadan

Cos’è il Ramadan ? E’ il nono mese del calendario lunare islamico, durante il quale Maometto ricevette la prima rivelazione coranica. Santo mese del digiuno (sawm), il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell’Islam. Secondo il Corano il digiuno è stato istituito perché in questo periodo tutti i fedeli adulti potessero coltivare la pietà.

Quando inizia

L’inizio del Ramadan (in Iran detto ramezan) dipende dall’avvistamento della luna e la tradizione vuole che esso avvenga scrutando il cielo come si faceva ai tempi del Profeta Maometto. E’ l’Arabia Saudita, in quanto custode dei luoghi santi della Mecca e di Medina, a stabilire il periodo del Ramadan. La questione suscita un vivace dibattito all’interno dell’Islam, tra chi auspica l’impiego delle tecnologie per l’avvistamento lunare e chi invece vorrebbe rimanere fedele alle tradizioni. E’ anche una questione politica: non tutti i Paesi musulmani accettano che a decidere sia l’Arabia Saudita.

Il Ramadan 2017

Comincia il 26 maggio  e termina il 24 giugno, giorno di festa chiamato Aid Al Fitr o Aid Assaghir.

Cosa si fa nel Ramadan

Per tutto il mese i fedeli devono astenersi dal mangiare, bere, fumare e avere rapporti sessuali tra l’alba e il tramonto e festeggeranno in preghiera la rivelazione del Corano da parte di Dio a Maometto. Nel mese del Ramadan (in cui secondo la tradizione il Profeta consumava solo un bicchiere di latte di capra e sei datteri al giorno) il Corano prevede che siano esentati dal digiuno i bambini, i malati, le donne incinte e coloro che devono intraprendere lunghi viaggi. Prima di ritirarsi per la notte i fedeli sono chiamati a speciali preghiere comunitarie in cui si recitano lunghi passi del Corano.

La notte della determinazione

La notte tra il ventiseiesimo e il ventisettesimo giorno del Ramadan è chiamata la Notte della Determinazione, nella quale, secondo il Corano, Dio determina il corso del mondo per l’anno seguente. Il giorno dopo la fine del Ramadan si celebra la fine del digiuno, che viene festeggiato con preghiere speciali.

Lo scatto rivoluzionario

Iran 1979

A partire dagli anni Sessanta la macchina fotografica emerge prepotentemente come un mezzo di documentazione della realtà elevando così lo scatto fotografico a documento storico.

Per capire questa trasformazione è importare fare un passo indietro affacciandoci sulla vita artistica iraniana dell’epoca.

L’Occidente scopre l’arte iraniana
Nei primi anni Sessanta lo Shah Muhammad Reza con l’obiettivo di modernizzare il Paese, aveva dato avvio alla cosiddetta Rivoluzione Bianca. Tra le riforme messe in atto dal regime vi erano quella agraria e quella di laicizzazione della società.

Il piano riformatore delude tutti: religiosi, intellettuali e ceto medio e la società civile reagisce organizzandosi sempre più in gruppi politici e religiosi. Il regime Pahlavi diventa sempre più oppressivo. Siamo quindi in un periodo in cui fervono i cambiamenti.  Una delle conseguenze di questo slancio riformatore dello Shah è la mobilità di artisti e studenti iraniani verso l’Europa e gli Stati Uniti. Lo scambio culturale è ovviamente reciproco, da una parte gli artisti iraniani sperimentano una nuova libertà di espressione, dall’altra l’Occidente scopre la storia, l’arte, la società di un Paese considerato da sempre un po’ esotico. L’Iran muove i primi passi sulla scena artistica internazionale, gli artisti partecipano a mostre d’arte e le loro opere iniziano girare tra fiere d’arte e collezionisti di tutto il mondo.  Non è solo più lo Shah con la sua propaganda a occupare le prime pagine dei quotidiani occidentali, ma emerge anche la raffinata e profonda cultura artistica del popolo iraniano accompagnata ovviamente da immagini e storie di oppressione, violazione dei diritti umani e povertà.

Grazie a tutto ciò la modernità in Iran arriva attraverso un processo creativo, complesso e controverso. Non è solo più un’imitazione della cultura e dello stile di vita occidentale a interessare gli iraniani ma soprattutto una sua prima rielaborazione attraverso la propria cultura.  E la fotografia, così come la letteratura e la pittura, si trasforma da propaganda a forma d’arte indipendente e la rivoluzione islamica del 1979 costituisce una tappa fondamentale di questo processo.

I fotografi, infatti, documentano le vere condizioni di vita società civile, dai più ricchi ai più miserabili senza filtri e censure. Gli artisti riescono a eludere la polizia segreta del regime e a far circolare le proprie opere sia in patria sia all’estero. Si distrugge lo stereotipo dell’Iran quale società libera e pacifica: lo Shah non è più un paterno monarca liberale ma uno spietato dittatore.

E sono principalmente due i fotografi iraniani di fama internazionale che ci hanno raccontato l’Iran dell’epoca attraverso le loro opere di denuncia: Bahman Jalali e Kaveh Golestan.

Bahman Jalali (1944-2010)
Fotografo di fama internazionale (soprattutto dopo il 1997) ma anche docente e collezionista, Jalali  rappresenta per l’Iran il fotografo che più di tutti si è immerso attraverso la fotografia nell’universo emotivo, visivo, letterario, e poetico del proprio Paese. Nato nel 1944 ha studiato economia e scienze politiche all’Università di Teheran, ma la fotografia è sempre stata la sua passione:

Mi sono interessato alla fotografia almeno dieci anni prima della rivoluzione mentre studiavo economia e scienze politiche all’università; credo che già sapessi che sarei diventato un fotografo autodidatta”,

ha detto lo stesso Jalali a Catherine David durante in un’intervista.

Membro dal 1974 entra della Royal Photographic Society in Gran Bretagna, per 30 anni ha insegnato fotografia in diverse università iraniane. Ha fondato Akskhaneh Shahr , il primo museo di fotografia con sede in Iran nel 1997 diventandone curatore e a partire dal 1999 ha curato la pubblicazione della rivista di fotografia Aksnāmeh (Lettera di Fotografia), in collaborazione con la moglie Rana Javadi.

Scomparso nel 2010, Bahman Jalali ha ritratto l’intero Iran documentandone le sue guerre e rivoluzioni , i suoi vari paesaggi e soprattutto la sua gente. Il rapporto tra fotografo e immagine è sincero, la sua è infatti una modernità visiva che ha le sue radici nella coscienza collettiva iraniana.

Quando scoppia la rivoluzione Jalali è ormai un fotografo affermato in Iran e insieme alla moglie coglie l’occasione di immortalarla con i suoi scatti. Possiamo vedere questo straordinario reportage nella raccolta Rouzhaye Khouch, Rouzhaye Atash (Giorni di sangue, Giorni di fuoco -Teheran 1978-1979) pubblicata in un libro dallo stesso titolo.

Le fotografie sono state scattate a Teheran per un periodo di 64 giorni, da domenica 10 Dicembre 1978, il giorno delle manifestazioni di massa contro lo Shah fino a domenica 11 Febbraio 1979, data della caduta dello Shah e della nascita della Repubblica. La rivoluzione viene raccontata attraverso vari sguardi: ci sono scene di lotta, di contestazione, di manifestazioni di massa, ma anche fotografie in cui è il particolare a fare la differenza: donne in abiti tradizionali che protestano, agenti di polizia, manifestanti  feriti. Con uno sguardo esterno ma allo stesso tempo completamente immerso nella realtà, Jalali documenta il caos di quei giorni e la determinazione di un popolo attraverso delle istantanee obiettive ma mai distanti.

Kaveh Golestan (1950-2003)
Nato ad Abadan nel 1950 Kaveh Golestan ha iniziato la sua carriera di fotografo giornalista nel 1972, ma in pochi anni si è ritagliato un posto sulla scena internazionale lavorando per il Time Magazine. È morto su una mina antiuomo il 2 aprile del 2003 all’età di 51 anni mentre si trovava a Kifri in Iraq per la BBC.

Golestan è conosciuto in tutto il mondo come fotografo di guerra, suoi sono i reportage sulla guerra civile in Irlanda e sul conflitto Iraq-Iran. Nel 1988 Golestan si trovava nella città curda di Halabja proprio quando gli iracheni hanno lanciato il grande attacco chimico sulla popolazione. “Era la vita congelata“, ha raccontato lo stesso Golestan.

La vita si era fermata. Era un nuovo tipo di morte per me. Si va in cucina e si vede il corpo di una donna con un coltello in mano mentre stava tagliando una carota.”

Tra le sue raccolte, molto suggestiva è quella dedicata  alla vita delle donne nel quartiere a luci rosse di Teheran noto come Shahr -e No (Città nuova o Cittadella). La serie, scattata tra il 1975 e il 1977, è composta di quarantacinque fotografie in bianco e nero che raccontano, con uno sguardo esplicito ma onesto, la vita delle prostitute sotto il regime della Shah. Scatti molto belli in cui emergono tutti i problemi sociali, finanziari, igienici e psicologici in cui vivevano queste donne, mai così esplicitamente presenti nella società iraniana nonostante migliaia di uomini ogni giorno si recassero nel quartiere.

Le fotografie vengono immediatamente pubblicate sul quotidiano iraniano Ayandegan e nel 1978 esposte all’Università di Teheran ma la mostra chiude dopo soli 14 giorni senza una spiegazione ufficiale. Un anno dopo la mostra, la Cittadella viene rasa al suolo durante la rivoluzione iraniana del 1979. Testimonia Golestan: “Alcune donne sono state tragicamente carbonizzate durante l’incendio e molte altre arrestate e in seguito messe di fronte al plotone di fuoco rivoluzionario nell’estate del 1980.” La raccolta rimane così l’unica testimonianza di questo spaccato di società iraniana spazzata via in pochi mesi.

Ma è con la rivoluzione iraniana che Golestan si afferma nel panorama internazionale tanto da ricevere nel 1979 il Robert Capa Award, premio che ritira solo tredici anni più tardi a causa di problemi politici. Golestan è stato un testimone oculare della Rivoluzione iraniana e le sue fotografie riescono a catturare non solo i grandi sconvolgimenti politici che hanno cambiato radicalmente il suo Paese, ma anche il ritratto intimo di un popolo e di una società in rapida trasformazione. Molte delle immagini scattate durante la rivoluzione sono diventate dei classici: dall’arrivo di Khomeini in Iran subito nel febbraio 1979 mentre scende dall’aereo, al suo funerale 10 anni dopo.  La serie sulla rivoluzione ha fatto subito il giro del mondo perché dalle fotografie emergono la rabbia, la violenza, la passione che accompagnano sempre una rivolta popolare. Protagonista dei suoi scatti è il popolo e la sua ribellione ad un regime autoritario: manifestazioni oceaniche, auto bruciate, euforia e disperazione. E Golestan riesce con degli scatti immediati a far emergere tutto questo senza fronzoli o interpretazioni personali. La sua fotografia è sicuramente più cruda rispetto a quella di Jalali. Entrambi si dedicano alla documentazione della rivoluzione iraniana ma lo sguardo di Golestan è senza filtri, non ci sono riferimenti poetici e letterari come in Jalali ma solo uno specchio fedele della realtà. D’altronde come ha detto lui stesso:

Voglio mostrarvi le immagini che saranno come uno schiaffo per distruggere la vostra sicurezza. È possibile guardare lontano, girarsi dall’altra parte, nascondere la propria identità come assassini, ma non si può fermare la verità. Nessuno può”.

Rivoluzione, Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali

Shahr-e No, 1975-1977, ©Kaveh Golestan

Rivoluzione, 1978-1980, ©Kaveh Golestan

Fonti

Bahman Jalali
www.fundaciotapies.org
www.payvand.com
www.silkroadartgallery.com
www.soas.ac.uk
www.youtube.com/watch?v=9R38R4m2740
http://youtu.be/BCdRxWwcN-c
http://youtu.be/SizCc6eqqdg
Bahman Jalali, Catherine David, Hamid Dabashi : Bahman Jalali, FUNDACIO ANTONI TaPIES (2008)
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

Kaveh Golestan
www.jadidonline.com
www.kavehgolestan.org
www.payvand.com
Masoud Benhoud, Hojat Sepahvand, Malu Halasa and Kaveh Golestan, Kaveh Golestan: Recording the Truth in Iran 1950-2003, 2008
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

Chai khane

I turisti che visitano l’Iran trovano ancora oggi nelle città del nostro paese, tante Chai Khane (Case del tè) che hanno un’atmosfera particolare e sono ereditarie di una importante tradizione. In tempi più antichi le odierne Chai Khane (Case del tè) venivano soprannominate Ghahve Khane (Case del Caffè) ed erano numerose soprattutto nella città di Teheran.

La prima Ghahvè Khane o Casa del Caffè dell’Iran nasce probabilmente tra il 1523 ed il 1576, ossia sotto il regno dello Scià Tahmaseb, della dinastia Safavide, nella città di Qazvin, l’allora capitale persiana. Sotto il regno di Scià Abbas il grande, principale re della dinastia safavide, la capitale che era divenuta Isfahan, venne popolata da queste case del Caffè. Poco alla volta però il tè venne introdotto in Iran e questa pianta venne coltivata in maniera estesa nel nord del paese e quindi, la gente iniziò ad optare gradualmente per questa bevanda che dominò l’Iran agli inizi del ventesimo secolo; stranamente, però, ancora oggi molte Case del Tè vengono chiamate Case del Caffè in ricordo dei tempi antichi.

L’importanza delle Chai Khane è dovuta al fatto che erano nei quartieri un luogo di riunione e di vita dove i praticanti dei diversi mestieri si incontravano, discutevano di affari o di questioni come arte e politica.

Poco alla volta alcune di queste Ghahvè Khane divennero peculiari di una casta, di un ceto o di una professione. Ad esempio, in una città poteva esserci una Casa del Tè frequentata dagli artisti, un’altra per i commercianti o bazaarì e così via…

In occasione delle feste religiose, le Ghahvè Khane venivano addobbate e abbellite con luci ed in esse si organizzavano rappresentazioni o si esibivano i Naqqal o i cantastorie, che narravano gli episodi dello Shahnamè, il Libro dei Re, il poema mitologico più imponente del mondo persiano scritto da Ferdowsì.

Le Case del Caffè erano particolarmente animate soprattutto nelle sere del mese di Ramadan, quando al termine del lavoro quotidiano le persone si riunivano per rompere tutte insieme il digiuno. In conclusione, le Case del Caffè erano praticamente, oltre ad un luogo di ristoro, un centro socio-culturale ed un luogo per l’insegnamento e la divulgazione della letteratura.

L’ambasciatore statunitense a Teheran nel 1883 scrive a proposito delle tante Case del Te presenti in città dove gli uomini si riunivano per parlare e trascorrere il tempo.

La maggior parte delle Ghahvè Khanè avevano anche uno spazio all’aperto per accogliere i clienti nelle stagioni calde; anche gli oggetti delle Case del Caffè o del Tè erano particolari; Samovar, bicchieri, tazze, teiere, tutti decorati e abbelliti con le diverse tecniche dell’artigianato persiano; per pranzo, nella Casa del Tè, era tipico l’Abgusht o Dizì, carne di pecora lasciata cucinare per ore e ore con patate, ceci e pomodori, per dare vita infine ad un brodo di carne squisito ed una carne da consumare tenera tenera.

A seguito della vittoria della rivoluzione islamica in Iran, nel 1979, le Case del Caffè vennero restaurate e rinnovate ed oggi molte hanno ripreso a lavorare come secoli fa, anche con i cantastorie, gli artisti e tutto il loro fascino secolare.

La casa del Caffè di Azarì è una delle più famose di Teheran, nata nel 1948. Si trova nella piazza Rah Ahan, all’estremità meridionale della città ed è aperta tutti i giorni; ha un’architettura persiana tradizionale con mattonelle e piastrelle colorate; chi ci lavora indossa i vestiti tradizionali, i cibi sono preparati secondo le ricette antiche ed il tutto è’ accompagnato da musica, cantastorie e racconti dello Shahnamè. Nel mese di Ramadan vi sono anche canti e preghiere religiosi e persino riti funebri. Il luogo è non a caso registrato sulla lista del patrimonio culturale iraniano.

L’altra Ghahvè Khane di rilievo e’ quella di Sanglaj, nel parco cittadino di Teheran, non lontano dal gran bazaar; qui l’atmosfera creata con i costume del personale e l’architettura è quella del periodo safavide ed anche qui vi sono musici e cantastorie che si esibiscono seguendo la tradizione delle Case del Tè.

A nord di Teheran, invece, vi è la casa del te di Amir Kabir, così chiamata in onore del grande visir del periodo Qajaride. Anche qui l’architettura emoziona il visitatore con le lavorazioni del gesso e dello stucco, e con le colonne dai capitelli in stile Qajaride. Famoso il te alla ciliegia, quello col cardamomo ed i dolci serviti in questo luogo. Nel mese di Muharram e per la ricorrenza dell’Ashura, questo luogo diviene scena per la rappresentazione teatrale del Taaziyeh; il bello e’ che in questo periodo i clienti vengono serviti gratis perché i proprietari fanno voto.

La poesia di Saadi

Molti anni fa un terribile terremoto colpì l’Iran. Mario Casari, tra i persianisti italiani più stimati, tradusse questi celebri versi di Saadi di Shiraz (1203 – 1291), uno dei più grandi poeti classici persiani, in occasione di una raccolta fondi organizzata dalla comunità iraniana in Italia.

Sono gli stessi versi citati da Obama nel primo celebre video messaggio di auguri di Noruz al popolo iraniano nel 2009 e che compare all’ingresso della sede delle Nazioni Unite di New York.

Li riproponiamo oggi, all’indomani del terremoto che ha devastato parte del Centro Italia.

“Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo,

da un’unica essenza quel giorno creati.

E se uno tra essi a sventura conduca il destino,

per le altre membra non resterà riparo.

A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore,

non può esser dato nome di Uomo”.

(Saadi di Shiraz, 1203 – 1291)

 

Saadi di Shiraz

Nemidunam

Nemidunam. Non lo so. Non so cosa fare, non so dove andare, non so chi è che mi vuole aiutare. Non lo so. Nemidunam. E’ la frase ricorrente di Un mercoledì di maggio, (titolo originale, riferito al calendario persiano Chaharshanbeh, 19 Ordibehesht) esordio cinematografico dell’iraniano Vahid Jalilvand presentato con successo nella sezione Orizzonti al 72esimo Festival del cinema di Venezia. Film molto particolare, sicuramente non perfetto ma molto interessante. La storia è apparentemente semplice. Siamo a Teheran: un uomo di nome Jalal (benestante ma non ricchissimo, questo lo scopriremo solo a metà film) pubblica su un giornale un annuncio insolito: donerà una somma equivalente a circa 10mila euro a una persona che dimostrerà di averne davvero bisogno. Tanto basta per radunare sotto il suo studio una folla di persone tutte più o meno bisognose di quella somma.

Tra queste, due donne: la giovanissima Setareh, sposata in segreto contro il volere della famiglia di adozione e ora incinta, e Leila, un tempo fidanzata di Jalal e ora bisognosa di denaro per far operare il marito, paralizzato dopo un incidente. A chi dare il denaro? Come fare per aiutare davvero qualcuno senza fare del male a nessuno? E perché Jalal ha deciso di regalare questa somma? Alla base, come spesso accade in molte cose della vita, c’è un dolore.

Una scena del film
Una scena del film

Ma c’è anche la constatazione amarissima che il denaro se non è la soluzione di tutti i mali, sembra essere sempre la scorciatoia più breve per evitare l’infelicità. Anche in Iran, soprattutto in Iran. Dove tutto, ma davvero tutto, si quantifica sempre con il denaro. La dote per il matrimonio (per la cronaca, è l’uomo a doverla fornire), il prezzo di sangue per evitare una condanna a morte, un trapianto di reni (l’Iran è l’unico Paese al mondo a consentirne la vendita, addirittura con una sovvenzione statale).

In questo senso, è anche un film di denuncia: per la mancanza di un vero Stato sociale, per la solitudine patita da quei “diseredati” in nome dei quali si fece la rivoluzione. A patto che non si basi tutto sull’equazione Iran=questione femminile,  Un mercoledì di maggio potrebbe anche essere lo spunto per una riflessione seria sulla società iraniana di oggi. Molto più, per intenderci, dell’ultimo Panahi (ne abbiamo parlato qui).

Qual è la soluzione? Nessuno sembra saperlo, nessuno sembra in grado di indicare una via. Persino le buone intenzioni di Jalal sembrano provocare soltanto danni e altro dolore.

Non è un film “raccontato” benissimo. La struttura narrativa è irregolare, asimmetrica. Una prima storia occupa i primi venti minuti del film per poi riemergere solo nel finale, forse qualche passaggio è un po’ forzato. Ma è un film che racconta storie vere, che si interroga sulla realtà. E – cosa fondamentale – è interpretato da attori veri. Avrà distribuzione in Italia dopo il Festival? Non è un film facile, ma a volte anche per i film valgono delle strane leggi del destino. Nemidunam.

 

 

Un mercoledì di maggio  [Iran 2015] REGIA Vahid Jalilvand.
CAST Niki Kamiri, Amir Aghaei, Shahrokh Forootanian, Vahid Jalilvand, Borzou Arjmand, Afarin Obeisi.

SCENEGGIATURA Ali Zarnegar, Vahid Jalilvand, Hossein Mahkam.

FOTOGRAFIA Morteza Poursamadi.

MUSICHE Karen Homayounfar.
Drammatico, durata 102 minuti.

Un mosaico di passione

Il poeta persiano Rumi scrisse che la verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno di noi ne raccoglie un frammento e, specchiandosi, ritrova solo una parte di verità. In questo libro denso e conciso, ricco di informazioni e spunti, Antonello Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Molte le citazioni letterarie, a cominciare dal titolo (che non sveleremo). Per poi passare al cinema, con suggerimenti preziosi. In questo centinaio di pagine, la politica è in un certo senso il filo conduttore con i suoi protagonisti, le elezioni osservate da vicino presso la sede diplomatica iraniana a Roma, le opinioni degli amici e conoscenti.

Qui e là scopriamo un sistema legale in cui le autorità religiose permettono (da tempo) di prendere un utero in affitto e (per la povera gente) persino vendere un rene. Un sistema legale dove sono presenti istituti giuridici curiosi come il mehrieh (la dote che il promesso sposo deve versare alla futura moglie) e il diyeh (il prezzo del sangue, ovvero il risarcimento in denaro che ti può salvare dalla forca in caso di condanna per omicidio).

E non è tutto. Antonello Sacchetti porge al lettore informazioni preziose sulla tecnologia di altissimo livello utilizzata in Iran, le politiche ambientali della Repubblica islamica e l’importanza delle energie rinnovabili. Pagina dopo pagina scopriamo anche un atteggiamento diverso (rispetto all’Europa) nei confronti dei rifugiati: l’Iran ospita un milione di afgani registrati presso l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e a metà aprile del 2016 i commissari dell’Unione europea in visita a Teheran hanno offerto sei milioni e mezzo di euro stanziati da Bruxelles per contribuire alla loro assistenza sanitaria e all’istruzione. Augurandosi che, così facendo, decidano di stare in Iran e non bussino pure loro alle porte dell’Europa. Il filo conduttore di questo libro  è la passione (contagiosa) che ha portato Antonello Sacchetti in Iran. Tante volte. Anche come accompagnatore di gruppi. Perché viaggiare è vivere due volte, scrisse il poeta Omar Khayyam. Come ha detto il presidente Hassan Rouhani a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, l’Iran e l’Italia hanno in comune la grande bellezza. E, aggiungiamo noi, una storia millenaria. Quello che oggi chiamiamo Iran non è altro che l’antica Persia. Il nome cambia il 21 marzo 1935. Da quel momento sulle cartine geografiche appare un nuovo Stato. Si chiama Iran. A prendere questa decisione è Reza Shah, il fondatore della dinastia Pahlavi e padre dell’ultimo imperatore scappato il 16 gennaio 1979, durante la Rivoluzione. Un cambiamento accompagnato da molti altri, che servono ad arginare le influenze straniere e ad accentuare il nazionalismo volto a compattare un Paese dalla storia millenaria e dalle tante anime. Ognuna frammento di un mosaico complesso.

Farian Sabahi, docente, giornalista e scrittrice specializzata su Iran e Yemen

Titolo: LA RANA E LA PIOGGIA L’Iran e le sfide del presente e del futuro
Autore: Antonello Sacchetti
Caratteristiche: Formato cm. 14,5×21,5, copertina a colori, filo refe
Pagine: 112
Prezzo: euro 11.50
Isbn: 9788868611477
Anno di pubblicazione: 2016

Le rose di Persia

Nove  racconti di nove scrittrici. Nove storie, nove diversi stili, nove diverse idee di letteratura. Le rose di Persia. Nove racconti di donne iraniane, curata da Anna Vanzan, riassume tra titolo e sommario il senso di un lavoro prezioso che merita di essere conosciuto anche da chi non ha a che fare, in vario modo, con la cultura della Persia contemporanea.

Perché il rischio è sempre in agguato quando si parla di Iran e di donne: sembra quasi impossibile parlare “solo” di letteratura, quasi che i libri, le storie e chi le scrive, siano in fondo poca cosa. Si finisce quindi a parlare di diritti (giustissimo, per carità), di battaglie civili e di obiettivi politici. E ci si dimentica quasi delle storie.

Che in questo caso sono invece diversissime tra loro. Si va dalle atmosfere minimaliste di Nahid Tabataba’i, col suo Zarringol, all’ironia “politica” di Belqis Soleimani e la sua Giornata dell’aria pura, dallo stile quasi “classico” di una maestra come Simin Daneshvar col suo A teatro, all’affascinante Scomparsa di una persona ordinaria, racconto di Tahereh ‘Alavi tradotto da Anna Vanzan direttamente da un manoscritto donatole dall’autrice. Senza citare gli altri cinque racconti e senza fingere false “equidistanze”, quest’ultimo è il racconto che mi è piaciuto di gran lunga più di tutti.

Solo una breve postilla, un estratto da un’intervista rilasciata da Anna Vanzan:

(…) La letteratura è l’Arte per eccellenza, da sempre, in Iran. La Rivoluzione ha creato il bisogno di letteratura nuova, di testi in cui i lettori (e le lettrici) potessero ritrovarsi. La letteratura è una sorta di agone in cui gli iraniani e le iraniane possono discutere idealmente: sono sorte scuole di scrittura, e il successo di pubblico ha spinto nuove scrittrici a presentarsi alla ribalta.

 

 

Nel nome della madre

La letteratura contemporanea iraniana sembra privilegiare i racconti e i romanzi brevi. D’altra parte, il romanzo classico è un prodotto piuttosto nuovo per la letteratura persiana.

come spiega Alessandro Bausani nel suo fondamentale La letteratura neopersiana,

«Va tenuto presente, per comprendere la relativa trascuranza nella quale fu tenuta la prosa persiana, il fatto che molti degli argomenti che noi siamo da tempo abituati, nelle nostre letterature occidentali, a veder trattati in prosa (la narrativa, la teologia, la mistica, ecc.) erano in Persia trattati nel modo più alto in poesia, e che la prosa, mancando fino in epoche recentissime in Persia il romanzo, la novella (come la intendiamo noi) e il dramma, si limitò in sostanza a due soli generi, la “storia” cioè e la prosa ornata d’arte fatta di eleganti racconti con la loro morale»

Per capire meglio la letteratura iraniana, vanno considerati alcuni aspetti della lingua persiana, contraddistinta, sempre secondo Bausani, da una

 

«singolare scarsezza di verbi esprimenti i vari aspetti dell’azione, del moto: sono del tutto ignoti in persiano, o meglio, vengono espressi con perifrasi, verbi come scintillare, ammiccare, tentennare, centellinare e tanti altri del genere. (…) La grande scarsezza, nel persiano, di verbi descrittivi degli aspetti dinamici della realtà (…) è tuttora causa di grandi difficoltà per l’instaurazione di uno stile veramente “realistico” nella letteratura persiana».

Girando nelle librerie iraniane, se si fa eccezione per i volumoni dei grandi poeti classici (Hafez, Khayyam, Sa’di),  e per i testi di autori stranieri, ci si imbatte soprattutto in raccolti piuttosto snelle di racconti. Anche in Italia, della narrativa persiana contemporanea, sono tradotti e pubblicati libri che non raramente arrivano a cento pagine.

E’ quindi sorprendente che il libro che ha vendute più copie in assoluto nella storia della Repubblica islamica è un romanzo di quasi settecento pagine, intitolato Da, (دا، جنگ یک زن‎‎) che in curdo vuol dire “Madre”. L’autrice, Zahra Hosseini, racconta la sua vita, dall’infanzia da emigrata nell’Iraq di Saddam Hussein agli anni della “guerra imposta”, vissuti in prima linea a Khorramshahr, la “Stalingrado iraniana”.

Zahra Hosseini, classe 1963, è la seconda di sei figli di una famiglia molto religiosa e tradizionalista. Quando l’Iran è attaccato dall’Iraq (22 settembre 1980) è poco più che adolescente e la sua vita è stravolta dalla guerra. Prima si impegna nel cimitero della città, nel lavaggio dei cadaveri, poi direttamente al fronte.

Il libro, realizzato in collaborazione con Azam Hosseini (nessuna parentela tra le due), ha uno stile asciutto, quasi giornalistico. Pubblicato nel 2008, l’anno seguente vince il premio letterario Jalal Al-e Ahmad per la sezione “Documentazione e storiografia” ed ha un successo commerciale enorme, arrivando a ben 140 ristampe in tre anni.

Perché allora è un libro praticamente sconosciuto all’infuori del Paese? Probabilmente perché paga in partenza la sua “vocazione istituzionale”. Il libro era stato infatti concepito come parte di un progetto molto più ampio di raccolta di memorie di donne che avevano partecipato alla guerra con l’Iraq. Grande “sponsor” di questa operazione fu Mohammad Reza Mirtajeddini, deputato “principalista” (conservatore) e vicepresidente per gli Affari parlamentari con Ahmadinejad. Una grande quantità di copie fu distribuita tra politici, professori, scuole e università in concomitanza con le vacanze di No Ruz del 2009.

La protagonista di Da sembra incarnare alla perfezione tutte le virtù della devota sciita e della patriota iraniana. Il libro si presta perciò non solo come strumento per ricordare e celebrare i martiri della “guerra imposta”, ma anche come mezzo di propaganda dei valori della Repubblica islamica. E’ allora un prodotto artefatto, studiato a tavolino? No, perché la storia narrata è autentica e molti lettori vi hanno ritrovato storie personali e familiari. Però, probabilmente, si tratta di un libro poco attraente per le giovani generazioni e piuttosto difficile per il pubblico straniero, che preferisce magari perdersi dietro ai dilemmi esistenziali delle donne dell’Iran di oggi piuttosto che provare a immergersi nel dramma terribile che fu la guerra con l’Iraq.

Ho letto l’edizione statunitense di Da, per la traduzione di Paul Sprachman, che ha visitato l’Iran e incontrato più volte Zahra Hosseini con l’obiettivo di cogliere meglio il senso del libro e darne una traduzione il più fedele possibile.  Sicuramente si perde molto rispetto alla versione originale, ma è comunque un libro che non lascia indifferenti e che può essere apprezzato meglio da chi conosce l’Iran e sa quanto gli otto anni di “guerra imposta” siano ancora una ferita aperta per gli iraniani.

Zahara Hosseini - Da

Un aneddoto tragicomico: alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2009, il riformista Mohammad Ali Abtahi, già vicepresidente di Khatami dal 1997 al 2005, dichiarò pubblicamente che aveva il libro a casa, ma di non aver trovato il tempo per leggerlo a causa degli impegni della campagna elettorale. A seguito di quelle tormentate elezioni, Abtahi venne arrestato e condannato a sei anni di carcere con l’accusa di “sedizione”. Qualche maligno osservò allora che avrebbe così avuto tutto il tempo di leggere Da

 

 

Il colonnello

Ne ho letto esattamente la metà in un pomeriggio, prima di cena. Era buio e pioveva. Mi ha preso molto questa prima parte, la seconda un po’ meno. Mentre leggevo mi veniva in mente un altro libro: “Cent’anni di solitudine” di Marquez.

In entrambi i libri, i personaggi del romanzo si mescolano ai personaggi storici del paese, in un vortice in cui i piani spazio-temporali collassano in un solo punto.

Gli eroi e gli antieroi della storia interagiscono con i personaggi del romanzo, si fondono si confondono tra di loro, mescolano la loro voce a quella dei personaggi del romanzo e alla voce dell’autore.

Il colonnello è un romanzo corale, in cui Doulatabadi si nasconde dietro alla voce, prima del colonnello (padre) e poi di Amir (il figlio). L’autore vero e proprio lo scorgiamo solo se prestiamo molta attenzione ai trucchi con cui si nasconde, come se si impossessasse dei suoi personaggi, per poi lasciarli subito dopo.

Ogni personaggio rappresenta un momento della storia iraniana e il loro carattere, oltre che il loro nome, è ben caratterizzato.

Un esempio su tutti è Parvaneh. In persiano significa farfalla, ma anche il canarino di Parvaneh si chiama come lei. Un personaggio destinato “a volare” verso il suo destino.

Vi propongo pochi estratti che, a mio giudizio, ho ritenuto più significativi della posizione politica del libro.

“Ripensò a tutte le volte in cui Khezr Javid, con il suo nasone e gli occhi a forma di pisello, era comparso nella sua vita, dalla prima visita in prigione fino a quel momento: gli venne in mente quel poeta che, con voce da cappone, stava fuori dal carcere a cantare le lodi della rivoluzione; pensò al pescatore che fumava Oshnu Speciali al posto della colazione, allo sguardo del capo di partito quarantenne che spediva giovani al mattatoio della guerra; e infine… pensò a se stesso, all’ombra di se stesso e quelli come lui. Si sforzò di mettere da parte i pensieri che lo distraevano e di concentrati sui momenti cruciali, come quando i cancelli delle prigioni erano stati aperti: dov’era Khezr Javid allora, da che parte della barricata stava? Gli sovvenne che, nel momento del ribaltone, Khezr Javid si era defilato, ma che era poi ricomparso presto, appena era divenuto conveniente farlo. Non con gli stessi panni, certo, con quelli opposti.” pag. 78-79

Khezr Javid è un personaggio che rappresenta i voltagabbana del potere, le persone che saltano sul carro del vincitore, servi e schiavi del potente di turno.

“Una paura storica? L’umanità vive in stato di timore permanente, non riesce a trovare pace, senza mai sapere perché…finchè non muore. E invece di portarsi questo senso di paura nella tomba, lo passa alla generazione successiva!” pag. 145

“Non c’è spazio per i dubbio nell’area della storia e della rivoluzione, papà! […]. Dobbiamo continuare ad avere speranza, padre, un uomo senza speranza è come un insetto, una creatura priva di cervello e di prospettive. Un essere umano senza prospettive può solo regredire. I prigione eravamo tutti concordi sul fatto che chi non prende posizione non ha onore.” pag. 152-153

Amir un giovane comunista oppositore dello scià Mohammad Reza Pahlavi e incarcerato dai Pasdaran della rivoluzione.

“Se coloro i quali verrano si prenderanno la briga di giudicare il passato, diranno: i nostri padri erano uomini arditi e potenti, sacrificati alle grandi bugie nella quali hanno caparbiamente creduto e hanno propagandato. E quando hanno cominciato a dubitare, era troppo tardi, e le loro teste erano già cadute. I mercanti nel bazar, gli uomini d’affari e i trafficanti converranno che potremmo essere tutti felici se solo sapessimo sceglierci dei governanti che non divengano i nostri carnefici.” pag. 183

E questo rende tristemente molto simile l’Iran all’Italia.

Vi invito a leggere questo libro che è tutt’ora inedito in Iran poiché all’indice dal regime, ma tradotto in tedesco, inglese e italiano.

Abbiamo questo privilegio, leggiamolo.

Mahmoud Doulatabadi, Il Colonnello, Cargo Editore, 2011. Traduzione di Anna Vanzan

Chaharshanbe Surì

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno, in attesa del mercoledì. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede inoltre che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Chaharshanbe Surì è anche il titolo di un film del 2006 di Asghar Farhadi, oggi celebre in tutto il mondo per l’Oscar vinto con “Una separazione”. Un critico cinematografico ha definito Chaharshanbe Surì, About Elly e Una separazione la “trilogia delle bugie”.

 

Inedito in Italia, Chaharshanbe Surì è  forse meno compiuto ma più affascinante del film che ha vinto la statuetta d’oro. Racconta una crisi coniugale che esplode proprio l’ultimo martedì dell’anno. Una coppia borghese sulla quarantina si sta preparando a partire per le vacanze a Dubai. Ma lei è convinta che il marito la tradisca e sui preparativi per il viaggio incombe la rottura definitiva. In mezzo ai litigi di marito e moglie finisce una giovane domestica di umili origini, prossima al matrimonio. Un confronto tra sessi ma anche tra classi sociali diverse, separate da stili di vita, abbigliamento e prospettive. Sullo sfondo, i fuochi e i botti della festa. All’epoca venne salutato come un film innovativo per il cinema iraniano, sia per lo stile sia per i contenuti. L’adulterio è raccontato senza tabù e i dialoghi sono molto duri e sconfinano spesso nel  turpiloquio.

 

Close up

Close up è un documentario del 1990, scritto e diretto da Abbas Kiarostami.

In persiano کلوزآپ ، نمای نزدیک, Klūzāp, nemā-ye nazdīk.
Close up
Il film è è il vero processo di Hossain Sabzian, un disoccupato in gravi difficoltà economiche che si spaccia per il registra Mohsen Makhmalbaf, circuisce la famiglia benestante Ahankhah inventandosi di voler girare un film con loro in cambio di denaro e un riparo nella loro casa.
E’ difficile capire ciò che è in presa diretta e ciò che è ricostruito. Anche se all’inizio del film si vede il microfono che appare in alto a sinistra mentre il giornalista chiede dell’arrestato ad un poliziotto…
Sabzian mi ha suscitato un senso di compassione profondo. Forse lo stesso senso di compassione che ha colpito lo stesso regista Makhmalbaf. Consiglio a tutti di avere un’attenzione maniacale per la fine del film, da quando il giudice chiede alla famiglia se vuole perdonare o no Sabzian in poi.
Tutti i protagonisti sono loro stessi, non ci sono attori. Ognuno ha mantenuto  un senso di umanità, di realtà che non vedevo da tanto tempo. Sarà perché i media e la telecamera è diventata così parte integrante della nostra vita che, difronte ad essa, non ci comportiamo più naturalmente, ma abbiamo introiettato il modo in cui si fanno le riprese. Ci poniamo come pensiamo ci si debba porre davanti una telecamera, si perde il senso della nostra realtà, la nostra autenticità. Non c’è niente di più finto di un reality show.
Per avere l’effetto rinfrescante di vedere finalmente delle persone vere, con dei sentimenti veri. Persone normale, non plastificate, né plasmate da alcunché, bellissimi nella loro normalità, dovete vedere assolutamente da circa 1h: 10 in poi.
Nell’aula di tribunale, di lato, c’è il regista che pone alcune domande finali a Sabzian, se stia recitando e perché si sia presentato come regista e non come attore data il suo interesse per la recitazione. La risposta non ve la svelo. Vedete dal punto che vi ho indicato e la saprete. Veramente struggente.
Un dettaglio che può sfuggire.
Una scena del film
Il vero Mohsen Makhmalbaf non si vede mai in volto nonostante appaia, nell’ultima parte del film, mentre incontra Sabzian e lo accompagna in moto fino a casa Ahankhah a chiedere perdono anche da parte sua. Non è una scelta casuale, credo che sia proprio un intento preciso. Il volto che ci deve interessare è Sabzian-Makhmalbaf, non fare il paragone tra il reale e l’impostore.

Sag Koshi

Il film si intitola Sag Koshi (سگ كشي ) del 2001, diretto da Bahram Beizai.

Quando uscì il film tutti si stupirono che fosse pieno di star del cinema, solo la protagonista era per la prima volta sullo schermo, oggi affermata attrice.

Inoltre, il film fu bandito per un paio di settimane per via di alcuni messaggi contro la guerra.

Sag Koshi

Sag Koshi significa letteralmente “Uccidi il cane”. La prima scena è infatti come una fotografia sfocata di cani uccisi perché rabbiosi. Il titolo non sembrerebbe calzante, ma poi ne capirete le ragioni.

Il film è ambientato a Tehran durante gli ultimi anni della guerra tra Iran e Iraq.

La protagonista, Golrokh è una scrittrice che ha abbandonato il marito (senza divorziare) per un anno. Al suo ritorno, trova tutto cambiato: la sua casa è stata venduta con tutto il mobilio, suo marito è nascosto non si sa dove e in bancarotta.

Decisa a voler rimediare all’errore di averlo lasciato l’anno precedente, lo ritrova e cerca di aiutarlo. Il marito è indebitato fino al collo con sette uomini potenti e importanti.

Adesso vi devo spiegare come funziona l’acquisto e la vendita di debiti, altrimenti non capite il film.

Il marito ha contratto debiti con privati firmando una specie di pagherò. Allo scadere dei termini di restituzione del debito, se i soldi nel conto dell’indebitato è in rosso, il pagherò va in protesto e si va in prigione in attesa di processo. Ma la prigione significa perdita di libertà per l’indebitato e la perdita per sempre del denaro per il creditore. Se il creditore vuole riavere una parte dei soldi (pochi, maledetti e subito), può accettare di “perdonare” il debito, accettando la proposta di rinegoziazione. Il debito viene annullato e si può uscire di prigione: a patto che tutto questo avvenga prima di andare in tribunale.

 

Il marito trasferisce sul conto della moglie i soldi per comprare i suoi debiti e lui va in carcere. La protagonista incomincia questa odissea tra telefonate, incontri, proposte indecenti, in un crescendo di creditori violenti che erano tutti usurai, altro che uomini d’affari!

Senza svelarvi niente vorrei però soffermarmi sull’ultimo creditore. Un consorzio di uomini che lavorano nelle costruzioni. La scena è più allegorica e metaforica che non reale, in cui Golrokh discute con questi uomini in abiti da muratore, sporchissimi, dove tutto intorno è rumore di costruzione e polvere.

“Voi non costruite niente”. Il film è tutto incentrato sui soldi, il loro potere, il mondo del “business”, legittimo o illegittimo che sia, dove è tutto declinato al maschile. Le uniche donne che si vedono nel film infatti sono Golrokh, una segretaria e la moglie di un creditore. Ma queste due ultime figure sono quasi dei camei.

Pensando anche ai giorni nostri, ancora adesso il mondo dell’economia è maschile. Pochissime donne sono ai vertici di grandi compagnie, soprattutto in paesi tradizionalisti come l’Italia. Vedere quella scena, piena anche di messaggi più o meno velati anche sull’inutilità della guerra Iran Iraq, con uomini che si affannano a fare soldi per i soldi, è stato liberatorio. Liberatorio perché Golrokh scappa via in macchina lanciando denaro dal finestrino. Il gesto di buttare i soldi con disprezzo, per me, è stato il gesto più dignitoso e coraggioso che ho visto in tutto il film.

Film consigliato.

 

 

Significato del nome:

 

Golrokh گلرخ

 

گل = fiore

 

رخ = faccia

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