Teheran verso le elezioni/1

Iran. Si vota il 14 giugno

Alle elezioni presidenziali iraniane manca un mese e mezzo. Per ora l’attenzione dei media internazionali è blanda e d’altra parte la campagna elettorale deve ancora cominciare. I candidati hanno tempo per registrarsi dal 7 all’11 maggio. Poi il Consiglio dei Guardiani passerà al vaglio i profili dei singoli e avremo la lista ufficiale dei papabili.

Va inoltre ricordato che il 14 giugno si svolgono anche le elezioni amministrative. Un election day che potrebbe far lievitare la partecipazione.

“Il Consiglio dei Guardiani valuta, sulla base dei requisiti indicati dalla Costituzione, se ogni singolo candidato sia idoneo a partecipare alle elezioni presidenziali e parlamentari”. Così recita la Carta iraniana.

Per avere un’idea di che genere di “taglio” possa esercitare il Consiglio, basti ricordare che nel 2009 i pretendenti candidati erano 475 (tra cui 42 donne) e il consiglio dei Guardiani ne ammise solo 4.

Tra meno di due settimane potremo perciò cominciare a parlare di dei singoli candidati e azzardare pronostici.

Prima è però forse necessario fugare alcuni equivoci.

Le elezioni del 2009 sono state probabilmente un’eccezione nella storia della Repubblica Islamica: la straordinaria mobilitazione per Karroubi, il voto, i sospetti e le accuse (più che fondate) di brogli, la repressione delle proteste poi.

È impensabile che il sistema tolleri una “replica” di quell’esperienza. Ma è altrettanto vero che non potrà nemmeno permettersi una “messa in scena” totale. Nella Repubblica islamica – con tutti i limiti e i difetti del sistema – le elezioni hanno sempre visto una competizione reale tra i candidati. Se non fosse stato così, non avremmo mai avuto Khatami e non avremmo avuto l’Onda Verde.

Già un mese fa dalla Guida sono arrivati dei segnali inequivocabili: le prossime elezioni non dovranno più avere quello “stile occidentale” che aveva caratterizzato il voto del 2009. Stop dunque a confronti televisivi e alla propaganda continua per un mese.

Eppure erano stati questi gli elementi che avevano appassionato gli iraniani e aveva contribuito alla massiccia affluenza alle urne (oltre l’80%).

Il Consiglio dei guardiani ha poi intimato ai candidati di non usare fondi pubblici per la propria campagna elettorale.

Già, ma chi saranno i candidati? Finora, sono una ventina gli esponenti politici che hanno manifestato l’intenzione di candidarsi. Tutti nomi piuttosto noti: tra gli altri, Mohammad Baqer Ghalibaf, sindaco di Teheran; Ali Larijani, presidente del parlamento; Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo di sicurezza nazionale e capo negoziatore dell’Iran con il ‘5+1’ sul nucleare; Mohsen Rezaei, ex capo dei Pasdaran e attuale guida del Consiglio del Discernimento; Esfandiar Rahim-Mashaei, ex Capo di Gabinetto e consuocero di Mahmoud Ahmadinejad; Ali Akbar Velayati, Consigliere della Guida Khamenei; Manouchehr Mottaki, ex ministro degli esteri e altri ancora.

Ma è una situazione in continuo divenire. Fino ad alcuni giorni fa, ad esempio, sembrava probabile la candidatura dell’ex presidente Mohammad Khatami. Ma in una riunione con un gruppo di veterani è stato lui stesso ad annunciare che stavolta non correrà, perché sente che “buona parte del sistema è contro di lui”.

Difficile anche che il Consiglio dei Guardiani approvi la candidatura di Esfandiar Rahim-Mashaei. Mentre sembrano risalire le quotazioni dell’eterno Ali Akbar Hashemi Rafsanjani.

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Alcuni mesi fa, Khamenei aveva affidato a tre politici di sua fiducia (il suo consigliere Velayati, il parlamentare  di lungo corso Gholam Ali Haddad-Adel e il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf) l’incarico di trovare un candidato unico per i “principalisti” (conservatori). Ad oggi il cosiddetto gruppo 2+1 non ha trovato un nome.

Ma i giochi devono ancora entrare nel vivo.

Nucleare. Da Almaty nulla di nuovo

Incontro Iran e 5+1

Nessuna nuova, buona nuova? Il vertice di due giorni tra Iran e gruppo 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Inghilterra, Francia, membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania) sulla questione nucleare svoltosi il 5 e 6 aprile ad Almaty, capitale del Kazakhstan,  si è concluso con un nulla di fatto. Questa, almeno, è la versione ufficiale. D’altra parte, le aspettative erano decisamente basse: nessuno o quasi credeva che dal vertice emergessero novità significative.

Diverse le reazioni alla fine del summit. Per Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue e capo della delegazione, “ le posizioni sono ancora molto distanti”.

Il capo delegazione iraniano Saeed Jalili ha parlato invece di una “discussione di merito, vasta e completa”, ammettendo tuttavia che “vi è una certa distanza tra le posizioni delle due parti”.

 

Proposte e repliche

Ma qual era il punto di partenza? Il gruppo 5+1 si è presentato con una proposta: stop di sei mesi all’arricchimento di uranio nell’impianto di Fordow in cambio di un lieve alleggerimento delle sanzioni.

Come era prevedibile, Teheran ha detto no, ribadendo il suo diritto inalienabile all’arricchimento. D’altra parte, un dietrofront su questo punto sarebbe stato impossibile. Da anni l’Iran fa di questo principio uno dei cardini non solo della querelle nucleare, ma di tutta la sua politica estera. Inoltre, a due mesi dalle elezioni presidenziali, era abbastanza scontato che non ci fossero cambi di rotta sostanziali da parte della Repubblica islamica.

Secondo un diplomatico occidentale, “gli iraniani hanno indicato la disponibilità a fare qualche passo, ma sono passi ancora troppo piccoli”.

Un funzionario Usa – rimasto anonimo – ha sottolineato come non ci sia stata “alcuna rottura nei negoziati” e ha suggerito che la disponibilità dei negoziatori iraniani a un dialogo su proposte dettagliate del gruppo 5+1 “è stato il segnale più positivo negli ultimi anni”.

“Non ci poteva essere un passo avanti, ma non c’è stato alcun un passo indietro,” ha sintetizzato.

E adesso?

Le due parti si sono impegnate a riflettere su quanto discusso per fissare un altro eventuale incontro. Il fatto che non ci sia stata una rottura dei negoziati, sembra tenere lontana l’ipotesi di un intervento militare da parte di Israele. D’altro canto, questo perenne stallo, non sembra offrire vie d’uscita semplici e a breve termine.

Non è escluso che da parte occidentale ci possa essere un ulteriore inasprimento delle sanzioni che stanno mettendo a dura prova l’economia della Repubblica islamica.

Il nulla di fatto di Almaty, in questo senso, non è una buona notizia per il popolo iraniano. Domenica 7 aprile il rial ha perso un ulteriore 4% sul dollaro: il cambio è oggi  1USD = 36,500 rial.

I doppi standard e il programma nucleare dell’Iran

Nucleare Iran

L’intervento dell’Ambasciatore Seyed Mohammed Ali Hosseini per la Rivista Trimestrale Affari Esteri n. 169 Anno XLV (2013) .

 

Nel nome di Dio

I DOPPI STANDARD  E IL PROGRAMMA NUCLEARE DELL’ IRAN

 

Nel clima pesante  e torbido creato da alcuni mezzi di comunicazione di massa  attraverso la pubblicazione di numerose notizie contradditorie riguardo al programma nucleare iraniano è doveroso fare una riflessione  imparziale e prestare la dovuta attenzione agli aspetti sconosciuti o meno noti della questione.

Il programma nucleare iraniano nel corso del tempo

Il programma nucleare iraniano è cominciato più di mezzo secolo fa, precisamnete negli anni cinquanta sotto la guida e supervisione dello Shah Reza Pahlavi. Nel 1957  l’ Agenzia internazionale dell’ Energia Atomica nacque come organismo  nel quadro della dottrina Eisenhower con il nome di  “ Atoms for peace” ed ad allora rislagono i primi passi concreti iraniani sulla strada del nucleare.Nel 1960  fu fimato il contratto  per un reattore di ricerca  fornito dagli americani per l’ Università di Teheran. “Atomi per la pace” fu un progetto lanciato nel 1953 da D. Eisenhower  in occasione dell’ Assemblea generale delle Nazioni Unite ed era un progetto ambizioso volto a utilizzare la tecnologia nuclerae a fini civili e non bellici.  Così  nel contesto politico di quegli anni, nel 1967, il Re di Persia allineato con gli Stati Uniti d’ America riuscì senza ostacoli a dare l’ avvio alle attività del reattore dell’ Università di Teheran. L’ Iran aderì al Trattato di Non Proliferazione nucleare nel mese di Luglio 1968 e al 1974 risale  l’ accordo sulle salvaguardie tra l’ Iran e l’ AIEA. Lo Shah d’ Iran sempre nel 1974  creò l’ Agenzia per l’ Energia Atomica dell’ Iran  e dichiarò chiaramente i suoi programmi  a lungo termine riguardo al nucleare che andavano molto oltre le potenzialità del paese in quel momento.  La creazione e lo sfruttamento di venti reattori atomici faceva parte di questi programmi che non solo non fu osteggiato dall’ occidente, ma fu oggetto di completo appoggio  da parte di USA , Francia e Germania, che si contendevano l’ esecuzione  dei progetti nucleari iraniani, compresi  l’ arricchimento dell’ uranio e il raggiungimento del ciclo completo del combustibile . Il reattore atomico dell’ Università  di Teheran fu fornito dagli Americani e l’ Iran pagò due milioni di dollari per il combustibile necessario. Nel  contempo la Compagnia tedesca Kraftwerk, successivamnete sostituito da Siemens si impegnò a  produrre il primo reattore  nucleare per la produzione dell’ energia elettrica a Busher simile al modello già costruito in Germania . Il contratto perl a costruzione della centrale di Busher fu firmato nel 1975 e prevedeva il suo completamento nel 1981 per costo di un miliardo di marchi tedeschi. Nello stesso periodo il consorzio europeo  nucleare Eurodif ricevette dall’ Iran centinaia di milioni  di dollari come garanzia per la fornitura di combustibile nucleare  e l ‘ Iran  acquisì inoltre il 10 % delle sue quote al fine di  risolvere alcune problematiche di tipo finanziario. In base ad alcuni documenti l’ Iran partecipò anche al progetto “ laser 2 “ e questi sono solo alcuni esempi della competizione tra i paesi occidentali per conquistarsi un ruolo nei vantaggiosi  progetti  nucleari dello Shah.  Secondi Jeffrey Camp , analista dell’ Istituto Nixon ed in base ad  alcuni documenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite datati 1975 e 1976, l’ Iran sin dall’ inizio aveva espresso ripetutamente il proprio interesse nei confronti della  realizzazione di una tecnologia interna per la produzione del combustibile nucleare, interesse che non solo non fu osteggiato ma in ragione dell’ alleanza  dell’ Iran con il regime Pahlavi, fu sostenuto . Akbar Etemad , il primo Presidente dell’ Agenzia per l’ Energia Atomica iraniana , in una intervista al Figaro  riferì testuali parole attribuite allo Shah  “….. se le condizioni di sicurezza dell’ Iran subiranno dei cambiamenti oppure se un’altro paese della regione dovesse dotarsi di un ‘arma nucleare, saremmo costretti  a considerare l’ acquisizione di armi nucleari una priorità…” . Gli americani nonostante considerassero gli obiettivi imperiali  iraniani a lungo termine , hanno collaborato con lui per realizzare i propri interessi  e lavorare ai danni della pace e della stabilità della regione.

Nel 1979 la Rivoluzione islamica irruppe improvvisamente sulla scena mondiale e la sua vittoria colse di sorpresa gli Stati Uniti d’ America. Il nuovo governo iraniano , nato dalla rivoluzione islamica, ha ritenuto alcuni aspetti del programma nucleare iniziato sotto il regime dello Scià, incompatibili con le fondamenta religiose  ed ideologiche  della Rivoluzione. Parte di queste incompatibilità traeva origine dagli insegnamenti dell’ Imam Khomeini ( s.d.l.p.) improntati al rifiuto della partecipazione a progetti  guerra fondai nella regione e della sottomissione  alle potenze  in oriente e occidente,  promuovendo invece idee di indipendenza  e salvaguardia  della vita dell’ Uomo ;  più di una volta pronunciò parole di biasimo nei confronti dei  governi americano e russo  per la produzione, la proliferazione e l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa . Passarono anni prima che il governo dell’ Iran decidesse di riprendere  parte del programma nucleare  iniziato prima della rivoluzione  e ciò esclusivamente per produrre energia elettrica  e raggiungere  l’ autonomia  nella produzione  di farmaci nel nome del progresso scientifico del Paese.  A quel punto la R. Islamica dell’ Iran chiese ai paesi occidentali , ex partner del regime dello Scià, di onorare i loro impegni contrattuali in considerazione dei lauti  anticipi ricevuti negli anni passati. Purtroppo  gli fu riservato  un atteggiamento completamente diverso da parte dell’ Occidente  rispetto a quello che aveva caratterizzato il periodo precedente  la rivoluzione.

Nonostante il reattore dell’ Università di Teheran fosse adibito alla produzione di radioisotopi necessari alle cure di centinaia di migliaia di malati di tumore e nonostante venisse pagato in anticipo, pressioni americane resero impossibile la sua fornitura  all’ Iran. Tutti i tentativi iraniani , attraverso gli organismi internazionali , in particolare l’ AIEA e il suo Direttore risultarono inutili. Riguardo alla società “Eurodit” , nonostante la presenza iraniana nel suo quadro  azionario  e in violazione del verdetto del tribunale di Losanne , nulla fu mai consegnato all’ Iran  della ingente produzione di “ Yellow cake “ . Una società francese rispettò il proprio impegno  a costruire una centrale nucleare  a Darkwein, vicino ad Ahwaz e interruppe  a metà i lavori già iniziati. Fereidoun Sahabi, il primo  Direttore dell’ Agenzia iraniana per l’ Energia Atomica , dopo la vittoria della rivoluzione, ricordava che le trattative con la controparte  tedesca  per portare a termne il restante  lavoro della Centrale di Busher , completata al 65% , dopo un anno e mezzo  erano ad un punto morto , semplicemente perchè negli operatori tedeschi mancava completamete la volontà  di collaborare con l’ Iran.  Questi sono solo alcuni esempio del deplorevole atteggiamento  dell’ occidente  e dei doppi standard applicati allo stesso paese, prima e dopo la rivoluzione  islamica. Purtroppo  i negoziati  tra l’ Iran e la stessa AIEA per poter comprare  il combustibile  necessario  alle centrali iraniane  e durati sette anni, non hannno portato ai risultati sperati dall’ Iran , che in fine si è visto costretto  a intraprendere la strada della produzione interna del combustabile nucleare. L’ Iran sotto il regime dello Scià era un paese con la metà della popolazione  attuale, con riserve di petrolio  e di gas più ricche e meno vitali  rispetto ad oggi  e in un mondo  dove le questioni  ambientali  riguardo all’ inquinamento  da combustibili fossili  non avevano l’ importanza  di oggi; ciononostante le scelte ambiziose  del regime dei pahlavi riguardo al nucleare, non vennero mai contestate dall’ occidente, che anzi, le sostenne e incoraggiò per evidenti motivi economici e politici.

Sguardo ai principi e fondamenti del programma nucleare iraniano

Principi giuridici

La mancanza di collaborazione da parte dei paesi occidentali controparti dell’ Iran nel programma nucleare  sembrava e sembra  una vendetta per la vittoria della rivoluzione islamica, il rovesciamento dello Sha e l’ avvento della Repubblica islamica in Iran. Questo atteggiamento ostile ha costretto l’ Iran a provvedere  ai suoi fabbisogni  attingendo alle proprie risorse e capacità , in un quadro di legalità e legittimità. Da un punto di vista giuridico l’ Iran è stato tra i primi firmatari  nel luglio del 1968 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, da sempre e costantemente fedele ai suoi principi ha continuato le proprie collaborazioni con l’ Agenzia Internazionale dell’ Energia Atomica e il suo Statuto nonchè  sugli accordi sulle salvaguardie. Il Trattato di Non Proliferazione nella premessa e negli articoli 1-6 mette bene in luce gli obblighi, i diritti e gli impegni dei paesi aventi l’ arma nucleare( ovvero  i paesi dotati id arma nucleare prima del 1-1-1967) e per i paesi  sprovvisiti di questo tipo di tecnologia.  Gli art. 3 e 4 in particolare evidenziano  la possibilità per tutti i paesi membri  di potersi avvalere della tecnologia nucleare pacifica, considerandolo un diritto inalienabile per tutti i  paesi non soggetto a nessuna discriminazione. L ‘ Iran ha cercato di far valere questo diritto in base alle sue già esistenti  capacità scientifche e tecniche . Il TNP segue le  tre direttive principali della Non Proliferazione, dell’ Uso pacifico dell’ energia nucleare senza discriminazioni e del completo disarmo , esse  purtroppo  però non sono concretamente  realizzate ad esempio i Paesi dotati di arma nucleare non  si sono mossi nella direzione del disarmo ( art, 1 e 6 ) , essi sono stati reticenti a fornire ai paesi in via di sviluppo  tecnologia nucleare ai fini pacifici ( art. 4 e 5 )  e nonostante l’ art.4  hanno posto diversi ostacoli sulla via dell’ Iran per il raggiungimento dell’ energia nucleare civile.

Principi ideologici, religiosi ed etici

Alla luce del fatto che la Repubblica  iraniana è una Repubblica islamica e considerato che  le le leggi e i regolamenti vigenti devono essere conformi alla Carta costituzionale e ai  precetti religiosi  della Sharia , il fondatore  Imam Khomeini aveva più volte pubblicamente condannato  la produzione, l’ uso  e lo stoccaggio delle armi di distruzione di massa e la Guida della Rivoluzione islamica Ayatollah Khomenei considera la produzione e lo stoccaggio di questi armamenti  preludio al crimine e minaccia alla pace mondiale e proprio per questo motivo ha emesso una fatwa dichiarando “Haram” questo genere di armamenti  “ .. secondo noi  oltre all’ arma nucleare  anche altri tipi di armi di distruzione di massa come le armi chimiche e biologiche sono serie minacce contro l’ umanità. Consideriamo l’ uso di questi armamenti  Haram  e lo sforzo per rendere immune il genere umano da questo grande flagello  un compito  che coinvolge tutti noi” (Ayatollah Khomenei nella conferenza sul disarmo – Teheran –  17-4-2010). Queste posizioni hanno già tracciato un quadro giuridico molto preciso per le attività nucleari iraniane al quale la R.I.dell’ Iran si sente impegnata.

Inoltre il potere di Fatwa e la sua influenza nella cultura religiosa e ideologica degli iraniani è talmente forte che nell’ ipotesi improbabile che le convenzioni internazionali e le leggi interne iraniane dovessero consentire l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa o se l’ Iran si trovasse in una difficile situazione storica  con particolari necessità di difesa o sicurezza, non potrebbe mai per precisemotivazioni ideologiche , religiose ed etiche , produrre e utilizzare questo tipo di armamenti. Ne è un esempio la mancata risposta iraniana in rappresaglia all’ utilizzo di armi chimiche da parte di Saddam Hussein durante la guerra da questi  imposta all’ Iran e durata ben  otto anni .

Principi tecnici

Da un punto di vista tecnico nonostante gli ostacoli creati dall’ Occidente  alla fornitura  della tecnologia nuclerare all’ Iran sono stati continui gli sforzi del paese per  provvedere in modo autonomo allo sviluppo di  una propria tecnologia nucleare civile al fine di completare il ciclo del combustibile e fornire così il combustibile necessario alle proprie centrali nucleari di ricerca e di produzione di energia elettrica. I risultati di questo costante impegno iraniano, anche  a detta di esperti  stranieri , sono stati brillanti. La volontà iraniana  di sviluppare questa tecnologia  si colloca nel quadro naturale della volontà del paese  di progredire  in ogni ambito tecnico e scientifico così proclama la  Costituzione iraniana  e tutti i programmi  a lungo termini del paese. L’ Iran ha raggiunto  risultati sorprendenti negli ultimi anni  anche in ambiti tecnologici e scientifici quali le nanotecnologie, la clonazione biologica, le cellule staminali, la  conquista dello spazio, il lancio di satelliti di ricerca e lo sviluppo  di industrie strategiche.  Secondo molti esperti alcune tra le conquiste iraniane  sono  di per sè più importanti della tecnologia nucleare, ma alcuni paesi occidentali con precisi  intenti politici cercano di fuorviare l’ opinione pubblica mondiale, ingigantendo i risultati conseguiti dall’Iran nel campo nucleare, quando in realtà questa tecnologia  civile e pacifica, costituisce soltanto una parte del complesso quadro del progresso scientifico del Paese.In base al TNP e allo Statuto dell’ AIEA  i paesi membri del Trattato avrebbero dovuto cogliere positivamente i progressi scientifici dell’ Iran, ma purtroppo e contrariamente a quanto avvenuto prima della Rivoluzione islamica l’ atteggiamento degli Stati Uniti e i loro alleati nei confronti di questi progressi è stato tanto irrazionale quanto ostile. Gli USA hanno cercato  di portare avanti  i loro precisi intenti politici finalizzati a creare ostacoli  allo sviluppo  pacifico  della tecnologia nucleare iraniana nel quadro dell’ AIEA attraverso un uso strumentale  di organismi internazionali  e l’ esercizio di indebite pressioni  sull’ Agenzia senza nessuna considerazione per la natura tecnica  e specialistica di detta istituzione. Le azioni  e pressioni  crescenti degli americani negli ultimi anni hanno determinato  molte vicissitudini al programma.L’ ostracismo americano ha nuociuto anche al Movimento per lo svilupopo pacifico del nucleare e in compenso  la difesa  ragionevole  dell’ NPT dell’ Iran  e il rispetto del mio Paese per i regolamenti  dell’ Agenzia  a proposito della necessità di una equa  applicazione del Trattato ha creato un  terreno fertile  a favore della non proliferazione e del disarmo  trasformando nel contempo l’ Iran in un simbolo della difesa dei diritti dimenticati dei paesi in via di sviluppo membri del Trattato  di non Proliferazione el’ espressione delle loro posizioni.

Deferimento della questione nucleare al Consiglio di Sicurezza : errore storico e giuridico

Nonostante la legittimità e razionalità dell’ approccio iraniano nei confronti dell’ Agenzia  e la sua positiva interazione con essa, le crescenti pressioni esercitate  su questo organismo intergovernativo e le  bagarre politiche hanno determinato lil deferimento della questione nucleare iraniana, senza alcuna giustificazione logica e giuridica al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in data 4 febbraio 2006. L’ AIEA rimane l’ unico organismo  inter governativo responsabile e  preposto alle verifiche per giungere  alla sicurezza della non deviazione delle attività nucleari dei paesi membri dell’ NPT.Pertanto finchè la deviazione iraniana nelle sue attività nucleari  non sarà accertata e dichiarata da questo organismo internazionale,  il caso esula formalmente dalle competenze del Consiglio di Sicurezza.  Come in seguito esposto all’ epoca  una simile deviazione non è stata mai accertata  e quanto  nel merito  venne asserito rimase sostanzialmente  una supposizione , spesso avvolta da ambiguità. Le relazioni redatte dall’ Agenzia infatti, attestavano la mancanza di deviazione,  e quindi l’ invio  del caso al Consiglio di Sicurezza fu un errore storico e giuridico , ai cui fautori non solo spetta l’ ammissione , ma anche il dovere di riparare. Questo evento non solo ha aperto una nuova, amara stagione nell’ applicazione dei dopppi standard  nei confronti del programma nucleare iraniano  , ma ha anche seriamente danneggiato il prestigio dell’ AIEA conosciuta fino ad allora come un organismo  non politico, tecnico e di sorveglianza imparziale. Questi indesiderati  risultati purtroppo sono in grado di ledere anche in futuro i diritti di altri paesi.

L’ invio della questione nucleare iraniana da parte del Board of Governors dell’ AIEA al Consiglio di Sicurezza è inammissibile per cinque ragioni giuridiche.

1-      In base al comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia la mancata conformità delle  attività nucleari dei paesi ai criteri dell’ Agenzia deve necessariamente essere riportata dagli ispettori  al Direttore Generale dell’ AIEA, da questi al Board of Governors ed infine  al Consiglio di Sicurezza. Nel caso iraniano questo iter non è stato rispettato. Il Direttore Generale dell’Aiea nella sua relazione non ha mai usato le parole “ non – compliance” ma piuttosto “failure”. Questa  espressione sovente è stata usata anche per i casi riguardanti altri paesi membri dell’Aiea, che dopo la correzione del loro operato, sono rientrati in seno all’Agenzia in base al Comprehensive Safeguard Agreement.

2-      In base allo statuto dell’ AIEA e del Comprehensive Safeguard Agreement il deferimento di un caso al Consiglio di Sicurezza è possibile asclusivamente  nel caso della provata deviazione del paese in questione. Tutte le relazioni  dell’ attuale  Direttore  dell’ Agenzia e del suo predecessore  non contengono cenni riguardo ad una presunta deviazione iraniana.

3-      Il comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia  la base per le risoluzioni del Consiglio dei Governatori  riguardo alla  deviazione dei paesi membri dell’ Agenzia ricevitotri del materiale nucleare e del suo uso improprio, mentre l’ Iran non ha mai ricevuto questo tipo di materiali.

4-      In base al Comprehensive Safeguard Agreement la questione nucleare dei paesi viene deferita al Consiglio di Sicurezza sei paesi membri non permettono l’ accesso agli ispettori dell’ Agenzia sul proprio territorio per l’ esercizio delle loro attività di verifica e in tutte le relazioni  del Direttore Generale AIEA  riportano il fatto che  gli accessi e le verifiche  sono avvenute con facilità  e collaborazione da parte del’ Iran.

5-      I comunicati emessi  da EU3  dal 2003 al 2006 riconoscono esplicitamente il diritto iraniano ad avvalersi della tecnologia nucleare civile e pacifica  e considerano  la volontaria  sospensione  dell’ arricchimento dell’ uranio come una voluntary and confidence building measure  e non legally binding ( Tehran declaration 21-10-2003). Questi  punti sono stati  successivamente e  nuovamente iterati nell’ Accordo tra la EU3 e l’ Iran il 15-11-2004  a Parigi. Tuttavia gli stessi paesi hanno proposto nel 2006, a causa delle pesanti pressioni politiche , il deferimento della questione nucleare iraniana al Consiglio di Sicurezza,  sostenendo un atteggiamento discriminatorio e violando i principi giuridici  esistenti in merito a una questione che rientrava e rientra nelle competenze tecniche e giuridiche dell’ AIEA. Tutto ciò avveniva mentre il sito di Natanz osservava la volontaria sospensione delle sue attività.

Nonostante queste azioni ostili da parte degli Stati Uniti d’ America e i suoi alleati occidentali  volte a distrarre la questione iraniana dal suo naturale corso  e l’ approvazione delle risoluzioni  1737( 2006), 1747( 2007), 1703( 2008) e 1929(2010) ed altre emesse dall’ Unione Europea , la R. I. dell’ Iran non ha mai smesso di  mostrare buona  e autentica volontà  nella collaborazione con l’ AIEA da una  parte e  nel prosdeguire  i negoziati con il gruppo 5 +1 dall’ altra , che sino ad oggi si sono svolti più volte in vari Paesi .

Cenni storici e giuridici di particolare rilievo  in merito al programma nucleare

Tralasciando in questa sede talune precisazioni tecniche , è tuttavia opportuno ribadire  che

–          l’ insistenza dell’ Iran sul proprio diritto legittimo è stato interpretato da alcuni mezzi occidentali  come “ l’ insistenza dell’ Iran  nel perseguire l’ obiettivo del raggiungimento dell’ arma nucleare”.  In realtà l’ atteggiamento iraniano è assolutamente  in favore della difesa dei diritti dei paesi membri del NPT e dell’ AIEA , sanciti dallo Statuto dell’ Agenzia e riconosciuti nel Trattato in quanto importanti risultati sulla via della Non Proliferazione e del Disarmo nucleare. La R. I. dell’ Iran  in base al principio  del “ Diritto allo sviluppo” ha il dovere di salvaguardare le proprie conquiste scientifiche e tecnologiche , acquisite con elevati costi umani e  materiali. Pertanto il riconoscimento  del diritto iraniano  a dotarsi di tecnologia nucleare pacifica non significa fare concessioni  di sorta,  ma semplicemente  confermare  il contenuto del TNP    e dello Statuto  dell’ AIEA.

–          Nonostante gli ostacoli posti da alcuni paesi occidentali, l’ Iran non ha mai abbandonato il tavolo negoziale , dando prova  della propria buona volontà, di cui sono eloquenti esempi i  lunghi negoziati del 2003-2005 tra Iran , Gran Bretagna, Francia e Germania  e successivamente e fino a questo momento i ripetuti round negoziali con i 5+1 a Baghdad. Istambul e Mosca nonchè i continui colloqui e contatti con i rappresentanti  dell’ AIEA a Teheran ea Vienna.  Iran  e qualche altro Paese, durante questi negoziati hanno proposto diversi pacchetti   di misure  che purtroppo le pressioni politiche esterne hanno reso inneficaci. La Confidence building è una strada a doppio senso e le parti dovrebbero adoperarsi reciprocamente per collaborare evitando di incorrere a indebite pressioni.

–          Fino a questo momento 5000 man-days  ispezioni  sono state eseguite dagli addetti dell’ Agenzia presso i siti nucleari iraniani , queste attività ispettive sono tuttora in corso e sono state oggetto di decine  di relazioni dell’ Agenzia. Numerose telecamere istallate dall’ AIEA nei siti nucleari  iraniani monitorano  non stop le attività nucleari del Paese e vi sono stati casi di ispezioni senza preavviso ad alcune istallazioni. E’ bene ricordare che questo tipo di monitoraggio  costituisce  una  forma ispettiva senza precedenti adoperata dall’ Agenzia. In nessuna di queste ispezioni  è stato trovato  uranio arricchito per  obiettivi militari o sono state riscontrate attività deviate.  ( Per dettagli si rimanda alle varie relazioni del Consiglio dei Governatori dell’ AIEA) .

–          Uno dei punti più seri  e ambigui delle risoluzioni approvate contro  l’ Iran è la mancata  notifica delle attività nucleari antecedenti al 2003. Fino a quel momento  nessun tipo di materiale nucleare  era entrato nel sito nucleare di Natanz e nel reattore di ricerca  dell’ acqua pesante di Araq ( IR40); poichè l’ Iran sino  a quella data  non aveva  siglato il Modified Code 3.1 del  subsidiary arrangement  of NPT comprehensive safeguards , non aveva  alcun obbligo   di notificare all’ Agenzia  le proprie attività nè  tantomeno  il sito  Uranium Conversion facility e le proprie miniere di uranio.

–          Il ripetuto sostegno espresso dal Movimento dei Non Allineati  al Programma nucleare iraniano ,  l’ approvazione delle Risoluzioni  al riguardo , le  visite ai siti  iraniani nel gennaio 2011 da parte dei rappresentanti del Movimento dei Non Allienati, della Lega Araba, del Gruppo 77, di alcuni rappresentanti di gruppi politici  e Paesi a Vienna, cosi come l’ invio di numerosi inviti ad altri Paesi nonchè dell’ Alto Rappresentante dell’ Unione Europea ad effettuare ulteriori visite ed ispezioni, sono testimonianze della  buona volontà  iraniana  e della sua disponibilità.

–          Le vaste sanzioni unilaterali e multilaterali  degli USA e dell’ UE , la mancata collaborazione dell’ Occidente nella fornitra del combustibile per il reattore di ricerca  di Teheran  e il loro ostracismo per far fallire gli sforzi iraniani per procurarsi il combustibile necessario acquistandolo dai paesi produttori ha costretto il paese a provvedere al proprio fabbisogno attraverso l’ arricchimento dell’ Uranio al 20 % , un esempio  di tale fabbisogno è costituito dall’ assoluta irrinunciabile necessità di produrre farmaci  per i 850.000 malati di tumore  e malattie rare del Paese . Nel contempo la R. I. dell’ Iran per corrispondere  ai bisogni  scientifici ,  di ricerca ed energetici del Paese , ha potuto  raggiungere  risultati brillanti come la messa in opera della centrale di Busher nonostante le difficoltà trascinatesi per oltre 30 anni, la produzione di radio farmaci, la produzione di yellow cake e la raggiunta capacità di affrontare i cyber attacchi contro i propri siti nucleari come il recente attacco  del virus Stuxnet . La R. I. dell’ Iran ha dichiarato che le proposte contenute nella dichiarazione di Teheran  a proposito dello scambio di combustibile, rimangono tuttora valide e potrebbero costituire un argomento  di discussione e  confronto  per future collaborazioni , ma non più una necessità urgente per il paese.

–          Il diritto iraniano ad avvalersi di tecnologia nucleare con scopi pacifici  gode del sostegno  di tutti i gruppi parlamentari e politici  del Paese e raccoglie il  consenso unanime della  società  in ogni sua espressione.

–          L’ inserimento delle liste dei nominativi degli scienziati nucleari iraniani nelle varie risoluzioni ha permesso ai terroristi di pianificare e portare a compimento  numerosi attacchi e attentati  contro fisici e scienziati iraniani, tra cui i Prof.ri Mostafa Ahmadi Roushan , Majid Shahryari, Masoud Alimohammadi, Darioush Alinejad e Reza Qashqaei . In base ai documenti  esistenti e alle  confessioni  di quanti  coinvolti in questi crimini è emersa la partecipazione certa del Mossad e del MI6 britannico  e del MKO ( il movimento terroristico dei Mojaheddin e khalq). Queste azioni terroristiche non solo non  sono state condannate apertamente in occidente, ma sorprendentemente gli USA e l’ Unione Euopea , in un azione concordata, hanno depennato l’MKO , responsabile di azioni terroristiche contro gli stessi americani, dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche internazionali. Questa decisione  è un incentivo per ulteriori e  future azioni terroristiche a livello internazionale . Ancora più sorprendente è la mancata presenza degli studiosi  iraniani nelle recenti conferenze internazionali in materia nucleare ( ad es. La 19esima conferenza dell’ ingegneria nucleare in Giappone nel 2011).

–          Lo svolgimento delle conferenze mondiali sul disarmo a Teheran  negli anni 2010 e 2012 a cui hanno partecipato esperti nucleari  e autorità politiche di vari paesi del mondo è un ‘ulteriore prova della trasparenza iraniana in materia di ricerca nucleare.

–          Le sanzioni del Consiglio di Sicurezza  e le restrizioni aggiuntive americane e europee imposte alle società e agli istituti di credito iraniani a causa della ferma posizione dell’ Iran in tema nucleare nonostante l’ asserzione occidentale “ libero commercio e diritti dell’ Uomo” , hanno creato pressioni notevoli  non tanto sul Governo  iraniano quanto  sui ceti più vulnerabili della società,  in palese contrasto con le convenzioni relative al libero commercio e al diritto allo sviluppo e dell’ Uomo ( ne sono alcuni esempi , come già trattato  nel n. 167 della Rivista Affari Esteri , i problemi creati dal divieto delle transazioni bancarie e del divieto del commercio per imprenditori e studenti  e alle difficoltà sorte per il divieto d vendita del carburante agli aereomobili iraniani). Queste risoluzioni sono in contrasto con lo Statuto dell’ AIEA.

–          Il Direttore generale dell’ AIEA nel comunicato del 15- nov. 2004 a seguito di ispezioni  nei siti di Parchin e Lavisan- Shian nonchè delle analisi dei campioni raccolti,  ha dichiarato in maniera inequivocabile che il Programma nucleare iraniano non è militare ( Paragrafo 102 della Relazione del Direttore generale 83/2004 / gov, Relazione 87/2005 / gov. Del 18-11-2005, Relazione 15 / 2006 / gov del 27-2-2006).

–          Nel 2007 l’ AIEA e l’ Iran nel quadro di un Workplan hanno raggiunto l’ accordo di risolvere  tutte le ambiguità rimanenti ( remaining ambiguishes )  e le questioni non risolte ( outstanding issues)  del  programma nucleare  secondo determinate modalità.  A seguito di questa collaborazione e ulteriore scambio di informazioni le ambiguità sono state chiarite  ( 6 questioni  ) da parte iraniana e l’ Agenzia ha dichiarato nel documento  711/INFCIRC che non è rimasta alcuna ambiguità da chiarire. In base al paragrafo 3 dello stesso documento e in considerazione dei  progressi raggiunti nella collaborzione tra le parti, l’ Agenzia avrebbe dovuto consegnare all’ Iran  i documenti relativi ai presunti studi ( alledge studies ) , tuttavia ciò non è avvenuto  e il Direttore generale dell’ AIEA nella relazione consegnata al Consiglio dei Governatori critica chiaramente alcuni Paesi che avevano consegnato le prove  relative ai presunti studi all’ Agenzia  e che non avevano permesso  che le prove  fossero consegnate all’ Iran. L’ Aiea non ha mai confermato la veridicità di questi studi . La R. I. dell’ Iran in base a quanto previsto dal work plan ha prodotto una relazione di 117 pagine contenenti le sue considerazioni e valutazioni  e lo ha consegnato all’ Agenzia , ma nonostante gli sforzi iraniani  il work plan non si concluse ma vi si  aggiunsero altre nuove asserzioni riguardanti  la possibile dimensione militare del programma nucleare iraniano. Nello stesso tempo l’ AIEA nel pagrafo 4 del proprio documento aveva chiarito  che non vi era nessuna questione irrisolta o ambigua relativa alle passate attività nucleari iraniane.

–          Il 21 ottobre 2003 l’ Iran per provare la propria buona volontà e sincerità nel corso dei negoziati  con  la Troika europea ha proposto la volontaria sospensione dell’ arricchimento dell’ uranio e lo scambio dell’ uranio arricchito con le barre del combustibile, nonchè la stipula di un accordo  con l’ EU3. Inoltre l’ Iran dal 2004 ha aderito volontariamente al Protocollo aggiuntivo, nonchè al “ Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards” considerato il più alto impegno internazionale nei programmi nucleari  e il massimo grado di trasparenza riguardo al programma nucleare iraniano. Cionostante  dopo due anni e mezzo dall’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo, nel 2006 fu approvata una dura risoluzione  contro l’ Iran nel Consiglio di Sicurezza e seguita da altre ancor più severe. Nonostante l’ atteggiamento positivo di Teheran le controparti occidentali chiedevano il  definitivo arresto del programma nucleare  pacifico dell’ Iran , imponendo al governo iraniano richieste oltre i  patti internazionali e gli accordi precedentemente raggiunti ( ad es. la chiusura di tutti i centri di ricerca e universitari coinvolti nelle attività nucleari). Questo approccio  è stato ritenuto ostile dalla Assemblea  Consultiva islamica  che  di conseguenza ha sospeso l’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo impegnando il governo a proseguire l’ arricchimento sotto il controllo del’ AIEA.  Le collaborazioni iraniane con l’ Agenzia  vanno al di là dell’ adesione al Protocollo aggiuntivo, ad esempio la concessione di effettuare la visita al R&D delle centrifughe,  che per nessun paese è  obbligatoria. Una questione importante riguardo al Protocollo aggiuntivo è che da un punto di vista giuridico non è considerata obbligatoria la sua applicazione e infatti l’ Iran vi ha aderito in modo volontario. La stessa considerazione vale per il “Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards”  che è  una raccomandazione del Consiglio dei Governatori e non una parte giuridicamente  impegnativa del Trattato di Non Proliferazione.

–          L’ Iran ritiene che la produzione  e l’ utilizzo delle armi nucleari sia un errore strategico e non trovi alcuna giustificazione  di sicurezza o strategica e possa rendere il paese particolarmente vulnerabile nel quadro regionale. Numerosi esperti nucleari sono dell’ idea che se l’ Iran avesse inteso acquisire  armi nucleari, avrebbe dovuto utilizzare composizioni tecniche diverse e più utili dal punto di vista della tecnologia dell’ arricchimento. L’ Iran nel suo programma scientifico nucleare  ha bisogno di vaste collaborazioni con i paesi sviluppati in questo settore e la tendenza alla produzione di armi nucleari farebbe perdere al paese una chance importante in questo senso.

–          Le proposte iraniane o quelle di paesi terzi come il progetto  turco-brasiliano per lo scambio di combustibile oppure la costituzione  di un consorzio multilaterale per l’ arricchimento, si sono sempre scontrate con lo scettismo , la mancata collaborazione e l’ostracismo delle controparti occidentali . Ad es. l’ Iran nel febbraio 2010 e nel settembre 2011, per voce dello stesso Presidente della Repubblica.,  ha proposto di fermare la produzione di uranio arricchito al 20 % in cambio di barre di combustibile. La stessa proposta  fu avanzata ancora una volta dal Dr. Jalili, Capo negoziatore nucleare iraniano alla Sig.ra Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’ Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, in cambio di adeguate misure adottate dai 5+1, ma ancora una volta l’ Europa ha risposto alla buona determinazione iraniana   con nuove sanzioni.

L’ imposizione dei doppi standard nel disarmo regionale e internazionale

Oltre a quanto sinora esposto, l’ America e i suoi alleati anche per ciò che riguarda la questione del disarmo  e il raggiungimento di pace e stabilità regionali e internazionali adottano un approccio ambivalente. Dopo le esperienze tragiche  delle due guerre mondiali  e l’ utilizzo della bomba atomica su Hiroshiwa e Nagasaki , nonchè  gli esperimenti nucleari degli anni 90 condotti da alcuni Paesi, l’ utilizzo di armi di distruzione di massa  di qualsiasi genere e la corsa al riarmo  è considerata una seria preoccupazione  e una grave minaccia mondiale. Dopo vent’ anni dalla fine della Guerra Fredda  esistono nel mondo almeno 23 mila testate nucleari  con una forza esplosiva 150 mila volte maggiore  rispetto alle bombe americane lanciate sulle città giapponesi. Di queste testate nucleari  migliaia sono collocate nel territorio americano e in Unione Europea  e  questi armamenti ,  tuttora attivi , destano prooccupazione.  Tutto ciò mentre   il disarmo completo  dovrebbe essere considerato una obiettivo prioritario per l’ Umanità.Gli articoli 11 e 26 dello Statuto delle nazioni Unite pongono l’ accento sulle responsabilità e la giurisdizione dell’ Assemblea Generale e del consiglio di Sicurezzaper quello che riguarda la questione del disarmo. Sempre a questo proposito alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale come la n.  1378 e n. 2734 considerano il completo disarmo come obiettivo ultimo della società internazionale  e numerose conferenze  e convenzioni internazionali  lo  dichiarano apertamente ; tra esse il  NPT  del  1968, la Denuclearizzazione delle profondità marine del 1971, il Divieto degli esperimenti nucleari nella stratosfera  del 1963, Il Divieto dell’ utilizzo di armi chimiche del 1996, il divieto competo di esperimenti nuclerai dl 1996 ( New York) e il Controlo delle armi batteriologiche del 1993.

Gli Stati Uniti e alcuni Paesi detentori di armi nucleari anche in questi casi hanno adottato un doppio standard . Nel caso del Trattato di Non Proliferazione vi sono 3  obiettivi  fondamentali  ovvero il Disarmo, la non proliferazione e l’ acquisizione di tecnologie pacifiche e civili. Le potenze nucleari in pratica non hanno perseguito in modo equilibrato questi obiettivi e contravenendo agli articoli 3 e 4 del Trattato  resistono allo sviluppo delle tecnologie nucleari nei paesi in via di sviluppo. Questo atteggiamento  discriminatorio  dei paesi detentori di armi nucleari nei primi anni dopo la firma del TNP suscitò forti proteste da parte dei paesi non nucleari, tant’è che nella prima conferenza del Trattato nel 1975 vi furono formali proteste al riguardo.  La creazione di zone libere da armi nucleari in alcuni punti critici del mondo e la stipula di alcuni patti regionali e bilaterali  sono da considerarsi tra le iniziative atte al controllo e al disarmo  a livello regionale. Alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale dell’ ONU raccomandano fermamente  la creazione di zone libere  da armi nucleari in medio Oriente, Africa, Asia del Sud , Oceano Indiano e  nel Sud Pacifico. A questo proposito su  incoraggiamento delle Nazioni Unite e grazie alle partecipazioni regionali le zone libere da armi nucleari sono state create nel 1967 nell’ ambito del Trattato Tlateolco per  paesi dell’ America Latina e i Caraibi, nel 1985 nell’ ambito del Tratttao Rarotonga nei 13 paesi del Sud Pacifico, nel 1995 nell’ ambito del Trattato di Bangkok per 10 Paesi del Sud Est asiatico e nel 1996 nel quadro del Trattato Pelindaba per 45 paesi africani. Tuttavia purtoppo l’ ambiguità americana   e l’ approccio  discriminatorio con il Medio Oriente non ha permesso alla Comunità internazionale fino ad oggi di realizzare  l’ obiettivo del disarmo in forma completa . Gli Stati Uniti d’ America si sono spinti  al punto  di ostacolare palesemente  lo svolgimento delle conferenze internazionali  sul disarmo  e il divieto di armi nucleari in Medio Oriente  ( dichiarazioni di Victoria Noland, Portavoce del Dipartimento di Stato USA in merito alla Conferenza di Elsinki ) in aperto  contrasto con il TNP. Suscita altrettanta perplessità l’ atteggiamento americano nei trattati bilaterali  relativi al disarmo come la mancata collaborazione  nei Trattati Start 2 e Salt 2 – Strategic Arms’ Limitation Talks. Purtroppo gli USA e l’ Occidente in generale  hanno favorito  e mai impedito la diffusione , sia orizzontale che verticale , di questo tipo di armamenti , mentre è evidente che la loro  produzione, stoccaggio e sviluppo costituisce una minaccia seria e un crimine di guerra , premessa per un illecito internazionale.

Medio Oriente : esempio evidente di imposizione dei doppi standard

In base alle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza tra cui la 487 del 1981, la 687 del 1991, nonchè decine di risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu e considerando le realtà della regione, rendono  la creazione del Medio Oriente priva delle armi nucleari come una seria e inderogabile necessità. Queste realtà sono da mettere in relazione con il regime sionista  e la sua mancanza  di rispetto nei confronti degli impegni internazionali e dei principi umanitari. Il TNP conta 189 membri e sono pochi i paesi che non ne fanno parte. Il regime sionista nella regione medioorientale è l’ unico governo che non ha aderito al Trattato  nè rispetta gli obblighi dell’ AIEA, nè ha mai smentito  di essere in possesso di armi nucleari. In base ad una relazione  redatta da esperti ONU del 1982 questo regime dal 1969 ad oggi non ha permesso nessuna ispezione esterna al  sito di Mona; secondo la rivista britannica  Jane’s Defence, Israele è il sesto paese detentore di armi nucleari con un numero tra 100 e 300 testate nucleari, quasi come la Gran Bretagna,  e numerose piattaforme di lancio per missili  a lunga gittata. Mordechai Vanunu esperto nucleare israeliano aveva reso noto tutto ciò e le autorità del regime sionista non smentirono mai le sue dichiarazioni.

IL vasto uso del regime sionista  di armi proibite nei conflitti  nella Striscia di Gaza  contro una popolazione civile e i suoi atteggiamenti disumani e violenti in altri episodi conflittuali degli ultimi anni che hanno suscitato ripetute condanne nella comunità internazionale,  hanno trasformato  le minacce israeliane contro alcuni paesi della regione tra cui l’ Iran , e il rischio di un conflitto nucleare , da potenziali a concretamente  esistenti. La R. I. dell’ Iran dal 1974 ad oggi  in tutti i forum e organismi internazionali  ha incessantemente proposto la creazione di un Medio Oriente privo di ari nucleari. L’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 1994 al 2012  attraverso diverse risoluzioni  ha chiesto ad Israele di aderire al TNP  e di rispettarne lo Statuto e i princip. La stessa  AIEA dal 1987 al 1991, nel 2009  e nel 2011 ha ripetutamente chiesto ad Israele  di aderire al Trattato ed il Segretario Amanu in una lettera inviata ai membri dell’ Agenzia , ha chiesto  ai paesi membri di  incoraggiare  Israele in questo senso.

Come si può notare , un Medio Oriente  denuclearizzato, Il disarmo di Israele e la sua adesione al TNP sono richieste serie  della Società internazionale. Cionostante gli USA e i suoi alleatinon solo vengono meno al proprio dovere a questo proposito ma addirittura  si oppongono a queste richieste  , come testimonia l’ opposizione allo svolgimento della Conference di Elsinki nel dicembre del 2012.  Gli Stati Uniti inoltre , contravvenendo ai regolamenti  internazionali e ignorando le complessità  di  una regione cosi critica, nonostante l’ embargo internazionale  di armamenti,  rende disponibile  ogni anno al regime israeliano milioni di dollari in aiuti militari  e tecnologia nucleare.Il governo americano , nonostante la crisi economica , ha continuato a offrire aiuti militari per oltre 3 miliardi di dollari annui al regime sionista ( Discorso Obama all’ Aipac 4-3-12) . Anche nell’ ambito della NATO sono stati forniti  notevoli aiuti militari e materiali nucleari  ad Israele. Questi sono esempi evidenti della violazione del TNP , che negli articoli 1 e 3 vieta ai paesi militarmente nucleari di trasferire la tecnologia nucleare militare o armi nucleari  verso  altri Paesi.

Questo atteggiamento contradditorio  degli USA e dei loro alleati  suscita grande  perplessità nell’ opinione pubblica mondiale che ormai lo considera un tentativo di ostacolare , creando ambiguità, la realizzazione  dei naturali diritti per i Paesi in via di sviluppo ( Ayatollah Khamenei, la Guida della R. I. dell’ Iran , 1° Conferenza sul Disarmo e la Non Proliferazione , Teheran, 17-4-10).

Proposte                                    

Infine va ricordato che la garanzia della pace e della sicurezza internazionali richiede lo sforzo condiviso  della Comunità Internazionale, scevro dall’ imposizione di doppi standard. La R. I. dell’ Iran ha suggerito varie soluzioni in tema di disarmo , volte ad evitare  l’ indebolimento del TNP, come auspicato dalla Comunità internazionale.  Tra le proposte iraniane possiamo annoverare

–          la definizione di una tabella di marcia  che scadenzi  il disarmo totale  e che preveda le opportune verifiche;

–          l’ istituzione di una commissione d’ inchiesta  in seno all’ AIEA per determinare  quali Paesi forniscono  armi   e tecnologie nucleari  al regime sionista  o ad altri paesi non membri dell’ Agenzia;

–          l’ astensione dei Paesi membri  del TNP dalla collaborazione  con i paesi non membri  al fine di incoraggiare questi ultimi ad aderire al Trattato;

–          evitare il ricorso a minacce e pressioni  nel corso dei negoziati;

–          considerare il Trattato  nella sua integrità evitando un approccio parziale e selettivo;

–          introdurre correzioni  efficaci  nei punti di debolezza del Trattato  , come ad es. l’ inserimento  di precisi vincoli  per i Paesi militarmente nucleari o la salvaguardia  del diritto  di avvalersi  della tecnologia nucleare civile;

–          salvaguardare l’ indipendenza  e il prestigio dell’ Agenzia , adottando  meccanismi tali da impedire  ai paesi  nucleari o ad organismi politici  di  condizionarne le decisioni;

–          accettare la  comune responsabilità e concretizzarla in azioni pratiche

–          eliminare le armi nucleari  dalla dottrina di difesa  dei paesi militarmente nucleari  e rimuovere  questo tipo di armamenti  dai paesi non nucleari;

–          concedere garanzie  ai Paesi non nucleari fino al raggiungimento del completo disarmo, attraverso negoziati   che portino alla sigla  di un Accordo internazionale vincolante , dotato di un efficace meccanismo di verifica.

–          Perseguire gli accordi  siglati nella dichiarazione finale della Conferenza AIEA del 2000 sul Diritto irrinunciabile di tutti i Paesi per l’ utilizzo pacifico di questa energia;

–          Cambiare il  meccanismo del bilancio nelle collaborazioni tecniche dell’ Agenzia  per l’uso pacifico della tecnologia nucleare da un contributo volontario ad uno obbligatorio con la definizione del contributo dovuto per ciascun paese;

–          Impiegare ogni sforzo  al  fine di  estendere il TNP a tutti  paesi del mondo;

–          Imporre una sorveglianza costante e vincolante dell’ Agenzia  nei confronti dei siti  nucleari del regime sionista;

–          Apportare alcune modifiche strutturali  nell’ AIEA e nel suo Statuto ( cambiare il numero dei membri , il numero dei seggi del Consiglio dei Governatori o il meccanismo di elezione  del Direttore Generale ) per rendere accessibile un maggior numero di paesi nei meccanismi decisionali;

–          Abbandono  dell’ imposizione di doppi standard che in questo momento penalizzano un paese membro  come l’ Iran , che fatica  nel l’ ottenere il riconoscimento  dei diritti sanciti dal Trattato e premia paesi che non solo non sono membri del TNP, ma che si sono resi colpevoli di crimini gravissimi.

Conclusioni

I doppi standard  americani applicati anche da alcuni paesi dotati di armamenti nucleari nei confronti del programma nucleare iraniano sono stati intrapresi   in vari ambiti: temporale, geografico e concettuale, infatti sono stati adottati  approcci diversi verso il programma nucleare iraniano rispetto al periodo precedente e successivo alla Rivoluzione islamica, atteggiamenti discriminatori nei confronti  del programma nucleare di paesi  diversi della stessa regione geografica, laddove gli americani invece di facilitare l’ acquisizione di tecnologia civile da parte dell’ Iran, paese membro del Trattato, hanno fornito facilitazioni  a paesi non membri;  infine un doppio standard  è stato applicato anche nella applicazione   del Trattato di Non Proliferazione: alcuni aspetti sono stati evidenziati  e valorizzati mentre altri quasi del tutto ignorati, e questo in base alle convenienze del momento e ad interessi di parte.

La chiave fondamentale per la soluzione  della questione nucleare iraniana quindi  appare essere  l’ intraprendere nuove iniziative  all’ insegna della collaborazione e condivisione , che  si sostituiscano alle pressioni, minacce e doppi standard che finora hanno caratterizzato la storia di questa  vicenda. Sarebbe auspicabile infine e soprattutto che il disarmo nella regione medio orientale e totale  nel mondo,  venga considerato  tra le priorità assolute della comunità internazionale .

Che succede a Teheran

Ali Larijani

La situazione politica interna dell’Iran ha fatto passare in secondo piano la storica visita di Ahmadinejad al Cairo in occasione di un summit di Paesi islamici. È la prima visita ufficiale di un presidente iraniano in Egitto dal 1979. Ma i primi segnali dall’Egitto non indicano grandi novità circa gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Teheran e Il Cairo possono anche non essere più nemici, ma parlare di amicizia è quanto meno prematuro. Troppe grandi le distanze su questioni importanti, come ad esempio la crisi in Siria. È bene anche ricordare che i Paesi arabi del Golfo, avversari storici dell’Iran, sono i principali partner commerciali dell’Egitto, che in questa fase non può permettersi pericolose inversioni di rotta.

Lo scontro Ahmadinejad-Larijani

Domenica 3 febbraio in parlamento si è consumato uno scontro durissimo fra Ahmadinejad e il presidente dell’assemblea Larijani. Il majles ha votato ad ampia maggioranza (192 voti contro 56, con 24 astensioni) per rimuovere il ministro del Lavoro Abdolreza Sheikholeslami, respingendo un appello di Ahmadinejad che si era appositamente recato in aula per difendere l’operato del suo ministro, colpevole di non aver voluto rimuovere Saeed Mortazavi, controverso consigliere del presidente, da un importante incarico di governo (Capo dei Fondi per la sicurezza sociale).

[youtube]http://youtu.be/8Jl3r2tjDZA[/youtube]

Presidente e speaker si sono scambiati accuse pesantissime. Ahmadinejad ha anche tentato la “carta segreta”, facendo ascoltare in aula delle registrazioni audio  che proverebbero un tentativo di corruzione da parte della famiglia Larijani nei confronti dello stesso Mortazavi. Però il colpo di teatro si è rivelato un autogol, perché l’audio era incomprensibile e Larijani è passato al contrattacco, alludendo a contatti ambigui da parte di parenti di Ahmadinejad (chiaro riferimento al controverso Esfandiar Rahim-Mashai, consuocero e braccio destro del presidente) con elementi della “sedizione”.

[youtube]http://youtu.be/Dwos_KUmeTY[/youtube]

A quel punto Ahmadinejad avrebbe voluto replicare, ma Larijani lo ha invitato ad abbandonare l’aula perché il parlamento doveva votare sul ministro del Lavoro.  L’uscita di scena di Ahmadinejad è stata impietosa.

L’arresto di Mortazavi

Nemmeno 36 ore dopo, Saeed Mortazavi è stato arrestato e condotto nel carcere di Evin. Mortazavi,  procuratore generale di Teheran fino al 2009, è indagato per la morte in carcere di alcuni manifestanti arrestati durante le proteste seguite alle presidenziali di 4 anni fa. Il fatto che sia arrestato solo adesso, dice molto circa gli attuali rapporti di forza all’interno del sistema.

Chi dopo di lui?

Chi sarà il prossimo presidente della Repubblica islamica? La Guida Khamenei incaricato  tre persone di fiducia di trovare il candidato capace di tenere insieme le varie anime del sistema. La troika è composta da Ali Akbar Velayati (consigliere di Khamenei), Mohammad-Baqer Qalibaf (sindaco di Teheran), e Gholam Ali Haddad Adel (parlamentare nonché parente di Khamenei).

 

E il nucleare?

Dopo mesi di stasi, un segnale sulla querelle nucleare: il 26 febbraio ci saranno nuovi colloqui tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina e Russia) ad Astana, capitale del Kazakhstan. La difficoltà nel trovare un accordo su sede e data degli incontri, non fa ben sperare sull’esito dei colloqui.

Intervista sull’Iran

Giovanna Canzano intervista Antonello Sacchetti

Giovanna Canzano intervista Antonello Sacchetti, autore di Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia. Si parla di Iran, di cultura persiana, di nucleare e diritti umani.

Intervista realizzata domenica 25 novembre 2012 a Roma.

 

[youtube]http://youtu.be/n–S23oChCE[/youtube]

Iran. Non solo un programma nucleare

Convegno Iran

«Non sta a noi dire se il velayat-e faqih sia legittimo o meno, se la Repubblica islamica sia il sistema migliore per l’Iran: spetta agli iraniani! Troppo spesso i giudizi sull’Iran sono condizionati da un profonda sfiducia nei confronti degli iraniani. Come se la soluzione ai problemi del Paese non possa che venire da fuori. E questo non è giusto. Nella società persiana ci sono molte più risorse di quante si pensi comunemente». L’intervento finale del senatore Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, è forse il contributo più interessante del convegno Iran. Non solo un programma nucleare. La crisi sociale, economica e la questione dei diritti umani, tenutosi il 30 gennaio presso l’Associazione della Stampa Estera in Italia.

Marcenaro ha inoltre sottolineato come probabilmente in Italia si abbia una percezione inesatta delle elezioni presidenziali di giugno: «Al momento non sembrano esserci i presupposti per una partecipazione come quella del 2009. Probabilmente sarà un passaggio importante ma non come lo fu quattro anni fa». Ha poi ribadito la sua posizione anche sui diritti umani: «Avevo lavorato con l’ambasciata iraniana per una missione in Iran della commissione: ne sono convinto, non c’è altra via che quella delle relazioni».

Il convegno era iniziato con qualche confusione del senatore Marco Perduca che per due volte aveva parlato di “candidati al parlamento iraniano”, quando in Iran per il majles si è votato l’anno scorso, mentre a giugno ci sono le presidenziali.. Ma va bene, questo sembra offrire il convento e tutto sommato c’è di peggio.

È però evidente la differenza, anche al tavolo del convegno in questione, tra chi in Iran c’è stato e chi ne parla senza averci mai messo piede. Anche chi è intervenuto sui diritti umani e sulla libertà d’opinione, con tutta la buona volontà e la buona fede del mondo, ha detto cose giuste e condivisibili. Ma chi – iraniano o italiano – in Iran c’è stato, ha sempre uno sguardo diverso, più vicino alla realtà delle cose e al cuore delle persone.

Alberto Negri ha fornito un quadro catastrofico dell’economia iraniana. Oggi Teheran esporta il greggio principalmente in 4 mercati: Cina, Corea de Sud, Giappone e India. Con l’oro nero si paga tutto; se ci sono problemi nella distribuzione del greggio, ne risente tutta l’economia nazionale. Oggi l’inflazione reale è intorno al 50%. L’indicatore più evidente è la svalutazione del rial: un anno fa per un dollaro si compravano 10.000 rial, oggi ne servono più di 38.000. La svalutazione del 70/80% della moneta ha messo in ginocchio l’economia iraniana.

Il taglio dei sussidi di qualche anno fa ha cambiato la geografia sociale dell’Iran. Oggi Ahmadinejad sembra proporre una “carta sociale”, probabilmente per lanciare un candidato a lui omologo (il nome più probabile resta quello di Mashai, NDR).

L’obiettivo sarebbe arrivare a nuove forme di sussidio per le fasce più povere, dando tra i 20 e i 30 dollari al mese a famiglia. Il che porterebbe inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione.

Significativo il rapporto tra Iran e Cina: nel 2011 è stato siglato un accordo in base al quale il 40% dell’export persiano in Cina viene pagato in yuan e compensato attraverso l’acquisto di beni cinesi, per lo più di pessima qualità. In questo modo, Pechino scarica sull’Iran beni che non potrebbe vendere altrove. Ad esempio, la maggior parte della auto iraniane hanno freni cinesi all’amianto, o vernici tossiche, fuorilegge quasi ovunque.

Negri avverte: «Comunque vada a finire la questione nucleare, le sanzioni difficilmente saranno rimosse del tutto. E questo non condiziona soltanto l’economia dell’Iran: basti pensare che al momento l’Italia esporta in Iran beni per 1,5 miliardi di dollari, quando ne potrebbe esportare fino a 10 miliardi».

La registrazione audio integrale del convegno – Da Radio Radicale

Iran. Nuove regole per elezioni presidenziali

Legge elettorale presidenziali Iran

Il majles, il parlamento iraniano, ha approvato delle modifiche alla legge che regola le elezioni del Presidente della Repubblica Islamica, fissate per il 14 giugno 2013.

Secondo l’articolo 115 della Costituzione,

il Presidente viene eletto fra le personalità di rilievo in campo religioso e politico che siano in possesso dei seguenti requisiti: origine iraniana per nascita da genitori iraniani, nazionalità iraniana, capacità direttive testimoniate da precedenti esperienze, affidabilità e virtù, lealtà convinta nei confronti dei principi della Repubblica Islamica dell’Iran e della religione dello Stato.

È poi il Consiglio dei Guardiani, come stabilito dagli articoli 99 e 118, ad approvare i candidati che possono poi essere votati dal popolo. In genere, ad eccezione delle prime elezioni del 1979, si è trattato sempre di una scelta molto selettiva, come mostra questa tabella:

Candidature presentate e ammesse alle presidenziali. Fonte: http://www.pbs.org/

 

La nuova legge prevede che i candidati debbano avere tra i 40 e i 75 anni, siano in possesso almeno di un diploma di dottorato o di un titolo seminaristico equivalente. Il candidato deve inoltre avere un attestato di riconoscimento da parte di 150 persone che abbiano prestato servizio in qualità di ministro, vice ministro, o governatore dopo la rivoluzione oppure abbiano la fiducia della maggioranza dei Majles. Per la maggior parte dei candidati, si richiedono almeno otto anni di servizio come ministro o deputato, o in un “livello equivalente” del sistema giudiziario o militare. Un candidato può anche registrarsi con l’approvazione di 400 persone con esperienza di ministro, vice ministro, o governatore, o di due terzi dei Majles, o 30 docenti provenienti da tutto il paese, o di 30 alti membri del clero, o 20 membri dell’Assemblea degli Esperti.

Le nuove norme, decisamente più restrittive rispetto al testo originario della Costituzione, sono state approvate con 144 voti favorevoli, 91 contrari e 11 astenuti.

Un primo effetto immediato di questa riforma, è che a giugno non potrà candidarsi l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, 78enne.

Sono inoltre messi fuori gioco anche molti religiosi di medio rango che non possiedono un dottorato o un titolo.

Si è parlato, nelle ultime settimane, della possibilità di ammettere candidate donne. Nel testo della Costituzione, anche dopo la riforma, si usa la parola persiana rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. Non esiste una norma che vieti la candidatura di una donna, anche se il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso, finora, una candidata donna.

Emerge un identikit del futuro candidato forte delle prossime presidenziali? Più di qualcuno fa il nome dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani. Ma è comunque presto per azzardare previsioni: in Iran la campagna elettorale è sempre molto breve e le sorprese arrivano alla fine.

La lunga strada verso il 14 giugno è appena iniziata.

 

Arrivi e partenze

Arrivi e partenze nella Repubblica islamica d’Iran. Il presidente Mahmud Ahmadinejad vola a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove dovrebbe intervenire mercoledì 26 settembre. Sarà la sua ultima presenza al Palazzo di Vetro, dato che a giugno l’Iran voterà per le presidenziali e Ahmadinejad, dopo due mandati consecutivi,  non può ricandidarsi. I soliti noti (da noi Fiamma Nirenstein) hanno già chiesto ai rappresentati degli altri Paesi di lasciare l’aula al momento dell’intervento del presidente iraniano. Rivedremo perciò la solita, stucchevole manfrina delle sedie vuote e delle traduzioni più o meno “pilotate”?

In Iran è invece ancora una volta protagonista la famiglia di Hashemi Rasfanjani, due volte presidente della Repubblica, ex presidente dell’Assemblea degli Esperti  e attuale capo del Consiglio del Discernimento. Pochi giorni fa è stata arrestata la figlia Faezeh. Dovrà scontare 6 mesi di carcere per propaganda anti regime. Dopo 3 anni di auto esilio in Gran Bretagna, domenica 23 è tornato in Iran anche un altro figlio, Mehdi Rafsanjani. Accusato di frode finanziaria ed elettorale, è stato arrestato anche lui.

Perché questa svolta, proprio ora? Perché Mehdi ha deciso di rientrare in patria sapendo benissimo che sarebbe stato arrestato?

Iran. Crisi economica e regime sanzionatorio

Crisi economica in Iran

Articolo di Antonella Vicini per Reset.

È passato poco più di un mese dalle manifestazioni di piazza, gli scontri e gli arresti al Gran Bazar di Teheran, e le ragioni che hanno spinto il popolo dei mercanti iraniani a scendere in strada stanno ancora lavorando all’interno del Paese. Sono passate in secondo piano e surclassate dalle aspettative sulle elezioni negli Stati Uniti e dalle proteste per le detenzioni dei blogger nelle carceri iraniani. Ma sono sempre vive.

Non si tratta solo della svalutazione del Riyal e di una crisi economica galoppante che nel solo mese di ottobre ha fatto salire dello 0,9% il tasso di inflazione, ma di una serie movimenti interni che traghetteranno la Repubblica Islamica verso il cambio di guardia alla presidenza e che nel frattempo stanno offrendo l’immagine di un Paese meno coeso anche politicamente. Non è un caso, forse, che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha già chiesto chiaramente a funzionari e politici iraniani di lavare i panni sporchi in casa in vista delle prossime elezioni, se non si vuole essere considerati dei “traditori”.

Dietro il crollo della moneta iraniana due fattori: l’intensificarsi delle sanzioni da parte dell’Occidente e la politica economica del presidente iraniano. La prima è una situazione su cui sarebbe difficile agire dall’interno in breve tempo, a meno di un cambio di rotta improvviso a Teheran, la seconda invece una conseguenza di scelte sbagliate e poco vicine ai bisogni della nazione.

Almeno di questo sembravano convinti i manifestanti che sono partiti dal Bazar Bozorg per dirigersi verso il Majles, il parlamento iraniano, inneggiando slogan contro la politica economica di Ahmadinejad e contro il sostegno del governo alla causa siriana, chiedendo di concentrarsi invece sulle questioni interne: “Lascia perdere la Siria, pensa alla nostra situazione”. Messaggi diretti al presidente che lasciavano fuori il grande ayatollah. Anche se è difficile immaginare un sostegno alla Siria senza il placet di Ali Khamenei.

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Allarme AIEA: l’Iran ha raddoppiato la capacità nucleare

Poche ore alla conclusione del vertice dei Paesi non allineati in corso a Teheran e l’Aiea, l’Agenzia Onu per l’energia atomica, lancia un nuovo allarme contro il programma nucleare dell’Iran che avrebbe addirittura raddoppiato la propria capacità di arricchimento dell’uranio nel sito di Fordow e fatto sparire 5 edifici da quello di Parchin, senza consentire l’ingresso degli osservatori. Dure le reazioni di Usa e Francia, che chiede nuove sanzioni. La Germania esorta Israele a stemperare gli animi. Da parte sua, il governo iraniano respinge tutte le accuse. Al microfono di Cecilia Seppia, il commento di Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

R. – Mi sembra che, di fatto, non vi siano grosse novità, rispetto al rapporto precedente, cioè quello di maggio. C’è la questione del sito di Parchin, che è controversa. In base allo stesso accordo di non proliferazione, non è detto che quel tipo di sito per forza debba essere aperto alle ispezioni. E’ uno dei punti che prevederebbe il famoso protocollo addizionale, che Teheran però non ha sottoscritto. Sul fatto che la capacità nucleare sia addirittura raddoppiata direi che sia anche normale che, se qualcuno sta producendo qualcosa e non smette di produrlo, non viene fermato, alla fine, di fatto, arrivi a una capacità di produzione migliore.

D. – Dopo questo rapporto, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di volere ancora scegliere la diplomazia per trattare con l’Iran, ma ribadiscono che la pazienza sta per finire. Molto dura anche la reazione di Parigi, che chiede nuove sanzioni. La fase interlocutoria del dialogo potrebbe subire uno stop?

R. – No, non credo possa finire adesso. Non può finire adesso, perché gli Stati Uniti tra pochi mesi votano. La vedo veramente difficile che Obama possa imbarcarsi ora in un’avventura come quella di dare luce verde a un’azione unilaterale da parte di Israele contro l’Iran.

D. – Eppure, ciclicamente, si palesa la paura che Teheran possa dotarsi di una bomba atomica…

R. – Parliamoci chiaro, l’Iran non ha la bomba e molto difficilmente potrebbe avercela. E’ assolutamente impossibile che possa avere una capacità nucleare, che possa competere con nazioni che hanno la bomba da decenni. Ora, perché questo problema? L’Iran sta sfruttando da qualche anno l’ambiguità sulla questione per ottenere qualcosa, cioè per ottenere ovviamente un riconoscimento internazionale e per tranquillizzarsi rispetto al suo futuro, anche economico.

D. – Quello che stupisce, però, sono anche le dichiarazioni di Teheran al vertice dei Paesi non allineati che, tra l’altro, si conclude oggi: la non ingerenza nelle questioni interne, il no alle sanzioni unilaterali, la richiesta di non proliferazione per Israele. Insomma, la posizione dell’Iran è piuttosto nitida, però è vero anche che sta portando avanti la teoria dei due pesi e delle due misure…

R. – Sì, d’altra parte Teheran dice: noi siamo accusati di avere un arsenale nucleare, da un Paese che ce l’ha – cioè Israele – e non aderisce al trattato di non proliferazione, con ciò affermando una cosa semplicemente vera. Il vertice dei non Allineati però ha avuto così conseguenze anche inaspettate. Un iraniano ha fatto una battuta e ha detto: “La Repubblica islamica ha speso 100 milioni di dollari per farsi un autogol”. E’ stato clamoroso, tra l’altro, negli interventi di ieri – cioè dopo quello della guida suprema e quello del presidente egiziano Mursi – che hanno effettivamente mandato gambe all’aria le carte che aveva predisposto Teheran, perché di fatto non ha avuto quell’impatto di propaganda che sperava, chiedendo ai Paesi non allineati solidarietà per le sanzioni unilaterali. Il fronte di quei Paesi, però, è talmente eterogeneo che è molto difficile, se non impossibile, che Teheran possa avere un ruolo di guida nei prossimi anni.

D. – Come leggere questo sodalizio tra l’Iran e l’Egitto? Perché è vero che Mursi è stato molto duro contro il regime siriano, ma potrebbe esserci qualche risvolto nella troika che dovrebbe arrivare in Siria, e che in realtà comprende Iran, Egitto e Venezuela?

R. – Il rapporto tra Egitto ed Iran è sicuramente un rapporto affascinante, nel senso che per 30 anni e oltre non si sono parlati. E’ anche vero, tuttavia, che è un riavvicinamento competitivo, nel senso che è chiaro che Il Cairo con Mursi tende a riacquistare quel prestigio, quella leadership all’interno dei Paesi musulmani, che non ha avuto più poi per tanto tempo. Riguardo alla Siria, io credo sia impossibile affrontare in modo serio la questione siriana, senza un coinvolgimento effettivo dell’Iran. Fu così anche ai tempi dell’Afghanistan.

Ascolta l’audio dell’intervista

 Scarica il Rapporto AIEA del 30 agosto 2012

Vertice dei non allineati

Tutto si può dire tranne che il summit dei Paesi non allineati (NAM) sia noioso. Se non si fosse tenuto a Teheran, probabilmente nessuno gli avrebbe dato peso. Per la Repubblica islamica è stata l’occasione per rilanciarsi in campo internazionale ergendosi a leader di un fronte quanto mai eterogeneo. L’organizzazione raccoglie 120 Paesi ma ormai da molti anni ha perso l’energia dei tempi in cui i vari  Tito, Nehru e Nasser cercavano uno spazio tra Usa e Urss. L’Egitto ha presieduto il NAM negli ultimi tre anni; per i prossimi due toccherà all’Iran. Ma è improbabile che Teheran riesca ad avere una leadership politica effettiva.

La Guida Khamenei, nel discorso di apertura, ha citato la Conferenza di Bandung del 1955 quasi a rievocare lo spirito originario dell’organizzazione.  Ha poi aggiunto: “Nel recente passato siamo stati testimoni del fallimento delle politiche dell’era della Guerra  Fredda e dell’unilateralismo che ne è seguito. Imparata la lezione da questa esperienza storica, il mondo è ora in una fase di transizione  verso un nuovo ordine internazionale e il movimento dei Non Allineati  può e deve giocare un ruolo”.

Khamenei ha poi definito il Consiglio di sicurezza Onu una “struttura illogica, ingiusta e non democratica”. Dopo le solite accuse a Israele e Stati Uniti, ha poi ribadito che l’Iran non rinuncerà al nucleare civile.

 

Effetto Morsi

La presenza del neo presidente egiziano Mohamed Morsi è un evento storico. Egitto e Iran non hanno relazioni diplomatiche dal 1979 e in passato tra i due Paesi ci sono stati momenti di forte attrito. A Teheran ancora oggi una piazza è intitolata a Khalid al-Islambuli, l’uomo che nel 1981 uccise il presidente egiziano Sadat, reo di aver firmato la pace con Israele.

Morsi ha definito l’Iran un “Paese fratello”, ma ha poi suscitato notevole imbarazzo invocando il sostegno del NAM alla lotta del popolo siriano contro il regime di Assad. La delegazione di Damasco ha abbandonato la sala, mentre i media iraniani hanno censurato l’intervento.

Ban Ki Moon critica Tehran

Non meno importante l’intervento del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. Usa e Israele avevano fortemente criticato la sua scelta di partecipare alla conferenza (il premier israeliano Benyamin Netanyahu aveva addirittura definito il summit “una macchia per l’umanità”), ma la sua presenza è stata tutt’altro che decorativa. L’opposizione iraniana all’estero gli chiedeva di  fare pressione per la liberazione di Mousavi, ancora agli arresti domiciliari (e reduce da un intervento cardiochirurgico nei giorni scorsi). Moon ha criticato la Repubblica islamica per la sua intransigenza nella querelle nucleare. “L’Iran adempia alle risoluzioni Onu, Israele smetta di minacciare la guerra”, questo, in sostanza, il messaggio.

Iran: terremoto fisico e politico

Anna Vanzan ha pubblicato sul Giornale di Brescia di oggi un’interessante analisi della situazione politica iraniana. Ecco come il terremoto che ha colpito la regione nord occidentale del Paese sta influendo sui destini della Repubblica Islamica.

Scrive Vanzan:

Le catastrofi naturali sono banchi di prova per i governi dei paesi, così il terremoto che ha duramente colpito l’Iran occidentale lo scorso 11 agosto sta mettendo a nudo una serie di defaillance nella direzione della Repubblica Islamica, accusata sia di essere intervenuta con mezzi esigui a soccorso delle popolazioni colpite, sia di non aver dato tempestivi e ampi resoconti della disgrazia.

Il terremoto giunge ad acuire le sofferenze di una popolazione sempre più stremata da quella che è la peggior crisi economica da quando è stata varata la Repubblica Islamica, perfino peggiore di quella causata dalla lunga guerra contro l’Iraq negli anni ’80. La valuta nazionale (rial) è al minimo storico, e chi può investe il proprio denaro in valuta straniera, oro e proprietà immobiliari, svuotando le banche, dove i conti correnti valgono metà rispetto allo scorso anno. D’altro canto, il prezzo della vita è aumentato in modo esorbitante, e l’Iran sta soffrendo quella che viene chiamata “la crisi del pollo”: il volatile, che costituisce l’alimento base della dieta iraniana, ha visto il proprio prezzo triplicare in meno di un anno, e molti iraniani ormai non se lo possono più permettere. Tiene ancora bene il prezzo dell’altro cibo immancabile sulle tavole iraniane, il riso, che l’Iran compra dall’India in cambio di petrolio.

Continua a leggere sul blog  di Anna Vanzan:  Iran: terremoto fisico e politico | Anna Vanzan.

Cosa è successo a Mosca tra Iran e 5+1

Ultime notizie sul nucleare iraniano. Nulla di fatto nei colloqui di Mosca. Vertice tecnico a Istanbul il 3 luglio

Il vertice di Mosca tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna più la Germania) sul nucleare iraniano, svoltosi a Mosca il 18 e 19 giugno, non ha prodotto nessun risultato. Catherine Ashton, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea e coordinatrice del 5+1, ha annunciato che un “gruppo di lavoro” si riunirà a Istanbul il 3 luglio per “capire più chiaramente qual è la posizione iraniana”. Dovrebbero poi seguire incontri ”a livello di segretari”, quindi di vice negoziatori, e poi un vertice tra la Ashton e il capo negoziatore iraniano Said Jalili.

Tempi e modalità di questi incontri sono tutti da decifrare. La sensazione è che l’appuntamento per il 3 luglio a Istanbul sia il modo per evitare la completa rottura dei negoziati avvenne nel gennaio 2011, a cui seguirono 15 mesi di stallo totale.

La Ashton ha parlato di “considerevole distanza fra le posizioni delle due parti”, ma ha ribadito la volotnà del gruppo 5+1 di “percorrere tutta la strada della diplomazia” per risolvere la crisi.

Jalili ha invece definito i colloqui di Mosca “più seri e realistici” dei precedenti e ha ribadito che non c’e’ motivo di dubitare sulla natura meramente civile e pacifica del programma nucleare iraniano colpito da sei risoluzioni dell’Onu da lui definite “illegali”.

Compiti a casa

Facciamo un passo indietro. Perché si è passati dall’ottimismo (quasi entusiasmo) del vertice di Istanbul del 14 aprile all’impasse dei vertici di Baghdad e Mosca? Gli iraniani si erano presentati già a Baghdad con un ventaglio di 5 proposte, comprendenti anche misure relative alla crisi in Siria. Dall’altro lato, non c’è stato nessun  passo in avanti. Non solo: gli iraniani accusano i 5+1 di non aver risposto alle ripetute richieste di un incontro preparatorio al summit di Mosca. Solo a pochi giorni dal summit la Ashton e Jalili erano riusciti ad avere un colloquio telefonico.

La scorsa settimana era circolata la voce che gli Usa sarebbero stati disponibili ad alleggerire le sanzioni se l’Iran avesse limitato l’arricchimento dell’uranio al 5% (e non al 20%) e avesse consentito nuove e maggiori ispezioni. Ma questa proposta non è mai arrivata: è rimasto il vecchio “prendere o lasciare”: rinuncia all’arricchimento dell’uranio, chiusura dell’impianto sotterraneo di Fordow e via libera alle ispezioni.

Teheran invece, come base di partenza, vuole un esplicito riconoscimento al proprio diritto di arricchimento a fini civili. E avrebbe gradito un alleggerimento delle sanzioni sui ricambi per la propria aviazione civile. Per la prima volta, negli ultimi giorni, i media iraniani parlavano di una possibile rinuncia di Teheran all’arricchimento dell’uranio al 20%  e in apertura del vertice, da Mosca era trapelato un cauto ottimismo.

Ma sono bastate poche ore per capire che non si sarebbe arrivati a nulla.

In questo contesto, l’unica certezza è che dal 1° luglio scatta anche l’embargo dell’Ue sul petrolio iraniano.

Evidentemente Usa e 5 + 1 vogliono stringere ancora di più il cappio al collo dell’economia iraniana, credendo di avere così maggiore potere contrattuale.

 

Nuove sanzioni Usa contro l’Iran

Nuove sanzioni Usa contro l’Iran

Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato quasi all’unanimità nuove sanzioni contro chi permette all’Iran di vendere o trasportare petrolio allo scopo di contrastare il programma nucleare della Repubblica islamica. E se Teheran costruirà armi atomiche, ha detto ieri in Israele il segretario statunitense alla Difesa Leon Panetta, gli Stati Uniti hanno “opzioni da portare avanti”. Ma il premier israeliano Netanyahu ha considerato queste dichiarazioni insufficienti perché – ha affermato – l’Iran vuole costruire bombe per annientare lo Stato ebraico. Ci sono dunque venti di guerra tra Israele e Iran? Davide Maggiore lo ha chiesto ad Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

 

R. – Io direi che in realtà questi venti di guerra non sono mai cessati. E’ un clima che continua ormai da anni e probabilmente negli ultimi 8-10 mesi si è fatto più pesante. Oltre a questo viaggio di Panetta, io ci metterei anche l’ultimo turno di sanzioni che sono state approvate dagli Stati Uniti, perché impone una serie di limitazioni e di penalizzazioni nei confronti dell’Iran veramente pesantissime: quando si colpisce il settore petrolifero iraniano, si colpisce il cuore dell’economia iraniana. Quindi non è soltanto un aspetto dell’economia del Paese! Direi che la situazione, sì, è più tesa rispetto a qualche settimana fa.

 

D. – Un’esplicita opzione militare può essere esclusa?

 

R. – Qui l’aspetto della questione è un pochino più complicato: c’era una battuta riportata dai quotidiani israeliani in cui si parlava di un eventuale aumento dell’Iva in Israele e un commentatore abbastanza noto diceva “questa è la prova che la guerra all’Iran non si farà!”. E questo perché Netanyahu non potrebbe sostenere due crisi in contemporanea: da una parte aumentare l’Iva e dall’altra fare anche una guerra. E’ forse poco più di una battuta, ma qualcosa di vero probabilmente c’è. Probabilmente anche questa ipotesi lasciata sempre lì sul tavolo dell’attacco, del raid sull’Iran è una minaccia che viene ogni tanto fatta per tenere calda una opzione, ma che in realtà consente poi di scegliere. Come opzione – in teoria – più leggera ci sono le sanzioni e altri tipi di intervento. Sinceramente non sono molto convinto che da qui alle elezioni statunitensi – e quindi novembre – ci sarà qualche novità in questo senso.

 

D. – Questa insistenza di Netanyahu che dice – ad esempio – “non consentirò agli ayatollah di distruggerci” può essere quindi vista come una mossa più che altro a fini di politica interna?

 

R. – Sì e non solo di politica interna, anche di politica internazionale. Continuare ad insistere sicuramente è un sistema che nell’equilibrio dei rapporti internazionali – parliamo di quelli con gli Stati Uniti – serve a mantenere alta l’attenzione e anche a mantenere alte le richieste per quanto riguarda sia i rapporti nello scacchiere mediorientale, sia poi in termini anche di politiche militari, di finanziamenti. Io non sono, però, così convinto che in realtà non ci possa essere un attacco: sono convinto che non ci possa essere ora! A meno di sei mesi dalle elezioni presidenziali americane e con l’attuale situazione internazionale, non credo che sarebbe una cosa che gli Stati Uniti possano tollerare.

 

D. – Su questo come influisce la situazione siriana?

 

R. – Io credo che quello sia un problema legato sia ad una questione interna di Israele e riguarda in un certo senso anche l’Iran. La Siria è l’unico Paese che abbia un rapporto – come dire – di alleanza vera e propria con l’Iran. Quindi sicuramente il perdurare di quella crisi è un qualcosa che sta condizionando un po’ tutta la situazione.

 

D. – Come reagisce a queste voci e a questa situazione l’Iran?

 

R. – La politica iraniana è in un momento difficile: intanto siamo entrati negli ultimi mesi del governo di Ahmadinejad, che non potrà ricandidarsi. In questo momento è in atto una crisi gravissima, finanziaria, con uno scandalo che è scoppiato circa un anno e mezzo fa e che ha coinvolto personaggi vicinissimi al presidente. Da un punto di vista politico, quindi, si è in una fase di stallo: in questa fase è prevalsa, come poi d’altra parte prevede la stessa Costituzione dell’Iran, la linea della Guida suprema, che è l’ultima voce sulla politica estera. La posizione di Khamenei è più dura di quella di Ahmadinejad. Cosa accadrà da qui a qualche mese è complicatissimo prevederlo, perché l’Iran ha dei tempi di reazioni e di elaborazione delle strategie politiche che spesso ci sfuggono.

Ascolta l’audio.

 

Su Twitter: @anto_sacchetti

Cicuta iraniana

Nucleare Iran. I dubbi di Teheran

“La cicuta salvò il Paese”.  Hassan Mamdouhi , ayatollah membro dell’Assemblea degli Esperti, non si riferiva certo a Socrate, nella dichiarazione riportata pochi giorni fa dall’agenzia Mehr. Il richiamo era “all’amaro calice” che Khomeini dichiarò di bere a malincuore quando nel 1988 accettò il cessate il fuoco con l’Iraq. Mamdouhi cita la fine della “guerra imposta” per indicare una soluzione alla crisi attuale. L’Iran è accerchiato, militarmente ed economicamente. Il perdurare della querelle nucleare comincia ad aprire delle crepe anche nel sistema politico. O almeno così sembrerebbe, a giudicare da alcune recenti prese di posizione.

Il capo dell’intelligence dei Pasdaran Yadollah Javani in un discorso a Yazd ha messo in guardia contro quelli “che vogliono arrendersi all’Occidente”. Sotto accusa l’attuale presidente Ahmadinejad e l’ex presidente Hashemi Rafsanjani.

Retorica a parte, la situazione è grave. Il presidente del parlamento Ali Larijani ha detto che “il 20% dei problemi economici del Paese è dovuto alle sanzioni”. Il rimanente 80% è dovuto al taglio dei sussidi da parte del governo e dal fallimento di altre misure. Come dire, tutta colpa di Ahmadinejad. Ma la crisi non può essere scaricata solo sulla fazione del presidente: l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità rappresenta uno spettro per tutto il sistema. Se nel Paese si arrivasse a manifestazioni per il pane e il riso, gli stessi Guardiani della rivoluzione dovrebbero affrontare contestazioni ben diverse da quelle dell’Onda Verde di tre anni fa.

Secondo un sondaggio pubblicato da un sito web controllato dallo Stato (www.irinn.ir) il 60% degli iraniani sarebbe favorevole a sospendere l’arricchimento dell’uranio per risolvere la controversia nucleare con l’Occidente. Successivamente, il sondaggio è stato rimosso dal sito. Ma questi espedienti contano poco: la crisi è pesante, gli iraniani sono stanchi e sfiduciati.

Il 10 luglio il politico riformista Abdollah Nouri, ministro dell’Interno dal 1989 al 1993 con Rafsanjani e dal 1997 al 1998 con Khatami, ha lanciato pubblicamente l’idea di un referendum nazionale sul programma nucleare.

“È ovvio – ha detto – che dovrebbe essere nostro diritto avere un programma nucleare a scopi pacifici. Il punto  è se vale la pena sacrificare gli interessi nazionali per una sola questione”.

Beppe Grillo Iran e Israele

In un’intervista al quotidiano israeliano Yedoth AhronothBeppe Grillo parla di Iran, di Israele e di Medio Oriente in generale. In Italia l’intervista ha suscitato molte polemiche. A Youdem se ne parla a Linea Mondo del 25 giugno. In studio Gabriele Natalizia e Antonello Sacchetti. In collegamento telefonico Menachem Gantz. 

 

[youtube]http://youtu.be/PDfvo1gJrog[/youtube]


 

Nucleare, tanto rumore per poco

Si rivedranno il 18 e 19 giugno a Mosca. E per come si erano messe le cose, è già qualcosa. Che le cose non sarebbero andate benissimo lo si era capito subito. A dispetto delle previsioni di qualche politico italiano, 5+1  (Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia, Usa più Germania) e Iran non avevano già trovato un accordo sul nucleare. Nulla di fatto, in pratica. Ma non è tutto da rifare.

Gli iraniani si dicono delusi dal vertice, ma sembrerebbero intenzionati a proseguire nel dialogo.

Quello che sembra ancora mancare è una reale “reciprocità”: il gruppo 5+1 chiede  all’Iran di fermare l’arricchimento dell’uranio al 19,75% e di portare l’uranio già arricchito al di fuori del Paese. L’arricchimento potrebbe proseguire soltanto per arrivare a un livello del 3,5% o del 5%. E in cambio?

Praticamente nulla. Le sanzioni non sarebbero alleggerite subito.

Dal canto suo, Teheran si era presentata a Baghdad con un pacchetto di proposte con 5 punti chiave, uno dei quali riguarderebbe la crisi siriana.

Sta anche qui la vera distanza tra le parti: il nucleare è usato strumentalmente un po’ da tutti. L’Iran vuole arrivare a un accordo che non riguardi solo il nucleare ma che fornisca garanzie sulla propria sicurezza, come Repubblica islamica e come Paese detentore di interessi economici e politici nella regione.

Gli Usa vorrebbero forse un accordo di minima, solo sul nucleare, lasciando stare – al momento – grandi accordi e regolarizzazione dei rapporti con Teheran. All’inizio Obama ci aveva pensato, ma la cosa si è rivelata difficile e poi ora siamo in campagna elettorale.

Gli europei vorrebbero tranquillizzarsi e tranquillizzare tutti: hanno troppi interessi con l’Iran per permettersi di giocare duro, al di là delle frasi del nostro ministro Terzi.

Cina e Russia hanno una posizione più ambigua. Da una parte contrastano gli Usa in Medio Oriente, dall’altra le sanzioni e l’embargo petrolifero giocano a loro favore. Mosca è avvantaggiata come paese esportatore di greggio, Pechino lo è come importatore. Se il petrolio iraniano non arriva in Europa, Teheran lo vende (a prezzo ribassato) alla Cina.

Israele – convitato di pietra a tutti i summit – vuole che non accada nulla, che rimanga questo clima di minacce, paura e tensione. Finché può agitare lo spauracchio assolutamente irrealistico di un’aggressione da parte iraniana, può continuare a ignorare il dramma del popolo palestinese ed ergersi a baluardo della democrazia e della civiltà occidentale in Medio Oriente.

Sullo sfondo, il fattore tempo. I 5+1 vorrebbero coinvolgere Teheran in un calendario prestabilito di incontri. Teheran nicchia, non fidandosi delle reali intenzioni della controparte. Di sicuro, dopo i convenevoli di Istanbul, si è entrati nella fase più delicata.

Aspettando Baghdad

L’Iran, l’Europa e l’incubo di una guerra da evitare – Una collaborazione YouDem Tv e Oltreradio.it . La registrazione della trasmissione di martedì 22 maggio.

In studio Francesco De Leo, direttore di Oltreradio.it, Lapo Pistelli, responsabile Esteri Partito Democratico, Luigi Spinola, Radio 3 Mondo, Farzaneh Joorabch, cantante iraniana. Interviste esclusive all’attrice Leila Hatami e Zahra Mostafavi, figlia dell’imam Khomeini.

Interventi di Stefano Polli, Roberto Toscano, Renzo Guolo, Pasquale Ferrara, Antonia Shoraka, Vanna Vannuccini, Pier Luigi D’Agata, Antonello Sacchetti, Roberto Tottoli, Lucia Goracci, Alberto Negri, Luigi Ramponi, Nicola Cufaro Petroni. 

Iran Day

“È possibile un attacco all’Iran?”. C’è chi ne è convinto. Scrivici la tua opinione, anche con un messaggio privato, sarà discussa in diretta con gli ospiti di Iran Day in onda martedì dalle 10:00 alle 12:00 su oltreradio.it

Nel corso della trasmissione interviste esclusive a

Leila Hatami (Attrice iraniana)

e Zahra Mostafavi (Figlia dell’Imam Khomeini)

conducono

Francesco De Leo

(Direttore di oltreradio.it)

Luigi Spinola

(Radio 3 Mondo)

in studio

Lapo Pistelli

(Responsabile Esteri del PD)

interverranno

Michele Bernardini, Pasquale Ferrara, Felicetta Ferraro, Bianca Maria Filippini, Silvia Francescon, Carmela Giglio, Lucia Goracci, Renzo Guolo, Farzaneh Joorabchi, Claudio Landi, Alfredo Mantica, Alberto Negri, Nicola Pedde, Stefano Polli, Luigi Ramponi, Antonello Sacchetti, Natalia Tornesello, Roberto Toscano, Roberto Tottoli, Vanna Vannuccini, Anna Vanzan.

in diretta da:

oltreradio.it – radioradicale.it (audio)

sul canale 808 di Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv (video)

in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni

L’attenzione dei grandi media sull’Iran è intermittente. Magari passano mesi e mesi senza che esca una sola notizia su quanto accade a Teheran e dintorni. Poi, quasi di colpo, i riflettori si riaccendono. L’Institute for Global Studies (IGS) e Diplomacy – Forum della Diplomazia, hanno avuto il merito di anticipare gli ormai imminenti incontri di Baghdad del 5+1 (23 maggio),con la conferenza “Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni”, tenutasi mercoledì 16 maggio a Roma.

Nicola Pedde, direttore IGS, ha aperto il lavori ricordando uno scenario regionale in cui sembrano perdurare dinamiche di crisi, a cominciare dall’annosa querelle sul nucleare iraniano. Pedde si chiede poi se, a 33 anni dalla Rivoluzione del 1979, capiamo davvero qualcosa della politica iraniana o se ci affidiamo in grossa parte agli stereotipi.

Argomento ripreso dal Presidente di Diplomacy Giorgio Bartolomucci, che ha sottolineato come i 3 termini indicati nel titolo della conferenza “indichino tutti uno scenario che incute timore”. Troppo spesso i media, soprattutto quelli italiani, forniscono una presentazione semplicistica delle dinamiche politiche iraniane.  Chi ha vinto davvero le recenti elezioni parlamentari? L’affluenza può essere un dato indicativo del grado di disaffezione degli iraniani verso questo sistema e questi uomini politici?

Secondo il direttore di Limes Lucio Caracciolo, tutta la regione è in movimento. Siria e Bahrein vivono entrambe crisi molto gravi, mentre l’Arabia Saudita è da tempo impegnata a preparare un’alleanza anti Iran. Israele, dal canto suo, ha di recente varato un governo di unità nazionale, mossa che potrebbe essere letta come preparativo di una crisi internazionale.

Singolari e preoccupanti le mosse degli Usa. Da una parte promuove il dialogo con Teheran sul nucleare, dall’altro sembra intenzionata a riabilitare i mojaheddin-e khalq (MKO), depennandoli dalla lista nera delle formazioni terroristiche. Sembrerebbe addirittura che qualcuno a Washington pensi a loro per un eventuale governo di transizione in caso di regime change. Al di là del fatto che i mujaheddin più che un gruppo politico sono una setta, inaffidabile e disprezzata dalla grandissima maggioranza degli iraniani, è evidente la contraddizione di fondo: come puoi dialogare con la Repubblica islamica se contemporaneamente lavori alla sua distruzione? In questo senso – secondo Caracciolo – un fallimento del negoziato potrebbe portare a decisioni irrazionali. E i dubbi maggiori sono su Israele.

Più ottimistica la visione del Generale Luigi Ramponi, Presidente del Cestudis. “Sono 20 anni – ha ricordato – che gli iraniani parlano di nucleare. Di fatto, sono sempre a un passo dall’averlo, ma non ce l’hanno ancora”. La vera novità – a suo avviso – sta nella disponibilità di Khamenei a trattare. Secondo Ramponi, un attacco israeliano servirebbe solo a ritardare, non a interrompere il programma nucleare di Teheran. Neanche Tel Aviv sembra convintissima di questa opzione: sono infatti i politici e i servizi militari a premere per l’attacco, il Mossad è contrario. Più in generale, secondo Ramponi, è finita l’era delle guerre tra Stati. Ma la guerra contro l’Iran –  ha avvertito – è già in atto: con i sabotaggi informatici, l’assassinio di scienziati, la disinformazione.

Lapo Pistelli, Responsabile relazioni internazionali del Partito Democratico, ha denunciato l’ignoranza che condiziona spesso i dibattito sull’Iran. Ne è la riprova, a suo avviso, la raccolta di 180 firme tra i parlamentari italiani a sostegno dell’MKO. “Molti politici italiani credono di firmare a favore della democrazia in Iran, non sanno chi sono in realtà questi signori”. Pistelli riconosce che l’Iran – al contrario di quanto descritto da molti media occidentali – è un attore razionale che aspira a un ruolo regionale. “Da quanto filtra da ambienti diplomatici, ci sono segnali positivi in merito al prossimo vertice di Baghdad”. Si starebbe anzi pensando già al dopo, a come, cioè, ognuna delle parti può fare il proprio passo indietro senza perdere la faccia.

Parlamentari Iran, il secondo turno

Venerdì 4 maggio si è votato in Iran per assegnare i 55 seggi (su 290) non assegnati al primo turno del 2 marzo. Si votava a Teheran e in altri 32 collegi. Esito scontato? Non esattamente. I media occidentali hanno parlato di sconfitta della fazione di Ahmadinejad, ma non è andata proprio così. I media italiani hanno in pratica ignorato la tornata elettorale.

Ricordiamo che in Iran i partiti politici sono più che altro dei cartelli elettorali e che alleanze e contrapposizioni si rimescolano in parlamento.

Affluenza e propaganda

Per il primo turno la propaganda aveva strombazzato per giorni e giorni l’importanza del voto come risposta “all’arroganza delle potenze straniere”. L’affluenza ufficiale (e sospetta) del 65% venne sbandierata come una grande dimostrazione di consenso. Per questo secondo turno, si è invece scelta una linea di basso profilo. Poche le notizie sui media ufficiali, niente su Press Tv, il sito del canale di Stato in lingua inglese. Per ora  si sa di un 20% di affluenza a Teheran. Dato credibile e assai indicativo della disaffezione popolare nei confronti della classe politica iraniana.

Com’è andata

Il dato più evidente (ma non ai media occidentali) è che non emerge una fazione predominante. Alcuni uomini politici ostili ad Ahmadinejad hanno vinto il loro collegio: Ahmad Tavakoli e Ali Motahari a Teheran, per esempio. Parviz Sorouri invece ha perso. Mantengono il loro posto in parlamento Hamid Rasaei e Mehdi Koochakzadeh, due importanti membri del fonte pro Ahmadinejad. Rimangono fuori anche i candidati vicini al sindaco di Teheran Qalibaf. Molti gli indipendenti eletti.

Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre questo secondo turno a un proseguimento dello scontro tra la Guida Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Piuttosto, stiamo assistendo a un nuovo rimescolamento delle carte, una fase piuttosto confusa e difficile da decifrare.

Con una battuta, potremmo dire che  gli sconfitti sono molti, mentre non è chiaro chi abbia vinto davvero.

Alcuni degli eletti erano sia nella lista del Jebheh Mottahed-e Osoolgarayan (Fronte di Unità, riconducibile alla Guida) sia su quella del Jebheh Paaydaari-e Enghlelab-e Eslami (Fronte della stabilità della Rivoluzione isalmica, più vicino ad Ahmadinejad). Bizzarro per i nostri canoni politici, non per quelli iraniani.

Un primo importante riscontro degli equilibri si avrà con le votazioni per il presidente del Parlamento. Che sia di nuovo Larijani non è affatto scontato. Anche perché negli ultimissimi tempi i rapporti con la Guida sembrano essersi raffreddati.

Sadegh Zibakalam, analista dell’Università di Teheran, si azzarda a prevedere una maggioranza favorevole al presidente Ahmadinejad.

 

Riformisti out

I pochi riformisti che avevano scelto di non boicottare il voto, hanno perso quasi tutti.  Personaggi come Mostafa Kavakebian, Dariush Ghanbari, Qadratolah Alikhani, e Mohammad Reza Khabbaz, tutti appartenenti al Partito della Linea dell’Imam Khomeini, non siederanno nel nuovo parlamento.

Guida pigliatutto?

Un parlamento diviso è un parlamento debole. Con un presidente a fine mandato. In uno scenario simile, sarebbe la Guida ad avere via libera totale. In politica interna come in politica estera, dove è appena cominciato un dialogo col gruppo 5+1 sul nucleare. Tutto semplice? No. La Repubblica islamica per 33 anni si è retta su un meccanismo di equilibri complicato e mutevole. Non è mai stato – nemmeno ai tempi di Khomeini – il governo di un uomo solo. Qualcuno ricorda che la fine della monarchia cominciò quando lo scià si circondò di yesmen, incapaci di qualsiasi critica. Reza Pahevi perse così ogni contatto con il suo popolo. Forse Khamenei non rischia la stessa fine, ma di certo quella diarchia (Presidente/Guida) che con Khatami e Rafsanjani era più evidente, gli aveva risparmiato un’esposizione diretta e lo aveva in un certo senso  preservato da certi rischi. La presidenza Ahamdineajad e la crisi del dopo elezioni 2009, ha cambiato il carattere stesso del ruolo della Guida. Che è divenuta un attore diretto.  Manca un anno al voto delle presidenziali. Khamenei deve ora trovare un altro interprete per una nuova versione della Repubblica islamica. Dopo la stagione del riformismo di Khatami e quella del populismo di Ahmadinejad, potrebbe essere la volta di una modernizzazione autoritaria. Con l’Iran, mai dire mai.

Tutti a Baghdad

La notizia più importante arriva in serata: il prossimo round dei colloqui tra Iran e gruppo 5+1 si terrà a Baghdad il 23 maggio. Tre gli aspetti sostanziali:

  1. Un secondo round è stato fissato. E non era affatto scontato, visti i precedenti.
  2. Il secondo round si terrà a breve, prima dell’estate. Termine questo indicato da alcuni analisti come un discrimine circa le reali possibilità di successo dei negoziati.
  3. Il secondo round si terrà a Baghdad, località gradita al governo iraniano che nei giorni passati aveva addirittura chiesto che si svolgessero nella capitale irachena i colloqui fissati a Istanbul. Con la Turchia, infatti, Teheran ha più di qualche frizione in merito alla crisi in Siria. Ottimi, invece, i rapporti col governo iracheno.

Segnali positivi erano filtrati già nei giorni scorsi. Venerdì sera Catherine Ashton, capo delegazione per il gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) e la sua controparte Said Jalili avevano cenato presso il consolato iraniano di Istanbul. Al termine la Ashton aveva dichiarato che il “gruppo 5+1 era pronto a iniziare i negoziati con idee e metodi nuovi”.

Segnali incoraggianti anche da Teheran. Parviz Sorouri, membro della commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la politica estera, aveva anticipato che, qualora l’Occidente fosse venuto incontro alle esigenze iraniane, Teheran potrebbe riconsiderare il suo no alla richiesta di interrompere l’arricchimento dell’uranio”.

La soluzione potrebbe essere questa: all’Iran viene fornito uranio arricchito al 19,75% , livello necessario per il funzionamento del reattore nucleare di Teheran. In cambio, l’Iran sospende la produzione di uranio arricchito.

Secondo voci non confermate, il sottosegretario di Stato Usa Wendy Sherman avrebbe richiesto un incontro a due con Jalili che però avrebbe rifiutato in attesa di istruzioni da Teheran.

Commenti positivi a questo meeting arrivano sia dai media occidentali (Associated Press, New York Times), sia da quelli iraniani (Press Tv, IRNA, ISNA).

Da qualche giorno si avvertiva un clima di fiducia rispetto a questo vertice. La sensazione è che la Guida suprema Khamenei, regolati i conti con Ahmadinejad con la vittoria alle elezioni parlamentari  di marzo, voglia lavorare adesso per evitare tensioni che possano mettere a repentaglio l’esistenza stessa della Repubblica islamica. Qualcosa di simile “all’amaro calice” bevuto dall’ayatollah Khomeini quando accettò il cessate il fuoco con l’Iraq nel 1988.

Vedremo se da qui al 23 maggio non ci saranno nuovi colpi di scena o “clamorose rivelazioni” da parte di qualcuno. Sicuramente stasera a Tel Aviv c’è più di qualche scontento.

Un solo lancio di dadi

Obama e l'Iran

Obama e l’Iran: fallimento, finzione o illusione? Ci avviciniamo alla scadenza del primo mandato del presidente Usa e da mesi il dialogo con Teheran sembra un mero auspicio. Cosa ne è della “mano tesa” del famoso messaggio di No Ruz 2009?

Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council, se lo chiede nel suo ultimo libro: A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran, traducibile in “Un solo lancio di dadi: la diplomazia di Obama con l’Iran”.

Parsi sostiene che quello di Obama non è un fallimento ma una scelta: la via diplomatica è stata infatti abbandonata prematuramente per 4 ragioni.

Pressione di Israele (e non solo)

La prima è la costante pressione da parte di Israele e della lobby filoisraeliana nel Congresso Usa (e in misura minore anche da parte di Francia e Arabia Saudita) per abbandonare il dialogo e optare per un confronto frontale con Teheran.

Crisi elettorale del giugno 2009

La seconda ragione è la crisi politica iraniana successiva alle presidenziali del 12 giugno 2009. La repressione successiva ha radicalizzato le posizioni di Teheran e ristretto le possibilità di dialogo di Obama. Come sostiene Parsi, la Casa Bianca era pronta a diverse opzioni, ma non si aspettava di doversi confrontare con una presidenza minata dal sospetto di aver truccato le elezioni. Questo ha portato a una paralisi politica del tutto non calcolata.

Doppio binario

Obama dall’inizio adotta la politica del “bastone e della carota”: offre dialogo e minaccia sanzioni allo stesso tempo. Il doppio binario è confermato dal video messaggio del No Ruz 2012: andiamo avanti con le sanzioni ma siamo pronti al dialogo. Una linea che finisce per scontentare tutti, falchi e colombe. Vali Nasr, ex consigliere che ha recentemente lasciato l’amministrazione Obama, sostiene che lo stallo è frutto proprio di questo punto di partenza ambiguo.

Niente nemici in casa

Obama non è intenzionato a sfidare la politica americana sul dogma dell’Iran=nemico. In questo modo, al di là dei proclami, non conquista spazio di manovra in casa proprio. E la sua proposta rimane debole.

Parsi sottolinea anche alcuni aspetti sconosciuti o poco considerate: “La percezione che l’America avevea nel 1997 di Khatami è identica alla percezione che  in seguito l’Iran ha avuto di Obama”. L’altro è sempre visto come immutabile, incapace di veri cambiamenti.

Un esempio può sembrare banale ma molto indicative: l’espressione “bastone e carota” usata da Obama (e tradotta male in persiano) non ha fatto altro che irritare gli iraniani. Da allora il presidente Usa ha eliminato questo modo di dire dal suo vocabolario.

L’analisi di Parsi parte dal fallito accordo proposto dagli iraniani nel 2003 e rifiutato dall’amministrazione Bush . Storia già raccontata da Parsi nel precedente A Tracherosu Alliance, ma pochissimo conosciuta da noi.

Prosegue poi con una cronaca molto fitta degli eventi, dall’elezione di Obama fino ai nostri giorni.

La sua non è una visione pessimistica. Ricorda tutti le occasioni fallite in questi 3 anni e conclude citando l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dello stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, che prima di andare in pensione ha detto:

“Non abbiamo avuto contatti con l’Iran dal 1979. Persino nei momenti più bui della Guerra Fredda, avevamo contatti con l’Unione Sovietica. Non stiamo parlando con l’Iran, perciò non ci capiamo gli uni con gli altri. Se dovesse succedere qualcosa, è praticamente assicurato che non si farà la cosa giusta, che ci saranno errori di calcolo che sarebbero estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.

Parsi stesso conclude:

“Una inimicizia istituzionalizzata costruita in tre decenni per costruire non si annulla con un paio di incontri nel giro di poche settimane. Nessuna delle due parti dovrebbe aspettarsi che la sua prima proposta sia subito accettata. Il successo arriverà solo se i diplomatici punteranno sulla pazienza e su un progresso a lungo termine piuttosto che su soluzioni rapide volte a placare gruppi di interesse nazionali scettici e politici impazienti, sia a Teheran sia a Washington”.

Una volta tutto questo si chiamava “politica”.

Obama, un remake di troppo

I remake raramente sono all’altezza degli originali. E quando il regista è lo stesso, il risultato può essere addirittura patetico. Nel 2009 il messaggio di auguri di Obama agli iraniani in occasione del No Ruz fu un veneto storico. Sminuito dagli eventi dei mesi successivi, ma comunque significativo.

Il messaggio per questo capodanno persiano 1391 è invece un passo indietro enorme rispetto a tre anni fa. Certo, il clima è cambiato e la situazione tra Iran e Stati Uniti non è quella che speravamo in molti.

 Però forse, in certi momenti, il silenzio è la scelta migliore.

 Nel 2009 Obama si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della “Repubblica islamica”, termine tabù fino ad allora per i politici americani. Oggi Obama parla di “regime iraniano” e non “tende la mano” ma stigmatizza le restrizioni sull’uso di internet, parlando di una “cortina elettronica” calata sul Paese. Ammette di aver imposto sanzioni “al governo iraniano” ma annuncia che a breve le aziende Usa forniranno “software e servizi” perché gli iraniani possano navigare più facilmente sul web. Infine, promette di accogliere l’Iran tra la comunità delle nazioni se “il governo perseguirà un percorso responsabile”.

In queste poche righe c’è probabilmente un concentrato di equivoci e calcoli errati sull’Iran e gli iraniani. Sbaglierò, ma anche a giudicare dalle prime reazioni sui social media, non credo che gli iraniani abbiano gradito il contenuto e il tono di questo messaggio. Nel 2009 Obama parlava da pari a pari, o almeno questo era quello che voleva trasmettere. Adesso invece ha un atteggiamento paternalista nei confronti del popolo iraniano e imperialista nei confronti del Paese. A parte il fatto che le sanzioni vorranno pure punire il governo ma colpiscono il popolo, rimane innegabile che l’Iran fa ancora parte della “comunità di nazioni” di cui parla Obama.

È chiaro che Obama si rivolge all’opposizione interna, promettendo la fornitura di strumenti di comunicazione indispensabili per qualsiasi mobilitazione. Ma in questo modo sarà più semplice, per il regime, bollare l’opposizione come quinta colonna degli americani. È un discorso vecchio, che dovrebbe essere ormai chiaro a Washington, soprattutto dopo quello che è successo in Iran nella turbolenta estate 2009.

E allora cosa vuol dire questo messaggio? Un errore maldestro o il preludio a qualcosa già programmato che sta per accadere ?

Proprio ieri il New York Times ha rivelato che il Pentagono ha prodotto una simulazione di conflitto con l’Iran conseguente a un attacco unilaterale da parte di Israele. E i risultati di questo “gioco di guerra” sarebbero tutt’altro che positivi per Washington.

Da parte iraniana, la Guida Khamenei sembra al momento l’unico attore in gioco in campo internazionale. Ieri ha definito il 1391 come l’anno della “jihad economica” e ha inviatto a “comprare iraniano” per sostenere l’economia nazionale colpita dalle sanzioni.

Questo 1391 appena iniziato si preannuncia molto intenso.

Botta e risposta

“Non sono domande difficili. Io ne avrei scelte di migliori”. Il presidente Ahmadinejad ha usato il sarcasmo per ribattere ai quesiti posti in parlamento da un gruppo di 79 deputati che lo ha accusato di non rispettare la legge. È la prima volta nelle storia della Repubblica islamica che un presidente è chiamato a rispondere in aula sul proprio operato.

Va precisato che il Parlamento è ancora quello uscente, dato che il processo elettorale iniziato col primo turno del 2 marzo non si è ancora concluso. I deputati avevano 15 minuti per presentare le loro domande, il presidente un’ora per rispondere.

È stato il deputato Ali Motahari ad aprire le danze, accusando Ahmadinejad di aver violato la legge in modo evidente in diverse questioni. Le domande sono state tutte sui temi che hanno animato la politica iraniana dell’ultimo anno: la rimozione del ministro degli Esteri Mottaki, le frizioni con la Guida sulla mancata rimozione del ministro dell’Intelligence Heydar Moslehi, il mancato finanziamento di 2 miliardi di dollari per la metropolitana di Teheran, una presunta eccessiva tolleranza nei confronti delle regole di abbigliamento delle donne, e il fallimento della sua riforma dei sussidi.

Su quest’ultimo punto, Ahmadinejad ha rispedito al mittente le accuse, ricordando che la riforma era stata votato dallo stesso parlamento e che l’inflazione è determinata dalle sanzioni. Sulle altre questioni, ha dato risposte molto vaghe o ha negato l’esistenza dei singoli problemi.

Molti deputati si sono detti offesi dal comportamento del presidente che nel suo discorso ha anche alluso a uomini politici che si sarebbero guadagnati un titolo universitario ”premendo un bottone” e ad altri che dovrebbero provare “l’esperienza del carcere”.

Khamenei ha vinto il confronto elettorale, ma Ahmadinejad non sembra proprio accennare a una resa. In vista delle presidenziali 2013, si preannuncia un anno molto intenso per la Repubblica islamica.

Segnali?

Qualche aggiornamento sulle elezioni parlamentari. Il ministero degli Interni ha finalmente fornito i dati ufficiali del primo turno: i seggi assegnati sono 225 su 290. A Teheran sono stati assegnati soltanto 5 seggi su 30.

Per il secondo turno bisogna aspettare il Consiglio dei Guardiani, che deve prima convalidare i risultati del voto del 2 marzo e poi fissare la data del ballottaggio (presumibilmente ad aprile).

I votanti ufficiali sarebbero stati 48.288.,799, pari al 63.26% degli aventi diritto. Se fosse vero, sarebbe una delle affluenze più alte della storia della Repubblica islamica.

A urne chiuse, martedì 6 marzo la Guida Khameni ha tenuto un discorso quasi del tutto ignorato dai media occidentali. Ha rivendicato – come era ovvio – il dato dell’affluenza alle elezioni come un grande successo per la legittimità del sistema politico iraniano. E fin qui nulla di nuovo. Poi ha però ha dedicato poche ma significative parole ai rapporti con gli Usa: “Abbiamo sentito che il presidente americano ha detto: ‘Non stiamo pensando a un guerra contro l’Iran’. Questo è buono, molto buono. Sono parole sagge. È la fine di un’illusione”.

Al di là della propaganda e al netto dell’enfasi oratoria, questo è un messaggio politico. La Guida esce rafforzata da questo confronto elettorale. Il voto in Iran non è mai libero, ma è sempre molto importante dal punto di vista politico. Se certi presunti “analisti” studiassero un po’ la storia della Repubblica islamica, avrebbero evitate di scrivere le banalità pubblicate nelle ultime settimane.

Dietro l’apprezzamento di Khamenei per Obama potrebbe esserci dunque una mossa tattica. La politica estera la fa la Guida, non il Presidente della repubblica. Ahmadinejad – con buona pace di tanti sepolcri imbiancati nostrani – negli ultimi anni si era mostrato più incline al dialogo con l’Occidente rispetto a Khamenei. Ora però il presidente è più debole e questo – in teoria – dovrebbe “semplificare” i processi decisionali interni alla Repubblica islamica.

Ed è anche vero che – da che mondo e mondo – gli accordi e i compromessi col “nemico” li fanno i “duri”, non i riformisti. In questo senso, è emblematica l’intervista di Fareed Zakaria ad Henry Kissinger su CNN:

A proposito di riformisti, l’ex presidente Khatami ha rilasciato una dichiarazione ufficiale circa la sua partecipazione al voto del 2 marzo. (Per il testo integrale in persiano clicca qui).

In sostanza, dice di aver votato per mantenere una “finestra aperta per il riformismo”. Quali siano gli spiragli di un’eventuale tattica di questo tipo, è tutto da dimostrare. Personalmente, ancora una volta mi stupisce lo stupore. Khatami, così come Rafsanjani e gli stessi Mousavi e Karroubi, sono personaggi interni alla Repubblica islamica. Nessuno di loro ha mai virato verso posizioni antisistema.

La scelta di Khatami è opinabile, considerate le sue dichiarazioni nei mesi passati in merito al boicottaggio, ma non è in contraddizione con la sua carriera politica.

Voto d’aria

Tutto come previsto? Sì, forse, non proprio. I risultati delle elezioni legislative iraniane sono meno scontati di quanto annunciati a botta calda.

Partiamo dall’affluenza. Il dato ufficiale è del 64,4%. Lontanissimo dall’83% delle presidenziali del 2009, ma quasi 10 punti in percentuale in più rispetto al 55% delle precedenti legislative del 2008.

Se questi dati fossero veri, si potrebbe parlare di una buona (e comunque non straordinaria) partecipazione al voto.

Tuttavia, è più che lecito avanzare qualche dubbio. Nel 2009 era stata la grande mobilitazione pro Mousavi a portare al voto 8 iraniani su 10. In assenza di candidati riformisti, in un clima di abulia politica e sfiducia collettiva, sembra davvero strano che sia andata a votare tutta questa gente.

Alcuni dettagli sono clamorosi. Il Ministero degli interni ha detto che nella città di Ilam – dove gli aventi diritto sono 373.000 – avrebbero votato 380.000 persone. Un’affluenza del 102%. Più che un record, un dato da guinness dei primati.

C’è anche un piccolo caso televisivo, al riguardo. Alla tv di Stato iraniana, domenica 4 marzo, il Direttore dell’ufficio elettorale Sowalt Mortazavi ha detto in un’intervista che l’affluenza era stata di poco superiore al 34%, salvo poi correggersi e virare sul 64% e rotti. Svista? Lapsus? Chissà.

Il passaggio dell’intervista (in persiano)

Un mese fa, a Teheran, pareva che delle elezioni non importasse nulla a nessuno. E tanti dicevano esplicitamente che si sarebbero astenuti. Però, appunto, era un mese fa e sto parlando di Teheran. Il resto dell’Iran potrebbe aver risposto davvero alla chiamata alle urne della Guida Khamenei come risposta all’accerchiamento esterno. Per tanti studenti e lavoratori statali, poi, non è mai una buona cosa astenersi.

I risultati

Intanto non sono così definitivi, come riportato da alcune cronache nostrane. Su 290 seggi, al primo turno ne sono stati assegnati 150. Poco più della metà, dunque. Quindi non mi sbilancerei con giudizi così definitivi (per vedere come funziona la legge elettorale iraniana clicca qui).

Di questi 150, 112 sono fedelissimi di Khamenei e soltanto 10 di Ahmadinejad. Gli altri 28 sono stati etichettati come “riformisti”, nonostante Moussavi e Karroubi – entrambi agli arresti domiciliari da un anno – avessero lanciato un appello per l’astensione.

Non mi fisserei troppo sulle sigle degli schieramenti. Nella politica iraniana i partiti sono più che altro cartelli elettorali e dopo il voto si assiste spesso a rimescolamenti e cambi di posizione.

Di sicuro, si profila una mazzata per Ahmadinejad, che in questa occasione non paga tanto i suoi insuccessi in campo economico, quanto lo scontro con la Guida Khamenei. Nessun altro presidente, prima di lui, aveva osato, in oltre 30 anni di Repubblica islamica, arrivare a un confronto così duro e prolungato.

Adesso Khamenei sembra aver ripreso il controllo della situazione e il presidente sembra un’anatra ancora più zoppa di prima: col parlamento quasi completamente contro, il suo ultimo anno di mandato non sarà semplice. Riuscirà a scampare dal polverone su uno scandalo finanziario che sembrerebbe coinvolgerlo? Ce la farà a presentare il suo delfino (nonché consuocero) Mashaei alle presidenziali 2013?

Questo scenario dovrebbe  almeno rendere più chiaro che chi comanda davvero in politica estera è la Guida, non il presidente. Un eventuale accordo sul nucleare deve essere preso con Khamenei, non Ahmadinejad. Per capirlo sarebbe bastato leggere la Costituzione dell’Iran.

Postilla sul “caso Khatami”

L'ex presidente Khatami vota alle legislative del 2012

Fa discutere il comportamento dell’ex presidente riformista Mohamamd Khatami che, dopo aver annunciato nei mesi scorsi il boicottaggio di queste elezioni, alla fine ha votato in un seggio vicino alla città di Damavand, a nord di Teheran. Anche l’altro ex presidente Rafsanjani ha votato. Nel web lo shock dei riformisti e dei dissidenti è enorme. Cosa lo ha spinto? Calcolo? Paura? Accordi sul destino dei detenuti politici? Le ipotesi si sprecano in attesa di una dichiarazione ufficiale di Khatami.

Iran al voto

Si vota per eleggere i 290 membri del Parlamento iraniano, in un momento in cui i cittadini sembrerebbero più preoccupati per l’andamento dell’economia che per l’esito del voto. In un Paese che, ogni giorno di più, si sente sotto assedio. In studio Talal Krais, corrispondente di As Safir, Antonello Sacchetti, giornalista e direttore del blog Diruz.it.  Conduce Alessandro Mazzarelli.

Majles. Per cosa si vota

Identikit elettori iraniani

Il 2 marzo 2012 si svolgono le none elezioni legislative della Repubblica islamica.  Il sistema prevede una sola camera, chiamata majles, con 290 deputati. (Vedi le funzioni del Parlamento).

Il 2 marzo si vota. Due gli organi preposti alla gestione del voto: il Consiglio dei Guardiani, che vaglia le candidature, monitora le operazioni di voto e certifica i risultati, e il Ministero degli Interni, che è responsabile dal punto di vista tecnico e operativo. Tra i due organi, il Consiglio dei Guardiani, dominato dagli ultraconservatori, è sicuramente predominante.

La registrazione dei candidati è avvenuta dal 24 al 30 dicembre 2011. La lista definitiva dei candidati è stata rilasciata dal Consiglio dei Guardiani solo il 21 febbraio.

La campagna elettorale vera e propria è durata una sola  settimana dal 22 al 29 febbraio.

Chi si può candidare

Ogni candidato deve avere 7 requisiti di base:

  1. essere di nazionalità iraniana;
  2. essere musulmano praticante ( a parte i seggi riservati alle minoranze religiose);
  3. accettare e riconoscere il sistema della Repubblica Islamica;
  4. riconoscere la validità della Costituzione ed il principio del Velayat Faqih;
  5. avere un master o un attestato di studi teologici equivalente al master universitario;
  6. avere un’età compresa tra i 30 ed i 75 anni.
  7. i membri del governo, le autorità  statali ed esecutive e gli impiegati delle forze armate e delle istituzioni statali, si devono dimettere dalle loro cariche almeno 6 mesi prima della candidatura.

Le forze in campo

Stavolta non esiste una contrapposizione tra conservatori e riformisti. Il Ministero degli Interni ha dichiarato che il 14% dei candidati appartiene al fronte riformista, ma i principali partiti di questo fronte hanno dichiarato che non parteciperanno a queste elezioni. Ufficialmente, ci sono solo 2 coalizioni riformiste sulle 67 in corsa in tutto il Paese (a Teheran sono in tutto 24). 

La contesa è tutta all’interno del fronte conservatore ma questo non vuol dire che non ci sarà battaglia. Tutt’altro: le divisioni tra sostenitori del Presidente Ahmadinejad e suoi avversari hanno portato a un clima di tensione continua.

Ahmadinejad è stato più volte accusato di essere coinvolto in una gigantesca frode finanziaria e diversi parlamentari ultraconservatori hanno proposto l’impeachment. Più volte sotto accusa anche il controverso capo dello staff presidenziale Esfandiar Rahim Mashaei.

In questo clima fratricida, il Ministero degli Interni ha cassato il 17% dei candidati. Tra questi, 32 attuali parlamentari, come Ali Mottahari, Hamidreza Katouzian e Godratollah Alikhani, sempre molto critici nei confronti di Ahmadinejad. Il Consiglio dei Guardiani può comunque intervenire anche dopo il voto e decidere la ripetizione nei singoli collegi.

I conservatori vicini alla Guida Khamenei hanno avvisato “la corrente deviazionista” (cioè i sostenitori di Ahmadinejad) di non provare a manipolare le elezioni. Particolarmente agguerrito il capo della magistratura Sadeq Larijani, (fratello di Ali, il presidente del parlamento).

Apatia politica

È evidente che questo turno elettorale – il primo dopo le controverse presidenziali del 2009 – sia snobbato dalla maggior parte degli iraniani. Il numero di candidati registrati (5.395) è il più basso dal 1996. Tra questi, le donne sono meno del 10%. Il consiglio dei Guardiani ha tagliato il 35% dei candidati iscritti.

Va anche detto che sono stati apportati emendamenti alla legge elettorali che hanno di fatto limitato la corsa alla candidatura: chi vuole presentarsi alle elezioni deve infatti avere almeno un master universitario. Immaginiamo se in Italia passasse un provvedimento del genere..

Fortissima, invece, la voglia di rielezione dei deputati attualmente in carica: su 290 si ripresentano in 260.

Parenti

Nomi eccellenti tra i candidati: Parvin Ahmadinejad, sorella del presidente; Tahereh Nazari Mehr, moglie dell’ex ministro degli Esteri (esautorato) Manouchehr Mottaki; Mohammad Reza Tabesh, nipote dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, nonché segretario generale della fazione di minoranza del parlamento.

Affluenza

Sono 48 milioni gli iraniani che hanno diritto di votare a queste elezioni. Nelle scorse legislative del 2008 votò il 55% degli aventi diritto. In quelle del 2005 il 51%. Alle presidenziali del 2009 l’affluenza fu dell’83%.

Stallo o non stallo

Breve precisazione sul sito di Parchin, l’Iran e il nucleare

I titoli sono a senso unico: l’Iran impedisce agli ispettori AIEA di accedere al sito di Parchin, a sud est di Teheran. Primo errore: il sito viene definito “nucleare”, ma non lo è. Si tratta di una base militare in cui si testano esplosivi fin dagli anni ’50.

In base al Trattato di non proliferazione, gli ispettori AIEA non hanno il diritto di accedere a siti diversi da quelli ufficialmente dichiarati nucleari. Possono farlo solo nei Paesi che aderiscono al Protocollo addizionale del 1974. L’Iran non è tra questi Paesi. Nonostante ciò, dal 2003 al 2006 Teheran ha optato per un’adesione volontaria (non formale) a questo protocollo. E infatti nel 2005 gli ispettori dell’AIEA hanno visitato due volte il sito di Parchin.

Quando però, nel 2006, i colloqui col gruppo 5 + 1 entrano in una fase di stallo, l’Iran fa dietrofront e il parlamento non ratifica il protocollo addizionale. Scelte opinabili, ma assolutamente legittime alla luce del diritto internazionale.

Il direttore generale dell’AIEA Yukiya Amano ha detto che “deludente il fatto che l’Iran non abbia accettato la nostra richiesta di visitare Parchin durante la prima o la seconda missione”. L’inviato di Teheran presso l’Aiea, Ali Asghar Soltanieh ha invece parlato di colloqui caratterizzati da “cooperazione e comprensione reciproca”.

La saga continua.

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