Iran Talks

Iran Talks Vienna

Il 24 novembre 2014 scade l’accordo ad interim sul nucleare stipulato tra Iran e Gruppo 5+1 un anno fa. Il 18 novembre si apre a Vienna una nuova e decisiva sessione di colloqui, preceduta da un summit di due giorni in Oman tra il 9 e il 10 novembre, conclusasi – almeno ufficialmente – senza progressi effettivi.

Ecco il diario dei colloqui:

24 novembre

Colazione (nel senso di breakfast) di lavoro tra ministri degli Esteri di Iran e Cina. E’ il primo appuntamento di una giornata che si preannuncia lunghissima. In un tweet molto pragmatico, la Guida Khamenei dice in sostanza: se l’accordo arriva bene, altrimenti il Paese continuerà sulla sua strada.

      La voce del giorno parla di un rinvio dei negoziati a dicembre in Oman.    Schema di una possibile soluzione:

Nel primo pomeriggio arriva la conferma della voce che circolava già dalla domenica: l’accordo ad interim viene esteso al 1° luglio 2015. L’Iran riceverà 700 milioni di dollari al mese come anticipo sui 100 miliardi di dollari congelati.

 

Finale di partita:

Uno dei tweet di Rouhani a vertice concluso:

 

Il quotidiano riformista Shargh titola: “Estensione di speranza”.

 23 novembre La stampa conservatrice iraniana definisce l’accordo “impossibile”. Il Dipartimento di Stato Usa invita a considerare questi messaggi con cautela. Il programma della giornata prevede nuovi incontri tra Usa e Iran. La sensazione è che Tehran voglia arrivare a un accordo politico di massima entro il 24 per poi fissare i dettagli tecnici in seguito.   Per tutta la domenica si alternano cronache più o meno attendibili. Sui social media, molti iraniani propendono all’ottimismo. Più scettici gli osservatori europei e americani. La partita è sempre più a due, tra Zarif e Kerry. Per lunedì mattina è prevista una telefonata tra il presidente iraniano Rouhani e il presidente russo Putin.   Domenica sera Rouhani posta una foto emblematica sul suo account Instagram: “Omid”, “Speranza”.

A photo posted by Hassan Rouhani (@hrouhani) on

 Mentre il segretario di Stato Usa John Kerry twitta:

  22 novembre   Dietrofront nella notte: Zarif e Kerry non partono più, ma rimangono entrambi a Vienna e si incontrano in un vertice di due ore. Il gruppo 5+1 avrebbe formulato una nuova proposta all’Iran, i cui dettagli non sono stati resi noti. La notizia è stata riportata dai media di Stato iraniani, nonostante la smentita da parte dello stesso ministro degli Esteri Zarif. Al di là di queste schermaglie, Teheran starebbe valutando questa proposta, con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro il 24. Il vertice entra nel weekend decisivo, a soli due giorni dalla scadenza dell’accordo ad interim.

        Note ai margini della Storia. Uno studente iraniano che vive negli Usa lancia questo augurio via Twitter:

    21 novembre   Voci non confermate sostengono che Zarif sarebbe pronto a tornare in Iran per consultarsi sui negoziati ad avere – eventualmente – il via libera a sottoscrivere un accordo. Durante la preghiera del venerdì l’ayatollah Jannati ,capo del Consiglio dei Guardiani, ha ammonito i negoziatori iraniani a non “accettare umiliazioni da parte degli Usa”. Arriva a Vienna il ministro degli Esteri della Francia Laurent Fabius.

        20 novembre    Scendono le quotazioni circa il raggiungimento di un’intesa entro il 24 novembre. Fonti diplomatiche britanniche parlano di un probabile nuovo rinvio. Fonti iraniane escludono invece un nuovo accordo ad interim. In serata arriva a Vienna il segretario di Stato Usa John Kerry.   19 novembre   Secondo giorno di negoziati. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Zarif, che l’accordo si faccia o meno, “il 24 novembre sarà comunque il giorno della vittoria nazionale”. Come dire: l’Iran farà di tutto per arrivare a un accordo, ma non svenderà la propria dignità. Il segretario di Stato Usa John Kerry rimanda l’arrivo a Vienna (da Londra) prevista per oggi. Giovedì 20 sarà a Parigi per incontrare l’omologo francese Laurent Fabius e si parla anche di un secondo incontro col ministro saudita Saud al Feisa.   18 novembre   Si apre il nuovo round di colloqui a Vienna. Il clima è moderatamente ottimista.

     17 novembre Suscita curiosità l’imprevisto viaggio di un solo giorno del ministro degli Esteri di Oman a Teheran. Visto il ruolo giocato dal sultanato nel dialogo tra Usa e Iran, molti osservatori ipotizzano uno scambio di messaggi tra le parti prima dell’avvio dei negoziati a Vienna.   16 novembre   Nessuna novità di rilievo, ma hanno suscitato interesse le parole del viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov a margine degli incontri al G20 in Australia:

Iran e 5+1 non sono mai stati così vicini a un accordo. C’è tutto il tempo di raggiungerlo dal 18 (giorno dell’inizio del vertice a Vienna) al 24 novembre. Bisogna solo vedere se a Teheran e Washington verranno prese le decisioni necessarie.

Significativa anche l’intervista rilasciata a Marina Forti dall’ex ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, una dei firmatari di una lettera diffusa dall’European Council on Foreign Relations che invita le parti al compromesso . Secondo Bonino,

un accordo in grado di affrontare in maniera pacifica ed efficace i timori degli E3+3 sulla proliferazione nucleare iraniana e di rispettare, allo stesso tempo, la sovranità e le legittime aspirazioni iraniane, è davvero a portata di mano.

14 novembre   Continua a essere molto vivace l’account Twitter di Khamenei. Vivace e polemico con gli Stati Uniti e l’Occidente. In un tweet, ricorda come l’Iran sia stato vittima delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, nel silenzio pressoché totale di tutto il mondo.

  In un video su Youtube – sottotitolato in inglese –  ribadisce il diritto dell’Iran a proseguire con il proprio programma nucleare.   Con l’avvicinarsi del 24 novembre, nessun messaggio è casuale.   [divider] [/divider]   11 novembre   In questo apparente stallo, spiccano due tweet del 10 novembre con cui la Guida Ali Khamenei esprime il pieno sostegno ai colloqui e ribadisce i punti cardine della diplomazia iraniana.

Nei giorni passati si era diffusa la voce che al vertice in Oman avrebbe partecipato Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida sulla politica estera. L’indiscrezione aveva alimentato l’ipotesi che un accordo fosse ormai imminente. Velayati non ha poi partecipato al vertice.   Intanto, mentre l’accordo non è ancora raggiunto, si sprecano le analisi in vista della possibile fine delle sanzioni.  Ecco un esempio:  

Così parlò Rouhani

Rouhani all'ONU

Nel 2013 la partecipazione di Hassan Rouhani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fu il trampolino di lancio per i colloqui che portarono all’accordo ad interim sul nucleare del 24 novembre 2013. Diverso, ma ugualmente importante, l’intervento di quest’anno.

In sostanza, il messaggio lanciato è: una soluzione sul nucleare è possibile e noi vogliamo raggiungerla. Ma basta con le sanzioni e le minacce, o sarà tutto inutile.

Che fine ha fatto Rouhani?

Innanzitutto, un piccolo mistero. L’intervento di Rouhani era il primo in scaletta per il 25 settembre. Il presidente iraniano è fotografato all’arrivo al Palazzo di Vetro, ma poi sparisce. Il programma subisce dei cambiamenti: parlano prima i rappresentanti di Ghana e Croazia. Perché questo ritardo? Sui social si scatenano le ipotesi: sta correggendo il testo del suo intervento? O è impegnato in un colloqui fuori programma?

Live tweeting

Quando finalmente arriva in aula, l’account Twitter @HassanRouhani comincia un live tweeting puntualissimo:

Tutto l’intervento del presidente è di fatto riassunto in tempo reale. Seguendo sia la diretta streaming sia il live tweeting, ci si rende conto che in alcuni passaggi i tweet anticipano la voce del presidente. Segno che chi gestisce l’account è in possesso del testo del suo intervento. Un ottimo caso di copertura digitale di un evento istituzionale.    Ecco alcuni dei punti (e dei tweet) chiave dell’intervento.   Chi ha creato l’Isis dovrebbe chiedere scusa   Chi ha finanziato l’Isis dovrebbe ammettere le proprie responsabilità e chiedere scusa.

 

 

In cerca di fiducia

Uno dei passaggi più interessanti: “In Medio Oriente ci sono politici ed élite moderate che godono del sostegno del loro popolo. Non sono né anti occidentali né filo occidentali”.  Chiaro riferimento a se stesso e alla coalizione moderata che lo ha eletto presidente in Iran. E’ un messaggio chiaro: se non ci date fiducia, in Iran tornerà al potere chi è chiaramente anti occidentale.


Media occidentali istigano l’islamofobia

“Sono stupito da questi gruppi criminali che si definiscono Islamici. I media occidentali ripetono questo falso proclama che produce odio contro tutti i musulmani”. 

 

Critiche agli Usa

Rouhani critica gli Usa per il loro comportamento in Iraq: continuare a pretendere l’egemonia nella regione è un errore strategico. 

Anche perché “la democrazia non è un prodotto che può essere importato in Oriente da Occidente”.

E la soluzione suggerita è chiara: l’Iran può svolgere un ruolo chiave nella soluzione della crisi irachena

 

 Un riferimento a Khatami

E al suo appello per il dialogo tra le civiltà: “Ricordiamoci che prima dell’atto criminale dell’11 settembre l’Iran invitò tutti al dialogo”.

 

 Sul nucleare

Poi Rouhani entra nel vivo della questione nucleare: “Noi abbiamo intrapreso negoziati seri e onesti non a causa delle sanzioni, ma perché il nostro popolo ce lo ha chiesto”. Come dire: io sono stato eletto per questo, gli iraniani mi hanno votato proprio perché dialogassi con l’Occidente. 

Avanti con i negoziati

Rouhani rilancia in vista della scadenza dell’accordo ad interim (24 novembre): “Siamo determinati a continuare”. 

 

 

 

 

 Il video integrale del discorso (doppiato in inglese)

 

L’accordo – dice – sarebbe un’opportunità storica per l’Occidente.

 

Potrebbe essere solo l’inizio

E poi apre: “Un accordo finale sul programma nucleare potrebbe essere l’inizio di una collaborazione per la pace, la sicurezza e lo sviluppo”.

Per la prima volta, in una sede ufficiale, l’Iran lega la questione nucleare a una futura collaborazione “strutturale” con l’Occidente. In molti lo hanno sempre pensato ma è la prima volta che viene esplicitato in questi termini.

Rouhani non suggerisce soluzioni tecniche per superare lo stallo delle trattative, ma segna una linea rossa: noi non cediamo sul diritto all’arricchimento. Sul resto possiamo discutere. Però adesso la palla è a voi.

 Il testo in inglese dell’intervento di Rouhani

Presentazione ‘Il mio esilio’ a Roma

Il mio esilio

Martedì 16 settembre la scrittrice e giornalista iraniana Farian Sabahi presenterà a Roma, alle ore 19 presso la libreria “Settembrini libri e cucina” (piazza dei martiri di Belfiore 12), il suo ultimo libro

IL MIO ESILIO. SHIRIN EBADI CON FARIAN SABAHI

edito in digitale da Feltrinelli nella collana Zoom e, in autunno, in cartaceo per i tipi di Mimesis.

Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e la prima musulmana a ricevere il Nobel per la Pace.

Nel 2003 il Comitato per il Nobel l’ha scelta “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”.

Farian Sabahi l’ha intervistata a Londra, dove vive in esilio dopo le contestate elezioni presidenziali del 2009, segnate da brogli e violenza. In queste pagine Shirin Ebadi racconta il suo Iran:

“L’11 febbraio fu annunciata la vittoria dei rivoluzionari. Eravamo felici, pensavamo fosse l’inizio di una nuova fase nella storia di un paese millenario. E invece, proprio quel giorno, l’8 marzo 1979, la radio annunciò che tutte le impiegate della pubblica amministrazione avrebbero dovuto coprire i capelli con il foulard”.

Un percorso nell’Iran di oggi, con uno sguardo indagatore sugli anni che hanno portato al teso clima politico attuale.

Oltre all’autrice, all’incontro interverranno la reporter Francesca Paci (inviata in Medio Oriente del quotidiano La Stampa),  il giornalista Alberto Negri (inviato di guerra del Sole24Ore) e il blogger Antonello Sacchetti.

Durante la presentazione saranno disponibili le copie cartacee di IL MIO ESILIO e anche quelle del libro precedente di Farian Sabahi dal titolo NOI DONNE DI TEHERAN nell’edizione di Mimesis (con allegato il CD audio, 12 euro). Aperitivo a seguire!

Il ruolo di Teheran in Siria e Iraq

In un breve articolo del 6 settembre Alberto Negri analizza magistralmente il ruolo dell’Iran nella crisi provocata dall’avanzata dell’ISIS in Siria e Iraq.

Quando il presidente americano Barack Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti non avevano una strategia contro l’Isis, in molti hanno inarcato le sopracciglia stupiti.
In realtà non si trattava dell’ennesimo scivolone sulla buccia dell’inconscio ma di una precisa volontà di evitare congetture su un impegno militare esteso, assai impopolare nella pubblica opinione statunitense dopo la tragica avventura irachena. «No boots on the ground», niente stivali sul terreno, ripete la leadership di Washington.

La decisione presa in Galles di formare una coalizione di 10 Paesi (tra cui l’Italia) per fermare lo Stato Islamico risponde alla necessità della

ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)

Gaza, cosa dicono gli iraniani

Tweet Gaza

Cosa pensano gli iraniani di quanto sta accadendo a Gaza? Small Media ha raccolto in uno storify opinioni e commenti lanciati su Twitter da comuni cittadini residenti in Iran.

La maggior parte sono giudizi negativi su Israele, ma non mancano critiche ad Hamas e alcune frecciate al modo in cui i media iraniani seguono la crisi di Gaza.

I tweet sono in persiano, tradotti e commentati in inglese.

Se non riuscite a visualizzare lo storify qui di seguito, lo trovate a questo link: https://storify.com/smallmedia/a-long-summer

 

 


Rinvio nucleare

Iran Talks Vienna

Non sono bastati 16 giorni di fila di colloqui a Vienna per raggiungere un’intesa definitiva sul nucleare iraniano. Così, a 48 ore dalla scadenza dell’accordo ad interim siglato nel novembre 2013 a Ginevra, Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Cina) hanno deciso di darsi altri 4 mesi di tempo. La proroga scade il 24 novembre ma ci sono buoni motivi di credere che si cercherà di arrivare a una soluzione prima del 4 novembre, giorno in cui negli Usa si vota per il rinnovo del Congresso. Una eventuale (e probabile) maggioranza repubblicana sarebbe sicuramente un ostacolo più ingombrante all’intesa. Perché – è bene ricordarlo – per alleggerire o eliminare del tutto le sanzioni, c’è bisogno del voto del Congresso.

I prossimi colloqui tra Iran e 5+1 dovrebbero esserci a settembre.

Divergenze tecniche

La questione centrale sembra la capacità di arricchimento di uranio dell’Iran. Teheran vorrebbe mantenere attive nei prossimi anni 10mila centrifughe per aumentare poi la propria produzione per la centrale di Bushehr dopo il 2021, anno in cui scadrà un contratto con la Russia per la fornitura di carburante.

Il gruppo 5+1 chiede invece che il numero di reattori sia limitato ad alcune centinaia e che l’Iran continui ad acquistare isotopi dalla Russia.

I commenti dei protagonisti

Il segretario di Stato Usa John Kerry ha detto che ci sono stati «progressi effettivi su alcune questioni come il destino del reattore ad acqua pesante di Arak, la riconversione dell’impianto di arricchimento di Fordow e le misure di controllo e monitoraggio», ma ha anche precisato che «permangono differenze sostanziali sulla capacità di arricchimento dell’impianto di Natanz, una questione assolutamente cruciale in un eventuale accordo definitivo».

Kerry ha comunque sottolineato come l’Iran abbia «accettato di convertire tutto il suo materiale arricchito al 20% in
Continue Reading

Il paradosso saudita

ISIS

Traduzione parziale di un articolo originale di Amir Madani per l’Huffington Post

La spietata macchina omicida dell’ISIS (Islamic State of Iraq and al-Sham), attraverso massacri e atti di terrorismo, ha legato la guerra civile al bagno di sangue in Siria, con lo scopo di instaurare un califfato medievale nella regione desertica tra i due Stati. L’ISIS, nelle cui fila ci sono anche baathisti “orfani” del regime di Saddam, ora occupa l’importante centro politico ed economico di Mosul, così come le grandi aree del cosiddetto triangolo sunnita, e si sta spingendo a sud verso Baghdad, costringendo 500.000 iracheni ad abbandonare le loro case.

Nonostante tutte le minacce regionali e le divisioni interne; nonostante la violenza sistematica; nonostante i loro piani preparati per anni; nonostante controllino alcuni pozzi petroliferi (mentre le compagnie petrolifere e il mondo industrializzato sono intenti a mantenere i prezzi verso il basso); e nonostante i cambiamenti intervenuti nella tattica militare; nonostante tutto questo, l’ISIS ha intrapreso una battaglia che non può realmente vincere. La coalizione di governo basata su una alleanza sciita-kurda, che comprende anche realisti e moderati sunniti, emersa dalle elezioni, è sostenuta dalla comunità internazionale e terrà. È così solida che Stati Uniti e Iran stanno valutando una cooperazione in Iraq.

Detto questo, il governo iracheno ha evidentemente bisogno di cambiare – in particolare una maggiore condivisione del potere, più inclusività e anti-settarismo. Altrimenti ci potrebbe essere una regione autonoma sunnita dove sarebbero gli stessi sunniti a decidere se vivere sotto la dura legge di un gruppo terroristico.

Provocare una guerra settaria

Nonostante la reazione di panico per l’apparente avanzata dell’ISIS, il campo di battaglia rimane limitato essenzialmente alle regioni desertiche del cosiddetto triangolo sunnita, dove quasi il 18 per cento della popolazione vive in un territorio pari al 48 per cento del territorio nazionale irachena, e dove l’ISIS, i quadri Ba ‘ath i loro sostenitori locali stanno cercando di provocare una guerra settaria. Seguendo le indicazioni del primo capo di al-Qaeda in Iraq, Zarqawi, la cui lettera del 2004 a bin Laden (intercettato da agenzie di intelligence occidentali) recita: “Se riusciamo a trascinandoli nell’arena di una guerra settaria, sarà possibile risvegliare i sunniti distratti, facendoli sentire in pericolo imminente”. Eppure i fatti non dimostrano un grande successo: Se la guerra è soprattutto settaria nel carattere come i titoli dei giornali gridano nei principali quotidiani internazionali, allora perché i curdi – la stragrande maggioranza dei quali sono sunniti – non combatte al fianco dell’ISIS / Ba ‘ ath, ma piuttosto con entusiasmo contro di loro? Inoltre, nonostante una significativa forza regionale, l’ISIS e i suoi sostenitori non hanno né la mentalità, né l’esperienza necessaria per governare; I’ISIS rimane essenzialmente un gruppo terroristico. Il governo dell’ISIS nella provincia siriana di Raqqa è basata sul controllo assoluto delle risorse, in modo da controllare totalmente la popolazione, in una condizione di quasi-schiavitù, più dura come al solito per le donne e le minoranze.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO ORIGINALE SULL’HUFFINGTON POST (IN INGLESE)

Iran e Usa: prove di intesa?

Javad Zarif

Teheran e Gruppo 5+1 riprendono i colloqui sul programma nucleare iraniano. I negoziati a Vienna sono anche l’occasione per discutere di Iraq. Antichi avversari, Stati Uniti e Iran hanno uguale interesse nel frenare la crescente minaccia rappresentata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Sia Washington sia Teheran stanno valutando la possibilità se offrire sostegno militare al governo iracheno.

Potrà la collaborazione fra l’Iran e gli USA risolvere la crisi irachena? E cosa farà l’Arabia Saudita potenza egemone sunnita nello scenario mediorientale?

Martedì 17 giugno Azzurra Meringolo ne ha parlato a Radio3 Mondo con Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore specializzato d’Iran e con Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali e del Brookings Institution di Washington

Ascolta la registrazione della trasmissione:

A proposito del velo

my stealthy freedom

La questione del velo per le donne iraniane: tema sempre caro ai media occidentali e riportato di recente alla ribalta da una campagna sui social media intitolata #Mystealthyfreedom (“La mia libertà furtiva”) o Azadiye yavasheki, nella versione persiana, lanciata il 3 maggio da Masih Alinejad, giornalista iraniana da anni residente a Londra.

Dopo il mio recente viaggio in Iran, ho scritto un articolo su questo tema per Arab Media Report.

Leggi l’articolo sul sito di Arab Media Report

Nucleare Iran: a Vienna nulla di fatto

Vertice Iran - gruppo 5+1

“La volontà è il fattore di successo più cruciale in qualsiasi dialogo. Noi siamo determinati, spero lo siano anche le nostre controparti”.

Con questo tweet non proprio ottimistico il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha sintetizzato l’esito del round di colloqui sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 tenutosi a Vienna dal 14 al 16 maggio 2014.

Che le cose non stessero andando benissimo lo si era capito già nei giorni precedenti. Nel pomeriggio del 16 maggio si era addirittura via Twitter la voce (poi smentita) che il tavolo delle trattative fosse saltato.

Delusione iraniana

Il dialogo continua, ma da questo vertice non è uscita quella bozza di accordo finale che in molti auspicavano e che pochi – per la verità – speravano di vedere già adesso. Ricordiamo che l’accordo ad interim siglato a novembre a Ginevra scade il 20 luglio. Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha annunciato che a giugno ci saranno nuovi vertici (uno o due) e che il dialogo continua. Trapela, da parte iraniana, una certa delusione per l’atteggiamento della controparte. O, meglio, delle controparti. Un funzionario di Teheran ha infatti sottolineato come il dialogo non sia con gli Usa, ma col gruppo 5+1. A rimarcare, quindi, delle sostanziali differenza tra l’atteggiamento di Washington e quello degli altri Paesi a tvolo dei negozaiti (Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna).

Questioni aperte

Il fatto è che ora si è entrati nella fase più difficile delle trattative, proprio perché la scadenza è a un passo e tutte le questioni saranno definitive. In particolare, ci sono problemi circa lo sviluppo delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio e l’alleggerimento delle sanzioni sull’Iran. A nessuno, in questa fase, conviene sbandierare i problemi, ma a quanto pare ci sarebbero pressioni da parte Usa sulle banche internazionali che dovrebbero fornire servizi finanziari per la fornitura all’Iran di “beni umanitari” e del settore automotivo. Punti previsti nell’accordo di Ginevra ma non realizzati ancora nella pratica. Per questo fonti iraniani accusano l’Occidente di “aver abbandonato il realismo dimostrato negli incontri precedenti”. Ufficialmente, sarà difficile avere maggiori dettagli sulle questioni aperte. Di certo, ora ci sono soltanto due mesi per arrivare a un accordo. In un pausa del vertice, Zarif ha raggiunto il Team Melli, la nazionale di calcio iraniana, in ritiro vicino a Vienna. E ha postato la foto di rito su Twitter.

A proposito: prima di fissare le date dei vertici di giugno, sarà bene consultare il calendario dei Mondiali. Sempre meglio evitare distrazioni.

Iran, il mercato di domani?

Borsa valori di Teheran

Accordo sì o no? Il terzo turno di colloqui tra Iran e gruppo 5+1 sulla questione nucleare tenutosi a Vienna l’8 e il 9 aprile, si è concluso in modo piuttosto interlocutorio. Le prospettive sono parecchio diverse a seconda delle analisi. Non ci sono risultati clamorosi da sbandierare, ma neanche passi indietro, a stare alle dichiarazioni dei protagonisti. Sono però trascorsi cinque mesi dallo storico accordo di novembre e ci si comincia a chiedere quando si vedrà davvero la fine di questa querelle.

Nucleare, nuovi colloqui il 13 maggio

Il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, in un tweet, ha auspicato il “proseguimento del dialogo per raggiungere un accordo stabile, con un’assunzione finale di responsabilità collettiva” che sia “soprattutto, in linea con gli interessi di tutte le parti”.

Le parti si rivedranno a Vienna il 13 maggio. Zarif ha anche dichiarato che un accordo finale potrebbe essere raggiunto entro il 20 luglio (quando scade l’accordo ad interim di novembre), ma ha anche aggiunto che se fosse necessario altro tempo, non sarebbe “né un disastro né una sorpresa”.


 

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera Catherine Ashton ha detto che le due parti devono svolgere “un lavoro intenso” per colmare le distanze e raggiungere un accordo.

Il mercato iraniano

In questi ultimi mesi i dettagli tecnici della questione nucleare sono passati in secondo piano nelle cronache e nelle analisi. Si parla soprattutto di cosa potrebbe accadere dopo un eventuale accordo che riaprisse le relazioni economiche tra Stati Uniti e Iran.

Charlie Robertson, global chief economist di Renaissance Capital, ha recentemente visitato l’Iran e ha tracciato un quadro molto promettente dell’economia persiana:

“Gli investitori sono molto interessati a trovare il prossimo mercato . L’Iran è l’ultimo mercato del mondo che abbia già una considerevole economia e un mercato azionario nel quale si potrà investire una volta allentate le restrizioni finanziarie”.

Secondo Robertson, l’Iran di oggi è come “la Turchia di dieci anni fa, ma con enormi riserve energetiche”.

I punti di forza? Il 9% delle riserve mondiali di petrolio, salari in media più bassi di Turchia o Cina e paragonabili a quelli del Vietnam. Infrastrutture migliori rispetto a quelle dei Paesi emergenti. In più, una popolazione giovane e ben istruita.  In pratica, le generazioni del baby boom iraniano (anni Ottanta e Novanta) hanno studiato, si sono laureate e sono ora forza lavoro. E rappresentano un esercito enorme di consumatori. La Borsa dell’Iran ha una capitalizzazione di mercato di circa 170 miliardi dollari, simile a quella della Polonia. “Questo è un grande mercato per gli standard dei mercati emergenti“, sintetizza Robertson.

Pronti a partire

Gli investitori stranieri non possono ancora stipulare contratti formali, ma stanno comunque saggiando il terreno. Da novembre, moltissime imprese europee e americane stanno visitando il Paese per comprendere il contesto e valutare le possibilità di investimento. Se e quando le sanzioni saranno rimosse, vogliono tutti essere in prima fila.

Il primo passo

Per sbloccare la situazione, il primo basso dovrebbe essere la fine de dell’embargo petrolifero da parte dell’Unione europea. In questo modo, Teheran aumenterebbe l’export del greggio e rilancerebbe la produzione interna. Per una totale normalizzazione della situazione, sarebbe comunque indispensabile la fine delle sanzioni del Tesoro Usa e il reinserimento dell’Iran nei meccanismi bancari internazionali. I settori in cui investire? Sicuramente il petrolifero, il petrolchimico e il minerario, tanto per cominciare. Buone prospettive anche per l’agricoltura e l’industria automobilistica, settori già ben strutturati. Molto interessanti le prospettive per il settore delle telecomunicazioni e dell’industria alberghiera.

Oltre agli sviluppi internazionali, saranno comunque necessari cambiamenti interni, soprattutto per quanto riguarda il settore bancario e la forte ingerenza delle fondazioni legate ai Pasdaran nelle società di recente privatizzazione. Anche in questo ambito (o soprattutto in questo) si gioca la partita interna tra le anime della Repubblica islamica.

 

 

Iraniani in Italia

Antonello Sacchettu

Tg2 Insieme dell’11 febbraio 2014 dedicata alla comunità iraniana residente in Italia. Ospiti in studio: Parisa Nazari, Abolhassan Hatami e Antonello Sacchetti. 

[youtube]http://youtu.be/mHWRRMz9hW8[/youtube]

Come sta l’economia iraniana?

Rial Iran

Nel prossimo anno iraniano – che inizia il 20 marzo – l’economia del Paese potrebbe crescere tra l’1 e il 2 per cento dopo due anni di contrazione. E’ la stima del Fondo monetario internazionale (FMI) che sottolinea comunque come l’economia iraniana abbia bisogno di riforme fondamentali per recuperare dai gravi colpi subiti negli ultimi anni e da una recente “fallimentare gestione macroeconomica”.

Secondo Martin Cerisola, vice direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale, le prospettive dell’Iran per il periodo 2014/15 sono migliorate grazie all’accordo ad interim sul nucleare che ha alleggerito le sanzioni internazionali.

L’inflazione è scesa al di sotto del 30 per cento nel dicembre 2013 , dopo che a luglio aveva toccato il 45 per cento. L’FMI si aspetta che a partire da marzo l’inflazione possa scendere al 15 per cento nei successivi 12 mesi. La speranza è che possa calare anche la disoccupazione. Sono però indispensabili riforme strutturali per prevenire una bassa crescita combinata con alta inflazione .

 Secondo Cerisola, l’Iran ha scontato negli ultimi anni “uno shock economico terribile, generato dall’attuazione della prima fase della riforma dei sussidi e acuito dall’ intensificazione delle sanzioni internazionali”.  

In base all’accordo del 24 novembre 2013 , l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno deciso di permettere all’Iran di accedere a 4,2 miliardi dollari di proventi petroliferi al momenti congelati e di sospendere le sanzioni sulle sue esportazioni petrolchimiche e importazioni di beni e servizi per il settore auto .

Leggi la dichiarazione dell’FMI

Arzeshi, conservatori iraniani nel web

Small Media, società digitale con sede a Londra, ha pubblicato un interessante rapporto sulla presenza dei conservatori iraniani nel web. Il titolo esatto del rapporto è: Unmasking the Arzeshi: Iran’s Conservative Cyber-Activists and the 2013 Presidential Election.

Dal dicembre 2012 all’agosto 2013, Small Media ha seguito le attività e le discussioni on line della comunità iraniana Arzeshi. Per Arzeshi (dal persiano arzesh, valore) si intendono gli attivisti conservatori profondamente legati alla Guida Suprema e fortemente influenzati dai valori rivoluzionari dello Stato.

Lo studio esamina i blog, Google+ e Twitter e le loro conversazioni a ridosso, durante e subito dopo le elezioni presidenziali del 2013 con lo scopo di valutare la reale influenza dei conservatori nel cyberspazio iraniano.

Alla fine dello studio sembrano emergere alcuni dati significativi:

  1. La comunità non è né unita né grandissima, ma è autentica. I suoi membri condividono on line esperienze politiche e storie personali
  2. Va comunque precisato che alcuni contenuti sono falsi, molti altri sono di bassa qualità.
  3. L’unico elemento aggregante è la fedeltà alla Guida Khamenei. E’ mancato un leader politico unitario su cui puntare come candidato alle presidenziali.
  4. Ci sono degli opinion leader molto forti, come i giornalisti Vahid Yaminpour e Kobra Asoopar.

Pubblicato on line anche l’ultimo aggiornamento Iranian Internet Infrastructure and Policy Report che potete leggere qui:

issuu.com/antonellosacchetti/docs/filtering_report-january14_rev3?e=7660911/6642659

Iran alla Conferenza di Pace Ginevra II

Dal sito di Radio Vaticana

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha invitato, in extremis, l’Iran alla “Conferenza di Pace Ginevra 2” sulla Siria; da parte sua, Teheran ha confermato la sua presenza, scatenando però, la reazione della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, che ha annunciato che diserterà l’incontro se il Palazzo di Vetro non ritirerà il suo invito. Anche gli Stati Uniti hanno espresso dubbi sulla presenza della Repubblica Islamica al tavolo svizzero, chiedendo che prima Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione. Si profila dunque una situazione estremamente complicata. Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

Ascolta l’audio dell’intervista

R. – Sicuramente credo ci siano elementi interessanti: il primo è che si è arrivati al punto che l’Iran voleva, cioè quello di essere considerato non una parte del problema ma un possibile fattore di soluzione. L’altro è che sicuramente c’è una grossa divisione all’interno dell’opposizione siriana: una parte ha detto che diserterà, altri invece si sono ritirati da questa posizione; la discussione è anche abbastanza aperta. È chiaro che nulla può cambiare in modo netto con un solo passaggio; mi sembra però che la situazione sia molto diversa rispetto a quella di pochi mesi fa; ricordiamo a che punto eravamo arrivati soltanto i primi di settembre: sull’orlo di una guerra.

D. – Di fatto, l’Iran rientra sulla scena internazionale dopo anni di oblio. Quanto il nuovo corso, tracciato dal presidente Rohani, influisce su questo riconoscimento internazionale?

R. – Influisce al 100%. Direi che è uno dei motivi della sua vittoria, della sua affermazione e questo al di là di tutte le previsioni e le analisi che sono sempre un po’ condizionate dalle visioni di parte. C’è stata una riapertura dell’Iran all’esterno e lui ha giocato da subito una partita su due tavoli: quello interno – della politica interna – e quello internazionale del riconoscimento dell’uscita da un blocco che era molto spesso più di facciata che sostanziale, ma che di fatto ne faceva un “convitato di pietra” che però poi non aveva alcun peso decisionale negli eventi.

D. – Da una parte abbiamo gli Stati Uniti che spingono affinché Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione; dall’altra la Russia che ha sottolineato che l’assenza di Teheran a Ginevra sarebbe stato un errore imperdonabile. Quindi, di fatto, si ripropone in senso più alto la politica dei blocchi contrapposti…

R. – Questa è la tendenza che un po’ si è delineata negli ultimi mesi; lo stesso dietrofront di Obama a settembre sull’intervento armato in Siria è stato il primo, la più grande dimostrazione di questo nuovo scenario. Sicuramente, in questa situazione l’Iran si è saputa inserire e la situazione stessa del presidente Assad adesso è abbastanza complicata da gestire. Bisognerà vedere come le parti ne possano venire fuori, senza rinnegare troppo quelli che sono stati gli schieramenti di decenni: ricordiamo che l’unico Paese che ha un’alleanza militare con la Siria è proprio l’Iran; sono legati da un antico legame diplomatico e militare. Però, io ricorderei anche un altro dato storico: l’Iran, anche negli ultimi 35 anni, cioè dalla istituzione della Repubblica islamica ha sempre privilegiato i propri interessi nazionali sulle questioni sia ideologiche, che di altro tipo e meno che mai religiose in quel settore. Quindi – e questa è una mia opinione personale – credo che alla fine Teheran giocherà la carta che più converrà ai propri interessi.

D. – Proprio oggi l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha confermato l’interruzione da parte del governo iraniano dell’attività di arricchimento dell’uranio al 20%. Quanto sono collegati questi due fatti?

R. – Secondo me, sono collegati moltissimo. Questo è uno dei vecchi punti per i quali in passato tutti questi tentativi di contatto tra Occidente, i Cinque più uno e Teheran sono sempre naufragati. L’Iran ha sempre detto una cosa: “Noi vogliamo dialogare, negoziare sul nostro diritto di arricchimento, inserendolo in un contesto più ampio”. La crisi siriana fa parte di questa offensiva diplomatica. Mi sembra che un po’ alla volta questi elementi si stiano rivelando anche pubblicamente.

Testo originale del sito Radio Vaticana : http://bit.ly/1bB37p2

 

Nucleare, avanti con giudizio

Nucleare Iran

Non ha destato grandissima attenzione in Italia, ma la notizia è di quelle che contano: il 12 gennaio Iran e Gruppo 5+1 hanno definito in un vertice a Parigi i  termini dell’accordo sul nucleare delineato il 24 novembre 2013 a Ginevra.

In base a questo accordo, dal 20 gennaio l’Iran comincerà a eliminare le sue riserve di uranio arricchito. In cambio, gli Usa le sanzioni economiche saranno alleggerite in una misura stimata tra i 6 e i 7 miliardi di dollari.

Per il segretario di stato Usa John Kerry, l’intesa raggiunta è “molto importante, ma le sfide della prossima fase sono molto difficili”.

I dettagli dell’intesa

Gli accordi tecnici stipulati a Parigi specificano le azioni che l’Iran dovrà adottare per limitare la sua capacità di arricchimento a Natanz e Fordow. Sono stati poi definiti i limiti che Teheran dovrà rispettare in materia di ricerca e sviluppo.

L’Iran si è inoltre impegnato a non alimentare e a non installare nuove componenti nel reattore di Arak.

Teheran dovrà inoltre facilitare il lavoro dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA ) nella verifica del regolare adempimento dei suoi impegni. In base a questi accordi, l’AIEA giocherà un ruolo decisivo nei prossimi mesi.

Prossimi passi

Il viceministro degli Esteri Abbas Araqchi ha detto che a febbraio ci sarà un incontro tra Zarif e Catherine Ashton. Sul fronte interno, da segnalare il commento positivo di Rasoul Sanaeirad, figura politica all’interno dei Pasdaran: “Sembra che gli americani siano determinati a superare il clima di conflitto”.

Come recita il celebre adagio manzoniano, “Adelante, Pedro, con juicio”.

Siamo sicuri di essere superiori all’Iran?

Massimo Fini

Su Il Fatto Quotidiano del 28 dicembre 2013 Massimo Fini ha scritto un interessante editoriale sull’Iran e sul malcelato (o addirittura ostentato) “senso di superiorità” di noi occidentali. Mi sento di condividerlo in pieno e ve lo propongo.

 

 

Nella conferenza stampa di fine anno un giornalista d’area radicale ha chiesto al presidente del Consiglio se l’Italia non fosse troppo morbida con l’Iran. Letta ha risposto in diplomatichese ma una cosa interessante l’ha detta: “L’Italia puo’ essere un buon mediatore con l’Iran perchè entrambi veniamo da grandi culture millenarie e possiamo quindi intenderci”. L’Iran è infatti l’antica Persia. E le vestigia di questa cultura si possono trovare nella plurimillenaria città di Isfahan o a Qom (non a Teheran che, come Tel Aviv, è di costruzione recente). Ma a parte questo, eppero’ in sua stretta correlazione, gli iraniani, almeno a partire da un certo livello sociale, sono delle persone colte che non si limitano a sapere a memoria i versetti del Corano. Me ne resi conto quando stavo da quelle parti: la piccola borghesia di Teheran non solo conosceva i nostri maggiori (Dante, Petrarca, Boccaccio) ma in quel periodo (siamo negli anni ’80, in pieno khomeinismo) leggeva Moravia e Calvino. Noi della loro cultura letteraria conosciamo, quando va bene, solo Omar Khayyam. E’ questa supponenza della ‘cultura superiore’ (che Letta, gli va dato atto, ha dimostrato di non avere) che infastidisce, soprattutto nel momento in cui questa cultura dovrebbe fare un po’ i conti con se stessa e con la lunga striscia di sangue e di violenze, militari, politiche, economiche, che ha alle spalle e non solo alle spalle. Io non riesco a capire su quali basi giuridiche e morali capi di Stato (Obama, Hollande, Cameron) che sono seduti su giganteschi arsenali atomici si possano permettere di impedire all’Iran di farsi il nucleare civile perchè da qui potrebbe, in teoria, arrivare all’Atomica (passare dal 20% di arricchimento dell’uranio, che è quanto serve per il nucleare ad usi civili e medici, al 90% della Bomba è cosa che richiede anni).

Continua a leggere sul blog di Massimo Fini

Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti

Iran e 5+1

Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti: Perché quello di Ginevra è un accordo storico che va ben oltre le mera questione nucleare. E’ presto per capire se gli accordi saranno realmente efficaci, ma certamente le relazioni tra Iran e Stati Uniti sono entrate in una nuova fase e potrebbero condizionare l’intero scenario mediorientale.

In un video di 6 minuti Antonello Sacchetti dice la sua sull’accordo.

Probabilmente, a Ginevra non è finito soltanto l’isolamento internazionale dell’Iran, ma è stato anche demolito un pregiudizio: quello dell’Iran quale attore politico irrazionale.

 

 

La Francia e il nucleare iraniano

Francia_Israele

Lunedì 18 novembre 2013 Radio Vaticana ha intervistato Antonello Sacchetti sulla strategia di Parigi nel quadro dei negoziati tra Iran e gruppo 5+1. 

Il presidente Hollande, in visita ufficiale in Israele ha annunciato che la Francia “non cederà mai sul programma nucleare iraniano”, dettando poi le quattro condizioni indispensabili per arrivare ad un accordo intermedio: mettere sotto controllo internazionale tutti gli impianti nucleari iraniani, sospendere l’arricchimento dell’uranio, ridurre gli stock esistenti e infine interrompere la costruzione della centrale di Arak. Dichiarazioni che rinsaldano l’alleanza con lo Stato ebraico e mettono in discussione i già complessi rapporti tra Parigi e Teheran.

Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

R. – Una presa di posizione in coerenza con quanto fatto la scorsa settimana a Ginevra, perché c’è stata una posizione veramente “last minute”, quando il Ministro degli esteri Fabius ha fatto saltare un accordo che era già scritto e stava per essere praticamente presentato alla stampa. È sicuramente una mossa strategica, una mossa tattica, che però rischia veramente di far tornare indietro una trattativa che era ben avviata.

D. – Una mossa strategica, una mossa tattica, da che punto di vista?

R. – La Francia si sta posizionando come interlocutrice privilegiata delle monarchie sunnite, questo mi pare evidente anche a fronte di alcuni interessi economici molto forti. Parigi ha avviato un accordo con l’Arabia Saudita per lo sviluppo nucleare e ha delle commesse militari molto forti, molto importanti, con Riyad e con gli Emirati Arabi. Quindi, in questo senso un accordo di pace che stabilizzerebbe i rapporti tra Occidente e Iran, non rientra negli interessi nella Francia in questo momento.

D. – Però, Parigi ha sempre ospitato la dissidenza iraniana, così come ha avuto sempre un rapporto molto stretto con la popolazione iraniana. Cosa accadrà ora in seno a questi rapporti?

R. – Storicamente, la Francia ha un rapporto complesso con l’Iran proprio dal punto di vista culturale. Ricordo, che in passato è stata alleata – fu firmato un trattato storico agli inizi dell’800 con la Persia – ma la Francia si è sempre mossa con molta autonomia nel campo mediorientale. Ricordo anche che nel 2003 Parigi fu espressamente contraria all’intervento contro Saddam Hussein, e in questo momento va contro gli Stati Uniti in un’altra direzione: non ha accettato il dietrofront americano riguardo la Siria. In Francia, la Siria sostiene e sosteneva apertamente il campo sunnita. I rapporti con l’Iran sono complessi, anche perché in passato ai tempi dello Scià, per esempio, la Francia ha fornito tecnologia al Paese. Tutto questo è piuttosto strano, nel senso che la Francia pur facendo parte del gruppo 5+1, sulla trattativa del nucleare è stata sempre piuttosto latitante. E’ sembrato quasi che non gliene importasse più di tanto di tutto questo.

D. – Sul fronte interno, il presidente Rohani che ha proposto di fatto una politica della mano tesa non può certo accettare uno stop totale del programma nucleare. Quale potrebbe essere il giusto compromesso per accontentare anche le correnti interne iraniane?

R. – Si era arrivati al giusto compromesso – perché il punto del contendere, che è quello della centrale ad “acqua pesante” di Arak, è veramente un pretesto – nel senso che tutte le altre condizioni, compreso lo stop all’arricchimento dell’uranio del 20%, che mi sembra sia la cosa più importante, erano state accettate dall’Iran in cambio di un alleggerimento delle sanzioni nei primi sei mesi e di un riconoscimento più o meno esplicito del proprio diritto di arricchire il nucleare. La marcia indietro su una questione come questa negli ultimissimi minuti del negoziato, la spada di Damocle americana relativa al nuovo pacchetto di sanzioni che in Senato la maggioranza repubblicana potrebbe approvare, sono elementi che mettono sicuramente fuori gioco o comunque in grave difficoltà il fronte di Rohani. Non dimentichiamoci che lo stesso presidente ha sempre detto fin dall’inizio: “La finestra è aperta, ma non è aperta per sempre”. Ma questa più che una minaccia è un ammonimento che riguarda anche la propria posizione interna. C’è un candidato che si è presentato dicendo “abbiamo la necessità, apriamoci e parliamo” e poi, dopo che di fatto l’accordo era ad un passo, a un centimetro, si torna indietro e si ricomincia da capo. Non è un buon segno, non è un atto di forza anche per lo stesso presidente. Tra l’altro questa mattina è uscito un tweet della Guida suprema, che fa un elenco di tutti coloro che si sono fidati degli Stati Uniti e che hanno fatto una brutta fine. Tra l’altro, sono inseriti anche lo Scià, Gheddafi… Una sorta di avvertimento, come a dire: “Ecco che cosa accade a fidarsi di Washington”.

 ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana:  http://bit.ly/18i5StZ 

Marg bar Amrika

Poster Teheran

Quattromila dollari. Questo il bottino incassato dal primo classificato al concorso del Marg bar Amrika, Morte all’America . È così che il 4 novembre l’Iran ha celebrato il 34esimo anniversario dell’occupazione dell’ambasciata statunitense del 1979.

Leggi su Arab Media Report

Il ritorno dell’Iran e il grande gioco regionale

Tavola rotnda ISPI

Alla luce dei primi segnali di una distensione nei rapporti tra Usa e Iran, e in occasione della pubblicazione del numero di ottobre di Limes dedicato al tema del “Ritorno dell’Iran” l’ISPI ha organizzato una tavola rotonda per discutere dei nuovi scenari geopolitici in Iran e nell’intera area del Golfo.

Ne hanno discusso:

Lucio CARACCIOLO, Direttore Limes

Nicola PEDDE, Direttore Insitute for Global Studies

Andrea PLEBANI, Research Fellow ISPI

Armando SANGUINI, Scientific Advisor ISPI e Ambasciatore in Arabia Saudita (2003-2006)

[vimeo]http://vimeo.com/76857427[/vimeo]

Nucleare. La Francia frena

Vertice di Ginevra

Niente accordo sul nucleare iraniano. “Non ancora accordo” o “niente più accordo”? Questo lo sapremo soltanto dopo il 20 novembre, quando 5+1 e Iran si incontreranno di nuovo a Ginevra per cercare di formalizzare un’intesa che pareva ormai raggiunta.

Il vertice sarebbe dovuto dure due giorni e ne è durata quasi quattro. Con una no-stop sabato 9 novembre di quasi 16 ore filate. L’arrivo dei ministri degli Esteri lasciava pensare che l’accordo fosse raggiunto. Uno dopo l’altro erano infatti atterrati in Svizzera Javad Zarif, John Kerry, il francese Laurent Fabius e il russo Sergei Lavrov. Mancavano solo i cinesi, giunti comunque in serata, quando l’esito del vertice era già in bilico.

È stato Fabius a impedire che il summit si chiudesse con la presentazione alla stampa di un testo ufficiale di accordo. I dettagli non sono stati resi noti, ma, da quello che è trapelato, pare che l’impuntatura della Francia riguardi la gestione delle scorte di uranio già arricchito in possesso dell’Iran. Gli iraniani sarebbero disponibili a trasferirlo all’estero, ma non si sarebbe arrivati a definire le modalità di gestione e trasferimento. Secondo altre fonti, la Francia si sarebbe opposta per impedire il completamento della centrale di Arak.

Qualunque sia stato il motivo del contendere, la Francia ha di fatto sparigliato le carte, suscitando non poco nervosismo tra lo stesso gruppo 5+1. Le parti hanno cercato un’intesa fino alla fine, rinviando per ore con una conferenza stampa che si è svolta all’una di notte.

La Francia – che non perdona agli Usa il dietrofront sulla Siria di un paio di mesi fa – si sta proponendo come punto di riferimento per Israele e Arabia Saudita in un Medio Oriente che sarebbe completamente ridisegnato, da un punto di vista geopolitico, da un eventuale riavvicinamento tra Usa e Iran.

L’aver fissato un nuovo vertice a così breve termine, indica tuttavia che Usa e Iran vogliono arrivare a un accordo in tempi stretti. Anche perché, come ricordato dal presidente iraniano Hassan Rouhani, in questa situazione contano moltissimo i tempi. Oggi esistono le condizioni per un accordo: domani potrebbe essere troppo tardi.

La volontà politica c’è: ne è un esempio il tweet di endorsment della Guida Khamenei della notte tra l’8 e il 9 novembre: una foto dei colloqui di Ginevra con la scritta. “Questi negoziatori sono figli della Rivoluzione”. Chiara dimostrazione di un appoggio pieno alla trattativa.

Il 10 novembre Khamenei ha commentato il mancato raggiungimento dell’accordo con due tweet polemici contro la Francia.

Francia che è invece osannata negli Usa dalla lobby filo Israele e dalla destra repubblicana, da sempre contraria a un accordo.
Intanto a Teheran è stato ucciso in un agguato il vice ministro dell’Industria Safdar Rahmatabadi.

Cominciano dieci giorni che potrebbero cambiare il mondo. Saranno dieci giorni molto lunghi.

Rouhani, una nuova era?

Hassan Rouhani

Era difficile prevedere una partenza così accelerata per il nuovo presidente iraniano. Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, in poche settimane ha stravolto lo scenario politico non solo iraniano, ma dell’intero Medio Oriente. Sebbene siano stati ancora raggiunti risultati concreti, ci sono prospettive, speranze e dinamiche completamente diverse rispetto agli otto anni targati Ahmadinejad.

Questo non vuol dire che siano imminenti cambiamenti sostanziali dell’assetto istituzionale della Repubblica islamica.  Rouhani è al 100% un uomo di “sistema”, un rappresentante convinto e autorevole della Repubblica islamica. Il suo scopo è salvare questo regime, non abbatterlo. Qualsiasi aspettativa che non partisse da queste premesse rischierebbe di essere delusa.

Detto questo, numeri alla mano, va detto che la partenza di Rouhani è stata sprint.

Facciamo un elenco molto rapido di “cose fatte”:

  • Rinvio della messa in funzione del reattore ad acqua pesante di Arak. Chiaro messaggio distensivo sul nucleare.
  • Liberazione di oltre 80 prigionieri politici, tra cui Nasrin Sotoudeh, molti dei quali in carcere per fatti connessi alle elezioni del 2009.
  • Apertura di un canale di comunicazione con gli Usa, con contatti confermati tra Casa Bianca e Rouhani nel mese di agosto.
  • Avvio di una diplomazia “social”, soprattutto attraverso gli account Twitter (ufficiosi) dello stesso Rouhani e quello (certificato) del ministro degli Esteri Javad Zarif.
  • Nomina di una donna, Marzyieh Afkham, a portavoce del Ministero degli Esteri. Un’altra donna, Masoumeh Ebtekar, è stata nominata vicepresidente.
  • Riapertura della Casa del Cinema di Teheran.
  • Auguri via twitter – da parte del ministro Zarif – di buon capodanno a tutti gli ebrei.
  • Assunzione di una posizione più moderata sulla crisi siriana, con una condanna incondizionata dell’uso delle armi chimiche.
  • Missione a New York in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
  • Impegno formale ad aprire una trattativa con tempi chiari e limitati sul nucleare.
  • L’ormai storica telefonata tra con Obama prima della ripartenza da New York.

Tutto questo non è soltanto propaganda o strategia comunicativa. È un cambiamento politico sostanziale e importantissimo.

Perché questa inversione di rotta? Tutto “merito” delle sanzioni imposte dall’Occidente? No, direi proprio di no. Più o meno lo stesso tipo di approccio con Washington fu tentato anche nel 2003 dall’allora presidente Khatami col pieno avallo della Guida Khamenei. L’offerta del grand bargain – un grande accordo in cui Teheran rinunciava al programma nucleare e Washington riconosceva la Repubblica islamica – fu rispedita al mittente dall’amministrazione Bush, convinta di avere il pieno controllo su Afghanistan e Iraq e di poter presto mettere le mani anche sull’Iran. Poi è venuta l’era di Ahmadinejad, un presidente probabilmente inadeguato e maldestro più che realmente “male intenzionato”.

E poi c’è stata l’elezione di Rouhani. Che è stato scelto dagli iraniani proprio nella speranza di cambiare rotta rispetto agli otto anni precedenti. Una scelta vincolata alle regole della Repubblica islamica, ma perfettamente legittima e “libera” all’interno di quel contesto. Non è un mistero che la Guida Khamenei avrebbe preferito Velayati o Jalili. Ma gli iraniani hanno optato per un’altra figura. Non un “riformista”, ma un moderato, pragmatico, con una grande esperienza in campo internazionale. Il più indicato per far uscire il Paese da un isolamento economico e diplomatico che ne stava strangolando  le energie migliori.

Aver riaperto una comunicazione diretta con gli Usa era semplicemente impensabile fino a pochi mesi fa. Significativo il grande nervosismo mostrato da Israele e Arabia Saudita a questo primo “giro di valzer” tra Stati Uniti e Iran. Se i due grandi nemici tornano a parlarsi, crolla lo schema su cui si sono basate le relazioni degli ultimi 34 anni in Medio Oriente.

Certo, Rouhani deve fare i conti con una fronda interna, rappresentata dall’ala più intransigente dei Pasdaran e da altri elementi del fronte cosnervatore. Ma lo stesso discorso vale per Obama, che  ha un Congresso pronto ad approvare un nuovo pacchetto di sanzioni qualora il dialogo sul nucleare non decollasse.

Gli imminenti colloqui tra Teheran e gruppo 5+1 indicheranno forse i primi passi di un percorso lungo e ancora tutto da scoprire. Ma sarebbe sbagliato non vedere che qualcosa di molto importante si è messo in moto.

Trita Parsi: Iran, Israele e la pace possibile

Trita Parsi spiega perché il conflitto tra Iran e Israele sia tutt’altro che inevitabile. In sostanza, riassume in questo TED quanto sviluppato in un suo interessantissimo libro, inedito in Italia, Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran, and the United States. 

Ne avevamo parlato in questo articolo.

 

 

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Iran, un tè per due al Palazzo di Vetro?

Rouhani a New York

Grande attesa per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre a New York. A parlare per l’Iran non c’è più Ahmadinejad ma Rouhani, da poco eletto presidente della Repubblica islamica. Ma quello che rende così interessante questa versione annuale del meeting globale al Palazzo di vetro è una voce che si rincorre, né confermata né ufficialmente smentita.

In molti sono convinti che, al di là di una stretta di mano formale, il presidente Barack Obama e Hassan Rouhani sono in odore di incontrarsi per un bilaterale. Sogno o realtà? Se ciò avvenisse sarebbe un passo avanti epocale nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Questo tè per due al Palazzo di vetro ci sarà o no?

Ne ho parlato martedì 24 settembre a Radio3Mondo, intervistato da Azzurra Meringolo. Ecco l’audio:

 

 

Eroica flessibilità?

ISNA - Khamenei

Eroica flessibilità. Con questo evidente ossimoro, la Guida Khamenei ha dato l’ok alla strategia diplomatica del presidente Rouhani in occasione di un incontro con un gruppo di comandanti pasdaran tenutosi il 17 settembre. Il suo staff ha sintetizzato le sue parole in questo tweet in inglese:

Non solo: nello stesso discorso la Guida ha invitato i pasdaran a concentrarsi sui loro doveri e a non voler interferire in tutti gli aspetti della vita pubblica.

[youtube]http://youtu.be/tGgx4idFAhI[/youtube]

A proposito di Twitter, per qualche ora in Iran c’è stato libero accesso a tutti i social. Dopo qualche ora i filtri sono però tornati in funzione. Si sarebbe trattato di un semplice problema tecnico.

I prossimi dieci giorni – con la missione di Rouhani e Zarif all’Assemblea ONU a New York, i colloqui sulla Siria e il Vertice AIEA a Vienna – si preannunciano molto importanti per l’Iran e la sue relazioni internazionali.

 

Iran Twitter

Twitter account Zarif

La strategia di comunicazione digitale messa in atto da Rouhani è parte di una linea politica precisa, il cui esito finale è tutt’altro che scontato. Il primo punto nell’agenda politica del presidente iraniano è la fine dell’isolamento internazionale del Paese. Lo ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale e lo ha confermato nel suo discorso di insediamento lo scorso 3 agosto.

Tuttavia, il potere del presidente della Repubblica islamica, soprattutto in politica estera, è tutt’altro che illimitato. L’ultima parola, secondo la Costituzione, spetta alla Guida che finora non ha mostrato segnali di grande apertura nei confronti dell’Occidente e degli Usa in particolare. Se le buone intenzioni di Rouhani sono ancora tutte da verificare e innegabile che nell’era della comunicazione globale, basta una dichiarazione male interpretata (o tradotta in modo tendenzioso) per creare un incidente diplomatico e bloccare il dialogo.

Gli otto anni di Ahmadinejad sono stati, in questo senso, un autentico disastro. Il presidente pasdaran aveva certamente un’altra linea politica rispetto a Rouhani, anche se è innegabile che in alcune situazioni i media occidentali abbiano calcato la mano, attribuendogli parole e toni mai usate. La famosa frase sulla cancellazione di Israele dalla mappa geografica, ad esempio, fu il risultato di una traduzione per lo meno inesatta.

Ma le trappole per i politici iraniani non vengono soltanto dall’esterno. Allo stesso Rouhani, a inizio agosto, è stata attribuita dall’agenzia ISNA una frase su Israele («un male da estirpare») che non avrebbe mai detto.

Ecco allora che i media digitali – e Twitter in particolare – si prestano a essere utilizzati come strumenti di dialogo diretto tra il nuovo presidente e l’opinione pubblica internazionale.

La maggior parte dei tweet del nuovo presidente vertono, non a caso, su due temi caldi come la crisi siriana e sulla questione nucleare. Rouhani ha espresso (in inglese) una posizione equilibrata, condannando – ad esempio – l’uso delle armi chimiche tout court, senza accusare l’opposizione ed evitando di lanciare messaggi di solidarietà ad Assad.

In questo senso, Rouhani si sta muovendo sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex presidente Rafsanjani, suo vecchio amico e alleato, che pochi giorni fa aveva indirettamente accusato Assad, condannando l’uso di armi chimiche «soprattutto da parte dei governi».

 

In questa “cordata” c’è anche il ministro degli Esteri Javad Zarif, uno dei nomi della squadra di governo salutati con maggiore entusiasmo da parte dei riformisti. Anche Zarif ha cominciato a twittare quasi all’improvviso, trascinato in rete da un tweet di invito dello stesso Rouhani. Ed è stato un esordio scoppiettante, perché non solo ha subito rilanciato gli auguri per il capodanno  ebraico, ma ha cominciato a rispondere ai commenti di chi lo ringraziava o faceva ironie. In uno di questi ha affermato «di non aver mai negato l’Olocausto. Chi lo faceva è andato via».

Una parte dell’establishment iraniano teme che il dialogo Tehran – Washington possa essere la prima vittima di un attacco Usa alla Siria, mentre l’ala più dura del regime preme affinché questo dialogo non cominci mai. Il confronto corre anche sul web.

 

Cosa dice il nuovo rapporto AIEA

Sede AIEA

Iran e AIEA (Agenzia Onu per l’Energia atomica) si incontreranno a Vienna il prossimo 27 settembre. Sarà l’undicesima serie di colloqui, la prima dopo l’elezione del presidente Rowhani.

Intanto, il 27 agosto l’AIEA ha pubblicato un nuovo rapporto sull’Iran. Come al solito, si sono letti lanci di agenzia dai toni sensazionalistici. Ma cosa viene detto per davvero nel rapporto?

Un segnale positivo (e concreto)

Il 25 agosto l’Iran ha comunicato all’AIEA che il reattore ad acqua pesante di Arak non entrerà più in funzione nei primi mesi del 2014 come inizialmente previsto. Teheran non ha fornito altre date ma si è impegnata ad avvisare l’AIEA sei mesi prima della messa in funzione del reattore. Il rinvio è stato giustificato per “ritardi nella costruzione”.

Alcuni osservatori temono che il reattore di Arak serva a produrre plutonio per un eventuale programma militare. Tuttavia, la quantità di plutonio che il reattore riuscirebbe a produrre sarebbe pressoché irrilevante.

Le centrifughe di Natanz

Secondo il rapporto AIEA, l’Iran ha installato 1.008 centrifughe IR-2M (un nuovo modello che sostituisce l’IR-1, vecchio di 40 anni) nell’impianto di Natanz. A maggio erano 689. Ad ogni modo, nessuna di queste nuove centrifughe è ancora in funzione. Di fatto, a Natanz sono attive 328 centrifughe del vecchio modello IR-1.

Riserva di uranio

Dallo scorso maggio le riserve di uranio arricchito al 20% sono aumentate di soli 4 kilogrammi, per un totale di 185,8 kg. Si calcola che per una bomba atomica servano 250Kg di uranio arricchito al 90%. In realtà, da maggio l’Iran ha prodotto 45 kg di uranio arricchito al 20%, ma è stato quasi interamente convertito in polvere di ossido, non utilizzabile a fini militari.

Conclusioni

Di fatto, il programma nucleare iraniano sembra non fare grandi passi in Avanti. Anzi, sembra in una voluta situazione di stand by.

 

Il nucleare iraniano

Iran nucleare

La minaccia nucleare in Medio Oriente. Non è un dettaglio o una curiosità: la prima cosa che mi ha colpito del libro di Amir Madani, Alessandro Politi e Rodolfo Guzzi è stata proprio il titolo, in cui la magica parola acchiappalettori – Iran – non c’è. A dire il vero, sfogliando una prima versione non “ufficiale” del testo, sembra di capire che il titolo provvisorio fosse Venti di guerra sulla crisi nucleare iraniana. Molto più di effetto, indubbiamente, ma proprio per questo meno adatto a una pubblicazione come questa, che ha un taglio nettamente scientifico.

Perciò non vi aspettate prese di posizione provocatorie o chissà quali rivelazioni inedite. Come scrive nella prefazione Germano Dottori, il nucleare iraniano è una “questione di stringente attualità che si trascina da lungo tempo”. Apparentemente è un ossimoro, ma in questa “stranezza” sta il motivo principale che dovrebbe convincerci a leggere (anzi, a studiare e consultare) questo libro.

Pensiamoci bene: è dal 2005 che di Iran si parla e si scrive soprattutto in relazione al suo programma nucleare. Amir Madani, nella prima parte del libro, descrive appunto il nucleare iraniano nel contesto globale e soprattutto nell’ottica del confronto Usa-Iran.  E spiega come siamo di fronte a “un caso politico tra i più clamorosi del secolo”, ancora prima che ad “un rischio imminente dovuto all’esistenza o all’imminente costruzione di un’arma atomica”.

Partendo dall’epoca dello scià, quando il programma nucleare iraniano ebbe inizio, vengono ripercorse le tappe più significative non solo della questione atomica, ma della politica estera di Teheran. Perché – in fin dei conti – come si sarebbe detto una volta, la questione è tutta politica. In gioco non ci sono soltanto centrali e percentuali di arricchimento dell’uranio, ma un destino incrociato di relazioni, diffidenze, sospetti e speranze. Se è innegabile che Teheran abbia giocato in modo ambiguo la carta nucleare, è altrettanto vero che –come ricorda Madani – dal 1979 quasi tutte le amministrazioni Usa “hanno guardato all’altopiano iranico come a un feudo perduto”.

Ora, per chi ha la pazienza e la mente libera da pregiudizi, questo libro è l’occasione per ripassare alla moviola il film di questa strana e per certi versi paradossale vicenda. Di cui si continua a parlare con troppa approssimazione, tralasciando (per ignoranza o per scelta) passaggi fondamentali.

Per otto lunghi anni la questione nucleare è stata associata alle parole, allo stile e al volto del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Da pochi giorni, l’Iran ha come presidente il negoziatore che dieci anni fa – su mandato dell’allora presidente Khatami – sposò la linea della trasparenza e della collaborazione. Linea che – è bene ricordare – non fu in alcun modo premiata dagli interlocutori occidentali del tempo.

La seconda parte del libro, a cura di Alessandro Politi, è intitolata sinistramente “Iran-Israele: la prossima guerra e la sua geopolitica”. Lo scenario così a lungo temuto in questi anni e a tratti parso ad un passo. Anche se lo stesso Politi, in apertura, sottolinea come oggi “Israele ha una credibile capacità di essere una minaccia esistenziale per l’Iran e non viceversa”.

Visto che, con Rowhani, le premesse sono oggettivamente diverse rispetto ad appena pochi mesi fa, questo libro può rivelarsi prezioso per i tantissimi che nei prossimi mesi si occuperanno di “cose iraniane”. A proposito, sapreste dire quanti sono esattamente i siti nucleari iraniani? Nella terza parte del libro, curata da Rodolfo Guzzi, c’è un quadro molto dettagliato delle strutture nucleari iraniane. Leggetelo.