Come sta l’economia iraniana?

Rial Iran

Nel prossimo anno iraniano – che inizia il 20 marzo – l’economia del Paese potrebbe crescere tra l’1 e il 2 per cento dopo due anni di contrazione. E’ la stima del Fondo monetario internazionale (FMI) che sottolinea comunque come l’economia iraniana abbia bisogno di riforme fondamentali per recuperare dai gravi colpi subiti negli ultimi anni e da una recente “fallimentare gestione macroeconomica”.

Secondo Martin Cerisola, vice direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale, le prospettive dell’Iran per il periodo 2014/15 sono migliorate grazie all’accordo ad interim sul nucleare che ha alleggerito le sanzioni internazionali.

L’inflazione è scesa al di sotto del 30 per cento nel dicembre 2013 , dopo che a luglio aveva toccato il 45 per cento. L’FMI si aspetta che a partire da marzo l’inflazione possa scendere al 15 per cento nei successivi 12 mesi. La speranza è che possa calare anche la disoccupazione. Sono però indispensabili riforme strutturali per prevenire una bassa crescita combinata con alta inflazione .

 Secondo Cerisola, l’Iran ha scontato negli ultimi anni “uno shock economico terribile, generato dall’attuazione della prima fase della riforma dei sussidi e acuito dall’ intensificazione delle sanzioni internazionali”.  

In base all’accordo del 24 novembre 2013 , l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno deciso di permettere all’Iran di accedere a 4,2 miliardi dollari di proventi petroliferi al momenti congelati e di sospendere le sanzioni sulle sue esportazioni petrolchimiche e importazioni di beni e servizi per il settore auto .

Leggi la dichiarazione dell’FMI

Arzeshi, conservatori iraniani nel web

Small Media, società digitale con sede a Londra, ha pubblicato un interessante rapporto sulla presenza dei conservatori iraniani nel web. Il titolo esatto del rapporto è: Unmasking the Arzeshi: Iran’s Conservative Cyber-Activists and the 2013 Presidential Election.

Dal dicembre 2012 all’agosto 2013, Small Media ha seguito le attività e le discussioni on line della comunità iraniana Arzeshi. Per Arzeshi (dal persiano arzesh, valore) si intendono gli attivisti conservatori profondamente legati alla Guida Suprema e fortemente influenzati dai valori rivoluzionari dello Stato.

Lo studio esamina i blog, Google+ e Twitter e le loro conversazioni a ridosso, durante e subito dopo le elezioni presidenziali del 2013 con lo scopo di valutare la reale influenza dei conservatori nel cyberspazio iraniano.

Alla fine dello studio sembrano emergere alcuni dati significativi:

  1. La comunità non è né unita né grandissima, ma è autentica. I suoi membri condividono on line esperienze politiche e storie personali
  2. Va comunque precisato che alcuni contenuti sono falsi, molti altri sono di bassa qualità.
  3. L’unico elemento aggregante è la fedeltà alla Guida Khamenei. E’ mancato un leader politico unitario su cui puntare come candidato alle presidenziali.
  4. Ci sono degli opinion leader molto forti, come i giornalisti Vahid Yaminpour e Kobra Asoopar.

Pubblicato on line anche l’ultimo aggiornamento Iranian Internet Infrastructure and Policy Report che potete leggere qui:

issuu.com/antonellosacchetti/docs/filtering_report-january14_rev3?e=7660911/6642659

Iran alla Conferenza di Pace Ginevra II

Dal sito di Radio Vaticana

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha invitato, in extremis, l’Iran alla “Conferenza di Pace Ginevra 2” sulla Siria; da parte sua, Teheran ha confermato la sua presenza, scatenando però, la reazione della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, che ha annunciato che diserterà l’incontro se il Palazzo di Vetro non ritirerà il suo invito. Anche gli Stati Uniti hanno espresso dubbi sulla presenza della Repubblica Islamica al tavolo svizzero, chiedendo che prima Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione. Si profila dunque una situazione estremamente complicata. Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

Ascolta l’audio dell’intervista

R. – Sicuramente credo ci siano elementi interessanti: il primo è che si è arrivati al punto che l’Iran voleva, cioè quello di essere considerato non una parte del problema ma un possibile fattore di soluzione. L’altro è che sicuramente c’è una grossa divisione all’interno dell’opposizione siriana: una parte ha detto che diserterà, altri invece si sono ritirati da questa posizione; la discussione è anche abbastanza aperta. È chiaro che nulla può cambiare in modo netto con un solo passaggio; mi sembra però che la situazione sia molto diversa rispetto a quella di pochi mesi fa; ricordiamo a che punto eravamo arrivati soltanto i primi di settembre: sull’orlo di una guerra.

D. – Di fatto, l’Iran rientra sulla scena internazionale dopo anni di oblio. Quanto il nuovo corso, tracciato dal presidente Rohani, influisce su questo riconoscimento internazionale?

R. – Influisce al 100%. Direi che è uno dei motivi della sua vittoria, della sua affermazione e questo al di là di tutte le previsioni e le analisi che sono sempre un po’ condizionate dalle visioni di parte. C’è stata una riapertura dell’Iran all’esterno e lui ha giocato da subito una partita su due tavoli: quello interno – della politica interna – e quello internazionale del riconoscimento dell’uscita da un blocco che era molto spesso più di facciata che sostanziale, ma che di fatto ne faceva un “convitato di pietra” che però poi non aveva alcun peso decisionale negli eventi.

D. – Da una parte abbiamo gli Stati Uniti che spingono affinché Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione; dall’altra la Russia che ha sottolineato che l’assenza di Teheran a Ginevra sarebbe stato un errore imperdonabile. Quindi, di fatto, si ripropone in senso più alto la politica dei blocchi contrapposti…

R. – Questa è la tendenza che un po’ si è delineata negli ultimi mesi; lo stesso dietrofront di Obama a settembre sull’intervento armato in Siria è stato il primo, la più grande dimostrazione di questo nuovo scenario. Sicuramente, in questa situazione l’Iran si è saputa inserire e la situazione stessa del presidente Assad adesso è abbastanza complicata da gestire. Bisognerà vedere come le parti ne possano venire fuori, senza rinnegare troppo quelli che sono stati gli schieramenti di decenni: ricordiamo che l’unico Paese che ha un’alleanza militare con la Siria è proprio l’Iran; sono legati da un antico legame diplomatico e militare. Però, io ricorderei anche un altro dato storico: l’Iran, anche negli ultimi 35 anni, cioè dalla istituzione della Repubblica islamica ha sempre privilegiato i propri interessi nazionali sulle questioni sia ideologiche, che di altro tipo e meno che mai religiose in quel settore. Quindi – e questa è una mia opinione personale – credo che alla fine Teheran giocherà la carta che più converrà ai propri interessi.

D. – Proprio oggi l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha confermato l’interruzione da parte del governo iraniano dell’attività di arricchimento dell’uranio al 20%. Quanto sono collegati questi due fatti?

R. – Secondo me, sono collegati moltissimo. Questo è uno dei vecchi punti per i quali in passato tutti questi tentativi di contatto tra Occidente, i Cinque più uno e Teheran sono sempre naufragati. L’Iran ha sempre detto una cosa: “Noi vogliamo dialogare, negoziare sul nostro diritto di arricchimento, inserendolo in un contesto più ampio”. La crisi siriana fa parte di questa offensiva diplomatica. Mi sembra che un po’ alla volta questi elementi si stiano rivelando anche pubblicamente.

Testo originale del sito Radio Vaticana : http://bit.ly/1bB37p2

 

Nucleare, avanti con giudizio

Nucleare Iran

Non ha destato grandissima attenzione in Italia, ma la notizia è di quelle che contano: il 12 gennaio Iran e Gruppo 5+1 hanno definito in un vertice a Parigi i  termini dell’accordo sul nucleare delineato il 24 novembre 2013 a Ginevra.

In base a questo accordo, dal 20 gennaio l’Iran comincerà a eliminare le sue riserve di uranio arricchito. In cambio, gli Usa le sanzioni economiche saranno alleggerite in una misura stimata tra i 6 e i 7 miliardi di dollari.

Per il segretario di stato Usa John Kerry, l’intesa raggiunta è “molto importante, ma le sfide della prossima fase sono molto difficili”.

I dettagli dell’intesa

Gli accordi tecnici stipulati a Parigi specificano le azioni che l’Iran dovrà adottare per limitare la sua capacità di arricchimento a Natanz e Fordow. Sono stati poi definiti i limiti che Teheran dovrà rispettare in materia di ricerca e sviluppo.

L’Iran si è inoltre impegnato a non alimentare e a non installare nuove componenti nel reattore di Arak.

Teheran dovrà inoltre facilitare il lavoro dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA ) nella verifica del regolare adempimento dei suoi impegni. In base a questi accordi, l’AIEA giocherà un ruolo decisivo nei prossimi mesi.

Prossimi passi

Il viceministro degli Esteri Abbas Araqchi ha detto che a febbraio ci sarà un incontro tra Zarif e Catherine Ashton. Sul fronte interno, da segnalare il commento positivo di Rasoul Sanaeirad, figura politica all’interno dei Pasdaran: “Sembra che gli americani siano determinati a superare il clima di conflitto”.

Come recita il celebre adagio manzoniano, “Adelante, Pedro, con juicio”.

Siamo sicuri di essere superiori all’Iran?

Massimo Fini

Su Il Fatto Quotidiano del 28 dicembre 2013 Massimo Fini ha scritto un interessante editoriale sull’Iran e sul malcelato (o addirittura ostentato) “senso di superiorità” di noi occidentali. Mi sento di condividerlo in pieno e ve lo propongo.

 

 

Nella conferenza stampa di fine anno un giornalista d’area radicale ha chiesto al presidente del Consiglio se l’Italia non fosse troppo morbida con l’Iran. Letta ha risposto in diplomatichese ma una cosa interessante l’ha detta: “L’Italia puo’ essere un buon mediatore con l’Iran perchè entrambi veniamo da grandi culture millenarie e possiamo quindi intenderci”. L’Iran è infatti l’antica Persia. E le vestigia di questa cultura si possono trovare nella plurimillenaria città di Isfahan o a Qom (non a Teheran che, come Tel Aviv, è di costruzione recente). Ma a parte questo, eppero’ in sua stretta correlazione, gli iraniani, almeno a partire da un certo livello sociale, sono delle persone colte che non si limitano a sapere a memoria i versetti del Corano. Me ne resi conto quando stavo da quelle parti: la piccola borghesia di Teheran non solo conosceva i nostri maggiori (Dante, Petrarca, Boccaccio) ma in quel periodo (siamo negli anni ’80, in pieno khomeinismo) leggeva Moravia e Calvino. Noi della loro cultura letteraria conosciamo, quando va bene, solo Omar Khayyam. E’ questa supponenza della ‘cultura superiore’ (che Letta, gli va dato atto, ha dimostrato di non avere) che infastidisce, soprattutto nel momento in cui questa cultura dovrebbe fare un po’ i conti con se stessa e con la lunga striscia di sangue e di violenze, militari, politiche, economiche, che ha alle spalle e non solo alle spalle. Io non riesco a capire su quali basi giuridiche e morali capi di Stato (Obama, Hollande, Cameron) che sono seduti su giganteschi arsenali atomici si possano permettere di impedire all’Iran di farsi il nucleare civile perchè da qui potrebbe, in teoria, arrivare all’Atomica (passare dal 20% di arricchimento dell’uranio, che è quanto serve per il nucleare ad usi civili e medici, al 90% della Bomba è cosa che richiede anni).

Continua a leggere sul blog di Massimo Fini

Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti

Iran e 5+1

Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti: Perché quello di Ginevra è un accordo storico che va ben oltre le mera questione nucleare. E’ presto per capire se gli accordi saranno realmente efficaci, ma certamente le relazioni tra Iran e Stati Uniti sono entrate in una nuova fase e potrebbero condizionare l’intero scenario mediorientale.

In un video di 6 minuti Antonello Sacchetti dice la sua sull’accordo.

Probabilmente, a Ginevra non è finito soltanto l’isolamento internazionale dell’Iran, ma è stato anche demolito un pregiudizio: quello dell’Iran quale attore politico irrazionale.

 

 

La Francia e il nucleare iraniano

Francia_Israele

Lunedì 18 novembre 2013 Radio Vaticana ha intervistato Antonello Sacchetti sulla strategia di Parigi nel quadro dei negoziati tra Iran e gruppo 5+1. 

Il presidente Hollande, in visita ufficiale in Israele ha annunciato che la Francia “non cederà mai sul programma nucleare iraniano”, dettando poi le quattro condizioni indispensabili per arrivare ad un accordo intermedio: mettere sotto controllo internazionale tutti gli impianti nucleari iraniani, sospendere l’arricchimento dell’uranio, ridurre gli stock esistenti e infine interrompere la costruzione della centrale di Arak. Dichiarazioni che rinsaldano l’alleanza con lo Stato ebraico e mettono in discussione i già complessi rapporti tra Parigi e Teheran.

Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

R. – Una presa di posizione in coerenza con quanto fatto la scorsa settimana a Ginevra, perché c’è stata una posizione veramente “last minute”, quando il Ministro degli esteri Fabius ha fatto saltare un accordo che era già scritto e stava per essere praticamente presentato alla stampa. È sicuramente una mossa strategica, una mossa tattica, che però rischia veramente di far tornare indietro una trattativa che era ben avviata.

D. – Una mossa strategica, una mossa tattica, da che punto di vista?

R. – La Francia si sta posizionando come interlocutrice privilegiata delle monarchie sunnite, questo mi pare evidente anche a fronte di alcuni interessi economici molto forti. Parigi ha avviato un accordo con l’Arabia Saudita per lo sviluppo nucleare e ha delle commesse militari molto forti, molto importanti, con Riyad e con gli Emirati Arabi. Quindi, in questo senso un accordo di pace che stabilizzerebbe i rapporti tra Occidente e Iran, non rientra negli interessi nella Francia in questo momento.

D. – Però, Parigi ha sempre ospitato la dissidenza iraniana, così come ha avuto sempre un rapporto molto stretto con la popolazione iraniana. Cosa accadrà ora in seno a questi rapporti?

R. – Storicamente, la Francia ha un rapporto complesso con l’Iran proprio dal punto di vista culturale. Ricordo, che in passato è stata alleata – fu firmato un trattato storico agli inizi dell’800 con la Persia – ma la Francia si è sempre mossa con molta autonomia nel campo mediorientale. Ricordo anche che nel 2003 Parigi fu espressamente contraria all’intervento contro Saddam Hussein, e in questo momento va contro gli Stati Uniti in un’altra direzione: non ha accettato il dietrofront americano riguardo la Siria. In Francia, la Siria sostiene e sosteneva apertamente il campo sunnita. I rapporti con l’Iran sono complessi, anche perché in passato ai tempi dello Scià, per esempio, la Francia ha fornito tecnologia al Paese. Tutto questo è piuttosto strano, nel senso che la Francia pur facendo parte del gruppo 5+1, sulla trattativa del nucleare è stata sempre piuttosto latitante. E’ sembrato quasi che non gliene importasse più di tanto di tutto questo.

D. – Sul fronte interno, il presidente Rohani che ha proposto di fatto una politica della mano tesa non può certo accettare uno stop totale del programma nucleare. Quale potrebbe essere il giusto compromesso per accontentare anche le correnti interne iraniane?

R. – Si era arrivati al giusto compromesso – perché il punto del contendere, che è quello della centrale ad “acqua pesante” di Arak, è veramente un pretesto – nel senso che tutte le altre condizioni, compreso lo stop all’arricchimento dell’uranio del 20%, che mi sembra sia la cosa più importante, erano state accettate dall’Iran in cambio di un alleggerimento delle sanzioni nei primi sei mesi e di un riconoscimento più o meno esplicito del proprio diritto di arricchire il nucleare. La marcia indietro su una questione come questa negli ultimissimi minuti del negoziato, la spada di Damocle americana relativa al nuovo pacchetto di sanzioni che in Senato la maggioranza repubblicana potrebbe approvare, sono elementi che mettono sicuramente fuori gioco o comunque in grave difficoltà il fronte di Rohani. Non dimentichiamoci che lo stesso presidente ha sempre detto fin dall’inizio: “La finestra è aperta, ma non è aperta per sempre”. Ma questa più che una minaccia è un ammonimento che riguarda anche la propria posizione interna. C’è un candidato che si è presentato dicendo “abbiamo la necessità, apriamoci e parliamo” e poi, dopo che di fatto l’accordo era ad un passo, a un centimetro, si torna indietro e si ricomincia da capo. Non è un buon segno, non è un atto di forza anche per lo stesso presidente. Tra l’altro questa mattina è uscito un tweet della Guida suprema, che fa un elenco di tutti coloro che si sono fidati degli Stati Uniti e che hanno fatto una brutta fine. Tra l’altro, sono inseriti anche lo Scià, Gheddafi… Una sorta di avvertimento, come a dire: “Ecco che cosa accade a fidarsi di Washington”.

 ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana:  http://bit.ly/18i5StZ 

Marg bar Amrika

Poster Teheran

Quattromila dollari. Questo il bottino incassato dal primo classificato al concorso del Marg bar Amrika, Morte all’America . È così che il 4 novembre l’Iran ha celebrato il 34esimo anniversario dell’occupazione dell’ambasciata statunitense del 1979.

Leggi su Arab Media Report

Il ritorno dell’Iran e il grande gioco regionale

Tavola rotnda ISPI

Alla luce dei primi segnali di una distensione nei rapporti tra Usa e Iran, e in occasione della pubblicazione del numero di ottobre di Limes dedicato al tema del “Ritorno dell’Iran” l’ISPI ha organizzato una tavola rotonda per discutere dei nuovi scenari geopolitici in Iran e nell’intera area del Golfo.

Ne hanno discusso:

Lucio CARACCIOLO, Direttore Limes

Nicola PEDDE, Direttore Insitute for Global Studies

Andrea PLEBANI, Research Fellow ISPI

Armando SANGUINI, Scientific Advisor ISPI e Ambasciatore in Arabia Saudita (2003-2006)

[vimeo]http://vimeo.com/76857427[/vimeo]

Nucleare. La Francia frena

Vertice di Ginevra

Niente accordo sul nucleare iraniano. “Non ancora accordo” o “niente più accordo”? Questo lo sapremo soltanto dopo il 20 novembre, quando 5+1 e Iran si incontreranno di nuovo a Ginevra per cercare di formalizzare un’intesa che pareva ormai raggiunta.

Il vertice sarebbe dovuto dure due giorni e ne è durata quasi quattro. Con una no-stop sabato 9 novembre di quasi 16 ore filate. L’arrivo dei ministri degli Esteri lasciava pensare che l’accordo fosse raggiunto. Uno dopo l’altro erano infatti atterrati in Svizzera Javad Zarif, John Kerry, il francese Laurent Fabius e il russo Sergei Lavrov. Mancavano solo i cinesi, giunti comunque in serata, quando l’esito del vertice era già in bilico.

È stato Fabius a impedire che il summit si chiudesse con la presentazione alla stampa di un testo ufficiale di accordo. I dettagli non sono stati resi noti, ma, da quello che è trapelato, pare che l’impuntatura della Francia riguardi la gestione delle scorte di uranio già arricchito in possesso dell’Iran. Gli iraniani sarebbero disponibili a trasferirlo all’estero, ma non si sarebbe arrivati a definire le modalità di gestione e trasferimento. Secondo altre fonti, la Francia si sarebbe opposta per impedire il completamento della centrale di Arak.

Qualunque sia stato il motivo del contendere, la Francia ha di fatto sparigliato le carte, suscitando non poco nervosismo tra lo stesso gruppo 5+1. Le parti hanno cercato un’intesa fino alla fine, rinviando per ore con una conferenza stampa che si è svolta all’una di notte.

La Francia – che non perdona agli Usa il dietrofront sulla Siria di un paio di mesi fa – si sta proponendo come punto di riferimento per Israele e Arabia Saudita in un Medio Oriente che sarebbe completamente ridisegnato, da un punto di vista geopolitico, da un eventuale riavvicinamento tra Usa e Iran.

L’aver fissato un nuovo vertice a così breve termine, indica tuttavia che Usa e Iran vogliono arrivare a un accordo in tempi stretti. Anche perché, come ricordato dal presidente iraniano Hassan Rouhani, in questa situazione contano moltissimo i tempi. Oggi esistono le condizioni per un accordo: domani potrebbe essere troppo tardi.

La volontà politica c’è: ne è un esempio il tweet di endorsment della Guida Khamenei della notte tra l’8 e il 9 novembre: una foto dei colloqui di Ginevra con la scritta. “Questi negoziatori sono figli della Rivoluzione”. Chiara dimostrazione di un appoggio pieno alla trattativa.

Il 10 novembre Khamenei ha commentato il mancato raggiungimento dell’accordo con due tweet polemici contro la Francia.

Francia che è invece osannata negli Usa dalla lobby filo Israele e dalla destra repubblicana, da sempre contraria a un accordo.
Intanto a Teheran è stato ucciso in un agguato il vice ministro dell’Industria Safdar Rahmatabadi.

Cominciano dieci giorni che potrebbero cambiare il mondo. Saranno dieci giorni molto lunghi.

Rouhani, una nuova era?

Hassan Rouhani

Era difficile prevedere una partenza così accelerata per il nuovo presidente iraniano. Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, in poche settimane ha stravolto lo scenario politico non solo iraniano, ma dell’intero Medio Oriente. Sebbene siano stati ancora raggiunti risultati concreti, ci sono prospettive, speranze e dinamiche completamente diverse rispetto agli otto anni targati Ahmadinejad.

Questo non vuol dire che siano imminenti cambiamenti sostanziali dell’assetto istituzionale della Repubblica islamica.  Rouhani è al 100% un uomo di “sistema”, un rappresentante convinto e autorevole della Repubblica islamica. Il suo scopo è salvare questo regime, non abbatterlo. Qualsiasi aspettativa che non partisse da queste premesse rischierebbe di essere delusa.

Detto questo, numeri alla mano, va detto che la partenza di Rouhani è stata sprint.

Facciamo un elenco molto rapido di “cose fatte”:

  • Rinvio della messa in funzione del reattore ad acqua pesante di Arak. Chiaro messaggio distensivo sul nucleare.
  • Liberazione di oltre 80 prigionieri politici, tra cui Nasrin Sotoudeh, molti dei quali in carcere per fatti connessi alle elezioni del 2009.
  • Apertura di un canale di comunicazione con gli Usa, con contatti confermati tra Casa Bianca e Rouhani nel mese di agosto.
  • Avvio di una diplomazia “social”, soprattutto attraverso gli account Twitter (ufficiosi) dello stesso Rouhani e quello (certificato) del ministro degli Esteri Javad Zarif.
  • Nomina di una donna, Marzyieh Afkham, a portavoce del Ministero degli Esteri. Un’altra donna, Masoumeh Ebtekar, è stata nominata vicepresidente.
  • Riapertura della Casa del Cinema di Teheran.
  • Auguri via twitter – da parte del ministro Zarif – di buon capodanno a tutti gli ebrei.
  • Assunzione di una posizione più moderata sulla crisi siriana, con una condanna incondizionata dell’uso delle armi chimiche.
  • Missione a New York in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
  • Impegno formale ad aprire una trattativa con tempi chiari e limitati sul nucleare.
  • L’ormai storica telefonata tra con Obama prima della ripartenza da New York.

Tutto questo non è soltanto propaganda o strategia comunicativa. È un cambiamento politico sostanziale e importantissimo.

Perché questa inversione di rotta? Tutto “merito” delle sanzioni imposte dall’Occidente? No, direi proprio di no. Più o meno lo stesso tipo di approccio con Washington fu tentato anche nel 2003 dall’allora presidente Khatami col pieno avallo della Guida Khamenei. L’offerta del grand bargain – un grande accordo in cui Teheran rinunciava al programma nucleare e Washington riconosceva la Repubblica islamica – fu rispedita al mittente dall’amministrazione Bush, convinta di avere il pieno controllo su Afghanistan e Iraq e di poter presto mettere le mani anche sull’Iran. Poi è venuta l’era di Ahmadinejad, un presidente probabilmente inadeguato e maldestro più che realmente “male intenzionato”.

E poi c’è stata l’elezione di Rouhani. Che è stato scelto dagli iraniani proprio nella speranza di cambiare rotta rispetto agli otto anni precedenti. Una scelta vincolata alle regole della Repubblica islamica, ma perfettamente legittima e “libera” all’interno di quel contesto. Non è un mistero che la Guida Khamenei avrebbe preferito Velayati o Jalili. Ma gli iraniani hanno optato per un’altra figura. Non un “riformista”, ma un moderato, pragmatico, con una grande esperienza in campo internazionale. Il più indicato per far uscire il Paese da un isolamento economico e diplomatico che ne stava strangolando  le energie migliori.

Aver riaperto una comunicazione diretta con gli Usa era semplicemente impensabile fino a pochi mesi fa. Significativo il grande nervosismo mostrato da Israele e Arabia Saudita a questo primo “giro di valzer” tra Stati Uniti e Iran. Se i due grandi nemici tornano a parlarsi, crolla lo schema su cui si sono basate le relazioni degli ultimi 34 anni in Medio Oriente.

Certo, Rouhani deve fare i conti con una fronda interna, rappresentata dall’ala più intransigente dei Pasdaran e da altri elementi del fronte cosnervatore. Ma lo stesso discorso vale per Obama, che  ha un Congresso pronto ad approvare un nuovo pacchetto di sanzioni qualora il dialogo sul nucleare non decollasse.

Gli imminenti colloqui tra Teheran e gruppo 5+1 indicheranno forse i primi passi di un percorso lungo e ancora tutto da scoprire. Ma sarebbe sbagliato non vedere che qualcosa di molto importante si è messo in moto.

Trita Parsi: Iran, Israele e la pace possibile

Trita Parsi spiega perché il conflitto tra Iran e Israele sia tutt’altro che inevitabile. In sostanza, riassume in questo TED quanto sviluppato in un suo interessantissimo libro, inedito in Italia, Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran, and the United States. 

Ne avevamo parlato in questo articolo.

 

 

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Iran, un tè per due al Palazzo di Vetro?

Rouhani a New York

Grande attesa per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre a New York. A parlare per l’Iran non c’è più Ahmadinejad ma Rouhani, da poco eletto presidente della Repubblica islamica. Ma quello che rende così interessante questa versione annuale del meeting globale al Palazzo di vetro è una voce che si rincorre, né confermata né ufficialmente smentita.

In molti sono convinti che, al di là di una stretta di mano formale, il presidente Barack Obama e Hassan Rouhani sono in odore di incontrarsi per un bilaterale. Sogno o realtà? Se ciò avvenisse sarebbe un passo avanti epocale nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Questo tè per due al Palazzo di vetro ci sarà o no?

Ne ho parlato martedì 24 settembre a Radio3Mondo, intervistato da Azzurra Meringolo. Ecco l’audio:

 

 

Eroica flessibilità?

ISNA - Khamenei

Eroica flessibilità. Con questo evidente ossimoro, la Guida Khamenei ha dato l’ok alla strategia diplomatica del presidente Rouhani in occasione di un incontro con un gruppo di comandanti pasdaran tenutosi il 17 settembre. Il suo staff ha sintetizzato le sue parole in questo tweet in inglese:

Non solo: nello stesso discorso la Guida ha invitato i pasdaran a concentrarsi sui loro doveri e a non voler interferire in tutti gli aspetti della vita pubblica.

[youtube]http://youtu.be/tGgx4idFAhI[/youtube]

A proposito di Twitter, per qualche ora in Iran c’è stato libero accesso a tutti i social. Dopo qualche ora i filtri sono però tornati in funzione. Si sarebbe trattato di un semplice problema tecnico.

I prossimi dieci giorni – con la missione di Rouhani e Zarif all’Assemblea ONU a New York, i colloqui sulla Siria e il Vertice AIEA a Vienna – si preannunciano molto importanti per l’Iran e la sue relazioni internazionali.

 

Iran Twitter

Twitter account Zarif

La strategia di comunicazione digitale messa in atto da Rouhani è parte di una linea politica precisa, il cui esito finale è tutt’altro che scontato. Il primo punto nell’agenda politica del presidente iraniano è la fine dell’isolamento internazionale del Paese. Lo ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale e lo ha confermato nel suo discorso di insediamento lo scorso 3 agosto.

Tuttavia, il potere del presidente della Repubblica islamica, soprattutto in politica estera, è tutt’altro che illimitato. L’ultima parola, secondo la Costituzione, spetta alla Guida che finora non ha mostrato segnali di grande apertura nei confronti dell’Occidente e degli Usa in particolare. Se le buone intenzioni di Rouhani sono ancora tutte da verificare e innegabile che nell’era della comunicazione globale, basta una dichiarazione male interpretata (o tradotta in modo tendenzioso) per creare un incidente diplomatico e bloccare il dialogo.

Gli otto anni di Ahmadinejad sono stati, in questo senso, un autentico disastro. Il presidente pasdaran aveva certamente un’altra linea politica rispetto a Rouhani, anche se è innegabile che in alcune situazioni i media occidentali abbiano calcato la mano, attribuendogli parole e toni mai usate. La famosa frase sulla cancellazione di Israele dalla mappa geografica, ad esempio, fu il risultato di una traduzione per lo meno inesatta.

Ma le trappole per i politici iraniani non vengono soltanto dall’esterno. Allo stesso Rouhani, a inizio agosto, è stata attribuita dall’agenzia ISNA una frase su Israele («un male da estirpare») che non avrebbe mai detto.

Ecco allora che i media digitali – e Twitter in particolare – si prestano a essere utilizzati come strumenti di dialogo diretto tra il nuovo presidente e l’opinione pubblica internazionale.

La maggior parte dei tweet del nuovo presidente vertono, non a caso, su due temi caldi come la crisi siriana e sulla questione nucleare. Rouhani ha espresso (in inglese) una posizione equilibrata, condannando – ad esempio – l’uso delle armi chimiche tout court, senza accusare l’opposizione ed evitando di lanciare messaggi di solidarietà ad Assad.

In questo senso, Rouhani si sta muovendo sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex presidente Rafsanjani, suo vecchio amico e alleato, che pochi giorni fa aveva indirettamente accusato Assad, condannando l’uso di armi chimiche «soprattutto da parte dei governi».

 

In questa “cordata” c’è anche il ministro degli Esteri Javad Zarif, uno dei nomi della squadra di governo salutati con maggiore entusiasmo da parte dei riformisti. Anche Zarif ha cominciato a twittare quasi all’improvviso, trascinato in rete da un tweet di invito dello stesso Rouhani. Ed è stato un esordio scoppiettante, perché non solo ha subito rilanciato gli auguri per il capodanno  ebraico, ma ha cominciato a rispondere ai commenti di chi lo ringraziava o faceva ironie. In uno di questi ha affermato «di non aver mai negato l’Olocausto. Chi lo faceva è andato via».

Una parte dell’establishment iraniano teme che il dialogo Tehran – Washington possa essere la prima vittima di un attacco Usa alla Siria, mentre l’ala più dura del regime preme affinché questo dialogo non cominci mai. Il confronto corre anche sul web.

 

Cosa dice il nuovo rapporto AIEA

Sede AIEA

Iran e AIEA (Agenzia Onu per l’Energia atomica) si incontreranno a Vienna il prossimo 27 settembre. Sarà l’undicesima serie di colloqui, la prima dopo l’elezione del presidente Rowhani.

Intanto, il 27 agosto l’AIEA ha pubblicato un nuovo rapporto sull’Iran. Come al solito, si sono letti lanci di agenzia dai toni sensazionalistici. Ma cosa viene detto per davvero nel rapporto?

Un segnale positivo (e concreto)

Il 25 agosto l’Iran ha comunicato all’AIEA che il reattore ad acqua pesante di Arak non entrerà più in funzione nei primi mesi del 2014 come inizialmente previsto. Teheran non ha fornito altre date ma si è impegnata ad avvisare l’AIEA sei mesi prima della messa in funzione del reattore. Il rinvio è stato giustificato per “ritardi nella costruzione”.

Alcuni osservatori temono che il reattore di Arak serva a produrre plutonio per un eventuale programma militare. Tuttavia, la quantità di plutonio che il reattore riuscirebbe a produrre sarebbe pressoché irrilevante.

Le centrifughe di Natanz

Secondo il rapporto AIEA, l’Iran ha installato 1.008 centrifughe IR-2M (un nuovo modello che sostituisce l’IR-1, vecchio di 40 anni) nell’impianto di Natanz. A maggio erano 689. Ad ogni modo, nessuna di queste nuove centrifughe è ancora in funzione. Di fatto, a Natanz sono attive 328 centrifughe del vecchio modello IR-1.

Riserva di uranio

Dallo scorso maggio le riserve di uranio arricchito al 20% sono aumentate di soli 4 kilogrammi, per un totale di 185,8 kg. Si calcola che per una bomba atomica servano 250Kg di uranio arricchito al 90%. In realtà, da maggio l’Iran ha prodotto 45 kg di uranio arricchito al 20%, ma è stato quasi interamente convertito in polvere di ossido, non utilizzabile a fini militari.

Conclusioni

Di fatto, il programma nucleare iraniano sembra non fare grandi passi in Avanti. Anzi, sembra in una voluta situazione di stand by.

 

Il nucleare iraniano

Iran nucleare

La minaccia nucleare in Medio Oriente. Non è un dettaglio o una curiosità: la prima cosa che mi ha colpito del libro di Amir Madani, Alessandro Politi e Rodolfo Guzzi è stata proprio il titolo, in cui la magica parola acchiappalettori – Iran – non c’è. A dire il vero, sfogliando una prima versione non “ufficiale” del testo, sembra di capire che il titolo provvisorio fosse Venti di guerra sulla crisi nucleare iraniana. Molto più di effetto, indubbiamente, ma proprio per questo meno adatto a una pubblicazione come questa, che ha un taglio nettamente scientifico.

Perciò non vi aspettate prese di posizione provocatorie o chissà quali rivelazioni inedite. Come scrive nella prefazione Germano Dottori, il nucleare iraniano è una “questione di stringente attualità che si trascina da lungo tempo”. Apparentemente è un ossimoro, ma in questa “stranezza” sta il motivo principale che dovrebbe convincerci a leggere (anzi, a studiare e consultare) questo libro.

Pensiamoci bene: è dal 2005 che di Iran si parla e si scrive soprattutto in relazione al suo programma nucleare. Amir Madani, nella prima parte del libro, descrive appunto il nucleare iraniano nel contesto globale e soprattutto nell’ottica del confronto Usa-Iran.  E spiega come siamo di fronte a “un caso politico tra i più clamorosi del secolo”, ancora prima che ad “un rischio imminente dovuto all’esistenza o all’imminente costruzione di un’arma atomica”.

Partendo dall’epoca dello scià, quando il programma nucleare iraniano ebbe inizio, vengono ripercorse le tappe più significative non solo della questione atomica, ma della politica estera di Teheran. Perché – in fin dei conti – come si sarebbe detto una volta, la questione è tutta politica. In gioco non ci sono soltanto centrali e percentuali di arricchimento dell’uranio, ma un destino incrociato di relazioni, diffidenze, sospetti e speranze. Se è innegabile che Teheran abbia giocato in modo ambiguo la carta nucleare, è altrettanto vero che –come ricorda Madani – dal 1979 quasi tutte le amministrazioni Usa “hanno guardato all’altopiano iranico come a un feudo perduto”.

Ora, per chi ha la pazienza e la mente libera da pregiudizi, questo libro è l’occasione per ripassare alla moviola il film di questa strana e per certi versi paradossale vicenda. Di cui si continua a parlare con troppa approssimazione, tralasciando (per ignoranza o per scelta) passaggi fondamentali.

Per otto lunghi anni la questione nucleare è stata associata alle parole, allo stile e al volto del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Da pochi giorni, l’Iran ha come presidente il negoziatore che dieci anni fa – su mandato dell’allora presidente Khatami – sposò la linea della trasparenza e della collaborazione. Linea che – è bene ricordare – non fu in alcun modo premiata dagli interlocutori occidentali del tempo.

La seconda parte del libro, a cura di Alessandro Politi, è intitolata sinistramente “Iran-Israele: la prossima guerra e la sua geopolitica”. Lo scenario così a lungo temuto in questi anni e a tratti parso ad un passo. Anche se lo stesso Politi, in apertura, sottolinea come oggi “Israele ha una credibile capacità di essere una minaccia esistenziale per l’Iran e non viceversa”.

Visto che, con Rowhani, le premesse sono oggettivamente diverse rispetto ad appena pochi mesi fa, questo libro può rivelarsi prezioso per i tantissimi che nei prossimi mesi si occuperanno di “cose iraniane”. A proposito, sapreste dire quanti sono esattamente i siti nucleari iraniani? Nella terza parte del libro, curata da Rodolfo Guzzi, c’è un quadro molto dettagliato delle strutture nucleari iraniane. Leggetelo.

Il governo Rowhani

Mohammad Javad Zarif

Se ne è parlato per un mese e mezzo, in pratica dal giorno dopo la vittoria del 14 giugno. Il 4 agosto Hassan Rowhani ha presentato al majles la sua squadra di governo. Secondo la Costituzione iraniana, ogni singolo ministro deve ora ricevere la fiducia del parlamento.

Ecco i nomi presentati dal neo presidente:

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Mostafa Pourmohammadi

Cultura e Guida Islamica: Ali Jannati

Petrolio: Bijan Zanganeh

Interni: Abudlreza Rahmani Fazli

Economia: Ali Teyebnia

Intelligence: Seyed Mahmoud Alavi

Energia: Hamid Chitnian

Difesa: Hossein Dehgan

Industria e commercio: Mohammad Reza Nematzadeh

Agricoltura: Mahmoud Hojatti

Lavoro: Ali Rabei

Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Mohammad Ali Najafi

Salute: Seyed Hassan Ghazizadeh Hashemi

Sport: Massoud Soltanifar

Tecnologia: Mahmoud Vaezi

Scienza: Jaffar Milimonfared

Non è un governo propriamente riformista. Secondo i media iraniani, la composizione politica potrebbe essere schematizzata così: 7 riformisti, 4 moderati, 5 indipendenti e 2 conservatori.

Non è detto che l’esecutivo resterà questo: è probabile  che alcuni nomi non avranno vita facile di fronte al majles. Ma Rowhani, nelle sue prime mosse da presidente, sta dimostrando grande capacità di mediazione e accortezza politica.

Uno dei nomi che merita maggiore attenzione è quello di Mohammad Javad Zarif agli Esteri. Probabilmente non c’era scelta migliore per un presidente che ha fatto del dialogo con l’Occidente uno dei temi principali della campagna elettorale. Non perché – come si è scritto e detto parecchio negli ultimi giorni – Zarif abbia studiato negli Usa (anche il suo predecessore Salehi si è laureato negli States..), ma perché ha una lunga storia di trattative. In epoca Khatami, è stato ambasciatore presso l’Onu e da New York si è in diverse occasioni spostato a Washington per incontrare senatori ed esponenti americani. Non è un mistero che abbia lavorato al Grand Bargain del 2003, il grande accordo di “normalizzazione dei rapporti” proposto da Teheran e rispedito al mittente dall’amministrazione Bush.

L’altro nome che ha fatto molto discutere è quello di Ali Jannati, scelto per il ministero della Cultura e Guida islamica (Ershad). Si tratta di una posizione chiave, perché incide in modo determinante sulla vita degli iraniani. Con la prima presidenza Khatami, il ruolo fu ricoperto dal 1997 al 2000 da Moharejani che diede vita a una breve ma intensissima stagione di grande apertura e fermento culturale per la stampa, il cinema e la musica. Negli otto anni di presidenza Ahmadinejad, il ministero ha invece interpretato in modo molto restrittivo il suo ruolo, mettendo, tra l’altro,  al bando centinaia di quotidiani e chiudendo la Casa del cinema.

Jannati ha un passato da diplomatico in Kuwait, con ottimi rapporti con Rafsanjani e una brevissima esperienza nel primo gabinetto di Ahmadinejad. Ma a lui si rimprovera più che altro il cognome, dato che è figlio di Ahmad Jannati, l’ayatollah ultraconservatore al vertice del Consiglio dei Guardiani. Tuttavia, il nuovo ministro ha sempre espresso posizioni differenti da quelle del padre, sostenendo che le idee politiche non “si trasmettono per dna”.

Ha destato più di qualche mugugno la scelta di Mostafa Pourmohammadi come ministro della Giustizia. Pourmohammadi era pubblico ministero nei tribunali rivoluzionari che seminarono il terrore negli anni Ottanta e giocò un ruolo di primo piano nelle esecuzioni di massa del 1988, con le quali vennero eliminati migliaia e migliaia di oppositori del regime. Una scelta che suona un po’ stonata con gli annunci di Rowhani che, in campagna elettorale, aveva parlato della necessità di uscire dalla logica di “Stato di sicurezza”.

Va comunque precisato che il ministro della Giustizia viene scelto dal presidente tra una rosa di 4 nomi proposti dal capo della Magistratura. Rowhani, in questo senso, non aveva grande libertà di scelta. Forse, da un punto di vista politico, questa nomina serva a “tutelare” le altre, a cominciare da quella del ministro degli Esteri.

Per concludere, con una mossa a sorpresa la Guida Khamenei ha nominato il presidente uscente Ahmadinejad membro del Consiglio per il discernimento.

Promoveatur ut amoveatur?

Rowhani, un mese dopo

Iran dopo le elezioni

Il destino dell’Iran è davvero singolare: indicato per anni come l’origine di tutte le tensioni del Medio Oriente, oggi il paese vive una strana e imprevista “normalità”. Con la Siria dilaniata dalla guerra civile, l’Egitto nel caos e persino la Turchia scossa da un’ondata imprevista di proteste, le elezioni presidenziali iraniane del 14 giugno hanno ricevuto, da parte dei media internazionali, un’attenzione molto fugace.

La vittoria del moderato Hassan Rowhani è stata generalmente definita una sorpresa e non si è scavato molto per cercare di capire le ragioni di questo risultato. Ma è stata davvero una sorpresa?

Potremmo dire di sì, ma un po’ tutte le elezioni presidenziali iraniane lo sono, a pensarci bene. La vittoria di Khatami nel 1997 non era prevista, così come non lo era quella di Ahmadinejad nel 2005 e furono una sorpresa – negativa – anche i presunti brogli del 2009 che spianarono la strada per il secondo mandato del presidente ormai uscente.

Sbagliare completamente le previsioni è perciò molto facile, quando si ha a che fare con l’Iran.

Questo perché spesso alla politica persiana vengono applicati criteri di valutazione inappropriati. Schieramenti e cartelli elettorali si compongono e rimescolano in tempi rapidi e sono quasi sempre decisive le ultime due o tre settimane prima del voto.

Va anche detto, però, che il nome di Rowhani era cominciato a circolare già lo scorso inverno sui media iraniani (noi ne parlammo qui), mentre la maggior parte degli osservatori occidentali continuavano a ripetere che il voto sarebbe stata una competizione tutta interna al fronte conservatore.

Ecco, uno dei motivi del successo di Rowhani è stata proprio la divisione del fronte conservatore, incapace di esprimere un candidato unico. E pensare che la guida Khamenei aveva fin da dicembre incaricato tre dei politici più fidati (Haddad Adel, Velayati e Ghalibaf) di trovare un solo nome su cui puntare a giugno. Ma i tre non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno in extremis, quando invece l’unico vero riformista in gioco, Mohammad Reza Aref, si è ritirato in favore di Rowhani. La stessa cosa, a parti invertite, accadde nel 2005, quando la divisione dei riformisti portò l’outsider Ahmadinejad al ballottaggio con Rafsanjani e poi alla clamorosa vittoria.

Altro elemento che ha giocato a favore di Rouhani è l’alta affluenza (72%), che tradizionalmente, nella storia delle elezioni iraniane, penalizza i conservatori.

Il voto a Rowhani è stato soprattutto un voto contro gli otto anni di Ahmadinejad. Anni di crisi economica, tensioni e isolamento internazionale. Il desiderio di voltare pagina in modo netto, ha spinto alle urne anche chi non crede (o non crede più) nel regime. Che, va detto, esce rafforzato da questo voto. “Ogni voto a queste elezioni, è un voto di fiducia alla Repubblica islamica”, aveva detto la Guida Khamenei.

E oggi incassa un risultato che rafforza la posizione dell’Iran nello scenario regionale.

L’Iran è un paese in cui si è scelto un presidente: ai suoi confini ci sono guerre civili, autocrazie, presidenti tenuti in carica dalle forze di occupazione Usa. L’Iran non è certo una democrazia liberale, ma in questo caso nessuno può parlare di elezioni farsa.

Khamenei avrebbe certo preferito un altro presidente: per mesi si è parlato di Velayati come suo favorito. Poi pareva che fosse Jalili il predestinato. Qualcuno, a scrutinio terminato, si è chiesto perché la Guida stavolta abbia accettato un risultato “poco gradito” e non abbia forzato la mano come nel 2009.

In realtà, le contestatissime e drammatiche elezioni di quattro anni fa, rappresentano una ferita non solo per la società civile, ma per lo stesso sistema politico iraniano. Nel suo testamento politico, Khomeini avvertiva che “chiunque si illudesse di poter fare a meno del popolo, avrebbe fatto la fine dello scià”. Con tutti i suoi limiti, la Repubblica islamica ha bisogno di consenso e partecipazione.

La lunga estate del 2009 fu il primo vero momento di crisi politica dopo trent’anni e nessuno sapeva fino a che punto ribellione e repressione si sarebbero spinti.

Ora tutto si può dire tranne che Rowhani possa costituire una minaccia al sistema. Membro dell’Assemblea degli esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, è un politico di lungo corso, stimato e apprezzato dallo stesso Khamenei.

Rispetto ad Ahmadinejad, ha un percorso umano e politico molto diverso. È un religioso (Hojjat al-Islam, titolo inferiore a quello di Ayatollah), ha studiato all’estero e ha una riconosciuta esperienza a livello internazionale. Con Khatami presidente, fu il capo negoziatore sul nucleare dal 2003 al 2005. In quel periodo l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

Nell’ultima parte della campagna elettorale Rouhani ha conquistato il consenso del ceto medio parlando – soprattutto attraverso i social media – di libertà di espressione, esprimendosi contro la censura e i limiti al web.

Sarà in grado o vorrà cambiare davvero qualcosa? Bisogna ricordare che in Iran il presidente non ha un potere assoluto e che lo stesso Khatami si ritrovò a un certo punto strangolato tra le aspettative crescenti della società civile e i timori di Guida e pasdaran.

Ma – molto probabilmente – non saranno queste le sfide principali del nuovo presidente. Una volta insediatosi il 3 agosto, dovrà innanzitutto formare una squadra di governo coesa e credibile. In un editoriale di pochi giorni fa, Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano espressione della Guida Khamenei, ha avvertito Rowhani a non includere nella squadra pesonaggi vicini ai “sedizionisti”, cioè all’Onda Verde.

Gli stessi Khatami e Rafsanjani, grandi elettori del nuovo presidente, sembrano si stiano muovendo con grande cautela, evitando di fare pressioni per porre loro uomini nell’esecutivo.

Va ricordato che – per la Costituzione iraniana – tutti i ministri devono ricevere la fiducia del parlamento. I nomi vengono proposti dal presidente, ma alcuni ruoli, come il ministro dell’intelligence, sono tradizionalmente indicati dalla Guida. Nel 2009 Ahmadinejad tentò di forzare questa tradizione, provando a piazzare Mashaei – suo sodale e consuocero – al posto di Heydar Moslehi. Quando la Guida impose Moslehi, Ahmadinejad, per protesta, non si presentò al lavoro per 11 giorni.

Rouhani pare abbia già elaborato un piano per i primi 100 giorni di governo per uscire dall’emergenza economica.

D’altro canto, secondo Akbar Torkan, ministro della difesa con Rafsanjani vice ministro del petrolio nel primo mandato di Ahmadinejad, sostiene che il primo obiettivo del nuovo governo sarà garantire i beni di necessità alle famiglie iraniane. Il bilancio approvato dal governo uscente per il prossimo anno sarebbe infatti del tutto irrealistico. Per continuare a pagare i sussidi alle famiglie, i prezzi dell’energia dovrebbero essere aumentati del 38%.

Di certo, non sarebbe un esordio facile per Rowhani. Ma, d’altro canto, i numeri parlano chiaro: secondo lo stesso neopresidente, l’inflazione, a livello annuo, sfiora il 42% . Per alleggerire la situazione, è quanto mai urgente una soluzione alle sanzioni economiche. Rowhani sarebbe intenzionato a trasferire la gestione della questione nucleare dal Consiglio supremo della sicurezza nazionale alla presidenza, affidando i negoziati a un uomo di sua fiducia.

Per quanto riguarda la politica estera, Rouhani ha già detto di voler innanzitutto rafforzare legami con paesi confinanti e vicini, lanciando messaggi distensivi verso le monarchie arabe del Golfo, interlocutori politici e potenziali partner economici fondamentali. Le grandi manovre del negoziatore Rouhani sono appena cominciate.

Rowhani è presidente

Rowhani presidente

“Vince chi vota”. Lo slogan di Gianni Alemanno per le comunali di Roma racchiude il senso della vittoria di Hassan Rowhani alle undicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica di Iran.

Elezioni snobbate da buona parte dei media italiani: la copertura è stata pressoché nulla se paragonata a quella per le elezioni del 2009.

Per mesi si è detto che sarebbero state elezioni farsa, che sarebbe stata tutta una competizione all’interno del fronte conservatore e che non sarebbe andato a votare nessuno.

 Ha votato il 72% degli aventi diritto. Una decina di punti in meno rispetto alle scorse presidenziali ma comunque una percentuale alta. Chi scrive ha assistito al voto degli iraniani residenti a Roma: nonostante lo sciopero dei mezzi, hanno votato circa un migliaio di persone e Rowhani ha ottenuto oltre il 90% dei consensi. Molti dei giovani studenti che nel 2009 animarono le proteste contro i presunti (e assai probabili) brogli elettorali, alla fine non hanno boicottato il voto ma hanno sostenuto Rowhani.

È un dato di fatto, dal quale occorre partire per qualsiasi analisi. Così come nel 2009 l’Onda Verde era nata da una campagna elettorale, anche la “speranza viola” (il colore di Rowhani) ha preso vita in queste ultime due settimane. Il candidato che sembrava spacciato e addirittura in pericolo di “squalifica” da parte del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto rapidamente nei sondaggi e ha vinto addirittura al primo turno.

È una sconfitta netta per chi predicava l’astensione come unico modo per delegittimare il sistema. Le scene di giubilo nelle strade delle città iraniane sanno tanto di rivincita anche per quanto accaduto nel 2009.

Personalmente credevo che sarebbe arrivato primo ma con una percentuale molto più bassa. E pensavo che al ballottaggio Qalibaf (più lui di Jalili) avrebbe vinto. E invece no: d’altra parte, l’Iran riesce sempre a sorprendere tutti.

Ha vinto Rowhani ma non ha di certo perso la Guida Khamenei che lo aveva detto esplicitamente: “Anche chi non sostiene la Repubblica islamica, voti per sostenere il proprio Paese”. Probabilmente ha capito che era l’ultima occasione per non scavare un fossato ancora più profondo tra il sistema politico e i desideri reali del popolo. Detto questo, l’esito elettorale non è stato né imposto né pilotato. L’incertezza dei risultati dati col contagocce ora dopo ora ne è la prova. Ed è ancora più chiara la differenza tra il voto di oggi e quello del 2009, quando la vittoria di Ahmadinejad venne annunciata in tempi rapidissimi.

Nucleare e non solo

Cosa accadrà con il nuovo presidente? Chi – fuori dall’Iran – auspice stravolgimenti del sistema, è fuori strada. Non solo perché è quasi impossibile per i rapporti di forza in campo, ma perché non sono queste le intenzioni di Rowhani.

Quali sono le priorità per il nuovo presidente?

In questo momento per l’Iran è fondamentale uscire dall’isolamento internazionale: ottenere almeno un ammorbidimento delle sanzioni, riaprire il dialogo, dare ossigneno alla propria economia. Alla notizia della vittoria di Rowhani, il rial ha recuperato il 6% sul dollaro e la borsa di Teheran ha raggiunto il suo massimo storico negli ultimi 5 anni.

Dalla Casa Bianca è arrivata una nota di congratulazioni e un auspicio per una soluzione diplomatica sulla questione nucleare. Può sembrare niente, ma è un segnale positivo.

Il nuovo presidente di insedierà ad agosto e presenterà la sua squadra di governo. Circolano nomi “di peso”: come vice ci potrebbe essere Aref (che si è ritirato e ha dato i voti necessari alla vittoria al primo turno); per gli esteri si parla di Velayati (che è il più esperto e avrebbe piena fiducia della Guida); come capo negoziatore sul nucleare si fa il nome dell’ex presidente Mohammad Khatami, in un curioso scambio di ruoli con Rowhani a distanza di otto anni. Di sicuro, la Guida (che per la Costituzione ha l’ultima parola in politica estera) conosce molto bene il nuovo presidente e potrebbe esserci maggiore unità strategica sulla negoziazione per il nucleare.

Più complessa la situazione interna. Il chiaro appoggio ricevuto da Rafsanjani, potrebbe creare problemi con basiji e pasdaran. I guardiani della rivoluzione acquistarono maggiore peso politico proprio durante la presidenza Khatami, quando si ersero a paladini dell’integrità del regime contro le deviazioni riformistiche.

Mousavi e Karroubi saranno rilasciati? È quello che si augurano gli elettori di Rowhani. Ed è il gesto che potrebbe sancire una pacificazione nazionale.

Di certo, la fine dell’era Ahmadinejad apre nuove prospettive per l’Iran e di conseguenza per l’intera regione.

Ecco le percentuali del voto:

Hassan Rowahni    50.71%

Qalibaf 16,56%

Jalili 11,36%

Rezaei 10,58%

Velayati 6,18%

Gharazi 1,22%

Per tutti i dati elettorali clicca qui

 

Iran alle urne

Quasi sicuramente ci sarà bisogno del ballottaggio per conoscere il nome del successore di Mahmoud Ahmadinejad. Nessuno dei sei candidati rimasti in gara dopo il ritiro del riformista Mohammad Reza Aref e del conservatore Gholam-Ali Hadad-Adel sembra infatti in grado di raggiungere la maggioranza assoluta al primo turno.

Come da tradizione, la campagna elettorale si è accesa negli ultimissimi giorni. Appena un mese queste elezioni venivano definite un confronto tutto interno al fronte  conservatore, senza  una reale possibilità di cambiamento dopo gli otto anni di Ahmadinejad. Questa impressione sembrava rafforzata dall’esclusione da parte del Consiglio dei Guardiani di Hashemi Rafsanjani. La contemporanea esclusione di Esfandiar Rahim Mashai, consuocero e delfino del presidente uscente, ha invece tolto di scena il candidato che avrebbe potuto rappresentare la continuità con l’amministrazione uscente.

Le elezioni non si sa ancora chi le vincerà, ma la campagna elettorale ha un vincitore chiaro: Hassan Rowhani. Pur non essendo ascrivibile al cento per cento al fronte riformista, è sostenuto da forze che hanno sempre sostenuto candidati riformisti, come ad esempio il partito Mosharekat (“condivisione”) e l’Associazione del clero combattente. Negli ultimi giorni di campagna ha ricevuto i pesantissimi endorsment di due ex presidenti: il riformista Mohammad Khatami e il già citato Rafsanjani. Una campagna di comunicazione molto abile, ha trascinato alle urne una massa di iraniani delusi e depressi dal voto del 2009.

Promette agli iraniani “moderazione e speranza”. È l’unico religioso tra gli otto candidati ammessi il 21 maggio. Può sembrare un paradosso, ma è un dato indicativo dei cambiamenti della politica interna iraniana.

Se Rowhani è la sorpresa, la delusione è Ali-Akbar Velayati. A lungo ministro degli Esteri, è sicuramente il candidato preferito dalla Guida Ali Khamenei. Ma in questa campagna elettorale ha dimostrato scarsa personalità e più volte si è vociferato di un suo ritiro a favore di un altro candidato conservatore.

Era partito forte Saeed Jalili, candidato del Fronte della resistenza, trionfatore alle elezioni parlamentari del 2012. Sostenuto dai basiji, è il più radicale tra i conservatori in lizza. Attuale capo negoziatore sul nucleare, ha adottao uno slogan che dice tutto: “Nessun compromesso, nessuna sottomissione, solo Jalili”. Non va sottovalutato il sostegno che potrebbe raccogliere nei ceti popolari, ma al momento sembra un passo indietro rispetto a Rowhani e all’attuale sindaco di Teheran Mohammad Bagher Qalibaf. Conservatore pragmatico, ex capo dei Pasdaran, punta all’innovazione del Paese e alla riforma della macchina amministrativa. Potrebbe, proprio in quanto “falco”, essere un interlocutore credibile in una trattativa con l’Occidente. Però all’interno del fronte conservatore non sembra in grado di fare il pieno dei voti.

L’ultimo sondaggio alla vigilia del voto dice: Rowhani 38%, Qalibaf  24,6%, Rezai 13,7%, Jalali al 12,6%,  Velayati al 9,7%.

Così andrebbero al ballottaggio Rowhani e Qalibaf.

L’affluenza è alta, tanto che è stata prolungata di due ore l’apertura delle urne. Alta anche la partecipazione al voto degli iraniani all’estero. All’ambasciata di Roma hanno votato in tanti, soprattutto giovani. Non si respira certo l’entusiasmo del 2009, ma c’è comunque grande attesa.

Teheran verso le elezioni/8

A tre giorni dal voto per le presidenziali (venerdì 14 giugno) riproponiamo il live tweetting del dibattito tv tra i candidati andato in onda venerdì scorso.

Se non lo visualizzi qui sotto, vai a: http://storify.com/anto_sacchetti/elezioni-iran-2013

 

Teheran verso le elezioni/6

Dibattito tv elezioni Iran

Via ai match televisivi tra i candidati alla successione di Ahmadinejad. Il video integrale delle trasmissione e una mia analisi per Arab Media Report:

 

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=6P0oYHskTOM[/youtube]

Teheran verso le elezioni/5

Ebtekar esclusione Rafsanjani

Ieri notte il Ministero degli Interni iraniano ha rilasciato la lista dei candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani alle elezioni. Adesso è ufficiale quanto anticipato già martedì 21 maggio dall’Agenzia Mehr: sia Mashaei sia Rafsanjani sono stati esclusi.

Ma se quasi tutti si aspettavano che il delfino (nonché consuocero) di Ahmadinejad venisse fatto fuori, l’esclusione di Rafsanjani è abbastanza clamorosa. Il quotidiano Ebtekar titola in prima pagina “Grande shock”.

Escludere uno dei padri fondatori della Repubblica islamica, da più di 30 anni al centro della scena politica, è senza dubbio una decisione forte.

C’è chi avanza l’ipotesi che la sua esclusione serva in un certo senso a compensare quella di Mashaei. In questo caso, la Guida Khamenei avrebbe messo uno contro l’altro due suoi rivali al fine di eliminarli entrambi.

Va comunque ricordato che la Guida può reintegrare candidati esclusi dal Consiglio dei Guardiani. Lo fece, ad esempio, nel 2005 per due candidati riformisti.

Rafsanjani ha annunciato che rispetterà la decisione del Consiglio dei Guardiani, mentre Ahmadinejad chiede a Khamenei di “risolvere il problema” dell’esclusione di Mashei.

Otto gli ammessi al voto del 14 giugno:

1. Saeed Jalili;

2. Mohammad Bagher Ghalibaf;

3. Gholamali Haddad Adel;

4. Ali Akbar Velayati;

5. Hassan Rowhani;

6. Mohammad Gharazi;

7. Mohsen Rezaei;

8. Mohammad Reza Aref.

Da notare che sono stati ammessi tutti e tre i membri del cosiddetto gruppo 2+1 (Velayati, Haddad Adel e Ghalibaf), creato lo scorso dicembre da Khamenei per individuare un unico candidato per l’area politica a lui più vicina.

È a questo punto probabile che di questi otto candidati più di uno decida di ritirarsi per non disperdere troppo i voti.

Teheran verso le elezioni/4

Colpo di scena finale. A meno di mezz’ora dalla chiusura dei termini, Ali Akbar Rafsanjani si è registrato per le presidenziali del 14 giugno. Registrazione in “zona Cesarini” anche quella di Esfandiar Rahim Mashai, arrivato al ministero dell’Interno accompagnato dal presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, suo sodale e consuocero. In extremis anche la registrazione di Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e capo negoziatore sulla questione nucleare.

Difficile che il Consiglio dei Guardiani approvi la candidatura di Mashai, mentre quella di Rafsanjani è praticamente blindata. Anche perché per settimane il due volte presidente aveva detto che non si sarebbe mai candidato contro il volere della Guida Khamenei. Evidentemente, qualcosa tra i due, nel frattempo, è cambiato.

L’entrato in campo di Rafsanjani spariglia lo scenario – comunque ancora nebuloso – fin qui delineatosi. Secondo il ministero degli Interni si sono registrate circa 700 persone. Di queste, secondo l’agenzia ISNA, sono figure politiche interne al sistema, alcune di lungo corso.

Il fronte conservatore, per contrastare Rafsanjani, deve a questo punto concentrare le proprie forze su un unico candidato. Difficile dire se sarà Qalibaf. Più probabile che si possa trovare unità su Jalili o Velayati.

Di sicuro, un numero non indifferente di candidati si ritirerà dalla competizione per appoggiare uno dei due big scesi in campo. L’ex presidente riformista Khatami ha elogiato sul proprio sito web la candidatura di Rafsanjani, dando una precisa indicazione di voto.

Altri candidati moderati e riformisti – Hassan Rowhani, Mohammad Reza Aref, Mostafa Kavakebian, hanno già annunciato il loro ritiro e il loro appoggio a Rafsanjani.

La palla adesso passa al Consiglio dei Guardiani.

Teheran verso le elezioni/3

Iran presidenziali 2013

Il 7 maggio è iniziata la registrazione per i candidati alle presidenziali presso il ministero dell’Interno di Teheran. I candidati hanno tempo fino alle 18 di sabato 11 maggio per registrarsi. Nei giorni successivi il Consiglio dei Guardiani stilerà un primo elenco di candidati ammessi a cui seguirà con ogni probabilità un ricorso da parte degli esclusi. L’elenco definitivo dei candidati sarà stilato il 23 maggio.

Il primo giorno si sono candidati una ventina di candidati. Tra i primi, l’ex negoziatore nucleare e attuale capo del Centro per la ricerca strategica Hassan Rowhani che ha dichiarato alla stampa di essere un “moderato”, a metà strada tra riformisti e principalisti. Rowhani si è anche detto scettico circa una possibile candidatura da parte di Rafsanjani.

Tra i nomi dei primi candidati, Sadegh Vaez-zadeh (ex vice di Ahmadinejad e membro del Consiglio per il Discernimento), l’ex ministro della Sanità Kamran Bagheri Lankari e il parlamentare di lungo corso Mostafa Kavakebian.

Teheran verso le elezioni/2

Presidenziali Repubblica Islamica 2013

A pochissimi giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature per le presidenziali, la scena politica iraniana è scossa da segnali contrastanti e clamorosi.

Il 27 aprile il sito Baztab ha pubblicato un articolo che parla dell’esistenza di un nastro audio che proverebbe i brogli elettorali del 2009. Ahmadinejad sarebbe pronto a rendere pubblico quel nastro qualora il Consiglio dei Guardiani bocciasse la candidatura del suo braccio destro e consuocero Esfandiar Rahim Mashei.

Lo staff di Ahmadinejad ha però negato con vigore l’esistenza di tale nastro.

Altrettanto clamorosa e difficile da verificare la notizia secondo la quale il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato trattenuto in stato d’arresto per 7 ore lo scorso 29 aprile.

Secondo il sito WND Ahmadinejad, dopo essersi recato in vista alla 26esima Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sarebbe stato convocato dalla Guida per “comunicazioni urgenti”. L’auto con a bordo il presidente sarebbe stata isolata da quelle della scorta e dirottata in un edificio del Ministero degli Esteri. Qui, il presidente uscente sarebbe rimasto per ore in un vertice con Asghar Hejazi, capo intelligence dell’ufficio della Guida, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida e il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejei.

Il summit si sarebbe concluso intorno alla mezzanotte e sarebbe stato una sorta di avvertimento nei confronti del presidente Ahmadinejad.

Novità anche da Hashemi Rafsanjani che sarebbe intenzionato a candidarsi. Il suo, sarebbe un vero e proprio atto di sfida nei confronti della Guida Khamenei che punta invece a individuare un candidato forte che possa rappresentare il fronte ultraconservatore.

Lunedì 29 aprile Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano conservatore vicino alla Guida, ha sferrato un violento attacco all’ex presidente riformista Khatami, accusandolo in sostanza di essere la “quinta colonna di Usa, Israele e Gran Bretagna” e di aver fomentato i disordini del 2009. Khatami non ha replicato, ma il sito Entekhab ha confermato che l’ex presidente non si candiderà.

Teheran verso le elezioni/1

Iran. Si vota il 14 giugno

Alle elezioni presidenziali iraniane manca un mese e mezzo. Per ora l’attenzione dei media internazionali è blanda e d’altra parte la campagna elettorale deve ancora cominciare. I candidati hanno tempo per registrarsi dal 7 all’11 maggio. Poi il Consiglio dei Guardiani passerà al vaglio i profili dei singoli e avremo la lista ufficiale dei papabili.

Va inoltre ricordato che il 14 giugno si svolgono anche le elezioni amministrative. Un election day che potrebbe far lievitare la partecipazione.

“Il Consiglio dei Guardiani valuta, sulla base dei requisiti indicati dalla Costituzione, se ogni singolo candidato sia idoneo a partecipare alle elezioni presidenziali e parlamentari”. Così recita la Carta iraniana.

Per avere un’idea di che genere di “taglio” possa esercitare il Consiglio, basti ricordare che nel 2009 i pretendenti candidati erano 475 (tra cui 42 donne) e il consiglio dei Guardiani ne ammise solo 4.

Tra meno di due settimane potremo perciò cominciare a parlare di dei singoli candidati e azzardare pronostici.

Prima è però forse necessario fugare alcuni equivoci.

Le elezioni del 2009 sono state probabilmente un’eccezione nella storia della Repubblica Islamica: la straordinaria mobilitazione per Karroubi, il voto, i sospetti e le accuse (più che fondate) di brogli, la repressione delle proteste poi.

È impensabile che il sistema tolleri una “replica” di quell’esperienza. Ma è altrettanto vero che non potrà nemmeno permettersi una “messa in scena” totale. Nella Repubblica islamica – con tutti i limiti e i difetti del sistema – le elezioni hanno sempre visto una competizione reale tra i candidati. Se non fosse stato così, non avremmo mai avuto Khatami e non avremmo avuto l’Onda Verde.

Già un mese fa dalla Guida sono arrivati dei segnali inequivocabili: le prossime elezioni non dovranno più avere quello “stile occidentale” che aveva caratterizzato il voto del 2009. Stop dunque a confronti televisivi e alla propaganda continua per un mese.

Eppure erano stati questi gli elementi che avevano appassionato gli iraniani e aveva contribuito alla massiccia affluenza alle urne (oltre l’80%).

Il Consiglio dei guardiani ha poi intimato ai candidati di non usare fondi pubblici per la propria campagna elettorale.

Già, ma chi saranno i candidati? Finora, sono una ventina gli esponenti politici che hanno manifestato l’intenzione di candidarsi. Tutti nomi piuttosto noti: tra gli altri, Mohammad Baqer Ghalibaf, sindaco di Teheran; Ali Larijani, presidente del parlamento; Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo di sicurezza nazionale e capo negoziatore dell’Iran con il ‘5+1’ sul nucleare; Mohsen Rezaei, ex capo dei Pasdaran e attuale guida del Consiglio del Discernimento; Esfandiar Rahim-Mashaei, ex Capo di Gabinetto e consuocero di Mahmoud Ahmadinejad; Ali Akbar Velayati, Consigliere della Guida Khamenei; Manouchehr Mottaki, ex ministro degli esteri e altri ancora.

Ma è una situazione in continuo divenire. Fino ad alcuni giorni fa, ad esempio, sembrava probabile la candidatura dell’ex presidente Mohammad Khatami. Ma in una riunione con un gruppo di veterani è stato lui stesso ad annunciare che stavolta non correrà, perché sente che “buona parte del sistema è contro di lui”.

Difficile anche che il Consiglio dei Guardiani approvi la candidatura di Esfandiar Rahim-Mashaei. Mentre sembrano risalire le quotazioni dell’eterno Ali Akbar Hashemi Rafsanjani.

[youtube]http://youtu.be/661ncgTFASs[/youtube]

Alcuni mesi fa, Khamenei aveva affidato a tre politici di sua fiducia (il suo consigliere Velayati, il parlamentare  di lungo corso Gholam Ali Haddad-Adel e il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf) l’incarico di trovare un candidato unico per i “principalisti” (conservatori). Ad oggi il cosiddetto gruppo 2+1 non ha trovato un nome.

Ma i giochi devono ancora entrare nel vivo.