Codice civile della Repubblica Islamica dell’Iran

L’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran e
la Fondazione Link Campus University

invitano alla presentazione del libro

CODICE CIVILE
DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN
Traduzione dal persiano di Raffaele Mauriello edito da Eurilink Edizioni

Introducono
Prof. Vincenzo Scotti – Presidente Fondazione Link Campus University
S. E. Jahanbakhsh Mozafari – Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso il Quirinale
Intervengono
Ghorban Ali Pourmarjan – Direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran – Roma
Piero Guido Alpa – Presidente Italian Bar Council, Professore Ordinario di Diritto Civile, Sapienza – Università di Roma
Mohammad Jalali – Professore Ordinario di Diritto Privato, Università di Shahid Beheshti – Teheran
Raffaele Mauriello – Postdoctoral Research Fellow Faculty of World Studies University – Teheran
Massimo Papa – Professore Ordinario di Diritto Privato Comparato, Tor Vergata – Università di Roma
Guido Sirianni – Professore Associato di Diritto Pubblico, Università degli Studi – Perugia

Roma, 26 giugno – ore 10,30
Link Campus University – Sala Biblioteca – Via Nomentana, 335 – Roma
Per informazioni: ufficiostampa@eurilink.it
R.S.P
Chiara Scotti: c.scotti@unilink.it

Su iniziativa dell’Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma, Eurilink, casa editrice dell’Università degli Studi “Link Campus” di Roma, ha pubblicato la prima traduzione dal persiano del Codice Civile Iraniano.

L’Istituto Culturale ha affidato la traduzione a Raffaele Mauriello, Dottore di ricerca in Civiltà islamica, storia e filologia presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e Postdoctoral Research Fellow Faculty of World Studies University of Teheran, e la sua revisione al Prof. Massimo Papa, ordinario di Diritto privato comparato presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

Di una tale traduzione se ne avvertiva la necessità da tempo da parte degli operatori del diritto italiani (avvocati, giudici, accademici e imprenditori) oltre che degli studenti e degli studiosi, vieppiù alle prese, per l’intensificarsi dei rapporti – giuridici e commerciali – con l’ordinamento iraniano del quale il Codice rappresenta un cardine fondamentale.

Il Codice civile dell’Iran è un corpo organico di disposizioni di diritto civile e di norme di diritto processuale di rilievo generale. Il Codice venne emanato a più riprese fra il 1928 e il 1935 ed è stato emendato diverse volte. La traduzione è stata compiuta tenendo conto dei più recenti emendamenti. Esso è uno dei pochi codici civili dei Paesi Islamici a essere strettamente ancorato alle fonti del diritto islamico e l’unico codice civile a osservare i principi del diritto sciita imamita. I membri delle commissioni sono stati in grado di inserire con successo le fonti del diritto imamita all’interno della moderna logica della codificazione di matrice europea, combinandole con gli aspetti più avanzati presenti nel codice francese e di altri paesi del continente. Dal punto di vista sostanziale, infatti, si registrano molte convergenze e parallelismi tra le soluzioni del diritto romano, soprattutto giustinianeo, le disposizioni di molti codici europei e le soluzioni del diritto islamico, soprattutto in materia di obbligazioni e contratti.

Il Codice consta di 1335 articoli ed è diviso in tre parti: Libro primo “Dei beni”, Libro secondo “Delle persone”, e Libro terzo “Delle prove nelle azioni”. I tre libri sono preceduti da un Preambolo che tratta della promulgazione, degli effetti, e dell’attuazione delle leggi in generale.

Un glossario bilingue persiano-italiano, contenente la grande maggioranza dei termini presenti nel Codice, costituisce un importante valore aggiunto di questo lavoro per i ricercatori di Islamistica e Diritto comparato.

Verso il 30 giugno

A poche settimane dall’Accordo sul nucleare destinato a mutare il quadro geopolitico in Medio Oriente, con riflessi sul piano internazionale nelle alleanze tra vecchi nemici e nuovi partners, il riavvicinamento tra Stati Uniti e Teheran è mirato principalmente a tre obbiettivi.

Garantire gli interessi di lungo periodo di Washington, contenere la Russia e la Cina, e delineare un nuovo ordine geopolitico nella regione.

Gli accordi sul nucleare consentiranno alla Repubblica islamica di fare il suo ingresso da protagonista sulla scena internazionale dopo 36 anni di isolazionismo dalla Rivoluzione del ‘79, e l’adozione di una misurata strategia conferirà a Teheran un ruolo chiave nel futuro assetto mediorientale.

Timeline del riavvicinamento Stati Uniti – Iran

Partendo dal punto centrale dell’accordo, ovvero limitare l’arricchimento di uranio e conseguente proliferazione di armi nucleari, gli interessi americani che spingono verso un’intesa non sono distanti da quelli che motivano la Repubblica islamica a resistere al tavolo del negoziato.

Osservando la strategia americana in Medio Oriente, il governo di Washington valuta consapevolmente che la produzione americana di idrocarburi, grazie alla tecnica dello shale oil/shale gas, non equivale alla capacità di autosufficienza energetica.

Pertanto petrolio e gas naturale devono fluire anche dall’Iran, il cui mercato costituirebbe un argine a quello russo.

Inoltre gli Stati Uniti hanno interesse a gestire le dinamiche geopolitiche nell’area, in cui la presenza di un attore dominante, Arabia Saudita, contrasterebbe con la loro volontà di favorire un equilibrio multipolare.

L’Iran è un perfetto deterrente sulla scacchiera regionale, in funzione anti-jihadista da un lato, i nemici dei persiani sono spesso i nemici degli americani, e dall’altro per diminuire la dipendenza dall’asse israelo-saudita, permettendo a Washington di garantire la propria attenzione nel Pacifico e monitorare l’ascesa della Cina. A tal proposito, l’Iran fornirebbe un valido aiuto per contenere l’attivismo cinese, considerati i numerosi investimenti di Pechino in aree sensibili per Teheran, come l’Iraq e l’Asia Centrale.

Gli interessi americani non remano contro quelli iraniani, e il one to one tra Usa e Iran consente a Teheran di chiedere la legittimazione della propria forma di governo e rifiutare il concetto di “regime change”. Questo è un punto fondamentale, in quanto il carattere teocratico del regime non è una minaccia per Washington. Per gli americani ogni statista mira alla propria sopravvivenza e la confessione non rappresenta un’arma ad orologeria.

Dalla sua posizione Teheran guarda al nucleare sostanzialmente per tre motivi.

Innanzitutto ha bisogno di energia. La Repubblica islamica è un’importante esportatrice di petrolio ma non gode dei suoi frutti. Non ha capacità di raffinazione sufficienti a soddisfare il suo fabbisogno energetico.

In secondo luogo intende diversificare la bilancia energetica. Producendo elettricità con il nucleare sarebbe meno dipendente dal petrolio, che una volta raffinato potrebbe essere esportato, aumentando la ricchezza del paese.

Infine l’arma atomica è un deterrente. Le teorie strategiche in materia di guerra insegnano quanto il nucleare possa neutralizzare qualsiasi volontà di attacco da parte del nemico.

L’uscita dalle sanzioni favorirebbe non soltanto la prosperità iraniana ma diventerebbe opportunità di commercio, investimenti e approvvigionamento energetico per l’intero Occidente.

L’Iran è il quarto produttore di petrolio e unico asse di collegamento sia tra Medio Oriente e sub-continente indiano sia tra Caspio-Caucaso e Oceano Indiano.

Le risorse energetiche immesse da Teheran sui mercati non solo sarebbero utili a tenere bassi i prezzi del greggio, ma da un punto di vista geopolitico il transito da Teheran sarebbe prezioso per incanalare gli idrocarburi dell’Asia Centrale verso l’Europa, riducendo la dipendenza dalla Russia.

Un interesse primario per gli americani che hanno l’obbiettivo di tenere a bada il rinascimento moscovita nel Levante, ma anche sganciare il Vecchio Continente dal Cremlino.

L’ambizione di diventare attore chiave nella regione ed essere coinvolto nelle iniziative negoziali, diplomatiche e strategiche mediorientali, indurrà l’Iran a giocarsi la carta del nucleare nella fase del negoziato.

Teheran non ha interessi ad avere l’arma atomica, in quanto cosciente dell’isolamento al quale sarebbe destinata negli anni futuri.

L’obbiettivo del programma nucleare iraniano è avere una fonte energetica alternativa per sviluppare l’industria e liberare idrocarburi da destinare all’esportazione e lo scopo dell’accordo sul nucleare è fornire una natura civile e politica al programma, monitorato da ispettori internazionali.

L’accordo tra la Repubblica islamica e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, più la Germania – non circoscriverà l’intesa nell’ambito esclusivo di un’agenda atomica, ma fisserà aspetti destinati a mutare le relazioni nell’area mediorientale e oltreoceano.

La maratona diplomatica e lo scacchiere persiano

L’importanza della posta in gioco spiega la maratona diplomatica caratterizzata dalle resistenze da parte della Francia, poco affascinata all’idea di una riabilitazione iraniana su benedizione americana, e a quelle esercitate dall’asse Israele – Arabia Saudita, due amici storici di Washington che hanno giocato per anni sull’isolamento di Teheran.

Più che un Iran atomico, Ryhad e Gerusalemme temono il ritorno della Persia come grande potenza regionale. Ad oggi la strategia adottata da entrambi è l’ostruzionismo, giocando rispettivamente l’uno sul fronte Pakistan, manifestando sensibilità al trasferimento sul proprio territorio di testate atomiche pakistane,  e l’altro nel Congresso americano, dove la lobby israeliana esercita la sua notevole influenza nelle scelte governative di politica estera.

L’ascesa dell’Iran sullo scacchiere mediorientale diffonde l’opinione che l’egemonia americana in Medio Oriente stia cedendo il passo ad un ordine multipolare in cui la partita non si gioca solo tra la Repubblica islamica, Arabia Saudita e Israele, ma chiama in campo Russia, Cina ed Europa, con al centro la questione energetica.

E nella prospettiva di un nuovo assetto mediorientale, anche la crisi in Ucraina ha aperto un confronto tra due possibili scenari, mantenere lo status quo con Russia e Cina o dare vita ad un nuovo approccio nelle relazioni con entrambi.

Mosca e Pechino, hanno favorito Teheran ogni qualvolta è stato espresso il proprio voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riguardo alle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

La Russia è un partner strategico per l’Iran, rappresenta il principale fornitore di tecnologia militare in cambio di un tacito accordo che prevede di non entrare in competizione con il mercato russo del gas diretto verso l’Europa. L’Iran è il secondo produttore di gas naturale al mondo e in questo modo rinuncerebbe ad un importante sbocco e alla potenzialità di diventare una rilevante fonte alternativa di gas per i paesi europei.

Alla Repubblica popolare cinese Teheran garantisce buona parte del suo petrolio in cambio di beni e servizi ai quali non può accedere nelle limitazioni delle sanzioni imposte, è uno dei maggiori fornitori di risorse energetiche per la Cina, seconda consumatrice mondiale dopo gli Stati Uniti.

Mantenere lo status quo nelle relazioni con Russia e Cina, si tradurrebbe in un enorme potere energetico da parte di Mosca nei confronti dell’Europa e la Cina continuerebbe a beneficiare quasi in maniera monopolistica dell’energia iraniana.

Il secondo scenario potrebbe prevedere un nuovo equilibrio generato dalla crisi in Ucraina, con Europa e Russia lontane, in cui l’ottica di una distensione tra Stati Uniti e Iran consentirebbe a quest’ultimo di diventare uno dei principali fornitori di gas per il Vecchio Continente.

L’Iran non solo sarebbe candidato a diventare un attore internazionale in qualità di secondo produttore di gas al mondo dopo la Russia, ma sarebbe autore di una ricomposizione del sistema di alleanze regionali, con prevedibili inasprimenti da parte dei vicini e alleati storici americani, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan e Azerbaijan.

I punti dell’accordo e la fine delle sanzioni

L’attesa da un momento all’altro dell’atomo nucleare iraniano riporta alla mente il Godot di Beckett, in cui l’aspettativa è il canovaccio di un’opera che per essere rappresentata al mondo necessita dei suoi tempi e delle sue misure.

Trentasei anni di isolamento e inimicizia tra Teheran e Washington non potrebbero certamente convergere verso un veloce oblio e una rapida intesa.

L’inizio dei negoziati risale al 2013, quando Hassan Rohani eletto Presidente, con l’appoggio della Guida Suprema Alì Khamenei prende le distanze dal passato e cerca contatti diretti sul piano internazionale, privilegiando la millenaria tradizione diplomatica della Persia.

La firma dell’Accordo è prevista per il prossimo 30 giugno e le preoccupazioni sul programma iraniano ruotano attorno alla lavorazione di uno dei minerali con cui si realizza l’arma nucleare, l’uranio.

Il punto centrale dell’accordo è limitare l’arricchimento dell’uranio al 5%.

Dove il termine arricchimento è fuorviante, in quanto all’uranio non si aggiunge nulla, ma si separano le particella inutili da quelle preziose. Dalle miniere esce uranio che viene lavorato e trasformato in gas, UF6. Il quale contiene due particelle, l’inutile U-238 e la preziosa U-235. Quest’ultima prescelta per ottenere energia e che rappresenta solo lo 0.7% del gas, 7 ogni 1000 atomi di uranio. Così il minerale viene fatto turbinare nelle centrifughe dove una prima fase si conclude quando il rapporto tra le due particelle arriva a quota 7 su 140, ovvero il 5%.

E l’uranio arricchito al 5% viene convertito in forma solida per farne combustibile e produrre energia elettrica. La fase successiva, che prevede un arricchimento fino al 20% è giustificato da Teheran per scopi di ricerca, non solo medici. La terza fase, fino ad un massimo di 90% non lascia prevedere altro obbiettivo che la produzione di un’arma atomica.

L’accordo mira a limitare la percentuale di arricchimento al 5%, a non installare nuove centrifughe, impedire l’azionamento di quelle attualmente non operative ed evitare la costruzione di nuovi siti nucleari.

Per garantire la messa in atto di quanto previsto dall’Accordo, Teheran dovrà favorire ispezioni quotidiane dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) nelle località in cui sono installati reattori nucleari.

In cambio i 5+1 garantiscono di non imporre nuove sanzioni e di sospendere quelle in corso sugli scambi di oro e metalli preziosi, il cui principale mercato per Teheran è il continente africano, verso il quale esporta petrolio grezzo ripagato con metalli preziosi, essendo l’Iran escluso dai circuiti monetari internazionali.

Inoltre l’accordo prevede la sospensione delle sanzioni sul settore automobilistico e sulle esportazioni petrolchimiche, assicurando all’Iran 1.5mld di dollari di potenziale fatturato.

Qualora la fase negoziale converga verso il lieto fine e le sanzioni rimosse, gli iraniani si tirerebbero fuori dall’attuale isolamento diplomatico, ricostruendo la propria economia, e gli americani sarebbero fautori di un nuovo equilibrio volto a contemplare da un lato gli Stati sciiti mediorientali e dall’altro a contenere la Cina in Asia Centrale.

Sul fronte degli amici storici, il nuovo riposizionamento non si tramuterà in una rottura tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele.

Israele e Iran sono stati alleati di ferro negli anni settanta ed ambedue hanno gli stessi interessi nello scongiurare la formazione di una potenza regionale araba.

L’Arabia Saudita è perfettamente consapevole che una politica di dissenso la investirebbe di un ruolo che non sarebbe in grado di gestire nella regione, al fine di salvaguardare i propri interessi economici contro gli Stati non arabi.

Molti saranno gli ostacoli da superare, dal destino degli impianti di arricchimento al grado di ispezioni che Teheran accetterà sulla base della revoca delle sanzioni. L’opposizione più forte per i negoziatori occidentali verrà dalle file amiche, Arabia Saudita e Congresso americano, quest’ultimo detiene un monopolio decisionale quasi totale sul voto delle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

Nucleare: così parlò Khamenei

A una settimana dalla fine di colloqui di Losanna, Khamenei ha finalmente detto la sua. L’occasione è stata un discorso ufficiale a un incontro con i panegiristi. Di fronte a una platea di così fini cultori della retorica, la Guida non ha usato giri di parole.

E’ stato un discorso al mondo, non solo interno, lo dimostra il fatto che il suo staff abbia annunciato il live tweet un’ora prima dell’inizio.

 

Cosa ha detto Khamenei?

Ha, in sostanza, raffreddato gli entusiasmi post Losanna: “Non posso essere né pro né contro l’esito dei recenti colloqui: non è stato raggiunto alcun accordo e non è stato assunto alcun impegno vincolante”.

 

Il diavolo è nei dettagli

Come dire: non ci siamo ancora.  Si giocherà tutto nei dettagli, dove potrebbero esserci delle trappole. E’ troppo presto per congratularsi. Non è ancora nemmeno chiaro se si arriverà o meno a un accordo.

 

A proposito del factsheet degli Usa

Khamenei è tornato sul factsheet pubblicato dal Dipartimento di Stato Usa poco dopo la conclusione del vertice di Losanna. La Guida si dice preoccupata del fatto che la controparte possa mentire e non mantenere le promesse. E il documento pubblicato sul sito del Dipartimento di Stato Usa – secondo Khamenei – contraddice quanto accordato nel vertice.

E’ però vero che Khamenei ribadisce più volte la fiducia al team di negoziatori iraniani.

Via le sanzioni, subito

Khamenei riprende quanto affermato dal presidente Rouhani in un discorso televisivo poche ore prima: tutte le sanzioni dovranno essere rimosse quando l’accordo sarà raggiunto. Se la rimozione delle sanzioni dipende da un altro processo, allora perché abbiamo cominciato a parlare?

 

 

La Guida poi rimarca ancora una volta il carattere pacifico del programma nucleare e rivendica i successi della ricerca tecnologica iraniana.

 

Un freno alle ispezioni

Khamenei frena anche sulle ispezioni “non convenzionali”: non possono assolutamente compromettere la sicurezza nazionale.

Tuttavia…

Ma se gli Usa evitano comportamenti non condivisibili – sostiene Khamenei – la cooperazione potrebbe proseguire su altri temi. Un’apertura implicita sulla possibilità di intesa anche per altre crisi, ad esempio in funzione anti ISIS? Khamenei non dice altro.

Sulla crisi in Yemen

La Guida passa poi alla crisi nello Yemen, scagliandosi con toni molto duri contro l’Arabia Saudita. Parla di “genocidio”, simile a quello perpetrato da Israele contro i palestinesi.

 

Dopo una settimana di silenzio, Khamenei si riprende la scena, dettando delle condizioni molto chiare sulla politica estera iraniana. Sulla quale, vale la pena ricordarlo, per la Costituzione del suo Paese, è lui ad avere l’ultima parola.

Accordo sul nucleare, pro e contro

Passata l’euforia (secondo me assolutamente legittima) per il raggiungimento di un accordo quadro sul nucleare, vale forse la pena rivedere con calma quanto è successo a Losanna. Parafrasando il celebre dipinto di Magritte, va ricordato innanzitutto che questo non è un accordo. Non lo è ancora. E’ il quadro di un accordo.  L’essere comunque arrivati a questo è di per sé un ottimo risultato, anzi, è un risultato storico. Perché 18 mesi di trattative praticamente ininterrotte sono un precedente assoluto nella storia delle relazioni tra Repubblica islamica e Occidente. E perché tutta la “narrazione” relativa all’Iran è cambiata dopo Losanna, così come era già cambiata sopo l’accordo ad interim di Ginevra del novembre 2013.

magritte_pipe

Il factsheet del Dipartimento Usa

Nemmeno un’ora dopo la conferenza stampa conclusiva del vertice di Losanna, il Dipartimento di Stato Usa si è precipitato a pubblicare sul proprio sito web il factsheet dell’intesa (leggi QUI) contenente moltissimi dettagli che non erano invece presenti nella dichiarazione congiunta letta in conferenza stampa da Federica Mogherini e Javad Zarif.

Il ministro iraniano ha lanciato un paio di tweet piuttosto stizziti: “Le soluzioni sono buone per tutti così. Non c’è alcun bisogno di inventare nulla utilizzando factsheet così presto”. Zarif ha poi citato il comunicato congiunto in cui si parla di porre fine alle sanzioni e non di sospenderle come indicato dal Dipartimento di Stato.

 

 

La versione iraniana

I pessimisti vedono in queste schermaglie i segnali di una distanza incolmabile, la prova che non si arriverà mai a un accordo vero. E’ però vero che adesso sia Obama sia Rouhani hanno un obiettivo chiaro: convincere la propria parte della bontà del pre-accordo, vendere questa cornice al proprio pubblico interno.

Obama e Kerry sottolineano l’importanza dei controlli e delle ispezioni ai siti nucleari iraniani (“Se l’Iran mentirà, lo saprà tutto il mondo”, ha detto il presidente Usa); Rouhani e Zarif parlano soprattutto della rimozione delle sanzioni. L’Iran non ha prodotto alcun factsheet ma ha pubblicato il comunicato congiunto finale sulla  pagina del ministero degli Esteri iraniano. Questo atteggiamento è tipico dello stile iraniano di non dire piuttosto che entrare in dettagli di qualcosa che ancora non è deciso al 100%.

Sabato 4 aprile Zarif ha rilasciato una lunghissima e vivace intervista sul primo canale televisivo iraniano, in cui ha ribadito i concetti espressi via Twitter: “Su alcune questioni non posso entrare nei dettagli perché stiamo ancora negoziando”. E ancora: “Siamo d’accordo (con gli Usa) sul fatto che nessuna delle parti debba interferire nella politica interna degli altri Paesi”. Uno Zarif sorridente e decisamente ottimista ha poi chiesto anche uno stop a tutte le “teorie della cospirazione”.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=jsPddy_VsHw[/youtube]

L’intervista di Zarif alla TV iraniana (v.o. in persiano)

Ovviamente non tutti sono d’accordo con Zarif. Ci sono state voci di dissenso in parlamento e anche sui quotidiani conservatori. Kayhan, il quotidiano considerato espressione della Guida, ha usato l’arma del sarcasmo titolando: “Il win-win deal ha funzionato! I risultati sul nucleare se ne vanno, le sanzioni rimangono!”.

kayhan-daily-newspaper-04-25

Il titolo sarcastico del quotidiano conservatore Kayhan

C’è stato poi un botta e risposta tra Zarif e il deputato Karimi Ghodoosi che aveva criticato il pre accordo di Losanna durante il discorso in aula del ministro degli Esteri. Normali dinamiche parlamentari, piuttosto frequenti in Iran. Da sottolineare come giudizi di moderato sostegno alla dichiarazione di Losanna siano pervenuti anche da esponenti conservatori quali lo speker del majles Ali Larijani e il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf che ha dichiarato: “Non dobbiamo smettere di sostenere il team dei negoziatori. Chi usa la questione nucleare per dividere il Paese, è solo un traditore”.

roozan

Significativa anche la presa di posizione della Forze Armate. Il generale Hassan Firouzabadi ha scritto una lettera pubblica alla Guida:

Grazie alla Guida Khamenei e agli sforzi della squadra di negoziatori di Rouhani, un altro passo è stato compiuto per garantire il diritto inalienabile dell’Iran alla produzione di energia nucleare a scopi pacifici.

 

 

etemad-newspaper-04-17

Il quotidiano riformista “Ehtemad” titola “La diplomazia sorride”

 

 

 

E Khamenei?

Nessun segnale ufficiale, almeno per ora. Il primo tweet dopo Losanna è dedicato all’incontro con un reduce della guerra con l’Iraq. Un silenzio che suona come un assenso, ovviamente condizionato al risultato finale.

 

Comincia ora il rush finale al 30 giugno. Nella storia dei trattati internazionali, quasi nulla viene reso pubblico in tempo reale. Non è solo una questione di clausole riservate o segrete, è innanzitutto una questione di relazioni politiche. E’ difficile arrivare a un accordo che soddisfi al 100% tutti, ma sarebbe ancora più difficile, a questo punto, accettare un fallimento totale. Anche perché, come ha scritto Lucio Caracciolo, 

nella forma e nella tecnica si tratta sul nucleare, nella sostanza il negoziato è geopolitico. La trattativa non sarebbe nemmeno cominciata se, al fondo, occidentali, russi e cinesi non fossero convinti del fatto che la Persia è attore abbastanza razionale da non volersi dotare di testate atomiche, ben sapendo che appena scoperta verrebbe vetrificata da un primo colpo americano e/o israeliano. Trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, avvelenata dagli stereotipi negativi ed esasperata dalla propaganda, non si possono però cancellare d’un colpo. Serve passare dalla cruna dell’ago nucleare per ricostruire un equilibrio geopolitico regionale oggi inesistente.

Nulla è immutabile. Lunedì 6 aprile l’Arabia Saudita annuncia un cauto appoggio all’accordo di Losanna.

“Il Consiglio dei ministri ha espresso la speranza per il raggiungimento di un accordo vincolante e definitivo che porterebbe al rafforzamento della sicurezza e della stabilità nella regione e nel mondo. L’Arabia Saudita auspica un accordo finale che porterebbe a un Medio Oriente e a una regione del Golfo Persico libera di tutte le armi di distruzione di massa, comprese le armi nucleari.”(Fonte Reuters).

Come diceva il cancelliere Ferrer nei Promessi Sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

 

Nucleare, storico accordo

Accordi di Losanna

E alla fine accordo fu. Dopo otto giorni serratissimi di trattative, il 2 aprile 2015 (13 farvardin 1394 per il calendario persiano) Iran e 5+1 hanno raggiunto un traguardo che non è esagerato definire storico. Si tenga presente che l’accordo ad interim rinnovato il 24 novembre 2014 aveva fissato il 31 marzo come termine per il raggiungimento di un accordo politico, non dell’accordo tecnico.

E alla fine, con 48 ore di ritardo e dopo un’autentica maratona diplomatica, quell’accordo c’è. Il termine inglese di Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA) fissa i punti chiave di un trattato che andrà scritto e approvato entro il 30 giugno. Ma chi si aspettava (o sperava) una generica dichiarazione di intenti, è rimasto deluso. Questo è un passo importante per un accordo vero; indica un percorso preciso e soprattutto una volontà politica chiara.

D’altra parte, sarebbe stato difficile per tutti tornare ancora una volta a casa a mani vuote. Ma la difficoltà e la lunghezza della trattative indica come non si sia trattato di un gioco al ribasso.

 

 

Almeno ufficialmente, Iran e Usa non ristabiliscono relazioni diplomatiche. D’altra parte, non era uno dei punti sul tavolo. Ma è chiaro che – dopo 18 mesi di trattative e incontri – la percezione e l’atteggiamento di Ue e Usa nei confronti della Repubblica Islamica sia completamente cambiata . Lo stesso Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini ha sottolineato come l’accordo punti a includere l’Iran nella comunità internazionale sia a livello politico sia economico.

obama irib

Il presidente Usa Barack Obama ha parlato di una “storica intesa”. Il suo discorso è stato trasmesso anche dalla TV iraniana.

 

 

 

[youtube]https://youtu.be/L4tt6EdxTlg[/youtube]

 

 

Ecco i punti chiave dell’accordo quadro raggiunto a Losanna:

Riduzione centrifughe

L’Iran ha accettato di ridurre di circa due terzi le centrifughe installate. L’Iran passerà dalle attuali 19.000 a 6.104 centrifughe. Solo 5.060 di queste provvederanno all’arricchimento dell’uranio per 10 anni. Tutte le 6.104 centrifughe saranno del tipo IR-1, ovvero della prima generazione (attualmente, l’Iran dispone di modelli di centrifughe fino all’IR-8). Tutte le centrifughe in eccesso e le infrastrutture di arricchimento saranno messe sotto il diretto monitoraggio dell’AIEA e verranno utilizzate solo come ricambi delle centrifughe operative.

Riduzione stock

L’Iran si impegna a ridurre il suo attuale stock di 10mila chili di uranio arricchito a non più di 300 chili, arricchiti al massimo al 3,67 per cento. La maggior parte delle riserve di uranio arricchito dell’Iran dovrà essere diluita (degradata a un livello di purezza inferiore all’attuale) o trasferita all’estero.

No a nuovi impianti

Per 15 anni l’Iran non costruirà alcun nuovo impianto al fine di arricchimento dell’uranio.

L’impianto di Fordow

Iran convertirà il suo impianto di Fordow in modo che non potrà più essere utilizzato per arricchire l’uranio per almeno 15 anni. L’impianto non ospiterà alcun materiale fissile e sarà convertito in centro di ricerca fisica e tecnologica.

Un solo impianto di arricchimento, a Natanz

L’Iran avrà “un solo impianto nucleare” per l’arricchimento dell’uranio, a Natanz, per dieci anni.

Reattore ad acqua pesante di Arak

Sarà modificato e il plutonio prodotto andrà all’estero. L’Iran non costruirà impianti simili per almeno 15 anni.

Breakout a un anno

L’attuale breakout – il tempo necessario a produrre materiale fissile sufficiente per un’arma – è stimato tra i 2 e i 3 mesi. Con l’accordo viene esteso ad almeno un anno, per una durata di almeno dieci anni.

Le sanzioni

In cambio degli impegni assunti, sarà gradualmente alleggerito il peso delle sanzioni internazionali sull’Iran. Le sanzioni di Ue e Usa saranno sospese dopo che l’AIEA avrà verificato l’adempimento da parte iraniana dei propri obblighi.

Tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione nucleare iraniana saranno abolite in simultanea con il completamento, da parte dell’Iran, di azioni legate al nucleare legati ai punti principali (arricchimento, Fordow, Arak e trasparenza).

Tuttavia, le disposizioni di base nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite saranno ristabilite da una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che approverà le linee guida e solleciterà la loro piena attuazione.

Verrà definito un processo di risoluzione delle controversie.

Il mancato rispetto dell’accordo porterà automaticamente al ristabilimento delle sanzioni contro Teheran.

Tutte le altre sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran per terrorismo, violazioni dei diritti umani, e missili balistici rimarranno in vigore.

Monitoraggio e controllo

Dopo i primi 10 anni di monitoraggio, le attività di ricerca e sviluppo continueranno a essere limitate e supervisionate, con le diverse restrizioni sul programma nucleare iraniano che resteranno in vigore per 25 anni.

IL TESTO INTEGRALE (IN INGLESE) DELLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA FINALE

Nucleare Iran: accordo sì o no?

La storia infinita del nucleare iraniano troverà finalmente una conclusione? Il 31 marzo, termine fissato a novembre per il raggiungimento di un accordo politico, è passato e i negoziati continuano.

Sul web – soprattutto su Twitter – si rincorrono le voci più disparate. Sono soprattutto i reporter che seguono il vertice di Losanna ad alimentare questo flusso continuo di indiscrezioni, commenti e presunti scoop. Metteteci pure che è il 1° aprile e che quindi gli scherzi non mancano.

La cronaca dice questo: Iran e Russia sembrano ottimisti. Si sarebbe raggiunto un accordo sulle questioni più importanti, tra cui le modalità di rimozione delle sanzioni. Il quadro sarebbe delineato, i dettagli verrebbero raggiunti entro il 30 giugno, scadenza già fissata a novembre per l’accordo tecnico. Si tratterebbe adesso di mettere tutto nero su bianco nella giornata di oggi.

Da parte occidentale – soprattutto americana – non trapelano indiscrezioni di questo tipo.

Si tratta di aspettare e vedere che notizie arriveranno da Losanna.

Ieri ho rilasciato una lunga intervista su questo tema e sull’Iran in generale a Radio Onda d’Urto. Eccola:

Le ultime sul nucleare

A che punto sono i negoziati sul nucleare iraniano? Difficile fermare un’istantanea di un processo che ogni giorno sembra indirizzarsi verso un esito diverso. Mancano ormai pochi giorni alla fine di marzo, termine per il raggiungimento di un accordo politico tra Iran e gruppo 5+1. Le parti si rivedranno a Losanna all’inizio della settimana.

Il messaggio di auguri di Obama

Proseguendo una tradizione inaugurata nel 2009, il presidente degli Usa ha inviato un video messaggio agli iraniani per il No Ruz. Dall’espressione del volto e da alcuni dettagli certamente non casuali (il fatto, ad esempio di dire “Golfo Persico” e non “Mare Arabico” come dicono molti negli States), sembrerebbe quasi la premessa all’annuncio del raggiungimento di un accordo. Tuttavia, un passaggio non è passato inosservato. A un certo punto Obama riprende un suo vecchio adagio: “Sta ora ai leader dell’Iran scegliere se vogliono un futuro di aperture economiche, di investimenti, di nuove opportunità per i giovani iraniani”. Come dire, se non ci sarà accordo, sarà colpa dell’Iran.

 

La risposta del Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif non si è fatta attendere. Dalla scoras estate i suoi tweet prima piuttosto frequenti sono divenuti rarissimi. Il 20 marzo ha twittato: “Gli iraniani hanno già deciso: accordo con dignità. Ora è tempo per gli Usa e i loro alleati di scegliere: pressioni o accordo”.

 

 

Segnali da Rouhani e Khamenei

Segnali contrastanti dal presidente della Repubblica e dalla Guida. Mentre Rouhani parla di un accordo possibile, Khamenei, in un discorso di capodanno presso il Mausoleo dell’Imam Reza a Mashad, ha usato toni piuttosto duri, puntualmente riportati dal suo account Twitter. In sostanza, accusa Obama e gli Usa di avere un atteggiamento arrogante e ricattatorio.

 

 

Segnali di distensione (o semplice umanità)

Il 18 marzo il tradizionale rapporto del Senato Usa “Worldwide Threat Assessment of the US Intelligence Communities” ha per la prima volta, dopo anni, tolto l’Iran ed Hezbollah dalla lista delle minacce per gli Usa.

Aspettando l’ultimo rush dei negoziati, da segnalare un gesto del tutto impensabile fino a pochi mesi fa. Pochi giorni fa è morta la madre di Rouhani e il Dipartimento di Stato ha pubblicato sul proprio sito e poi twitttato un messaggio ufficiale di condoglianze. Ancora prima, il fratello di Rouhani, Hossein Fereydoun, membro dello staff di negoziatori, aveva ricevuto le condoglianze da parte del Segretario di Stato Usa John Kerry.

 

Per concludere, una curiosità dall’Iran. La nuova banconota da 50.000 rial non ha più l’atomo ma la porta dell’Università di Teheran.

Assemblea degli Esperti, eletto Yazdi

Mohammad Yazdi

L’ayatollah Mohammad Yazdi è il nuovo capo dell’Assemblea degli Esperti (Majles-e Khobragan Rahbari, “Assemblea degli Esperti per la Guida”, è la definizione completa in persiano). Yazdi è stato eletto al secondo ballottaggio, con 47 voti su 73. Gli altri 24 sono andati ad Akbar Hashemi Rafsanjani.

E’ stato un risultato a sorpresa: in molti avevano pronosticato la conferma dell’Ayatollah Hashemi Shahroudi, alla guida dell’Assemblea dallo scorso ottobre, quando era morto il presidente in carica Mahdavi Kani. I candidati in partenza erano quattro: Shahroudi, Yazdi, Rafsanjani e Mohammad Momen. Al primo round, Yazdi ha ricevuto 35 voti, Rafsanjani 25, e Momen 13, mentre Shahroudi ha ritirato la propria candidatura. Al secondo voto, Yazdi ha fatto il pieno con 47 voti, contro i 24 di Rafsanjani. Due membri si sono astenuti e 13 non hanno partecipato alla votazione.

Va ricordato che questa Assemblea degli Esperti, eletta nel dicembre 2006, resterà in carica , in via eccezionale, fino al 2017, quando si voterà anche per le presidenziali e le legislative.

Chi è Mohammad Yazdi

Da non confondersi assolutamente con l’altro Ayatollah Mohammad -Taqi Mesbah Yazdi, conservatore anche lui, ma di formazione completamente diversa e con un altro percorso politico alle spalle.Anzi, per dirla tutta, il nuovo capo dell’Assemblea degli Esperti, venne eletto nel 2006 nella lista Modarresin and Jame Rohaniyat che si contrapponeva proprio a quella che faceva riferimento a Mesbah Yazdi.

E’ perciò un errore piuttosto grossolano definire Yazdi un “ultraconservatore”. E’ sì un conservatore, ma un conservatore tradizionalista, sulle posizioni dell’attuale guida Ali Khamenei. E proprio questa continuità pare sia stato l’elelemento determinante per la sua scelta.

Yazdi, allievo del Grande Ayatollah Boroujerdi, è stato a capo della magistratura per dieci anni, dal 1989 al 1999 ed è attualmente membro anche del Consiglio dei Guardiani.

Il momento politico

Al di là delle contrastanti voci sulla salute di Khamenei, è ovvio che non è lontanissimo il momento in cui l’Assemblea degli Esperti sarà chiamata a indicare un successore dell’attuale Guida. Rafsanjani – che comunque è tutt’altro che uscito dalla scena politica, visto che è a capo del Consiglio per il Discernimento – aveva una proposta molto chiara per il futuro: non un nuovo rahbar, ma un consiglio ristretto che ne assumesse il ruolo e i poteri.

Forse è stata questa presa di posizione a orientare gli Ayatollah nella seconda votazione e a scegliere la soluzione meno “innovativa”. In questo momento, con un accordo sul nucleare apparentemente vicino, la Repubblica islamica non ha probabilmente bisogno di altri scossoni. Anche perché questa Assemblea durerà ancora un altro anno e di cose, da qui a lì, ne potrebbero accadere tante.

Iran, Usa, Israele: la vera posta in gioco

“Nulla di nuovo”. Così il presidente degli Usa Barack Obama ha liquidato l’intervento con cui il 3 marzo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di convincere il Congresso americano ad opporsi a un eventuale accordo con l’Iran sulla questione nucleare.

“È solo retorica, nessuna idea nuova, nessuna alternativa concreta ai negoziati”, ha detto Obama, che non ha ascoltato il discorso perché “impegnato in colloqui con gli alleati”. In realtà, l’intervento di Netanyahu è stata una chiara mossa anti Obama orchestrata dai repubblicani ormai da mesi. Mossa probabilmente sbagliata, a giudicare dalle reazioni di politici, media e opinione pubblica Usa.

Molti democratici – tra cui Elizabeth Warren, probabile sfidante di Hillary Clinton alle primarie per le prossime presidenziali – hanno boicottato il discorso di Netanyahu. Un sondaggio pubblicato proprio ieri rivela che il 61% degli americani appoggia l’approccio di Obama alla questione del nucleare iraniano.

Dal Washington Post al New York Times la voce è quasi unanime: Bibi non ha convinto il Congresso, e probabilmente, a giudicare anche dalle reazioni dei media israeliani, nemmeno l’elettorato di casa propria.

Il quotidiano israeliano (progressista) Haaretz definisce l’accordo sul nucleare un “ragionevole compromesso”, soprattutto per evitare le alternative (nuove sanzioni e intervento militari). L’editoriale va oltre: l’unica cosa che minaccia davvero l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico è l’infinita occupazione illegale dei Territori.

Non colpisce tanto quello che ha detto Netanyahu, ma la durezza dei commenti dei media e la durezza della Casa Bianca. Segno che forse l’accordo è davvero ad un passo.

 

Cosa ha detto Netanyahu?

A due settimane dalle elezioni, il premier israeliano ha usato il Congresso Usa come palcoscenico mondiale. Ha ancora una volta agitato lo spettro di una minaccia nucleare per Israele (che di atomiche ne ha almeno 200 e non aderisce al Trattato di Non Proliferazione) da parte dell’Iran (che ha aderito al Trattato di non proliferazione e l’atomica non ce l’ha).

Lo stesso adagio dal 2003, davvero nulla di nuovo.

Netanyahu ha detto che:

nessun accordo” è meglio di un brutto accordo, e questo è un brutto accordo; l’alternativa a questo accordo è un accordo migliore.

Ha ricordato che l’ayatollah Khamenei predica intolleranza, violenza e la distruzione di Israele e ha detto che il regime iraniano

«non è un problema solo di Israele più di quanto non lo fosse il nazismo». Ha detto che la presidenza di Rouhani non ha reso il regime più moderato, dato che continua a finanziare il terrorismo internazionale, uccidere i gay e imprigionare i giornalisti, e il fatto che sia avversario dell’ISIS non lo rende automaticamente amico dell’America: «In questo game of thrones non c’è posto per l’America o per Israele, per gli ebrei o per i cristiani: ISIS e Iran si stanno contendendo la guida dell’Islam militante».

La reale posta in gioco

Forse siamo davvero a una svolta sul nucleare. Ma davvero, dopo dodici anni di tira e molla, la posta in gioca è tutta sul nucleare?

Sul Sole 24 Ore Alberto Negri spiega:

Lo stesso formato della trattativa, politicamente corretto, è assai ingannevole. In realtà, come dimostra il drammatico discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, questo è da molto tempo un negoziato triangolare tra gli Stati Uniti, l’Iran e Israele, per decidere quali saranno le potenze dominanti in Medio Oriente.
Sono questi i tre attori, insieme agli alleati arabi di Washington, che si debbono mettere d’accordo e accettare – o rassegnarsi a seconda dei punti di vista – a un’intesa che cambia i dati strategici della regione perché implica non soltanto aspetti militari e solidarietà politiche consolidate ma anche un forte contenuto storico e ideologico che dovrebbe indurci a una riflessione sugli errori del passato e a individuare qualche speranza per il futuro.

È questo il significato di un eventuale accordo sul nucleare: il ritorno dell’Iran a un corso della storia che non è soltanto orientale ma anche occidentale, che si nutre degli apporti dell’uno e dell’altro mondo. Ma che rivendica il diritto ad avere una sua sintesi e un’elaborazione originale dei rapporti internazionali: gli iraniani intendono decidere il loro destino in autonomia. Dopo aver visto in Medio Oriente i disastrosi interventi occidentali di questi anni non è una pretesa poi così arrogante e infondata.
In un certo senso Israele ha ragione ad avere paura di un accordo con l’Iran che ai tempi dello Shah era un caposaldo delle alleanze americane e il guardiano del Golfo. Ha resistito negli anni ’80, dopo la rivoluzione islamica, all’attacco di Saddam Hussein e delle monarchie arabe che per otto anni finanziarono a piene mani una guerra contro i persiani buttando al vento 50 miliardi di dollari, con il risultato che fu poi Baghdad, indebitata fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, a invadere il Kuwait. A questo dovrebbe pensare oggi l’America quando dice di volere combattere l’Isil: i maggiori guai dal Medio Oriente sono sempre arrivati dai suoi alleati sunniti, 11 settembre compreso. Teheran è il concorrente più temibile degli israeliani, capace di fondare un movimento come gli Hezbollah libanesi che nel 2006 hanno inflitto a Israele una cocente sconfitta militare dimostrando di essere competitivi sul piano dell’organizzazione, della disciplina, della determinazione, qualità caratteristiche proprio degli israeliani. L’Iran fa paura perché come ha detto Obama può diventare senza le sanzioni una potenza economica: ha 78 milioni di abitanti, enormi risorse energetiche ed umane, industrie, agricoltura, inventiva e capacità commerciali innate, cultura e storia millenarie. Iraniani ed ebrei in un certo sono i popoli della regione che si somigliano di più e non a caso hanno condiviso secoli di vita insieme: oggi ci sono 250mila ebrei di origine persiana in Israele e 25mila ebrei in Iran. Ha ragione Netanyahu: l’Iran è temibile ma gli accordi si fanno con i nemici potenti, quelli più deboli, come sa bene, si sconfiggono in battaglia.

Occhio al prossimo vertice, fissato per il 15 marzo. Forse – e sottolineerei questo forse – si fa la Storia.

Black out Khatami

Per i media iraniani è scattato il divieto di parlare o semplicemente citare l’ex presidente riformista Mohammad Khatami. Quella che inizialmente era solo una voce insistente ma non ufficiale, è divenuta una notizia il 16 febbraio, quando Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, portavoce della magistratura iraniana, ha confermato che il dipartimento di giustizia di Teheran ha emesso una sentenza che mette al bando Khatami dai media. Secondo quanto riportato dall’agenzia Isna, Mohseni-Eje’i non avrebbe mai nemmeno nominato Khatami e, riferendosi a lui come al “capo del governo riformista”, avrebbe ammesso che “c’è un ordine che vieta ai media di pubblicare foto o notizie su questa persona”.

Di questo non si parla

La magistratura iraniana è dominata dai conservatori e spesso, in questo ultimo anno e mezzo, ha espresso opinioni in netto contrasto con la linea del governo di Hassan Rouhani. Perché però questa “mordacchia” su Khatami e perché proprio ora? Va inquadrato il momento politico iraniano nel suo complesso, guardando al passato recente e soprattutto a quanto accadrà nell’immediato futuro.

 

Khatami ieri e oggi. E domani

Molti, iraniani e no, sono soliti affermare che i due mandati presidenziali di Khatami (dal 1997 al 2005) siano stati un sostanziale fallimento. L’incapacità di riformare il sistema politico, hanno pesato moltissimo  – e pesano ancora oggi – nel giudizio su Khatami: un riformista senza riforme, che ha finito con l’essere criticato sia dai conservatori sia dai sostenitori delusi. Si tratta però di un giudizio probabilmente troppo severo. Da un lato, non si prende in considerazione le difficoltà oggettive riscontrate da Khatami nei suoi due mandati, dovute anche ai limitati poteri che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica.

Dall’altro lato, sarebbe onesto ricordare che negli anni di Khatami il Paese è cambiato moltissimo, a livello culturale e sociale, proprio in virtù delle aperture dell’allora presidente. Il riscontro lo si è avuto negli anni di Ahmadinejad, quando quella stagione di apertura e speranza lasciò il posto a otto anni di incertezze economiche e inquietudini internazionali, più o meno ingiustificate, ma comunque deleterie per il Paese.

Tacciato a volte di ignavia. Khatami ha continuato a svolgere un ruolo importante anche negli anni di governo Ahmadinejad. Nel 2009 sostenne apertamente l’Onda Verde e si schierò con gli ex candidati Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi agli arresti domiciliari dal febbraio 2011. Questa prese di posizione gli costò l’isolamento da parte dell’establishment. Khatami dimostrò notevole pragmatismo partecipando al voto per il parlamento nel marzo 2012. Si trattava della prima tornata elettorale dopo il contestatissimo voto delle presidenziali del giugno 2009 e tra i riformisti erano in molti a sostenere il boicottaggio delle elezioni come forma di protesta. Un po’ a sorpresa, Khatami votò e fu per questo tacciato da alcuni di tradimento. Col senno di poi, possiamo invece dire che quella decisione gli consentì di rimanere all’interno dell’arena politica iraniana e di giocare un ruolo importante nelle presidenziali del 2013.

Fu infatti Khatami a convincere Mohammad Reza Aref, l’unico candidato riformista, a ritirarsi in favore del moderato Rouhani. A tre giorni dal voto, Khatami pubblicò una lettera aperta in cui annunciava il proprio endorsment al candidato che avrebbe poi vinto con la maggioranza assoluta. Sono in molti a credere che il sostegno di Khatami sia stato decisivo per convincere in extremis molti indecisi.

Le elezioni del 2016

Il prossimo anno si vota nuovamente per il parlamento, dominato oramai da più di dieci anni dai conservatori. E’ chiaro che gli oppositori di Rouhani vogliono a tutti i costi evitare un parlamento “amico” del presidente in carica. Nel 2004, con Khatami ancora presidente, la bocciatura di oltre 2.000 candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani consegnò il parlamento ai conservatori che ebbero vita facile nel sabotare l’operato del presidente.

Ecco che allora questa messa al bando di Khatami suona molto come una sorta di censura preventiva, nel tentativo di fiaccare la sua capacità di aggregazione e mobilitazione.

La reazione della rete

Questa censura rischia però di trasformarsi in boomerang. Espulso dai media tradizionali, Khatami è tornato in auge sui social media. I suoi sostenitori hanno creato l’hashtag #رسانه_خاتمی_میشویم

cioè, “Diventiamo noi i media di Khatami”.

 

 

E’ anche nato un account Twitter chiamato @Khatamimedia.

 

Molti iraniani, in patria e all’estero, continuano a trasmettere messaggi di solidarietà a Khatami o a rilanciare foto e messaggi in qualche modo legati a lui.

https://twitter.com/elisharifi89/status/567774168884973568

 

Per capire lo spirito alla base di questa mobilitazione, basta leggere il post su Facebook di una ragazza di Teheran che ha messo la foto dell’ex presidente come propria immagine del profilo:

Ho deciso di mettere la foto di Khatami perché è l’unico politico che ha sempre pensato a noi. e in questo momento merita il nostro sostegno.

 

https://twitter.com/raminfakhary/status/568079107466125312

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Roberto Toscano

Su La Stampa del 25 febbraio 2015 l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano analizza in un editoriale la lunghissima questione del nucleare iraniano alla luce degli sviluppi più recenti.

Ve lo proponiamo di seguito.

 

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Per oltre dieci anni la questione nucleare iraniana ha occupato una delle posizioni centrali fra i dossier di politica internazionale, come se principalmente da essa dipendessero l’alternativa fra pace e guerra in Medio Oriente e gli stessi equilibri internazionali.

Anche in passato era legittimo ritenere che si trattasse di un difetto di prospettiva, o piuttosto delle distorsioni volutamente prodotte da chi preferiva spostare sul nucleare iraniano un’attenzione che altrimenti si sarebbe focalizzata su tematiche quali la questione palestinese o il ruolo degli Stati del Golfo nel sostegno dei più radicali e violenti movimenti jihadisti.

Oggi appare ormai evidente che la questione, che pure rimane importante sotto il profilo del pericolo della proliferazione nucleare, risulta sostanzialmente sdrammatizzata, se non ridimensionata.

Secondo le ultime notizie da Ginevra, il negoziato nucleare rimane ancora complesso, con molti problemi da risolvere, ma per la prima volta non sembra da escludere la possibilità che emerga un compromesso accettabile da ambo le parti.

Un segnale interessante al riguardo è che si è unito al team negoziale iraniano il Direttore dell’ente nucleare iraniano, ed ex ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, la persona in assoluto più competente sia dal punto di vista scientifico (ha un dottorato in fisica di Mit) sia da quello della storia del negoziato, essendo stato rappresentante iraniano all’Aiea.

Ma quello che è cambiato è soprattutto l’irrompere della sfida del cosiddetto Stato Islamico, la più recente e più minacciosa incarnazione del radicalismo wahabita. Si tratta di una sfida che da un lato minaccia la stessa tenuta dello Stato iracheno e dall’altro apre inquietanti prospettive per la Siria, dove appare molto problematico immaginare l’eliminazione di un altro dittatore laico, Assad, senza che – come in Iraq e in Libia – si apra la via a un processo di decomposizione istituzionale e territoriale di cui beneficerebbero le forze islamiste più estreme.

Che fermare lo Stato Islamico sia un’urgenza lo dimostra il fatto che il Presidente Obama ha deciso di chiedere al Congresso un’autorizzazione all’uso della forza militare. Cercando di sottrarsi all’accusa di avere così invertito la sua precedente politica, quella di ritirarsi dalle «guerre stupide» di George W. Bush, Obama ha farcito la sua richiesta di precisazioni sul tipo di forze e sui limiti temporali, ma è inevitabile a questo punto prevedere che presto vedremo arrivare in Iraq quegli «stivali sul terreno» che non solo Obama, ma l’opinione pubblica americana, non avrebbero voluto più vedere. E non si tratta solo degli Stati Uniti: la missione esplicitamente anti-Isis della portaerei francese «Charles de Gaulle» costituisce un altro segnale di notevole significato politico ancor prima che militare.

Per gli americani il rischio, come sempre quando si prospetta un uso limitato della forza armata, è che la situazione possa precipitare mettendo a repentaglio le limitate forze schierate in origine e costringendo quindi a un’inevitabile escalation. E’ qui che l’Iran può essere visto come una soluzione, e non solo come un problema. In realtà è in parte già così, visto che Washington e Teheran stanno indirettamente coordinandosi, per interposto governo iracheno, nella lotta allo Stato Islamico. Un paradosso che lascia non pochi sconcertati e sospettosi, soprattutto a Tel Aviv e a Riad, ma che non è certo una novità dal punto di vista storico, soprattutto in una regione come il Medio Oriente, dove il nemico del nemico non è necessariamente un amico, ma può diventare un indispensabile alleato di fatto.

Se per gli Stati Uniti si tratta di ridurre i danni dei ripetuti errori politici e strategici e fermare la destabilizzazione e il caos politico a livello regionale, gli obiettivi dell’Iran sono abbastanza evidenti. Si tratta in primo luogo di garantire che l’Iraq non torni ad essere una minaccia come ai tempi di Saddam: questo spiega perché dal momento della caduta di Saddam il governo di Baghdad sia stato sostenuto sia da Washington sia da Teheran. Collaborare con gli americani contro lo Stato Islamico non è quindi per gli iraniani né un problema né una novità.

Ma fra gli obiettivi iraniani vi è qualcosa di più sostanziale e di più ambizioso: il progetto di ottenere dagli Stati Uniti, anche a costo di accettare di pagare alcuni prezzi, una sorta di «sdoganamento» come potenza regionale, e soprattutto la caduta di un bruciante status di Paese reietto e paria, sistematicamente escluso ed isolato internazionalmente. Si tratta di un obiettivo condiviso dalla stragrande maggioranza degli iraniani, seppure con diverse sfumature, e respinto solo da una minoranza peraltro – e vi è qui un elemento d’incertezza – solidamente impiantata nei gangli vitali del potere.

Per capire quale sia questo vero e proprio «progetto nazionale» vale la pena rileggere il testo della proposta che, con l’autorizzazione dei vertici del regime (erano i tempi del governo riformista di Khatami), un ristretto gruppo di diplomatici iraniani redasse nel 2003 e inoltrò al governo americano, che rifiutò ostentatamente di prenderla in considerazione – anzi, persino di riceverla. (NOTA: Su questo blog ne abbiamo parlato in questo articolo).

Punti importanti di quella proposta erano la richiesta iraniana di discutere «un riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza iraniani nella regione», e la possibilità di una dichiarazione americana secondo cui «l’Iran non appartiene all’asse del Male». In cambio si offriva fra le altre cose di prendere in considerazione «il coordinamento dell’influenza iraniana» in Iraq. Interessanti erano anche la disponibilità a discutere, per la Palestina, «l’accettazione della Dichiarazione di Beirut della Lega Araba (iniziativa di pace saudita, approccio dei due Stati)» e l’ipotesi di «un’azione su Hezbollah perché diventi una semplice organizzazione politica all’interno del Libano».

Forse dodici anni dopo Washington potrebbe rispondere a quella proposta. Ma certo non potrà farlo se non verrà superato l’ostacolo della questione nucleare.

L’articolo originale è disponibile QUI.

Assemblea degli Esperti, avanti il prossimo

Assemblea degli Esperti

La mappa del potere iraniano, si sa, è piuttosto complicata. L’ Assemblea degli Esperti è uno degli organi più importanti della Repubblica islamica (controlla e sceglie la Guida) ma le sue regole e i suoi meccanismi sono spesso sconosciuti ai più.

Ai primi di marzo, l’Assemblea sarà chiamata a darsi un nuovo presidente. A ottobre 2014 è infatti morto l’Ayatollah Mahdavi Kani e il suo ruolo è provvisoriamente retto da Mahmoud Hashemi Shahroudiun ayatollah conservatore. La sua conferma è lo scenario più plausibile: è un religioso stimato, attestato su posizioni moderate ma assolutamente conservatore. La sua elezione sarebbe un compromesso tra riformisti e conservatori per impedire l’elezione del radicale Mohammad -Taqui Mesbah Yazdi. Personaggio che aveva guadagnato gli onori delle cronache internazionali negli anni della presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Ipotesi comunque piuttosto remota: la maggioranza dell’Assemblea è oggi composta da conservatori tradizionalisti lontani  culturalmente e politicamente da Mesbah Yazdi.

Alcuni commentatori azzardano un’ipotesi quasi da fantapolitica: a guida dell’Assemblea potrebbe essere eletto l’eterno Hashemi RafsanjaniSebbene lo “squalo” non possa essere definito un riformista, il suo ritorno in un ruolo chiave del sistema sarebbe di certo funzionale e gradito a chi oggi lavora per il cambiamento. Ma le possibilità, in questo momento, sembrano quasi nulle. Anche se nella politica iraniana le sorprese non sono merce rara.

Ricordiamo che questa Assemblea sarà rinnovata – con elezioni a suffragio universale – nel 2016.

 

Revolution decoded: Iran’s digital media landscape

Iran digital landscape

In collaborazione con Small Media, il sito inglese specializzato nell’analisi dell’universo mediatico iraniano, Arab Media Report ha prodotto Revolution Decoded: Iran’s Digital Media Landscape.

La monografia raccoglie studi su televisione satellitare, editoria, stampa e internet, con approfondimenti inediti sul mondo dei social network e delle start-up.

Il team di Arab Media Report ha collaborato con Small Media e ha contribuito alla stesura delle pubblicazioni grazie ai saggi di Antonello Sacchetti, l’editing di Valeria Spinelli e il coordinamento scientifico di Azzurra Meringolo.

VAI SUL SITO DI SMALL MEDIA

SCARICA IL PDF DEL RAPPORTO (IN INGLESE)

Cosa ha detto Motahari?

Domenica 11 gennaio 2015 è stata una giornata caldissima per il parlamento iraniano. Un intervento in aula del deputato conservatore Ali Motahari ha infatti scatenato una bagarre che ha portato alla sospensione dei lavori. L’argomento? Gli arresti domiciliari dei candidati alle presidenziali del 2009 Mousavi e Karroubi. 

Chi è Ali Motahari

Un eretico, un conservatore fuori dagli schemi, una mina vagante nella politica iraniana. Figlio di Morteza Motahari, uno dei fondatori della Repubblica islamica (assassinato pochi mesi dopo la rivoluzione da un gruppo della sinistra islamica radicale), ha spesso polemizzato con personaggi molto importanti, da Hasehmi Rafsanjani a Mahmoud Ahmadinejad, fino all’attuale presidente Hassan Rouhani. Una volta ha definito Hossein Shariatmadari, direttore del quotidiano Keyhan, “l’amico sciocco della Guida Suprema”. Su cultura e morale è su posizioni molto intransigenti. Quando Ahmadinejad  propose di alleggerire il divieto di accesso alle donne negli stadi sportivi, Motahari commentò con sarcasmo che presto l’allora presidente avrebbe chiesto anche di consentire l’accesso a spettacoli di cabaret. 

Un legame molto forte è quello con la famiglia Larijani. la sorella di Ali Motahari è infatti sposata con Ali Larijani, presidente del majles. Un esempio di come i legami familiari sia molto importanti nella mappa del potere della Repubblica islamica.

Il discorso dell’11 gennaio

Ali Motahari ha inziato il suo discorso in parlamento con una condanna degli attacchi terroristici contro i giornalisti in Francia, dicendo:

“Condanniamo i recenti attacchi terroristici a Parigi, anche se la ripetuta pubblicazione da parte della rivista satirica Charlie Hebdo di vignette sul Profeta è da condannare.”

Ma il grosso del suo intervento era sulla politica interna. Motahari è tornato al 30 dicembre 2009, giorno in cui nelle principali città iraniane si svolsero manifestazioni pro governative e contro la cosiddetta Onda Verde.

“Come tutti sanno il 30 dicembre 2009 le persone difeso la rivoluzione e la Repubblica islamica, nonostante le violazioni commesse dai due lati della sedizione. Se cerchiamo di fare del 30 dicembre un simbolo della divisione della nazione, non sarà più un Giorno di Dio”.

 

Ha poi precisato:

Tutti sanno che non sono legato né a Moussavi né a Karroubi, io ho votato per Rezaei nel 2009. (…) Voglio affrontare una questione seria, quella delle critiche al governo. Come agiva l’Imam Ali nei confronti dei suoi oppositori? I suoi oppositori erano liberi e godevano dei diritti sociali finché non prendevano le armi. I suoi oppositori potevano criticarlo nella moschea mentre teneva un sermone e l’Imam non avrebbe permesso a nessuno di attaccarli.

La soluzione è questa: dobbiamo confessare i nostri errori nel 2009, tra i quali la mancanza di reazione proprio [televisiva] dibattiti, annuncio di celebrazioni nazionali […]

A queste parole si è scatenato il parapiglia. Urla ,spintoni, quasi un tentativo di aggressione, finché la seduta non è stata sospesa.

 

 Le reazioni

Il vicepresidente del parlamento Mohammad Hassan Aboutorabi Fard ha contestato le osservazioni di Motahari:

“Sollevare la questione in questo modo attirerà la protesta dei parlamentari che sono qui per rappresentare il popolo e sono tenuti a prendere in considerazione i nostri interessi nazionali, i nostri principi religiosi e la Costituzione “.

Ma secondo l’articolo 86 della Costituzione iraniana:

I Membri dell’Assemblea Nazionale nello svolgimento della propria funzione sono assolutamente liberi di manifestare la propria opinione e di esprimere il proprio voto, e non possono essere perseguiti o arrestati a causa di opinioni manifestate in As-semblea o a causa dei voti espressi in qualità di membri della Assemblea Nazionale.

 I media

Javan, quotidiano considerato la voce dei Pasdaran, ha scritto:

“Il comportamento di Ali Motahari dimostra che le sue opinioni radicali hanno preso un pendio molto ripido nel corso degli anni. Ora osa parlare audacemente contro le credenze del popolo.

Nell’editoriale di Kayhan, quotidiano vicino alla Guida, si scrive addirittura che “Motahari si prepara un caloroso benvenuto dei media americani e sionisti e  susscita l’ammirazione dei controrivoluzionari.

Kayhan-newspaper-1-12

La prima pagina del quotidiano conservatore Kayhan

 

Ma ci sono state anche voci a favore di Motahari. Secondo il deputato Mohammad Bagheri Bonab Motahari

 

“ha  espresso la sua opinione. Se altri deputati avessero obiezioni a quello che diceva, avrebbero dovuto aspettare il loro turno per esprimere la loro opposizione. Non dovrebbero hanno reso il clima di tensione. Inoltre, il consiglio di presidenza avrebbe potuto agire meglio per portare le cose sotto controllo.

Altri deputati, come Masoud Pezeshkian, hanno criticato la presidenza del majles per non aver saputo evitare i disordini in aula:

Il Parlamento dovrebbe essere al di sopra di tali incidenti. I parlamentari avrebbe dovuto consentire al Signor Motahari di completare il suo discorso”.

Sono passati quasi sei anni, ma i fatti del 2009 rappresentano ancora una ferita aperta per il sistema iraniano.

Attentato di Parigi: le reazioni in Iran

Agenzia Irna

Negli approfondimenti giornalistici relativi alla strage della redazione del settimanale parigino Charlie Ebdo, si menziona spesso il caso Rushdie . Nel 1989, l’ayatollah Khomeini lanciò infatti una fatwa con cui condannava come blasfemo il romanzo Versetti satanici dello scrittore indiano Salman Rushdie e invitava i musulmani di tutto il mondo a punire con la morte il suo autore.  Rushdie vive da allora sotto sorveglianza (ma il traduttore giapponese del romanzo venne ucciso) e il suo caso ha fatto scuola. Anche allora, come nel caso delle vignette pubblicate dalla rivista francese, era la vita di Maometto ad essere rappresentata in modo considerato sacrilego.

Le reazioni della politica

Sono passati quasi 26 anni e le istituzioni politiche e religiose iraniane hanno condannato la strage di Parigi. Con sfumature diverse, ma in modo piuttosto netto.

La portavoce del ministero degli Esteri Marzieh Afkham ha dichiarato:

“Ogni atto terroristico contro innocenti è estraneo agli insegnamenti dell’Islam”.

Aggiungendo comunque una critica molto forte alla rivista che aveva pubblicato le vignette.

“È inaccettabile approfittare della libertà d’espressione per insultare le religioni e i simboli delle religioni”. E concludendo con una considerazione molto “politica”: atti terroristici come quello di Parigi sono una diretta conseguenza dell’ondata di violenza ed estremismo che ha colpito il Medio Oriente nell’ultimo decennio.

Un chiaro riferimento alla crisi siriana e al supporto dato da Usa ed Europa all’opposizione anti Assad.

Più vago il messaggio del presidente Hassan Rouhani che si è espresso con due tweet in inglese quasi identici e molto generici.

 

La condanna nella preghiera del venerdì

L’ayatollah conservatore Ahmad Khatami (da non confondere con l’ex presidente riformista Mohammad), membro dell’Assemblea degli Esperti, durante il sermone nella preghiera del venerdì (9 gennaio) a Teheran ha affermato:

Condanniamo con forza l’attacco terroristico in Francia e crediamo che l’Islam non permette assolutamente l’uccisione di innocenti, siano essi a Parigi, in Siria, in Pakistan, nello Yemen o Afghanistan. (…) Per questi omicidi sono da biasimare i dollari Usa, le sterline inglese e gli euro dell’Ue. Questi terroristi sono una vostra creazione e sono stati nutriti dal sostegno politico vostro e dei vostri alleati.”

 

La copertura dei media iraniani

I giornali iraniani hanno in media coperto i fatti di Parigi anche in modo dettagliato. Il giornale Iran, legato al governo Rouhani, ha dato ampio risalto all’accaduto, con molte immagini della strage. Anche Press Tv, la televisione statale satellitare (in inglese) segue gli eventi e twitta anche con lo slogan “Je suis Charlie”.

Curiosamente, sono stati i giornali riformisti quelli più cauti nel raccontare l’accaduto. Mentre i conservatori hanno condannato con forza la strage anche per criticare l’estremismo salafita e più in generale l’ISIS e la crisi in Siria e Iraq.

Tra i quotidiani, il più sensibile è stato il riformista Shargh che ha dato ampio spazio all’accaduto e ha pubblicato sul proprio sito e poi twittato l’ultima vignetta di Charlie Ebdo contro il lader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi e un collage di foto con i redattori della rivista e il direttore Stephane Charbonnier.

Io non sono Charlie Hebdo

Charlie Ebdo

È molto probabile che per giorni, se non per settimane, leggeremo, parleremo e sentiremo parlare del massacro dei redattori di Charlie-Hebdo. Come è giusto che sia: per onorare le vittime e condannare gli assassini. L’hashtag #JeSuisCharlie sarà il più diffuso su Twitter; su social, media tradizionali e per strada se ne parlerà moltissimo.

È l’obiettivo per cui è stata commessa la strage. Il delitto come strumento di propaganda. Fino a una trentina di anni fa, nel nostro Paese, gruppi come Prima Linea cercavano visibilità ammazzando giornalisti e cittadini inermi. Era una questione di marketing, più che di strategia politica. Ammazzo, dunque sono.

Oggi ci stupiamo che si possa morire per una vignetta: ricordiamoci perché vennero trucidati – due nomi su tutti – Walter Tobagi e Carlo Casalegno. Ma la memoria, si sa, non si trasmette per osmosi e ormai, dal 2001, la stessa parola “terrorismo” si accompagna sempre all’aggettivo “islamico”.

Islam non è sinonimo di terrorismo
E quindi rieccoci a parlare di “Undici settembre europeo”, come ha fatto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera , a inveire contro l’Islam “religione incompatibile coi valori occidentali”, a citare per l’ennesima volta Oriana Fallaci. L’orrore del terrorismo porta con sé l’orrore della banalità dei commenti e la grettezza dei commenti basati sul nulla. Chi sono gli attentatori di Parigi? Scoprirlo è certo compito degli inquirenti francesi, come subito si è affrettato a scrivere Galli della Loggia. Cellula di Al Qaeda? ISIL? Poco importa, la discussione si sposta subito sul livello altissimo (e quindi bassissimo) della religione e della morale.

È successo a Parigi e quindi “da noi”. E per questo ci interessa. Quando l’ISIL uccide in Iraq o il terrorismo sunnita uccide in Iran (eh sì, succede proprio così, lo avreste mai detto?) ci importa pochissimo, non “siamo Charlie”, non siamo nessuno in quei casi.

CONTINUA A LEGGERE SU STUDIONEWS 24

La sfida di Rouhani

Hassan Rouhani

Il presidente iraniano Hassan Rouhani getta il guanto di sfida ai conservatori. In una conferenza intitolata “Strategie per la crescita sostenibile e l’occupazione”, alla quale hanno partecipato circa 1.500 tra esperti, studenti e rappresentanti delle istituzioni, il presidente iraniano ha lanciato un’idea che ha tutto il sapore di una sfida aperta a chi si oppone a un accordo con l’Occidente sulla questione nucleare.

Rouhani si è appellato alla Costituzione e ha proposto che su “importanti questioni economiche, sociali e culturali” sia chiamato a decidere il popolo attraverso un referendum, piuttosto che affidare ogni decisione al Parlamento.

Rouhani si riferisce all’ articolo 59 della Costituzione iraniana che recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

Quella di Rouhani è perciò più una provocazione che una proposta concreta. Oggi il parlamento è a maggioranza conservatrice ed è assai improbabile che sia favorevole ad a dare il via libera a un referendum che di fatto delegherebbe al popolo il potere di decidere – ad esempio – su un eventuale accordo sul nucleare. Ed è abbastanza evidente che la maggioranza degli iraniani sarebbe favorevole a un accordo.

Perché è di questo, in fin dei conti, che si sta parlando. Rouhani è intenzionato ad andare fino in fondo e vuole stanare chi sta remando contro la sua strategia a lungo termine. Il majles potrebbe anche non approvare la richiesta di referendum, ma così facendo sarebbe responsabile di una decisione palesemente impopolare.Lo stessa varrebbe per la Guida: potrebbe Khamenei rigettare a priori un istituto previsto dalla stessa Costituzione della Repubblica islamica?

Risuona sempre lo stesso monito lanciato da Khomeini nel suo testamento politico: “Se penserete di fare a meno del popolo, farete la fine dello scià”. La crisi politica seguita alle contestate elezioni del 2009, è bene ricordarlo, fu uno shock per lo stesso regime, che ha faticato non poco per riguadagnare quel minimo di fiducia che ha portato al successo – in termini di affluenza alle urne – delle elezioni del 2013.

Ora il vincitore di quelle elezioni lancia una proposta di democrazia diretta. Qualche osservatore crede che questo mossa sia nata nell’entourage di Rouhani, tra gli iraniani cresciuti in California, dove è assai frequente il ricorso al referendum come strumento legislativo. Di sicuro, si tratta di un’azione molto politica e anche molto coraggiosa. D’altra parte, Rouhani non ha usato mezzi termini: ha detto chiaramente che il Paese deve aprirsi al mondo per raggiungere il pieno sviluppo economico e ha attaccato gli interessi monopolistici che frenano la crescita.

“Tutti devono pagare le tasse”, ha detto, riferendosi chiaramente alle fondazioni e alle organizzazioni controllate dai conservatori che agiscono spesso in condizioni di monopolio e che hanno sicuramente tratto profitto dal regime di sanzioni e dall’isolamento internazionale.

“Questo governo non teme nessuno e nessuna istituzione e agirà con la piena trasparenza nell’interesse del popolo”, ha rincarato la dose Rouhani. La sfida continua.

Iran e Usa: se cambia la narrazione

Prima pagina Kayahm 8 dicembre 2014

Non sappiamo se il dialogo tra Usa e Iran porterà a un accordo definitivo sulla questione nucleare e ristabilirà normali relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Di certo, questo dialogo sta già cambiando qualcosa nel linguaggio e nelle dinamiche di comunicazione all’interno della Repubblica islamica. La retorica rivoluzionaria ha sempre individuato negli Stati Uniti il nemico numero uno contro cui scagliarsi. Marg bar Amrika, “Morte all’America” o più semplicemente “Abbasso l’America”, è lo slogan più noto .

A tavola con il nemico

Cosa succede se però con quel nemico ci si ritrova seduti a un tavolo da oltre un anno? Se i ministri degli Esteri si stringono la mano davanti alle telecamere, cenano insieme, se i presidenti si telefonano e si salutano in persiano? Se la Guida sostiene i negoziati col “Grande Satana”, ha ancora senso la retorica antiamericana? La realpolitik è sempre esistita accanto alla propaganda, questo è innegabile: lo stesso Khomeini accettò di buon grado armi di provenienza israeliana nell’affare Iran-Contras per combattere Saddam Hussein. Però si preoccupò che la cosa rimanesse segreta.

Quel novembre 1979

Pochi lo ricordano, ma l’occupazione dell’ambasciata Usa a Teheran avvenne proprio in seguito all’incontro ad Algeri tra l’allora primo ministro Bazargan , il ministro della Difesa Chamran e quello degli Esteri Yazdi con Zbigniew Brezezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter. Da pochi giorni, lo scià, gravemente malato, era stato accolto negli Usa. Il governo rivoluzionario voleva trovare una soluzione a una situazione imbarazzante: il dittatore appena deposto trovava accoglienza in un Paese che aveva ancora la propria sede diplomatica in Iran. Il ricordo del golpe del 1953 contro Mossadeq era fresco e molti in Iran temevano una imminente controrivoluzione. Bastò appunto la notizia dell’incontro di Algeri perché gli Studenti seguaci dell’Imam (Daneshjouyaan-e Khat-e Emam) dessero fuoco alle polveri.

 La giornata dello studente

Il 7 dicembre in Iran si celebra la Giornata dello studente, in ricordo di quanto accadde nel 1953, quando la polizia dello scià uccise 3 studenti che protestavano contro il ripristino della relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna e l’imminente visita dell’allora vicepresidente degli Usa Richard Nixon.Ogni anno, in tutte le università del Paese, si tengono commemorazioni con la partecipazione di esponenti delle istituzioni. Quest’anno il  presidente Rouhani è intervenuto alla Facoltà di Medicina di Teheran. Il suo discorso non è però piaciuto al quotidiano conservatore Kayhan, considerato molto vicino alla Guida Khamenei. Il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto un editoriale  molto duro, in cui, in sostanza, critica Rouhani per non aver attaccato gli Usa, per non averne denunciato i “crimini storici” e aver così offeso la memoria dei martiri.

Non aver pronunciato parole di condanna per gli Usa, secondo Shariatmadari equivale a

ignorare il sangue di quelli che sono stati martirizzati il 7 dicembre 1953 e disprezzare la presa gloriosa del “nido di spie” [cioè l’occupazione dell’ambasciata Usa nel 1979, NDR].

E ancora:

Marg bar Amrika (Morte all’America) è parte integrante dell’identità di queste due occasioni, che hanno lo scopo di sfidare il governo degli Stati Uniti, come detto dall’Imam Khomeini, e non il popolo americano. (…)

Invece il presidente ha colto l’occasione per lodare la politica estera del suo governo dicendo:’ Oggi tutti sanno che il governo della Repubblica islamica dell’Iran è contro la violenza e l’estremismo’ (…) I commenti del presidente erano destinati a lodare il suo governo, non a ricordare i crimini commessi dagli Stati Uniti. Nel 2001 non ha l’Assemblea Generale votato all’unanimità – Stati Uniti e Israele compresi – per il Dialogo tra le Civiltà, l’iniziativa del signor Khatami? Perché poi il presidente George W. Bush ha inserito l’Iran parte nell’Asse del male?

Una speranza prolungata

Titolo Shargh

“Una speranza prolungata”. Così il quotidiano riformista Shargh ha titolato, commmentando l’estensione dell’accordo tra Iran e gruppo 5+1 al 30 giugno 2015.

 

 

 

Totalmente diverso il tono del conservatore Vatan emruz che titola: Hich! Niente!

 

 

 

Fumata grigia, più che nera. Ma di certo in molti speravano che questa fosse la volta buona.  Un altro rinvio, stavolta addirittura di 7 mesi. I tempi si allungano. Anche se dopo 35 anni di silenzio nessuno si aspettava una soluzione rapida. i mesi passano senza un risultato concreto. Obama dovrà fare i conti con il Congresso a maggioranza repubblicana, che potrebbe nel frattempo varare nuove sanzioni e mettere così a repentaglio il dialogo.

Le questioni irrisolte sono due: capacità di arricchimento ed eliminazione delle sanzioni. Le difficoltà stanno più nei tempi che nella sostanza.

L’Iran ottiene 700 milioni di dollari al mese come piccolo anticipo dei 100 miliardi di beni congelati. Serviranno a dare ossigeno a Rouhani che dovrà fare i conti nei prossimi mesi col calo del prezzo del greggio. Il bilancio statale – in Iran si basano sull’export del greggio. Più il prezzo scende, più basso sarà il potere di spesa del governo nel futuro immediato. Il petrolio alle stelle fu la fortuna di Ahmadinejad e delle sue politiche di spesa.

Il segretario di Stato Usa, apparso piuttosto provato alla fine dei colloqui. si è subito appellato ai membri del Congresso perché il dialogo continui. Negoziato che, a questo punto, è sempre più una partita due tra Teheran e Washington, con la Russia unico soggetto terzo a giocare un ruolo di qualche peso.

Molto più abile il ministro iraniano Javad Zarif nel presentare il rinvio come un successo: “Prima delle sanzioni – ha detto – avevamo 200 centrifughe, ora ne abbiamo 20mila. Dite voi se le sanzioni hanno funzionato”. Al di là di queste affermazioni, il tono dei commenti nel dopo vertice indica alcuni elementi sostanziali:

  1. Nessuno più chiede l’azzeramento del programma nucleare iraniano.
  2. Nessuno ha dato la colpa del rinvio all’Iran.
  3. Il dialogo ormai è una prassi.

Kerry ha detto che dall’accordo ad interim di un anno fa, il mondo è più sicuro. da un anno. Gli ha fatto eco Zarif: “Per l’accordo non ci vorranno 7 mesi, ma molto meno. Noi siamo pronti a tornare al tavolo anche domani”.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, in un discorso televisivo alla nazione, ha rivendicato la sua strategia di approccio con la comunità internazionale: “Abbiamo scelto di interagire col mondo ed è la strada giusta”.

Nel rush finale dei negoziati è forse è mancato uno strappo, uno scatto finale di coraggio. Obama avrebbe avuto forse meno da perdere di Rouhani. Il presidente Usa è al suo secondo e ultimo mandato e la soluzione del dossier nucleare iraniano potrebbe essere l’ultima chance per lasciare almeno un risultato positivo in politica estera. Rouhani è invece presidente da un anno e mezzo e sul dialogo ha incentrato tutta la sua politica. Non può assolutamente dare segnali di eccessivo cedimento rispetto agli Stati Uniti, altrimenti tutta la sua presidenza sarebbe compromessa.

Un analista ha paragonato questa fase dei negoziati a l vertice tra usa e Urss di Reykjavik nel 1986. Ora come allora, le parti si conoscono perfettamente e sanno cosa possono realisticamente ottenere. Si tratta di trovare il coraggio, lo slancio di chiudere. Come ha detto Rouhani fin dall’inizio delle trattative,” la finestra non sarà aperta per sempre”.

 

 

 

 

Ascolta la puntata di Radio 3 mondo del 25 novembre 2014  con Antonello Sacchetti ed Ettore Greco.

Iran Talks

Iran Talks Vienna

Il 24 novembre 2014 scade l’accordo ad interim sul nucleare stipulato tra Iran e Gruppo 5+1 un anno fa. Il 18 novembre si apre a Vienna una nuova e decisiva sessione di colloqui, preceduta da un summit di due giorni in Oman tra il 9 e il 10 novembre, conclusasi – almeno ufficialmente – senza progressi effettivi.

Ecco il diario dei colloqui:

24 novembre

Colazione (nel senso di breakfast) di lavoro tra ministri degli Esteri di Iran e Cina. E’ il primo appuntamento di una giornata che si preannuncia lunghissima. In un tweet molto pragmatico, la Guida Khamenei dice in sostanza: se l’accordo arriva bene, altrimenti il Paese continuerà sulla sua strada.

      La voce del giorno parla di un rinvio dei negoziati a dicembre in Oman.    Schema di una possibile soluzione:

Nel primo pomeriggio arriva la conferma della voce che circolava già dalla domenica: l’accordo ad interim viene esteso al 1° luglio 2015. L’Iran riceverà 700 milioni di dollari al mese come anticipo sui 100 miliardi di dollari congelati.

 

Finale di partita:

Uno dei tweet di Rouhani a vertice concluso:

 

Il quotidiano riformista Shargh titola: “Estensione di speranza”.

 23 novembre La stampa conservatrice iraniana definisce l’accordo “impossibile”. Il Dipartimento di Stato Usa invita a considerare questi messaggi con cautela. Il programma della giornata prevede nuovi incontri tra Usa e Iran. La sensazione è che Tehran voglia arrivare a un accordo politico di massima entro il 24 per poi fissare i dettagli tecnici in seguito.   Per tutta la domenica si alternano cronache più o meno attendibili. Sui social media, molti iraniani propendono all’ottimismo. Più scettici gli osservatori europei e americani. La partita è sempre più a due, tra Zarif e Kerry. Per lunedì mattina è prevista una telefonata tra il presidente iraniano Rouhani e il presidente russo Putin.   Domenica sera Rouhani posta una foto emblematica sul suo account Instagram: “Omid”, “Speranza”.

A photo posted by Hassan Rouhani (@hrouhani) on

 Mentre il segretario di Stato Usa John Kerry twitta:

  22 novembre   Dietrofront nella notte: Zarif e Kerry non partono più, ma rimangono entrambi a Vienna e si incontrano in un vertice di due ore. Il gruppo 5+1 avrebbe formulato una nuova proposta all’Iran, i cui dettagli non sono stati resi noti. La notizia è stata riportata dai media di Stato iraniani, nonostante la smentita da parte dello stesso ministro degli Esteri Zarif. Al di là di queste schermaglie, Teheran starebbe valutando questa proposta, con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro il 24. Il vertice entra nel weekend decisivo, a soli due giorni dalla scadenza dell’accordo ad interim.

        Note ai margini della Storia. Uno studente iraniano che vive negli Usa lancia questo augurio via Twitter:

    21 novembre   Voci non confermate sostengono che Zarif sarebbe pronto a tornare in Iran per consultarsi sui negoziati ad avere – eventualmente – il via libera a sottoscrivere un accordo. Durante la preghiera del venerdì l’ayatollah Jannati ,capo del Consiglio dei Guardiani, ha ammonito i negoziatori iraniani a non “accettare umiliazioni da parte degli Usa”. Arriva a Vienna il ministro degli Esteri della Francia Laurent Fabius.

        20 novembre    Scendono le quotazioni circa il raggiungimento di un’intesa entro il 24 novembre. Fonti diplomatiche britanniche parlano di un probabile nuovo rinvio. Fonti iraniane escludono invece un nuovo accordo ad interim. In serata arriva a Vienna il segretario di Stato Usa John Kerry.   19 novembre   Secondo giorno di negoziati. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Zarif, che l’accordo si faccia o meno, “il 24 novembre sarà comunque il giorno della vittoria nazionale”. Come dire: l’Iran farà di tutto per arrivare a un accordo, ma non svenderà la propria dignità. Il segretario di Stato Usa John Kerry rimanda l’arrivo a Vienna (da Londra) prevista per oggi. Giovedì 20 sarà a Parigi per incontrare l’omologo francese Laurent Fabius e si parla anche di un secondo incontro col ministro saudita Saud al Feisa.   18 novembre   Si apre il nuovo round di colloqui a Vienna. Il clima è moderatamente ottimista.

     17 novembre Suscita curiosità l’imprevisto viaggio di un solo giorno del ministro degli Esteri di Oman a Teheran. Visto il ruolo giocato dal sultanato nel dialogo tra Usa e Iran, molti osservatori ipotizzano uno scambio di messaggi tra le parti prima dell’avvio dei negoziati a Vienna.   16 novembre   Nessuna novità di rilievo, ma hanno suscitato interesse le parole del viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov a margine degli incontri al G20 in Australia:

Iran e 5+1 non sono mai stati così vicini a un accordo. C’è tutto il tempo di raggiungerlo dal 18 (giorno dell’inizio del vertice a Vienna) al 24 novembre. Bisogna solo vedere se a Teheran e Washington verranno prese le decisioni necessarie.

Significativa anche l’intervista rilasciata a Marina Forti dall’ex ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, una dei firmatari di una lettera diffusa dall’European Council on Foreign Relations che invita le parti al compromesso . Secondo Bonino,

un accordo in grado di affrontare in maniera pacifica ed efficace i timori degli E3+3 sulla proliferazione nucleare iraniana e di rispettare, allo stesso tempo, la sovranità e le legittime aspirazioni iraniane, è davvero a portata di mano.

14 novembre   Continua a essere molto vivace l’account Twitter di Khamenei. Vivace e polemico con gli Stati Uniti e l’Occidente. In un tweet, ricorda come l’Iran sia stato vittima delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, nel silenzio pressoché totale di tutto il mondo.

  In un video su Youtube – sottotitolato in inglese –  ribadisce il diritto dell’Iran a proseguire con il proprio programma nucleare.   Con l’avvicinarsi del 24 novembre, nessun messaggio è casuale.   [divider] [/divider]   11 novembre   In questo apparente stallo, spiccano due tweet del 10 novembre con cui la Guida Ali Khamenei esprime il pieno sostegno ai colloqui e ribadisce i punti cardine della diplomazia iraniana.

Nei giorni passati si era diffusa la voce che al vertice in Oman avrebbe partecipato Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida sulla politica estera. L’indiscrezione aveva alimentato l’ipotesi che un accordo fosse ormai imminente. Velayati non ha poi partecipato al vertice.   Intanto, mentre l’accordo non è ancora raggiunto, si sprecano le analisi in vista della possibile fine delle sanzioni.  Ecco un esempio:  

Così parlò Rouhani

Rouhani all'ONU

Nel 2013 la partecipazione di Hassan Rouhani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fu il trampolino di lancio per i colloqui che portarono all’accordo ad interim sul nucleare del 24 novembre 2013. Diverso, ma ugualmente importante, l’intervento di quest’anno.

In sostanza, il messaggio lanciato è: una soluzione sul nucleare è possibile e noi vogliamo raggiungerla. Ma basta con le sanzioni e le minacce, o sarà tutto inutile.

Che fine ha fatto Rouhani?

Innanzitutto, un piccolo mistero. L’intervento di Rouhani era il primo in scaletta per il 25 settembre. Il presidente iraniano è fotografato all’arrivo al Palazzo di Vetro, ma poi sparisce. Il programma subisce dei cambiamenti: parlano prima i rappresentanti di Ghana e Croazia. Perché questo ritardo? Sui social si scatenano le ipotesi: sta correggendo il testo del suo intervento? O è impegnato in un colloqui fuori programma?

Live tweeting

Quando finalmente arriva in aula, l’account Twitter @HassanRouhani comincia un live tweeting puntualissimo:

Tutto l’intervento del presidente è di fatto riassunto in tempo reale. Seguendo sia la diretta streaming sia il live tweeting, ci si rende conto che in alcuni passaggi i tweet anticipano la voce del presidente. Segno che chi gestisce l’account è in possesso del testo del suo intervento. Un ottimo caso di copertura digitale di un evento istituzionale.    Ecco alcuni dei punti (e dei tweet) chiave dell’intervento.   Chi ha creato l’Isis dovrebbe chiedere scusa   Chi ha finanziato l’Isis dovrebbe ammettere le proprie responsabilità e chiedere scusa.

 

 

In cerca di fiducia

Uno dei passaggi più interessanti: “In Medio Oriente ci sono politici ed élite moderate che godono del sostegno del loro popolo. Non sono né anti occidentali né filo occidentali”.  Chiaro riferimento a se stesso e alla coalizione moderata che lo ha eletto presidente in Iran. E’ un messaggio chiaro: se non ci date fiducia, in Iran tornerà al potere chi è chiaramente anti occidentale.


Media occidentali istigano l’islamofobia

“Sono stupito da questi gruppi criminali che si definiscono Islamici. I media occidentali ripetono questo falso proclama che produce odio contro tutti i musulmani”. 

 

Critiche agli Usa

Rouhani critica gli Usa per il loro comportamento in Iraq: continuare a pretendere l’egemonia nella regione è un errore strategico. 

Anche perché “la democrazia non è un prodotto che può essere importato in Oriente da Occidente”.

E la soluzione suggerita è chiara: l’Iran può svolgere un ruolo chiave nella soluzione della crisi irachena

 

 Un riferimento a Khatami

E al suo appello per il dialogo tra le civiltà: “Ricordiamoci che prima dell’atto criminale dell’11 settembre l’Iran invitò tutti al dialogo”.

 

 Sul nucleare

Poi Rouhani entra nel vivo della questione nucleare: “Noi abbiamo intrapreso negoziati seri e onesti non a causa delle sanzioni, ma perché il nostro popolo ce lo ha chiesto”. Come dire: io sono stato eletto per questo, gli iraniani mi hanno votato proprio perché dialogassi con l’Occidente. 

Avanti con i negoziati

Rouhani rilancia in vista della scadenza dell’accordo ad interim (24 novembre): “Siamo determinati a continuare”. 

 

 

 

 

 Il video integrale del discorso (doppiato in inglese)

 

L’accordo – dice – sarebbe un’opportunità storica per l’Occidente.

 

Potrebbe essere solo l’inizio

E poi apre: “Un accordo finale sul programma nucleare potrebbe essere l’inizio di una collaborazione per la pace, la sicurezza e lo sviluppo”.

Per la prima volta, in una sede ufficiale, l’Iran lega la questione nucleare a una futura collaborazione “strutturale” con l’Occidente. In molti lo hanno sempre pensato ma è la prima volta che viene esplicitato in questi termini.

Rouhani non suggerisce soluzioni tecniche per superare lo stallo delle trattative, ma segna una linea rossa: noi non cediamo sul diritto all’arricchimento. Sul resto possiamo discutere. Però adesso la palla è a voi.

 Il testo in inglese dell’intervento di Rouhani

Presentazione ‘Il mio esilio’ a Roma

Il mio esilio

Martedì 16 settembre la scrittrice e giornalista iraniana Farian Sabahi presenterà a Roma, alle ore 19 presso la libreria “Settembrini libri e cucina” (piazza dei martiri di Belfiore 12), il suo ultimo libro

IL MIO ESILIO. SHIRIN EBADI CON FARIAN SABAHI

edito in digitale da Feltrinelli nella collana Zoom e, in autunno, in cartaceo per i tipi di Mimesis.

Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e la prima musulmana a ricevere il Nobel per la Pace.

Nel 2003 il Comitato per il Nobel l’ha scelta “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”.

Farian Sabahi l’ha intervistata a Londra, dove vive in esilio dopo le contestate elezioni presidenziali del 2009, segnate da brogli e violenza. In queste pagine Shirin Ebadi racconta il suo Iran:

“L’11 febbraio fu annunciata la vittoria dei rivoluzionari. Eravamo felici, pensavamo fosse l’inizio di una nuova fase nella storia di un paese millenario. E invece, proprio quel giorno, l’8 marzo 1979, la radio annunciò che tutte le impiegate della pubblica amministrazione avrebbero dovuto coprire i capelli con il foulard”.

Un percorso nell’Iran di oggi, con uno sguardo indagatore sugli anni che hanno portato al teso clima politico attuale.

Oltre all’autrice, all’incontro interverranno la reporter Francesca Paci (inviata in Medio Oriente del quotidiano La Stampa),  il giornalista Alberto Negri (inviato di guerra del Sole24Ore) e il blogger Antonello Sacchetti.

Durante la presentazione saranno disponibili le copie cartacee di IL MIO ESILIO e anche quelle del libro precedente di Farian Sabahi dal titolo NOI DONNE DI TEHERAN nell’edizione di Mimesis (con allegato il CD audio, 12 euro). Aperitivo a seguire!

Il ruolo di Teheran in Siria e Iraq

In un breve articolo del 6 settembre Alberto Negri analizza magistralmente il ruolo dell’Iran nella crisi provocata dall’avanzata dell’ISIS in Siria e Iraq.

Quando il presidente americano Barack Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti non avevano una strategia contro l’Isis, in molti hanno inarcato le sopracciglia stupiti.
In realtà non si trattava dell’ennesimo scivolone sulla buccia dell’inconscio ma di una precisa volontà di evitare congetture su un impegno militare esteso, assai impopolare nella pubblica opinione statunitense dopo la tragica avventura irachena. «No boots on the ground», niente stivali sul terreno, ripete la leadership di Washington.

La decisione presa in Galles di formare una coalizione di 10 Paesi (tra cui l’Italia) per fermare lo Stato Islamico risponde alla necessità della

ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)

Gaza, cosa dicono gli iraniani

Tweet Gaza

Cosa pensano gli iraniani di quanto sta accadendo a Gaza? Small Media ha raccolto in uno storify opinioni e commenti lanciati su Twitter da comuni cittadini residenti in Iran.

La maggior parte sono giudizi negativi su Israele, ma non mancano critiche ad Hamas e alcune frecciate al modo in cui i media iraniani seguono la crisi di Gaza.

I tweet sono in persiano, tradotti e commentati in inglese.

Se non riuscite a visualizzare lo storify qui di seguito, lo trovate a questo link: https://storify.com/smallmedia/a-long-summer

 

 


Rinvio nucleare

Iran Talks Vienna

Non sono bastati 16 giorni di fila di colloqui a Vienna per raggiungere un’intesa definitiva sul nucleare iraniano. Così, a 48 ore dalla scadenza dell’accordo ad interim siglato nel novembre 2013 a Ginevra, Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Cina) hanno deciso di darsi altri 4 mesi di tempo. La proroga scade il 24 novembre ma ci sono buoni motivi di credere che si cercherà di arrivare a una soluzione prima del 4 novembre, giorno in cui negli Usa si vota per il rinnovo del Congresso. Una eventuale (e probabile) maggioranza repubblicana sarebbe sicuramente un ostacolo più ingombrante all’intesa. Perché – è bene ricordarlo – per alleggerire o eliminare del tutto le sanzioni, c’è bisogno del voto del Congresso.

I prossimi colloqui tra Iran e 5+1 dovrebbero esserci a settembre.

Divergenze tecniche

La questione centrale sembra la capacità di arricchimento di uranio dell’Iran. Teheran vorrebbe mantenere attive nei prossimi anni 10mila centrifughe per aumentare poi la propria produzione per la centrale di Bushehr dopo il 2021, anno in cui scadrà un contratto con la Russia per la fornitura di carburante.

Il gruppo 5+1 chiede invece che il numero di reattori sia limitato ad alcune centinaia e che l’Iran continui ad acquistare isotopi dalla Russia.

I commenti dei protagonisti

Il segretario di Stato Usa John Kerry ha detto che ci sono stati «progressi effettivi su alcune questioni come il destino del reattore ad acqua pesante di Arak, la riconversione dell’impianto di arricchimento di Fordow e le misure di controllo e monitoraggio», ma ha anche precisato che «permangono differenze sostanziali sulla capacità di arricchimento dell’impianto di Natanz, una questione assolutamente cruciale in un eventuale accordo definitivo».

Kerry ha comunque sottolineato come l’Iran abbia «accettato di convertire tutto il suo materiale arricchito al 20% in
Continue Reading

Il paradosso saudita

ISIS

Traduzione parziale di un articolo originale di Amir Madani per l’Huffington Post

La spietata macchina omicida dell’ISIS (Islamic State of Iraq and al-Sham), attraverso massacri e atti di terrorismo, ha legato la guerra civile al bagno di sangue in Siria, con lo scopo di instaurare un califfato medievale nella regione desertica tra i due Stati. L’ISIS, nelle cui fila ci sono anche baathisti “orfani” del regime di Saddam, ora occupa l’importante centro politico ed economico di Mosul, così come le grandi aree del cosiddetto triangolo sunnita, e si sta spingendo a sud verso Baghdad, costringendo 500.000 iracheni ad abbandonare le loro case.

Nonostante tutte le minacce regionali e le divisioni interne; nonostante la violenza sistematica; nonostante i loro piani preparati per anni; nonostante controllino alcuni pozzi petroliferi (mentre le compagnie petrolifere e il mondo industrializzato sono intenti a mantenere i prezzi verso il basso); e nonostante i cambiamenti intervenuti nella tattica militare; nonostante tutto questo, l’ISIS ha intrapreso una battaglia che non può realmente vincere. La coalizione di governo basata su una alleanza sciita-kurda, che comprende anche realisti e moderati sunniti, emersa dalle elezioni, è sostenuta dalla comunità internazionale e terrà. È così solida che Stati Uniti e Iran stanno valutando una cooperazione in Iraq.

Detto questo, il governo iracheno ha evidentemente bisogno di cambiare – in particolare una maggiore condivisione del potere, più inclusività e anti-settarismo. Altrimenti ci potrebbe essere una regione autonoma sunnita dove sarebbero gli stessi sunniti a decidere se vivere sotto la dura legge di un gruppo terroristico.

Provocare una guerra settaria

Nonostante la reazione di panico per l’apparente avanzata dell’ISIS, il campo di battaglia rimane limitato essenzialmente alle regioni desertiche del cosiddetto triangolo sunnita, dove quasi il 18 per cento della popolazione vive in un territorio pari al 48 per cento del territorio nazionale irachena, e dove l’ISIS, i quadri Ba ‘ath i loro sostenitori locali stanno cercando di provocare una guerra settaria. Seguendo le indicazioni del primo capo di al-Qaeda in Iraq, Zarqawi, la cui lettera del 2004 a bin Laden (intercettato da agenzie di intelligence occidentali) recita: “Se riusciamo a trascinandoli nell’arena di una guerra settaria, sarà possibile risvegliare i sunniti distratti, facendoli sentire in pericolo imminente”. Eppure i fatti non dimostrano un grande successo: Se la guerra è soprattutto settaria nel carattere come i titoli dei giornali gridano nei principali quotidiani internazionali, allora perché i curdi – la stragrande maggioranza dei quali sono sunniti – non combatte al fianco dell’ISIS / Ba ‘ ath, ma piuttosto con entusiasmo contro di loro? Inoltre, nonostante una significativa forza regionale, l’ISIS e i suoi sostenitori non hanno né la mentalità, né l’esperienza necessaria per governare; I’ISIS rimane essenzialmente un gruppo terroristico. Il governo dell’ISIS nella provincia siriana di Raqqa è basata sul controllo assoluto delle risorse, in modo da controllare totalmente la popolazione, in una condizione di quasi-schiavitù, più dura come al solito per le donne e le minoranze.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO ORIGINALE SULL’HUFFINGTON POST (IN INGLESE)

Iran e Usa: prove di intesa?

Javad Zarif

Teheran e Gruppo 5+1 riprendono i colloqui sul programma nucleare iraniano. I negoziati a Vienna sono anche l’occasione per discutere di Iraq. Antichi avversari, Stati Uniti e Iran hanno uguale interesse nel frenare la crescente minaccia rappresentata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Sia Washington sia Teheran stanno valutando la possibilità se offrire sostegno militare al governo iracheno.

Potrà la collaborazione fra l’Iran e gli USA risolvere la crisi irachena? E cosa farà l’Arabia Saudita potenza egemone sunnita nello scenario mediorientale?

Martedì 17 giugno Azzurra Meringolo ne ha parlato a Radio3 Mondo con Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore specializzato d’Iran e con Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali e del Brookings Institution di Washington

Ascolta la registrazione della trasmissione:

A proposito del velo

my stealthy freedom

La questione del velo per le donne iraniane: tema sempre caro ai media occidentali e riportato di recente alla ribalta da una campagna sui social media intitolata #Mystealthyfreedom (“La mia libertà furtiva”) o Azadiye yavasheki, nella versione persiana, lanciata il 3 maggio da Masih Alinejad, giornalista iraniana da anni residente a Londra.

Dopo il mio recente viaggio in Iran, ho scritto un articolo su questo tema per Arab Media Report.

Leggi l’articolo sul sito di Arab Media Report

Nucleare Iran: a Vienna nulla di fatto

Vertice Iran - gruppo 5+1

“La volontà è il fattore di successo più cruciale in qualsiasi dialogo. Noi siamo determinati, spero lo siano anche le nostre controparti”.

Con questo tweet non proprio ottimistico il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha sintetizzato l’esito del round di colloqui sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 tenutosi a Vienna dal 14 al 16 maggio 2014.

Che le cose non stessero andando benissimo lo si era capito già nei giorni precedenti. Nel pomeriggio del 16 maggio si era addirittura via Twitter la voce (poi smentita) che il tavolo delle trattative fosse saltato.

Delusione iraniana

Il dialogo continua, ma da questo vertice non è uscita quella bozza di accordo finale che in molti auspicavano e che pochi – per la verità – speravano di vedere già adesso. Ricordiamo che l’accordo ad interim siglato a novembre a Ginevra scade il 20 luglio. Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha annunciato che a giugno ci saranno nuovi vertici (uno o due) e che il dialogo continua. Trapela, da parte iraniana, una certa delusione per l’atteggiamento della controparte. O, meglio, delle controparti. Un funzionario di Teheran ha infatti sottolineato come il dialogo non sia con gli Usa, ma col gruppo 5+1. A rimarcare, quindi, delle sostanziali differenza tra l’atteggiamento di Washington e quello degli altri Paesi a tvolo dei negozaiti (Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna).

Questioni aperte

Il fatto è che ora si è entrati nella fase più difficile delle trattative, proprio perché la scadenza è a un passo e tutte le questioni saranno definitive. In particolare, ci sono problemi circa lo sviluppo delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio e l’alleggerimento delle sanzioni sull’Iran. A nessuno, in questa fase, conviene sbandierare i problemi, ma a quanto pare ci sarebbero pressioni da parte Usa sulle banche internazionali che dovrebbero fornire servizi finanziari per la fornitura all’Iran di “beni umanitari” e del settore automotivo. Punti previsti nell’accordo di Ginevra ma non realizzati ancora nella pratica. Per questo fonti iraniani accusano l’Occidente di “aver abbandonato il realismo dimostrato negli incontri precedenti”. Ufficialmente, sarà difficile avere maggiori dettagli sulle questioni aperte. Di certo, ora ci sono soltanto due mesi per arrivare a un accordo. In un pausa del vertice, Zarif ha raggiunto il Team Melli, la nazionale di calcio iraniana, in ritiro vicino a Vienna. E ha postato la foto di rito su Twitter.

A proposito: prima di fissare le date dei vertici di giugno, sarà bene consultare il calendario dei Mondiali. Sempre meglio evitare distrazioni.

Iran, il mercato di domani?

Borsa valori di Teheran

Accordo sì o no? Il terzo turno di colloqui tra Iran e gruppo 5+1 sulla questione nucleare tenutosi a Vienna l’8 e il 9 aprile, si è concluso in modo piuttosto interlocutorio. Le prospettive sono parecchio diverse a seconda delle analisi. Non ci sono risultati clamorosi da sbandierare, ma neanche passi indietro, a stare alle dichiarazioni dei protagonisti. Sono però trascorsi cinque mesi dallo storico accordo di novembre e ci si comincia a chiedere quando si vedrà davvero la fine di questa querelle.

Nucleare, nuovi colloqui il 13 maggio

Il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, in un tweet, ha auspicato il “proseguimento del dialogo per raggiungere un accordo stabile, con un’assunzione finale di responsabilità collettiva” che sia “soprattutto, in linea con gli interessi di tutte le parti”.

Le parti si rivedranno a Vienna il 13 maggio. Zarif ha anche dichiarato che un accordo finale potrebbe essere raggiunto entro il 20 luglio (quando scade l’accordo ad interim di novembre), ma ha anche aggiunto che se fosse necessario altro tempo, non sarebbe “né un disastro né una sorpresa”.


 

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera Catherine Ashton ha detto che le due parti devono svolgere “un lavoro intenso” per colmare le distanze e raggiungere un accordo.

Il mercato iraniano

In questi ultimi mesi i dettagli tecnici della questione nucleare sono passati in secondo piano nelle cronache e nelle analisi. Si parla soprattutto di cosa potrebbe accadere dopo un eventuale accordo che riaprisse le relazioni economiche tra Stati Uniti e Iran.

Charlie Robertson, global chief economist di Renaissance Capital, ha recentemente visitato l’Iran e ha tracciato un quadro molto promettente dell’economia persiana:

“Gli investitori sono molto interessati a trovare il prossimo mercato . L’Iran è l’ultimo mercato del mondo che abbia già una considerevole economia e un mercato azionario nel quale si potrà investire una volta allentate le restrizioni finanziarie”.

Secondo Robertson, l’Iran di oggi è come “la Turchia di dieci anni fa, ma con enormi riserve energetiche”.

I punti di forza? Il 9% delle riserve mondiali di petrolio, salari in media più bassi di Turchia o Cina e paragonabili a quelli del Vietnam. Infrastrutture migliori rispetto a quelle dei Paesi emergenti. In più, una popolazione giovane e ben istruita.  In pratica, le generazioni del baby boom iraniano (anni Ottanta e Novanta) hanno studiato, si sono laureate e sono ora forza lavoro. E rappresentano un esercito enorme di consumatori. La Borsa dell’Iran ha una capitalizzazione di mercato di circa 170 miliardi dollari, simile a quella della Polonia. “Questo è un grande mercato per gli standard dei mercati emergenti“, sintetizza Robertson.

Pronti a partire

Gli investitori stranieri non possono ancora stipulare contratti formali, ma stanno comunque saggiando il terreno. Da novembre, moltissime imprese europee e americane stanno visitando il Paese per comprendere il contesto e valutare le possibilità di investimento. Se e quando le sanzioni saranno rimosse, vogliono tutti essere in prima fila.

Il primo passo

Per sbloccare la situazione, il primo basso dovrebbe essere la fine de dell’embargo petrolifero da parte dell’Unione europea. In questo modo, Teheran aumenterebbe l’export del greggio e rilancerebbe la produzione interna. Per una totale normalizzazione della situazione, sarebbe comunque indispensabile la fine delle sanzioni del Tesoro Usa e il reinserimento dell’Iran nei meccanismi bancari internazionali. I settori in cui investire? Sicuramente il petrolifero, il petrolchimico e il minerario, tanto per cominciare. Buone prospettive anche per l’agricoltura e l’industria automobilistica, settori già ben strutturati. Molto interessanti le prospettive per il settore delle telecomunicazioni e dell’industria alberghiera.

Oltre agli sviluppi internazionali, saranno comunque necessari cambiamenti interni, soprattutto per quanto riguarda il settore bancario e la forte ingerenza delle fondazioni legate ai Pasdaran nelle società di recente privatizzazione. Anche in questo ambito (o soprattutto in questo) si gioca la partita interna tra le anime della Repubblica islamica.