A proposito di nucleare

Iran nucleare

Intervista a  Radio Vaticana, 22 febbraio 2012

Nuove frizioni tra comunità internazionale e Iran sulla questione nucleare. Teheran ha vietato l’ingresso degli osservatori dell’Aiea al sito di Parchin, già concesso in passato. Secondo l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, in quell’impianto potrebbero essere in corso attività per la produzione di ordigni nucleari. L’atteggiamento iraniano, a detta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è molto grave. Dalla sua, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, afferma che il suo Paese non ha intenzione di dotarsi di armamenti nucleari, ma che nessuno gli impedirà di sviluppare i propri programmi. Sulla vicenda Giancarlo La Vella ha intervistato il giornalista Antonello Sacchetti, esperto di questioni iraniane e appena rientrato dalla Repubblica islamica:

R. – Questo sito di Parchin non rientra tra i siti dichiarati nucleari. E’ uno di quegli impianti che sarebbero visitabili dall’Aiea, qualora l’Iran aderisse al Protocollo addizionale. E in realtà c’è stato un momento in cui l’Iran ha, de facto, aderito al Protocollo addizionale, dal 2003 al 2006. Quando poi si è verificato lo stallo nei colloqui, tra il gruppo 5+1 in particolare, con Francia, Gran Bretagna e Germania, l’Iran ha sospeso quest’adesione volontaria, il Parlamento iraniano non ha ratificato questo Protocollo ed è stata nuovamente negata la visita a questo sito, attivo dagli anni ’50, dove comunque sono stati realizzati esperimenti e test militari. Qual è la questione? Nel famoso rapporto, rilasciato dall’Aiea nello scorso novembre, si dice che lì potrebbero esserci stati degli esperimenti con ingenti quantità di esplosivo, che potrebbero far pensare ad un collegamento con la questione nucleare.

D. – Il presidente americano Obama parla di atteggiamento molto grave. A questo punto si tratta più ch altro di uno scontro politico?

R. – Io direi proprio di sì. E’ chiaro che la questione del nucleare sia usata da tutte e due le parti in modo strumentale. L’Iran la sta sfruttando non perché voglia effettivamente raggiungere la dimensione di potenza nucleare, ma perché vuole raggiungere quello status che già è stato molto utile ad altri Paesi – penso soprattutto alla Corea del Nord – per impedire che si vada avanti con un programma di cambio di regime. Di fatto, parliamo di un Paese che, ammesso e non concesso che effettivamente possa dotarsi dell’arma nucleare, ancora non ha la bomba atomica, ma è vicino ad altri Paesi, come Israele, che ha 300 testate nucleari e inoltre non aderisce nemmeno al Trattato di non proliferazione. Quindi, è chiaro che stiamo parlando di una questione essenzialmente politica. Negli ultimi mesi, la questione si sta radicalizzando, anche perché l’attuale contesto internazionale non favorisce il dialogo. In tutto questo, invece, i contatti degli ultimi giorni, danno, secondo me, più speranze che impressioni negative.

D. – Ma esiste una strada verso un dialogo?

R. – Il dialogo c’è sempre, l’importante, però, è che sia un dialogo vero, in cui si è disposti ad accettare che anche l’altro possa avere ragione su qualcosa. Io parto dalla premessa che, se l’Iran ha aderito al Trattato di non proliferazione, abbia dei doveri, ma abbia anche dei diritti, tra i quali quello di sviluppare il nucleare unicamente a scopi civili. Se però si parte dal presupposto che, per cominciare il dialogo, qualcuno dice che bisogna sospendere l’arricchimento dell’uranio, si parte dalla fine, cioè da quella che dovrebbe essere invece la conclusione del negoziato. (ap)

Ascolta l’audio dell’intervista.

Iran e Israele, un’infida alleanza

Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all’inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l’Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L’Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un’equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l’Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell’Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d’aprile né un’ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L’alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l’offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l’ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l’Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall’allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall’ambasciatore presso l’Onu Zarif, dall’ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto – aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un’effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all’aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell’Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell’Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

Atomi di stagione

Nucleare Iran

Puntuale come gli alberi di Natale a dicembre, la questione del nucleare iraniano è tornata al centro del dibattito politico internazionale. Si è parlato moltissimo del rapporto pubblicato dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) lo scorso 8 novembre. Se ne è parlato molto prima ancora che il rapporto fosse di pubblico dominio. Il quotidiano francese Le Figaro aveva preannunciato prove schiaccianti circa il carattere militare del programma iraniano. In realtà, ad esaminare con attenzione le 14 pagine del rapporto GOV/2011/65, non solo non si trova alcuna “pistola fumante”, ma è difficile persino rintracciare sostanziali novità riguardo altri rapporti dell’AIEA sulla stessa questione. L’agenzia passa in rassegna lo stato dei vari impianti e dichiara di “non essere in grado di fornire credibili assicurazioni sull’assenza di materiali e attività nucleari non dichiarate”.

 

Facciamo un passo indietro.

 

La querelle dell’atomica iraniana comincia nel 2002, quando tecnici russi cominciano a collaborare con gli iraniani per la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Sempre nello stesso anno, i Mojaheddin-e Khalq (MKO), controverso gruppo politico d’opposizione al regime iraniano, rivela che Teheran si starebbe per dotare di armi nucleari. Nel febbraio 2003 l’allora presidente Mohammad Khatami ribadisce il carattere pacifico del programma nucleare, comunica all’AIEA l’attività dell’impianto di Natanz, e invita gli ispettori. Il 26 novembre è la stessa Agenzia ad approvare una risoluzione di collaborazione con l’Iran. Per qualche tempo la situazione sembra sotto controllo. Con l’elezione di Ahmadinejad nel 2005 il programma nucleare torna d’attualità e si comincia a parlare di “minaccia iraniana”.

 

 

Le prime sanzioni sono approvate dall’Onu il 24 aprile 2007. Pochi mesi dopo Mohammad El Baradei dichiara che non ci sono prove che l’Iran stia lavorando per avere armi nucleari. Gli fa eco il 4 dicembre il National Intelligence Estimate (NIE), agenzia Usa che si dichiara convinta che l’Iran abbia sì condotto programmi per avere una bomba atomica, ma li abbia interrotti nel 2003. Concetto ribadito dall’AIEA nel 2011: un programma nucleare militare c’è stato fino al 2003; oggi crediamo che “alcune attività di quel programma potrebbero continuare (on going)”, seppure non all’interno di un programma preciso. Su questa “confusione” pesa indubbiamente il comportamento ambiguo dell’Iran, che non ha voluto spiegare l’impiego di alcuni detonatori (utilizzabili anche in ambito civile) acquistati di recente. Così come ha alternato momenti di collaborazione ad altri di intransigente orgoglio nazionalista.

 

Va però precisato che anche l’AIEA ha assunto, con il presidente Yukiya Amano al posto del dimissionario El Baradei, un ruolo sempre più politico e sempre meno super partes. Prima della pubblicazione di questo ultimo rapporto, Amano ha consegnato un briefing all’amministrazione Obama. Non proprio un esempio di correttezza.

Sono poi arrivate le nuove sanzioni da Usa, Gran Bretagna e Canada La NATO ha dichiarato che non esistono piani di attacco all’Iran, mentre la Russia ha definito le sanzioni ”inaccettabili e contrarie al diritto internazionale”.

 

 

Israele rincara le accuse e minaccia azioni militari preventive. Quando però Israele ha voluto colpire i suoi nemici, lo ha fatto senza proclami. È stato così nel 2007, quando ha bombardato un reattore nucleare in Siria. Stessa storia nel giugno 1981, quando bombardò l’impianto nucleare di Osirak per fermare le ambizioni nucleari di Saddam Hussein. In quell’occasione l’Iran (in guerra contro l’Iraq) fu un prezioso alleato di Israele. Non solo preparò il terreno con un bombardamento alcuni mesi prima, ma si accordò segretamente con Israele: in caso di necessità, i jet dello Stato ebraico avrebbero potuto contare sullo scalo iraniano di Tabriz. Non c’è da meravigliarsi di questa insolita alleanza: Iran e Israele hanno una storia di accuse palesi e accordi segreti. Sono legati, in fondo, da un destino comune: sopravvivere come Paesi non arabi in un oceano arabo-sunnita. Oggi Israele, accusando l’Iran, distoglie l’attenzione dall’infinita questione palestinese e rimanda qualsiasi impegno decisivo per il processo di pace. Teheran, dal canto suo, liquida qualsiasi dissenso interno come “complotto sionista”.

 

È per lo meno azzardato definire l’Iran (che l’atomica di sicuro non ce l’ha) una minaccia per Israele, che di testate ne ha 300 e non aderisce al Trattato di non proliferazione. Più in generale, è del tutto sbagliato raffigurare Teheran come un attore politico irrazionale, mosso dal furore ideologico o, peggio, dalla presunta follia dei suoi leader. Nessuna delle guerre che hanno sconvolto il Medio Oriente nel XX secolo è stata scatenata dall’Iran. Fu Saddam Hussein, convinto di potersi liberare con una guerra lampo dell’eterno nemico sciita e persiano, ad attaccare. Ma le aggressioni, si sa, rafforzano le rivoluzioni. Fu così per la Francia nel 1789 e per la Russia nel 1917. È stato così anche per la Repubblica islamica nel 1980. E certamente le polemiche di questi giorni non fanno che rafforzare l’establishment iraniano. I persiani sono un popolo orgoglioso e nazionalista, pronto sempre a superare le divisioni interne contro un nemico esterno.

 

Riguardo poi i singoli personaggi, va detto che Ahmadinejad, è tra i meno intransigenti sul nucleare. Fosse stato per lui, avrebbe sottoscritto l’accordo col gruppo dei 5 + 1 nell’ottobre 2009 che prevedeva l’arricchimento dell’uranio iraniano all’estero. Fu la Guida suprema Khamenei (che per la Costituzione iraniana ha l’ultima parola in politica estera) a frenare. Anche da parte occidentale, allora, prevalsero i falchi e l’accordo saltò.

 

Le cosiddette “primavere arabe” hanno eliminato diversi equivoci. Dimostrato che esiste un’alternativa democratica (per lo meno nelle intenzioni) all’islamismo fondamentalista, è più difficile presentare lo status quo come immutabile. L’Egitto post Mubarak ha un atteggiamento ben più critico nei confronti di Israele e serve a poco addossare ogni colpa ai Fratelli musulmani. L’Arabia Saudita e le monarchie ereditarie del Golfo Persico temono l’Iran come potenza regionale e sosterrebbero volentieri un attacco contro Teheran. Ma quale sarebbe la reazione delle masse musulmane e delle minoranze sciite in particolare? Emblematico quanto avvenuto il 21 novembre in sede Onu: la risoluzione di condanna della situazione dei diritti umani in Iran è passata con il sì di Tunisia e Libia, mentre l’Egitto si è astenuto e la Turchia non ha partecipato al voto.

 

Con tutte le sue contraddizioni e le sue ingiustizie, la Repubblica islamica ha raggiunto, attraverso la rivoluzione, un’autonomia politica effettiva, invidiata da molti Paesi arabi. Che piaccia o meno, l’Iran è un Paese chiave del Medio Oriente, con cui sarebbe necessario confrontarsi senza pregiudizi.

 

N.B.

 

Questo articolo era stato richiestoo (e inizialmente approvato) da un mensile italiano. Poco prima di andare in stampa, è stato però cassato dal direttore che lo ha giudicato troppo possibilista nei confronti dell’Iran. Una folgorazione sulla via di Damasco? Chissà.

 

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Assedi

L’assalto all’ambasciata britannica di Teheran del 29 novembre suscita inevitabilmente il confronto con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa del 1979. A livello internazionale, quel caso determinò la rottura dei rapporti diplomatici tra Washington e Teheran e – più in generale – isolò l’Iran, che l’anno seguente venne attaccato dall’Iran di Saddam Hussein.

Per quanto riguarda la politica interna, la crisi si rivelò un passaggio decisivo nelle sorti della rivoluzione e dello sviluppo della Repubblica islamica. Khomeini, che inizialmente venne colto di sorpresa dall’azione degli studenti, riesce a utilizzare la crisi per rafforzare la propria leadership a discapito delle altre anime della rivoluzione. Bani Sadr – eletto presidente nel gennaio 1980, a crisi già iniziata – sarà progressivamente emarginato e costretto alla fuga nel giugno 1981.

Completamente diversa la crisi di oggi. La scintilla per questo incidente sono state le sanzioni decise da Londra in seguito all’ultimo rapporto AIEA sul programma nucleare iraniano. Rapporto – per la verità – privo di vere novità. E – a dirla tutta – anche le sanzioni inglesi non sono poi così dirompenti, considerato il modesto interscambio commerciale Iran/Gran Bretagna.

Ma la posizione inglese rischia di fungere da traino in sede di Unione europea (e allora le cose sarebbero più gravi per Teheran). E poi la “vecchia volpe inglese” è il nemico per antonomasia, la fonte di tutte le sventure per il popolo iraniano. Dai grandi giochi imperialistici del XIX secolo, al golpe contro Mossadeq del 1953. A livello di chiacchiera popolare, persino oggi qualche iraniano arriva a dire che l’attacco all’ambasciata gli inglesi se lo siano fatti da soli.

La scorsa settimana il majles (parlamento) ha approvato una una legge che riduce le relazioni con Londra al livello di incaricato d’affari. Dopo l’approvazione di questo provvedimento da parte del Consiglio dei Guardiani, l’espulsione dell’ambasciatore sarebbe stata automatica entro un mese. L’assalto ha dato al tutto un’accelerazione drammatica. Ad ogni modo, è impossibile rintracciare elementi di spontaneità in un’azione che alcuni esponenti politici avevano persino suggerito. Nemmeno 48 ore prima dell’assalto, il deputato Mehdi Kuchakzadeh aveva infatti detto che se la Gran Bretagna avesse insistito “con le sue istanze malvagie, il popolo iraniano lo colpirà entro il mese, esattamente come accadde al covo di spie americano”. Insieme agli “studenti “ c’era anche un altro parlamentare, Hamid Rassi, secondo il quale la riduzione dei rapporti diplomatici “ha fermato la rabbia del popolo. Altrimenti l’ambasciata sarebbe stata distrutta”.

Da noi, qualche tempo fa, avremmo parlato di “mandanti morali”. Però attenzione: non è un caso che a fare la voce grossa siano parlamentari e non esponenti del governo. Il presidente Ahmadinejad non ha finora detto nulla e nemmeno la Guida suprema Khamenei. Il ministro degli Esteri ha espresso rammarico per gli inaccettabili attacchi di un piccolo numero di manifestanti da biasimare. In un comunicato ufficiale sostiene che “è stato chiesto alle autorità competenti di adottare immediatamente le misure necessarie. E una dozzina di manifestanti sarebbero stati arrestati. Ma non cambia la sostanza: un assalto del genere può avvenire soltanto con la complicità delle forze dell’ordine, a cui però, probabilmente, la situazione è poi sfuggita di mano.

Significativa la posizione del presidente del Parlamento Ali Larijiani, che non ha condannato l’assalto ma ha invece criticato la condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu : La condanna affrettata del Consiglio di sicurezza nonostante la polizia abbia tentato di mantenere la calma punta a coprire i crimini del passato di Gran Bretagna e America. La rabbia che ha portato gli studenti arrabbiati per la linea della Gran Bretagna a occupare l’ambasciata è il risultato di decenni di prepotenze di Usa e Gb.

Ecco allora che anche in questa situazione sembra delinearsi il confronto tra presidente e parlamento che dal 2009 attanaglia la politica iraniana. A un anno e mezzo dalle prossime presidenziali, Ahmadinejad è assediato dagli ultraconservatori che non gli risparmiano attacchi violentissimi. Il suo governo sarebbe coinvolto nello scandalo della Banca Saderat, una frode finanziaria da 2,6 milioni di dollari.

Senza dimenticare le esplosioni nelle basi militari a Teheran il 12 novembre (27 pasdaran uccisi) e lunedì a Esfahan. Le autorità hanno parlato di incidenti, ma il sospetto è che si sia trattato di attacchi mirati, ordinati probabilmente dall’esterno.

Un presidente assediato all’interno, un Paese assediato dall’esterno. L’assalto all’ambasciata inglese non ha prodotto nulla di irreversibile. Ma di certo è tutto più complicato.

Paura atomica?

Il rapporto dell’AIEA accusa l’Iran di lavorare ad un ordigno nucleare. Da Teheran fioccano le smentite, la comunità internazionale si interroga su cosa fare. Israele minaccia l’intervento militare, gli Stati Uniti attendono, mentre la Russia fa sapere di non essere disponibile. A Linea Mondo ne parlano Talal Khrais, corrispondente di As Safir, Antonello Sacchetti, giornalista. Conduce Alessandro Mazzarelli.

I soliti sospetti

A prima vista sembra quasi la trama di un telefilm made in Usa. Agenti dell’FBI che intercettano un irano-americano che sta organizzando niente meno che l’omicidio dell’ambasciatore saudita a Washington. Il complotto è stato sventato grazie all’arresto di Mansoor Arbabsiar, 56 anni, residente nella città di Corpus Christi, in Texas.

Il maldestro Arbabsiar avrebbe cercato di commissionare l’omicidio dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita e quello che lui credeva fosse un narcotrafficante messicano del gruppo degli Zetas, proponendogli un compenso di un milione e mezzo di dollari e anticipando a luglio 100mila dollari d’acconto. Tramite due bonifici bancari. L’irano-americano avrebbe agito seguendo le direttive di con Gholam Shakuri, un membro dell’Armata Qods, l’unità speciale dei pasdaran per le azioni clandestine.

In realtà, il presunto narcotrafficante era un agente della DEA (l’antidroga Usa), lestissimo a informare l’FBI e a far arrestare l’incauto Arbabsiar. Il ministro della Giustizia Usa Eric Holderha poi svelato alla stampa che il piano prevedeva anche attacchi contro le ambasciate israeliane e saudite a Washington e Buenos Aires.

E così, in 24 ore, è scoppiato il caos. Il Dipartimento di Stato Usa ha lanciato un ”allarme mondiale” di terrorismo, invitando alla prudenza diplomatici e viaggiatori americani. Questo complotto “può essere il segnale del fatto che le autorità iraniane si stiano focalizzando in modo più aggressivo su attività terroristiche contro i diplomatici di alcuni paesi e anche contro gli Stati Uniti”.

In un’intervista televisiva, vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha spiegato che l’amministrazione Obama punta a creare una muova campagna mondiale per isolare l’Iran.

Il principe saudita Turki al Faisal ha dichiarato che qualcuno in Iran dovrà pagare per il presunto complotto.

Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano all’Onu Mohammad Khazaee, ha scritto una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon dai toni inequivocabili: “L’Iran condanna in modo categorico questa vergognosa asserzione delle autorità statunitensi e deplora ciò come un complotto diabolico in linea con la loro politica anti-iraniana per distogliere l’attenzione dai loro problemi sociali ed economici.

A parte i metodi dilettanteschi di questi presunti cospiratori (un complotto addirittura “tracciabile” attraverso i bonifici), è spontaneo chiedersi quali interessi abbia l’Iran a uccidere l’ambasciatore saudita, oltretutto su suolo americano. In più di 30 anni le operazioni dell’Armata Qods all’estero sono state sempre contro dissidenti iraniani, mai contro diplomatici di altri Paesi. Una costante della politica estera iraniana è la ricerca della propria sicurezza. L’uccisione dell’ambasciatore saudita (ma perché poi negli Usa e non in Egitto o in altri Paesi del Medio Oriente?) porterebbe a un rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Riyad in chiave anti iraniana. E lo si vede già dalle reazioni di queste ore. Con l’alleata Siria nel caos, le frizioni con la Turchia, le tensioni nei Paesi del Golfo Persico (Bahrein, soprattutto) e le irrisolte crisi in Afghanistan e Iraq, Teheran non si può certo permettere un simile suicidio geopolitico.

Proviamo a ribaltare questo ragionamento: proprio perché si è creata una situazione simile, l’Iran è più debole e quindi più facilmente attaccabile. Politicamente, se non addirittura militarmente. Dove è disposto ad arrivare Obama a un anno dalle elezioni? l dossier sul complotto iraniano arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un portavoce del premier britannico David Cameron ha detto: “Sosterremo qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità”.

D’altra parte, anche la situazione interna iraniana è quanto mai critica. L’ultimo anno di presidenza Ahmadinejad si preannuncia spinoso, con l’infinito confronto tra gli “uomini del presidente” e i conservatori fedeli alla Guida Khamenei. E con Mousavi e Karroubi ancora agli arresti domiciliari. E marzo si vota per il parlamento. Questo complotto in terra Usa, vero, montato o indotto che sia, è di certo un problema in più per l’establishment iraniano. Difficile dimostrare un filo diretto tra i presunti attentatori e i vertici della Repubblica islamica. Ma finora sono stati tirati in ballo i pasdaran che, politicamente, sono più vicini ad Ahmadinejad che a Khamenei.

Dopo mesi di scarsa attenzione, si torna a parlare di Iran. Forse non c’è un “fatto” vero alla base di tutto questo polverone. Ma la notizia è che l’Iran è di nuovo una notizia. E sarebbe un errore non prenderne atto.

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