Elezioni presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017  Il giorno del voto è ormai vicinissimo. Venerdì 12 maggio si è svolto l’ultimo confronto televisivo tra i sei candidati e non sono mancati momenti di grande tensione. In sostanza, Rouhani ha accusato i suoi sfidanti di “sfruttare la religione per il potere” (rivolto a Raisi) e di voler “picchiare gli studenti” (rivolto a Qalibaf).

Dal canto loro, i due candidati conservatori hanno accusato Rouhani di corruzione e di non aver risolto in quattro anni i problemi economici del Paese, in primis la disoccupazione.

Rispetto alle prime settimane di campagna elettorale, i toni si sono fatti molto accesi e Rouhani è decisamente passato all’attacco, invitando in sostanza gli iraniani a “non tornare indietro”. Lo stesso suo slogan elettorale, “Dobare Iran”, “Un’altra volta Iran”, punta tutto sulla voglia di continuità e stabilità degli iraniani.

Elezioni presidenziali Iran 2017

Sharq: Colpo finale agli sfidanti

Elezioni presidenziali Iran 2017

Hamshahri: Uno su sei (Solo Qalibaf ha reso pubbliche le sue proprietà)

Elezioni presidenziali Iran 2017

Aftab-e Yazd: Hassan Rouhani ha colpito (è un gioco di parole: Rouhani si riferiva così a Qalibaf accusandolo di aver “colpito” i manifestanti dell’Onda Verde nel 2009)

Elezioni presidenziali Iran 2017: corsa a tre

Su sei candidati soltanto tre hanno reali possibilità di vittoria: il presidente uscente Rouhani, il sindaco di Teheran Qalibaf e l’altro candidato conservatore Raisi. Tutti i sondaggi danno in testa, con percentuali sempre comunque inferiori al 50%, Rouhani. Secondo alcune rilevazioni, Rouhani si attesterebbe attorno al 40%, staccando di una quindicina di punti Qalibaf. Altre rilevazioni danno invece Raisi al secondo posto, con una margine molto più ridotto.

Presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017: che affluenza?

Sarà importante l’affluenza: più alta sarà e più possibilità avrà Rouhani di raggiungere il 50% + 1 dei voti ed essere rieletto al primo turno. I candidati riformisti e moderati sono infatti favoriti dall’alta affluenza: quando gli iraniani non vanno a votare, sono quasi sempre i conservatori a vincere. Quindi è importante, in questi ultimissimi giorni di campagna elettorale, che Rouhani riesca a mobilitare i suoi sostenitori.

Da ricordare due costanti:

  1. Nella storia della Repubblica islamica, si è andati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando Ahmadinejad sconfisse Rafsanjani.
  2. Tutti i presidenti eletti (tranne i primi due, uno fuggito dopo l’impeachment e l’altro ucciso in un attentato) sono stati sempre confermati.

Lunedì sera il vice di Rouhani, Jahangiri, parlerà in diretta televisiva. Molto probabile che annunci il suo ritiro in favore del presidente uscente.

Elezioni presidenziali Iran 2017: il monito di Khamenei

Da segnalare, infine, il monito lanciato dalla Guida Khamenei contro chi abbia intenzione di usare queste elezioni contro la sicurezza e l’interesse nazionale. Esplicito il riferimento a George Soros (evidenziato anche in un tweet), colpevole di aver fomentato le cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa orientale e di aver cercato di fare altrettanto in Iran nel 2009.

Precauzioni o avvertimenti? Staremo a vedere, manca davvero poco al voto, ormai.

 

Sei politico

Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Iran 1396

Il 20 marzo 2017 è iniziato l’anno persiano 1396. Per gli iraniani è tempo di vacanze (le più lunghe di tutto l’anno), di bilanci e di previsioni. E di manovre e calcoli politici, perché tra meno di due mesi si vota per le presidenziali.

Ce la farà Hassan Rouhani a essere rieletto? E, prima ancora, quali saranno gli sfidanti della contesa?

I quattro anni di Rouhani

Arrivati alla fine della corsa, possiamo tracciare un bilancio del primo mandato di Rouhani. Innanzitutto, va ricordato che gli iraniani lo elessero perché tirasse fuori il Paese dall’isolamento internazionale in cui il suo predecessore Mahmud Ahmadinejad lo aveva confinato negli otto anni precedenti. E Rouhani questo obiettivo lo ha effettivamente raggiunto, anche in tempi rapidi, visto che già nei suoi primi cento giorni di governo arrivò a un’intesa ad interim sul nucleare col gruppo 5+1.

Un cambio di narrazione

L’accordo del 14 luglio 2015 rimane un evento storico, al di là delle conseguenze reali – comunque positive, come vedremo – per l’economia e per i cittadini iraniani. Da quel giorno è più difficile, se non impossibile, rappresentare l’Iran come un attore irrazionale. Il gruppo del 5+1, rappresentante in questo caso dell’intera comunità internazionale, ha lavorato con gli iraniani per anni ed è giunto a un’intesa. Tornare al passato, alla reciproca demonizzazione, sarebbe un controsenso per tutti.

L’economia

Il luogo comune (eh sì, anche in Iran ce ne sono molti..) vuole che con Rouhani l’economia iraniana non sia poi così migliorata. Vediamo nel dettaglio. Nel 2013 l’inflazione era intorno al 40%, nel 2016 era al 7,5%. Per la prima volta in trent’anni il costo della vita è inferiore al 10% e questo è indubbiamente un risultato notevole.

Cosa va

Nel 2014 il Pil registrava un calo del 5,8%, mentre nel 2016 era a + 7%. Il dato più significativo è il raddoppio delle esportazioni di greggio in seguito all’implementazione degli accordi sul nucleare (JCPOA). Nell’anno persiano appena trascorso (quindi nel lasso di tempo dal 20 marzo 2016 al 20 marzo 2017) in Iran ci sono stati 9,5 miliardi di dollari di investimenti stranieri. In forte espansione il turismo: secondo i dati del Ministero del turismo iraniano, nei primi 18 mesi dall’elezione di Rouhani le presenze europee sono cresciute del 240%. Nel 2014 l’Iran ha infatti ospitato 5 milioni di turisti, ma il governo mira a raggiungere i 20 milioni in 10 anni. L’industria turistica iraniana ha creato nel 2014 un valore di circa 6 miliardi di euro, per il 2025 si punta ai 27 miliardi. Il tutto comporta forti investimenti nella realizzazione di hotel e infrastrutture, con una forte ricaduta sull’occupazione.

Cosa non va

Il problema principale rimane la mancata creazione di un adeguato numero di nuovi posti di lavoro. La disoccupazione è stata stimata al 12,7% nell’estate 2016. Dato leggermente migliore rispetto all’anno precedente (14,4%) ma ancora piuttosto negativo. Particolarmente grave il dato relativo alla disoccupazione giovanile, attestata al 31,9%.

In generale, il sistema economico iraniano patisce un alto livello di corruzione e inefficienza. La Repubblica islamica segue dei piani economici quinquennali e nel sesto piano – iniziato il 21 marzo – il governo ha puntato molto sul miglioramento dell’efficienza quale contributo alla crescita economica: dovrebbe essere un fattore in grado di garantire il 2,5% della prevista crescita economica dell’8%. Ma non ci sono indicazioni precise su come raggiungere questo obiettivo.  Non esiste, d’altro canto, una vera libertà di mercato in un sistema dominato, nei suoi settori chiave, da entità semi governative.

Banche sull’orlo di una crisi

Particolarmente allarmante la situazione del sistema bancario. Secondo gli esperti, la maggioranza degli istituti di credito iraniani sarebbero sull’orlo della bancarotta. Addirittura il 40% degli asset bancari iraniani sarebbero tossici, compresi crediti in sofferenza. In una situazione simile, il governo sarà costretto a intervenire per salvare il settore bancario e impedire una crisi finanziaria più grave.

Bene, ma non basta

In altre parole, il governo Rouhani ha senza dubbio ottenuti buoni risultati in economia, ma l’Iran avrebbe bisogno di riforme strutturali per sostenere il settore privato e imprimere una svolta di lungo termine all’intero sistema. Per fare questo, avrebbe bisogno di un secondo mandato e di un consenso ampio tra i vertici della Repubblica islamica. Consenso che al momento non c’è: nella riunione dell’Assemblea degli Esperti dell’8 marzo, la Guida Khamenei ha espresso dubbi sull’attuale politica economica del governo.

Politica internazionale: l’asse con Mosca

Oltre al citato accordo sul nucleare, ha un valore storico anche la visita di Rouhani a Mosca a fine marzo. Nel caloroso incontro con Putin, il presidente iraniano sancisce un nuovo asse che modifica non poco gli equilibri del Medio Oriente.

Come spiega Alberto Negri, l’accordo Mosca – Teheran fissa alcuni punti chiave:

rafforzamento delle relazioni strategiche sulla Siria, la conferma che la Russia potrà usare le basi militari iraniane per missioni in Medio Oriente, un accordo di cooperazione sul gas, l’estensione a Teheran della zona di libero commercio dell’Unione economica euroasiatica.
E poi la benedizione di russi e iraniani alla cooperazione con la Turchia, una sorta di trilaterale che si è instaurata con i negoziati di Astana sulla tregua in Siria. In poche parole Mosca e Teheran hanno sfruttato la debàcle di Erdogan nella guerra siriana, dove ha dovuto rinunciare ad abbattere il regime di Bashar Assad, per stringere un’intesa con un membro storico della Nato che è stato per decenni il bastione anti-russo sul fianco sud-orientale dell’Alleanza atlantica. Si tratta evidentemente del maggiore ribaltamento geopolitico regionale perché la Turchia è stato costretta dagli errori di calcolo di Erdogan a spostare il suo asse verso Est nel tentativo di bloccare l’ascesa dei curdi siriani e l’irredentismo di una consistente minoranza che costituisce il vero incubo strategico di Ankara.

Per Rouhani si tratta di un ottimo risultato anche in funzione elettorale: da questo giro di valzer Teheran esce più forte ed è una carta da non sottovalutare nel confronto interno con i conservatori iraniani.

Quali avversari?

Maggio si avvicina e non è ancora chiaro quali saranno gli sfidanti del presidente uscente. I riformisti, per voce di Mohammad-Reza Aref hanno annunciato da tempo che punteranno tutto su Rouhani. Così come il presidente del parlamtno Ali Larijani, proveniente dal campo conservatore, ha dichiarato di “essere un compagno di Rouhani”, anche se non ” intende avere alcun ruolo nelle prossime elezioni”.

Un papabile candidato conservatore è Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad. E’ solo uno dei tanti nomi che circolano da mesi. Ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle primarie del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica), la sigla sotto cui gli osulgarayan, i principalisti, stanno cercando di riorganizzarsi.

Ma la situazione è ancora nebulosa. Anche perché due altri possibili candidati potrebbero presentarsi come indipendenti. Uno è Hamid Baghaei, vice di Ahmadinejad dal 2009 al 2013, lanciato proprio dall’ex presidente, che il 10 marzo ha criticato sia i riformisti sia i principalisti. L’altro nome è quello di Saeed Jalili, ex negoziatore (conservatore) sul nucleare, già candidato nel 2013. Nessuno dei due vuole presentarsi sotto l’ombrello del JAMNA e una loro eventuale corsa finirebbe col disperdere i voti conservatori e favorire così Rouhani.

Un Khomeini per il futuro?

Ci si chiede, infine, chi potrebbe ereditare il ruolo che fu di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, morto due mesi fa, nel campo moderato. Il nome che sta prendendo quota nelle ultime settimane è quello di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

Classe 1972, hojatoleslam (religioso di medio livello), in passato si è attirato le antipatie dei conservatori criticando l’interferenza dei militari in politica. Nel 2016 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura all’Assemblea degli Esperti, suscitando non poche polemiche.

Oggi appare come una figura in grado di collegare il campo riformista-moderato con la vecchia guardia e l’establishment religioso. In un post su Instagram lo stesso Rouhani ha recentemente pubblicato una foto che lo ritrae di fronte a Rouhani, con Rafsanjani che esce di scena.

Una rappresentazione social che sa di investitura politica.

Prepariamoci a una campagna elettorale molto interessante.

Iran, le sfide del presente e del futuro

Voci Globali mi ha intervistato sulla situazione  politica in Iran a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Il prossimo maggio in Iran si terranno le elezioni presidenziali. Come sta cambiando il Paese, oggi così centrale nel determinare gli equilibri in Medio Oriente? Lo abbiamo chiesto al giornalista Antonello Sacchetti, autore del libro “La rana e la pioggia – L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (Infinito Edizioni)

Antonello, l’Iran è un Paese che conosci bene e da vicino: quali sono i cambiamenti più significativi nell’ultimo decennio?

In Iran negli ultimi dieci anni si sono vissute stagioni molto diverse. Il mio primo viaggio in Iran fu all’inizio del primo mandato di Mahmud Ahmadinejad, e gli otto anni successivi furono segnati da momenti drammatici, come la crisi elettorale del 2009, con l’Onda Verde, i sospetti di brogli, la repressione e uno stato di effettiva chiusura del Paese. Ancora nel 2012 l’atmosfera era molto pesante: le sanzioni da parte di Usa e Ue avevano isolato la Repubblica islamica e in molti temevano un attacco da parte israeliana ai siti nucleari. Attacco che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente. Poi l’elezione del moderato Hassan Rouhani nel 2013 ha aperto una fase politica diversa. È ripreso il dialogo con l’Occidente, come anche gli scambi commerciali, e il turismo occidentale sta registrando un boom clamoroso. Ovviamente non sono tutte rose e fiori: rimangono i problemi relativi ai diritti umani e anche l’economia non ha registrato i miglioramenti sperati. Di fondo, però, il Paese è cresciuto per quello che riguarda l’innovazione tecnologica e si è sviluppata anche una inedita coscienza ambientalista. Il Paese dei giovani – che raccontai nel mio I ragazzi di Teheran del 2006 – è diventato un po’ più “anziano”, forse un po’ più realista. Molti giovani recatisi nel decennio scorso a studiare in Europa e negli Usa, oggi hanno riportato in patria un bagaglio di esperienza e di conoscenze preziosissimo, alla base di un movimento di startup davvero interessante.

Partiamo dal sottotitolo del tuo libro, “Le sfide del presente e del futuro dell’Iran”. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha imposto nuove sanzioni all’Iran, ma già con Obama l’accordo mostrava nodi irrisolti. Cosa sta veramente cambiando con Trump e quali sono gli umori del popolo iraniano rispetto alle mosse di Washington?

Secondo la Guida Khamenei, Trump ha semplicemente svelato il vero volto degli Stati Uniti. È una situazione molto particolare: in generale, i conservatori iraniani hanno sempre preferito l’approccio pragmatico dei repubblicani a quello più ideologico dei democratici. Va però detto che Trump è un repubblicano anomalo, ancora difficile da decifrare. I suoi primi passi in politica estera sono stati disastrosi. L’opinione pubblica iraniana lo percepisce come una minaccia e non ha tutti i torti: il cosiddetto muslim ban ha colpito nel vivo la comunità iraniana negli States che conta quasi un milione di persone. Bisognerà vedere cosa accadrà alle elezioni presidenziali in Iran a maggio. Di sicuro, la retorica di Trump favorisce i conservatori contrari al dialogo e al compromesso con l’Occidente. Nel 2002 Bush junior inserì l’Iran nell’”Asse del male” (con Iraq e Corea del Nord) assestando un colpo tremendo alla stagione riformista di Khatami. In molti si chiesero: che senso ha dialogare con l’Occidente se poi comunque finiamo “nell’elenco dei cattivi”? Detto questo, non darei giudizi apocalittici. Recentemente, un alto diplomatico iraniano mi ha detto durante una conversazione privata: “In Iran abbiamo 3.500 anni di Storia; passerà anche Trump.

Quali sono secondo te i rischi del possibile ritiro americano dai teatri mediorientali?

Dipenda da cosa intendiamo. In un certo senso, se gli Usa si occupassero meno di Medio Oriente, forse farebbero meno danni. Basti vedere quali conseguenze terribili abbiano avuto le scelte in Iraq, Siria, Libia e in generale nelle cosiddette primavere arabe.

Come viene percepito oggi in Iran il processo di trasformazione della politica e dell’economia locali?

Non so se sia corretto parlare di trasformazioni effettive o solo di intenzioni, più o meno dichiarate. Il processo di distensione e dialogo portato avanti dall’attuale presidente ha ovviamente i suoi avversari. Ci sono forze politiche ed economiche che nel periodo delle sanzioni e dell’isolamento si sono arricchite attraverso il mercato nero. Forse alcune dinamiche – come quelle riguardanti i mezzi di comunicazione, il digitale – sono ormai irreversibili. Su molte altre la partita è aperta e tutt’altro che scontata: non è affatto detto che le forze del cambiamento avranno la meglio su quelle della conservazione. Certo, la popolazione è giovane e tra dieci anni la generazione che ha fatto la rivoluzione sarà in età da pensione. Ma non dimentichiamo che la Repubblica islamica, così come è oggi, nelle sue innumerevoli storture, è l’unico Stato davvero stabile in un’area davvero travagliata. Prima di optare per cambiamenti radicali, gli iraniani ci penseranno mille volte. La rivoluzione loro l’hanno già fatta nel 1979, non credo ne aspettino altre.

A che punto è oggi il sistema finanziario iraniano a livello normativo?

È una questione complicata, perché l’Iran è stato finora escluso dal circuito finanziario mondiale. Anche dopo la fine delle sanzioni, il sistema è bloccato e sottocapitalizzato. Nel Paese ci sono 31 istituti di credito, con un livello di patrimonializzazione molto basso rispetto alle medie europee e con un livello di crediti in sofferenza piuttosto preoccupante: la media al 20% degli attivi, con punte fino al 40%. Anche dopo la fine delle sanzioni, la maggior parte degli istituti di credito europei sono stati molto titubanti a investire in Iran per paura di possibili ritorsioni da parte Usa.

 In che modo Teheran può crescere nei rapporti con la Cina?

L’interscambio commerciale con Pechino è cresciuto molto negli anni di Ahmadinejad, quando le porte dell’Occidente e dell’Europa in particolare si sono chiuse. In quegli anni (2005-2013) Teheran ha venduto greggio non raffinato alla Cina ed ha importato beni a basso costo e di scarsa qualità da Pechino. Non è stato uno scambio molto conveniente per l’Iran. Bisogna vedere cosa accadrà a maggio: se Rouhani sarà rieletto – cosa niente affatto scontata – lo sguardo dell’Iran sarà comunque ancora rivolto a Occidente. Se dovesse prevalere un candidato conservatore, è probabile che il rapporto con la Cina potrebbe tornare di grande attualità.

Parliamo della guerra in Siria. La politica iraniana in Siria secondo te è stata più mossa da motivazioni geopolitiche o da motivazioni religiose?

Tutta la politica estera iraniana è da sempre mossa da principi di interesse nazionale. La religione c’entra davvero poco, se non come copertura ideologica a strategie prettamente geopolitiche. La Siria è l’unico alleato strategico di Teheran in Medio Oriente. L’unico dei Paesi arabi, vale la pena ricordarlo, che lo appoggiò nella guerra di difesa contro l’Iraq. Per fare un esempio del pragmatismo iraniano in politica estera, basti guardare alla sua posizione nel lungo conflitto in Afghanistan, dove ha sempre sostenuto la fazione tagika, di lingua persiana ma sunnita, e non gli hazara, la minoranza sciita.

Se, oltre la Siria, Iran e Russia stringeranno nel tempo un’alleanza strategica, quali potrebbero essere le conseguenze?

Non so se esista la possibilità concreta di un’alleanza a lungo termine con la Russia. L’Iran ha fatto una rivoluzione anche – se non soprattutto – per riscattarsi da una condizione geopolitica di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti; non si metterebbe mai in una condizione di inferiorità con Mosca. Non credo nemmeno che ci siano poi tutti questi punti di contatto tra Russia e Iran. Gli altri Paesi sono già di fatto avversari di questo “asse”. Non c’è solo il fronte siriano, anche quello dello Yemen e la crisi in Bahrein. Fronti sui quali Iran e Arabia Saudita si confrontano di fatto in guerre per procura. Ad ogni modo, la Russia è stata nella Storia, un avversario della Persia, o una minaccia. E l’opinione pubblica non credo sarebbe mai entusiasta di una scelta simile. Oggi vive questa “alleanza” come una scelta tattica, soprattutto in funzione anti Daesh. Vale la pena ricordare che Russia e Iran sono i soli Paesi – oltre ai diretti interessati Siria e Iraq –  a combattere l’Isis con forze armate di terra.

Finito il bipolarismo, si apre davvero la stagione del multipolarismo?

Di fatto, credo che esista un multipolarismo di secondo livello. Oltre al fatto che forse un bipolarismo si sta in qualche misura ricreando, credo che in Medio Oriente, ad esempio, ci siano potenze di medio livello che abbiano una forza attrattiva nei confronti di altri Paesi. Certamente l’Iran lo è.

Ci sveli qual è il significato del titolo del tuo libro, “La rana e la pioggia”?

Il titolo prende spunto da una poesia del 1952 di Nima Yooshij, padre della poesia persiana contemporanea. Secondo una credenza popolare del Nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. Per Nima, la pioggia è una metafora della rivoluzione, di un cambiamento epocale. L’Iran viene spesso descritto come un Paese in procinto di cambiare; all’indomani dello storico accordo sul nucleare (luglio 2015) questo tema è divenuto quanto mai attuale. Nel libro ho cercato di affrontarlo con uno sguardo molto personale, non legato cioè soltanto alle questioni sociali ed economiche, ma anche alle mie esperienze.

(Intervista di Elena Paparelli)

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Usa – Iran: punto a capo?

La tensione fra gli USA e l’Iran è di nuovo alle stelle. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato il neoeletto presidente degli USA Donald Trump a non cercare pretesti per creare nuove tensioni riguardo al programma di costruzione di missili balistici  di Teheran.
Intanto in Iran continuano le battaglie per i diritti civili come quella per il regista curdo-iranianoKeywan Karimi che dallo scorso 23 novembre si trova nel carcere di Evin, a Teheran, dove dovrà scontare la pena di  1 anno di detenzione e 223 frustate.
Che fine farà lo storico accordo sul nucleare? Quali sfide e quali compromessi per la cultura e il popolo iraniano?

Giovedì 2 febbraio Roberto Zichittella ne parla con  Antonello Sacchetti, giornalista autore del libro  “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (ed. Infinito) e con Cristina Annunziata, Presidente Iran Human Rights Italia.

Ascolta la registrazione della puntata.

Dopo Rafsanjani

Di fronte alle immagini dei funerali di Akbar Hashemi Rafsanjani, la sensazione è di non essere più nella semplice cronaca politica ma nella Storia. Sono stati definiti i funerali più importanti dopo quello di Khomeini del giugno 1989. Per molti, quell’evento sancì la fine della rivoluzione che nel 1979 aveva generato la Repubblica islamica. La guerra con l’Iraq era terminata da meno di un anno ed era ancora molto forte la mobilitazione politica delle masse. Ma, in un certo senso, da quel momento in avanti la “spinta propulsiva della rivoluzione” – parafrasando una celebre espressione di Enrico Berlinguer a proposito della crisi polacca del 1981 – comincia a scemare.

Ed è proprio Rafsanjani uno dei protagonisti principali dell’Iran post rivoluzionario, a guidare la ricostruzione del Paese, accettando di buon grado il compromesso tra economia e ideologia. E’ vero, come ha osservato qualcuno, che i funerali di Rafsanjani sono stati lo specchio fedele delle contraddizioni della sua vita e della sua carriera politica.

A commemorarlo c’erano tutti: i conservatori piangevano uno dei fondatori della Repubblica islamica, i riformisti un loro prezioso alleato, soprattutto dal 2009 in poi. La centralità della figura di Rafsanjani è il motivo della grande partecipazione popolare al suo funerale. Un’amica iraniana, certamente non vicina all’establishment politico, mi ha confidato di essere sconvolta per la scomparsa di quello che reputa “comunque un grande personaggio”.

Uno dei brani più interessanti del celebre – e sopravvalutato – Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, è quello dedicato ai funerali di Khomeini:

Alle esequie parteciparono anche molti di coloro che avevano sempre criticato Khomeini. Al momento della sua morte il malcontento era così diffuso che le autorità avevano pensato di seppellirlo di notte, in modo da risparmiarsi l’imbarazzo di una partecipazione troppo scarsa alle esequie. Invece erano arrivati a milioni, da tutto il Paese.

Certo, per Rafsanjani non ci sono state le scene di isteria che caratterizzarono i funerali di Khomeini. Ma parliamo di epoche, di personaggi e persino di stagioni climatiche diverse.

Khomeini era il leader carismatico di una nazione che era appena uscita da una guerra lunghissima. Era malato e la sua morte era attesa da tempo,  i funerali si celebrarono in una torrida giornata di inizio estate. Nelle stesse ore, tra l’altro, in cui in Cina si consumava  il massacro di Tien An Men.

Rafsanjani se ne è andato improvvisamente, all’indomani della svolta più importante della politica estera iraniana degli ultimi trent’anni. E la sua uscita di scena ha spiazzato un po’ tutti.

Perché è questo il punto: odiato e stimato, disprezzato o sopportato, Rafsanjani era uno dei padri di questo sistema politico. E i padri si possono anche odiare, ma quando se ne vanno, ci lasciano comunque orfani.

 

 

Il tweet di Zarif: “La rivoluzione ha perso uno dei suoi pilastri, la nazione un fedele patriota, il mondo una essenziale voce di ragione. Riposi in pace”.

Arman-e emruz: L’Iran in lutto per il moderno Amir Kabir

 

 

Aftab-e Yazd: Iran in lutto (Nella foto, i figli di Rafsanjani, Faezeh e Mehdi

 

Un fotomontaggio che gira sui social iraniani

Arrested development

L’impossibilità di essere un Paese normale. Potrebbe essere il titolo per questo scorcio di 2016 per l’Iran. A meno di un mese dalle elezioni americane, i contraccolpi politici della nascitura presidenza Trump sembrano arrivare fino a Teheran.

In realtà, il presidente eletto c’entra poco, direttamente.

Il 1° dicembre il Senato Usa ha approvato all’unanimità (99 voti su 99) il rinnovo per dieci anni dell’Iran Sanctions Act (ISA), provvedimento varato per la prima volta nel 1996 per colpire gli investimenti in Iran e sanzionare così il suo programma nucleare. L’ISA ora, per divenire legge, deve avere la firma del presidente in carica, cioè Obama.

Domenica 4 dicembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha presentato in parlamento la proposta di legge di bilancio per il prossimo anno, che in Iran inizia il 21 marzo 2017. Nell’occasione, ha parlato anche della questione sanzioni:

L’Iran non tollererà la violazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015) da parte dei nessuno dei Paesi del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina e Germania, NDR). Il rinnovo delle sanzioni da parte del Senato Usa è un’evidente violazione dell’accordo sul nucleare e avrà una ferma risposta da parte dell’Iran.

Questo passaggio sta provocando turbolenze notevoli nella politica iraniana. I conservatori sottolineano la gravità delle sanzioni per colpire Rouhani e il suo governo. L’obiettivo è dimostrare che l’accordo sul nucleare non è servito a niente ed è stata una totale resa agli Usa. La seduta del majles del 4 dicembre è stata molto turbolenta, con deputati conservatori che interrompevano il discorso di Rouhani scandendo slogan anti americani.

Le presidenziali sono a maggio e questi sviluppi rendono indubbiamente meno semplice la rielezione di Rouhani, nonostante i dati economici presentati in aula siano positivi.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia dell’Iran è cresciuta quest’anno del 4,5 per cento, a fronte dello 0,4 per cento dell’anno scorso. Rouhani ha annunciato un progetto di bilancio di 3.200 miliardi di rial (99,7 miliardi di dollari) , escluse le imprese statali, pari al 9 per cento in più rispetto al piano dell’anno in corso.

Secondo Rouhani, l’obiettivo principale per l’economia del Paese è appunto “mantenere l’attuale tasso di crescita”.

Economia e rispetto degli accordi sul nucleare sono due temi entrambi molto importanti che segneranno l’agenda politica iraniana da qui alle elezioni di maggio.

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Il quotidiano Aftab-e Yazd titola: “Questi giorni difficili”

Il “quasi arresto” del deputato Sadeghi

La settimana politica iraniana è stata scossa da un caso politico/giudiziario. Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi aveva richiesto spiegazioni riguardo 63 conti bancari intestati al capo della magistratura l’Ayatollah Sadegh Larijani nei quali sarebbero depositati ogni anno oltre 64 milioni di fondi pubblici. La magistratura ha negato l’esistenza di questi fondi e ha spiccato un mandato di arresto per Sadeghi, nonostante il deputato goda dell’immunità parlamentare. L’arresto di Sadeghi è stato comunque sventato grazie all’intervento di altri parlamentati, studenti e attivisti che si sono schierati davanti casa sua in segno di solidarietà. La magistratura ha quindi revocato il mandato di arresto.

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Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi

 

Il passato che torna

Negli stessi giorni, Ahmad Montazeri, figlio dell’Ayattolah Hossein Ali Montazeri, uno dei padri della Repubblica islamica (scomparso nel 2009), è stato condannato a sei anni di prigione per aver minacciato la sicurezza nazionale e per aver pubblicato materiale classificato. Alcuni mesi fa, Ahmad Montazeri aveva infatti pubblicato un audio in cui suo padre condannava il massacro  perpetrato nel 1988 nei confronti degli oppositori prigionieri (per lo più mojaheddin e khalq) della Repubblica islamica.

Per quelle critiche, il grande ayatollah, successore designato di Khomeini per il ruolo di Guida, venne inizialmente incarcerato e successivamente messo ai margini della vita politica del Paese.

Frustate al regista

Il 23 novembre Keywan Karimi, regista iraniano di origine curda, è entrato in carcere per scontare una pena di un anno e 223 frustate per aver realizzato un documentario sui graffiti di Teheran intitolato  Writing on the city. Del suo caso abbiamo parlato QUI.
L’anno scorso era stato condannato a 6 anni di carcere e 223 colpi di frusta, pena poi ridotta a un anno, 223 frustate e cinque anni con la condizionale dalla corte d’appello. Al momento del suo ingresso in carcere, Karimi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale per la propria liberazione.

Trump l’oeil

Per mesi si è detto: per capire come andranno le elezioni presidenziali iraniane di maggio, aspettiamo quelle americane di novembre. Ecco qua: il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è il repubblicano Donald Trump.

Tutto il mondo sembra sotto shock o comunque almeno sorpreso da questo risultato. E in Iran? Cosa dicono i politici, i media e le gente comune? Perché un dato va tenuto presente: l’iraniano medio da sempre pone molta attenzione a quello che accade negli States. Con un misto di diffidenza, sospetto, curiosità, pregiudizio o ammirazione a seconda dei casi. Ma quasi mai con indifferenza.

A pochi giorni dal voto, un po’ a sorpresa, la Guida Khamenei aveva espresso in un discorso pubblico un appoggio indiretto a Donald Trump. Criticando entrambi i candidati, la Guida aveva però riconosciuto al repubblicano il merito di incontrare il consenso del popolo, di non essere espressione di una élite.

D’altra parte, non è un mistero che i conservatori iraniani speravano quasi tutti in una sconfitta di Hillary Clinton. Esiste una tradizione decennale in questo senso: da Ronald Reagan in poi, gli iraniani hanno sempre preferito l’approccio poco ideologico e molto pragmatico dei repubblicani alle buone intenzioni dei democratici. Con Carter ci fu la crisi degli ostaggi che fu risolta a tutto vantaggio del candidato repubblicano Reagan, con gli ostaggi che tornavano a casa proprio mentre l’ex attore pronunciava il giuramento a Washington.

Un’eccezione c’è ovviamente stata: quella di George W. Bush, che nel 2002 rispedì al mittente una proposta di accordo lanciata direttamente da Khamenei tramite l’ambasciata svizzera di Teheran (ne parlammo qui). E poi , certo, l’accordo sul nucleare si è raggiunto col democratico Obama alla Casa Bianca e con Rouhani in viale Pasteur. Era una finestra aperta per un periodo limitato ed ora un’anta si è già chiusa.

Resisterà l’accordo alla presidenza Trump? Da candidato, il tycoon ha più volte bollato come “pessimo” quel risultato. Ma è anche vero che se l’asse della sua politica estera è la riconciliazione con la Russia, un atteggiamento per lo meno cauto nei confronti di Teheran sembrerebbe quanto mai opportuno per cercare di arrivare a un compromesso con la Siria.

Hillary Clinton, dal canto suo, non aveva mai sostenuto molto l’accordo con Teheran ed anzi aveva più volte tranquillizzato gli storici alleati arabi sunniti del Golfo circa le intenzioni di Washington di non cambiare i cardini della propria politica in Medio Oriente. Il punto è proprio questo: davvero Trump volterà le spalle alle monarchie sunnite? Sarà importante vedere quale Segretario di Stato sceglierà il neopresidente. Già da questo si potranno fare le prime previsioni.

Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che gli accordi sul nucleare

non possono essere cambiati dalle decisioni di un singolo governo.

Aggiungendo che

i risultati delle elezioni americane non influenzeranno in alcun modo le politiche della Repubblica islamica.

Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif è apparso più preoccupato, appellandosi a Trump affinché sia

consapevole delle dinamiche politiche del Medio Oriente

e ricordando che l’accorso sul nucleare deve essere ancora implementato.

Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha sottolineato come il governo iraniano resterà fedele ai propri impegni qualsiasi cosa accada nei governi delle altre nazioni.

Va ricordato, come sottolineato anche dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, che il JCPOA non sia un accordo a due tra Usa e Iran ma un accordo raggiunto con il Gruppo 5+1 e definito da una risoluzione ONU.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che un presidente degli Usa non possa boicottare un accordo che già adesso stenta a trovare un’applicazione effettiva per via delle ritrosie delle banche europee a sfidare gli ostacoli posti dai colossi finanziari americani. La nuova amministrazione potrebbe puntare a provocare gli iraniani fino a un loro passo indietro dall’accordo.

Sono tutte supposizioni, per ora.

Ironia social dei conservatori iraniani su vittoria #trump che fa traballare l’accordo sul nucleare…

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) in data:


Ali Motahari, vice presidente del parlamento, crede che la vittoria di Trump favorirà l’Iran.

Trump è più onesto della Clinton e le sue posizioni sulla Siria sono buone. Inoltre ha una visione condivisibile sull’Arabia Saudita e ha ottime relazioni con la Russia. Persino la sua opposizione all’accordo nucleare non è pericolosa, perché in pratica non può fare niente.

Molto diverso il giudizio dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente e attualmente a capo del Consiglio per il Discernimento:

Trump è un soggetto pericoloso, privo di principi ed incline a violare regole e accordi.

 

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Etemad: Il mondo preoccupato dell’America di Trump

 

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Hamshahri: Gli americani ancora una volta contro l’America

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Kayhan: Trump presidente Usa. La vittoria di un pazzo su una bugiarda

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Shargh: Tempesta Trump

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Vatan-e Emruz: House of Cards

Secondo Ahmad Bakhshayesh, ex deputato iraniano, non esiste un reale pericolo per l’accordo sul nucleare. Le parole di Trump in campagna elettorale sarebbero di pura facciata, per colpire i democratici.

Come – ha aggiunto – i principalisti che da noi criticano il governo Rouhani qualsiasi cosa faccia.

Se ne riparlerà tra un paio di mesi, quando Trump entrerà in carica con il proprio Segretario di Stato.

 

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Cosa succede a Teheran?

Dopo giorni di speculazioni e smentite, il 20 ottobre è arrivata la notizia ufficiale: tre ministri del governo di Hassan Rouhani si sono dimessi. Si tratta del ministro della Cultura Ali Jannati (Cultura), del ministro dello Sport Mahmoud Goudarzi e del ministro dell’Istruzione Ali Asghar Fani. Al loro posto Rouhani ha designato rispettivamente Seyyed Abbas Salehi alla Cultura, Nasrollah Sajjadi allo Sport e Seyyed Mohammad Bathaei all’Istruzione.

Ufficialmente, i tre si sono dimessi volontariamente, ma sembra evidente che le pressioni dei conservatori, a pochi mesi dalle presidenziali (19 maggio 2017) abbiano spinto il presidente Rouhani a privarsi di elementi politicamente “scomodi”.

In particolare, colpisce la rinuncia di Jannati. O, meglio, la rinuncia di Rouhani a Jannati. L’ormai ex ministro della Cultura sarebbe dovuto, tra l’altro, essere a Roma proprio il 20 ottobre per presentare la mostra sui capolavori nascosti del Museo d’arte contemporanea di Teheran, in programma dal marzo prossimo al Maxxi.

Secondo il quotidiano riformista Shargh, le dimissioni di Jannati sarebbero state volute dai “livelli supremi”, insoddisfatti delle sue politiche. Un evidente riferimento alla Guida Khamenei. Nella sua lettera di dimissioni, Jannati scrive di

non essere più in grado di continuare a svolgere il proprio lavoro. Desidero che il governo prosegua il proprio lavoro in campo culturale in una situazione calma e priva di tensioni.

Goudarzi, ministro dello Sport, sarebbe stato fatto fuori in seguito alle lamentele presentate dai grandi ayatollah di Qom al capo staff di Rouhani Mohammad Nahavandian. In particolare, le critiche avrebbero riguardato le politiche giovanili.

Dei tre ministri, Fani sarebbe stato quello più restio a lasciare l’incarico. Il quotidiano ultraconservatore Kayhan ha ironizzato su questo atteggiamento titolando: “Fani: pronto a continuare a collaborare col governo. Rouhani: accettiamo le sue dimissioni”.

I nuovi ministri dovranno ora ricevere il voto di fiducia del parlamento. L’esito positivo sembra scontato, visto che il governo può contare su una maggioranza piuttosto solida.

Tuttavia, non sono mancate critiche da tutti i fronti. Per molti conservatori, come Mohammad Reza Bahonar, questo “rimpasto è tardivo e inadeguato, perché ci sarebbero altri ministri da cambiare”.

Mentre i riformisti vedono in questa mossa una resa di Rouhani ai conservatori.

E’ significativo che il rimpasto abbia riguardato ministeri non economici, quando proprio l’economia è il tasto dolente dell’attuale situazione iraniana e del governo Rouhani in particolare.

Ma sulla cultura e sull’educazione si gioca una partita fondamentale per l’identità della Repubblica islamica.

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La prima pagina di Aftab-e Yazd

 

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La prima pagina di Shargh

Aggiornamento 1 novembre – Ok a nuovi ministri dal parlamento

Via libera dal parlamento della Repubblica Islamica ai tre nuovi ministri designati dal presidente Hassan Rouhani. Masoud Soltanifar (193 favorevoli, 72 contrari e 9 astenuti) va al dicastero dello Sport e dei Giovani; al ministero della cultura e dell’orientamento islamico va Seyyed Reza Salehi Amiri (180 favorevoli, 89 contrari e 6 astenuti) mentre la Scuola va a Fakhreddin Ahmadi Danesh Ashtiani (157 favorevoli, 111 contrari e 6 astenuti).

 

Investimenti petroliferi in Iran

Il consiglio di gabinetto della Repubblica islamica ha approvato – dopo mesi di gestazione – il nuovo modello contrattuale per gli investimenti petroliferi in Iran. Si tratta di una misura molto attesa dalle compagnie energetiche internazionali, come Eni e Total, che avevano ancorato la possibilità di tornare ad investire nel paese dopo la sigla degli accordi sul nucleare degli ayatollah di Vienna ma solo a fronte di un cambio nel paradigma giuridico ed economico legato allo sfruttamento delle risorse energetiche iraniane.

In passato l’Iran aveva cercato di attirare gli investimenti stranieri nei giacimenti di petrolio e gas adottando un contratto sul modello “buy back”, della durata massima di 5 anni, per l’esplorazione e sviluppo di giacimenti che in sostanza consentiva alle compagnie di esplorare e sviluppare un giacimento petrolifero o di gas per poi consegnarlo alla compagnia di stato, la National Iranian Oil Company (Nioc) che avrebbe rimborsato i costi di sviluppo con il ricavato della produzione ad un tasso di rendimento fino al 17 per cento. Tuttavia il modello “buy back” non prevedeva il rimborso per lo sforamento dei costi in fase progettuale e dei rischi di esplorazione.

Continua a leggere su: http://formiche.net/2016/08/04/eni-total-contratti-iran

 

 

Larijani ancora Larijani

Larijani ancora Larijani. Nel ruolo di presidente del majles, il parlamento iraniano, rimane ancora lui per la terza volta di seguito, primo caso nella storia della Repubblica islamica. Ali Larijani è stato infatti eletto con 173 voti mentre il riformista Mohammad Reza Aref si è fermato a 103 voti.

Risultato tutt’altro che scontato, tanto che il deputato riformista Mostafa Kavakebian ha gridato al complotto: almeno 50 parlamentari affiliati alla “Lista della speranza”, di orientamento riformista e pro Rouhani, avrebbero votato per Larijani e non per Aref.

Quindi? Tradimento? Vittoria dei conservatori? Sconfitta del presidente Rouhani?

Probabilmente nulla di tutto questo.

Non va innanzitutto dimenticato che Larijani è sì un conservatore, ma ha sostenuto Rouhani e da presidente del parlamento ha appoggiato con convinzione l’accordo sul nucleare. E alle ultime elezioni si è presentato come indipendente nel distretto di Qom. Quindi la sconfitta di Aref è una sconfitta dei riformisti, non di Rouhani, che riformista non è mai stato.

Oltretutto, la vicinanza di Larijani e della sua famiglia alla Guida Khamenei è una garanzia di continuità per il presidente della Repubblica islamica. Ad un anno esatto dal voto per le presidenziali, per Rouhani è importante non cercare lo scontro con i conservatori ma cercare la più ampia convergenza possibile tra le forze in campo.

Per dirla con il cancellerie Ferrer dei Promessi sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

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Asrar titola: La presidenza del parlamento non è cambiata

 

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Per Farhikhtegan “Rouhani è il vincitore delle votazioni per la presidenza del majles”

Il vecchio che avanza

Mai dare nulla per scontato quando si parla di politica in Iran. L’Assemblea degli Esperti eletta lo scorso 26 febbraio ha scelto il proprio presidente: è l’ayatollah conservatore Ahmad Jannati, 90 anni, già a capo del Consiglio dei Guardiani.

Risultato decisamente sorprendente: i media iraniani davano per favorito l’Ayatollah Ebrahim Amini ritenuto vicino alla coalizione moderata guidata da Rafsanjani. E invece no: Amini è arrivato secondo con 21 voti. Jannati ne ha ottenuti 51.  Mahmoud Hashemi Shahroudi è arrivato terzo con 13 voti. Mohammad Ali Movahedi-KermaniShahroudi sono stati scelti come primo e secondo vice.

Il vero colpo di scena è l’eclissi dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, primo degli eletti di Teheran a febbraio e apparentemente vero decision maker della coalizione moderato-riformista. Quel voto – vale la pena ricordarlo – ha decretato l’esclusione dall’Assemblea di due ayatallah ultraconservatori come Mohammad Yazdi e Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi, mentre lo stesso Jannati era stato eletto per il rotto della cuffia, sedicesimo su sedici.

Eppure, lo stesso Rafsanjani, in un’intervista al quotidiano Aftab-e Yazd aveva fatto pochi giorni fa un clamoroso passo indietro, dichiarando “non necessaria” una sua candidatura a presidente dell’Assemblea degli Esperti. Lo stesso kuseh, a voto concluso, si è dichiarato soddisfatto della scelta dell’Assemblea.

Che significa?

Guardiamo le cose in prospettiva. Jannati ha 90 anni, il suo incarico da presidente ne dura due. Questa Assemblea sarà in carica fino al 2024. A meno di clamorosi colpi di scena, la prossima Guida non sarà scelta in questi due anni. Khamenei sarà anche malato e non giovanissimo, ma sembra perfettamente lucido e assolutamente in controllo del quadro politico del Paese.

E allora?

Probabilmente il fronte guidato da Rafsanjani e Rouhani ha optato per una campagna di lungo corso. Oggi i conservatori spingono per dare un segno di continuità col passato, non vogliono mollare la presa. Jannati è stato sempre contrario all’accordo sul nucleare e alle apertura all’Occidente. La sua scelta pare quindi una garanzia di conservazione, di non cedimento.

Il muro contro muro tra le anime della Repubblica islamica è evitato, almeno per ora. L’Assemblea avrà otto anni per prendere decisioni ben più pesanti e durature.

 

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Il quotidiano Kayhan parla della scelta di Jannati come di un dito nell’occhio degli inglesi

 

Più donne che mullah

Il secondo turno delle elezioni parlamentari consegna all’Iran un majles con diverse novità. Andiamo con ordine. Ricordiamo che si votava per assegnare 69 seggi, nei collegi in cui nessun candidato aveva ottenuto almeno il 25% al primo turno. Secondo il Ministero degli Interni, l’affluenza è stata del 59% degli aventi diritto, più o meno la stessa percentuale registrata a febbraio.

In Iran l’affiliazione dei singoli deputati non è mai chiarissima e questo genera sempre una certa confusione nell’analisi del voto. Va detto che la “Lista della speranza”, l’alleanza tra moderati e riformisti che sostiene il presidente Rouhani, ha ottenuto almeno 131 seggi contro i 124 dei conservatori. Secondo l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, sarebbero invece in maggioranza i conservatori, 126 a 112. Ago della bilancia, saranno gli 85 indipendenti.

Al di là del confronto tra gli schieramenti politici, queste elezioni segnano due record: il numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica (17) e il numero più basso di religiosi eletti (16). Nel nuovo majles, ci saranno dunque più donne che religiosi. 

Nel parlamento uscente, le deputate erano solo 9, tutte conservatrici.

E un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Da questo punto di vista, la “democrazia in Iran” (le virgolette non sono esornative..) e le sue manifestazioni più esplicite (elezioni, campagne elettorali, affluenza alle urne) offrono sempre spunti di riflessione interessanti.

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Arman-e Emruz: Completato con la speranza il poema epico primaverile 

Le 17 nuove deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento dopo una competizione elettorale durissima.

Sarà poi un parlamento quasi completamente nuovo: il 75% dei deputati non era infatti presente nel majles uscente.

Ballottaggi & sussidi

Fermi tutti, in Iran si rivota. Non ovunque, ovviamente. Ma devono ancora essere assegnati 68 seggi su 290, che non sono proprio pochi. I ballottaggi non riguardano la città di Teheran che il 26 febbraio ha premiato la coalizione moderata. Sia la Guida Khamenei sia il presidente Rouhani hanno ricordato agli iraniani l’importanza di questo secondo turno, cercando di limitare un astensionismo che si preannuncia alto.

La campagna elettorale per i ballottaggi si è svolta senza sussulti, ma con un buon livello di partecipazione agli eventi della coalizione moderato-riformista. L’ex vicepresidente di Khatami, Mohammad Reza Aref , è stato molto attivo in questo senso.

In attesa dell’ultimo atto di questa tornata elettorale, la situazione nel Paese sembra in stallo, sotto diversi punti di vista.

Polizia religiosa e reporter in carcere

Con l’arrivo dell’estate, aumentano i controlli della polizia religiosa sull’abbigliamento delle donne nelle grandi città. E non è una novità.

Un tribunale rivoluzionario ha condannato tre giornalisti (due uomini e una donna) a lunghe pene detentive. Neanche questa è una novità. Si tratta di reporter di giornali e riviste su posizioni filo governative. Afarin Chitsaz, del quotidiano ufficiale del governo, Iran, ha avuto dieci anni. Ehsan Mazandarani, direttore del quotidiano Farhikhtegan, sette. Saman Safarzaee, del mensile Andisheh Pouya, cinque. Gli avvocati hanno annunciato il ricorso in appello.

La rimozione delle sanzioni

A livello politico – e di riflesso economico – tiene banco la questione della effettiva rimozione delle sanzioni. Il punto dolente è l’effettivo rientro dell’Iran nel circuito finanziario internazionale. Gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per scoraggiare le proprie banche e quelle europee dall’intervenire in Iran. Per cui, formalmente, oggi la Repubblica islamica si apre al mercato mondiale, ma in pratica rimane isolata per mancanza di flussi finanziari indispensabili per i grandi investimenti. Il 15 aprile il governatore della Banca centrale dell’Iran Valiollah Seif si è recato a Washington per partecipare a un vertice della Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. A detta dello stesso Seif, dall’implementazione degli Accordi sul nucleare (JCPOA)di tre mesi fa, non è successo “quasi nulla”. Lo stallo dà fiato ai conservatori che continuano a criticare l’amministrazione Rouhani per essersi “arresa” agli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio.

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Kayhan: In che lingua dobbiamo ancora dire che gli Stati Uniti sono inaffidabili?

Il taglio dei sussidi

Ma la situazione davvero esplosiva è quella legata al taglio dei sussidi. Su proposta del deputato conservatore Ahmad Tavakoli (non rieletto) il parlamento uscente ha votato una legge che obbliga il governo a fermare – tra settembre 2016 e marzo 2017 – i sussidi che attualmente vengono versati a un terzo della popolazione iraniana.

Il sistema dei sussidi così strutturato nacque nel 2010 sotto la presidenza Ahmadinejad. All’inizio si chiedeva una dichiarazione dei redditi per ricevere 455.000 rial (15 dollari) al mese a persona. Il Centro Statistico nazionale ha diviso la popolazione in sette fasce di reddito, in modo che sono le famiglie davvero bisognose ricevessero il sussidio. Ahmadinejad però si oppose e fece distribuire equamente i sussidi a tutti i cittadini iraniani. Alcuni la definirono la riforma più populistica della storia iraniana. Sicuramente gravò sulle casse dello Stato e generò inflazione.
Va detto che all’epoca il petrolio – sul cui export si basa il bilancio dello Stato iraniano – era sui 120 dollari al barile.  Il calo del prezzo del greggio e le sanzioni internazionali hanno poi obbligato l’attuale presidente Rouhani, eletto nel giugno 2013, a rivedere la politica dei sussidi, senza però mai arrivare a ipotizzare un taglio drastico. Già dallo scorso 18 marzo, ultimo giorno dell’anno persiano 1394, oltre 3 milioni di iraniani si sono visti togliere i sussidi. In pratica, il parlamento ha deciso di tagliare il sussidio alle famiglie che guadagnano più di 350 milioni (11.500 dollari) l’anno. 
Questa decisione può essere letta come un atto di rigore economico. Ma è anche una bomba sociale a scoppio ritardato che il parlamento uscente lascia al governo Rouhani. Tra l’altro, questo stesso majles, prima di lasciare, rivedrà il budget per il 1395 e il sesto Piano quinquennale di sviluppo. C’è quindi la possibilità di altri “regali” da parte dei conservatori al moderato Rouhani.
A giugno 2017, è bene ricordarlo, si vota di nuovo per le presidenziali.

Renzi a Teheran

La Storia sa essere davvero curiosa. Era il 28 novembre 2012 e i due candidati alla segreteria del Partito Democratico, Luigi Bersani e Matteo Renzi, si affrontavano in un confronto televisivo in diretta su Rai Uno, moderato da Monica Maggioni.

Quasi alla fine arriva la domanda: “L’Italia rispetto allo scenario internazionale. Quali sono le questioni più urgenti?”.

Bersani: “Il punto di fondo è il problema israelo-palestinese. Ci sono due popoli, uno insicuro e l’altro umiliato, che non riescono a parlarsi. L’Europa deve fare la sua parte, gli Usa si sono allontanati. Domani all’Onu si vota sulla richiesta di Abu Mazen – ha detto Bersani – vedo che nel governo italiano c’è qualche titubanza. Noi dobbiamo votare sì, altrimenti avrà sempre ragione Hamas, non possiamo isolare Abu Mazen”.

Renzi: “Non sono d’accordo sul dare centralità assoluta al conflitto fra Israele e Palestina. Per me la madre di tutte le battaglie è la questione iraniana. Il voto di domani all’Onu poi, nasce da una serie di contraddizioni interne ai palestinesi”.

ARMAN EMRUZ

La primavera di Roma a Teheran

Ironia della Storia, tre anni e mezzo dopo è il governo Renzi a compiere uno storico riavvicinamento alla Repubblica islamica. Certo, l’operazione è figlia di una generale distensione seguita all’accordo sul nucleare del luglio 2015, ma va dato atto al governo italiano di aver saputo compiere finalmente una mossa di politica estera degna di questo nome. Tra la visita di Rouhani a Roma dello scorso gennaio e quella di Renzi ad aprile, si è rinsaldato un legame storico, culturale e commerciale, che si era molto indebolito negli ultimi anni, a causa principalmente di un totale appiattimento  delle posizioni di Roma sulla linea di Washington.

 

In questo momento, invece, gli accordi tra Italia e Iran (si parla di un valore complessivo di 3 miliardi di euro per i prossimi due anni) hanno anche un significato prettamente politico.

Come sottolineato da Nicola Pedde,

il vero nodo da sciogliere per lo sviluppo delle promettenti relazioni economiche con l’Iran ruota infatti intorno alla scarsa cooperazione sinora offerta dai principali istituti di credito internazionali nel sostenere lo sforzo delle imprese che intendono investire nella Repubblica Islamica.

L’Iran denuncia a gran voce l’ingerenza degli Stati Uniti nello scoraggiare le banche europee dall’intervenire in Iran, facendo presente i rischi connessi alla violazione delle sanzioni primarie tuttora in vigore ed imponendo l’adozione di complesse due diligence per verificare l’assenza di enti e individui inseriti nelle liste nominative abbinate alle disposizioni sanzionatorie.

Solo ieri il Segretario del Tesoro USA Jacob Lew aveva ribadito come gli Stati Uniti non consentiranno alcun accesso al sistema finanziario americano nell’ambito delle pur possibili operazioni con l’Iran, fugando in tal modo ogni possibile dubbio circa la possibilità di poter gestire contratti in dollari nell’ambito della ripresa delle relazioni economiche con Tehran.

I maggiori problemi saranno quindi connessi alle transazioni quotate in dollari, come ad esempio quelle petrolifere, e alla gestione dei grandi flussi finanziari necessari per dare avvio agli investimenti richiesti dalle aziende europee.

Secondo Tehran, tuttavia, le pressioni esercitate dal Tesoro degli Stati Uniti si sono spinte sino a ventilare l’ipotesi di possibili ritorsioni per quegli istituti di credito che – in considerazione delle dimensioni – possono essere penalizzati nei loro interessi connessi al sistema finanziario americano.

(…)

La scelta di Matteo Renzi di recarsi in Iran prima di qualsiasi altro leader europeo è senz’altro vincente, e riuscirà con ogni probabilità a dare ulteriore impulso al conseguimento di quel ruolo che l’Italia ha sempre voluto svolgere nel paese e che è riuscita in passato a conquistare solo in parte, in conseguenza della propria inerzia ma anche della manifesta opposizione di alcuni importanti partner europei, tra cui in particolar modo la Gran Bretagna, la Germania e la Francia.

 

I media iraniani, di tutte le tendenze politiche, hanno dato ampio spazio alla visita di Renzi. Arman Emruz accoglie la “primavera di Roma a Teheran”, Etemad parla di “risate post accordo” e persino Kayhan, organo della Guida, mette in prima pagina la foto di Renzi con Khamenei sottolineando la necessità dei Paesi europei di smarcarsi dalle politiche statunitensi.

Etemaad

Risate post JPCOA

In conclusione, possiamo dire che questo riavvicinamento rappresenta per il nostro Paese una grande opportunità, non solo economica, di provare finalmente a ricostruire un proprio ruolo autonomo in Medio Oriente.

La primavera dello scontento

Mercoledì 30 marzo il presidente iraniano Hassan Rouhani si sarebbe dovuto recare in visita ufficiale in Austria, ma il viaggio è stato cancellato all’ultimo momento. Secondo Vienna, sarebbero stati “motivi di sicurezza” a consigliare il dietrofront. Visto il clima generale di tensione, in Europa e in Medio Oriente, come spiegazione è ampiamente plausibile. Inoltre, se riavvolgiamo il nastro degli ultimi mesi, possiamo notare alcune strane “coincidenze”. La strage di Parigi del 13 novembre 2015 avviene a 48 ore dal previsto arrivo di Rouhani (viaggio poi annullato). L’eccidio di Lahore segue di poche ore la visita del presidente iraniano in Pakistan. Non ci sono prove che dietro ci sia una strategia, ma è comunque un dato di fatto che il nuovo protagonismo iraniano non sia gradito all’internazionale del terrore riconducibile in vario modo a Daesh e ai suoi sponsor politici.

Detto questo, alla base dell’annullamento del viaggio probabilmente ci sono soprattutto questioni interne. L’agenzia Fars sostiene che il presidente ha rinviato la visita in Austria per

creare condizioni migliori prima di arrivare ad accordi già annunciati tra i due Paesi.

Tradotto: c’è una lotta politica interna molto accesa, a Teheran. La Guida, nemmeno troppo velatamente, sta dicendo a Rouhani di rallentare nella corsa agli accordi.  Nel discorso per il nuovo anno persiano, Khamenei ha accusato gli Usa di non rispettare l’accordo sul nucleare e ha indirettamente criticato Rouhani sostenendo la necessità, per l’Iran, di una “economia di resistenza” per essere autosufficiente.

L’accusa mossa dai conservatori di stringere accordi troppo sbilanciati a favore degli occidentali cela anche un timore molto più prosaico: gli ambienti legati ai pasdaran hanno goduto, negli anni dell’isolamento, di posizioni economiche di vantaggio che potrebbero perdere con l’ingresso nel Paese di investitori stranieri.

Rouhani da qualche mese sostiene la necessità di un secondo Barjam. Barjam è l’acronimo in persiano del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), cioè l’accordo sul nucleare stipulato il 14 luglio 2015. Il presidente iraniano vorrebbe un patto interno  tra le diverse fazioni politiche in modo da rilanciare l’economia. E’ abbastanza naturale che chi governa invochi il dialogo e la riconciliazione, mentre chi è all’opposizione punti a dare voce allo scontento. Che non manca, ovviamente, perché la ripresa, per i cittadini iraniani, tarda a essere così visibile. Il governo – va precisato – non ha ancora presentato in parlamento il budget per il 1395.

Il tutto rimbalza sulle questioni più politiche. I test missilistici condotti da Teheran nella prima settimana del 1395 (anno persiano) hanno generato polemiche e preoccupazioni. Teheran – e anche Mosca – hanno precisato che non violano assolutamente il JCPOA.

In un discorso ufficiale, Khamenei ha ribadito questi concetti, sintetizzati poi in un tweet:

La Repubblica Islamica deve usare tutti i mezzi. Io sostengo il dialogo politico nei temi globali, ma non con tutti, Questa è l’era sia dei missili sia del dialogo.

 

 

Chi ha vinto le elezioni?

Piccolo pensiero cattivo: il forte sospetto è che per almeno due giorni molti “osservatori” (italiani e no, ma comunque non iraniani) hanno commentato le elezioni iraniane senza conoscere la legge elettorale. Solo così si può spiegare la grande confusione sull’esito della doppia (Parlamento e Assemblea degli Esperti) tornata elettorale. L’affluenza sarebbe stata alta (tra il 58% e il 62%) ma non altissima, se consideriamo che alle presidenziali del 2013 aveva votato oltre il 70% degli aventi diritto. Altro elemento fuorviante: l’aggettivo “riformista” imposto d’ufficio dai media occidentali alla coalizione pro Rouhani.

Quali riformisti?

Rouhani, lo ricordiamo per l’ennesima volta, non è un riformista ma un conservatore pragmatico, un moderato. Il suo governo è retto da una coalizione piuttosto eterogenea, così come la “Lista della speranza”, capeggiata sì da un vero riformista come Aref, a suo tempo vicepresidente di Khatami, ma al cui interno ha trovato spazio un autentico conservatore come Motahari, favorevole a Rouhani e all’accordo sul nucleare, ma assolutamente intransigente su altri temi, quali le politiche culturali o il controllo dell’abbigliamento delle donne. I veri riformisti hanno trovato pochissimo spazio in queste elezioni, cassati quasi in blocco dal Consiglio dei Guardiani.

C’è poi un altro aspetto da considerare. I partiti politici in Iran sono identità fluide, simili più a comitati elettorali che ad apparati ideologici. E’ molto importante la figura del singolo candidato, che cura e rappresenta il proprio elettorato e che, una volta eletto, agisce indipendentemente da ordini di scuderia. Si spiega così anche il successo dei cosiddetti indipendenti, soprattutto nelle province più remote. Lo speaker del parlamento uscente, Ali Larijani, ha tutta una storia politica da conservatore e in passato è stato anche molto vicino all’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, salvo poi allontanarsi e divenire un suo grande rivale. Larijani ha giocato un ruolo fondamentale all’indomani dell’accordo sul nucleare, quando il governo di Rouhani aveva assolutamente bisogno che il parlamento ratificasse l’intesa raggiunta col gruppo 5+1 il 14 luglio 2015. Il fronte conservatore ha tentato fino all’ultimo di convincere Larijani a rintrare “alla base” e di candidarsi con loro. Ma lui è sceso in campo come indipendente  nel collegio di Qom, deciso comunque ad appoggiare poi in parlamento il presidente in carica.

Premesso questo, chi ha vinto le elezioni?

Teheran non è l’Iran

La lista pro Rouhani ha stravinto a Teheran, conquistando tutti e 30 i seggi in palio. Un autentico trionfo, su questo non c’è dubbio. Il più votato è stato proprio il già citato Aref, mentre Haddad Adel, capolista della lista dei principalisti (osulgarayan) e strettissimo collaboratore della Guida Khamenei, non è stato nemmeno eletto. Un risultato clamoroso, determinato anche da un’affluenza massiccia. Teheran conta moltissimo negli equilibri politici ed economici del Paese, ma l’Iran contiene anche altre realtà diversissime. E’ perciò un errore concentrare le attenzioni e le analisi solo su quanto accade nella megalopoli.

I seggi in parlamento

I risultati del primo turno sono i seguenti: i principalisti (conservatori) hanno 64 seggi; i moderati (pro Rouhani) 80; gli indipendenti 73, mentre 69 seggi saranno assegnati col ballottaggio il 29 aprile. Ricordiamo  che 5 seggi sono assegnati alle minoranze religiose.

risultati majles

I conservatori mantengono la maggioranza in parlamento, ma la loro leadership esce ammaccata, sia nel confronto sul majles sia in quello per l’Assemblea degli Esperti.

Un elemento di novità: le donne  nel majles saranno almeno 15, altre 5 andranno al ballottaggio. Si tratta del record di presenze dal 1979.

Altro elemento non banale: per la prima volta da quando sono agli arresti domiciliari (febbraio 2011) Mousavi e Karroubi – candidati alle elezioni 2009 e leader della cosiddetta “Onda Verde” – hanno votato, grazie a un “seggio mobile”. La notizia è stata confermata dal ministero degli Interni. Il gesto potrebbe essere interpretato come un primo passo verso una loro “riabilitazione” politica. Staremo a vedere.

Di sicuro, una maggiore collaborazione tra presidente e parlamento porterà a un “grande centro” su cui si baserà l’equilibrio politico iraniano fino alle presidenziali del 2017.

Assemblea degli Esperti

Qui si giocava forse la partita più importante e qui Rouhani ha ottenuto il risultato migliore. O, meglio, lo ha ottenuto Rafsanjani, che ha ottenuto 52 seggi su 88. Perché pur non avendo la maggioranza, ha imposto una seria battuta d’arresto all’asse ultraconservatore, formato da Yazdi, Jannati e Mesbah Yazdi. A Teheran, 15 seggi su 16 sono andati alla lista moderata-riformista. Non sono stati eletti né Yazdi né Mesbah Yazdi. L’89enne Jannati ce l’ha fatta per il rotto della cuffia.

assemblea esperti

Pasdaran=conservatori?

Altro abbaglio piuttosto frequente. La politica iraniana non è, come la dipingono i media occidentali, divisa tra bravi riformisti e conservatori cattivoni. E persino i “famigerati” pasdaran non sono un blocco monolitico, a difesa sempre e comunque dei conservatori. Una riprova? Il leggendario Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, ha pubblicamente dichiarato il proprio sostegno al già citato Ali Larijani, e quindi, indirettamente, a Rouhani. A urne chiuse e a spoglio già avviato, i pasdaran si sono pubblicamente congratulati col popolo iraniano per aver eletto un parlamento

di veri rivoluzionari, fedeli al principio della velayat-e faqih (il ruolo cioè della Guida).

Le reazioni

Tutte positive, a prima vista. La Guida, il presidente e l’intramontabile Rafsanjani hanno tutti espresso soddisfazione per la partecipazione al voto. La Guida ha sottolineato la fiducia nel sistema politico dimostrata attraverso la partecipazione alle elezioni. Nei mesi passati, aveva più volte rimarcato l’importanza di queste elezioni e adesso incassa un indubbio successo.

 

Rafsanjani, in un tweet, ha anche invitato tutti ad accettare l’esito del voto. Un richiamo non banale, quando lo spoglio era ancora in corso.

Un post su Instagram lo ritrae di spalle mentre osserva Teheran. Sui social si è scatenata l’ironia di tante iraniani che vedono nel vecchio kuseh (lo squalo), un eterno boss della politica, vero artefice di tanti trasformismi e svolte della storia della Repubblica islamica.

In conclusione, possiamo affermare che, se posto come un referendum su Rouhani, il presidente incarica lo ha vinto. La fiducia al suo operato è stata nettamente più grande a Teheran, mentre in altri circoscrizioni – da Qom a Mashad e anche a Esfahan – gli elettori hanno premiato chi questo governo lo ha criticato. Ma alla fine, il nuovo parlamento sarà comunque più collaborativo con l’esecutivo, tenderà cioè a convergere al centro. Nella prospettiva più lunga, è significativo quanto accaduto nell’Assemblea degli Esperti, dove sono stati fuori degli autentici pezzi da novanta.

Ha vinto Rouhani, forse ha vinto soprattutto Rafsanjani. Nulla di veramente nuovo, sotto il sole, dunque. Volendo fare una battuta, il vero paradosso per una Repubblica islamica è dover accettare di morire democristiani..

Ma sicuramente le prospettive politiche del Paese cambiano dopo questo voto. E l’anno prossimo, si rivota per le presidenziali.

Più in generale, possiamo affermare che ha vinto l’Iran, inteso come sistema politico. Con buona pace di tanti sepolcri imbiancati, alla fine, ancora una volta, la Repubblica islamica, con tutti suoi limiti, ha ottenuto quella partecipazione al processo politico indispensabile alla sua stessa esistenza.

Da questa considerazione dovremmo ripartire ogni volta che nei prossimi mesi e anni avremo a che fare con questo Paese.

. «رقابت‌ها تمام شد و دوران وحدت و همکاری فرا رسیده است»، . . ______________ احتیاج به هماهنگی مثال زدنی داریم که این انتخابات طلیعه و مقدمه‌ی آن بود. چون هر چه بود و هر چه شد، تمام شد و نباید به مباحث اختلاف‌برانگیز دامن زده شود که دوران پس از انتخابات، دوران تلاش برای ساختن کشور است.

Una foto pubblicata da Ayatollah Hashemi Rafsanjani (@hashemirafsanjani_ir) in data:

Iran Election Day

Dell’importanza delle imminenti elezioni abbiamo già parlato qui. Situazione incredibile se paragonata agli standard italiani: i candidati alle elezioni parlamentari iraniane hanno cominciato la campagna elettorale giovedì 18 febbraio, cioè soli otto giorni prima del voto. E’ una caratteristica della politica della Repubblica islamica: le candidature definitive sono annunciate dal ministero degli Interni a pochi giorni dal voto, dopo una preselezione quasi sempre determinante da parte del Consiglio dei Guardiani.

Questa volta il corpo di 12 membri nominati da Guida Suprema e magistratura ha squalificato il 97% dei candidati riformisti. Inizialmente il setaccio era stato ancora più fitto, con la bocciatura del  60% dei 12.000 aspiranti candidati. Tra questi il 99% dei 3.000 aspiranti candidati riformisti. L’intervento del presidente Rouhani ha permesso il reintegro di alcuni di loro, ma alla fine si tratta di appena 90 nomi.

Qualche numero: i candidati sono circa 6.200, di cui 586 donne. I seggi del majles sono 290. Nel collegio elettorale di Teheran oltre mille candidati corrono per 30 seggi.

A prima vista sembra che non ci sia competizione. L’ala conservatrice della Repubblica islamica ha colpito duramente i moderato-riformisti che possono al massimo aspirare a una esigua minoranza in parlamento. D’altra parte, il riformismo iraniano è di fatto ostaggio di una situazione al limite del surreale. Ancora oggi i riformisti si riconoscono nell’ex presidente Mohammad Khatami, personaggio bandito dai media nazionali da oltre un anno.

Paradossalmente, tuttavia, l’epurazione può rafforzare la prospettiva di un’alleanza tra riformisti e centristi. La minaccia dei “falchi” può infatti risultare determinante per evitare lo spettro dell’astensionismo, storico nemico dei riformisti. Le passate elezioni parlamentari del 2012 vennero infatti contraddistinte da una bassa affluenza, eredità della crisi e della repressione del 2009.

Anche stavolta i due personaggi chiave sono ancora una volta Rouhani e l’ex presidente Rafsanjani, l’eterno “squalo” della politica iraniana. Che a sei giorni dal voto ha dichiarato:

Rouhani aveva soltanto il 3 per cento dei consensi, col mio sostegno ha superato il 50. Adesso lo sostengo nel parlamento.

Spot dei riformisti. Rouhani dice: “Questo non è solo un voto, ma una via”

Per rompere questo asse, i conservatori giocano anche colpi bassi. Il quotidiano Khayan, organo di fatto della Guida, insinua che i due siano i “creatori” di Babak Zanjani, affarista protagonista del più grande scandalo della Repubblica Islamica. (Ne parlammo qui)

 

I blocchi di partenza sono stabiliti. Il riformista Mohammad Reza Aref – ex vicepresidente e candidato nel 2013 ritiratosi in favore di Rouhani – ha costituito una lista di 30 candidati per la circoscrizione di Teheran chiamata “Coalizione dei riformisti e sostenitori del governo”. Ne fa parte anche il deputato conservatore Ali Motahari (bocciato in prima battuta dal Consiglio dei Guardiani), che ha pubblicamente criticato la detenzione ai domiciliari dei leader dell’opposizione Mousavi e Karroubi. Detenzione che dura ormai da cinque anni. Più in generale, i moderato-riformisti sembrano essere stati capaci di mettere da parte le divisioni e puntare all’unità, in modo da convincere gli elettori ad andare alle urne.

Di contro, la lista dei conservatori, nello stesso distretto di Teheran è composta soprattutto da personaggi vicini all’ayatollah ultraconservatore Mohammad Taghi Mesbah Yazdi. Soltanto tre su trenta candidati possono essere ritenuti conservatori “moderati”. Lo speaker del parlamento uscente Ali Larijani ha resistito alle pressioni dei conservatori e si presenta come indipendente. Il ruolo di Larijani è stato molto importante per

Come funziona la legge elettorale

I 290 seggi del parlamento vengono assegnati attraverso un sistema misto di collegi uninominali e collegi plurinominali. I candidati che ottengono almeno il 25% dei voti sono eletti al Majles. Il turno di ballottaggio si tiene nei distretti in cui uno o più seggi non sono stati assegnati al primo turno. Il numero dei candidati che corrono al ballottaggio è dato dal doppio dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio uninominale (ad esempio, due) e una volta e mezzo il numero dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio plurinominale.

Assemblea degli Esperti

Il Consiglio dei Guardiani è intervenuto pesantemente anche sulle elezioni per l’Assemblea degli Esperti: sono state approvate soltanto 166 candidati su 801. La bocciatura più clamorosa è stata quella di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

La Guida Khamenei ha invitato gli iraniani a votare per dare una dimostrazione di forza ai “nemici” del Paese, sostenendo che le critiche al Consiglio dei Guardiani erano frutto delle manovre occulte degli Stati Uniti. Il comandante dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato massima vigilanza contro ogni tentativo di ripetere proteste come quelle dopo le contestate elezioni del 2009.

Campagna elettorale al via
                                                                                      Campagna elettorale al via

Per l’Assemblea degli Esperti il collegio elettorale di gran lunga più importante è quella di Teheran, che assegna 16 seggi su 88. Qui si giocherà la partita più importante di questo round, probabilmente molto più importante anche di tutta la disputa parlamentare.

Secondo Hossein Bastani, analista di BBC Persian, per bloccare la lista degli ultraconservatori, è sufficiente che meno della metà di chi votò per Rouhani nel 2013 voti per la lista dei moderati nel collegio di Teheran.

Ormai, ci siamo.

Ritorno al futuro

La fine è nota. Il cosiddetto “Implementation Day” è arrivato: il 16 gennaio 2016 terminano le sanzioni internazionali imposte all’Iran in merito al suo controverso programma nucleare. Con la presentazione del rapporto dell’AIEA, l’Agenzia nucleare di Vienna, viene certificato l’adempimento da parte iraniana degli impegni assunti con lo storico accordo del 14 luglio 2015. In altre parole, Teheran ha trasferito all’estero l’uranio arricchito, ha ridotto il numero di centrifughe attive e ha rispettato tutta una serie di controlli e limitazioni.

Strane certe coincidenze: il 16 gennaio 1979 l’ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlevi, lasciava il Paese per non farci più ritorno. Di lì a poche settimane la rivoluzione avrebbe trionfato e sarebbe nata la Repubblica islamica.

Le sanzioni sono andate via

Era il 16 gennaio 1979 quando Mohammad Reza Pahlevi scappò dall’Iran. I giornali titolarono “Shah raft”. Con photoshop, la parola “tahrim” (boicottaggio, sanzione) ha preso il posto di “Shah” esattamente 37 anni dopo.

Di questa diatriba lunga quasi 14 anni, si è scritto e detto di tutto. Vale la pena rimarcare un dato: per il presidente Rouhani, oggi è il vero giorno della vittoria. L’accordo del 14 luglio era la premessa alla revoca delle sanzioni ma in questi mesi non è stato sempre tutto semplice e scontato. Ma alla fine il risultato è arrivato. Come scrive su Repubblica l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano,

Ebbene, appare evidente che non siamo di fronte ad un improbabile atto unilaterale di clemenza, ma al risultato di una trattativa fra Teheran e Washington che comporta, in contropartita, la liberazione di alcuni iraniani detenuti negli Stati Uniti. Che il clima dei rapporti fra Iran e Stati Uniti sia cambiato anche al di là della questione nucleare lo avevamo visto anche qualche giorno fa, quando un gruppo di marinai americani, arrestati dopo che erano entrati per un errore di navigazione nelle acque territoriali iraniane, erano stati liberati dopo meno di 24 ore, con un gesto di evidente buona volontà salutato con un caloroso ringraziamento da parte del segretario di Stato Kerry.

 

Rouhani ottiene quello per cui era stato eletto e punta a incassare questo successo politico nelle prossime elezioni del 26 febbraio per il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti. La tornata elettorale non sarà comunque una passeggiata. Se le sanzioni non fossero state tolte, sarebbe stata dura per il fronte moderato riformista ottenere la fiducia dell’elettorato. Lo stesso 17 gennaio Rouhani ha presentato in parlamento la bozza di bilancio per il prossimo anno fiscale. Sia lui che Zarif sono stati accolti molto calorosamente dall’Aula. Oggi il successo è innegabile.

E adesso?

Sorge però un dubbio: Rouhani ha ottenuto l’obiettivo principale per cui si era candidato quasi tre anni fa. Adesso però cosa vuole davvero? Rouhani, vale la pena ricordarlo, non è un riformista ma un moderato, a capo di una coalizione composita. L’obiettivo del suo progetto politico era portare l’Iran fuori dall’isolamento internazionale, condizione essenziale per uscire dalla crisi economica.

Adesso le prospettive sono sicuramente migliori: 100 miliardi di dollari congelati nelle banche straniere torneranno nel Paese. Ci saranno novità concrete anche molto presto: il consorzio europeo Airbus potrà infatti consegnare a Teheran 114 aerei destinati all’aviazione civile e arginare l’annoso problema della scarsa sicurezza dei voli interni, provocata dal mancato accesso al mercato dei ricambi.

Ma la situazione potrebbe anche essere inquadrata da un altro punto di vista: esaurito il suo compito principale, Rouhani potrebbe anche essere arrivato al capolinea. Le aspettative degli iraniani potrebbero anche essere sempre crescenti, nel campo dei diritti civili, ad esempio. Ma bisogna vedere quanto il sistema sia disposto a concedere e fin dove lui stesso sia intenzionato a spingersi.

Lo scambio di prigionieri

A coronamento dell’accordo, l’Iran ha rilasciato cinque cittadini con la doppia nazionalità, iraniana e statunitense, nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti. Tra loro c’è il giornalista del Washington Post, Jason Rezaian. Gli altri sono il veterano dei Marine Amir Hekmati, il pastore cristiano Saeed Abedini, Nosratollah Khosravi e lo studente Matthew Trevithick. Gli Usa hanno liberato, a loro volta, sette cittadini iraniani e hanno lasciato cadere la segnalazione all’Interpol per la cattura di 14 iraniani coinvolti in casi di presunte violazioni delle sanzioni americane.

Nuove sanzioni Usa

Intanto, il 17 gennaio gli Usa hanno imposto nuove sanzioni legate al programma iraniano per i missili balistici. Nella lista nera sono finiti cinque cittadini iraniani e una rete di imprese basate negli Emirati Arabi e in Cina.

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Il quotidiano riformista Shargh titola “Ora senza sanzioni”

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Per il conservatore Resalat non ci si aspetta nessun miracolo economico

Poco rumore per molto

Il 26 febbraio 2016 in Iran si vota per il parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. Forse mai come questa volta, saranno importanti soprattutto le elezioni per scegliere gli 86 esperti del Majles-e Khobragan Rahbari. In gioco c’è una cosa molto semplice: il futuro della Repubblica islamica. Nel senso che sarà probabilmente l’Assemblea degli Esperti che uscirà dal voto di febbraio a scegliere la prossima Guida. Non è un mistero che l’attuale rahbar Khamenei sia da tempo malato e lui stesso ha più volte lanciato messaggi che avevano il sapore di un testamento politico (ne abbiamo parlato qui).

Il 23 dicembre si sono chiuse le candidature: per il parlamento gli aspiranti candidati sono quasi 12.000. Adesso sarà il Consiglio dei Guardiani a decidere quali di questi 12.000 si potranno effettivamente candidare. Vale la pena ricordare che il Consiglio non è tenuto a rendere pubblico il motivo delle bocciature. A rischio, soprattutto gli esponenti riformisti sospettati di essere in qualche misura legati al movimento dell’Onda Verde del 2009. Quelle elezioni continuano a essere una ferita aperta nella politica iraniana.

Per l’Assemblea degli Esperti si sono candidati “pezzi da novanta” del calibro dell’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanajni e dello stesso presidente in carica Hassan Rouhani. Un’altra candidatura che ha suscitato clamore è quella di Hassan Khomeini, nipote 43enne della prima Guida della Repubblica islamica. Si tratta di un personaggio che sta riscuotendo successo soprattutto dal punto di vista mediatico. In passato ha denunciato l’ingerenza dei militari in politica e si schierò pubblicamente con il candidato dell’Onda Verde Mir Hossein Moussavi nel denunciare i presunti brogli alle elezioni del 2009. Qualcuno ipotizza una sua candidatura a futura Guida, anche se ci sono molti dubbi sulle sua effettiva esperienza religiosa. La Guida, in base alla Costituzione, deve infatti possedere, tra gli altri requisti, anche “competenza scientifica e virtù morali indispensabili per esercitare la funzione di suprema Autorità teologica e per emettere sentenze di diritto religioso”.

Hassan Khomeini

Hassan Khomeini

Per la prossima Assemblea si profilano due schieramenti contrapposti: uno moderato-riformista composto da Rouhani, Rafsanjani e Hassan Khomeini, l’altro, conservatore, composto da Mohammad Yazdi (attuale capo dell’Assemblea), Mohammad-Taqi Mesbah Yazdi e  Ahmad Jannati, attuale capo del Consiglio dei Guardiani.

Secondo qualcuno questa potrebbe essere addirittura l’elezione più importante della Repubblica islamica. Il quotidiano Etemad nei giorni scorsi, riferendosi all’Assemblea degli Esperti, ha infatti titolato “Un altro parlamento”.

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“Un altro parlamento”, titola Etemad rifrendosi alla futura Assemblea degli Esperti

 

L’atmosfera politica è stata scaldata anche dalle recenti affermazioni di Rafsanjani che ha citato, tra le funzioni dell’Assemblea degli Esperti, quello di supervisionare il ruolo del rahbar, avanzando la proposta di creare una sorta di “commissione per la Guida”. Immediate le reazioni di diversi esponenti politici e religiosi, in particolare del capo della magistratura Sadegh Larijani, che ha accusato Rafsanjani di avanzare proposte illegali e incostituzionali.

A Larijani ha risposto in una lettera aperta il deputato Ali Motahari. “Nella Repubblica islamica – ha scritto – tutti sono responsabili del loro operato” e “la gloria di questo sistema sta nel fatto di essere un’istituzione religiosa che non ha favorito il dispotismo”.

Un’altra polemica è nata dopo la mancata messa in onda dell’annunciata intervista televisiva al ministro degli esteri Javad Zarif in Navad (Novanta) la trasmissione calcistica più seguita del Paese. L’intervista era programmata per la sera di Shabe Yalda e avrebbe quindi avuto un grosso seguito di pubblico. La trasmissione è condotta da Adel Ferdosipour, che ha uno stile molto informale e spesso quasi irriverente. Dell’intervista – registrata – erano già state diffuse online delle foto, ma poi è semplicemente sparita.

Ci sono tutti gli elementi per aspettarsi due mesi molto, molto intensi.

 

Da Riad con livore

Se il 2016 sarà davvero l’anno dell’Iran, come ipotizzato da diversi analisti, lo vedremo. Per ora possiamo dire che il nuovo anno è iniziato all’insegna della tensione tra Iran e Arabia Saudita. L’esecuzione da parte delle autorità saudite dell’Ayatollah sciita Nimr Al Nimr – insieme ad altre 47 persone genericamente accusate di “terrorismo” – ha scatenato la protesta degli sciiti del Medio Oriente e, in particolare, degli iraniani. A Teheran una folla di manifestanti ha assaltato l’ambasciata saudita con bombe molotov e sassi, prima di essere dispersa dalla polizia. Proteste altrettanto violente si sono registrate contro il consolato saudita nella città di Mashad.

Per un’analisi come sempre puntuale e completa delle dinamiche che hanno portato a questa crisi e delle possibili ripercussioni geopolitiche, rimando all’articolo di Alberto Negri sul sito del Sole 24 Ore.

Vorrei invece brevemente soffermarmi sulle diverse reazioni all’accaduto. Per semplicità, mi riferisco direttamente alle dichiarazioni manifestate attraverso il web e i social.

Dalla Guida Ali Khamenei, sono arrivate immediatamente parole durissime contro Riad.

Il primo tweet è un invito alla rivolta sciita nel nome del nuovo martire Nimr Al Nimr:

Il risveglio non si può sopprimere

Va ricordato che l’ayatollah giustiziato da Riad, secondo quanto riportato da organizzazione internazionali quali Amnesty International era un leader non violento e non è mai stato provato un suo legame diretto con Teheran. La sua esecuzione, oltre che ingiusta, suona come un atto di sfida, una provocazione abilmente pianificata.

 

Poi Khamenei ci va giù pesante con altri messaggi di fuoco, affermando, tra le altre cose, che

la giustizia divina si abbatterà sui suoi assassini.

Mentre la Guida attacca verbalmente l’Arabia Saudita, il presidente Hassan Rouhani si assume il complicato compito di condannare l’esecuzione di Al Nimr e allo stesso tempo prendere le distanze dall’assalto all’ambasciata di Teheran. Il presidente quindi condanne gli atti commessi “da estremisti che danneggiano l’immagine dell’Iran”. Rouhani parla indirettamente a chi in Iran sta soffiando sul fuoco della crisi, anche per danneggiare il corso di apertura e distensione promosso dal presidente eletto nel 2013.

 

 

French ambassador to U.S. Iranians obliged to react with attack on Saudi embassy Washington Examiner

 

Ma, a parte il dibattito interno che nei prossimi giorni sarà sicuramente ancora più acceso, è interessante notare come a livello internazionale ci siano delle prese di posizione assolutamente inedite. L’ambasciatore francese negli Usa Gerard Araud – in un tweet poi cancellato – ha preso apertamente le parti dell’Iran, scrivendo che

 

l’Iran era obbligato a reagire, Bruciare un’ambasciata è spettacolare, ma non è guerra.

La Francia, ricordiamolo, è stata fino all’ultimo secondo contraria all’accordo sul nucleare con Teheran. Ma una volta raggiunta l’intesa, ha operato un drastico cambio di alleanze in Medio Oriente. Qualcuno ipotizza che proprio questo cambio di strategia, non più filo Arabia Saudita ma più filo Teheran, abbia fatto finire Parigi sotto il mirino degli attentati dell’Isis. Forse si tratta di mere supposizioni, ma resta il fatto che il viaggio in Europa di Rouhani venne annullato in extremis proprio per quegli attentati.

La sera del 3 gennaio, Riad annuncia poi il ritiro del proprio personale diplomatico da Teheran e l’espulsione dei diplomatici iraniani da Riad. La rottura dei rapporti diplomatici è un passo ulteriore verso una crisi molto grave. La rottura dei rapporti diplomatici, tanto per fare un esempio, comporta l’impossibilità per gli iraniani, nel futuro immediato, di svolgere il pellegrinaggio alla Mecca.

Per un approfondimento sulle differenze tra sciiti e sunniti, leggi anche Sciiti. L’Islam della contestazione

Radicalismi, censura, dialogo nei media e nelle società musulmane

Convegno organizzato da Reset-Dialogues on Civilizations nell’ambito del progetto Arab Media Report con il contributo del Ministero degli Affari Esteri.

 

Roma, 27 ottobre 2015
Sala Aldo Moro – Ministero degli Affari Esteri
Piazzale della Farnesina 1

10.00 Saluti di benvenuto

Armando Barucco, Luca Giansanti | Ministero degli Affari Esteri
Giancarlo Bosetti | Reset-DoC
10.15: Apertura dei lavori

Olivier Roy | Istituto Universitario Europeo
La strategia di comunicazione dello “stato islamico”

Sessione 1
ore 10.45-12.00

L’immagine dello “stato islamico” nei media arabi
La prospettiva araba sarà affiancata da una parallela indagine comparativa di quanto avviene nel contesto occidentale.

Fawaz Gerges | The London School of Economics
Differences and similarities: a comparison between Al Qaeda and IS media apparatus

Ursula Lindsey | The Arabist blog
Ridicule and satire, how ISIS targets Western and Arab audiences and the effects on the local societies

Donatella Della Ratta | Università di Copenhagen
L’immagine dello Stato Islamico nei media arabi

Chair: Francesca Corrao | Università LUISS Guido Carli

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Sessione 2
ore 12.15-13.30

L’apparato mediatico iraniano tra la censura del regime e la creatività delle start-up
Lo sviluppo dei social media iraniani, che hanno peraltro accompagnato l’ascesa al potere del presidente Hassan Rouhani, e l’innovazione portata dall’arrivo del 3G e del 4G si scontrano con la censura governativa.

Gholan Khiabany | Goldsmiths, University of London

Antonello Sacchetti | Collaboratore Arab Media Report
Iran’s digital media landscape

Roberto Toscano | Ex ambasciatore a Teheran, collaboratore de La Stampa.

Chair: Azzurra Meringolo | Arab Media Report

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ore 13.30- 14.30
Buffet

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Sessione 3
ore 14.30- 16.00

I media turchi, da campo di battaglia a canale di soft power
La Turchia, paese ponte tra Europa e Oriente, con la produzione soap opera tradotte e diffuse con successo in arabo, è riuscita a presentarsi come una realtà vincente e attraente, anche se nell’ultimo quindicennio, alle aperture pluraliste si accompagnano pressioni minacciose sulla libertà di stampa.

Marco Ansaldo | Giornalista de La Repubblica

Joshua D. Hendrick | Loyola University Maryland
The politicization of Turkey’s domestic media landscape

Mustapha Akyol | Intellettuale e giornalista turco
How Majoritarianism Crushes Media Freedom

Collegamento Skype con
Marwan Kraidy, The Annenberg School for Communication, University of Pennsylvania
“From Neo-Ottoman Cool to Neo-Ottoman Kitsch: The Rise (and Fall?) of Turkey in Arab Media Space.”

Stefano Manservisi  | Capo di Gabinetto dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea-Vice Presidente della Commissione Europea
Turkey in Europe: the door is still open?

Chair: Lea Nocera | Università di Napoli l’Orientale,  collaboratrice Arab Media Report

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L’incontro si terrà in lingua inglese
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È necessario accreditarsi all’indirizzo:
resetmag@tin.it

Iscrizioni aperte fino a esaurimento posti.

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Evento organizzato con un contributo del Ministero degli Affari Esteri

Responsabile del progetto: Giancarlo Bosetti | Direttore Reset-Dialogues on Civilizations
Consulenza scientifica del progetto: Nicola Missaglia
Coordinamento scientifico-editoriale progetto Arab Media Report: Azzurra Meringolo
Relazioni con i relatori: Elisa Gianni
Segreteria amministrativa e organizzativa: Letizia Durante

Download: Radicalismi e Censura MAE 27 ottobre 2015.pdf

L’Iran, di riflesso

Nelle ultime settimane di Iran si è parlato quasi esclusivamente “di riflesso”. Per il massacro dei pellegrini della Mecca (24 settembre) e per gli sviluppi della crisi in Siria. Si tratta di due situazioni in un certo senso parallele, che vedono Teheran confrontarsi a distanza con l’Arabia Saudita. Una guerra fredda che difficilmente troverà una soluzione a breve ma che per il momento non rischia di sfociare in un confronto armato diretto. Troppe le conseguenze, sia per Teheran sia per Riyahd, di un conflitto aperto.

Resta il fatto che il conflitto continua a combattersi a distanza, in Yemen e in Siria. E se il presidente Rouhani insiste sulla necessità di trovare soluzioni diplomatiche alla crisi, dalla Guida Khamenei arrivano parole più minacciose nei confronti dei sauditi.

Khamenei ha anche posto un serio altolà alla possibilità di estendere il dialogo con gli Stati Uniti ad altre questioni. In particolare, durante un discorso del 16 settembre, la Guida ha lanciato dei segnali molto duri contro le “infiltrazioni culturali ed economiche” del nemico. Prontamente rilanciati dal suo staff in due tweet, due affermazioni in particolare ci sembrano significative:

I nemici promettono che l’Iran sarà completamente diverso nel giro di 10 anni; non dobbiamo permettere che nella mente del nemico ci sia spazio per simili intenzioni e idee.

E ancora:

Le infiltrazioni del nemico rappresentano una grande minaccia per l’Iran. Le infiltrazioni economiche e per la sicurezza sono meno importanti di quelle mentali, culturali e politiche.

 

Sembra quasi un testamento politico, molto breve e non paragonabile a quello lasciato da Khomeini nel 1989. Ma il messaggio è chiaramente rivolto all’interno del regime: ora che l’Iran sta per essere “sdoganato”, quanto meno a livello commerciale, non pensate di lasciarvi globalizzare, o farete una brutta fine.

In questo senso vanno lette le chiusure piuttosto dure arrivate negli ultimi giorni da Teheran su altre questioni. Innanzitutto la condanna per spionaggio di Jason Rezaian, capo della redazione del Washington Post a Teheran, in carcere senza un’accusa precisa da oltre un anno. La vicenda è ancora piuttosto confusa: fino a pochi giorni fa trapelava un cauto ottimismo e adesso non si conosce nemmeno l’entità della pena.

Il governo di Teheran ha inoltre annunciato che boicotterà la Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte, dato che il discorso inaugurale sarà tenuto da Salman Rushdie, lo scrittore colpito nel 1989 dalla fatwa di Khomeini che lo condannava a morte per i Versetti satanici, libro ritenuto blasfemo.

Episodi che sembrano stridere con i segnali di apertura provenienti da Teheran negli ultimi mesi.

Al di là di questo, da segnalare che il parlamento iraniano ha approvato un progetto di legge che permetterà al governo di ratificare con urgenza l’accordo nucleare raggiunto tra Teheran e il Gruppo 5+1 lo scorso 14 luglio. Non sono comunque mancati momenti di grande tensione tra parlamentari e rappresentanti del governo, con urla, minacce e colluttazioni.

Secondo una mozione firmata da 75 deputati , l’amministrazione iraniana deve perseguire attivamente la politica sul disarmo nucleare globale. Le visite degli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) dovranno essere effettuate nel quadro delle norme internazionali rispettando la sicurezza nazionale dell’Iran. Il documento richiede inoltre al governo di tutelare al massimo le informazioni militari e di sicurezza del Paese e di proibire assolutamente accesso dell’AIEA ai siti militari .

 

Aggiornamento

Martedì 13 ottobre il parlamento iraniano ha ratificato l’accordo sul nucleare: i voti a favore sono stati 161, i contrari 59 e 13 gli astenuti. La sessione è durata appena 20 minuti.

 

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Perché una rete di impresa Italia-Iran

Il 28 ottobre 2015 sarà presentata a Milano la Rete di Impresa Italia – Iran, creata da H2biz per consentire ai fornitori di posizionarsi in Iran prima che termini l’embargo internazionale.

Luigi De Falco, presidente di H2Biz, ci spiega il progetto in questa breve intervista.

Cosa è una rete di impresa e quali vantaggi che può portare alla singola impresa?
Una rete di impresa è una forma di aggregazione tra aziende che condividono risorse e obiettivi. I vantaggi sono di natura economica (acquisti in comune, incentivi fiscali) e di natura operativa (la rete è più forte del singolo aderente sul mercato, ha maggiore potere contrattuale e può gestire operazioni complesse).

La rete Italia-Iran: come e quando nasce l’idea?
E’ un’idea lunga, partita 2 anni fa. Uno dei punti focali della strategia del Gruppo H2biz è investire sulle aree ad alto tasso di rischio e l’Iran, durante la crisi diplomatica con l’Occidente per la querelle sul nucleare, erano una di queste. Abbiamo aspettato il momento giusto per lanciarla. Momento che è arrivato quando l’Iran ha firmato il primo protocollo di intesa sul nucleare. A quel punto era chiaro che l’embargo aveva i giorni contati e noi eravamo pronti per portare la Rete sul mercato.

Le relazioni commerciali tra Italia e Teheran: quali sono state e quali sono adesso, alla vigilia della fine delle sanzioni?
L’Italia ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Iran, rapporto confermato dai dati della Camera di Commercio Italo-Iraniana: l’interscambio commerciale Italia-Iran ha raggiunto il suo massimo storico (7.097 milioni di euro) nel 2011, dopo la flessione del 2009 dovuta alla crisi economica. La recente visita del Ministro degli Esteri Gentiloni a Teheran ha confermato questa “special relation” tra Italia e Iran. Non dimentichiamo che l’ENI ha un rapporto storico con l’Iran. Insomma, l’Italia è in pole position, un vantaggio che non dobbiamo in alcun modo perdere.

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Luigi De falco, Presidente H2Biz

Cosa può rappresentare la fine dell’isolamento economico dell’Iran per le imprese italiane?
Una grande opportunità commerciale. Un paese di 77 milioni di abitanti posizionato al centro del Golfo Persico che sta per aprirsi al mercato. Non dimentichiamo che l’Iran è ricco di idrocarburi, non è un paese del terzo mondo, quindi ha una capacità di spesa decisamente elevata. Le piccole e medie imprese sono quelle che hanno più da guadagnarci, il mercato iraniano sotto embargo era inaccessibile per gli operatori di piccole dimensioni. Adesso lo è e l’eccellenza del Made in Italy può dire la sua anche in Iran.

Le prime azioni messe in campo dalla rete.
Presenteremo ufficialmente la Rete a Milano il 28 ottobre. Poi voleremo in Iran a metà novembre per siglare i primi accordi di partnership, le cui condizioni sono già state negoziate. Da quel momento la Rete sarà pienamente operativa. Contiamo di cominciare a ricevere le prime commesse per la Rete per gennaio 2016.

Una panoramica sulle imprese italiane che hanno aderito e su quelle iraniane che parteciperanno all’evento del 28 ottobre.
Gli aderenti alla Rete appartengono a 47 settori merceologici, abbiamo dato un taglio inter-settoriale all’operazione convinti che un’offerta vasta e articolata possa essere un vantaggio nell’acquisizione di commesse complesse. Le richieste di adesione alla Rete hanno superato le nostre più rosee aspettative. Abbiamo dovuto porre il limite di 5 aderenti per settore, altrimenti la Rete sarebbe stata ingestibile in fase di start up. Non escludiamo, comunque, di allargare la base di aderenti, magari dopo un anno di operatività. All’evento del 28 ottobre parteciperà una piccola rappresentanza delle controparti iraniane, aziende industriali e di servizi che vengono in Italia per conoscere i loro futuri fornitori. Sono 48 gli operatori iraniani che parteciperanno all’evento.

Aspettative concrete della Rete per il 2016
Il nostro obiettivo per il primo anno sono 100 milioni di euro di commesse per gli aderenti italiani alla Rete. Un obiettivo alla nostra portata, che siamo siamo già riusciti a raggiungere con le missioni imprenditoriali che periodicamente facciamo ogni 3 mesi in altre aree geografiche. Essendo la Rete un’operazione strutturale di lungo termine ci aspettiamo di superare i risultati che normalmente otteniamo con le missioni all’estero.

Le spine di Rouhani

Buone notizie per i sostenitori dell’accordo sul nucleare: Obama ha raggiunto la soglia minima di 34 senatori necessaria per porre il veto a un eventuale legge che cancelli Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA), cioè l’accordo sul nucleare tra Iran e 5+1 raggiunto lo scorso 14 luglio. La Casa Bianca incassa quindi un grande risultato che facilita sicuramente il processo di distensione con l’Iran.

Arrivano segnali interessanti anche da parte iraniana. A New York per un vertice mondiale di tutti gli speaker del parlamento, Ali  Larijani ha parlato in un’intervista ad Al Monitor in modo piuttosto diretto e ha dato un giudizio non entusiastico ma decisamente positivo dell’accordo.

Ha anche rivendicato come sua l’idea di coinvolgere nei negoziati l’ex ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi, laureato in ingegneria nucleare al Massachusetts Institute of Technology e quindi esperto in materia.

Non si sbilancia sulle elezioni parlamentari iraniane di febbraio. Non dice se si candiderà di nuovo e se ambisce a essere ancora presidente dell’Aula. All’ipotesi di un’alleanza tra conservatori pragmatici e riformisti per sostenere il presidente Rouhani, Larijani ha chiosato. “Il signor Rouhani non si candiderà per il parlamento”.

Chi deve decidere?

Giovedì 3 settembre la Guida Khamenei, in un incontro con l’Assemblea degli Esperti, ha ribadito che l’accordo sul nucleare dovrà passare al vaglio del parlamento:

Non dico che i parlamentari debbano approvarlo o bocciarlo. Dico che devono essere loro a decidere. Ho già detto al Presidente che non è nostro interesse non permettere ai nostri legislatori di esaminare l’accordo.

Secondo Rouhani, invece, il Parlamento potrebbe soltanto esprimere un parere, mentre l’approvazione spetterebbe al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

Un’altra occasione di imbarazzo per Rouhani è stata provocato dal ministro degli Interni Abdolreza Rahmani Fazli che ha pubblicamente dichiarato che l’attuale presidente non è nemmeno a metà mandato, visto che “governerà per otto anni”. Una dichiarazione quanto meno incauta, visto che alle elezioni mancano due anni e non è affatto detto che Rouhani verrà confermato. L’agenzia Raja News, conservatrice, ha subito titolato. “Il governo ha già deciso il risultato delle elezioni del 2017”. Fazli è un conservatore legato a Larijani ed è strano che non abbia valutato le possibili ripercussioni delle sue parole.

Il Consiglio dei Guardiani

Il 20 agosto c’era stata un’altra polemica tra lo stesso Rouhani e il capo delle Guardie rivoluzionarie Mohammad Ali Jaffari. Motivo dello scontro: il ruolo del Consiglio dei Guardiani nelle elezioni, che il presidente vorrebbe limitare. Il Consiglio dei Guardiani – ha dichiarato Rouhani – ha un ruolo di supervisione, non di amministrazione. Gli occhi devono guardare, non possono fare il lavoro delle mani”. Per Jaffari, queste parole “mettono in dubbio uno dei pilastri della Rivoluzione islamica e indeboliscono il nostro sistema”.

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Etemad titola: il suggerimento di Rouhani agli Esperti

Grandi manovre

A sei mesi dal voto, alleanze e strategie sono ancora piuttosto vaghe, ma qualcosa si sta muovendo. Sul fronte conservatore è stata annunciata l’alleanza tra Partito della Coalizione islamica, Società dei devoti della Rivoluzione islamica e Fronte della Resistenza. Si tratta di formazioni diverse tra loro, che vanno da un conservatorismo tradizionale, passando per Ahmadinejad fino ad arrivare alle posizioni dell’ultraconservatore Mesbah Yazdi. E’ presto per dire se un’alleanza simile si terrà insieme.

Il 20 agosto una nuova formazione riformista, denominata Unione del Partito Islamico dell’Iran, ha eletto Ali Shakouri-Rad come proprio segretario. Alcuni media hanno riportato che Shakouri-Rad sarebbe stato arrestato subito dopo aver tenuto una conferenza stampa in cui annunciava l’unità dei riformisti per il prossimo voto. Secondo altre fonti, il neo segretario sarebbe stato semplicemente “interrogato su alcune questioni”.

L’oro di Teheran

Rial Iran

Si parla tanto di nuove opportunità di investimento in Iran. Ma come e su cosa investire? Quando si parla di economia iraniana, bisogna innanzitutto fare delle precisazioni riguardo al settore petrolifero. Il greggio, si sa, è la principale risorsa economica del Paese, quella su cui si basa l’intero bilancio statale. E quando si parla di investimenti in Iran, il pensiero va immediatamente al settore petrolifero e a quello del gas, che sono però regolamentate in modo piuttosto rigido.

In base alla Costituzione della Repubblica islamica, la gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere è affidata alla Compagnia nazionale del petrolio iraniano (NIOC), di proprietà statale e sotto la supervisione del ministro del petrolio. La proprietà privata per le funzioni di esplorazione ed estrazione è proibita, ma il governo permette contratti buy-back, in virtù dei quali le compagnie straniere forniscono impianti o macchinari e ricevono in cambio diritti sul greggio o sul gas estratto.

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Prima Conferenza Iran-UE su commercio e investimenti. Vienna, 23 luglio 2015

Su cosa investire

In questi ultimi mesi, il più attivo promotore delle opportunità di investimento nel suo Paese è stato il ministro dell’industria e delle miniere Mohammad Reza Nematzadeh. Personaggio politicamente molto influente, legato al presidente Rouhani, ingegnere e business man lui stesso, Nematzadeh ha incontrato a Vienna il 24 luglio una platea di potenziali investitori europei. Il suo è stato un discorso molto chiaro: in sostanza, a parte la compagnia petrolifera nazionale, tutto il resto è sul mercato. Dalle strade agli ospedali, dall’industria delle automobili al settore agricolo, fino ad arrivare ad alcune imprese dello stesso settore petrolchimico e delle raffinerie che saranno a breve privatizzate.

In occasione della Giornata nazionale dell’Iran a Expo Milano 2015, sempre lo stesso ministro ha annunciato che Teheran è pronta a creare joint venture con aziende italiane per il mercato internazionale:

Ringrazio l’Italia per questa opportunità di essere a Expo Milano 2015: la produzione agricola può essere migliorata con investimenti e ricerca scientifica. L’Iran è un paese fondamentale, ha difeso il suo territorio per 8 anni nella guerra con l’Iraq e abbiamo subito le sanzioni internazionali, ma siamo stati capaci di negoziare. Ringrazio l’Italia per il ruolo che ha avuto nei negoziati. Noi abbiamo raggiunto un accordo importante. L’Iran ha un vantaggio competitivo dal punto di vista industriale, culturale e tecnologico. Ci aspettiamo di poter produrre prodotti in collaborazione da vendere nel mercato mondiale.

 

Come investire

L’ingresso delle imprese straniere sul mercato iraniano è regolato da una legge approvata nel 2002 e poi praticamente dimenticata, visto il clima politico che ha circondato l’Iran fino a pochissimi mesi fa. Una legge molto liberale, che concede alle imprese estere il 100 per cento dei diritti di proprietà, visti di soggiorno validi per tre anni e la possibilità di trasferire i loro profitti fuori dal paese in valuta estera.

Legge è denominata Iran’s Foreign Investment Promotion and Protection Act (FIPPA). Vediamo quali sono i punti essenziali.

 

La domanda da compilare

Gli investitori stranieri che vogliono fare investimenti in Iran, nel quadro di investimenti esteri Promozione e Protection Act dell’Iran (FIPPA), devono compilare prima un modulo speciale (che si vuole ottenere di persona o on-line all’indirizzo www.oietai. ir) e lo presenta per l’organizzazione. La richiesta è presentata dall’Organizzazione investimenti al Consiglio gli investimenti esteri e sarà perseguito fino a quando viene rilasciato un permesso. La scelta del modulo dipende dal tipo di investimenti stranieri e l’accordo concluso tra le parti (nazionali e gli investitori stranieri). Il modulo deve essere presentato in inglese tranne quando l’investitore è un espatriato iraniano o proviene da paesi di lingua persiana, come il Tagikistan o in Afghanistan.

 

Garanzie e tutele

  • Il capitale straniero è garantito contro la nazionalizzazione ed espropriazione, e in questi casi l’investitore straniero ha il diritto di ottenere un risarcimento (articolo 9 della FIPPA).
  • In caso di leggi o regolamenti governativi portare a divieto o cessazione di contratti finanziari approvati nel quadro della presente legge, allora il governo deve procurarsi e pagare i danni conseguenti (articolo 17 della FIPPA e l’articolo 26 dello Statuto).
  • L’acquisto di beni e servizi alla produzione del investimenti esteri è garantito nei casi in cui un organo statale è l’unico acquirente o fornitore di un prodotto o servizio produttore ad un prezzo agevolato (articolo 11 dello Statuto).

 

Diritti e servizi

  • Gli investimenti esteri soggetti a questa legge godono degli stessi diritti, tutele e delle strutture disponibili per investimenti interni in modo non discriminatorio (articolo 8 della FIPPA).
  • Gli investimenti stranieri e loro profitti possono essere trasferiti in valuta estera o merci (articoli 13-18 della FIPPA).
  • Sono ammessi investimenti stranieri in tutta la produzione, settori industriale, agricolo, dei trasporti, delle comunicazioni e servizi, nonché in settori legati all’acqua, di alimentazione e di alimentazione del gas e dell’energia
  • Possibilità di deferimento delle controversie relative agli investimenti alle autorità internazionali (articolo 19 della FIPPA).
  • Possibilità di proprietà della terra in nome della compagnia (registrata in Iran) in joint venture (articolo 24 dello Statuto).
  • Rilascio di visti per tre anni in Iran per gli investitori stranieri, manager, esperti e loro stretti familiari e la possibilità di rinnovo del visto (articolo 20 della FIPPA e dell’articolo 35 dello Statuto).
  • Gli investitori sono informati della decisione finale per quanto riguarda le loro domande entro al massimo 45 giorni (articolo 6 della FIPPA)
  • Possibilità di scegliere il metodo di investimento nel progetto come IDE o investimenti esteri in tutti i settori nel quadro della “partecipazione civile”, “Buy-Back” e “Build-Operate-Transfer” (BOT) sistemi (articolo 3 FIPPA).
  • Sono ammessi investimenti da parte di qualsiasi persona o iraniano iraniano, non fisica o giuridica che utilizza capitale di origine straniera e la concessione delle strutture previste FIPPA a loro (articolo 1 della FIPPA).
  • L’investitore straniero deve scegliere un istituto di controllo fuori degli istituti di controllo riconosciuti dalla Associazione dei Revisori Ufficiali dell’Iran di comprovare le loro relazioni finanziarie annuali e (articoli 1, 22-23 dello Statuto).

 

Impegni giuridici e obblighi degli investitori

  • Le applicazioni di investitori stranieri per quanto riguarda gli aspetti dell’ammissione, l’importazione, l’utilizzo e il rimpatrio dei capitali sotto la FIPPA sono presentate all’Organizzazione è presentata solo per l’Organizzazione e seguiti attraverso di essa (articolo 5 della FIPPA).
  • L’Organizzazione deve essere informato di qualsiasi modifica del nome, indirizzo, forma giuridica, o la nazionalità dell’investitore straniero o di cambiamenti di oltre il 30% del suo / la sua proprietà (articolo 33 dello Statuto).
  • E ‘necessario per l’investitore di notificare l’organizzazione del trasferimento di tutto o parte del suo / la sua capitale straniero ad altri investitori. In caso di trasferimento in un altro gli investimenti stranieri, è necessario per ottenere l’approvazione del Consiglio e dei permessi da parte dell’Organizzazione (articolo 10 della FIPPA).
  • Tutte le applicazioni degli investitori esteri per il trasferimento del profitto, il capitale e il ricavato l’aumento del valore del capitale sotto FIPPA deve essere presentata all’Organizzazione accompagnato dalla relazione dell’istituto di controllo che viene riconosciuto dalla Associazione dei Revisori Ufficiali dell’Iran (articoli 22-23 dello Statuto).
  • L’investitore è obbligato a portare una parte del capitale in Iran e attuare il progetto approvato per il periodo di tempo specificato dalla licenza investimenti stranieri che di solito è di 6 mesi. In caso contrario, e al fine di prorogare la validità della licenza e impedire che vengano annullate, l’investitore è tenuto a presentare le sue / suoi motivi e le giustificazioni per il ritardo all’Organizzazione (articolo 32 dello Statuto).
  • L’investitore straniero è tenuto ad annunciare l’ingresso del suo capitale tra cui disponibilità liquide e non monetari di oggetti per l’organizzazione nel quadro della licenza rilasciata per l’investitore straniero in modo che essi saranno registrati in Organizzazione e sottoposti a FIPPA. La mancata registrazione della capitale immesso equivale a non essere coperti dalla FIPPA. (Articolo 11 della FIPPA e l’articolo 24 dello Statuto).

 

Altri vantaggi e servizi

  • Gli investitori stranieri possono fornire una parte del loro capitale da fonti nazionali e internazionali come i prestiti. Inutile dire che il mutuatario dovrà garantire il rimborso dei finanziamenti ricevuti.
  • Capitali stranieri possono entrare nel paese come valuta in contanti, macchinari e pezzi di attrezzature, materie prime, know-how tecnico, e altre forme di proprietà intellettuale e saranno promossi e protetti.
  • L’80% dei redditi da parte delle unità produttive e minerali con sede in zone meno sviluppati saranno esenti da imposta per 4 anni.
  • Il 100% dei redditi da parte delle unità produttive e minerali con sede in zone meno sviluppati saranno esentati dalla tassa per 10 anni.
  • Le installazioni turistiche sono esenti da imposta annua per il 50%.
  • Il 100% del reddito generato dalle industrie che esportano prodotti industriali e agricoli, di conversione e il loro completamento sono esenti da imposta.
  • Il 50% dei redditi generati esportando merci volti a sviluppare le esportazioni non petrolifere sono esenti da imposta.
  • Il 100% dei redditi generati esportando merci in transito sono esenti da imposta.
  • I re-investimenti effettuati dalle imprese cooperative e private volte a sviluppare il ripristino e il completamento unità industriali e minerali saranno esenti da imposta per il 50%

 

Applicativo Mac Donald's per franchising in Iran
Applicativo Mac Donald’s per franchising in Iran

 

Problemi e dubbi

Così presentato, il quadro sembra ottimale. In realtà, permangono notevoli difficoltà per chi vuole investire in Iran. Innanzitutto, non è affatto scontato che l’accordo del 14 luglio arrivi in porto. Come era prevedibile, le forze contrarie sono in azione, sia in Iran sia negli Stati Uniti.

Ci sono poi altre resistenze, di carattere culturale ed economico.

L’apertura commerciale mette sicuramente in pericolo l’identità della Repubblica Islamica. Non appena McDonald’s ha pubblicato un annuncio per l’apertura di fast food in franchising in Iran, sono scoppiate le polemiche da parte dei conservatori. La stessa Guida Khamenei ha dichiarato che l’accordo non sarà mai un via libera alla penetrazione culturale made in Usa. Il che è comprensibile e persino auspicabile, ma non è certo un incentivo per le multinazionali.

Esiste poi anche un problema prettamente economico. L’Iran continua a patire una cronica penuria di capitali, necessari a soddisfare gli investimenti stranieri. Con il prezzo del greggio a 7,50 dollari a barile, nei primi 23 giorni dopo l’accordo, l’Iran ha perso 214 milioni di dollari di mancate entrate. Il tutto perché l’Arabia Saudita ha scelto di continuare a pompare petrolio per mantenere i prezzi bassi e danneggiare Teheran. Uno strumento di pressione politica che può sopravvivere alla fine delle sanzioni e ostacolare il sostegno iraniano ai propri alleati nello Yemen e in Siria.

Iran, Italia

Tra poche ore metteranno piede sul suolo dell’Iran due esponenti del governo italiano, Paolo Gentiloni e Federica Guidi, rispettivamente ministri degli Esteri e dello Sviluppo Economico; i due ministri, a capo di un folto gruppo di aziende da Eni a Finmeccanica, rappresentate ai massimi livelli, arrivano dopo il vice-cancelliere tedesco Gabriel e dopo il ministro degli esteri francese Fabius; Germania e Francia, inoltre, erano entrambe presenti ai negoziati sul nucleare con l’Iran, sfociati nello storico accordo del 14 Luglio a Vienna. Russia e Cina non se ne sono mai andati dal mercato iraniano nemmeno in tempo di sanzioni.
E allora l’Italia? L’Italia, non ci crederete, può ancora superare gli altri ed eccone i perché.

C’eravamo tanto amati
L’Iran e l’Italia possono certamente vantare rapporti culturali molto intensi. L’affinità tra le due nazioni non si limita ai colori della bandiera ma al fatto che ognuna delle due ha avuto un ruolo simile nell’ambito della propria civiltà; in Occidente, l’Italia ha ereditato il patrimonio di Roma e non c’è nazione occidentale, dagli Stati Uniti all’Australia, che non abbia preso qualcosa da questa eredità culturale.
Allo stesso modo, l’Iran, soprattutto con i suoi scienziati e le sue dinastie, dopo l’arrivo dell’Islam, è stato al centro di questa civiltà. Escludendo l’influenza iraniana, dell’arte, della filosofia, della teologia, della storia e della teologia islamica, rimane davvero ben poco.
Il feeling in tempi moderni tra le due nazioni inizia dai tempi di Mattei, e poi prosegue anche dopo la rivoluzione islamica. Rilevante la partecipazione italiana alla completazione di progetti del settore siderurgico vicino Isfahan, la progettazione e realizzazione di centrali elettriche, la vendita di macchinari industriali.
L’Italia viene amata soprattutto per quello che “non fa” più per quello che fa; persino nei momenti più difficili delle relazioni tra Iran e Occidente, l’Italia riesce, più o meno, a mantenere una politica non ostile nei confronti dell’Iran.

Il primo partner commerciale in Europa o quasi
E’ nel periodo precedente all’amministrazione Ahmadinejad che l’Italia inizia a diventare il primo partner commerciale dell’Iran in Europa; in realtà, negli ultimi anni l’Italia inizia una perdita forte e viene rimpiazzata solidamente dalla Germania.
Ad ogni modo, la tecnologia industriale italiana è ormai conosciuta ed apprezzata per la sua qualità in Iran; nei settori in cui l’Italia poi eccelle, dalla moda agli alimentari, gli iraniano sono interessati a cooperazioni, scambio di esperienza, acquisto di merce e/o macchinari.
Insomma iraniani e italiani si conoscono già e gli anni scorsi hanno preparato un ottimo terreno fertile.

L’Italia differente dagli altri paesi europei e dalle potenze
Gentiloni e Guidi devono sapere una cosa e non scordarsela; in Iran l’Italia è avvantaggiata per un fattore molto importante, che non bisogna sottovalutare.
Quando il vice di Merkel, Gabriel, arrivò in Iran e con poca cautela diplomatica si azzardò a proporre all’Iran di riconoscere Israele, l’opinione pubblica iraniana reagì indignata e un alto comandante iraniano arrivò ad apostrofare Gabriel definendolo un funzionario europeo di quarto grado. E’ chiaro che la Germania potrebbe rimetterci qualcosa.
Quando Fabius è stato accolto da Rohani, il presidente iraniano ha detto in continuazione di voler dimenticare il passato. Perchè? Perchè la popolazione iraniana ricorda che al tempo dell’amministrazione Fabius entrarono in Iran litri di sangue infetto (di HIV il virus dell’AIDS che contagiò tanti iraniani) e non hanno nemmeno scordato quanto Fabius abbia ostacolato gli accordi nucleari su indicazione di Netanyahu.
Germania e Francia (per non parlare di Gran Bretagna o Russia), hanno anche il loro passato coloniale che non e’ certo lontano dalla mente degli iraniani.
L’Italia non ha nulla di tutto questo sul suo biglietto da visita ed anzi si presenta con l’immagine di una nazione che è sempre stata amica, anche nei momenti più difficili.

La posta in gioco
L’Italia deve far fruttare questo suo vantaggio sulle altre nazioni visto che la posta in gioco non è bassa. L’Iran ha una popolazione di circa 80 milioni di persone. Si stima che siano 185 miliardi di dollari solo i progetti energetici in cui il governo dell’Iran propone la partecipazione degli stranieri; quindi una gran bella occasione.

Buona fortuna
Per tutte le ragioni sopraelencate, Gentiloni e Guidi forse arrivano anche tardi, ma possono pur sempre essere i primi.

E allora cari ministri, buona fortuna!

Dopo Vienna

A una settimana dallo storico accordo di Vienna, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota all’unanimità la risoluzione per la cancellazione delle sanzioni contro l’Iran. Tutti e 15 i Paesi membri hanno dato il via libera a un passaggio decisivo per l’effettiva realizzazione di uno dei punti cruciali dell’intesa tra Teheran e gruppo dei 5+1.

Le reazioni dei politici e dei media iraniani sono state complessivamente positive. Arman-e emruz sceglie l’ironia e scrive che le risoluzioni ONU adesso possono essere considerate “pezzi di carta”. L’allusione è alle dichiarazioni con cui l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad liquidava le risoluzioni ONU, sostenendo che il loro impatto sull’economia iraniana fosse praticamente nullo.

arman-e emrooz

Etemad apre a tutta pagina: “Risoluzione 2231”. e più in basso: “Il mondo ha chiuso la stagione in cui l’Iran era visto come una minaccia”.

etemad

Critico invece il conservatore Kayhan, che definisce la risoluzione “ostile all’Iran” e di un Consiglio di Sicurezza col grilletto puntato contro la Repubblica Islamica.

kayhan

Zarif presenta l’accordo in Parlamento

Il 21 luglio il ministro degli Esteri Javad Zarif e il direttore dell’agenzia per l’Energia Atomica dell’Iran Ali Akbar Salehi hanno presentato l’accordo di Vienna al majles, il parlamento iraniano. Zarif ha presentato l’accordo come il migliore possibile e ha sottolineato come un compromesso sia la regola di base per qualsiasi accordo  che non può mai essere totalmente a favore di una parte sola. Salehi, rispondendo alle domande dei parlamentari, si è assunto la piena responsabilità di tutti gli aspetti tecnici dell’accordo.

 

Con 136 voti a favore e 39 contrari, l’aula ha approvato la costituzione di una commissione speciale per il riesame dell’accordo del 14 luglio. Il presidente del Parlamento Ali Larijani ha detto che i 15 membri della commissione saranno nominati a breve.

Da segnalare che il consigliere della Guida Khamenei per la politica estera Ali Akbar Velayati ha definito “problematici” alcuni punti dell’accordo di Vienna”. Il riferimento è alle ispezioni dei siti militari e alla produzione dei missili balistici.

Il discorso di Khamenei

Sabato 18 luglio la Guida ha tenuto un lungo discorso alla nazione, il primo dopo l’accordo. Il puntuale live tweet del suo staff ci consente di fermare alcuni passaggi fondamentali. In sostanza, Khamenei sostiene l’accordo ma riserva più di qualche stoccata agli Stati Uniti. In sostanza, Iran e Usa possono anche mettersi d’accorso su alcune questioni, ma i loro interessi e la loro visione generale della politica estera, rimangono fortemente divergenti. Khamenei rassicura gli alleati della regione, ma cerca anche di tenere a bada gli scontenti all’interno. Tutti quelli che hanno cioè dubbi sull’accordo e sulla buona fede degli Usa. E’ anche vero, comunque, che adesso ognuna delle due principali parti in gioco (Usa e Iran) deve vendere nel modo migliore l’accordo al proprio interno. Così come Obama ha subito dichiarato che l’intesa si basa sul “controllo e non sulla fiducia”, così Khamenei deve sottolineare che il Grande Satana non può essere diventato all’improvviso un amico.

 

 

 

La rete di Rouhani

Il presidente Rouhani è invece impegnato nella ricucitura dei rapporti diplomatici con le cancellerie europee. Dopo aver parlato al telefono con il Primo Ministro inglese David Cameron della possibile riapertura delle ambasciatea Londra e Teheran, ha accolto a Teheran il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Nel 2016 sarà costituita una commissione congiunta irano-tedesca per la cooperazione economica. La grande corsa agli investimenti è entrata nel vivo.

 

 

 

 

 

 

E accordo fu

E’ stata un’attesa lunghissima, ma alla fine l’accordo è arrivato. Ed è giusto definirlo storico, perché chiude innanzitutto una querelle durata tredici anni e – soprattutto – pone le basi per un nuovo ruolo dell’Iran nello scenario internazionale.

Ad aprile si era arrivati a un primo accordo quadro, ma alcune delicatissimi questioni – soprattutto ispezioni ai siti e tempistica della rimozione delle sanzioni – hanno rischiato di far saltare il tavolo. Anche se, arrivati a questo punto, un nulla di fatto sarebbe stata una sconfitta pesantissima per tutti gli attori in gioco. Talmente pesante che per evitarla i colloqui sono andati ben oltre la scadenza del 30 giugno e per 48 ore l’annuncio dell’accordo è stato rimandato di continuo.

I punti dell’accordo

  • La Ue “terminerà” e gli Usa “cesseranno” le sanzioni connesse al nucleare “contestualmente all’attuazione, verificata dall’Aiea, dei principali impegni dell’Iran”. Non più “sospensione” ma fine delle sanzioni, come voleva Teheran.
  • Sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare l’accordo.
  • L’Iran accetta che le sanzioni siano ripristinate in 65 giorni, nel caso in cui l’accordo fosse violato.
  • L’arricchimento dell’uranio proseguirà soltanto nell’impianto di Natanz.  L’Iran ridurrà le centrifughe da 19 mila a 6.014, tutte di prima generazione, con solo 5.060 attive per 10 anni. Per 15 anni arricchirà l’uranio solo fino al 3,75% (a fini energetici, medici e di ricerca) riducendo le sue riserve a basso livello di arricchimento – ma potenzialmente trasformabili fino a quel 90% necessario per uso militare – da 10 tonnellate a 300 kg. Lo scopo è impedire all’Iran di produrre un’arma atomica in meno di un anno (‘breakout timeline’).
  • Il sito sotterraneo di Fordow sarà trasformato in centro di ricerca: non vi potrà essere materiale fissile per 15 anni.
  • Le attività di ricerca e sviluppo saranno limitate per almeno 10 anni.
  • Il reattore di Arak per la produzione di plutonio sarà riconvertito.
  • Le ispezioni non saranno automatiche. Gli ispettori ONU dovranno comunque chiedere il permesso alle autorità iraniane.
  • L’embargo dell’ONU all’acquisto di armi da parte di Teheran resta in vigore 5 anni, mentre le sanzioni che vietano la vendita di missili, altri 8 anni.
  • Restano in vigore le sanzioni americane per le accuse all’Iran di terrorismo (leggasi sostegno all’Hezbollah libanese), i diritti umani e i missili balistici.

 

Obama e dopo Obama

Obama si è affrettato a sottolineare che questo accordo si basa sul controllo e non sulla fiducia. Un po’ come vestire i panni del gendarme cattivo dopo aver accettato il dialogo alla pari. In un certo senso, l’esatto opposto del discorso di Rouhani, che nel suo messaggio alla nazione, ha sottolineato come questo accordo sia figlio del rispetto reciproco e segni la fine della politica della coercizione e della prepotenza. Quello di Obama sembra più un contentino concesso alle voci di dubbio o di dissenso che da si levano dagli Usa e da Israele.

In molti hanno messo in dubbio l’effettiva validità di un accordo che potrebbe essere oggetto di revisioni da parte del Congresso che – in virtù del “ritardo” dell’accordo – avrà 60 giorni per eventuali (e assai probabili) proposte di revisione. Il presidente Usa ha già annunciato che userà il potere di veto per fermare eventuali “sabotaggi”. Forse l’accordo sarà più debole politicamente, in questo modo, ma avrà una strada segnata. Per porre fine alle sanzioni, Obama userà con ogni probabilità la forma dell’ executive agreement, un accordo esecutivo tra Presidente Usa e omologo straniero che non ha bisogno della ratifica del Senato. Ma oltre a questi aspetti tecnici, va tenuto conto che dietro l’iniziativa diplomatica del presidente, si muove una rete di interessi che non svanirà con la fine del mandato di Obama e che anzi proprio da adesso rafforzerà la propria influenza su Congresso, Senato e candidati presidenziali. La “pace” con l’Iran non è l’idea estemporanea di un presidente: piuttosto, Obama è stato il portatore di una linea – politica, economica, culturale – che seceglie per ilMedio Oriente una linea di continemento, di gestione delle crisi. Quanto di più lontano dallo spirito messianico con cui Bush junior pretendeva di redimere il mondo.

 

Perde Natanyahu, non Israele

E’ un errore, non solo una forzatura, sostenere che Israele esce sconfitto da questo accordo. Il suo primo ministro usa da anni l’Iran come spauracchio da agitare in ogni momento di difficoltà. A costo di essere ripetitivo, trovo quasi ridicolo che un Paese con 300 testate nucleari si possa sentire minacciato da un altro Paese che non ne ha nemmeno una. Ma è stato il leit motiv degli ultimi tredici anni e probabilmente sentiremo ancora piagnistei in questo senso, anche in Italia. E pensare che invece i vertici del Mossad sono da almeno due anni favorevoli a un accordo. Appena pochi mesi fa, il capo del Mossad Tamir Pardo aveva esortato il Congresso Usa a non approvare nuove sanzioni contro l’Iran, perché sarebbe stato come “gettare una granata sul negoziato”.

Forse questo accordo è il preludio a nuove collaborazioni regionali tra Usa e Iran: innanzitutto in chiave anti Isis. Sicuramente, dopo questo accordo, non sarà più possibile per nessuno demonizzare l’Iran raffigurandolo come un attore irrazionale.

 

Vince Rouhani, vincono gli iraniani

A meno di due anni dal suo insediamento, Rouhani centra l’obiettivo del suo mandato. Aveva chiesto il voto per questo, portando in dote la sua esperienza di negoziatore ai tempi di Khatami. Ha scelto come ministro degli Esteri una figura brillante e tenace come Javad Zarif, probabile prossimo premio Nobel per la Pace con John Kerry. Ora il presidente iraniano può spendere questo successo internamente. La Guida Khameni – seppure con delle riserve – ha appoggiato il suo operato e ora si trova a gestire una fase nuova per la Repubblica islamica. Da stato canaglia, l’Iran può rientrare a pieno titolo nei circuiti economici internazionali. Appena poche settimane fa Rouhani aveva dichiarato che l’obiettivo del suo governo era “arricchire sia l’uranio sia le tasche della gente”. A febbraio 2016 si vota sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti. Forte di questo successo storico e delle nuove prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi, il fronte moderato-riformista  può puntare a una maggioranza nel majles che darebbe maggiore solidità all’esecutivo. Con lo sguardo lungo rivolto all’Assemblea degli Esperti, l’organo preposto alla scelta della futura Guida.

Si tratta di ipotesi: la certezza è che questo nuovo corso della storia iraniana è stato deciso con un voto popolare, il 14 giugno 2013. Poco più di due anni fa, un’altra era politica.

 

 

14 luglio 2015, mia intervista per Radio Onda d’Urto su accordo nucleare:

http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2015/07/iran-accordo-sacchetti.mp3

 

La conferenza stampa finale
La conferenza stampa finale

 

 

https://twitter.com/khamenei_ir/status/621016835442483201/photo/1

 

 

 

 

 

 

 

ACCORDO NUCLEARE TESTO INTEGRALE (IN INGLESE)

 

 

 

Iran Deal Text

 

 

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