Larijani ancora Larijani

Larijani ancora Larijani. Nel ruolo di presidente del majles, il parlamento iraniano, rimane ancora lui per la terza volta di seguito, primo caso nella storia della Repubblica islamica. Ali Larijani è stato infatti eletto con 173 voti mentre il riformista Mohammad Reza Aref si è fermato a 103 voti.

Risultato tutt’altro che scontato, tanto che il deputato riformista Mostafa Kavakebian ha gridato al complotto: almeno 50 parlamentari affiliati alla “Lista della speranza”, di orientamento riformista e pro Rouhani, avrebbero votato per Larijani e non per Aref.

Quindi? Tradimento? Vittoria dei conservatori? Sconfitta del presidente Rouhani?

Probabilmente nulla di tutto questo.

Non va innanzitutto dimenticato che Larijani è sì un conservatore, ma ha sostenuto Rouhani e da presidente del parlamento ha appoggiato con convinzione l’accordo sul nucleare. E alle ultime elezioni si è presentato come indipendente nel distretto di Qom. Quindi la sconfitta di Aref è una sconfitta dei riformisti, non di Rouhani, che riformista non è mai stato.

Oltretutto, la vicinanza di Larijani e della sua famiglia alla Guida Khamenei è una garanzia di continuità per il presidente della Repubblica islamica. Ad un anno esatto dal voto per le presidenziali, per Rouhani è importante non cercare lo scontro con i conservatori ma cercare la più ampia convergenza possibile tra le forze in campo.

Per dirla con il cancellerie Ferrer dei Promessi sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

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Asrar titola: La presidenza del parlamento non è cambiata

 

farh

Per Farhikhtegan “Rouhani è il vincitore delle votazioni per la presidenza del majles”

Il vecchio che avanza

Mai dare nulla per scontato quando si parla di politica in Iran. L’Assemblea degli Esperti eletta lo scorso 26 febbraio ha scelto il proprio presidente: è l’ayatollah conservatore Ahmad Jannati, 90 anni, già a capo del Consiglio dei Guardiani.

Risultato decisamente sorprendente: i media iraniani davano per favorito l’Ayatollah Ebrahim Amini ritenuto vicino alla coalizione moderata guidata da Rafsanjani. E invece no: Amini è arrivato secondo con 21 voti. Jannati ne ha ottenuti 51.  Mahmoud Hashemi Shahroudi è arrivato terzo con 13 voti. Mohammad Ali Movahedi-KermaniShahroudi sono stati scelti come primo e secondo vice.

Il vero colpo di scena è l’eclissi dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, primo degli eletti di Teheran a febbraio e apparentemente vero decision maker della coalizione moderato-riformista. Quel voto – vale la pena ricordarlo – ha decretato l’esclusione dall’Assemblea di due ayatallah ultraconservatori come Mohammad Yazdi e Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi, mentre lo stesso Jannati era stato eletto per il rotto della cuffia, sedicesimo su sedici.

Eppure, lo stesso Rafsanjani, in un’intervista al quotidiano Aftab-e Yazd aveva fatto pochi giorni fa un clamoroso passo indietro, dichiarando “non necessaria” una sua candidatura a presidente dell’Assemblea degli Esperti. Lo stesso kuseh, a voto concluso, si è dichiarato soddisfatto della scelta dell’Assemblea.

Che significa?

Guardiamo le cose in prospettiva. Jannati ha 90 anni, il suo incarico da presidente ne dura due. Questa Assemblea sarà in carica fino al 2024. A meno di clamorosi colpi di scena, la prossima Guida non sarà scelta in questi due anni. Khamenei sarà anche malato e non giovanissimo, ma sembra perfettamente lucido e assolutamente in controllo del quadro politico del Paese.

E allora?

Probabilmente il fronte guidato da Rafsanjani e Rouhani ha optato per una campagna di lungo corso. Oggi i conservatori spingono per dare un segno di continuità col passato, non vogliono mollare la presa. Jannati è stato sempre contrario all’accordo sul nucleare e alle apertura all’Occidente. La sua scelta pare quindi una garanzia di conservazione, di non cedimento.

Il muro contro muro tra le anime della Repubblica islamica è evitato, almeno per ora. L’Assemblea avrà otto anni per prendere decisioni ben più pesanti e durature.

 

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Il quotidiano Kayhan parla della scelta di Jannati come di un dito nell’occhio degli inglesi

 

Più donne che mullah

Il secondo turno delle elezioni parlamentari consegna all’Iran un majles con diverse novità. Andiamo con ordine. Ricordiamo che si votava per assegnare 69 seggi, nei collegi in cui nessun candidato aveva ottenuto almeno il 25% al primo turno. Secondo il Ministero degli Interni, l’affluenza è stata del 59% degli aventi diritto, più o meno la stessa percentuale registrata a febbraio.

In Iran l’affiliazione dei singoli deputati non è mai chiarissima e questo genera sempre una certa confusione nell’analisi del voto. Va detto che la “Lista della speranza”, l’alleanza tra moderati e riformisti che sostiene il presidente Rouhani, ha ottenuto almeno 131 seggi contro i 124 dei conservatori. Secondo l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, sarebbero invece in maggioranza i conservatori, 126 a 112. Ago della bilancia, saranno gli 85 indipendenti.

Al di là del confronto tra gli schieramenti politici, queste elezioni segnano due record: il numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica (17) e il numero più basso di religiosi eletti (16). Nel nuovo majles, ci saranno dunque più donne che religiosi. 

Nel parlamento uscente, le deputate erano solo 9, tutte conservatrici.

E un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Da questo punto di vista, la “democrazia in Iran” (le virgolette non sono esornative..) e le sue manifestazioni più esplicite (elezioni, campagne elettorali, affluenza alle urne) offrono sempre spunti di riflessione interessanti.

arman e emruz

Arman-e Emruz: Completato con la speranza il poema epico primaverile 

Le 17 nuove deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento dopo una competizione elettorale durissima.

Sarà poi un parlamento quasi completamente nuovo: il 75% dei deputati non era infatti presente nel majles uscente.

Ballottaggi & sussidi

Fermi tutti, in Iran si rivota. Non ovunque, ovviamente. Ma devono ancora essere assegnati 68 seggi su 290, che non sono proprio pochi. I ballottaggi non riguardano la città di Teheran che il 26 febbraio ha premiato la coalizione moderata. Sia la Guida Khamenei sia il presidente Rouhani hanno ricordato agli iraniani l’importanza di questo secondo turno, cercando di limitare un astensionismo che si preannuncia alto.

La campagna elettorale per i ballottaggi si è svolta senza sussulti, ma con un buon livello di partecipazione agli eventi della coalizione moderato-riformista. L’ex vicepresidente di Khatami, Mohammad Reza Aref , è stato molto attivo in questo senso.

In attesa dell’ultimo atto di questa tornata elettorale, la situazione nel Paese sembra in stallo, sotto diversi punti di vista.

Polizia religiosa e reporter in carcere

Con l’arrivo dell’estate, aumentano i controlli della polizia religiosa sull’abbigliamento delle donne nelle grandi città. E non è una novità.

Un tribunale rivoluzionario ha condannato tre giornalisti (due uomini e una donna) a lunghe pene detentive. Neanche questa è una novità. Si tratta di reporter di giornali e riviste su posizioni filo governative. Afarin Chitsaz, del quotidiano ufficiale del governo, Iran, ha avuto dieci anni. Ehsan Mazandarani, direttore del quotidiano Farhikhtegan, sette. Saman Safarzaee, del mensile Andisheh Pouya, cinque. Gli avvocati hanno annunciato il ricorso in appello.

La rimozione delle sanzioni

A livello politico – e di riflesso economico – tiene banco la questione della effettiva rimozione delle sanzioni. Il punto dolente è l’effettivo rientro dell’Iran nel circuito finanziario internazionale. Gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per scoraggiare le proprie banche e quelle europee dall’intervenire in Iran. Per cui, formalmente, oggi la Repubblica islamica si apre al mercato mondiale, ma in pratica rimane isolata per mancanza di flussi finanziari indispensabili per i grandi investimenti. Il 15 aprile il governatore della Banca centrale dell’Iran Valiollah Seif si è recato a Washington per partecipare a un vertice della Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. A detta dello stesso Seif, dall’implementazione degli Accordi sul nucleare (JCPOA)di tre mesi fa, non è successo “quasi nulla”. Lo stallo dà fiato ai conservatori che continuano a criticare l’amministrazione Rouhani per essersi “arresa” agli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio.

kayhan

Kayhan: In che lingua dobbiamo ancora dire che gli Stati Uniti sono inaffidabili?

Il taglio dei sussidi

Ma la situazione davvero esplosiva è quella legata al taglio dei sussidi. Su proposta del deputato conservatore Ahmad Tavakoli (non rieletto) il parlamento uscente ha votato una legge che obbliga il governo a fermare – tra settembre 2016 e marzo 2017 – i sussidi che attualmente vengono versati a un terzo della popolazione iraniana.

Il sistema dei sussidi così strutturato nacque nel 2010 sotto la presidenza Ahmadinejad. All’inizio si chiedeva una dichiarazione dei redditi per ricevere 455.000 rial (15 dollari) al mese a persona. Il Centro Statistico nazionale ha diviso la popolazione in sette fasce di reddito, in modo che sono le famiglie davvero bisognose ricevessero il sussidio. Ahmadinejad però si oppose e fece distribuire equamente i sussidi a tutti i cittadini iraniani. Alcuni la definirono la riforma più populistica della storia iraniana. Sicuramente gravò sulle casse dello Stato e generò inflazione.
Va detto che all’epoca il petrolio – sul cui export si basa il bilancio dello Stato iraniano – era sui 120 dollari al barile.  Il calo del prezzo del greggio e le sanzioni internazionali hanno poi obbligato l’attuale presidente Rouhani, eletto nel giugno 2013, a rivedere la politica dei sussidi, senza però mai arrivare a ipotizzare un taglio drastico. Già dallo scorso 18 marzo, ultimo giorno dell’anno persiano 1394, oltre 3 milioni di iraniani si sono visti togliere i sussidi. In pratica, il parlamento ha deciso di tagliare il sussidio alle famiglie che guadagnano più di 350 milioni (11.500 dollari) l’anno. 
Questa decisione può essere letta come un atto di rigore economico. Ma è anche una bomba sociale a scoppio ritardato che il parlamento uscente lascia al governo Rouhani. Tra l’altro, questo stesso majles, prima di lasciare, rivedrà il budget per il 1395 e il sesto Piano quinquennale di sviluppo. C’è quindi la possibilità di altri “regali” da parte dei conservatori al moderato Rouhani.
A giugno 2017, è bene ricordarlo, si vota di nuovo per le presidenziali.

Renzi a Teheran

La Storia sa essere davvero curiosa. Era il 28 novembre 2012 e i due candidati alla segreteria del Partito Democratico, Luigi Bersani e Matteo Renzi, si affrontavano in un confronto televisivo in diretta su Rai Uno, moderato da Monica Maggioni.

Quasi alla fine arriva la domanda: “L’Italia rispetto allo scenario internazionale. Quali sono le questioni più urgenti?”.

Bersani: “Il punto di fondo è il problema israelo-palestinese. Ci sono due popoli, uno insicuro e l’altro umiliato, che non riescono a parlarsi. L’Europa deve fare la sua parte, gli Usa si sono allontanati. Domani all’Onu si vota sulla richiesta di Abu Mazen – ha detto Bersani – vedo che nel governo italiano c’è qualche titubanza. Noi dobbiamo votare sì, altrimenti avrà sempre ragione Hamas, non possiamo isolare Abu Mazen”.

Renzi: “Non sono d’accordo sul dare centralità assoluta al conflitto fra Israele e Palestina. Per me la madre di tutte le battaglie è la questione iraniana. Il voto di domani all’Onu poi, nasce da una serie di contraddizioni interne ai palestinesi”.

ARMAN EMRUZ

La primavera di Roma a Teheran

Ironia della Storia, tre anni e mezzo dopo è il governo Renzi a compiere uno storico riavvicinamento alla Repubblica islamica. Certo, l’operazione è figlia di una generale distensione seguita all’accordo sul nucleare del luglio 2015, ma va dato atto al governo italiano di aver saputo compiere finalmente una mossa di politica estera degna di questo nome. Tra la visita di Rouhani a Roma dello scorso gennaio e quella di Renzi ad aprile, si è rinsaldato un legame storico, culturale e commerciale, che si era molto indebolito negli ultimi anni, a causa principalmente di un totale appiattimento  delle posizioni di Roma sulla linea di Washington.

 

In questo momento, invece, gli accordi tra Italia e Iran (si parla di un valore complessivo di 3 miliardi di euro per i prossimi due anni) hanno anche un significato prettamente politico.

Come sottolineato da Nicola Pedde,

il vero nodo da sciogliere per lo sviluppo delle promettenti relazioni economiche con l’Iran ruota infatti intorno alla scarsa cooperazione sinora offerta dai principali istituti di credito internazionali nel sostenere lo sforzo delle imprese che intendono investire nella Repubblica Islamica.

L’Iran denuncia a gran voce l’ingerenza degli Stati Uniti nello scoraggiare le banche europee dall’intervenire in Iran, facendo presente i rischi connessi alla violazione delle sanzioni primarie tuttora in vigore ed imponendo l’adozione di complesse due diligence per verificare l’assenza di enti e individui inseriti nelle liste nominative abbinate alle disposizioni sanzionatorie.

Solo ieri il Segretario del Tesoro USA Jacob Lew aveva ribadito come gli Stati Uniti non consentiranno alcun accesso al sistema finanziario americano nell’ambito delle pur possibili operazioni con l’Iran, fugando in tal modo ogni possibile dubbio circa la possibilità di poter gestire contratti in dollari nell’ambito della ripresa delle relazioni economiche con Tehran.

I maggiori problemi saranno quindi connessi alle transazioni quotate in dollari, come ad esempio quelle petrolifere, e alla gestione dei grandi flussi finanziari necessari per dare avvio agli investimenti richiesti dalle aziende europee.

Secondo Tehran, tuttavia, le pressioni esercitate dal Tesoro degli Stati Uniti si sono spinte sino a ventilare l’ipotesi di possibili ritorsioni per quegli istituti di credito che – in considerazione delle dimensioni – possono essere penalizzati nei loro interessi connessi al sistema finanziario americano.

(…)

La scelta di Matteo Renzi di recarsi in Iran prima di qualsiasi altro leader europeo è senz’altro vincente, e riuscirà con ogni probabilità a dare ulteriore impulso al conseguimento di quel ruolo che l’Italia ha sempre voluto svolgere nel paese e che è riuscita in passato a conquistare solo in parte, in conseguenza della propria inerzia ma anche della manifesta opposizione di alcuni importanti partner europei, tra cui in particolar modo la Gran Bretagna, la Germania e la Francia.

 

I media iraniani, di tutte le tendenze politiche, hanno dato ampio spazio alla visita di Renzi. Arman Emruz accoglie la “primavera di Roma a Teheran”, Etemad parla di “risate post accordo” e persino Kayhan, organo della Guida, mette in prima pagina la foto di Renzi con Khamenei sottolineando la necessità dei Paesi europei di smarcarsi dalle politiche statunitensi.

Etemaad

Risate post JPCOA

In conclusione, possiamo dire che questo riavvicinamento rappresenta per il nostro Paese una grande opportunità, non solo economica, di provare finalmente a ricostruire un proprio ruolo autonomo in Medio Oriente.

La primavera dello scontento

Mercoledì 30 marzo il presidente iraniano Hassan Rouhani si sarebbe dovuto recare in visita ufficiale in Austria, ma il viaggio è stato cancellato all’ultimo momento. Secondo Vienna, sarebbero stati “motivi di sicurezza” a consigliare il dietrofront. Visto il clima generale di tensione, in Europa e in Medio Oriente, come spiegazione è ampiamente plausibile. Inoltre, se riavvolgiamo il nastro degli ultimi mesi, possiamo notare alcune strane “coincidenze”. La strage di Parigi del 13 novembre 2015 avviene a 48 ore dal previsto arrivo di Rouhani (viaggio poi annullato). L’eccidio di Lahore segue di poche ore la visita del presidente iraniano in Pakistan. Non ci sono prove che dietro ci sia una strategia, ma è comunque un dato di fatto che il nuovo protagonismo iraniano non sia gradito all’internazionale del terrore riconducibile in vario modo a Daesh e ai suoi sponsor politici.

Detto questo, alla base dell’annullamento del viaggio probabilmente ci sono soprattutto questioni interne. L’agenzia Fars sostiene che il presidente ha rinviato la visita in Austria per

creare condizioni migliori prima di arrivare ad accordi già annunciati tra i due Paesi.

Tradotto: c’è una lotta politica interna molto accesa, a Teheran. La Guida, nemmeno troppo velatamente, sta dicendo a Rouhani di rallentare nella corsa agli accordi.  Nel discorso per il nuovo anno persiano, Khamenei ha accusato gli Usa di non rispettare l’accordo sul nucleare e ha indirettamente criticato Rouhani sostenendo la necessità, per l’Iran, di una “economia di resistenza” per essere autosufficiente.

L’accusa mossa dai conservatori di stringere accordi troppo sbilanciati a favore degli occidentali cela anche un timore molto più prosaico: gli ambienti legati ai pasdaran hanno goduto, negli anni dell’isolamento, di posizioni economiche di vantaggio che potrebbero perdere con l’ingresso nel Paese di investitori stranieri.

Rouhani da qualche mese sostiene la necessità di un secondo Barjam. Barjam è l’acronimo in persiano del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), cioè l’accordo sul nucleare stipulato il 14 luglio 2015. Il presidente iraniano vorrebbe un patto interno  tra le diverse fazioni politiche in modo da rilanciare l’economia. E’ abbastanza naturale che chi governa invochi il dialogo e la riconciliazione, mentre chi è all’opposizione punti a dare voce allo scontento. Che non manca, ovviamente, perché la ripresa, per i cittadini iraniani, tarda a essere così visibile. Il governo – va precisato – non ha ancora presentato in parlamento il budget per il 1395.

Il tutto rimbalza sulle questioni più politiche. I test missilistici condotti da Teheran nella prima settimana del 1395 (anno persiano) hanno generato polemiche e preoccupazioni. Teheran – e anche Mosca – hanno precisato che non violano assolutamente il JCPOA.

In un discorso ufficiale, Khamenei ha ribadito questi concetti, sintetizzati poi in un tweet:

La Repubblica Islamica deve usare tutti i mezzi. Io sostengo il dialogo politico nei temi globali, ma non con tutti, Questa è l’era sia dei missili sia del dialogo.

 

 

Chi ha vinto le elezioni?

Piccolo pensiero cattivo: il forte sospetto è che per almeno due giorni molti “osservatori” (italiani e no, ma comunque non iraniani) hanno commentato le elezioni iraniane senza conoscere la legge elettorale. Solo così si può spiegare la grande confusione sull’esito della doppia (Parlamento e Assemblea degli Esperti) tornata elettorale. L’affluenza sarebbe stata alta (tra il 58% e il 62%) ma non altissima, se consideriamo che alle presidenziali del 2013 aveva votato oltre il 70% degli aventi diritto. Altro elemento fuorviante: l’aggettivo “riformista” imposto d’ufficio dai media occidentali alla coalizione pro Rouhani.

Quali riformisti?

Rouhani, lo ricordiamo per l’ennesima volta, non è un riformista ma un conservatore pragmatico, un moderato. Il suo governo è retto da una coalizione piuttosto eterogenea, così come la “Lista della speranza”, capeggiata sì da un vero riformista come Aref, a suo tempo vicepresidente di Khatami, ma al cui interno ha trovato spazio un autentico conservatore come Motahari, favorevole a Rouhani e all’accordo sul nucleare, ma assolutamente intransigente su altri temi, quali le politiche culturali o il controllo dell’abbigliamento delle donne. I veri riformisti hanno trovato pochissimo spazio in queste elezioni, cassati quasi in blocco dal Consiglio dei Guardiani.

C’è poi un altro aspetto da considerare. I partiti politici in Iran sono identità fluide, simili più a comitati elettorali che ad apparati ideologici. E’ molto importante la figura del singolo candidato, che cura e rappresenta il proprio elettorato e che, una volta eletto, agisce indipendentemente da ordini di scuderia. Si spiega così anche il successo dei cosiddetti indipendenti, soprattutto nelle province più remote. Lo speaker del parlamento uscente, Ali Larijani, ha tutta una storia politica da conservatore e in passato è stato anche molto vicino all’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, salvo poi allontanarsi e divenire un suo grande rivale. Larijani ha giocato un ruolo fondamentale all’indomani dell’accordo sul nucleare, quando il governo di Rouhani aveva assolutamente bisogno che il parlamento ratificasse l’intesa raggiunta col gruppo 5+1 il 14 luglio 2015. Il fronte conservatore ha tentato fino all’ultimo di convincere Larijani a rintrare “alla base” e di candidarsi con loro. Ma lui è sceso in campo come indipendente  nel collegio di Qom, deciso comunque ad appoggiare poi in parlamento il presidente in carica.

Premesso questo, chi ha vinto le elezioni?

Teheran non è l’Iran

La lista pro Rouhani ha stravinto a Teheran, conquistando tutti e 30 i seggi in palio. Un autentico trionfo, su questo non c’è dubbio. Il più votato è stato proprio il già citato Aref, mentre Haddad Adel, capolista della lista dei principalisti (osulgarayan) e strettissimo collaboratore della Guida Khamenei, non è stato nemmeno eletto. Un risultato clamoroso, determinato anche da un’affluenza massiccia. Teheran conta moltissimo negli equilibri politici ed economici del Paese, ma l’Iran contiene anche altre realtà diversissime. E’ perciò un errore concentrare le attenzioni e le analisi solo su quanto accade nella megalopoli.

I seggi in parlamento

I risultati del primo turno sono i seguenti: i principalisti (conservatori) hanno 64 seggi; i moderati (pro Rouhani) 80; gli indipendenti 73, mentre 69 seggi saranno assegnati col ballottaggio il 29 aprile. Ricordiamo  che 5 seggi sono assegnati alle minoranze religiose.

risultati majles

I conservatori mantengono la maggioranza in parlamento, ma la loro leadership esce ammaccata, sia nel confronto sul majles sia in quello per l’Assemblea degli Esperti.

Un elemento di novità: le donne  nel majles saranno almeno 15, altre 5 andranno al ballottaggio. Si tratta del record di presenze dal 1979.

Altro elemento non banale: per la prima volta da quando sono agli arresti domiciliari (febbraio 2011) Mousavi e Karroubi – candidati alle elezioni 2009 e leader della cosiddetta “Onda Verde” – hanno votato, grazie a un “seggio mobile”. La notizia è stata confermata dal ministero degli Interni. Il gesto potrebbe essere interpretato come un primo passo verso una loro “riabilitazione” politica. Staremo a vedere.

Di sicuro, una maggiore collaborazione tra presidente e parlamento porterà a un “grande centro” su cui si baserà l’equilibrio politico iraniano fino alle presidenziali del 2017.

Assemblea degli Esperti

Qui si giocava forse la partita più importante e qui Rouhani ha ottenuto il risultato migliore. O, meglio, lo ha ottenuto Rafsanjani, che ha ottenuto 52 seggi su 88. Perché pur non avendo la maggioranza, ha imposto una seria battuta d’arresto all’asse ultraconservatore, formato da Yazdi, Jannati e Mesbah Yazdi. A Teheran, 15 seggi su 16 sono andati alla lista moderata-riformista. Non sono stati eletti né Yazdi né Mesbah Yazdi. L’89enne Jannati ce l’ha fatta per il rotto della cuffia.

assemblea esperti

Pasdaran=conservatori?

Altro abbaglio piuttosto frequente. La politica iraniana non è, come la dipingono i media occidentali, divisa tra bravi riformisti e conservatori cattivoni. E persino i “famigerati” pasdaran non sono un blocco monolitico, a difesa sempre e comunque dei conservatori. Una riprova? Il leggendario Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, ha pubblicamente dichiarato il proprio sostegno al già citato Ali Larijani, e quindi, indirettamente, a Rouhani. A urne chiuse e a spoglio già avviato, i pasdaran si sono pubblicamente congratulati col popolo iraniano per aver eletto un parlamento

di veri rivoluzionari, fedeli al principio della velayat-e faqih (il ruolo cioè della Guida).

Le reazioni

Tutte positive, a prima vista. La Guida, il presidente e l’intramontabile Rafsanjani hanno tutti espresso soddisfazione per la partecipazione al voto. La Guida ha sottolineato la fiducia nel sistema politico dimostrata attraverso la partecipazione alle elezioni. Nei mesi passati, aveva più volte rimarcato l’importanza di queste elezioni e adesso incassa un indubbio successo.

 

Rafsanjani, in un tweet, ha anche invitato tutti ad accettare l’esito del voto. Un richiamo non banale, quando lo spoglio era ancora in corso.

Un post su Instagram lo ritrae di spalle mentre osserva Teheran. Sui social si è scatenata l’ironia di tante iraniani che vedono nel vecchio kuseh (lo squalo), un eterno boss della politica, vero artefice di tanti trasformismi e svolte della storia della Repubblica islamica.

In conclusione, possiamo affermare che, se posto come un referendum su Rouhani, il presidente incarica lo ha vinto. La fiducia al suo operato è stata nettamente più grande a Teheran, mentre in altri circoscrizioni – da Qom a Mashad e anche a Esfahan – gli elettori hanno premiato chi questo governo lo ha criticato. Ma alla fine, il nuovo parlamento sarà comunque più collaborativo con l’esecutivo, tenderà cioè a convergere al centro. Nella prospettiva più lunga, è significativo quanto accaduto nell’Assemblea degli Esperti, dove sono stati fuori degli autentici pezzi da novanta.

Ha vinto Rouhani, forse ha vinto soprattutto Rafsanjani. Nulla di veramente nuovo, sotto il sole, dunque. Volendo fare una battuta, il vero paradosso per una Repubblica islamica è dover accettare di morire democristiani..

Ma sicuramente le prospettive politiche del Paese cambiano dopo questo voto. E l’anno prossimo, si rivota per le presidenziali.

Più in generale, possiamo affermare che ha vinto l’Iran, inteso come sistema politico. Con buona pace di tanti sepolcri imbiancati, alla fine, ancora una volta, la Repubblica islamica, con tutti suoi limiti, ha ottenuto quella partecipazione al processo politico indispensabile alla sua stessa esistenza.

Da questa considerazione dovremmo ripartire ogni volta che nei prossimi mesi e anni avremo a che fare con questo Paese.

. «رقابت‌ها تمام شد و دوران وحدت و همکاری فرا رسیده است»، . . ______________ احتیاج به هماهنگی مثال زدنی داریم که این انتخابات طلیعه و مقدمه‌ی آن بود. چون هر چه بود و هر چه شد، تمام شد و نباید به مباحث اختلاف‌برانگیز دامن زده شود که دوران پس از انتخابات، دوران تلاش برای ساختن کشور است.

Una foto pubblicata da Ayatollah Hashemi Rafsanjani (@hashemirafsanjani_ir) in data:

Iran Election Day

Dell’importanza delle imminenti elezioni abbiamo già parlato qui. Situazione incredibile se paragonata agli standard italiani: i candidati alle elezioni parlamentari iraniane hanno cominciato la campagna elettorale giovedì 18 febbraio, cioè soli otto giorni prima del voto. E’ una caratteristica della politica della Repubblica islamica: le candidature definitive sono annunciate dal ministero degli Interni a pochi giorni dal voto, dopo una preselezione quasi sempre determinante da parte del Consiglio dei Guardiani.

Questa volta il corpo di 12 membri nominati da Guida Suprema e magistratura ha squalificato il 97% dei candidati riformisti. Inizialmente il setaccio era stato ancora più fitto, con la bocciatura del  60% dei 12.000 aspiranti candidati. Tra questi il 99% dei 3.000 aspiranti candidati riformisti. L’intervento del presidente Rouhani ha permesso il reintegro di alcuni di loro, ma alla fine si tratta di appena 90 nomi.

Qualche numero: i candidati sono circa 6.200, di cui 586 donne. I seggi del majles sono 290. Nel collegio elettorale di Teheran oltre mille candidati corrono per 30 seggi.

A prima vista sembra che non ci sia competizione. L’ala conservatrice della Repubblica islamica ha colpito duramente i moderato-riformisti che possono al massimo aspirare a una esigua minoranza in parlamento. D’altra parte, il riformismo iraniano è di fatto ostaggio di una situazione al limite del surreale. Ancora oggi i riformisti si riconoscono nell’ex presidente Mohammad Khatami, personaggio bandito dai media nazionali da oltre un anno.

Paradossalmente, tuttavia, l’epurazione può rafforzare la prospettiva di un’alleanza tra riformisti e centristi. La minaccia dei “falchi” può infatti risultare determinante per evitare lo spettro dell’astensionismo, storico nemico dei riformisti. Le passate elezioni parlamentari del 2012 vennero infatti contraddistinte da una bassa affluenza, eredità della crisi e della repressione del 2009.

Anche stavolta i due personaggi chiave sono ancora una volta Rouhani e l’ex presidente Rafsanjani, l’eterno “squalo” della politica iraniana. Che a sei giorni dal voto ha dichiarato:

Rouhani aveva soltanto il 3 per cento dei consensi, col mio sostegno ha superato il 50. Adesso lo sostengo nel parlamento.

Spot dei riformisti. Rouhani dice: “Questo non è solo un voto, ma una via”

Per rompere questo asse, i conservatori giocano anche colpi bassi. Il quotidiano Khayan, organo di fatto della Guida, insinua che i due siano i “creatori” di Babak Zanjani, affarista protagonista del più grande scandalo della Repubblica Islamica. (Ne parlammo qui)

 

I blocchi di partenza sono stabiliti. Il riformista Mohammad Reza Aref – ex vicepresidente e candidato nel 2013 ritiratosi in favore di Rouhani – ha costituito una lista di 30 candidati per la circoscrizione di Teheran chiamata “Coalizione dei riformisti e sostenitori del governo”. Ne fa parte anche il deputato conservatore Ali Motahari (bocciato in prima battuta dal Consiglio dei Guardiani), che ha pubblicamente criticato la detenzione ai domiciliari dei leader dell’opposizione Mousavi e Karroubi. Detenzione che dura ormai da cinque anni. Più in generale, i moderato-riformisti sembrano essere stati capaci di mettere da parte le divisioni e puntare all’unità, in modo da convincere gli elettori ad andare alle urne.

Di contro, la lista dei conservatori, nello stesso distretto di Teheran è composta soprattutto da personaggi vicini all’ayatollah ultraconservatore Mohammad Taghi Mesbah Yazdi. Soltanto tre su trenta candidati possono essere ritenuti conservatori “moderati”. Lo speaker del parlamento uscente Ali Larijani ha resistito alle pressioni dei conservatori e si presenta come indipendente. Il ruolo di Larijani è stato molto importante per

Come funziona la legge elettorale

I 290 seggi del parlamento vengono assegnati attraverso un sistema misto di collegi uninominali e collegi plurinominali. I candidati che ottengono almeno il 25% dei voti sono eletti al Majles. Il turno di ballottaggio si tiene nei distretti in cui uno o più seggi non sono stati assegnati al primo turno. Il numero dei candidati che corrono al ballottaggio è dato dal doppio dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio uninominale (ad esempio, due) e una volta e mezzo il numero dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio plurinominale.

Assemblea degli Esperti

Il Consiglio dei Guardiani è intervenuto pesantemente anche sulle elezioni per l’Assemblea degli Esperti: sono state approvate soltanto 166 candidati su 801. La bocciatura più clamorosa è stata quella di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

La Guida Khamenei ha invitato gli iraniani a votare per dare una dimostrazione di forza ai “nemici” del Paese, sostenendo che le critiche al Consiglio dei Guardiani erano frutto delle manovre occulte degli Stati Uniti. Il comandante dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato massima vigilanza contro ogni tentativo di ripetere proteste come quelle dopo le contestate elezioni del 2009.

Campagna elettorale al via
                                                                                      Campagna elettorale al via

Per l’Assemblea degli Esperti il collegio elettorale di gran lunga più importante è quella di Teheran, che assegna 16 seggi su 88. Qui si giocherà la partita più importante di questo round, probabilmente molto più importante anche di tutta la disputa parlamentare.

Secondo Hossein Bastani, analista di BBC Persian, per bloccare la lista degli ultraconservatori, è sufficiente che meno della metà di chi votò per Rouhani nel 2013 voti per la lista dei moderati nel collegio di Teheran.

Ormai, ci siamo.

Ritorno al futuro

La fine è nota. Il cosiddetto “Implementation Day” è arrivato: il 16 gennaio 2016 terminano le sanzioni internazionali imposte all’Iran in merito al suo controverso programma nucleare. Con la presentazione del rapporto dell’AIEA, l’Agenzia nucleare di Vienna, viene certificato l’adempimento da parte iraniana degli impegni assunti con lo storico accordo del 14 luglio 2015. In altre parole, Teheran ha trasferito all’estero l’uranio arricchito, ha ridotto il numero di centrifughe attive e ha rispettato tutta una serie di controlli e limitazioni.

Strane certe coincidenze: il 16 gennaio 1979 l’ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlevi, lasciava il Paese per non farci più ritorno. Di lì a poche settimane la rivoluzione avrebbe trionfato e sarebbe nata la Repubblica islamica.

Le sanzioni sono andate via

Era il 16 gennaio 1979 quando Mohammad Reza Pahlevi scappò dall’Iran. I giornali titolarono “Shah raft”. Con photoshop, la parola “tahrim” (boicottaggio, sanzione) ha preso il posto di “Shah” esattamente 37 anni dopo.

Di questa diatriba lunga quasi 14 anni, si è scritto e detto di tutto. Vale la pena rimarcare un dato: per il presidente Rouhani, oggi è il vero giorno della vittoria. L’accordo del 14 luglio era la premessa alla revoca delle sanzioni ma in questi mesi non è stato sempre tutto semplice e scontato. Ma alla fine il risultato è arrivato. Come scrive su Repubblica l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano,

Ebbene, appare evidente che non siamo di fronte ad un improbabile atto unilaterale di clemenza, ma al risultato di una trattativa fra Teheran e Washington che comporta, in contropartita, la liberazione di alcuni iraniani detenuti negli Stati Uniti. Che il clima dei rapporti fra Iran e Stati Uniti sia cambiato anche al di là della questione nucleare lo avevamo visto anche qualche giorno fa, quando un gruppo di marinai americani, arrestati dopo che erano entrati per un errore di navigazione nelle acque territoriali iraniane, erano stati liberati dopo meno di 24 ore, con un gesto di evidente buona volontà salutato con un caloroso ringraziamento da parte del segretario di Stato Kerry.

 

Rouhani ottiene quello per cui era stato eletto e punta a incassare questo successo politico nelle prossime elezioni del 26 febbraio per il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti. La tornata elettorale non sarà comunque una passeggiata. Se le sanzioni non fossero state tolte, sarebbe stata dura per il fronte moderato riformista ottenere la fiducia dell’elettorato. Lo stesso 17 gennaio Rouhani ha presentato in parlamento la bozza di bilancio per il prossimo anno fiscale. Sia lui che Zarif sono stati accolti molto calorosamente dall’Aula. Oggi il successo è innegabile.

E adesso?

Sorge però un dubbio: Rouhani ha ottenuto l’obiettivo principale per cui si era candidato quasi tre anni fa. Adesso però cosa vuole davvero? Rouhani, vale la pena ricordarlo, non è un riformista ma un moderato, a capo di una coalizione composita. L’obiettivo del suo progetto politico era portare l’Iran fuori dall’isolamento internazionale, condizione essenziale per uscire dalla crisi economica.

Adesso le prospettive sono sicuramente migliori: 100 miliardi di dollari congelati nelle banche straniere torneranno nel Paese. Ci saranno novità concrete anche molto presto: il consorzio europeo Airbus potrà infatti consegnare a Teheran 114 aerei destinati all’aviazione civile e arginare l’annoso problema della scarsa sicurezza dei voli interni, provocata dal mancato accesso al mercato dei ricambi.

Ma la situazione potrebbe anche essere inquadrata da un altro punto di vista: esaurito il suo compito principale, Rouhani potrebbe anche essere arrivato al capolinea. Le aspettative degli iraniani potrebbero anche essere sempre crescenti, nel campo dei diritti civili, ad esempio. Ma bisogna vedere quanto il sistema sia disposto a concedere e fin dove lui stesso sia intenzionato a spingersi.

Lo scambio di prigionieri

A coronamento dell’accordo, l’Iran ha rilasciato cinque cittadini con la doppia nazionalità, iraniana e statunitense, nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti. Tra loro c’è il giornalista del Washington Post, Jason Rezaian. Gli altri sono il veterano dei Marine Amir Hekmati, il pastore cristiano Saeed Abedini, Nosratollah Khosravi e lo studente Matthew Trevithick. Gli Usa hanno liberato, a loro volta, sette cittadini iraniani e hanno lasciato cadere la segnalazione all’Interpol per la cattura di 14 iraniani coinvolti in casi di presunte violazioni delle sanzioni americane.

Nuove sanzioni Usa

Intanto, il 17 gennaio gli Usa hanno imposto nuove sanzioni legate al programma iraniano per i missili balistici. Nella lista nera sono finiti cinque cittadini iraniani e una rete di imprese basate negli Emirati Arabi e in Cina.

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Il quotidiano riformista Shargh titola “Ora senza sanzioni”

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Per il conservatore Resalat non ci si aspetta nessun miracolo economico

Poco rumore per molto

Il 26 febbraio 2016 in Iran si vota per il parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. Forse mai come questa volta, saranno importanti soprattutto le elezioni per scegliere gli 86 esperti del Majles-e Khobragan Rahbari. In gioco c’è una cosa molto semplice: il futuro della Repubblica islamica. Nel senso che sarà probabilmente l’Assemblea degli Esperti che uscirà dal voto di febbraio a scegliere la prossima Guida. Non è un mistero che l’attuale rahbar Khamenei sia da tempo malato e lui stesso ha più volte lanciato messaggi che avevano il sapore di un testamento politico (ne abbiamo parlato qui).

Il 23 dicembre si sono chiuse le candidature: per il parlamento gli aspiranti candidati sono quasi 12.000. Adesso sarà il Consiglio dei Guardiani a decidere quali di questi 12.000 si potranno effettivamente candidare. Vale la pena ricordare che il Consiglio non è tenuto a rendere pubblico il motivo delle bocciature. A rischio, soprattutto gli esponenti riformisti sospettati di essere in qualche misura legati al movimento dell’Onda Verde del 2009. Quelle elezioni continuano a essere una ferita aperta nella politica iraniana.

Per l’Assemblea degli Esperti si sono candidati “pezzi da novanta” del calibro dell’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanajni e dello stesso presidente in carica Hassan Rouhani. Un’altra candidatura che ha suscitato clamore è quella di Hassan Khomeini, nipote 43enne della prima Guida della Repubblica islamica. Si tratta di un personaggio che sta riscuotendo successo soprattutto dal punto di vista mediatico. In passato ha denunciato l’ingerenza dei militari in politica e si schierò pubblicamente con il candidato dell’Onda Verde Mir Hossein Moussavi nel denunciare i presunti brogli alle elezioni del 2009. Qualcuno ipotizza una sua candidatura a futura Guida, anche se ci sono molti dubbi sulle sua effettiva esperienza religiosa. La Guida, in base alla Costituzione, deve infatti possedere, tra gli altri requisti, anche “competenza scientifica e virtù morali indispensabili per esercitare la funzione di suprema Autorità teologica e per emettere sentenze di diritto religioso”.

Hassan Khomeini

Hassan Khomeini

Per la prossima Assemblea si profilano due schieramenti contrapposti: uno moderato-riformista composto da Rouhani, Rafsanjani e Hassan Khomeini, l’altro, conservatore, composto da Mohammad Yazdi (attuale capo dell’Assemblea), Mohammad-Taqi Mesbah Yazdi e  Ahmad Jannati, attuale capo del Consiglio dei Guardiani.

Secondo qualcuno questa potrebbe essere addirittura l’elezione più importante della Repubblica islamica. Il quotidiano Etemad nei giorni scorsi, riferendosi all’Assemblea degli Esperti, ha infatti titolato “Un altro parlamento”.

altro parlamento

“Un altro parlamento”, titola Etemad rifrendosi alla futura Assemblea degli Esperti

 

L’atmosfera politica è stata scaldata anche dalle recenti affermazioni di Rafsanjani che ha citato, tra le funzioni dell’Assemblea degli Esperti, quello di supervisionare il ruolo del rahbar, avanzando la proposta di creare una sorta di “commissione per la Guida”. Immediate le reazioni di diversi esponenti politici e religiosi, in particolare del capo della magistratura Sadegh Larijani, che ha accusato Rafsanjani di avanzare proposte illegali e incostituzionali.

A Larijani ha risposto in una lettera aperta il deputato Ali Motahari. “Nella Repubblica islamica – ha scritto – tutti sono responsabili del loro operato” e “la gloria di questo sistema sta nel fatto di essere un’istituzione religiosa che non ha favorito il dispotismo”.

Un’altra polemica è nata dopo la mancata messa in onda dell’annunciata intervista televisiva al ministro degli esteri Javad Zarif in Navad (Novanta) la trasmissione calcistica più seguita del Paese. L’intervista era programmata per la sera di Shabe Yalda e avrebbe quindi avuto un grosso seguito di pubblico. La trasmissione è condotta da Adel Ferdosipour, che ha uno stile molto informale e spesso quasi irriverente. Dell’intervista – registrata – erano già state diffuse online delle foto, ma poi è semplicemente sparita.

Ci sono tutti gli elementi per aspettarsi due mesi molto, molto intensi.

 

Da Riad con livore

Se il 2016 sarà davvero l’anno dell’Iran, come ipotizzato da diversi analisti, lo vedremo. Per ora possiamo dire che il nuovo anno è iniziato all’insegna della tensione tra Iran e Arabia Saudita. L’esecuzione da parte delle autorità saudite dell’Ayatollah sciita Nimr Al Nimr – insieme ad altre 47 persone genericamente accusate di “terrorismo” – ha scatenato la protesta degli sciiti del Medio Oriente e, in particolare, degli iraniani. A Teheran una folla di manifestanti ha assaltato l’ambasciata saudita con bombe molotov e sassi, prima di essere dispersa dalla polizia. Proteste altrettanto violente si sono registrate contro il consolato saudita nella città di Mashad.

Per un’analisi come sempre puntuale e completa delle dinamiche che hanno portato a questa crisi e delle possibili ripercussioni geopolitiche, rimando all’articolo di Alberto Negri sul sito del Sole 24 Ore.

Vorrei invece brevemente soffermarmi sulle diverse reazioni all’accaduto. Per semplicità, mi riferisco direttamente alle dichiarazioni manifestate attraverso il web e i social.

Dalla Guida Ali Khamenei, sono arrivate immediatamente parole durissime contro Riad.

Il primo tweet è un invito alla rivolta sciita nel nome del nuovo martire Nimr Al Nimr:

Il risveglio non si può sopprimere

Va ricordato che l’ayatollah giustiziato da Riad, secondo quanto riportato da organizzazione internazionali quali Amnesty International era un leader non violento e non è mai stato provato un suo legame diretto con Teheran. La sua esecuzione, oltre che ingiusta, suona come un atto di sfida, una provocazione abilmente pianificata.

 

Poi Khamenei ci va giù pesante con altri messaggi di fuoco, affermando, tra le altre cose, che

la giustizia divina si abbatterà sui suoi assassini.

Mentre la Guida attacca verbalmente l’Arabia Saudita, il presidente Hassan Rouhani si assume il complicato compito di condannare l’esecuzione di Al Nimr e allo stesso tempo prendere le distanze dall’assalto all’ambasciata di Teheran. Il presidente quindi condanne gli atti commessi “da estremisti che danneggiano l’immagine dell’Iran”. Rouhani parla indirettamente a chi in Iran sta soffiando sul fuoco della crisi, anche per danneggiare il corso di apertura e distensione promosso dal presidente eletto nel 2013.

 

 

French ambassador to U.S. Iranians obliged to react with attack on Saudi embassy Washington Examiner

 

Ma, a parte il dibattito interno che nei prossimi giorni sarà sicuramente ancora più acceso, è interessante notare come a livello internazionale ci siano delle prese di posizione assolutamente inedite. L’ambasciatore francese negli Usa Gerard Araud – in un tweet poi cancellato – ha preso apertamente le parti dell’Iran, scrivendo che

 

l’Iran era obbligato a reagire, Bruciare un’ambasciata è spettacolare, ma non è guerra.

La Francia, ricordiamolo, è stata fino all’ultimo secondo contraria all’accordo sul nucleare con Teheran. Ma una volta raggiunta l’intesa, ha operato un drastico cambio di alleanze in Medio Oriente. Qualcuno ipotizza che proprio questo cambio di strategia, non più filo Arabia Saudita ma più filo Teheran, abbia fatto finire Parigi sotto il mirino degli attentati dell’Isis. Forse si tratta di mere supposizioni, ma resta il fatto che il viaggio in Europa di Rouhani venne annullato in extremis proprio per quegli attentati.

La sera del 3 gennaio, Riad annuncia poi il ritiro del proprio personale diplomatico da Teheran e l’espulsione dei diplomatici iraniani da Riad. La rottura dei rapporti diplomatici è un passo ulteriore verso una crisi molto grave. La rottura dei rapporti diplomatici, tanto per fare un esempio, comporta l’impossibilità per gli iraniani, nel futuro immediato, di svolgere il pellegrinaggio alla Mecca.

Per un approfondimento sulle differenze tra sciiti e sunniti, leggi anche Sciiti. L’Islam della contestazione

Radicalismi, censura, dialogo nei media e nelle società musulmane

Convegno organizzato da Reset-Dialogues on Civilizations nell’ambito del progetto Arab Media Report con il contributo del Ministero degli Affari Esteri.

 

Roma, 27 ottobre 2015
Sala Aldo Moro – Ministero degli Affari Esteri
Piazzale della Farnesina 1

10.00 Saluti di benvenuto

Armando Barucco, Luca Giansanti | Ministero degli Affari Esteri
Giancarlo Bosetti | Reset-DoC
10.15: Apertura dei lavori

Olivier Roy | Istituto Universitario Europeo
La strategia di comunicazione dello “stato islamico”

Sessione 1
ore 10.45-12.00

L’immagine dello “stato islamico” nei media arabi
La prospettiva araba sarà affiancata da una parallela indagine comparativa di quanto avviene nel contesto occidentale.

Fawaz Gerges | The London School of Economics
Differences and similarities: a comparison between Al Qaeda and IS media apparatus

Ursula Lindsey | The Arabist blog
Ridicule and satire, how ISIS targets Western and Arab audiences and the effects on the local societies

Donatella Della Ratta | Università di Copenhagen
L’immagine dello Stato Islamico nei media arabi

Chair: Francesca Corrao | Università LUISS Guido Carli

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Sessione 2
ore 12.15-13.30

L’apparato mediatico iraniano tra la censura del regime e la creatività delle start-up
Lo sviluppo dei social media iraniani, che hanno peraltro accompagnato l’ascesa al potere del presidente Hassan Rouhani, e l’innovazione portata dall’arrivo del 3G e del 4G si scontrano con la censura governativa.

Gholan Khiabany | Goldsmiths, University of London

Antonello Sacchetti | Collaboratore Arab Media Report
Iran’s digital media landscape

Roberto Toscano | Ex ambasciatore a Teheran, collaboratore de La Stampa.

Chair: Azzurra Meringolo | Arab Media Report

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ore 13.30- 14.30
Buffet

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Sessione 3
ore 14.30- 16.00

I media turchi, da campo di battaglia a canale di soft power
La Turchia, paese ponte tra Europa e Oriente, con la produzione soap opera tradotte e diffuse con successo in arabo, è riuscita a presentarsi come una realtà vincente e attraente, anche se nell’ultimo quindicennio, alle aperture pluraliste si accompagnano pressioni minacciose sulla libertà di stampa.

Marco Ansaldo | Giornalista de La Repubblica

Joshua D. Hendrick | Loyola University Maryland
The politicization of Turkey’s domestic media landscape

Mustapha Akyol | Intellettuale e giornalista turco
How Majoritarianism Crushes Media Freedom

Collegamento Skype con
Marwan Kraidy, The Annenberg School for Communication, University of Pennsylvania
“From Neo-Ottoman Cool to Neo-Ottoman Kitsch: The Rise (and Fall?) of Turkey in Arab Media Space.”

Stefano Manservisi  | Capo di Gabinetto dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea-Vice Presidente della Commissione Europea
Turkey in Europe: the door is still open?

Chair: Lea Nocera | Università di Napoli l’Orientale,  collaboratrice Arab Media Report

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L’incontro si terrà in lingua inglese
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È necessario accreditarsi all’indirizzo:
resetmag@tin.it

Iscrizioni aperte fino a esaurimento posti.

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Evento organizzato con un contributo del Ministero degli Affari Esteri

Responsabile del progetto: Giancarlo Bosetti | Direttore Reset-Dialogues on Civilizations
Consulenza scientifica del progetto: Nicola Missaglia
Coordinamento scientifico-editoriale progetto Arab Media Report: Azzurra Meringolo
Relazioni con i relatori: Elisa Gianni
Segreteria amministrativa e organizzativa: Letizia Durante

Download: Radicalismi e Censura MAE 27 ottobre 2015.pdf

L’Iran, di riflesso

Nelle ultime settimane di Iran si è parlato quasi esclusivamente “di riflesso”. Per il massacro dei pellegrini della Mecca (24 settembre) e per gli sviluppi della crisi in Siria. Si tratta di due situazioni in un certo senso parallele, che vedono Teheran confrontarsi a distanza con l’Arabia Saudita. Una guerra fredda che difficilmente troverà una soluzione a breve ma che per il momento non rischia di sfociare in un confronto armato diretto. Troppe le conseguenze, sia per Teheran sia per Riyahd, di un conflitto aperto.

Resta il fatto che il conflitto continua a combattersi a distanza, in Yemen e in Siria. E se il presidente Rouhani insiste sulla necessità di trovare soluzioni diplomatiche alla crisi, dalla Guida Khamenei arrivano parole più minacciose nei confronti dei sauditi.

Khamenei ha anche posto un serio altolà alla possibilità di estendere il dialogo con gli Stati Uniti ad altre questioni. In particolare, durante un discorso del 16 settembre, la Guida ha lanciato dei segnali molto duri contro le “infiltrazioni culturali ed economiche” del nemico. Prontamente rilanciati dal suo staff in due tweet, due affermazioni in particolare ci sembrano significative:

I nemici promettono che l’Iran sarà completamente diverso nel giro di 10 anni; non dobbiamo permettere che nella mente del nemico ci sia spazio per simili intenzioni e idee.

E ancora:

Le infiltrazioni del nemico rappresentano una grande minaccia per l’Iran. Le infiltrazioni economiche e per la sicurezza sono meno importanti di quelle mentali, culturali e politiche.

 

Sembra quasi un testamento politico, molto breve e non paragonabile a quello lasciato da Khomeini nel 1989. Ma il messaggio è chiaramente rivolto all’interno del regime: ora che l’Iran sta per essere “sdoganato”, quanto meno a livello commerciale, non pensate di lasciarvi globalizzare, o farete una brutta fine.

In questo senso vanno lette le chiusure piuttosto dure arrivate negli ultimi giorni da Teheran su altre questioni. Innanzitutto la condanna per spionaggio di Jason Rezaian, capo della redazione del Washington Post a Teheran, in carcere senza un’accusa precisa da oltre un anno. La vicenda è ancora piuttosto confusa: fino a pochi giorni fa trapelava un cauto ottimismo e adesso non si conosce nemmeno l’entità della pena.

Il governo di Teheran ha inoltre annunciato che boicotterà la Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte, dato che il discorso inaugurale sarà tenuto da Salman Rushdie, lo scrittore colpito nel 1989 dalla fatwa di Khomeini che lo condannava a morte per i Versetti satanici, libro ritenuto blasfemo.

Episodi che sembrano stridere con i segnali di apertura provenienti da Teheran negli ultimi mesi.

Al di là di questo, da segnalare che il parlamento iraniano ha approvato un progetto di legge che permetterà al governo di ratificare con urgenza l’accordo nucleare raggiunto tra Teheran e il Gruppo 5+1 lo scorso 14 luglio. Non sono comunque mancati momenti di grande tensione tra parlamentari e rappresentanti del governo, con urla, minacce e colluttazioni.

Secondo una mozione firmata da 75 deputati , l’amministrazione iraniana deve perseguire attivamente la politica sul disarmo nucleare globale. Le visite degli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) dovranno essere effettuate nel quadro delle norme internazionali rispettando la sicurezza nazionale dell’Iran. Il documento richiede inoltre al governo di tutelare al massimo le informazioni militari e di sicurezza del Paese e di proibire assolutamente accesso dell’AIEA ai siti militari .

 

Aggiornamento

Martedì 13 ottobre il parlamento iraniano ha ratificato l’accordo sul nucleare: i voti a favore sono stati 161, i contrari 59 e 13 gli astenuti. La sessione è durata appena 20 minuti.

 

arma-e emrooz aftab-e yazd

Perché una rete di impresa Italia-Iran

Il 28 ottobre 2015 sarà presentata a Milano la Rete di Impresa Italia – Iran, creata da H2biz per consentire ai fornitori di posizionarsi in Iran prima che termini l’embargo internazionale.

Luigi De Falco, presidente di H2Biz, ci spiega il progetto in questa breve intervista.

Cosa è una rete di impresa e quali vantaggi che può portare alla singola impresa?
Una rete di impresa è una forma di aggregazione tra aziende che condividono risorse e obiettivi. I vantaggi sono di natura economica (acquisti in comune, incentivi fiscali) e di natura operativa (la rete è più forte del singolo aderente sul mercato, ha maggiore potere contrattuale e può gestire operazioni complesse).

La rete Italia-Iran: come e quando nasce l’idea?
E’ un’idea lunga, partita 2 anni fa. Uno dei punti focali della strategia del Gruppo H2biz è investire sulle aree ad alto tasso di rischio e l’Iran, durante la crisi diplomatica con l’Occidente per la querelle sul nucleare, erano una di queste. Abbiamo aspettato il momento giusto per lanciarla. Momento che è arrivato quando l’Iran ha firmato il primo protocollo di intesa sul nucleare. A quel punto era chiaro che l’embargo aveva i giorni contati e noi eravamo pronti per portare la Rete sul mercato.

Le relazioni commerciali tra Italia e Teheran: quali sono state e quali sono adesso, alla vigilia della fine delle sanzioni?
L’Italia ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Iran, rapporto confermato dai dati della Camera di Commercio Italo-Iraniana: l’interscambio commerciale Italia-Iran ha raggiunto il suo massimo storico (7.097 milioni di euro) nel 2011, dopo la flessione del 2009 dovuta alla crisi economica. La recente visita del Ministro degli Esteri Gentiloni a Teheran ha confermato questa “special relation” tra Italia e Iran. Non dimentichiamo che l’ENI ha un rapporto storico con l’Iran. Insomma, l’Italia è in pole position, un vantaggio che non dobbiamo in alcun modo perdere.

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Luigi De falco, Presidente H2Biz

Cosa può rappresentare la fine dell’isolamento economico dell’Iran per le imprese italiane?
Una grande opportunità commerciale. Un paese di 77 milioni di abitanti posizionato al centro del Golfo Persico che sta per aprirsi al mercato. Non dimentichiamo che l’Iran è ricco di idrocarburi, non è un paese del terzo mondo, quindi ha una capacità di spesa decisamente elevata. Le piccole e medie imprese sono quelle che hanno più da guadagnarci, il mercato iraniano sotto embargo era inaccessibile per gli operatori di piccole dimensioni. Adesso lo è e l’eccellenza del Made in Italy può dire la sua anche in Iran.

Le prime azioni messe in campo dalla rete.
Presenteremo ufficialmente la Rete a Milano il 28 ottobre. Poi voleremo in Iran a metà novembre per siglare i primi accordi di partnership, le cui condizioni sono già state negoziate. Da quel momento la Rete sarà pienamente operativa. Contiamo di cominciare a ricevere le prime commesse per la Rete per gennaio 2016.

Una panoramica sulle imprese italiane che hanno aderito e su quelle iraniane che parteciperanno all’evento del 28 ottobre.
Gli aderenti alla Rete appartengono a 47 settori merceologici, abbiamo dato un taglio inter-settoriale all’operazione convinti che un’offerta vasta e articolata possa essere un vantaggio nell’acquisizione di commesse complesse. Le richieste di adesione alla Rete hanno superato le nostre più rosee aspettative. Abbiamo dovuto porre il limite di 5 aderenti per settore, altrimenti la Rete sarebbe stata ingestibile in fase di start up. Non escludiamo, comunque, di allargare la base di aderenti, magari dopo un anno di operatività. All’evento del 28 ottobre parteciperà una piccola rappresentanza delle controparti iraniane, aziende industriali e di servizi che vengono in Italia per conoscere i loro futuri fornitori. Sono 48 gli operatori iraniani che parteciperanno all’evento.

Aspettative concrete della Rete per il 2016
Il nostro obiettivo per il primo anno sono 100 milioni di euro di commesse per gli aderenti italiani alla Rete. Un obiettivo alla nostra portata, che siamo siamo già riusciti a raggiungere con le missioni imprenditoriali che periodicamente facciamo ogni 3 mesi in altre aree geografiche. Essendo la Rete un’operazione strutturale di lungo termine ci aspettiamo di superare i risultati che normalmente otteniamo con le missioni all’estero.

Le spine di Rouhani

Buone notizie per i sostenitori dell’accordo sul nucleare: Obama ha raggiunto la soglia minima di 34 senatori necessaria per porre il veto a un eventuale legge che cancelli Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA), cioè l’accordo sul nucleare tra Iran e 5+1 raggiunto lo scorso 14 luglio. La Casa Bianca incassa quindi un grande risultato che facilita sicuramente il processo di distensione con l’Iran.

Arrivano segnali interessanti anche da parte iraniana. A New York per un vertice mondiale di tutti gli speaker del parlamento, Ali  Larijani ha parlato in un’intervista ad Al Monitor in modo piuttosto diretto e ha dato un giudizio non entusiastico ma decisamente positivo dell’accordo.

Ha anche rivendicato come sua l’idea di coinvolgere nei negoziati l’ex ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi, laureato in ingegneria nucleare al Massachusetts Institute of Technology e quindi esperto in materia.

Non si sbilancia sulle elezioni parlamentari iraniane di febbraio. Non dice se si candiderà di nuovo e se ambisce a essere ancora presidente dell’Aula. All’ipotesi di un’alleanza tra conservatori pragmatici e riformisti per sostenere il presidente Rouhani, Larijani ha chiosato. “Il signor Rouhani non si candiderà per il parlamento”.

Chi deve decidere?

Giovedì 3 settembre la Guida Khamenei, in un incontro con l’Assemblea degli Esperti, ha ribadito che l’accordo sul nucleare dovrà passare al vaglio del parlamento:

Non dico che i parlamentari debbano approvarlo o bocciarlo. Dico che devono essere loro a decidere. Ho già detto al Presidente che non è nostro interesse non permettere ai nostri legislatori di esaminare l’accordo.

Secondo Rouhani, invece, il Parlamento potrebbe soltanto esprimere un parere, mentre l’approvazione spetterebbe al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

Un’altra occasione di imbarazzo per Rouhani è stata provocato dal ministro degli Interni Abdolreza Rahmani Fazli che ha pubblicamente dichiarato che l’attuale presidente non è nemmeno a metà mandato, visto che “governerà per otto anni”. Una dichiarazione quanto meno incauta, visto che alle elezioni mancano due anni e non è affatto detto che Rouhani verrà confermato. L’agenzia Raja News, conservatrice, ha subito titolato. “Il governo ha già deciso il risultato delle elezioni del 2017”. Fazli è un conservatore legato a Larijani ed è strano che non abbia valutato le possibili ripercussioni delle sue parole.

Il Consiglio dei Guardiani

Il 20 agosto c’era stata un’altra polemica tra lo stesso Rouhani e il capo delle Guardie rivoluzionarie Mohammad Ali Jaffari. Motivo dello scontro: il ruolo del Consiglio dei Guardiani nelle elezioni, che il presidente vorrebbe limitare. Il Consiglio dei Guardiani – ha dichiarato Rouhani – ha un ruolo di supervisione, non di amministrazione. Gli occhi devono guardare, non possono fare il lavoro delle mani”. Per Jaffari, queste parole “mettono in dubbio uno dei pilastri della Rivoluzione islamica e indeboliscono il nostro sistema”.

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Etemad titola: il suggerimento di Rouhani agli Esperti

Grandi manovre

A sei mesi dal voto, alleanze e strategie sono ancora piuttosto vaghe, ma qualcosa si sta muovendo. Sul fronte conservatore è stata annunciata l’alleanza tra Partito della Coalizione islamica, Società dei devoti della Rivoluzione islamica e Fronte della Resistenza. Si tratta di formazioni diverse tra loro, che vanno da un conservatorismo tradizionale, passando per Ahmadinejad fino ad arrivare alle posizioni dell’ultraconservatore Mesbah Yazdi. E’ presto per dire se un’alleanza simile si terrà insieme.

Il 20 agosto una nuova formazione riformista, denominata Unione del Partito Islamico dell’Iran, ha eletto Ali Shakouri-Rad come proprio segretario. Alcuni media hanno riportato che Shakouri-Rad sarebbe stato arrestato subito dopo aver tenuto una conferenza stampa in cui annunciava l’unità dei riformisti per il prossimo voto. Secondo altre fonti, il neo segretario sarebbe stato semplicemente “interrogato su alcune questioni”.

L’oro di Teheran

Rial Iran

Si parla tanto di nuove opportunità di investimento in Iran. Ma come e su cosa investire? Quando si parla di economia iraniana, bisogna innanzitutto fare delle precisazioni riguardo al settore petrolifero. Il greggio, si sa, è la principale risorsa economica del Paese, quella su cui si basa l’intero bilancio statale. E quando si parla di investimenti in Iran, il pensiero va immediatamente al settore petrolifero e a quello del gas, che sono però regolamentate in modo piuttosto rigido.

In base alla Costituzione della Repubblica islamica, la gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere è affidata alla Compagnia nazionale del petrolio iraniano (NIOC), di proprietà statale e sotto la supervisione del ministro del petrolio. La proprietà privata per le funzioni di esplorazione ed estrazione è proibita, ma il governo permette contratti buy-back, in virtù dei quali le compagnie straniere forniscono impianti o macchinari e ricevono in cambio diritti sul greggio o sul gas estratto.

eu iran trade

Prima Conferenza Iran-UE su commercio e investimenti. Vienna, 23 luglio 2015

Su cosa investire

In questi ultimi mesi, il più attivo promotore delle opportunità di investimento nel suo Paese è stato il ministro dell’industria e delle miniere Mohammad Reza Nematzadeh. Personaggio politicamente molto influente, legato al presidente Rouhani, ingegnere e business man lui stesso, Nematzadeh ha incontrato a Vienna il 24 luglio una platea di potenziali investitori europei. Il suo è stato un discorso molto chiaro: in sostanza, a parte la compagnia petrolifera nazionale, tutto il resto è sul mercato. Dalle strade agli ospedali, dall’industria delle automobili al settore agricolo, fino ad arrivare ad alcune imprese dello stesso settore petrolchimico e delle raffinerie che saranno a breve privatizzate.

In occasione della Giornata nazionale dell’Iran a Expo Milano 2015, sempre lo stesso ministro ha annunciato che Teheran è pronta a creare joint venture con aziende italiane per il mercato internazionale:

Ringrazio l’Italia per questa opportunità di essere a Expo Milano 2015: la produzione agricola può essere migliorata con investimenti e ricerca scientifica. L’Iran è un paese fondamentale, ha difeso il suo territorio per 8 anni nella guerra con l’Iraq e abbiamo subito le sanzioni internazionali, ma siamo stati capaci di negoziare. Ringrazio l’Italia per il ruolo che ha avuto nei negoziati. Noi abbiamo raggiunto un accordo importante. L’Iran ha un vantaggio competitivo dal punto di vista industriale, culturale e tecnologico. Ci aspettiamo di poter produrre prodotti in collaborazione da vendere nel mercato mondiale.

 

Come investire

L’ingresso delle imprese straniere sul mercato iraniano è regolato da una legge approvata nel 2002 e poi praticamente dimenticata, visto il clima politico che ha circondato l’Iran fino a pochissimi mesi fa. Una legge molto liberale, che concede alle imprese estere il 100 per cento dei diritti di proprietà, visti di soggiorno validi per tre anni e la possibilità di trasferire i loro profitti fuori dal paese in valuta estera.

Legge è denominata Iran’s Foreign Investment Promotion and Protection Act (FIPPA). Vediamo quali sono i punti essenziali.

 

La domanda da compilare

Gli investitori stranieri che vogliono fare investimenti in Iran, nel quadro di investimenti esteri Promozione e Protection Act dell’Iran (FIPPA), devono compilare prima un modulo speciale (che si vuole ottenere di persona o on-line all’indirizzo www.oietai. ir) e lo presenta per l’organizzazione. La richiesta è presentata dall’Organizzazione investimenti al Consiglio gli investimenti esteri e sarà perseguito fino a quando viene rilasciato un permesso. La scelta del modulo dipende dal tipo di investimenti stranieri e l’accordo concluso tra le parti (nazionali e gli investitori stranieri). Il modulo deve essere presentato in inglese tranne quando l’investitore è un espatriato iraniano o proviene da paesi di lingua persiana, come il Tagikistan o in Afghanistan.

 

Garanzie e tutele

  • Il capitale straniero è garantito contro la nazionalizzazione ed espropriazione, e in questi casi l’investitore straniero ha il diritto di ottenere un risarcimento (articolo 9 della FIPPA).
  • In caso di leggi o regolamenti governativi portare a divieto o cessazione di contratti finanziari approvati nel quadro della presente legge, allora il governo deve procurarsi e pagare i danni conseguenti (articolo 17 della FIPPA e l’articolo 26 dello Statuto).
  • L’acquisto di beni e servizi alla produzione del investimenti esteri è garantito nei casi in cui un organo statale è l’unico acquirente o fornitore di un prodotto o servizio produttore ad un prezzo agevolato (articolo 11 dello Statuto).

 

Diritti e servizi

  • Gli investimenti esteri soggetti a questa legge godono degli stessi diritti, tutele e delle strutture disponibili per investimenti interni in modo non discriminatorio (articolo 8 della FIPPA).
  • Gli investimenti stranieri e loro profitti possono essere trasferiti in valuta estera o merci (articoli 13-18 della FIPPA).
  • Sono ammessi investimenti stranieri in tutta la produzione, settori industriale, agricolo, dei trasporti, delle comunicazioni e servizi, nonché in settori legati all’acqua, di alimentazione e di alimentazione del gas e dell’energia
  • Possibilità di deferimento delle controversie relative agli investimenti alle autorità internazionali (articolo 19 della FIPPA).
  • Possibilità di proprietà della terra in nome della compagnia (registrata in Iran) in joint venture (articolo 24 dello Statuto).
  • Rilascio di visti per tre anni in Iran per gli investitori stranieri, manager, esperti e loro stretti familiari e la possibilità di rinnovo del visto (articolo 20 della FIPPA e dell’articolo 35 dello Statuto).
  • Gli investitori sono informati della decisione finale per quanto riguarda le loro domande entro al massimo 45 giorni (articolo 6 della FIPPA)
  • Possibilità di scegliere il metodo di investimento nel progetto come IDE o investimenti esteri in tutti i settori nel quadro della “partecipazione civile”, “Buy-Back” e “Build-Operate-Transfer” (BOT) sistemi (articolo 3 FIPPA).
  • Sono ammessi investimenti da parte di qualsiasi persona o iraniano iraniano, non fisica o giuridica che utilizza capitale di origine straniera e la concessione delle strutture previste FIPPA a loro (articolo 1 della FIPPA).
  • L’investitore straniero deve scegliere un istituto di controllo fuori degli istituti di controllo riconosciuti dalla Associazione dei Revisori Ufficiali dell’Iran di comprovare le loro relazioni finanziarie annuali e (articoli 1, 22-23 dello Statuto).

 

Impegni giuridici e obblighi degli investitori

  • Le applicazioni di investitori stranieri per quanto riguarda gli aspetti dell’ammissione, l’importazione, l’utilizzo e il rimpatrio dei capitali sotto la FIPPA sono presentate all’Organizzazione è presentata solo per l’Organizzazione e seguiti attraverso di essa (articolo 5 della FIPPA).
  • L’Organizzazione deve essere informato di qualsiasi modifica del nome, indirizzo, forma giuridica, o la nazionalità dell’investitore straniero o di cambiamenti di oltre il 30% del suo / la sua proprietà (articolo 33 dello Statuto).
  • E ‘necessario per l’investitore di notificare l’organizzazione del trasferimento di tutto o parte del suo / la sua capitale straniero ad altri investitori. In caso di trasferimento in un altro gli investimenti stranieri, è necessario per ottenere l’approvazione del Consiglio e dei permessi da parte dell’Organizzazione (articolo 10 della FIPPA).
  • Tutte le applicazioni degli investitori esteri per il trasferimento del profitto, il capitale e il ricavato l’aumento del valore del capitale sotto FIPPA deve essere presentata all’Organizzazione accompagnato dalla relazione dell’istituto di controllo che viene riconosciuto dalla Associazione dei Revisori Ufficiali dell’Iran (articoli 22-23 dello Statuto).
  • L’investitore è obbligato a portare una parte del capitale in Iran e attuare il progetto approvato per il periodo di tempo specificato dalla licenza investimenti stranieri che di solito è di 6 mesi. In caso contrario, e al fine di prorogare la validità della licenza e impedire che vengano annullate, l’investitore è tenuto a presentare le sue / suoi motivi e le giustificazioni per il ritardo all’Organizzazione (articolo 32 dello Statuto).
  • L’investitore straniero è tenuto ad annunciare l’ingresso del suo capitale tra cui disponibilità liquide e non monetari di oggetti per l’organizzazione nel quadro della licenza rilasciata per l’investitore straniero in modo che essi saranno registrati in Organizzazione e sottoposti a FIPPA. La mancata registrazione della capitale immesso equivale a non essere coperti dalla FIPPA. (Articolo 11 della FIPPA e l’articolo 24 dello Statuto).

 

Altri vantaggi e servizi

  • Gli investitori stranieri possono fornire una parte del loro capitale da fonti nazionali e internazionali come i prestiti. Inutile dire che il mutuatario dovrà garantire il rimborso dei finanziamenti ricevuti.
  • Capitali stranieri possono entrare nel paese come valuta in contanti, macchinari e pezzi di attrezzature, materie prime, know-how tecnico, e altre forme di proprietà intellettuale e saranno promossi e protetti.
  • L’80% dei redditi da parte delle unità produttive e minerali con sede in zone meno sviluppati saranno esenti da imposta per 4 anni.
  • Il 100% dei redditi da parte delle unità produttive e minerali con sede in zone meno sviluppati saranno esentati dalla tassa per 10 anni.
  • Le installazioni turistiche sono esenti da imposta annua per il 50%.
  • Il 100% del reddito generato dalle industrie che esportano prodotti industriali e agricoli, di conversione e il loro completamento sono esenti da imposta.
  • Il 50% dei redditi generati esportando merci volti a sviluppare le esportazioni non petrolifere sono esenti da imposta.
  • Il 100% dei redditi generati esportando merci in transito sono esenti da imposta.
  • I re-investimenti effettuati dalle imprese cooperative e private volte a sviluppare il ripristino e il completamento unità industriali e minerali saranno esenti da imposta per il 50%

 

Applicativo Mac Donald's per franchising in Iran
Applicativo Mac Donald’s per franchising in Iran

 

Problemi e dubbi

Così presentato, il quadro sembra ottimale. In realtà, permangono notevoli difficoltà per chi vuole investire in Iran. Innanzitutto, non è affatto scontato che l’accordo del 14 luglio arrivi in porto. Come era prevedibile, le forze contrarie sono in azione, sia in Iran sia negli Stati Uniti.

Ci sono poi altre resistenze, di carattere culturale ed economico.

L’apertura commerciale mette sicuramente in pericolo l’identità della Repubblica Islamica. Non appena McDonald’s ha pubblicato un annuncio per l’apertura di fast food in franchising in Iran, sono scoppiate le polemiche da parte dei conservatori. La stessa Guida Khamenei ha dichiarato che l’accordo non sarà mai un via libera alla penetrazione culturale made in Usa. Il che è comprensibile e persino auspicabile, ma non è certo un incentivo per le multinazionali.

Esiste poi anche un problema prettamente economico. L’Iran continua a patire una cronica penuria di capitali, necessari a soddisfare gli investimenti stranieri. Con il prezzo del greggio a 7,50 dollari a barile, nei primi 23 giorni dopo l’accordo, l’Iran ha perso 214 milioni di dollari di mancate entrate. Il tutto perché l’Arabia Saudita ha scelto di continuare a pompare petrolio per mantenere i prezzi bassi e danneggiare Teheran. Uno strumento di pressione politica che può sopravvivere alla fine delle sanzioni e ostacolare il sostegno iraniano ai propri alleati nello Yemen e in Siria.

Iran, Italia

Tra poche ore metteranno piede sul suolo dell’Iran due esponenti del governo italiano, Paolo Gentiloni e Federica Guidi, rispettivamente ministri degli Esteri e dello Sviluppo Economico; i due ministri, a capo di un folto gruppo di aziende da Eni a Finmeccanica, rappresentate ai massimi livelli, arrivano dopo il vice-cancelliere tedesco Gabriel e dopo il ministro degli esteri francese Fabius; Germania e Francia, inoltre, erano entrambe presenti ai negoziati sul nucleare con l’Iran, sfociati nello storico accordo del 14 Luglio a Vienna. Russia e Cina non se ne sono mai andati dal mercato iraniano nemmeno in tempo di sanzioni.
E allora l’Italia? L’Italia, non ci crederete, può ancora superare gli altri ed eccone i perché.

C’eravamo tanto amati
L’Iran e l’Italia possono certamente vantare rapporti culturali molto intensi. L’affinità tra le due nazioni non si limita ai colori della bandiera ma al fatto che ognuna delle due ha avuto un ruolo simile nell’ambito della propria civiltà; in Occidente, l’Italia ha ereditato il patrimonio di Roma e non c’è nazione occidentale, dagli Stati Uniti all’Australia, che non abbia preso qualcosa da questa eredità culturale.
Allo stesso modo, l’Iran, soprattutto con i suoi scienziati e le sue dinastie, dopo l’arrivo dell’Islam, è stato al centro di questa civiltà. Escludendo l’influenza iraniana, dell’arte, della filosofia, della teologia, della storia e della teologia islamica, rimane davvero ben poco.
Il feeling in tempi moderni tra le due nazioni inizia dai tempi di Mattei, e poi prosegue anche dopo la rivoluzione islamica. Rilevante la partecipazione italiana alla completazione di progetti del settore siderurgico vicino Isfahan, la progettazione e realizzazione di centrali elettriche, la vendita di macchinari industriali.
L’Italia viene amata soprattutto per quello che “non fa” più per quello che fa; persino nei momenti più difficili delle relazioni tra Iran e Occidente, l’Italia riesce, più o meno, a mantenere una politica non ostile nei confronti dell’Iran.

Il primo partner commerciale in Europa o quasi
E’ nel periodo precedente all’amministrazione Ahmadinejad che l’Italia inizia a diventare il primo partner commerciale dell’Iran in Europa; in realtà, negli ultimi anni l’Italia inizia una perdita forte e viene rimpiazzata solidamente dalla Germania.
Ad ogni modo, la tecnologia industriale italiana è ormai conosciuta ed apprezzata per la sua qualità in Iran; nei settori in cui l’Italia poi eccelle, dalla moda agli alimentari, gli iraniano sono interessati a cooperazioni, scambio di esperienza, acquisto di merce e/o macchinari.
Insomma iraniani e italiani si conoscono già e gli anni scorsi hanno preparato un ottimo terreno fertile.

L’Italia differente dagli altri paesi europei e dalle potenze
Gentiloni e Guidi devono sapere una cosa e non scordarsela; in Iran l’Italia è avvantaggiata per un fattore molto importante, che non bisogna sottovalutare.
Quando il vice di Merkel, Gabriel, arrivò in Iran e con poca cautela diplomatica si azzardò a proporre all’Iran di riconoscere Israele, l’opinione pubblica iraniana reagì indignata e un alto comandante iraniano arrivò ad apostrofare Gabriel definendolo un funzionario europeo di quarto grado. E’ chiaro che la Germania potrebbe rimetterci qualcosa.
Quando Fabius è stato accolto da Rohani, il presidente iraniano ha detto in continuazione di voler dimenticare il passato. Perchè? Perchè la popolazione iraniana ricorda che al tempo dell’amministrazione Fabius entrarono in Iran litri di sangue infetto (di HIV il virus dell’AIDS che contagiò tanti iraniani) e non hanno nemmeno scordato quanto Fabius abbia ostacolato gli accordi nucleari su indicazione di Netanyahu.
Germania e Francia (per non parlare di Gran Bretagna o Russia), hanno anche il loro passato coloniale che non e’ certo lontano dalla mente degli iraniani.
L’Italia non ha nulla di tutto questo sul suo biglietto da visita ed anzi si presenta con l’immagine di una nazione che è sempre stata amica, anche nei momenti più difficili.

La posta in gioco
L’Italia deve far fruttare questo suo vantaggio sulle altre nazioni visto che la posta in gioco non è bassa. L’Iran ha una popolazione di circa 80 milioni di persone. Si stima che siano 185 miliardi di dollari solo i progetti energetici in cui il governo dell’Iran propone la partecipazione degli stranieri; quindi una gran bella occasione.

Buona fortuna
Per tutte le ragioni sopraelencate, Gentiloni e Guidi forse arrivano anche tardi, ma possono pur sempre essere i primi.

E allora cari ministri, buona fortuna!

Dopo Vienna

A una settimana dallo storico accordo di Vienna, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota all’unanimità la risoluzione per la cancellazione delle sanzioni contro l’Iran. Tutti e 15 i Paesi membri hanno dato il via libera a un passaggio decisivo per l’effettiva realizzazione di uno dei punti cruciali dell’intesa tra Teheran e gruppo dei 5+1.

Le reazioni dei politici e dei media iraniani sono state complessivamente positive. Arman-e emruz sceglie l’ironia e scrive che le risoluzioni ONU adesso possono essere considerate “pezzi di carta”. L’allusione è alle dichiarazioni con cui l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad liquidava le risoluzioni ONU, sostenendo che il loro impatto sull’economia iraniana fosse praticamente nullo.

arman-e emrooz

Etemad apre a tutta pagina: “Risoluzione 2231”. e più in basso: “Il mondo ha chiuso la stagione in cui l’Iran era visto come una minaccia”.

etemad

Critico invece il conservatore Kayhan, che definisce la risoluzione “ostile all’Iran” e di un Consiglio di Sicurezza col grilletto puntato contro la Repubblica Islamica.

kayhan

Zarif presenta l’accordo in Parlamento

Il 21 luglio il ministro degli Esteri Javad Zarif e il direttore dell’agenzia per l’Energia Atomica dell’Iran Ali Akbar Salehi hanno presentato l’accordo di Vienna al majles, il parlamento iraniano. Zarif ha presentato l’accordo come il migliore possibile e ha sottolineato come un compromesso sia la regola di base per qualsiasi accordo  che non può mai essere totalmente a favore di una parte sola. Salehi, rispondendo alle domande dei parlamentari, si è assunto la piena responsabilità di tutti gli aspetti tecnici dell’accordo.

 

Con 136 voti a favore e 39 contrari, l’aula ha approvato la costituzione di una commissione speciale per il riesame dell’accordo del 14 luglio. Il presidente del Parlamento Ali Larijani ha detto che i 15 membri della commissione saranno nominati a breve.

Da segnalare che il consigliere della Guida Khamenei per la politica estera Ali Akbar Velayati ha definito “problematici” alcuni punti dell’accordo di Vienna”. Il riferimento è alle ispezioni dei siti militari e alla produzione dei missili balistici.

Il discorso di Khamenei

Sabato 18 luglio la Guida ha tenuto un lungo discorso alla nazione, il primo dopo l’accordo. Il puntuale live tweet del suo staff ci consente di fermare alcuni passaggi fondamentali. In sostanza, Khamenei sostiene l’accordo ma riserva più di qualche stoccata agli Stati Uniti. In sostanza, Iran e Usa possono anche mettersi d’accorso su alcune questioni, ma i loro interessi e la loro visione generale della politica estera, rimangono fortemente divergenti. Khamenei rassicura gli alleati della regione, ma cerca anche di tenere a bada gli scontenti all’interno. Tutti quelli che hanno cioè dubbi sull’accordo e sulla buona fede degli Usa. E’ anche vero, comunque, che adesso ognuna delle due principali parti in gioco (Usa e Iran) deve vendere nel modo migliore l’accordo al proprio interno. Così come Obama ha subito dichiarato che l’intesa si basa sul “controllo e non sulla fiducia”, così Khamenei deve sottolineare che il Grande Satana non può essere diventato all’improvviso un amico.

 

 

 

La rete di Rouhani

Il presidente Rouhani è invece impegnato nella ricucitura dei rapporti diplomatici con le cancellerie europee. Dopo aver parlato al telefono con il Primo Ministro inglese David Cameron della possibile riapertura delle ambasciatea Londra e Teheran, ha accolto a Teheran il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Nel 2016 sarà costituita una commissione congiunta irano-tedesca per la cooperazione economica. La grande corsa agli investimenti è entrata nel vivo.

 

 

 

 

 

 

E accordo fu

E’ stata un’attesa lunghissima, ma alla fine l’accordo è arrivato. Ed è giusto definirlo storico, perché chiude innanzitutto una querelle durata tredici anni e – soprattutto – pone le basi per un nuovo ruolo dell’Iran nello scenario internazionale.

Ad aprile si era arrivati a un primo accordo quadro, ma alcune delicatissimi questioni – soprattutto ispezioni ai siti e tempistica della rimozione delle sanzioni – hanno rischiato di far saltare il tavolo. Anche se, arrivati a questo punto, un nulla di fatto sarebbe stata una sconfitta pesantissima per tutti gli attori in gioco. Talmente pesante che per evitarla i colloqui sono andati ben oltre la scadenza del 30 giugno e per 48 ore l’annuncio dell’accordo è stato rimandato di continuo.

I punti dell’accordo

  • La Ue “terminerà” e gli Usa “cesseranno” le sanzioni connesse al nucleare “contestualmente all’attuazione, verificata dall’Aiea, dei principali impegni dell’Iran”. Non più “sospensione” ma fine delle sanzioni, come voleva Teheran.
  • Sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare l’accordo.
  • L’Iran accetta che le sanzioni siano ripristinate in 65 giorni, nel caso in cui l’accordo fosse violato.
  • L’arricchimento dell’uranio proseguirà soltanto nell’impianto di Natanz.  L’Iran ridurrà le centrifughe da 19 mila a 6.014, tutte di prima generazione, con solo 5.060 attive per 10 anni. Per 15 anni arricchirà l’uranio solo fino al 3,75% (a fini energetici, medici e di ricerca) riducendo le sue riserve a basso livello di arricchimento – ma potenzialmente trasformabili fino a quel 90% necessario per uso militare – da 10 tonnellate a 300 kg. Lo scopo è impedire all’Iran di produrre un’arma atomica in meno di un anno (‘breakout timeline’).
  • Il sito sotterraneo di Fordow sarà trasformato in centro di ricerca: non vi potrà essere materiale fissile per 15 anni.
  • Le attività di ricerca e sviluppo saranno limitate per almeno 10 anni.
  • Il reattore di Arak per la produzione di plutonio sarà riconvertito.
  • Le ispezioni non saranno automatiche. Gli ispettori ONU dovranno comunque chiedere il permesso alle autorità iraniane.
  • L’embargo dell’ONU all’acquisto di armi da parte di Teheran resta in vigore 5 anni, mentre le sanzioni che vietano la vendita di missili, altri 8 anni.
  • Restano in vigore le sanzioni americane per le accuse all’Iran di terrorismo (leggasi sostegno all’Hezbollah libanese), i diritti umani e i missili balistici.

 

Obama e dopo Obama

Obama si è affrettato a sottolineare che questo accordo si basa sul controllo e non sulla fiducia. Un po’ come vestire i panni del gendarme cattivo dopo aver accettato il dialogo alla pari. In un certo senso, l’esatto opposto del discorso di Rouhani, che nel suo messaggio alla nazione, ha sottolineato come questo accordo sia figlio del rispetto reciproco e segni la fine della politica della coercizione e della prepotenza. Quello di Obama sembra più un contentino concesso alle voci di dubbio o di dissenso che da si levano dagli Usa e da Israele.

In molti hanno messo in dubbio l’effettiva validità di un accordo che potrebbe essere oggetto di revisioni da parte del Congresso che – in virtù del “ritardo” dell’accordo – avrà 60 giorni per eventuali (e assai probabili) proposte di revisione. Il presidente Usa ha già annunciato che userà il potere di veto per fermare eventuali “sabotaggi”. Forse l’accordo sarà più debole politicamente, in questo modo, ma avrà una strada segnata. Per porre fine alle sanzioni, Obama userà con ogni probabilità la forma dell’ executive agreement, un accordo esecutivo tra Presidente Usa e omologo straniero che non ha bisogno della ratifica del Senato. Ma oltre a questi aspetti tecnici, va tenuto conto che dietro l’iniziativa diplomatica del presidente, si muove una rete di interessi che non svanirà con la fine del mandato di Obama e che anzi proprio da adesso rafforzerà la propria influenza su Congresso, Senato e candidati presidenziali. La “pace” con l’Iran non è l’idea estemporanea di un presidente: piuttosto, Obama è stato il portatore di una linea – politica, economica, culturale – che seceglie per ilMedio Oriente una linea di continemento, di gestione delle crisi. Quanto di più lontano dallo spirito messianico con cui Bush junior pretendeva di redimere il mondo.

 

Perde Natanyahu, non Israele

E’ un errore, non solo una forzatura, sostenere che Israele esce sconfitto da questo accordo. Il suo primo ministro usa da anni l’Iran come spauracchio da agitare in ogni momento di difficoltà. A costo di essere ripetitivo, trovo quasi ridicolo che un Paese con 300 testate nucleari si possa sentire minacciato da un altro Paese che non ne ha nemmeno una. Ma è stato il leit motiv degli ultimi tredici anni e probabilmente sentiremo ancora piagnistei in questo senso, anche in Italia. E pensare che invece i vertici del Mossad sono da almeno due anni favorevoli a un accordo. Appena pochi mesi fa, il capo del Mossad Tamir Pardo aveva esortato il Congresso Usa a non approvare nuove sanzioni contro l’Iran, perché sarebbe stato come “gettare una granata sul negoziato”.

Forse questo accordo è il preludio a nuove collaborazioni regionali tra Usa e Iran: innanzitutto in chiave anti Isis. Sicuramente, dopo questo accordo, non sarà più possibile per nessuno demonizzare l’Iran raffigurandolo come un attore irrazionale.

 

Vince Rouhani, vincono gli iraniani

A meno di due anni dal suo insediamento, Rouhani centra l’obiettivo del suo mandato. Aveva chiesto il voto per questo, portando in dote la sua esperienza di negoziatore ai tempi di Khatami. Ha scelto come ministro degli Esteri una figura brillante e tenace come Javad Zarif, probabile prossimo premio Nobel per la Pace con John Kerry. Ora il presidente iraniano può spendere questo successo internamente. La Guida Khameni – seppure con delle riserve – ha appoggiato il suo operato e ora si trova a gestire una fase nuova per la Repubblica islamica. Da stato canaglia, l’Iran può rientrare a pieno titolo nei circuiti economici internazionali. Appena poche settimane fa Rouhani aveva dichiarato che l’obiettivo del suo governo era “arricchire sia l’uranio sia le tasche della gente”. A febbraio 2016 si vota sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti. Forte di questo successo storico e delle nuove prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi, il fronte moderato-riformista  può puntare a una maggioranza nel majles che darebbe maggiore solidità all’esecutivo. Con lo sguardo lungo rivolto all’Assemblea degli Esperti, l’organo preposto alla scelta della futura Guida.

Si tratta di ipotesi: la certezza è che questo nuovo corso della storia iraniana è stato deciso con un voto popolare, il 14 giugno 2013. Poco più di due anni fa, un’altra era politica.

 

 

14 luglio 2015, mia intervista per Radio Onda d’Urto su accordo nucleare:

http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2015/07/iran-accordo-sacchetti.mp3

 

La conferenza stampa finale
La conferenza stampa finale

 

 

https://twitter.com/khamenei_ir/status/621016835442483201/photo/1

 

 

 

 

 

 

 

ACCORDO NUCLEARE TESTO INTEGRALE (IN INGLESE)

 

 

 

Iran Deal Text

 

 

Codice civile della Repubblica Islamica dell’Iran

L’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran e
la Fondazione Link Campus University

invitano alla presentazione del libro

CODICE CIVILE
DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN
Traduzione dal persiano di Raffaele Mauriello edito da Eurilink Edizioni

Introducono
Prof. Vincenzo Scotti – Presidente Fondazione Link Campus University
S. E. Jahanbakhsh Mozafari – Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso il Quirinale
Intervengono
Ghorban Ali Pourmarjan – Direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran – Roma
Piero Guido Alpa – Presidente Italian Bar Council, Professore Ordinario di Diritto Civile, Sapienza – Università di Roma
Mohammad Jalali – Professore Ordinario di Diritto Privato, Università di Shahid Beheshti – Teheran
Raffaele Mauriello – Postdoctoral Research Fellow Faculty of World Studies University – Teheran
Massimo Papa – Professore Ordinario di Diritto Privato Comparato, Tor Vergata – Università di Roma
Guido Sirianni – Professore Associato di Diritto Pubblico, Università degli Studi – Perugia

Roma, 26 giugno – ore 10,30
Link Campus University – Sala Biblioteca – Via Nomentana, 335 – Roma
Per informazioni: ufficiostampa@eurilink.it
R.S.P
Chiara Scotti: c.scotti@unilink.it

Su iniziativa dell’Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma, Eurilink, casa editrice dell’Università degli Studi “Link Campus” di Roma, ha pubblicato la prima traduzione dal persiano del Codice Civile Iraniano.

L’Istituto Culturale ha affidato la traduzione a Raffaele Mauriello, Dottore di ricerca in Civiltà islamica, storia e filologia presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e Postdoctoral Research Fellow Faculty of World Studies University of Teheran, e la sua revisione al Prof. Massimo Papa, ordinario di Diritto privato comparato presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

Di una tale traduzione se ne avvertiva la necessità da tempo da parte degli operatori del diritto italiani (avvocati, giudici, accademici e imprenditori) oltre che degli studenti e degli studiosi, vieppiù alle prese, per l’intensificarsi dei rapporti – giuridici e commerciali – con l’ordinamento iraniano del quale il Codice rappresenta un cardine fondamentale.

Il Codice civile dell’Iran è un corpo organico di disposizioni di diritto civile e di norme di diritto processuale di rilievo generale. Il Codice venne emanato a più riprese fra il 1928 e il 1935 ed è stato emendato diverse volte. La traduzione è stata compiuta tenendo conto dei più recenti emendamenti. Esso è uno dei pochi codici civili dei Paesi Islamici a essere strettamente ancorato alle fonti del diritto islamico e l’unico codice civile a osservare i principi del diritto sciita imamita. I membri delle commissioni sono stati in grado di inserire con successo le fonti del diritto imamita all’interno della moderna logica della codificazione di matrice europea, combinandole con gli aspetti più avanzati presenti nel codice francese e di altri paesi del continente. Dal punto di vista sostanziale, infatti, si registrano molte convergenze e parallelismi tra le soluzioni del diritto romano, soprattutto giustinianeo, le disposizioni di molti codici europei e le soluzioni del diritto islamico, soprattutto in materia di obbligazioni e contratti.

Il Codice consta di 1335 articoli ed è diviso in tre parti: Libro primo “Dei beni”, Libro secondo “Delle persone”, e Libro terzo “Delle prove nelle azioni”. I tre libri sono preceduti da un Preambolo che tratta della promulgazione, degli effetti, e dell’attuazione delle leggi in generale.

Un glossario bilingue persiano-italiano, contenente la grande maggioranza dei termini presenti nel Codice, costituisce un importante valore aggiunto di questo lavoro per i ricercatori di Islamistica e Diritto comparato.

Verso il 30 giugno

A poche settimane dall’Accordo sul nucleare destinato a mutare il quadro geopolitico in Medio Oriente, con riflessi sul piano internazionale nelle alleanze tra vecchi nemici e nuovi partners, il riavvicinamento tra Stati Uniti e Teheran è mirato principalmente a tre obbiettivi.

Garantire gli interessi di lungo periodo di Washington, contenere la Russia e la Cina, e delineare un nuovo ordine geopolitico nella regione.

Gli accordi sul nucleare consentiranno alla Repubblica islamica di fare il suo ingresso da protagonista sulla scena internazionale dopo 36 anni di isolazionismo dalla Rivoluzione del ‘79, e l’adozione di una misurata strategia conferirà a Teheran un ruolo chiave nel futuro assetto mediorientale.

Timeline del riavvicinamento Stati Uniti – Iran

Partendo dal punto centrale dell’accordo, ovvero limitare l’arricchimento di uranio e conseguente proliferazione di armi nucleari, gli interessi americani che spingono verso un’intesa non sono distanti da quelli che motivano la Repubblica islamica a resistere al tavolo del negoziato.

Osservando la strategia americana in Medio Oriente, il governo di Washington valuta consapevolmente che la produzione americana di idrocarburi, grazie alla tecnica dello shale oil/shale gas, non equivale alla capacità di autosufficienza energetica.

Pertanto petrolio e gas naturale devono fluire anche dall’Iran, il cui mercato costituirebbe un argine a quello russo.

Inoltre gli Stati Uniti hanno interesse a gestire le dinamiche geopolitiche nell’area, in cui la presenza di un attore dominante, Arabia Saudita, contrasterebbe con la loro volontà di favorire un equilibrio multipolare.

L’Iran è un perfetto deterrente sulla scacchiera regionale, in funzione anti-jihadista da un lato, i nemici dei persiani sono spesso i nemici degli americani, e dall’altro per diminuire la dipendenza dall’asse israelo-saudita, permettendo a Washington di garantire la propria attenzione nel Pacifico e monitorare l’ascesa della Cina. A tal proposito, l’Iran fornirebbe un valido aiuto per contenere l’attivismo cinese, considerati i numerosi investimenti di Pechino in aree sensibili per Teheran, come l’Iraq e l’Asia Centrale.

Gli interessi americani non remano contro quelli iraniani, e il one to one tra Usa e Iran consente a Teheran di chiedere la legittimazione della propria forma di governo e rifiutare il concetto di “regime change”. Questo è un punto fondamentale, in quanto il carattere teocratico del regime non è una minaccia per Washington. Per gli americani ogni statista mira alla propria sopravvivenza e la confessione non rappresenta un’arma ad orologeria.

Dalla sua posizione Teheran guarda al nucleare sostanzialmente per tre motivi.

Innanzitutto ha bisogno di energia. La Repubblica islamica è un’importante esportatrice di petrolio ma non gode dei suoi frutti. Non ha capacità di raffinazione sufficienti a soddisfare il suo fabbisogno energetico.

In secondo luogo intende diversificare la bilancia energetica. Producendo elettricità con il nucleare sarebbe meno dipendente dal petrolio, che una volta raffinato potrebbe essere esportato, aumentando la ricchezza del paese.

Infine l’arma atomica è un deterrente. Le teorie strategiche in materia di guerra insegnano quanto il nucleare possa neutralizzare qualsiasi volontà di attacco da parte del nemico.

L’uscita dalle sanzioni favorirebbe non soltanto la prosperità iraniana ma diventerebbe opportunità di commercio, investimenti e approvvigionamento energetico per l’intero Occidente.

L’Iran è il quarto produttore di petrolio e unico asse di collegamento sia tra Medio Oriente e sub-continente indiano sia tra Caspio-Caucaso e Oceano Indiano.

Le risorse energetiche immesse da Teheran sui mercati non solo sarebbero utili a tenere bassi i prezzi del greggio, ma da un punto di vista geopolitico il transito da Teheran sarebbe prezioso per incanalare gli idrocarburi dell’Asia Centrale verso l’Europa, riducendo la dipendenza dalla Russia.

Un interesse primario per gli americani che hanno l’obbiettivo di tenere a bada il rinascimento moscovita nel Levante, ma anche sganciare il Vecchio Continente dal Cremlino.

L’ambizione di diventare attore chiave nella regione ed essere coinvolto nelle iniziative negoziali, diplomatiche e strategiche mediorientali, indurrà l’Iran a giocarsi la carta del nucleare nella fase del negoziato.

Teheran non ha interessi ad avere l’arma atomica, in quanto cosciente dell’isolamento al quale sarebbe destinata negli anni futuri.

L’obbiettivo del programma nucleare iraniano è avere una fonte energetica alternativa per sviluppare l’industria e liberare idrocarburi da destinare all’esportazione e lo scopo dell’accordo sul nucleare è fornire una natura civile e politica al programma, monitorato da ispettori internazionali.

L’accordo tra la Repubblica islamica e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, più la Germania – non circoscriverà l’intesa nell’ambito esclusivo di un’agenda atomica, ma fisserà aspetti destinati a mutare le relazioni nell’area mediorientale e oltreoceano.

La maratona diplomatica e lo scacchiere persiano

L’importanza della posta in gioco spiega la maratona diplomatica caratterizzata dalle resistenze da parte della Francia, poco affascinata all’idea di una riabilitazione iraniana su benedizione americana, e a quelle esercitate dall’asse Israele – Arabia Saudita, due amici storici di Washington che hanno giocato per anni sull’isolamento di Teheran.

Più che un Iran atomico, Ryhad e Gerusalemme temono il ritorno della Persia come grande potenza regionale. Ad oggi la strategia adottata da entrambi è l’ostruzionismo, giocando rispettivamente l’uno sul fronte Pakistan, manifestando sensibilità al trasferimento sul proprio territorio di testate atomiche pakistane,  e l’altro nel Congresso americano, dove la lobby israeliana esercita la sua notevole influenza nelle scelte governative di politica estera.

L’ascesa dell’Iran sullo scacchiere mediorientale diffonde l’opinione che l’egemonia americana in Medio Oriente stia cedendo il passo ad un ordine multipolare in cui la partita non si gioca solo tra la Repubblica islamica, Arabia Saudita e Israele, ma chiama in campo Russia, Cina ed Europa, con al centro la questione energetica.

E nella prospettiva di un nuovo assetto mediorientale, anche la crisi in Ucraina ha aperto un confronto tra due possibili scenari, mantenere lo status quo con Russia e Cina o dare vita ad un nuovo approccio nelle relazioni con entrambi.

Mosca e Pechino, hanno favorito Teheran ogni qualvolta è stato espresso il proprio voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riguardo alle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

La Russia è un partner strategico per l’Iran, rappresenta il principale fornitore di tecnologia militare in cambio di un tacito accordo che prevede di non entrare in competizione con il mercato russo del gas diretto verso l’Europa. L’Iran è il secondo produttore di gas naturale al mondo e in questo modo rinuncerebbe ad un importante sbocco e alla potenzialità di diventare una rilevante fonte alternativa di gas per i paesi europei.

Alla Repubblica popolare cinese Teheran garantisce buona parte del suo petrolio in cambio di beni e servizi ai quali non può accedere nelle limitazioni delle sanzioni imposte, è uno dei maggiori fornitori di risorse energetiche per la Cina, seconda consumatrice mondiale dopo gli Stati Uniti.

Mantenere lo status quo nelle relazioni con Russia e Cina, si tradurrebbe in un enorme potere energetico da parte di Mosca nei confronti dell’Europa e la Cina continuerebbe a beneficiare quasi in maniera monopolistica dell’energia iraniana.

Il secondo scenario potrebbe prevedere un nuovo equilibrio generato dalla crisi in Ucraina, con Europa e Russia lontane, in cui l’ottica di una distensione tra Stati Uniti e Iran consentirebbe a quest’ultimo di diventare uno dei principali fornitori di gas per il Vecchio Continente.

L’Iran non solo sarebbe candidato a diventare un attore internazionale in qualità di secondo produttore di gas al mondo dopo la Russia, ma sarebbe autore di una ricomposizione del sistema di alleanze regionali, con prevedibili inasprimenti da parte dei vicini e alleati storici americani, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan e Azerbaijan.

I punti dell’accordo e la fine delle sanzioni

L’attesa da un momento all’altro dell’atomo nucleare iraniano riporta alla mente il Godot di Beckett, in cui l’aspettativa è il canovaccio di un’opera che per essere rappresentata al mondo necessita dei suoi tempi e delle sue misure.

Trentasei anni di isolamento e inimicizia tra Teheran e Washington non potrebbero certamente convergere verso un veloce oblio e una rapida intesa.

L’inizio dei negoziati risale al 2013, quando Hassan Rohani eletto Presidente, con l’appoggio della Guida Suprema Alì Khamenei prende le distanze dal passato e cerca contatti diretti sul piano internazionale, privilegiando la millenaria tradizione diplomatica della Persia.

La firma dell’Accordo è prevista per il prossimo 30 giugno e le preoccupazioni sul programma iraniano ruotano attorno alla lavorazione di uno dei minerali con cui si realizza l’arma nucleare, l’uranio.

Il punto centrale dell’accordo è limitare l’arricchimento dell’uranio al 5%.

Dove il termine arricchimento è fuorviante, in quanto all’uranio non si aggiunge nulla, ma si separano le particella inutili da quelle preziose. Dalle miniere esce uranio che viene lavorato e trasformato in gas, UF6. Il quale contiene due particelle, l’inutile U-238 e la preziosa U-235. Quest’ultima prescelta per ottenere energia e che rappresenta solo lo 0.7% del gas, 7 ogni 1000 atomi di uranio. Così il minerale viene fatto turbinare nelle centrifughe dove una prima fase si conclude quando il rapporto tra le due particelle arriva a quota 7 su 140, ovvero il 5%.

E l’uranio arricchito al 5% viene convertito in forma solida per farne combustibile e produrre energia elettrica. La fase successiva, che prevede un arricchimento fino al 20% è giustificato da Teheran per scopi di ricerca, non solo medici. La terza fase, fino ad un massimo di 90% non lascia prevedere altro obbiettivo che la produzione di un’arma atomica.

L’accordo mira a limitare la percentuale di arricchimento al 5%, a non installare nuove centrifughe, impedire l’azionamento di quelle attualmente non operative ed evitare la costruzione di nuovi siti nucleari.

Per garantire la messa in atto di quanto previsto dall’Accordo, Teheran dovrà favorire ispezioni quotidiane dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) nelle località in cui sono installati reattori nucleari.

In cambio i 5+1 garantiscono di non imporre nuove sanzioni e di sospendere quelle in corso sugli scambi di oro e metalli preziosi, il cui principale mercato per Teheran è il continente africano, verso il quale esporta petrolio grezzo ripagato con metalli preziosi, essendo l’Iran escluso dai circuiti monetari internazionali.

Inoltre l’accordo prevede la sospensione delle sanzioni sul settore automobilistico e sulle esportazioni petrolchimiche, assicurando all’Iran 1.5mld di dollari di potenziale fatturato.

Qualora la fase negoziale converga verso il lieto fine e le sanzioni rimosse, gli iraniani si tirerebbero fuori dall’attuale isolamento diplomatico, ricostruendo la propria economia, e gli americani sarebbero fautori di un nuovo equilibrio volto a contemplare da un lato gli Stati sciiti mediorientali e dall’altro a contenere la Cina in Asia Centrale.

Sul fronte degli amici storici, il nuovo riposizionamento non si tramuterà in una rottura tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele.

Israele e Iran sono stati alleati di ferro negli anni settanta ed ambedue hanno gli stessi interessi nello scongiurare la formazione di una potenza regionale araba.

L’Arabia Saudita è perfettamente consapevole che una politica di dissenso la investirebbe di un ruolo che non sarebbe in grado di gestire nella regione, al fine di salvaguardare i propri interessi economici contro gli Stati non arabi.

Molti saranno gli ostacoli da superare, dal destino degli impianti di arricchimento al grado di ispezioni che Teheran accetterà sulla base della revoca delle sanzioni. L’opposizione più forte per i negoziatori occidentali verrà dalle file amiche, Arabia Saudita e Congresso americano, quest’ultimo detiene un monopolio decisionale quasi totale sul voto delle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

Nucleare: così parlò Khamenei

A una settimana dalla fine di colloqui di Losanna, Khamenei ha finalmente detto la sua. L’occasione è stata un discorso ufficiale a un incontro con i panegiristi. Di fronte a una platea di così fini cultori della retorica, la Guida non ha usato giri di parole.

E’ stato un discorso al mondo, non solo interno, lo dimostra il fatto che il suo staff abbia annunciato il live tweet un’ora prima dell’inizio.

 

Cosa ha detto Khamenei?

Ha, in sostanza, raffreddato gli entusiasmi post Losanna: “Non posso essere né pro né contro l’esito dei recenti colloqui: non è stato raggiunto alcun accordo e non è stato assunto alcun impegno vincolante”.

 

Il diavolo è nei dettagli

Come dire: non ci siamo ancora.  Si giocherà tutto nei dettagli, dove potrebbero esserci delle trappole. E’ troppo presto per congratularsi. Non è ancora nemmeno chiaro se si arriverà o meno a un accordo.

 

A proposito del factsheet degli Usa

Khamenei è tornato sul factsheet pubblicato dal Dipartimento di Stato Usa poco dopo la conclusione del vertice di Losanna. La Guida si dice preoccupata del fatto che la controparte possa mentire e non mantenere le promesse. E il documento pubblicato sul sito del Dipartimento di Stato Usa – secondo Khamenei – contraddice quanto accordato nel vertice.

E’ però vero che Khamenei ribadisce più volte la fiducia al team di negoziatori iraniani.

Via le sanzioni, subito

Khamenei riprende quanto affermato dal presidente Rouhani in un discorso televisivo poche ore prima: tutte le sanzioni dovranno essere rimosse quando l’accordo sarà raggiunto. Se la rimozione delle sanzioni dipende da un altro processo, allora perché abbiamo cominciato a parlare?

 

 

La Guida poi rimarca ancora una volta il carattere pacifico del programma nucleare e rivendica i successi della ricerca tecnologica iraniana.

 

Un freno alle ispezioni

Khamenei frena anche sulle ispezioni “non convenzionali”: non possono assolutamente compromettere la sicurezza nazionale.

Tuttavia…

Ma se gli Usa evitano comportamenti non condivisibili – sostiene Khamenei – la cooperazione potrebbe proseguire su altri temi. Un’apertura implicita sulla possibilità di intesa anche per altre crisi, ad esempio in funzione anti ISIS? Khamenei non dice altro.

Sulla crisi in Yemen

La Guida passa poi alla crisi nello Yemen, scagliandosi con toni molto duri contro l’Arabia Saudita. Parla di “genocidio”, simile a quello perpetrato da Israele contro i palestinesi.

 

Dopo una settimana di silenzio, Khamenei si riprende la scena, dettando delle condizioni molto chiare sulla politica estera iraniana. Sulla quale, vale la pena ricordarlo, per la Costituzione del suo Paese, è lui ad avere l’ultima parola.

Accordo sul nucleare, pro e contro

Passata l’euforia (secondo me assolutamente legittima) per il raggiungimento di un accordo quadro sul nucleare, vale forse la pena rivedere con calma quanto è successo a Losanna. Parafrasando il celebre dipinto di Magritte, va ricordato innanzitutto che questo non è un accordo. Non lo è ancora. E’ il quadro di un accordo.  L’essere comunque arrivati a questo è di per sé un ottimo risultato, anzi, è un risultato storico. Perché 18 mesi di trattative praticamente ininterrotte sono un precedente assoluto nella storia delle relazioni tra Repubblica islamica e Occidente. E perché tutta la “narrazione” relativa all’Iran è cambiata dopo Losanna, così come era già cambiata sopo l’accordo ad interim di Ginevra del novembre 2013.

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Il factsheet del Dipartimento Usa

Nemmeno un’ora dopo la conferenza stampa conclusiva del vertice di Losanna, il Dipartimento di Stato Usa si è precipitato a pubblicare sul proprio sito web il factsheet dell’intesa (leggi QUI) contenente moltissimi dettagli che non erano invece presenti nella dichiarazione congiunta letta in conferenza stampa da Federica Mogherini e Javad Zarif.

Il ministro iraniano ha lanciato un paio di tweet piuttosto stizziti: “Le soluzioni sono buone per tutti così. Non c’è alcun bisogno di inventare nulla utilizzando factsheet così presto”. Zarif ha poi citato il comunicato congiunto in cui si parla di porre fine alle sanzioni e non di sospenderle come indicato dal Dipartimento di Stato.

 

 

La versione iraniana

I pessimisti vedono in queste schermaglie i segnali di una distanza incolmabile, la prova che non si arriverà mai a un accordo vero. E’ però vero che adesso sia Obama sia Rouhani hanno un obiettivo chiaro: convincere la propria parte della bontà del pre-accordo, vendere questa cornice al proprio pubblico interno.

Obama e Kerry sottolineano l’importanza dei controlli e delle ispezioni ai siti nucleari iraniani (“Se l’Iran mentirà, lo saprà tutto il mondo”, ha detto il presidente Usa); Rouhani e Zarif parlano soprattutto della rimozione delle sanzioni. L’Iran non ha prodotto alcun factsheet ma ha pubblicato il comunicato congiunto finale sulla  pagina del ministero degli Esteri iraniano. Questo atteggiamento è tipico dello stile iraniano di non dire piuttosto che entrare in dettagli di qualcosa che ancora non è deciso al 100%.

Sabato 4 aprile Zarif ha rilasciato una lunghissima e vivace intervista sul primo canale televisivo iraniano, in cui ha ribadito i concetti espressi via Twitter: “Su alcune questioni non posso entrare nei dettagli perché stiamo ancora negoziando”. E ancora: “Siamo d’accordo (con gli Usa) sul fatto che nessuna delle parti debba interferire nella politica interna degli altri Paesi”. Uno Zarif sorridente e decisamente ottimista ha poi chiesto anche uno stop a tutte le “teorie della cospirazione”.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=jsPddy_VsHw[/youtube]

L’intervista di Zarif alla TV iraniana (v.o. in persiano)

Ovviamente non tutti sono d’accordo con Zarif. Ci sono state voci di dissenso in parlamento e anche sui quotidiani conservatori. Kayhan, il quotidiano considerato espressione della Guida, ha usato l’arma del sarcasmo titolando: “Il win-win deal ha funzionato! I risultati sul nucleare se ne vanno, le sanzioni rimangono!”.

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Il titolo sarcastico del quotidiano conservatore Kayhan

C’è stato poi un botta e risposta tra Zarif e il deputato Karimi Ghodoosi che aveva criticato il pre accordo di Losanna durante il discorso in aula del ministro degli Esteri. Normali dinamiche parlamentari, piuttosto frequenti in Iran. Da sottolineare come giudizi di moderato sostegno alla dichiarazione di Losanna siano pervenuti anche da esponenti conservatori quali lo speker del majles Ali Larijani e il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf che ha dichiarato: “Non dobbiamo smettere di sostenere il team dei negoziatori. Chi usa la questione nucleare per dividere il Paese, è solo un traditore”.

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Significativa anche la presa di posizione della Forze Armate. Il generale Hassan Firouzabadi ha scritto una lettera pubblica alla Guida:

Grazie alla Guida Khamenei e agli sforzi della squadra di negoziatori di Rouhani, un altro passo è stato compiuto per garantire il diritto inalienabile dell’Iran alla produzione di energia nucleare a scopi pacifici.

 

 

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Il quotidiano riformista “Ehtemad” titola “La diplomazia sorride”

 

 

 

E Khamenei?

Nessun segnale ufficiale, almeno per ora. Il primo tweet dopo Losanna è dedicato all’incontro con un reduce della guerra con l’Iraq. Un silenzio che suona come un assenso, ovviamente condizionato al risultato finale.

 

Comincia ora il rush finale al 30 giugno. Nella storia dei trattati internazionali, quasi nulla viene reso pubblico in tempo reale. Non è solo una questione di clausole riservate o segrete, è innanzitutto una questione di relazioni politiche. E’ difficile arrivare a un accordo che soddisfi al 100% tutti, ma sarebbe ancora più difficile, a questo punto, accettare un fallimento totale. Anche perché, come ha scritto Lucio Caracciolo, 

nella forma e nella tecnica si tratta sul nucleare, nella sostanza il negoziato è geopolitico. La trattativa non sarebbe nemmeno cominciata se, al fondo, occidentali, russi e cinesi non fossero convinti del fatto che la Persia è attore abbastanza razionale da non volersi dotare di testate atomiche, ben sapendo che appena scoperta verrebbe vetrificata da un primo colpo americano e/o israeliano. Trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, avvelenata dagli stereotipi negativi ed esasperata dalla propaganda, non si possono però cancellare d’un colpo. Serve passare dalla cruna dell’ago nucleare per ricostruire un equilibrio geopolitico regionale oggi inesistente.

Nulla è immutabile. Lunedì 6 aprile l’Arabia Saudita annuncia un cauto appoggio all’accordo di Losanna.

“Il Consiglio dei ministri ha espresso la speranza per il raggiungimento di un accordo vincolante e definitivo che porterebbe al rafforzamento della sicurezza e della stabilità nella regione e nel mondo. L’Arabia Saudita auspica un accordo finale che porterebbe a un Medio Oriente e a una regione del Golfo Persico libera di tutte le armi di distruzione di massa, comprese le armi nucleari.”(Fonte Reuters).

Come diceva il cancelliere Ferrer nei Promessi Sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

 

Nucleare, storico accordo

Accordi di Losanna

E alla fine accordo fu. Dopo otto giorni serratissimi di trattative, il 2 aprile 2015 (13 farvardin 1394 per il calendario persiano) Iran e 5+1 hanno raggiunto un traguardo che non è esagerato definire storico. Si tenga presente che l’accordo ad interim rinnovato il 24 novembre 2014 aveva fissato il 31 marzo come termine per il raggiungimento di un accordo politico, non dell’accordo tecnico.

E alla fine, con 48 ore di ritardo e dopo un’autentica maratona diplomatica, quell’accordo c’è. Il termine inglese di Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA) fissa i punti chiave di un trattato che andrà scritto e approvato entro il 30 giugno. Ma chi si aspettava (o sperava) una generica dichiarazione di intenti, è rimasto deluso. Questo è un passo importante per un accordo vero; indica un percorso preciso e soprattutto una volontà politica chiara.

D’altra parte, sarebbe stato difficile per tutti tornare ancora una volta a casa a mani vuote. Ma la difficoltà e la lunghezza della trattative indica come non si sia trattato di un gioco al ribasso.

 

 

Almeno ufficialmente, Iran e Usa non ristabiliscono relazioni diplomatiche. D’altra parte, non era uno dei punti sul tavolo. Ma è chiaro che – dopo 18 mesi di trattative e incontri – la percezione e l’atteggiamento di Ue e Usa nei confronti della Repubblica Islamica sia completamente cambiata . Lo stesso Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini ha sottolineato come l’accordo punti a includere l’Iran nella comunità internazionale sia a livello politico sia economico.

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Il presidente Usa Barack Obama ha parlato di una “storica intesa”. Il suo discorso è stato trasmesso anche dalla TV iraniana.

 

 

 

[youtube]https://youtu.be/L4tt6EdxTlg[/youtube]

 

 

Ecco i punti chiave dell’accordo quadro raggiunto a Losanna:

Riduzione centrifughe

L’Iran ha accettato di ridurre di circa due terzi le centrifughe installate. L’Iran passerà dalle attuali 19.000 a 6.104 centrifughe. Solo 5.060 di queste provvederanno all’arricchimento dell’uranio per 10 anni. Tutte le 6.104 centrifughe saranno del tipo IR-1, ovvero della prima generazione (attualmente, l’Iran dispone di modelli di centrifughe fino all’IR-8). Tutte le centrifughe in eccesso e le infrastrutture di arricchimento saranno messe sotto il diretto monitoraggio dell’AIEA e verranno utilizzate solo come ricambi delle centrifughe operative.

Riduzione stock

L’Iran si impegna a ridurre il suo attuale stock di 10mila chili di uranio arricchito a non più di 300 chili, arricchiti al massimo al 3,67 per cento. La maggior parte delle riserve di uranio arricchito dell’Iran dovrà essere diluita (degradata a un livello di purezza inferiore all’attuale) o trasferita all’estero.

No a nuovi impianti

Per 15 anni l’Iran non costruirà alcun nuovo impianto al fine di arricchimento dell’uranio.

L’impianto di Fordow

Iran convertirà il suo impianto di Fordow in modo che non potrà più essere utilizzato per arricchire l’uranio per almeno 15 anni. L’impianto non ospiterà alcun materiale fissile e sarà convertito in centro di ricerca fisica e tecnologica.

Un solo impianto di arricchimento, a Natanz

L’Iran avrà “un solo impianto nucleare” per l’arricchimento dell’uranio, a Natanz, per dieci anni.

Reattore ad acqua pesante di Arak

Sarà modificato e il plutonio prodotto andrà all’estero. L’Iran non costruirà impianti simili per almeno 15 anni.

Breakout a un anno

L’attuale breakout – il tempo necessario a produrre materiale fissile sufficiente per un’arma – è stimato tra i 2 e i 3 mesi. Con l’accordo viene esteso ad almeno un anno, per una durata di almeno dieci anni.

Le sanzioni

In cambio degli impegni assunti, sarà gradualmente alleggerito il peso delle sanzioni internazionali sull’Iran. Le sanzioni di Ue e Usa saranno sospese dopo che l’AIEA avrà verificato l’adempimento da parte iraniana dei propri obblighi.

Tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione nucleare iraniana saranno abolite in simultanea con il completamento, da parte dell’Iran, di azioni legate al nucleare legati ai punti principali (arricchimento, Fordow, Arak e trasparenza).

Tuttavia, le disposizioni di base nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite saranno ristabilite da una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che approverà le linee guida e solleciterà la loro piena attuazione.

Verrà definito un processo di risoluzione delle controversie.

Il mancato rispetto dell’accordo porterà automaticamente al ristabilimento delle sanzioni contro Teheran.

Tutte le altre sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran per terrorismo, violazioni dei diritti umani, e missili balistici rimarranno in vigore.

Monitoraggio e controllo

Dopo i primi 10 anni di monitoraggio, le attività di ricerca e sviluppo continueranno a essere limitate e supervisionate, con le diverse restrizioni sul programma nucleare iraniano che resteranno in vigore per 25 anni.

IL TESTO INTEGRALE (IN INGLESE) DELLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA FINALE

Nucleare Iran: accordo sì o no?

La storia infinita del nucleare iraniano troverà finalmente una conclusione? Il 31 marzo, termine fissato a novembre per il raggiungimento di un accordo politico, è passato e i negoziati continuano.

Sul web – soprattutto su Twitter – si rincorrono le voci più disparate. Sono soprattutto i reporter che seguono il vertice di Losanna ad alimentare questo flusso continuo di indiscrezioni, commenti e presunti scoop. Metteteci pure che è il 1° aprile e che quindi gli scherzi non mancano.

La cronaca dice questo: Iran e Russia sembrano ottimisti. Si sarebbe raggiunto un accordo sulle questioni più importanti, tra cui le modalità di rimozione delle sanzioni. Il quadro sarebbe delineato, i dettagli verrebbero raggiunti entro il 30 giugno, scadenza già fissata a novembre per l’accordo tecnico. Si tratterebbe adesso di mettere tutto nero su bianco nella giornata di oggi.

Da parte occidentale – soprattutto americana – non trapelano indiscrezioni di questo tipo.

Si tratta di aspettare e vedere che notizie arriveranno da Losanna.

Ieri ho rilasciato una lunga intervista su questo tema e sull’Iran in generale a Radio Onda d’Urto. Eccola:

Le ultime sul nucleare

A che punto sono i negoziati sul nucleare iraniano? Difficile fermare un’istantanea di un processo che ogni giorno sembra indirizzarsi verso un esito diverso. Mancano ormai pochi giorni alla fine di marzo, termine per il raggiungimento di un accordo politico tra Iran e gruppo 5+1. Le parti si rivedranno a Losanna all’inizio della settimana.

Il messaggio di auguri di Obama

Proseguendo una tradizione inaugurata nel 2009, il presidente degli Usa ha inviato un video messaggio agli iraniani per il No Ruz. Dall’espressione del volto e da alcuni dettagli certamente non casuali (il fatto, ad esempio di dire “Golfo Persico” e non “Mare Arabico” come dicono molti negli States), sembrerebbe quasi la premessa all’annuncio del raggiungimento di un accordo. Tuttavia, un passaggio non è passato inosservato. A un certo punto Obama riprende un suo vecchio adagio: “Sta ora ai leader dell’Iran scegliere se vogliono un futuro di aperture economiche, di investimenti, di nuove opportunità per i giovani iraniani”. Come dire, se non ci sarà accordo, sarà colpa dell’Iran.

 

La risposta del Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif non si è fatta attendere. Dalla scoras estate i suoi tweet prima piuttosto frequenti sono divenuti rarissimi. Il 20 marzo ha twittato: “Gli iraniani hanno già deciso: accordo con dignità. Ora è tempo per gli Usa e i loro alleati di scegliere: pressioni o accordo”.

 

 

Segnali da Rouhani e Khamenei

Segnali contrastanti dal presidente della Repubblica e dalla Guida. Mentre Rouhani parla di un accordo possibile, Khamenei, in un discorso di capodanno presso il Mausoleo dell’Imam Reza a Mashad, ha usato toni piuttosto duri, puntualmente riportati dal suo account Twitter. In sostanza, accusa Obama e gli Usa di avere un atteggiamento arrogante e ricattatorio.

 

 

Segnali di distensione (o semplice umanità)

Il 18 marzo il tradizionale rapporto del Senato Usa “Worldwide Threat Assessment of the US Intelligence Communities” ha per la prima volta, dopo anni, tolto l’Iran ed Hezbollah dalla lista delle minacce per gli Usa.

Aspettando l’ultimo rush dei negoziati, da segnalare un gesto del tutto impensabile fino a pochi mesi fa. Pochi giorni fa è morta la madre di Rouhani e il Dipartimento di Stato ha pubblicato sul proprio sito e poi twitttato un messaggio ufficiale di condoglianze. Ancora prima, il fratello di Rouhani, Hossein Fereydoun, membro dello staff di negoziatori, aveva ricevuto le condoglianze da parte del Segretario di Stato Usa John Kerry.

 

Per concludere, una curiosità dall’Iran. La nuova banconota da 50.000 rial non ha più l’atomo ma la porta dell’Università di Teheran.

Assemblea degli Esperti, eletto Yazdi

Mohammad Yazdi

L’ayatollah Mohammad Yazdi è il nuovo capo dell’Assemblea degli Esperti (Majles-e Khobragan Rahbari, “Assemblea degli Esperti per la Guida”, è la definizione completa in persiano). Yazdi è stato eletto al secondo ballottaggio, con 47 voti su 73. Gli altri 24 sono andati ad Akbar Hashemi Rafsanjani.

E’ stato un risultato a sorpresa: in molti avevano pronosticato la conferma dell’Ayatollah Hashemi Shahroudi, alla guida dell’Assemblea dallo scorso ottobre, quando era morto il presidente in carica Mahdavi Kani. I candidati in partenza erano quattro: Shahroudi, Yazdi, Rafsanjani e Mohammad Momen. Al primo round, Yazdi ha ricevuto 35 voti, Rafsanjani 25, e Momen 13, mentre Shahroudi ha ritirato la propria candidatura. Al secondo voto, Yazdi ha fatto il pieno con 47 voti, contro i 24 di Rafsanjani. Due membri si sono astenuti e 13 non hanno partecipato alla votazione.

Va ricordato che questa Assemblea degli Esperti, eletta nel dicembre 2006, resterà in carica , in via eccezionale, fino al 2017, quando si voterà anche per le presidenziali e le legislative.

Chi è Mohammad Yazdi

Da non confondersi assolutamente con l’altro Ayatollah Mohammad -Taqi Mesbah Yazdi, conservatore anche lui, ma di formazione completamente diversa e con un altro percorso politico alle spalle.Anzi, per dirla tutta, il nuovo capo dell’Assemblea degli Esperti, venne eletto nel 2006 nella lista Modarresin and Jame Rohaniyat che si contrapponeva proprio a quella che faceva riferimento a Mesbah Yazdi.

E’ perciò un errore piuttosto grossolano definire Yazdi un “ultraconservatore”. E’ sì un conservatore, ma un conservatore tradizionalista, sulle posizioni dell’attuale guida Ali Khamenei. E proprio questa continuità pare sia stato l’elelemento determinante per la sua scelta.

Yazdi, allievo del Grande Ayatollah Boroujerdi, è stato a capo della magistratura per dieci anni, dal 1989 al 1999 ed è attualmente membro anche del Consiglio dei Guardiani.

Il momento politico

Al di là delle contrastanti voci sulla salute di Khamenei, è ovvio che non è lontanissimo il momento in cui l’Assemblea degli Esperti sarà chiamata a indicare un successore dell’attuale Guida. Rafsanjani – che comunque è tutt’altro che uscito dalla scena politica, visto che è a capo del Consiglio per il Discernimento – aveva una proposta molto chiara per il futuro: non un nuovo rahbar, ma un consiglio ristretto che ne assumesse il ruolo e i poteri.

Forse è stata questa presa di posizione a orientare gli Ayatollah nella seconda votazione e a scegliere la soluzione meno “innovativa”. In questo momento, con un accordo sul nucleare apparentemente vicino, la Repubblica islamica non ha probabilmente bisogno di altri scossoni. Anche perché questa Assemblea durerà ancora un altro anno e di cose, da qui a lì, ne potrebbero accadere tante.

Iran, Usa, Israele: la vera posta in gioco

“Nulla di nuovo”. Così il presidente degli Usa Barack Obama ha liquidato l’intervento con cui il 3 marzo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di convincere il Congresso americano ad opporsi a un eventuale accordo con l’Iran sulla questione nucleare.

“È solo retorica, nessuna idea nuova, nessuna alternativa concreta ai negoziati”, ha detto Obama, che non ha ascoltato il discorso perché “impegnato in colloqui con gli alleati”. In realtà, l’intervento di Netanyahu è stata una chiara mossa anti Obama orchestrata dai repubblicani ormai da mesi. Mossa probabilmente sbagliata, a giudicare dalle reazioni di politici, media e opinione pubblica Usa.

Molti democratici – tra cui Elizabeth Warren, probabile sfidante di Hillary Clinton alle primarie per le prossime presidenziali – hanno boicottato il discorso di Netanyahu. Un sondaggio pubblicato proprio ieri rivela che il 61% degli americani appoggia l’approccio di Obama alla questione del nucleare iraniano.

Dal Washington Post al New York Times la voce è quasi unanime: Bibi non ha convinto il Congresso, e probabilmente, a giudicare anche dalle reazioni dei media israeliani, nemmeno l’elettorato di casa propria.

Il quotidiano israeliano (progressista) Haaretz definisce l’accordo sul nucleare un “ragionevole compromesso”, soprattutto per evitare le alternative (nuove sanzioni e intervento militari). L’editoriale va oltre: l’unica cosa che minaccia davvero l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico è l’infinita occupazione illegale dei Territori.

Non colpisce tanto quello che ha detto Netanyahu, ma la durezza dei commenti dei media e la durezza della Casa Bianca. Segno che forse l’accordo è davvero ad un passo.

 

Cosa ha detto Netanyahu?

A due settimane dalle elezioni, il premier israeliano ha usato il Congresso Usa come palcoscenico mondiale. Ha ancora una volta agitato lo spettro di una minaccia nucleare per Israele (che di atomiche ne ha almeno 200 e non aderisce al Trattato di Non Proliferazione) da parte dell’Iran (che ha aderito al Trattato di non proliferazione e l’atomica non ce l’ha).

Lo stesso adagio dal 2003, davvero nulla di nuovo.

Netanyahu ha detto che:

nessun accordo” è meglio di un brutto accordo, e questo è un brutto accordo; l’alternativa a questo accordo è un accordo migliore.

Ha ricordato che l’ayatollah Khamenei predica intolleranza, violenza e la distruzione di Israele e ha detto che il regime iraniano

«non è un problema solo di Israele più di quanto non lo fosse il nazismo». Ha detto che la presidenza di Rouhani non ha reso il regime più moderato, dato che continua a finanziare il terrorismo internazionale, uccidere i gay e imprigionare i giornalisti, e il fatto che sia avversario dell’ISIS non lo rende automaticamente amico dell’America: «In questo game of thrones non c’è posto per l’America o per Israele, per gli ebrei o per i cristiani: ISIS e Iran si stanno contendendo la guida dell’Islam militante».

La reale posta in gioco

Forse siamo davvero a una svolta sul nucleare. Ma davvero, dopo dodici anni di tira e molla, la posta in gioca è tutta sul nucleare?

Sul Sole 24 Ore Alberto Negri spiega:

Lo stesso formato della trattativa, politicamente corretto, è assai ingannevole. In realtà, come dimostra il drammatico discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, questo è da molto tempo un negoziato triangolare tra gli Stati Uniti, l’Iran e Israele, per decidere quali saranno le potenze dominanti in Medio Oriente.
Sono questi i tre attori, insieme agli alleati arabi di Washington, che si debbono mettere d’accordo e accettare – o rassegnarsi a seconda dei punti di vista – a un’intesa che cambia i dati strategici della regione perché implica non soltanto aspetti militari e solidarietà politiche consolidate ma anche un forte contenuto storico e ideologico che dovrebbe indurci a una riflessione sugli errori del passato e a individuare qualche speranza per il futuro.

È questo il significato di un eventuale accordo sul nucleare: il ritorno dell’Iran a un corso della storia che non è soltanto orientale ma anche occidentale, che si nutre degli apporti dell’uno e dell’altro mondo. Ma che rivendica il diritto ad avere una sua sintesi e un’elaborazione originale dei rapporti internazionali: gli iraniani intendono decidere il loro destino in autonomia. Dopo aver visto in Medio Oriente i disastrosi interventi occidentali di questi anni non è una pretesa poi così arrogante e infondata.
In un certo senso Israele ha ragione ad avere paura di un accordo con l’Iran che ai tempi dello Shah era un caposaldo delle alleanze americane e il guardiano del Golfo. Ha resistito negli anni ’80, dopo la rivoluzione islamica, all’attacco di Saddam Hussein e delle monarchie arabe che per otto anni finanziarono a piene mani una guerra contro i persiani buttando al vento 50 miliardi di dollari, con il risultato che fu poi Baghdad, indebitata fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, a invadere il Kuwait. A questo dovrebbe pensare oggi l’America quando dice di volere combattere l’Isil: i maggiori guai dal Medio Oriente sono sempre arrivati dai suoi alleati sunniti, 11 settembre compreso. Teheran è il concorrente più temibile degli israeliani, capace di fondare un movimento come gli Hezbollah libanesi che nel 2006 hanno inflitto a Israele una cocente sconfitta militare dimostrando di essere competitivi sul piano dell’organizzazione, della disciplina, della determinazione, qualità caratteristiche proprio degli israeliani. L’Iran fa paura perché come ha detto Obama può diventare senza le sanzioni una potenza economica: ha 78 milioni di abitanti, enormi risorse energetiche ed umane, industrie, agricoltura, inventiva e capacità commerciali innate, cultura e storia millenarie. Iraniani ed ebrei in un certo sono i popoli della regione che si somigliano di più e non a caso hanno condiviso secoli di vita insieme: oggi ci sono 250mila ebrei di origine persiana in Israele e 25mila ebrei in Iran. Ha ragione Netanyahu: l’Iran è temibile ma gli accordi si fanno con i nemici potenti, quelli più deboli, come sa bene, si sconfiggono in battaglia.

Occhio al prossimo vertice, fissato per il 15 marzo. Forse – e sottolineerei questo forse – si fa la Storia.

Black out Khatami

Per i media iraniani è scattato il divieto di parlare o semplicemente citare l’ex presidente riformista Mohammad Khatami. Quella che inizialmente era solo una voce insistente ma non ufficiale, è divenuta una notizia il 16 febbraio, quando Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, portavoce della magistratura iraniana, ha confermato che il dipartimento di giustizia di Teheran ha emesso una sentenza che mette al bando Khatami dai media. Secondo quanto riportato dall’agenzia Isna, Mohseni-Eje’i non avrebbe mai nemmeno nominato Khatami e, riferendosi a lui come al “capo del governo riformista”, avrebbe ammesso che “c’è un ordine che vieta ai media di pubblicare foto o notizie su questa persona”.

Di questo non si parla

La magistratura iraniana è dominata dai conservatori e spesso, in questo ultimo anno e mezzo, ha espresso opinioni in netto contrasto con la linea del governo di Hassan Rouhani. Perché però questa “mordacchia” su Khatami e perché proprio ora? Va inquadrato il momento politico iraniano nel suo complesso, guardando al passato recente e soprattutto a quanto accadrà nell’immediato futuro.

 

Khatami ieri e oggi. E domani

Molti, iraniani e no, sono soliti affermare che i due mandati presidenziali di Khatami (dal 1997 al 2005) siano stati un sostanziale fallimento. L’incapacità di riformare il sistema politico, hanno pesato moltissimo  – e pesano ancora oggi – nel giudizio su Khatami: un riformista senza riforme, che ha finito con l’essere criticato sia dai conservatori sia dai sostenitori delusi. Si tratta però di un giudizio probabilmente troppo severo. Da un lato, non si prende in considerazione le difficoltà oggettive riscontrate da Khatami nei suoi due mandati, dovute anche ai limitati poteri che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica.

Dall’altro lato, sarebbe onesto ricordare che negli anni di Khatami il Paese è cambiato moltissimo, a livello culturale e sociale, proprio in virtù delle aperture dell’allora presidente. Il riscontro lo si è avuto negli anni di Ahmadinejad, quando quella stagione di apertura e speranza lasciò il posto a otto anni di incertezze economiche e inquietudini internazionali, più o meno ingiustificate, ma comunque deleterie per il Paese.

Tacciato a volte di ignavia. Khatami ha continuato a svolgere un ruolo importante anche negli anni di governo Ahmadinejad. Nel 2009 sostenne apertamente l’Onda Verde e si schierò con gli ex candidati Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi agli arresti domiciliari dal febbraio 2011. Questa prese di posizione gli costò l’isolamento da parte dell’establishment. Khatami dimostrò notevole pragmatismo partecipando al voto per il parlamento nel marzo 2012. Si trattava della prima tornata elettorale dopo il contestatissimo voto delle presidenziali del giugno 2009 e tra i riformisti erano in molti a sostenere il boicottaggio delle elezioni come forma di protesta. Un po’ a sorpresa, Khatami votò e fu per questo tacciato da alcuni di tradimento. Col senno di poi, possiamo invece dire che quella decisione gli consentì di rimanere all’interno dell’arena politica iraniana e di giocare un ruolo importante nelle presidenziali del 2013.

Fu infatti Khatami a convincere Mohammad Reza Aref, l’unico candidato riformista, a ritirarsi in favore del moderato Rouhani. A tre giorni dal voto, Khatami pubblicò una lettera aperta in cui annunciava il proprio endorsment al candidato che avrebbe poi vinto con la maggioranza assoluta. Sono in molti a credere che il sostegno di Khatami sia stato decisivo per convincere in extremis molti indecisi.

Le elezioni del 2016

Il prossimo anno si vota nuovamente per il parlamento, dominato oramai da più di dieci anni dai conservatori. E’ chiaro che gli oppositori di Rouhani vogliono a tutti i costi evitare un parlamento “amico” del presidente in carica. Nel 2004, con Khatami ancora presidente, la bocciatura di oltre 2.000 candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani consegnò il parlamento ai conservatori che ebbero vita facile nel sabotare l’operato del presidente.

Ecco che allora questa messa al bando di Khatami suona molto come una sorta di censura preventiva, nel tentativo di fiaccare la sua capacità di aggregazione e mobilitazione.

La reazione della rete

Questa censura rischia però di trasformarsi in boomerang. Espulso dai media tradizionali, Khatami è tornato in auge sui social media. I suoi sostenitori hanno creato l’hashtag #رسانه_خاتمی_میشویم

cioè, “Diventiamo noi i media di Khatami”.

 

 

E’ anche nato un account Twitter chiamato @Khatamimedia.

 

Molti iraniani, in patria e all’estero, continuano a trasmettere messaggi di solidarietà a Khatami o a rilanciare foto e messaggi in qualche modo legati a lui.

https://twitter.com/elisharifi89/status/567774168884973568

 

Per capire lo spirito alla base di questa mobilitazione, basta leggere il post su Facebook di una ragazza di Teheran che ha messo la foto dell’ex presidente come propria immagine del profilo:

Ho deciso di mettere la foto di Khatami perché è l’unico politico che ha sempre pensato a noi. e in questo momento merita il nostro sostegno.

 

https://twitter.com/raminfakhary/status/568079107466125312

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Roberto Toscano

Su La Stampa del 25 febbraio 2015 l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano analizza in un editoriale la lunghissima questione del nucleare iraniano alla luce degli sviluppi più recenti.

Ve lo proponiamo di seguito.

 

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Per oltre dieci anni la questione nucleare iraniana ha occupato una delle posizioni centrali fra i dossier di politica internazionale, come se principalmente da essa dipendessero l’alternativa fra pace e guerra in Medio Oriente e gli stessi equilibri internazionali.

Anche in passato era legittimo ritenere che si trattasse di un difetto di prospettiva, o piuttosto delle distorsioni volutamente prodotte da chi preferiva spostare sul nucleare iraniano un’attenzione che altrimenti si sarebbe focalizzata su tematiche quali la questione palestinese o il ruolo degli Stati del Golfo nel sostegno dei più radicali e violenti movimenti jihadisti.

Oggi appare ormai evidente che la questione, che pure rimane importante sotto il profilo del pericolo della proliferazione nucleare, risulta sostanzialmente sdrammatizzata, se non ridimensionata.

Secondo le ultime notizie da Ginevra, il negoziato nucleare rimane ancora complesso, con molti problemi da risolvere, ma per la prima volta non sembra da escludere la possibilità che emerga un compromesso accettabile da ambo le parti.

Un segnale interessante al riguardo è che si è unito al team negoziale iraniano il Direttore dell’ente nucleare iraniano, ed ex ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, la persona in assoluto più competente sia dal punto di vista scientifico (ha un dottorato in fisica di Mit) sia da quello della storia del negoziato, essendo stato rappresentante iraniano all’Aiea.

Ma quello che è cambiato è soprattutto l’irrompere della sfida del cosiddetto Stato Islamico, la più recente e più minacciosa incarnazione del radicalismo wahabita. Si tratta di una sfida che da un lato minaccia la stessa tenuta dello Stato iracheno e dall’altro apre inquietanti prospettive per la Siria, dove appare molto problematico immaginare l’eliminazione di un altro dittatore laico, Assad, senza che – come in Iraq e in Libia – si apra la via a un processo di decomposizione istituzionale e territoriale di cui beneficerebbero le forze islamiste più estreme.

Che fermare lo Stato Islamico sia un’urgenza lo dimostra il fatto che il Presidente Obama ha deciso di chiedere al Congresso un’autorizzazione all’uso della forza militare. Cercando di sottrarsi all’accusa di avere così invertito la sua precedente politica, quella di ritirarsi dalle «guerre stupide» di George W. Bush, Obama ha farcito la sua richiesta di precisazioni sul tipo di forze e sui limiti temporali, ma è inevitabile a questo punto prevedere che presto vedremo arrivare in Iraq quegli «stivali sul terreno» che non solo Obama, ma l’opinione pubblica americana, non avrebbero voluto più vedere. E non si tratta solo degli Stati Uniti: la missione esplicitamente anti-Isis della portaerei francese «Charles de Gaulle» costituisce un altro segnale di notevole significato politico ancor prima che militare.

Per gli americani il rischio, come sempre quando si prospetta un uso limitato della forza armata, è che la situazione possa precipitare mettendo a repentaglio le limitate forze schierate in origine e costringendo quindi a un’inevitabile escalation. E’ qui che l’Iran può essere visto come una soluzione, e non solo come un problema. In realtà è in parte già così, visto che Washington e Teheran stanno indirettamente coordinandosi, per interposto governo iracheno, nella lotta allo Stato Islamico. Un paradosso che lascia non pochi sconcertati e sospettosi, soprattutto a Tel Aviv e a Riad, ma che non è certo una novità dal punto di vista storico, soprattutto in una regione come il Medio Oriente, dove il nemico del nemico non è necessariamente un amico, ma può diventare un indispensabile alleato di fatto.

Se per gli Stati Uniti si tratta di ridurre i danni dei ripetuti errori politici e strategici e fermare la destabilizzazione e il caos politico a livello regionale, gli obiettivi dell’Iran sono abbastanza evidenti. Si tratta in primo luogo di garantire che l’Iraq non torni ad essere una minaccia come ai tempi di Saddam: questo spiega perché dal momento della caduta di Saddam il governo di Baghdad sia stato sostenuto sia da Washington sia da Teheran. Collaborare con gli americani contro lo Stato Islamico non è quindi per gli iraniani né un problema né una novità.

Ma fra gli obiettivi iraniani vi è qualcosa di più sostanziale e di più ambizioso: il progetto di ottenere dagli Stati Uniti, anche a costo di accettare di pagare alcuni prezzi, una sorta di «sdoganamento» come potenza regionale, e soprattutto la caduta di un bruciante status di Paese reietto e paria, sistematicamente escluso ed isolato internazionalmente. Si tratta di un obiettivo condiviso dalla stragrande maggioranza degli iraniani, seppure con diverse sfumature, e respinto solo da una minoranza peraltro – e vi è qui un elemento d’incertezza – solidamente impiantata nei gangli vitali del potere.

Per capire quale sia questo vero e proprio «progetto nazionale» vale la pena rileggere il testo della proposta che, con l’autorizzazione dei vertici del regime (erano i tempi del governo riformista di Khatami), un ristretto gruppo di diplomatici iraniani redasse nel 2003 e inoltrò al governo americano, che rifiutò ostentatamente di prenderla in considerazione – anzi, persino di riceverla. (NOTA: Su questo blog ne abbiamo parlato in questo articolo).

Punti importanti di quella proposta erano la richiesta iraniana di discutere «un riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza iraniani nella regione», e la possibilità di una dichiarazione americana secondo cui «l’Iran non appartiene all’asse del Male». In cambio si offriva fra le altre cose di prendere in considerazione «il coordinamento dell’influenza iraniana» in Iraq. Interessanti erano anche la disponibilità a discutere, per la Palestina, «l’accettazione della Dichiarazione di Beirut della Lega Araba (iniziativa di pace saudita, approccio dei due Stati)» e l’ipotesi di «un’azione su Hezbollah perché diventi una semplice organizzazione politica all’interno del Libano».

Forse dodici anni dopo Washington potrebbe rispondere a quella proposta. Ma certo non potrà farlo se non verrà superato l’ostacolo della questione nucleare.

L’articolo originale è disponibile QUI.