Il discorso di Khamenei

Il discorso di Khamenei

Che impressioni ricavare dal discorso tenuto dalla Guida Ali Khamenei nella preghiera del venerdì a Teheran? Innanzitutto, il fatto era di per sé una notizia, visto che era dal febbraio 2012 che non guidava la preghiera del venerdì. La Guida è il Capo di Stato dell’Iran: i suoi discorsi pubblici non sono rari, ma la preghiera del venerdì è comunque un’occasione di particolare rilievo politico.

L’undicesima volta di Khamenei

Da quando divenne Guida nel giugno 1989, Khamenei ha guidato la preghiera del venerdì undici volte. La prima volta fu subito dopo la sua elezione da parte dell’Assemblea degli Esperti. La seconda fu nel 1991, per dichiarare il sostegno alla rivolta degli sciiti iracheni contro Saddam Hussein. La terza volta fu soltanto sette anni dopo, nel 1998, quando, pochi mesi dopo l’elezione del riformista Khatami alla presidenza, intervenne a demarcare i confini dei rapporti tra Repubblica islamica e Stati Uniti. Un anno dopo, nel 1999, in una fase piuttosto problematica della vita politica, Khamenei guidò cinque volte la preghiera del venerdì. Una sospetta “catena di omicidi” di intellettuali e dissidenti e una serie di manifestazioni degli studenti dell’Università di Teheran avevano infatti contribuito a creare un clima di forte tensione, con gli ambienti conservatori che guardavano con sospetto alle aperture del presidente riformista.

Khamenei guidò nuovamente la preghiera del venerdì il 19 giugno 2009, a una settimana dalla contestata rielezione di Mahmud Ahmadinejad. Il suo intervento fu la parola definitiva sull’esito di quella votazione: non ci sarebbero stati conteggi o verifiche, Ahmadinejad era il vincitore di quella votazione. Il suo discorso non bastò tuttavia a placare gli animi: le manifestazioni dell’Onda Verde proseguirono e il clima politico era così agitato che un mese dopo, il 17 luglio, la preghiera del venerdì fu affidata ad Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, nel tentativo – risultato poi vano – di riconciliare le anime del sistema.

Khamenei guiderà poi due preghiere del venerdì tra il 2011 e il 2012, nel mezzo delle cosiddette “primavere arabe”, da lui interpretate come episodi di un complessivo “risveglio islamico” della regione.

Pagliacci ed elezioni

Di tutto il discorso di Khamenei – la cui versione in inglese è consultabile qui – i media occidentali hanno riportato più che altro la frase in cui definisce il presidente Usa Donald Trump un “clown”. A dire il vero, Khamenei si rivolge probabilmente a tutta l’amministrazione Usa quando parla di “pagliacci americani che affermano falsamente e senza vergogna di essere accanto al popolo iraniano”.

Quasi tutte le analisi hanno sottolineato una sostanziale continuità nella linea politica di Khamenei: “massima resistenza” alla “massima pressione” degli Usa. Tutto vero, ma ci sono comunque alcuni punti da non tralasciare. Innanzitutto, la Guida non ha indicato un rifiuto totale a dialogare. Riporto le parole in persiano, a scanso di equivoci, ripetizioni comprese:

ما از مذاکره هم ابائی نداریم؛ البتّه نه با آمریکا، با دیگران؛ امّا نه از موضع ضعف، از موضع قوّت، از موضع قدرت.

“Non siamo contrari ai negoziati – non con gli Stati Uniti, ovviamente – con gli altri, ma non con una posizione debole, una posizione di potere, una posizione di potere”.

Il che vuol dire: adesso non possiamo negoziare. Ma non escludiamo di farlo in futuro.

Il discorso ha riservato poco spazio all’abbattimento dell’aereo ucraino, concentrandosi invece sulla grande partecipazione ai funerali del generale Soleimani e agli attacchi contro le postazioni americane in Iraq. A questo proposito è interessante notare il pressoché generale orientalismo dei media occidentali, che hanno parlato di “attacco voluto da Allah”. Non da Dio, casomai, ma “da Allah”.

Secondo aspetto. Khamenei ha tenuto in arabo una parte del discorso. Rivolgendosi ai Paesi vicini, ha sottolineato la necessità di cooperazione in campo mediatico, militare e scientifico, per una nuova civiltà di “cooperazione e conoscenza”. Un chiaro segnale ai Paesi arabi della regione: restiamo uniti, è l’unico modo per non soccombere.

Khamenei ha poi invitato gli iraniani a partecipare alle elezioni parlamentari del 21 febbraio, in modo da respingere le “cospirazioni dei nemici”.

Rouhani contro il Consiglio dei Guardiani

A proposito di elezioni, il presidente Hassan Rouhani ha criticato il Consiglio dei Guardiani per aver bocciato la candidatura di molti esponenti moderati e riformisti. “Così non sono elezioni, non c’è diversità. In questo modo si spingono molte persone all’opposizione (del sistema)”. Parole forti, che hanno provocato una risposta altrettanto dura. In una nota ufficiale, il Consiglio dei Guardiani ha accusato il presidente di non essere informato su come funzioni la selezione dei candidati, sostenendo inoltre che “in un momento in cui il Paese ha bisogno di unità, ci si aspetta che i commenti delle autorità siano più ponderati ed evitino di creare tensioni”.

Imperdonabile

L’abbattimento dell’aereo ucraino è divento il tema centrale della crisi iraniana. Dopo aver negato per tre giorni qualsiasi responsabilità nella tragedia, sabato 11 gennaio il generale Amir Ali Hajizadeh, capo delle Forze aeree dei Guardiani della Rivoluzione, ha ammesso la piena responsabilità nell’abbattimento dell’aereo ucraino: l’incidente sarebbe stato provocato da un soldato che avrebbe scambiato l’aereo per un missile da crociera e avrebbe agito senza che venisse impartito un ordine a causa di un’interferenza nelle telecomunicazioni. Il presidente Hassan Rouhani ha pubblicamente chiesto scusa per il “disastroso errore”, mentre il ministro degli Esteri Javad Zarif accusa gli Stati Uniti per aver dato il via all’escalation in cui è maturata la tragedia.

Effetto Chernobyl

Scuse che ora appaiono tardive e inevitabili. L’ammissione non suona come una dimostrazione di trasparenza, ma di debolezza. I paralleli storici spesso sono fuorvianti, ma questa situazione ricorda cosa rappresentò il disastro di Chernobyl per l’Unione Sovietica nel 1986. Anche allora, le autorità sovietiche inizialmente negarono il disastro, ma poi, costretti dall’evidenza dei fatti, furono costretti ad ammettere l’errore e il successivo insabbiamento. Così adesso l’ammissione dei Pasdaran non può non avere conseguenze sul piano interno. E infatti già in serata, all’Università Amir Kabir di Teheran, sono tornate le proteste, con slogan molto duri contro la Guida Khamenei. Il giornale Iran, organo del governo, titola semplicemente “Imperdonabile”.

“Imperdonabile”
Proteste davanti all’Università Amir Kabir di Teheran

I fatti sono ormai sotto gli occhi di tutto il mondo. Nel giro di una settimana, dall’assassinio di Soleimani, più di 200 persone hanno perso la vita in incidenti correlati. Martedì 7 gennaio 59 persone hanno perso la vita nella calca durante i funerali di Soleimani a Kerman. E nelle prime ore di mercoledì, poche ore dopo l’attacco dell’Iran alle basi statunitensi in Iraq, un aereo civile appartenente alle compagnie aeree ucraine si è schiantato alla periferia di Teheran, uccidendo almeno 176 persone, di cui 147 iraniani.

Questa nuova fase della crisi isola ancora di più l’Iran a livello internazionale, ma soprattutto apre una ferita profonda tra il sistema politico e l’opinione pubblica.

Se i funerali di Soleimani avevano dato l’impressione di una rinnovata unità nazionale, adesso per la Repubblica islamica sarà difficile recuperare questo disastro umanitario e politico.

Ci sarà nuovamente un blackout del web per nascondere il malcontento? Di certo, siamo appena all’11 gennaio ed è già un anno lunghissimo.

Quel che resta del giorno

Pochi giorni, nella storia recente dell’Iran, sono stati lunghi e intensi come l’8 gennaio 2020, 18 dey 1398, per il calendario persiano. Poco dopo la mezzanotte, Teheran ha messo in atto l’annunciata rappresaglia contro gli Usa per l’uccisione del generale Soleimani. Lanciati 22 missili a corto raggio contro due basi militari in Iraq, che ospitano soldati americani: a Ain al Asad, nella regione occidentale di al Anbar, e a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. I media iraniani sostengono che l’operazione avrebbe provocato 80 morti tra i militari americani. Gli Usa sostengono invece che non ci sono vittime né statunitensi né irachene.

Cronaca di un attacco annunciato

L’Iran colpisce dove aveva detto che avrebbe colpito. Per gli esperti militari, è una dimostrazione di forza e allo stesso tempo di auto-controllo.

Trump twitta: “Va tutto bene”. E annuncia un discorso alla nazione che terrò soltanto alle 17 ora italiana.

Terremoti e altri disastri

Alle 5,50 è stato registrato un terremoto di 4.5 gradi della scala Richter vicino a Bushehr, città in cui sorge un impianto nucleare. Senza fare vittime, per fortuna.

Alle 6 del mattino un Boeing 737 della Ukraine International Airlines è precipitato pochi minuti dopo il decollo da Teheran: morti tutti i passeggeri e l’equipaggio (170 persone in tutto).

Per il resto del giorno, ci sono state tante parole. Minacce incrociate tra Washington e Teheran, commenti e analisi sui media di tutto il mondo. La guerra è a un passo, anzi no, è già iniziata.

Da Teheran mi suggeriscono: la crisi è finita. Non si andrà oltre questo, perché né gli Usa né l’Iran vogliono la guerra. Non per davvero, non ora.

Parla Trump

Poi parla Trump e in sostanza conferma questa tesi: niente guerra, per ora. È uno dei suoi soliti discorsi: esordisce contro le ambizioni nucleare iraniane, poi rivendica l’uccisione di Soleimani, accusa l’Iran di essere un pericolo, invita i Paesi a uscire dall’accordo sul nucleare, ma alla fine rilancia per un nuovo e più grande accordo con Teheran. Anche perché di colpo si ricorda che l’Isis è un pericolo per entrambi (ma allora perché hai ammazzato Soleimani?).

Al popolo e leader iraniani, auguro un grande futuro, in armonia col resto del mondo. gli usa sono pronti a fare pace con chiunque.

Auguri e figli maschi.

Trump annuncia nuove sanzioni e il tutto viene accolto come de-escalation. Quando si dice, sapersela vendere.

La giornata Forse la giornata finisce meglio di come sia iniziata. Non ci voleva molto, questo è vero. Ma è già qualcosa.

Raccontarsela

Personalmente mi sento di suggerire alcune riflessioni, senza la pretesa di dare indicazioni.

Non cambierà molto, nel breve periodo. Le tensioni non svaniranno in un attimo. Ma è anche vero che queste ultime settimane ci hanno insegnato a non sbilanciarci. Perché davvero sono state scritte cose incredibili, spesso senza alcuna base logica. La Terza Guerra Mondiale era lo scenario più roseo, per alcuni. E allora perché escludere a priori un accordo tra Trump e Teheran prima di novembre? Per The Donald sarebbe uno spot elettorale irresistibile. Per la leadership iraniana una boccata di ossigeno salvifica. Rouhani ha ormai finito il suo ruolo e la sua storia conferma un vecchio assioma dell’Iran repubblicano: si scende a patti – magari sottobanco – più facilmente con Washington quando alla Casa Bianca ci sono i repubblicani (vedi alla voce Reagan). Un patto, non necessariamente un grande accordo. Il problema è però capire chi possa prendere questa iniziativa, soprattutto negli Usa. Perché si fatica a ravvisare una benché minima strategia di medio termine in quello che sta avvenendo nelle ultime settimane.

Va poi detto che con Soleimani se ne va un personaggio che stava uscendo un po’ dagli schemi canonici della Repubblica islamica, in cui i militari – secondo il lascito politico di Khomeini – non devono entrare in politica. E Soleimani di politica – estera – ne stava facendo fin troppa. Un anno fa, quando Assad era arrivato in visita a Teheran, aveva incontrato lui e non Zarif, che infatti si era dimesso per protesta. Poi certo, era stato lo stesso Soleimani a tessere le lodi di Zarif e premere per il suo ritorno. Però il danno era stato fatto.

Gli iraniani – si sa – amano le teorie del complotto. E in questi giorni più di qualcuno vocifera che il “martire vivente” sia stato venduto agli americani perché divenuto troppo scomodo… Fantapolitica? Probabile.

Funerali di Qasem Soleimani a Teheran, 6 gennaio 2020

Altra considerazione sui funerali di Soleimani. Non importa quanti siano stati i partecipanti: non potevano certo essere tutti cooptati dalla Repubblica islamica. Certo, è stata anche una grandiosa operazione di propaganda. Ma i sentimenti che questa morte ha suscitato tra gli iraniani sono contrastanti. Chi lo identifica col regime, ha visto sparire un simbolo odioso. Chi lo ricorda per il ruolo nella guerra contro l’Iraq, ha in fondo perso un “piccolo padre”. Così come molti scontenti e oppositori della Repubblica islamica piansero nel 1989 Khomeini e nel 2017 Rafsanjani. I padri, seppure odiati, quando se ne vanno lasciano degli orfani. Sempre.

I miei compiti a casa: leggere October Surprise di Gary Sick.

Domani (enshallah) è un altro giorno.

Il delirio di Trump

Nell’escalation seguita all’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato una serie di tweet minacciosi nei confronti dell’Iran. Intorno alla mezzanotte del 4 gennaio 2020 (ora di Washington) ha scritto che gli Stati Uniti hanno individuato

52 siti iraniani (in rappresaglia dei 52 americani presi in ostaggio dall’Iran anni fa), alcuni dei quali di alto livello e importanti per l’Iran e la cultura iraniana, e quegli obiettivi, e lo stesso Iran, saranno colpiti molto velocemente e molto duramente. Gli Usa non vogliono più minacce!

Sui siti Unesco in Iran leggi anche: https://www.crognali.it/iran-unesco/

La minaccia di Trump è una palese violazione della Convenzione convenzione stipulata all’Aja nel 1954 e delle stessi leggi di guerra americane.

Dopo Soleimani

Dopo Soleimani

La prima questione è semantica: a seconda di chi parla (o scrive) il generale Qasem Soleimani è stato “ucciso”, “assassinato” o – molto asetticamente – “eliminato”, come se avesse perso una partita di un torneo di tennis. In fondo si tratterebbe di dire: il presidente degli Usa ha ordinato una strage. Tra le vittime ci sono Abu Mehdi al-Muhandis, ufficiale di un Paese (l’Iraq) alleato degli Usa, e Qasem Soleimani, generale di un Paese (l’Iran) con cui gli Usa non sono formalmente in guerra. I fatti sono questi.

Poi ci sono le reazioni di commentatori e politici, che hanno scandito tutta la giornata di venerdì 3 gennaio 2020. E qui la seconda questione: davvero non immaginavo che così tante persone in Italia conoscessero così bene la storia di Soleimani e il suo ruolo nelle guerre del Medio Oriente. E tutti hanno un’opinione netta, formata. Non solo: sanno già benissimo quello che sta per succedere. Beati loro. Per me – lo confesso – la notizia è stato uno shock. 

Come ha spiegato Nicola Pedde, “con la morte di Soleimani viene paradossalmente meno l’unica e ultima garanzia negoziale degli Stati Uniti con l’Iran, l’interlocuzione diretta di Washington con l’apparato della sicurezza di Teheran e, più in generale, con l’uomo che più di ogni altro aveva esperienza e visione sul piano regionale e globale”. 

Forse proprio per questo tipo di ruolo, Soleimani si muoveva in modo tutt’altro che misterioso. Lo hanno ucciso vicino all’aeroporto di Baghdad, mentre si spostava con un una scorta ristretta. Piuttosto che di operazione di intelligence, parlerei di un vero e proprio colpo a tradimento. Il primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi ha condannato l’attentato definendolo “un’aggressione contro l’Iraq – il suo Stato, il suo governo e il suo popolo” e “una grave violazione” delle condizioni per la presenza delle Forze Usa sul territorio iracheno.

Eroe o criminale? Siamo alla fiera dell’ipocrisia: Soleimani ha vissuto una vita di guerra, ha vissuto di guerra e di guerre. La Guida Khamenei lo definiva il “martire vivente”. Nulla di “anomalo” nella sua fine. E nulla di misterioso nel suo curriculum. Abbiamo scritto di lui in tempi non sospetti, ma che oggi l’Occidente di colpo lo scopra come una minaccia è allo stesso tempo ridicolo e tragico. Appena poche ore dopo la sua morte, Khamenei ha nominato successore il suo vice, Ismail Qaani, personaggio di scarso carisma e maggiore intransigenza ideologica. 

Soleimani, spiega ancora Pedde: “anche sul piano della politica interna iraniana rappresentava una figura complessa. Molto vicino alla Guida, Ali Khamenei, il generale costituiva l’elemento di garanzia del sistema politico di prima generazione, ponendosi come baluardo della difesa degli interessi nazionali e della continuità politica della Repubblica Islamica. In quest’ottica era entrato più volte in rotta di collisione con i vertici dell’IRGC, e soprattutto con quella componente apicale espressa dall’industria militare e dal conglomerato industriale che ruota intorno al grande universo dei Pasdaran. Soleimani non era certamente uomo loro, ed anzi veniva da questi percepito più come un pericoloso outsider che non come un alleato”.

Come spiega Narges Bajoghli sul New York Times, l’uccisione di Soleimani non diminuirà l’influenza dell’Iran nella regione. Ma accelera alcune dinamiche. Innanzitutto è la pietra tombale di qualsiasi tentativo di dialogo tra Usa e Iran. Dialogo che ancora qualche settimana fa era una possibilità per lo stesso Trump. Che in serata fa quasi un mezzo passo indietro, precisando di non puntare a un “regime change” in Iran ma di aver voluto prevenire “attacchi a diplomatici americani”. L’incidente che da circa un anno tutti temevano non c’è stato: c’è stato un deliberato e assolutamente controproducente atto di guerra da parte degli Usa nei confronti dell’Iran. Questo omicidio non stabilizza la regione e non piega Teheran. Piuttosto ricompatta il fronte interno iraniano: Rouhani è ormai politicamente finito e dovrà per necessariamente seguire la linea dei conservatori. Il dialogo con l’Occidente – costato anni di lavoro diplomatico – è stato un fallimento.

Oggi in Senato si sarebbe dovuto discutere dell’impeachment ma l’uccisone di Soleimani ha stravolto l’agenda politica Usa. Quarant’anni dopo Carter, l’Iran torna a essere determinante per la rielezione di un presidente americano. L’impressione è che manchi una vera strategia di base: il presidente che vuole la foto con la stretta di mano con Rouhani a settembre, è lo stesso che ordina di uccidere Soleimani il 2 gennaio e ha poi continuato a sfidare Teheran con una serie di tweet irridenti, sulla presunta incapacità degli iraniani di vincere le guerre. La risposta di Teheran ci sarà sicuramente, ma è impossibile prevedere come, dove e quando. 

Trump ama improvvisare, l’Iran no

Un sondaggio dell’Università del Maryland mostra una grande popolarità di Soleimani in patria. Al di là della retorica governativa, si tratta di una figura molto nota e associata positivamente dai più alla “Sacra difesa”, la guerra combattuta contro l’Iraq (1980-88)
La ex vicepresidente Ebtekar ripropone una copertina di Newsweek del 2014

Iran 2020

Detto, scritto e ripetuto tante volte: la storia dell’Iran insegna a non lanciarsi mai in previsioni azzardate sul destino di questo Paese. I disordini e la repressione delle scorse settimane hanno scomodato analisi che si ripetono da una trentina d’anni: crisi economica, assenza di fiducia da parte della popolazione, Repubblica islamica a un passo dal tracollo. In questo tipo di analisi, manca quasi sempre una reale conoscenza dei protagonisti, delle dinamiche e delle tempistiche della politica iraniana. Che ha dimostrato di avere tempi di gestazione molto lunghi e generare poi cambiamenti drastici e rapidi, quasi mai nella direzione prevista dalla maggior parte degli osservatori. Fu così per la rivoluzione del 1979, è stato così nelle crisi che ciclicamente hanno colpito la Repubblica islamica: 1999, 2003, 2009, 2019.

Il peso del petrolio

Si è parlato molto dell’aumento del prezzo della benzina, quale fattore scatenante delle proteste di fine novembre. Non si è invece parlato abbastanza di un dato economico fondamentale: l’Iran – a causa delle sanzioni decise da Trump – oggi esporta molto meno petrolio rispetto al recente passato. Il prossimo anno (il 1399 del calendario persiano inizia il 20 marzo 2020) “soltanto” il 30 per cento del bilancio statale dell’Iran si baserà sull’export petrolifero: dieci anni fa era il 60 per cento.

Secondo la Banca Mondiale, nel 2017 il petrolio rappresenta il 17 per cento del PIL iraniano: un patrimonio dunque ancora fondamentale, ma non più sufficiente. Tagliare i sussidi è perciò un primo passo quasi inevitabile. A cui però dovrà necessariamente fare seguito un cambio di prospettiva: se l’Iran vuole sopravvivere dovrà rivedere la sua politica fiscale assolutamente inadeguata. Più in generale, a giudicare dal budget presentato l’8 dicembre dal presidente Hassan Rouhani, l’intervento dello Stato nell’economia diminuirà.

E questo non potrà non avere conseguenze politiche, soprattutto se proseguiranno le sanzioni e l’isolamento economico.

Lo stallo politico

Situazione paradossale. Rouhani era stato eletto nel 2013 proprio per uscire dall’isolamento in cui il Paese era precipitato negli otto anni di presidenza Ahmadinejad. E l’accordo nucleare del 2015 aveva in effetti aperto una nuova fase. Chiusasi bruscamente con l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la successiva uscita dal JCPOA. Adesso è proprio Rouhani a pagare il conto più salato per questa marcia indietro. Sia a livello internazionale, sia internamente. Anche le proteste di novembre sembrano averlo isolato ancora di più. A criticarlo non sono soltanto i conservatori: a dicembre alcune testate riformiste hanno chiesto le dimissioni del presidente. Le prossime elezioni presidenziali sono fissate per la primavera 2021 ma non è affatto scontato che Rouhani arrivi alla fine del mandato. In passato, la Guida Khamenei ha dimostrato di non amare crisi istituzionali che possano ledere l’unità del sistema: nel 2004 si schierò contro un possibile impeachment del riformista Khatami ormai a fine mandato. Dopo qualche settimana la polemica si è un po’ smorzata ma l’allerta per possibili nuove manifestazioni a quaranta giorni dai disordini (e dalle vittime) di novembre, dimostra che la tensione rimane alta.

Il magazine Seda suggerisce a Rouhani di dimettersi

In cerca di accordo

A proposito di impeachment, l’apertura del procedimento contro Donald Trump negli Usa rischia di rivelarsi un problema anche per chi, in Iran, cerca ancora un accordo. A settembre 2019 Rouhani e Trump sarebbero stati a un passo da un nuovo accordo che avrebbe sospeso il divieto per i Paesi europei di comprare petrolio iraniano. A far saltare l’intesa, la distanza tra le parti sui tempi di questa sospensione (Rouhani voleva un anno e un tetto di 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre Trump era disposto a concedere sei mesi e un milione di barili al giorno) e sulle modalità dell’annuncio dell’intesa: Rouhani chiedeva una dichiarazione da parte degli Usa, Trump insisteva per un incontro con una stretta di mano da immortalare, sulla falsa riga di quanto avvenuto con il nordcoreano Kim Jong-un nel 2018.

Nonostante lo sforzo di mediazione diplomatica portata avanti dal presidente francese Emmanuel Macron, non se ne è fatto nulla e adesso è tutto più complicato: Trump è un leader indebolito dall’impeachment e non può permettersi di osare granché a meno di un anno dalle presidenziali. E in Iran il 21 febbraio si vota per il parlamento.

Le elezioni di febbraio

Si voterà per l’undicesimo parlamento della Repubblica islamica. I candidati registrati sono 14.896, il 15 percento in più rispetto a quattro anni fa. Assai probabile che il Consiglio dei Guardiani casserà, come di consueto, molte di queste candidature. Non si sono registrati personaggi del calibro dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani, del’ex negoziatore (conservatore) sul nucleare Saeed Jalili e del riformista Mohammad Reza Aref. Si è invece registrata Shahindokht Molaverdi, ex vicepresidente nel primo governo Rouhani.

Si prevede un nuovo parlamento a maggioranza conservatrice, sia per la censura sui candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani, sia per un oggettivo disincanto da parte dell’elettorato iraniano nei confronti dell’attuale esecutivo. Come sempre, sarà interessante verificare l’affluenza, dato molto indicativo per capire il grado di tenuta del sistema.

Guardando alle elezioni di febbraio e, più in generale, al futuro prossimo dell’Iran, vale la pena soffermarsi su un dato interessante. l’anno che si concluderà a marzo (il 1398 persiano) ha fatto registrare un tasso di natalità pari a 14,5 per mille, il più basso negli ultimi 50 anni. L’Iran è un Paese giovane, ma comincia a invecchiare.

Il prezzo della crisi

Iran, crisi

L’Iran torna online dopo una settimana intera di blocco. Settimana in cui le voci della protesta nata dopo il taglio ai sussidi sulla benzina si sono rincorse in modo piuttosto confuso.

Tutto è cominciato in modo improvviso e si è sviluppato con una rapidità che ha lasciato interdetti la maggior parte degli osservatori. O, almeno, quelli abbastanza onesti da ammettere di non avere gli strumenti per decodificare quello che stava realmente avvenendo in Iran.

Qui sotto è possibile seguire in tempo reale lo stato di Internet in Iran

Quello che sappiamo

Sappiamo che da sabato 16 novembre ci sono state proteste violente in molte città iraniane. Sono le stesse autorità a confermarlo e a precisare che si è trattato di una crisi grave ed estesa. Colpisce, tuttavia, la rapidità con cui si è deciso il black out di Internet. Come se l’operazione fosse stata premeditata o quantomeno preventivata.

Degli scontri circolano in rete numerosi video. Alcuni, rilanciati dal canale in lingua persiana della BBC, hanno avuto moltissime visualizzazioni e hanno scatenato un vivace dibattito in rete.

Dalle immagini e dalle scarne testimonianze, non sembrano emergere grandi assembramenti di persone, ma azioni condotte da gruppi non molto folti. L’estrema violenza che ne è scaturita è stata sorprendente e anche chi non ha assistito direttamente agli sconti, ha potuto constatarne gli effetti: banche e pompe di benzina dati alle fiamme, uffici governativi e auto distrutte.

Tabriz

Quello che non sappiamo

Non conosciamo il numero delle vittime. Amnesty International parla di almeno 106 morti. Le autorità iraniane, di contro, limitano il numero a quattro. Si parla di mille o duemila persone arrestate. Molti feriti non si recherebbero negli ospedali per il timore di essere individuati. Ma, appunto, il condizionale è obbligatorio. Non conosciamo nemmeno l’età media dei dimostranti e la loro estrazione sociale. Sono principalmente studenti o lavoratori?

Non reggono i paragoni con le ondate di proteste più recenti: la famosa Onda Verde del 2009 e le manifestazioni dell’inverno 2017-2018. Nel primo caso la crisi era prettamente politica, legata a elezioni contestate; esistevano dei leader riconosciuti e in piazza scesero – perlopiù pacificamente – centinaia di migliaia di persone, soprattutto a Teheran. Nel secondo caso – come stavolta – la scintilla era di origine economica. Non c’erano leader riconosciuti e ci fu un’escalation di violenza, ma non grave come stavolta. Internet non venne bloccato e circolarono molte immagini. Fu una crisi più lenta, con un andamento irregolare e concentrata in alcune città come Mashad e Kermanshah.

L’accademico statunitense Juan Cole ha suggerito piuttosto un parallelo con le proteste – pilotate da Usa e Gran Bretagna – che nel 1953 portarono al golpe con cui venne deposto Mossadeq. Una similitudine interessante – oltre che inquietante.

Altre voci, altre stanze

Non appena la connessione è stata ristabilita, il ministro delle Comunicazioni e dell’ICT Mohammad-Javad Azari Jahromi ha diffuso un video messaggio in cui prende le distanze dalla decisione di spegnere Internet per una settimana. Si scusa con gli iraniani e attribuisce il provvedimento alle Organizzazioni per la sicurezza. Le imbarazzate scuse del ministro (appena pochi giorni fa i media occidentali avevano coniato per lui il termine di “Macron iraniano“) sono un segnale evidente della difficoltà dell’esecutivo guidato dal presidente Hassan Rouhani. La vicepresidente Masoumeh Ebtekar ha provato a difendere l’esecutivo: “Il governo non è mai stato contro la libera circolazione delle idee (…) Il governo non è il solo a prendere decisioni (…) I disordini sono stati creati da gruppi che hanno approfittato delle condizioni create dalle sanzioni americane”.

Rouhani in questo momento è preso tra due fuochi: i conservatori che scaricano su di lui tutte le responsabilità della crisi economica. E l’opinione pubblica che è pronta a fargli pagare il taglio ai sussidi e la repressione della protesta.

Anche chi non ha partecipato alle manifestazioni ha subito un blackout pesante, che ha prodotto danni economici ancora tutti da valutare.

Emblematici di questo momento, i titoli di alcune testate vicine ai riformisti. Arman-e Melli parla di un prezzo politico da pagare dal governo per i suoi disastri”. Hamshahri titola sui “media vuoti della voce del popolo”. L’Associazione dei Giornalisti ha pubblicato una nota ufficiale in cui denuncia l’ordine imposto ai reporter di non pubblicare foto e notizie delle proteste. Etemad cita il vicepresidente Eshaq Jahangiri : “Ascoltiamo la voce del popolo”.

Arman-e Melli

Hamshahri
Etemad

In questo quadro così incerto, torna timidamente sulla scena l’ex presidente conservatore Mahmud Ahmadinejad, che da un paio di anni utilizza i social in modo sistematico. In un video, lamenta la disaffezione del popolo nei confronti della situazione generale e si rivolge, in tono pacato, direttamente a Rouhani e – indirettamente – anche alla Guida (“le altre parti del sistema”) chiedendo retoricamente: “Il Paese è forse una vostra proprietà?”.

Una “crisi organica”

Come scrive Rahman Bouzari, giornalista del riformista Shargh, siamo probabilmente di fronte a quella che Antonio Gramsci avrebbe definito una crisi organica. Una fase, cioè, in cui la classe governante non è più in grado di produrre consenso sociale. Non è cioè soltanto la questione del prezzo della benzina, ma la difficoltà della Repubblica islamica a dare risposte ai propri cittadini a livello politico, economico, ideologico e sociale.

Questa settimana di violenze e silenzio web, sarebbe la prosecuzione di quanto iniziato due anni fa e proseguito poi con una serie di fenomeni di intensità minore, legati più o meno tutti a questioni di disagio economico e occupazionale.

Tra tre mesi gli iraniani saranno chiamati alle urne per il rinnovo del parlamento. Al di là del risultato – prevedibile il successo dei conservatori – sarà importante il dato dell’affluenza, termometro da sempre molto indicativo dello stato di salute del sistema.

Sempre che nel frattempo non ci siano decisioni clamorose. Nessun presidente della Repubblica islamica si è mai dimesso. Ma la storia dell’Iran insegna a prestare sempre la massima attenzione a tutti i segnali .

Iran, l’inverno dello scontento

La notizia è arrivata venerdì 15 novembre: il governo iraniano ha deciso di ridurre i sussidi relativi all’acquisto di benzina, determinando così un aumento del 50% del prezzo del carburante.

L’aumento del prezzo della benzina

In pratica, ogni cittadino iraniano può ora comprare fino a 60 litri di benzina al mese a 15.000 rial, cioè circa 32 centesimi di euro al litro, mentre ogni litro in più costa 80 centesimi. Prima di questo provvedimento, in un mese si potevano acquistare in un mese 250 litri a circa 0,25 euro al litro.

Secondo il governo di Hassan Rouhani questo provvedimento porterà nelle casse dello Stato tra i 300 e i 310 mila miliardi di rial, (2,55 miliardi di dollari all’anno). Il ministro del petrolio Bijan Zanganeh ha dichiarato che le entrate saranno indirizzate principalmente a 18 milioni di famiglie bisognose. Zanganeh ha aggiunto che  “il governo controllerà il consumo annuale di 94 milioni di litri, di cui 64 milioni saranno venduti tramite carte di razionamento”.

Le proteste nelle città iraniane

L’annuncio dell’aumento della benzina ha scatenato quasi immediatamente la protesta in numerose città iraniane. A Teheran, nel giorno della prima nevicata della stagione, si sono riscontrati diversi blocchi del traffico e assembramenti sporadici di persone che hanno scandito slogan contro il governo e contro il sistema. Più grave la situazione in altre città: a Sirjan, nella provincia di Kerman, una persona è morta negli scontri seguiti all’attacco di un deposito di carburante da parte dei dimostranti. Un’altra persona sarebbe morta a Behbahan, nella provincia del Khuzestan. Come sempre accade in circostanze simili, non è semplice avere un quadro chiaro della situazione. Sui social circola anche un video che mostrerebbe un dimostrante colpito da un colpo d’arma da fuoco. In altre immagini, si vedono chiaramente le forze dell’ordine intervenire con violenza, colpendo manifestanti e auto in transito.

Il blocco di internet

A conferma della gravità della situazione, il blocco di internet, scattato nella giornata di sabato 16 novembre e confermato da un lancio dell’agenzia semi ufficiale ISNA che riprende un comunicato del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale che parla di “limitazioni all’accesso a Internet per 24 ore”.

Questa decisione ricorda altre situazioni di crisi, in cui le autorità della Repubblica islamica hanno limitato o impedito totalmente l’accesso alla rete. Fu così nel 2009, nelle settimane dell’Onda Verde. Di sicuro, la mancanza di connessione, aumenta l’incertezza su quanto stia effettivamente accadendo in Iran.

La questione dei sussidi

In Iran il prezzo della benzina è un prezzo politico, già dall’epoca dello scià. Da anni, il prezzo garantito dalla Repubblica islamica è assolutamente insufficiente a coprire i costi di estrazione e raffinazione. L’esportazione del petrolio è la principale voce di bilancio per lo Stato iraniano, ma il ripristino delle sanzioni da parte degli Usa, dopo il ritiro dall’accorso sul nucleare, ha provocato il collasso. Oggi Teheran esporta 500.000 barili di petrolio al giorno, quando il limite per la sua sopravvivenza economica è stimato a un milione. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i sussidi per la benzina rappresentano l’1,6 per cento del PIL iraniano per il periodo 2017-18. Un costo enorme per una misura che oltretutto riguarda tutti gli iraniani, anche quelli con i redditi medio alti che possono tranquillamente permettersi un prezzo più alto per le loro auto. A rimetterci, adesso, sono le classi sociali più povere.

La questione politica ed elettorale

Di sicuro la decisione di Rouhani non è stata azzeccata nella tempistica. E forse – come si dice sempre un po’ ovunque in ogni situazione – non è stata ben comunicata. Resta però il fatto che si tratta di una decisione necessaria nel quadro della cosiddetta strategia della “massima resilienza” adottata dalla stessa Guida per contrastare la “massima pressione” voluta da Donald Trump. E non c’è dubbio che la presidenza ha preso questa decisione di comune accordo con i vertici della Repubblica islamica, a cominciare dalla Guida. Che infatti, nel condannare i disordini – attribuiti come sempre a “elementi esterni” – ha rimarcato il sostegno alle decisioni di Rouhani.

In questo quadro, è però proprio il presidente moderato a rischiare di più dal punto di vista politico. I conservatori fanno quadrato non attorno a lui ma attorno a Khamenei, cioè al sistema. E se il quotidiano Keyhan scrive che gli aumenti sono necessari, il riformista Seda-ye Eslahat titola: “Il popolo ha perso le speranze in Rouhani e aspetta le sue dimissioni”.

Come dire: “Con amici simili, chi ha bisogno di nemici?”.

Il 21 febbraio 2020 si svolgono le elezioni parlamentari, tradizionalmente una sorte di midterm in attesa delle presidenziali del 2021. Facile prevedere una bassa affluenza, altrettanto facile una vittoria dei conservatori.

In mezzo, questa crisi, che al di là dei facili e un po’ pelosi entusiasmi dei cronisti occidentali, molto difficilmente sfocerà in una crisi anti-sistema. La questione è essenzialmente economica.

L’inverno dello scontento iraniano è soltanto iniziato.

Seda-ye Eslahat (La voce della riforma) chiede le dimissioni di Rouhani

Aggiornamenti

https://twitter.com/netblocks/status/1197119013022818305

Continua il blocco di Internet in Iran. Le linee telefoniche funzionano, seppure con alcune limitazioni. Non si hanno ancora notizie chiare circa i disordini in atto nel Paese. Amnesty International parla di “almeno 106 manifestanti uccisi” in scontri in 21 città. Le autorità iraniane parlano invece di tre agenti uccisi a coltellate dai “rivoltosi”.

Continua a essere particolarmente difficile accedere a informazioni dirette.

Intervista a radio Vaticana – 20 novembre 2019

Come volevasi dimostrare

Come volevasi dimostrare, tutto secondo copione: trascorsi i sessanta giorni annunciati a maggio, l’Iran ha annunciato che riprenderà ad arricchire l’uranio non più al 3,67% come stabilito dall’accordo del 2015 ma fino al 5%. Quindi a un livello ancora lontanissimo da quel 90% necessario per costruire armi atomiche e comunque inferiore al 20% necessario per riattivare il reattore di ricerca di Teheran. Questo innalzamento di percentuale serve appena a consentire al rettore di Busher di produrre energia elettrica. Ma – insieme all’annuncio di pochi giorni fa di voler superare la soglia di 300 kg di uranio arricchito – è chiaramente una mossa politica, un tentativo – molto probabilmente vano – di stanare l’Europa e di metterla di fronte alle proprie responsabilità.

Come spiegato dallo stesso ministro degli Esteri Javad Zarif in un tweet, queste misure sono previste dal paragrafo 36 dello stesso accordo (il cui testo originale integrale è consultabile qui) nel caso e non significano affatto che l’Iran ne sia uscito. Sono forme previste dalla parti

Instex, lettera morta

Le decisioni annunciate il 7 luglio dal portavoce del governo Ali Rabiei e dal viceministro degli Esteri Abbas Araghchi non sono affatto quel fulmine a ciel sereno descritto dalla maggior parte dei media italiani in queste ore. Due mesi fa il presidente Hassan Rohani aveva posto un ultimatum ai Paesi europei. Il senso del discorso era: fate qualcosa per salvare l’accordo, perché con le nuove sanzioni degli Usa, sta venendo meno la stessa ragion d’essere di quella intesa storica. Cosa chiedeva e cosa chiede ancora l’Iran all’Europa? Semplice:  dare forma e sostanza al programma Instex (Instrument in Support of Trade Exchanges), lo strumento finanziario creato il 31 gennaio scorso da Francia, Germania e Regno Unito per aggirare le sanzioni americane e consentire la continuazione degli scambi economici fra l’Europa e l’Iran.

Quello strumento (a cui l’Italia, primo partner commerciale Ue dell’Iran ha pensato bene di non aderire..) è rimasto finora lettera morta. Teheran ha perciò deciso di agire lanciando un ultimatum all’Ue (ne parlammo qui). Quei sessanta giorni di tempo sono scaduti.

La narrazione anti Iran

E’ quasi incredibile: in quattro anni l’AIEA ha certificato non una ma quattordici (14) volte che l’Iran stava adempiendo agli obblighi previsti dall’accordo. Nonostante questo, gli Usa un anno fa sono usciti dall’accordo con una decisione unilaterale e ingiustificata. Poi sono arrivate sanzioni sempre più pesanti da Washington. A tutto questo, i media hanno assistito in modo piuttosto distratto. Ora che l’Iran reagisce, è tutto un proliferare di titoli: “La minaccia nucleare”, “La provocazione di Teheran”, con notizie assolutamente false e tendenziose. Sky Tg 24 e Repubblica online titolano: “L’Iran esce dall’accordo”. Sbagliato, falso, tendenzioso.

Macron e Rohani

Qualcosa comunque si muove a livello europeo. Lo spagnolo Joseph Borrell prenderà il posto di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera Ue. Si tratta di una figura gradita a Teheran. In Iran si parla di lui come di un “critico di Trump”. Ed è già qualcosa. Va inoltre tenuto conto delle posizioni di Russia e Francia. Mosca, attraverso il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha criticato l’Ue, colpevole di aver varato uno strumento (Instex) praticamente inutile. Il presidente francese Emmanuel Macron – dopo un colloquio telefonico con Rohani – ha espresso la sua “forte preoccupazione” in caso di abbandono dell’accordo da parte dell’Iran e si è impegnato a trovare una soluzione con i partner europei entro il 15 luglio.

E l’Italia?

Assolutamente assente l’Italia. Il governo gialloverde ripete qui lo stesso schema riproposto in altri ambiti: i cinque stelle sarebbero (condizionale d’obbligo) anche bendisposti nei confronti dell’Iran (non dimentichiamo che Beppe Grillo è sposato con un’iraniani) e hanno dati pallidi segnali di interesse nei mesi passati (molto fumo e poca sostanza, a dire il vero). Però poi la linea di Salvini (pro Trump e pro Israele) prevale su tutto e tutti. Tace, come sempre il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi (chi?).

E quindi?

Detto questo, io non credo che il futuro ci riservi una guerra. Piuttosto, questa vicenda segna – se ce ne fosse ancora bisogno – la mancanza politica dell’Europa. L’Iran punta a un compromesso non con i 5+1, non con l’Ue. E nemmeno con gli Usa. Ma con Trump. Per farlo deve arrivarci con qualcosa da barattare. Staremo a vedere.

Sulla stessa barca

Il fattaccio (anzi, i due fattacci) avvengono giovedì 13 giugno: due petroliere in transito nel Golfo dell’Oman  – la Front Altair, di proprietà norvegese battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Courageous, di proprietà giapponese con bandiera panamense, partita dal porto saudita di al-Jubail e diretta a Singapore – sono state attaccate e danneggiate in modo piuttosto grave. Non ci sono state vittime ma gli equipaggi sono stati costretti ad abbandonare le navi e sono stati tratti in salvo dalla marina iraniana e da quella statunitense.

Chi è stato?

Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo non ha dubbi: sono stati gli iraniani ad attaccare. E a sostegno di questa tesi, la marina Usa ha diffuso un video in bianco e nero piuttosto confuso in cui una piccola imbarcazione dei pasdaran sarebbe impegnata a rimuovere una mina non esplosa. Ricostruzione che non quadra con la testimonianza dei giapponesi, che parlano di un’esplosione avvenuta in aria, non sott’acqua. L’Iran ha respinto le accuse degli americani, accusandoli di voler solamente diffondere propaganda e “iranofobia”.

Cosa c’entra il Giappone

Gli attacchi del 13 giugno sono avvenuti mentre a Teheran era in corso la visita di Stato del Primo ministro giapponese Shinzo Abe. Si è trattata delle prima visita di un capo di governo giapponese nella Repubblica islamica, sebbene proprio Abe fosse già stato a Teheran nel 1983, in qualità di assistente di suo padre Shintaro, all’epoca ministro degli Esteri, incaricato di tentare una mediazione tra Iran e Iraq, allora in guerra. Sebbene non ci sia nessun incarico ufficiale, la visita di Shinzo Abe avrebbe avuto l’obiettivo di tentare una conciliazione tra Teheran e Washington dopo le tensioni sorte nelle ultime settimane. Chi ha attaccato le imbarcazioni, ha evidentemente voluto sabotare questo tentativo.

Difficile, anzi decisamente improbabile, che si sia trattato di un’azione di disturbo dei pasdaran. Che non hanno l’autonomia politica per un gesto così plateale e così in contraddizione con i vertici politici del Paese. Vale la pena ricordare che Abe non ha incontrato soltanto il presidente Hassan Rohani, ma anche la Guida Ali Khamenei. E i pasdaran – per statuto – rispondono alla Guida.

Da escludere anche che possano essere state formazioni paramilitari locali legate a Teheran: si tratta di operazioni tecnicamente piuttosto complesse, non alla loro portata.

False flag?

Da parte iraniana e anche di molti osservatori neutrali, è stato avanzato il dubbio che si sia trattato di un attacco “false flag”, organizzato cioè con l’unico obiettivo di incolpare qualcuno, in questo caso l’Iran.

Ma davvero gli Usa hanno cercato di costruire l’ennesima “pistola fumante” (come le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nel 2003) per avere un casus belli con Teheran?

Al di là delle dichiarazioni di Pompeo, il presidente Donald Trump ha usato toni piuttosto blandi, quasi di circostanza. In questo momento, né lui né gli iraniani sembrano davvero disposti a esasperare la situazione. Trump deve cominciare a prepararsi alla campagna elettorale 2020 e sarebbe paradossale per lui – che si era proposto come l’artefice di un disimpegno degli Usa dal Medio Oriente – presentarsi al giudizio degli elettori con una nuova guerra.

E allora?

Probabilmente, come nei casi criminali più comuni, il colpevole e il movente vanno ricercati nei dettagli più banali e più evidenti. Il “dove” e il “quando”, ci dicono spesso “chi”.

Il Golfo Persico, nella zona presidiata dai pasdaran iraniani. Nel giorno della visita del premier giapponese a Teheran.

Chi vuole ostacolare o rallentare qualsiasi tipo di distensione tra Usa e Iran? Arabia Saudita e Israele non hanno mai fatto mistero del loro scontento per lo storico accordo sul nucleare. E sull’inasprimento dei rapporti tra Usa e Iran hanno costruito le loro fortune politiche.

Trump ha dimostrato in questi tre anni di presidenza di essere incline all’improvvisazione, soprattutto in politica estera: con la Corea del Nord, così come in Libia. Dopo aver invocato a lungo i demoni della guerra con l’Iran, adesso non sembra più tanto convinto di volersi imbarcare in un’avventura che avrebbe ripercussioni gravissime.

Teheran, dal canto suo, avrebbe bisogno di riprendere un dialogo con Washington, ma farlo alle condizioni di Trump sarebbe troppo umiliante. La situazione parrebbe senza uscita: eppure, proprio perché questo stallo non può durare in eterno, non è detto che alla prima occasione una delle due parti non faccia quel passo indietro necessario a sbloccare l’impasse.

Il 28 e 29 giugno si svolgerà il G20 a Osaka, Giappone. La nuova crisi in Medio Oriente sarà uno dei temi più importanti. Vedremo se e come sarà affrontata la questione iraniana.

Verso una Terza Repubblica islamica?

Come abbiamo avuto modo di dire diverse volte, l’Iran – e la Repubblica islamica – sono tutto tranne che realtà monolitiche e immutabili. Il sistema politico nato dopo la rivoluzione del 1979, ha già conosciuto una prima riforma nel 1989. La scomparsa di Khomeini e con essa la fine della prima fase post rivoluzionaria, convinse i vertici della Repubblica islamica a modificare alcuni punti importanti della Costituzione elaborata dieci anni prima.

La riforma del 1989

Le modifiche apportate al testo approvato con referendum popolare nel dicembre 1979 furono essenzialmente tre: abolizione della figura del premier, con conseguente aumento dei poteri del presidente della repubblica; creazione del Consiglio del discernimento, per mediare tra parlamento e Consiglio dei Guardiani; riforma dei requisiti necessari per la scelta della Guida suprema (non più indispensabile il titolo di marja-e taqlid, cioè “fonte di imitazione”, ma sufficiente il titolo di mujtahid, cioè esperto di diritto islamico).

Le riforme si resero necessarie a causa di diversi problemi. Da un lato, le continue tensioni tra parlamento e Consiglio dei Guardiani, che di fatto bloccavano i lavori legislativi. Lo stesso premier era spesso ostacolato da una maggioranza parlamentare a lui ostile e non riusciva a portare avanti la propria azione di governo. Era inoltre evidente che, dopo la caduta in disgrazia di Montazeri, erede designato di Khomeini per il ruolo di Guida, si doveva assicurare in tempi rapidi una continuità nella scelta della figura principale della Repubblica islamica. Khomeini muore il 3 giugno 1989 e un mese e mezzo dopo, il 28 luglio, un referendum approva le modifiche alla Costituzione. Di fatto, nasce allora la seconda Repubblica islamica.

Le riforme, oggi

L’8 maggio 2019 il deputato riformista Mostafa Kevakebian ha annunciato di essere al lavoro per una legge chiamata “Terza Repubblica”. Gli hanno fatto eco altri parlamentari, riformisti e conservatori moderati, che si sono detti favorevoli a modificare alcune parti del testo costituzionale. Al centro del dibattito c’è il peso – giudicato eccessivo – del Consiglio dei Guardiani in materia elettorale, soprattutto per quanto riguarda il potere di veto sui candidati. Altri parlamentari si sono detti favorevoli ad aumentare i poteri del presidente, altri – soprattutto conservatori – sarebbero favorevoli e reintrodurre la figura di un premier che risponda solo al parlamento. Su posizioni ben diverse, alcuni conservatori radicali auspicano l’eliminazione della figura del presidente eletto.

In questo quadro, il 22 maggio la Guida Ali Khamenei si è detta contraria al ripristino della figura del premier, ma ha definito “accettabili” alcune modifiche alla Costituzione.

D’altra parte, una nuova riforma risponde a un dato oggettivo: quarant’anni dopo la rivoluzione, non si è formata in Iran una nuova generazione di politici religiosi in grado di raccogliere il testimone dei padri della Repubblica islamica. Per sopravvivere, il sistema dovrà necessariamente trasformarsi, anche attraverso una revisione delle istituzioni e dei processi decisionali.

La mossa di Teheran

La pazienza dell’Iran è durata un anno. Alla vigilia del primo anniversario del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare,  il presidente Hassan Rohani ha annunciato che Teheran non intende ritirarsi dall’accordo, ma riprenderà l’arricchimento del suo uranio se entro 60 giorni i partner europei non accetteranno di soddisfare le sue richieste in ambito petrolifero e bancario.

In una lettera ai partner del Piano comprensivo di azione (JCPOA), firmato nel 2015 con il gruppo ‘5+1’ (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), il presidente iraniano ha spiegato:

“Per proteggere la sicurezza e gli interessi nazionali del popolo iraniano, e nell’implementazione dei suoi diritti previsti dai paragrafi 26 e 36 del Jcpoa, la Repubblica islamica interrompe da oggi alcune delle sue misure sotto il Jcpoa», spiega la nota. Teheran annuncia quindi di non sentirsi più obbligata a rispettare i limiti attualmente previsti sulle sue riserve di uranio arricchito e acque pesanti e concede 60 giorni ai partner per «soddisfare i loro obblighi, specialmente in campo petrolifero e bancario”, in modo da bilanciare come promesso gli effetti delle sanzioni Usa. Se ci sarà un’intesa, Teheran tornerà a rispettare tutti gli obblighi del Jcpoa. Ma avverte: “La finestra che è ora aperta per la diplomazia non lo rimarrà a lungo”. Come dire: se non troviamo un accordo, l’Iran riprenderà ad arricchire l’uranio.

La risposta dell’Ue

L’alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini e i ministri degli esteri di Francia, Germania e Regno Unito hanno espresso “grande preoccupazione” dell’annuncio dell’Iran e rigettano “ogni ultimatum” e chiedono al Paese di continuare ad implementare gli accordi. In una nota congiunta, i quattro ribadiscono anche il loro “fermo impegno” sull’accordo che elimina le sanzioni, e si rammaricano per quelle reintrodotte dagli Usa.

Sazandegi titola: la palla è nel campo dell’Europa

Dagli Usa ancora sanzioni

La contromossa degli Usa non si è fatta attendere: con un ordine esecutivo, l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni per colpire i ricavi dell’Iran sulle esportazioni di ferro, acciaio, alluminio e rame. Dopo il settore petrolifero, quello dei metalli è il più importante del Paese: impiega circa 600.000 lavoratori e rappresenta il 10% totale delle esportazioni. Nell’automotive, per cui l’acciaio è indispensabile, sono impiegati un altro milione di lavoratori.

.. e provocazioni

Washington picchia duro, dunque, sperando di mettere all’angolo la Repubblica islamica. In questo, va detto, usa mezzi anche piuttosto grossolani. Alcuni giorni fa, il consigliere per la sicurezza John Bolton aveva annunciato  l’invio della portaerei Abraham Lincoln e un nucleo di bombardieri nel Mediterraneo proprio come monito all’Iran. Un paio di giorni dopo, la Marina Usa ha però smentito Bolton, parlando di “normali esercitazioni” programmate da tempo.

L’Iran vuole davvero uscire dal JCPOA?

Quella di Teheran sembra una mossa persino troppo ponderata, arrivata a un anno dal ritiro degli Usa e sulla spinta di tensioni politiche interne fortissime. Rohani recupera una parte di credito – e di fiato – a livello interno, incassando il sostegno di praticamente tutto lo spettro politico della Repubblica islamica.

Vatan-e emruz: Ritorno all’uranio
Aftab-e Yazd: ultimatum di 60 giorni all’Europa

Va detto che finora Rohani si sta muovendo nell’ambito dell’accordo stesso. Ed è sempre bene ricordare che l’Aiea ha certificato il pieno rispetto da parte iraniana dell’accordo del luglio 2015.

E’ comunque improbabile che l’Europa trovi il modo di venire incontro alle richieste di Teheran: troppo debole rispetto agli Usa e troppo divisa su dossier strategici quali quello iraniano (o anche quello libico).

Forse questo messaggio all’Europa è quindi soltanto un preavviso che il governo Rouhani ha voluto lanciare prima dell’ormai inevitabile collasso dell’accordo che si era raggiunto dopo un lavoro diplomatico infinito.

Chi sono i pasdaran

Chi sono i pasdaran

La decisione degli Usa è chiaramente una provocazione. I pasdaran (Sepah-e Pasdaran-e Enqelab-e Islami, l’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione islamica), nati nel maggio 1979 per espressa volontà di Khomeini, sono una componente importante del quadro politico e militare della Repubblica islamica. Hanno un ruolo determinante nella guerra tra Iran e Iraq (1980-88), distinguendosi nelle azioni di disturbo nel golfo Persico e nelle offensive su Bassora del 1982 e del 1987.

Dal 1992 sono direttamente collegati con le Forze Armate e detengono anche molti asset economicamente strategici.

Secondo l’articolo 150 della Costituzione della Repubblica islamica,

Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, fondato nei primi giorni della vittoria di questa Rivoluzione, continua a svolgere le proprie funzioni di difesa della Rivoluzione stessa e delle sue conquiste. Le prerogative e i doveri di tale Corpo in rapporto alle prerogative e ai doveri delle altre forze armate saranno regolamentati dalla legge, che promuoverà la cooperazione fraterna ed il coordinamento di tutte le forze in questione.

Da un punto di vista politico, sono divenuti più importanti durante i due mandati di Khatami (1997-2005), quando – soprattutto dopo i movimenti studenteschi del 1999 – si ersero a paladini dell’ortodossia rivoluzionaria. Rimane celebre una lettera che ventiquattro comandanti dei pasdaran (tra cui Qasem Soleimani) inviarono al presidente Khatami minacciando, in sostanza, di intervenire qualora non avesse messo fine alle manifestazioni degli studenti.

Un impero economico

Paradossalmente, il peso economico dei pasdaran si è rafforzato proprio grazie alle sanzioni occidentali, perché ha permesso loro di gestire in modo più o meno occulto una parte dell’economia che veniva penalizzata proprio dalle misure degli Usa e dei loro alleati. Controllano da anni asset strategici dell’economia della Repubblica islamica (petrolio, comunicazioni) e possono contare anche su una rete di media controllati o comunque molto vicini (come le agenzie Tasnim e Fars)

Definire i pasdaran un’organizzazione terroristica è non solo una forzatura, ma un controsenso.

I pasdaran – e in particolare la Brigata Qods – sono stati fondamentali nel combattere l’Isis in Siria e in Iraq. L’Iran è l’unico Paese – insieme alla Russia – ad aver combattuto il califfato “boots on the ground”, inviando cioè propri soldati e pagando per questo un contributo di vittime molto alto, stimabile in migliaia di caduti. Ora gli Usa dichiarano nemici quelli che di fatto sono stati, se non alleati, co belligeranti nella lotta allo Stato Islamico. L’ennesima sterzata di Trump ha per ora prodotto un solo chiaro effetto: spostare i moderati e i riformisti iraniani – tra cui alcuni politici spesso critici nei confronti di pasdaran – su posizioni più dure.

In queste ore molti parlamentari iraniani si sono fatti fotografare con la divisa verde dei Pasdaran.

Il presidente del Parlamento Larijani e alcuni deputati con l’uniforme dei pasdaran

Un giornale riformista – Etemad – titola oggi: “Anche io sono un pasdar”. 

Il quotidiano Etemad: “Anche io sono un pasdar”

Più in generale, il clima di accerchiamento che si respira in Iran a causa delle più recenti scelte della Casa Bianca, ha provocato un inasprimento dei torni, anche da quella parte dei vertici della Repubblica islamica che negli ultimi anni avevano cercato con ostinazione la strada del dialogo e del compromesso. I tweet al vetriolo del ministro degli Esteri Javad Zarif sono soltanto l’esempio più evidente.

L’Iran a quarant’anni dalla rivoluzione: quale bilancio?

Nel febbraio 1979 la rivoluzione popolare guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini rovesciava la monarchia Pahlavi e instaurava la Repubblica islamica. Un nuovo modello di governo, nuove leggi e nuove alleanze, che hanno cambiato non solo il Paese ma l’intero Medio Oriente. Che cosa è rimasto oggi dell’esperienza della rivoluzione? Quali sono le sfide dell’Iran odierno?

Alle tre sessioni dedicate a temi politici, economici e culturali, hanno partecipato:
Pejman Abdolmohammadi, Università di Trento e ISPI; Sissi Bellomo, Il Sole 24 Ore; Tatiana Boutourline, giornalista e scrittrice; Sara Cristaldi, ISPI; Augusto Di Giacinto, ICE Teheran (invitato); Luca Giansanti, già ambasciatore a Teheran; Lucia Goracci, RAI; Paolo Magri, Direttore, ISPI; Mahmoud Saleh Mohammadi, Spazio Nour; Pier Paolo Patti, Artista; Nicola Pedde, Institute for Global Studies; Annalisa Perteghella, ISPI; Valerio Rugge, Studio Legale Rödl; Farian Sabahi, John Cabot University; Antonello Sacchetti, Scrittore.

Cosa succede con Zarif?

Il ministro degli Esteri iraniano annuncia a sorpresa le dimissioni. Cosa ha determinato questa scelta e cosa potrebbe accadere ora

La notizia bomba arriva quando a Teheran è ormai la tarda serata di lunedì 25 febbraio 2019 e infatti la maggior parte dei quotidiani iraniani non fa in tempo a riprenderla: Javad Zarif, il ministro degli Esteri, l’architetto dello storico accordo sul nucleare del 2015, si è dimesso. Lo ha annunciato lui stesso in modo decisamente singolare, con un post su Instagram.

Per capire il messaggio e la sua cornice, è necessaria una premessa: in Iran la ricorrenza del compleanno di Fatemeh Zahra, la figlia prediletta del Profeta, è l’occasione in cui si celebra la Festa della Madre e della Donna. Per questo, in apertura, Zarif augura “buon compleanno alla Signora Fatemeh, buona giornata della madre e della donna”. Per poi proseguire:

“Sono molto grato al caro e onorevole popolo iraniano per gli ultimi 67 mesi. Mi scuso sinceramente per l’incapacità di continuare a servire e per tutte le manchevolezze dimostrate durante il servizio. Siate felici e leali”.

Perché adesso?

L’annuncio di Zarif arriva al termine di una giornata segnata dalla visita – non annunciata – a Teheran del presidente siriano Bashar al Assad. Si è trattato del primo viaggio all’estero di Assad dall’inizio della crisi nel 2011. Nella capitale iraniana ha incontrato la Guida Ali Khamenei, il presidente Hassan Rouhani e il comandante delle Forze Qods dei Pasdaran Qasem Soleimani. Ma non Zarif. Un’esclusione che suonerebbe perciò come un atto plateale di sfiducia nei suoi confronti da parte di Khamenei.

D’altro canto, il dossier siriano, già dal 2011, è affidato ai pasdaran, quindi a Soleimani, più che al ministro degli Esteri. L’esclusione di Zarif è comunque un atto pesante, soprattutto in questo momento, in cui il fallimento dell’accordo sul nucleare espone il governo Rouhani agli attacchi dei conservatori.

In una successiva dichiarazione all’agenzia Aria, Zarif ha sostenuto di essersi dovuto dimettere non per questioni personali ma per “difendere gli interessi nazionali e il ruolo del ministro degli Esteri. Qualsiasi altra speculazione è priva di fondamento”.

Rouhani, in un discorso trasmesso in televisione, ha rinnovato la stima nei confronti del suo ministro, ma non ha chiarito se accetterà o meno le sue dimissioni.

Arman-e Emruz titola: Dimissioni shock di Zarif

Un lungo addio

Le dimissioni di Zarif, qualora confermate, sarebbero probabilmente il preludio alla fine definitiva dell’accordo sul nucleare. I Paesi occidentali, ed europei in particolare, perderebbero un interlocutore importante.

Al progressivo accerchiamento dell’Iran dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, è corrisposto un progressivo isolamento interno del governo Rouhani, di cui Zarif è stato sicuramente l’esponente più esposto. I conservatori hanno avuto vita facile, negli ultimi due anni, a scaricare sul governo moderato i fallimenti di una scelta che pareva preludere a un cambiamento epocale per le relazioni internazionali del Paese.

Cosa succede adesso?

La prima impressione è che l’uscita di scena di Zarif rafforzi i conservatori e quindi una politica di chiusura nei confronti dell’Occidente. Probabilmente è proprio quello che vogliono Trump e Netanyahu, nella speranza che prima o poi Teheran offra il casus belli a un confronto militare diretto.

Questo non è però un esito scontato. Teniamo sempre presente le dinamiche interne della politica iraniana. Nel 2020 ci saranno le elezioni legislative, nel 2021 le presidenziali. Alla quali, in base alla Costituzione, Rouhani non si potrà presentare. Chi prenderà il posto di Rouhani? In molti suggeriscono il nome del suo vice Ali Aragchi, personaggio meno noto ma attestato su posizioni simili a quelle di Zarif. Non è nemmeno da escludere che quella di Zarif sia stata una mossa tattica, per evitare un logorio che lo avrebbe sfinito politicamente. Ritirandosi ora, potrebbe ritagliarsi un ruolo di outsider per le prossime sfide interne.

Aggiornamento: Zarif rimane

Il presidente Rouhani, dopo una giornata di dichiarazioni incrociate e di speculazioni di ogni tipo, ha ufficialmente respinto le dimissioni di Zarif, sostenendo che sono “contro gli interessi nazionali della Repubblica islamica”. Zarif ha pubblicato un nuovo post su Instagram in cui annuncia che il suo ministero continuerà a svolgere il proprio lavoro.

Alla prossima puntata.

Tutti contro l’Iran

A Varsavia gli Usa provano a formare un’alleanza in chiave anti Teheran.
Nella provincia del Sistan e Balucistan un attentato uccide oltre 40 militari

Il vertice di Varsavia

Presentato inizialmente come un vertice sulla sicurezza e la pace in Medio Oriente, la conferenza svoltasi a Varsavia il 13 e 14 febbraio 2019 è stata a tutti gli effetti una kermesse in chiave anti iraniana. Hanno partecipato i rappresentanti di 62 Paesi. Tra quelli europei, spiccavano le assenza di Francia e Germania e dell’alto rappresentante dell’Ue agli Affari esteri e alla Sicurezza Federica Mogherini. Assenti anche Algeria, Libia, Sudan, Kuwait, Libano, Qatar e Turchia, oltre alla Russia e ai palestinesi, che in un primo tempo avevano aderito. Basso profilo per Egitto e Tunisia che hanno inviato solo viceministri.

Presente invece l’Italia col ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Il vertice è stato soprattutto il palcoscenico per le esternazioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha cercato di creare un asse anti iraniano coi Paesi arabi, pronunciando almeno un paio di volte la parola “guerra”.

Rudy Giuliani alla manifestazione dell’MKO a Varsavia. (Photo by Wojtek RADWANSKI / AFP)WOJTEK RADWANSKI/AFP/Getty Images

Il tweet di Netanyahu

Un tweet del suo ufficio – cancellato dopo qualche minuto – parlava esplicitamente di un “comune interesse nella guerra all’Iran”

Dal canto suo, il vicepresidente Usa Mike Pence ha invitato i Paesi europei a ritirarsi dall’accordo sul nucleare. Proposta quanto meno curiosa, visto che pochi giorni prima, Francia, Germania e Gran Bretagna avevano lanciato un circuito finanziario chiamato Instex, creato appositamente per eludere le sanzioni americane contro Teheran, sostenendo accordi diretti tra imprese iraniane ed europee evitando il passaggio attraverso le banche.

Il sabotaggio del programma missilistico

Giusto in prossimità del vertice di Varsavia, il New York Times aveva pubblicato uno scoop: da anni il governo Usa conduce un sabotaggio contro il programma missilistico iraniano. Questa operazione starebbe funzionando alla grande, visto che negli ultimi undici anni sarebbero falliti ben il 67 per cento dei lanci orbitali effettuati dalla Repubblica islamica.

Lo scoop del New York Times

L’attentato contro i pasdaran

Con una puntualità impressionante, al coro internazionale contro l’Iran, il 13 febbraio un’auto bomba ha provocato la morte di oltre 40 pasdaran che viaggiavano a bordo di un autobus nella provincia sud-occidentale del Sistan-Belucistan, al confine con Pakistan e Afghanistan. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo sunnita separatista Jaish ul Adl (Esercito della Giustizia), affiliato ad Al Qaida.

L’attentato contro il bus dei pasdaran

Il gruppo Jaish al Adl è composto principalmente da ex militanti di Jundullah, formazione sunnita smantellata nel 2010 dalle forze di sicurezza iraniane. Opera al confine con il Pakistan e si sospetta sia finanziato dall’Arabia Saudita allo scopo di indebolire l’Iran. Il governo di Teheran impegna da anni migliaia di uomini nella provincia del Sistan e Balucistan per contrastare il traffico di droga dal vicino Pakistan. I

La Guida Ali Khamenei ha accusato “Paesi nella regione e fuori della regione” di essere dietro all’attentato. Il ministro degli Esteri Javad Zarif ha sottolineato la coincidenza dell’attacco con il “circo di Varsavia”. Circo in cui non è mancato un grottesco preludio, con una manifestazione dell’MKO animata da un comizio di Rudolph Giuliani e dalla partecipazioni di qualche centinaio di figuranti di nazionalità non precisata.

Isolamento reale?

Resta il dubbio sulla reale efficacia della strategia adottata dagli Usa per isolare e colpire l’Iran. Il vertice di Varsavia sembra aumentare le distanze tra Washington e i principali Paesi dell’Ue. Quasi in contemporanea al vertice polacco, a Sochi Russia, Iran e Turchia confermavano la collaborazione sulla Siria, impegnandosi contro “i focolai del terrorismo”.

Al di là di tutta la messinscena, il vertice di Varsavia non ha smosso gli equilibri in chiave anti iraniana.

L’ipocrisia dell’Occidente

Da notare come, ancora una volta, un attentato terroristico contro l’Iran non susciti la solidarietà internazionale né a livello di cancellerie né di opinione pubblica.

L’ipocrisia trionfa ancora.

La rivoluzione, 40 anni dopo

Quella iraniana fu l’ultima grande rivoluzione del Novecento, la prima ad essere trasmessa in televisione e a essere immortalata dai reporter di tutto il mondo. Esistono quindi moltissime immagini di quegli eventi, oggi facilmente reperibili sul web: le manifestazioni di massa, la fuga dello scià Mohammad Reza Pahlavi dall’Iran, il ritorno dell’ayatollah Ruhollah Khomeini e l’instaurazione della Repubblica islamica. Eventi noti pressoché a tutti. Ma conosciuti probabilmente in modo superficiale proprio perché dati ormai per assodati, come se l’Iran fosse da sempre una Repubblica islamica, un antagonista degli Stati Uniti e un nemico di Israele. Il “peccato originale” dell’Iran contemporaneo – agli occhi dell’osservatore occidentale – è proprio la rivoluzione del 1979. Una rivoluzione quasi sempre bollata come “irrazionale” e retrograda, colpevole di aver inaugurato la stagione del fondamentalismo islamico.  Una narrazione semplicistica che non prende in considerazione i perché di quella rivoluzione.

Da Mossadeq a Khomeini: dove lo scià fallisce

Dal 1963, con la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, lo scià vara una serie di riforme con cui vuole scardinare l’impianto “tradizionalista” della società iraniana: concede il diritto di voto alle donne, vara la riforma agraria, tenta di creare una burocrazia manageriale, combatte l’analfabetismo inquadrando i giovani universitari nel cosiddetto “Esercito del sapere” e inviandoli a insegnare nei paesini più sperduti. Incoraggia i giovani ad andare a studiare in Europa e negli Usa perché sogna di creare una nuova classe dirigente di stampo occidentale. Paradossalmente, moltissimi di questi studenti all’estero costituiranno un nucleo fondamentale dell’opposizione allo scià: a contatto con altri modelli di partecipazione politica e di potere, trovano ancora più intollerabile l’autocrazia dello scià. Il golpe del 1953 aveva deposto il governo democraticamente eletto di Mossadeq, “colpevole” di aver voluto nazionalizzare il petrolio e si era aperta una lunga stagione di repressione. Il partito comunista (Tudeh) era al bando, così come le opposizioni liberali e nazionaliste. In questo contesto, la voce di Khomeini che dalla città santa di Qom tuona contro le riforme “immorali” dello scià, diviene subito un punto di riferimento per chi non si riconosce nel progetto ambizioso e paternalista dell’imperatore. Nei disordini che nei primi anni Sessanta seguono all’arresto e poi all’esilio di Khomeini, ci sono già in nuce, tutti gli elementi politici che ritroveremo nella rivoluzione di quindici anni dopo: l’ayatollah parla la stessa lingua del popolo, ne comprende le paure e i bisogni. Lo scià invece, cresciuto in un collegio svizzero, non conosce davvero l’Iran: immagina di rimodellarlo a suo piacimento, di farne uno tra i primi dieci Paesi industrializzati del mondo. Un’impresa titanica e probabilmente anche molto narcisistica. Anche perché, accanto a questi progetti di riforme sociali ed economiche, non pone in cantiere alcuna apertura politica.

Il peso dell’economia

A questi fattori politici, vanno poi aggiunti quelli economici. Fino a metà degli anni Settanta, il boom delle esportazioni petrolifere consente allo scià investimenti enormi. Alcuni senza dubbio di valore, come infrastrutture, scuole, servizi. Altri frutto unicamente della propria mania di grandezza, quali le spese record per gli armamenti o le celebrazioni kitsch del 1971 a Persepoli per i 2.500 anni di monarchia. Quando il mercato petrolifero si contrae, cominciano i guai. La riforma agraria si era rivelata un fallimento, con l’espulsione di manodopera dalle campagne e la creazione di un nuovo sottoproletariato nelle grandi città. In un Paese segnato da enormi diseguaglianze economiche, in cui cento famiglie detengono in pratica la maggior parte della ricchezza del Paese, crescono di colpo la disoccupazione e l’inflazione. Lo scià – libero dal controllo di qualsiasi forma di opposizione – reagisce accentrando ulteriormente il potere. Alla parvenza di bipartitismo (liberali e conservatori, sempre comunque fedelissimi allo scià) in vigore ormai da decenni, impone il partito unico della “Rinascita” (Rastakhiz). Il controllo del Paese è affidato alla Savak, la polizia politica che applica in modo sistematico arresti arbitrari, tortura e omicidio. 

Il rapido precipitare degli eventi

Una prima crepa nel regime si apre con l’elezione alla Casa Bianca del democratico Jimmy Carter che impone all’alleato persiano una timida apertura in tema di libertà di opinione. Bastò che la pressione si allentasse un po’ perché le voci di un dissenso soffocato da venticinque anni si levassero in modo fragoroso. Di lì in poi, sembra quasi che un meccanismo misterioso orchestri la tempesta perfetta che nel giro di quindici mesi porterà alla caduta dello scià e all’avvento di Khomeini.

Khomeini a Teheran

Tutto precipita nel volgere di pochi mesi. L’anziano religioso in esilio da quindici anni diventa di colpo la figura di riferimento di un movimento quanto mai eterogeneo, che conta al proprio interno marxisti e islamisti, liberali e nazionalisti, tutti uniti dal desiderio di farla finita con la dittatura dello scià. La fazione di Khomeini finisce col prevalere perché è l’unica ad avere un legame con il Paese reale. Le altre, ridotte da anni alla clandestinità e all’esilio, hanno perso contatto con il popolo. I religiosi hanno moschee su tutto il territorio nazionale e godono della fiducia delle masse popolari. È impressionante notare come fino all’autunno 1978 nessuno, all’interno del movimento rivoluzionario, parli di “repubblica islamica”, che diventa poi di colpo la parola magica, capace di mobilitare tutti sotto la guida di Khomeini. Che ha teorizzato da tempo il velayat-e faqih, la teoria del “Governo del giureconsulto”, tutt’ora alla base dell’ordinamento costituzionale iraniano, ma non ne ha di certo fatto una parola d’ordine della rivolta. 

La prima pagina di Lotta Continua del 17 gennaio 1979

Quanto fu davvero islamica la rivoluzione? 

Probabilmente non nacque come tale, almeno nelle intenzioni di una parte consistente dei suoi protagonisti. Ma è innegabile che fin dal suo inizio, la cadenza degli avvenimenti fu scandita dalle ricorrenze e dai riti islamici e che tutti i suoi leader più importanti erano esponenti religiosi. Un altro fattore decisivo per l’affermazione di Khomeini è quello geopolitico. Alla fine della Guerra fredda mancavano ancora dieci anni e l’Iran, coi suoi duemila chilometri di confine con l’allora Unione Sovietica, era una pedina fondamentale. I servizi segreti dei Paesi occidentali agirono di concerto per far sì che tra le fazioni rivoluzionarie quella islamista prevalesse su quella marxista. Ad esempio, è ormai accertato che quando nel 1983 Khomeini decide di sbarazzarsi dei comunisti iraniani, può utilizzare i dossier che l’agente sovietico Vladimir Kuzichin, un tempo comandante della sezione del Kgb di Teheran, aveva passato alla Gran Bretagna che a sua volta li aveva girati alla Cia che pensò di “girare” il regalo al governo iraniano, in chiara funzione anti-sovietica. 

Il ritorno di Khomeini a Teheran

La rivoluzione iraniana non si realizza tramite un’insurrezione armata, ma con una combinazione frenetica di sedici mesi di proteste, sei di manifestazioni di massa e cinque di scioperi. La guerra imposta dall’invasione di Saddam Hussein sarà poi il mito fondante, capace di ricompattare il Paese contro l’aggressore esterno e di mettere a tacere ogni forma di dissenso, sacrificando di fatto un’intera generazione. La rivoluzione iraniana incise in modo fondamentale sull’Islam politico, sovvertendo la concezione quietista dello sciismo e realizzando una forma del tutto inedita di Stato. Stato che -ristrutturato e rafforzato dal processo rivoluzionario – costituisce oggi la vera risorsa, l’asset più importante dell’Iran nel contesto drammaticamente irrisolto del Medio Oriente del XXI secolo. 

Alitalia chiude tratta Roma-Teheran

È il preludio alla “ritirata” italiana dall’Iran?

“Perché isolare un paese? Chiudere la tratta Teheran-Roma dell’Alitalia è davvero un pessimo messaggio. Cancellare anni di diplomazia e di dialogo. Eravamo i primi partner commerciali dell’Iran. Basta sanzioni”. Cosi scrive su Twitter, Tiziana Buccico, italiana che ha vissuto per anni a Teheran; è una delle migliaia di persone a protestare,soprattutto sui social network, all’indomani della decisione di Alitalia di sospenderei voli Roma-Teheran a partire dal primo gennaio 2019.

Le conseguenze economiche

“La decisione di Alitalia è davvero sconcertante. Avere un volo quotidiano da Roma a Teheran era un punto di forza della nostra compagnia di bandiera, in una fase politica in cui i rapporti economici tra Italia e Iran si erano rafforzati molto”; lo dichiara Antonello Sacchetti, giornalista esperto di Iran di cui è uscito in Italia, da poche settimane, il libro”Iran, 1979“, che descrive le fasi cruciali della rivoluzione islamica di 40 anni fa, e che sta incontrando l’apprezzamento degli esperti e della critica. ” Da un punto di vista strettamente commerciale, è una scelta suicida, spiega il giornalista romano, perché Alitalia si priva di un numero di clienti elevato e potenzialmente in crescita”. In effetti ora viene messo in pericolo anche il discreto trend di viaggi di piacere degli italiani in Iran; il turismo era un’altra fonte di guadagno per Teheran che questa misura colpirà.

Farian Sabahi, docente di relazioni internazionali del Medioriente all’Università della Valle d’Aosta, spiega il perché di una misura che economicamente appare controproducente: “Le grandi aziende (e quindi Alitalia), temono le sanzioni a stelle e strisce, per questo escono dal mercato iraniano. Inoltre hanno problemi a essere pagati dagli iraniani a causa delle sanzioni finanziarie”.

La docente che tiene corsi in Confindustria ed alla camera di Commercio estero del Piemonte, aggiunge però: “Ho riscontrato comunque la volontà di parecchie imprese a continuare il business con Teheran ricorrendo ad escamotage come la triangolazione con paesi terzi per la vendita, consegna e pagamenti”.

L’Italia è il primo partner commerciale dell’Iran in Europa e potrebbe essere il paese a pagare maggiormente l’ultima serie di sanzioni di Trump. L’anno scorso il valore delle esportazioni italiane in Iran è stato di almeno 1,7 miliardi di euro; macchinari per l’industria e medicinali;quest’ultimi sono soprattutto quelli per la cura di malattie gravi come il cancro; ora che queste non arrivano più, i pazienti iraniani hanno meno speranze per vivere.

Significato politico

Antonello Sacchetti non ha dubbi: “Questo improvviso e improvvido omaggio alla linea Trump, ha un valore simbolico davvero nefasto perché sembra presagire una ritirata italiana dall’Iran”.

Tiziana Ciavardini, giornalista italiana che fa spola tra l’Iran e l’Italia, è una delle prime a riferire la notizia della fine del volo Roma-Teheran sul suo profilo Fb, dove tanti iraniani residenti in Italia hanno espresso il loro stupore. Commenta: “Gli effetti collaterali delle sanzioni di Trump si fanno sentire fortemente dopo questa ultima decisione da parte di Alitalia di chiudere i voli da e per Teheran”. L’editorialista del Fatto Quotidiano ricorda: “Trump parla e noi obbediamo agli ordini dati. In cambio di cosa poi? È ben chiaro ormai a tutti che il “regime change” di Trump non è altro che una trappola mortale”.

La prende con più filosofia invece Farian Sabahi: “Questo secondo round di sanzioni voluto da Trump è destinato al fallimento perché non c’è unanimità di consenso attorno a questa decisione. Cina, Russia e UE sono contrari e cercano il modo per sfuggire alle decisioni di Trump”.

Bisognerà aspettare i prossimi mesi; l’amministrazione Trump potrebbe pretendere dall’Italia anche la fine delle importazioni di petrolio. Alessia Amighini, professoressa di economia all’Università del Piemonte Orientale,crede che gli americani potrebbero fare pressioni anche in questo senso.

Per l’Iran arriva l’inverno delle sanzioni Usa

Il 2 novembre 2018 gli Stati Uniti hanno annunciato il ripristino di tutte le sanzioni contro l’Iran revocate con l’accordo del 2015 sul nucleare. Con un tweet molto scenografico, chiaramente ispirato alla serie tv Game of Thrones (“Winter is coming”)  il presidente Donald Trump ha annunciato che le sanzioni “stanno arrivando”, più precisamente dal 5 novembre.

Sul sito web della Casa Bianca il presidente ha spiegato: “Il nostro obiettivo è obbligare il regime a fare una scelta specifica: o porre fine a questo comportamento negativo, o continuare sulla strada della catastrofe economica”. L’obiettivo – piuttosto fumoso, per la verità – dell’attuale amministrazione Usa, è arrivare a un nuovo accordo con Teheran che “blocchi per sempre il suo percorso verso le armi nucleari, e che interessi l’intero spettro delle sue azioni negative e che sia degno del popolo iraniano”.

Particolare sempre omesso da Trump: il cosiddetto JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) raggiunto nel 2015 non è un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Iran, ma un’intesa tra il gruppo 5+1, sancita da una risoluzione ONU.

Che tipo di sanzioni

Le nuove sanzioni sono le cosiddette “secondarie”, che cioè colpiscono soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con un paese designato, in questo caso con l’Iran. Queste sanzioni erano state sospese nel gennaio 2016 in virtù dell’accordo raggiunto tra Iran e Gruppo 5 + 1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) sul programma nucleare l’anno precedente.

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che saranno colpiti principalmente il settore energetico e quello finanziario, oltre alla cantieristica navale e agli operatori portuali, con l’obiettivo di far sì che l’Iran “si comporti come un Paese normale”.

I Paesi esentati dalle sanzioni per sei mesi

Le nuove sanzioni Usa prevedono l’esenzione per otto Paesi – (Cina, India, Italia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia) –  che potranno continuare a importare petrolio da Teheran per un periodo massimo di sei mesi, trascorsi i quali ci sarà una valutazione della situazione.

La reazione dell’Unione europea

Netta la presa di posizione dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue Federica Mogherini che in un comunicato congiunto con i ministri degli Esteri e delle Finanze di Francia, Regno Unito e Germania, ha condannato “profondamente la reimposizione ulteriore di sanzioni da parte degli Stati Uniti”, dichiarando che l’Unione europea continuerà a lavorare per “proteggere gli operatori economici europei” e mantenere aperti i “canali finanziari effettivi con l’Iran” e le “esportazioni di petrolio e gas”.

Nel comunicato si sottolinea come l’accordo del 2015  sia “un elemento chiave dell’architettura di non-proliferazione nucleare e della diplomazia multilaterale” ed “è cruciale per la sicurezza dell’Europa, della regione e del mondo intero”. Si ricorda inoltre  che “l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha confermato in dodici rapporti consecutivi che l’Iran si attiene ai suoi impegni ai sensi dell’accordo” e “ci aspettiamo che continui ad attuare integralmente tutti i suoi impegni nucleari, come stabilito dal Jcpoa”.

La reazione di Teheran

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Bahram Qassemi ha ostentato sicurezza: “Non c’è motivo di preoccuparsi. Dovremo aspettare e constatare che gli Stati Uniti non sono in grado di mettere in pratica alcuna misura contro la grandiosa e coraggiosa Nazione iraniana”.

La Guida Ali Khamenei ha dichiarato che “in questi 40 anni (da quando cioè esiste la Repubblica islamica) gli Usa sono gli sconfitti e l’Iran è il vincitore”.

Il quotidiano conservatore Kayhan titola: “Le sanzioni petrolifere degli Stati Uniti falliscono. Avete visto: l’America non può farci un dannato nulla!”. Quest’ultima è una citazione di una famosa affermazione di Khomeini durante la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran (4 novembre 1979 – 20 gennaio 1981)

La decisione di Washington era ampiamente prevista in Iran e anzi la presa di posizione di Trump ha in un certo senso risollevato il presidente Hassan Rouhani, alle prese da mesi con una situazione economica difficile e un’opposizione molto dura da parte dei conservatori.

 

 

Gli effetti reali sulla popolazione iraniana

Sebbene Pompeo dica che le sanzioni colpiranno il regime e non la popolazione, è davvero difficile credere che gli iraniani non soffriranno per il nuovo giro di vite imposto dall’amministrazione Trump. Già il primo round dello scorso luglio ha avuto un impatto sensibile sulla vita degli iraniani, comportando una generale insicurezza finanziaria, il crollo del rial rispetto al dollaro e  un aumento generalizzato del costo della vita. Non solo: sebbene i beni umanitari come le medicine, non rientrassero direttamente tra i beni colpiti dalle sanzioni, l’impatto sulle transazioni finanziarie ha praticamente bloccato le attività delle organizzazioni umanitarie.

In Iran circola un gioco di parole: “Mushak hast, pushak nist”, “Missili ne abbiamo, pannolini no”.  Gli iraniani hanno dimostrato sempre di sapersi adattare alle situazioni più critiche. E questa sembra davvero esserlo.

Leggi anche il Focus ISPI: Iran: tornano le sanzioni sul petrolio, quali conseguenze?

 

Attacco terroristico a parata militare ad Ahwaz

Ventinove morti e decine di feriti. Questo il bilancio dell’attentato terroristico compiuto il 22 settembre 2018 contro una parata militare nella città iraniana di Ahwaz, capoluogo della provincia sud occidentale del Khuzestan, ricca di petrolio, a maggioranza araba e teatro negli ultimi mesi di numerose proteste contro il governo di Teheran. Tra le vittime, dodici pasdaran, un giornalista e civili che assistevano alla parata.

L’attacco è stati rivendicato inizialmente dal gruppo al-Ahvaziya – legato all’Arabia Saudita – e poi dall’Isis. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha scritto in un tweet:

“Terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero hanno attaccato Ahvaz. Fra le vittime, bambini e giornalisti. L’Iran ritiene responsabili gli sponsor regionali del terrore e i loro padroni statunitensi per attacchi come questo. L’Iran risponderà celermente e in modo decisivo in difesa delle vite iraniane”.

La data e il luogo

Il 22 settembre è la ricorrenza dell’attacco di Saddam che diede vita alla lunga guerra tra Iran e Iraq (1980-88), quella che gli iraniani ricordano come guerra imposta. L’attentato è stato sferrato in un’occasione altamente simbolica: nel 1980 fu l’inizio dell’aggressione alla Repubblica islamica nata appena un anno prima e l’Iraq attaccò proprio il Khuzestan, sperando in un sostegno da parte della popolazione di etnia araba, che invece si schierò con il governo centrale contro l’invasore. Non che la provincia non abbia vissuto momenti di tensione a causa dei movimenti indipendentisti. Come ricorda Siavush Randjbar-Daemi in in un tweet, il momento più critico fu l’estate del 1979, quando il governo rivoluzionario faticò non poco a reprimere i movimenti autonomisti armati.

Il momento attuale

Sebbene non sia ancora chiaro chi abbia deciso questo attentato, è evidente il suo messaggio di sfida aperta alla Repubblica islamica. Colpire i pasdaran in un’occasione come la celebrazione della guerra con l’Iraq è un’azione quasi ridondante di aspetti simbolici.

L’Iran, dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, è oggettivamente sotto assedio. Sia dal punto di vista dialettico, sia da quello economico. Le nuove sanzioni che scatteranno il 4 novembre saranno un ulteriore colpo alla già traballante economia iraniana e le minacce di regime change avanzate da Usa, Israele e Arabia Saudita negli ultimi mesi, sembrano aver trovato nell’attacco di oggi un primo, tragico tentativo di applicazione.

Come è naturale attendersi, non ci saranno dimostrazioni di solidarietà internazionale nei confronti di Teheran. Magari qualcuno non parlerà di terrorismo, ma di “attacco ai pasdaran”, quasi a sminuirne la gravità. Oltre a ricordare che tra le vittime ci sono civili e anche bambini, è doveroso precisare che i ranghi delle “guardie della rivoluzione” sono in maggior parte costituiti da giovani militari di leva, che sono stati assegnati a quel corpo.

Se non si parte da questi presupposti, non si capisce la gravità dell’accaduto e di cosa questo attacco rappresenti per l’Iran nel suo intero, non solo per i suoi leader politici.

Salvate il soldato Rouhani

Salvate il soldato Rouhani

In politica, come nella vita,  gli attacchi più pericolosi non arrivano dai nemici dichiarati, ma da quelli che dovrebbero esserti amici. Ne sa qualcosa il presidente iraniano Hassan Rouhani, che sta vivendo una estenuante stagione di isolamento e attacchi. Dopo le diverse ondate di proteste popolari – la più intensa fu quella a cavallo tra gli ultimi giorni del 2017 e i primi del 2018 – e il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, Rouhani deve adesso fronteggiare l’attacco politico del parlamento. Che il 26 agosto ha sfiduciato il suo ministro delle Finanze Massud Karabasian e due giorni dopo lo ha chiamato direttamente in aula a rispondere a qualcosa di assai simile a una nostra interrogazione parlamentare. In base alla Costituzione iraniana, infatti, qualora almeno un quarto dei deputati pone delle domande al presidente, questo è obbligato a rispondere in aula. Su ogni domanda il parlamento vota e se si prospetta una violazione della legge, il presidente può essere rinviato al giudizio della magistratura.

Il 28 agosto Rouhani è stato chiamato a rispondere su cinque questioni:  contrasto al contrabbando di merci e valuta; sanzioni bancarie; disoccupazione; bassa crescita dell’economia e svalutazione del rial. Su ognuno di questi temi il majles ha votato e Rouhani è risultato convincente soltanto sul tema delle sanzioni bancarie, mentre sugli altri quattro punti ha ricevuto il voto negativo non solo dei conservatori, ma anche da una parte consistente dai moderato-riformisti che lo hanno sostenuto fin qui. La coalizione Omid (speranza) può infatti contare su un centinaio di voti (su 290 seggi totali) ma su quattro delle cinque questioni sottoposte a voto, Rouhani ha ottenuto meno di ottanta voti, segno evidente che anche all’interno del suo schieramento la fiducia comincia a venire meno. 

 

 

Aftab-yazd titola: “Vittima di buone intenzioni”

 

Difficilmente questo confronto avrà un seguito giudiziario, come vorrebbe lo schieramento conservatore dei principalisti: sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica islamica. La questione è chiaramente politica e sarà appunto la politica a doverla risolvere. Il problema è che al momento non si scorgono vie d’uscita. L’impeachment, agitato dagli oppositori del presidente, sarebbe un rischio per tutto il sistema. L’unico precedente risale agli albori della Repubblica islamica, quando nel giugno 1981 il parlamento mise in stato d’accusa il primo presidente Abolhassan Bani Sadr. Ma fu appunto un passaggio drammatico, che segnò un cambio di passo sostanziale nella storia del Paese. Sembra improbabile che oggi il sistema, a cominciare dalla Guida Ali Khamenei sia pronto oggi a rivivere un passaggio simile.

E’ comunque innegabile che Rouhani oggi sia più isolato che mai. La situazione economica è drammatica e il peggio deve ancora arrivare, perché il 4 novembre scatteranno le sanzioni americane che riguardano le esportazioni di greggio e le transazioni con la Banca centrale iraniana. Per gli iraniani sarà un colpo duro, il cui effetto reale sarà da valutare nei mesi successivi. Sicuramente a Teheran c’è chi gongola: sono tutti quelli che erano contrari all’accordo con gli Usa e che – in molti casi – avevano anche un interesse economico nel volere che nulla cambiasse. Le sanzioni hanno alimentato un mercato nero ancora oggi difficilissimo da estirpare.

L’alternativa all’attuale presidente al momento non si vede. Alle elezioni mancano quasi tre anni e l’ipotesi peggiore per il fronte moderato-riformista (non ci stancheremo mai di ripeterlo: Rouhani non è un riformista e il suo è un governo di coalizione) è un destino simile a quello del secondo mandato di Mohammad Khatami, che dal 2002 al 2005 visse una lunga agonia frutto della delusione delle mancate riforme e dell’isolamento internazionale voluto da George W. Bush dopo l’11 settembre 2001.

 

Shargh: “Non siamo stati convinti”

La delusione degli iraniani oggi forse è ancora maggiore rispetto a quella stagione. Dal 2013 le aperture sono state notevoli, non tanto in termini politici quanto di mercato. Chi conosce il Paese, sa che l’Iran di oggi non è paragonabile a quello degli otto anni di presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Ma adesso è grande la confusione da parte di tutti gli attori della politica iraniana. Lo stesso Rouhani non sempre dimostra di avere una vera strategia. Diversi parlamentari – anche riformisti – lo accusano di negare la realtà invece di indicare una soluzione ai problemi.

Come una decina d’anni fa, quando il primo mandato di Ahmadinejad si stava per concludere, anche oggi diversi osservatori prospettano un rafforzamento dei militari. L’uomo forte da spendere in chiave politica potrebbe essere Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, divenuto assai popolare negli ultimi anni per il suo ruolo in prima linea nella lotta all’Isis. Ma nella storia della Repubblica islamica i militari sono stati importanti ma non hanno mai avuto un ruolo politico determinante. Resta il fatto che non si intravede una nuova classe politica in grado di rimpiazzare quella uscita dalla rivoluzione. E quindi non sono da escludere scenari inediti per l’Iran, fermo restando che il regime change tanto sognato da Washington continua a essere l’ipotesi meno concreta.

La coda del leone persiano

La coda del leone persiano

Siamo alle solite. O, meglio, siamo tornati al solito vecchio schema che dal 1979 vede Iran e Stati Uniti uno di fronte all’altro contrapposti e minacciosi. Il 6 agosto scatteranno le nuove sanzioni Usa, conseguenza del ritiro da parte di Washingotn dall’accordo sul nucleare del 2015. Sarà un passaggio molto pesante, perché si tratta di provvedimenti che colpiranno il settore dell’automotive e dell’aviazione civile iraniana e che complicheranno non poco le transazioni finanziari da a per l’Iran (per un quadro più dettagliato invitiamo a leggere l’analisi dell’ISPI).

L’azione di Washington – che all’Italia costerà 27 miliardi di dollari di commesse e 1,7 di export l’anno – rientra in una strategia più ampia di pressione economica e politica che mira dichiaratamente al cambio di regime a Teheran. Un obiettivo dichiarato da Donald Trump, che conta sul pieno sostegno di Israele e Arabia Saudita e che rischia di aggravare la già precaria situazione politica del Medio Oriente.

In questo contesto, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha assunto da mesi un atteggiamento decisamente più combattivo nei confronti degli Stati Uniti rispetto al suo primo mandato, quando aveva come interlocutore Barack Obama. D’altro canto, questo suo cambiamento di stile, gli è valso il sostegno da parte di diversi conservatori, tra cui il generale Qasem Soleimani,che in una lettera pubblica lo ha ringraziato per aver reagito con “coraggio e orgoglio” alla minaccia statunitense di bloccare l’export iraniano di petrolio.

La coda del leone persiano

Il 22 luglio, un un incontro con gli ambasciatori iraniani, Rouhani ha dichiarato:

L’America dovrebbe sapere che la pace con l’Iran è la madre di ogni pace e la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre. Signor Trump, non giochi con la coda del leone, altrimenti se ne pentirà. Noi siamo uomini d’onore e coloro che hanno garantito la sicurezza dello stretto regionale (lo stretto di Hormuz) nella storia. Tenga presente che lei non può provocare il popolo iraniano a scapito della sicurezza e degli interessi del loro Paese. L’Iran è un padrone e non sarà il servitore o il tuttofare di nessuno. Rohani ha ricordato che l’Iran ha “molti stretti, quello di Hormuz è  solo uno di questi”, sottolineando: “Da una parte lei annuncia la guerra al popolo iraniano e dall’altra parla di appoggiarlo”.

In un tweet, qualche ora dopo, Trump ha replicato (mettendo il testo tutto in maiuscolo):

“Non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

La sera del 22 luglio il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, intervenendo a un incontro in California con rappresentanti della diaspora iraniana, ha accusato: “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è guidato da qualcosa che assomiglia alla mafia più che a un governo. Qualche volta sembra che il mondo sia diventato insensibile davanti all’autoritarismo del regime in casa ed alle sue campagne di violenza all’estero, ma l’orgoglioso popolo iraniano non resta in silenzio sui molti abusi del suo governo”.

Perché Rouhani attacca (e si rafforza internamente)

Questo cambio di prospettiva, se da un lato mette a repentaglio la già provata economia iraniana, dall’altro rafforza paradossalmente Rouhani. Il presidente iraniano negli ultimi mesi ha infatti subito numerosi attacchi da diversi fronti: i conservatori lo criticano per la crisi economica e per aver ceduto al compromesso con l’occidente sul nucleare; i riformisti sono invece delusi dalle mancate aperture sui diritti civili. La serrata del bazar di Teheran – strumentale o spontanea che fosse – era soltanto una delle manifestazioni più eclatanti di un malessere diffuso. Tanto che qualche osservatore prospettava un impeachment entro l’autunno.

Ma lo scontro – per ora solo verbale – con gli Usa, ricompatta il fronte interno. Anche perché la Guida Khamenei non accetterebbe mai una crisi istituzionale in una fase delicata come questa.

 

Intervista di Antonello Sacchetti a Radio Onda d’Urto (24 luglio 2018)

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif replica a Trump. “Esistiamo da millenni e abbiamo assistito alla caduta di imperi – incluso il nostro – che sono durati più di alcuni Paesi. Sii cauto!”.

 

Mohsen Rezai, capo del Consiglio per il discernimento della Repubblica islamica twitta: “Il signor Trump ha detto al signor Rouhani di stare attento. Ma dovresti stare attento tu che hai 50.000 soldati sotto il tiro

Come le sanzioni contro l’Iran colpiscono anche l’Italia

Intervista di Sputnik ad Antonello Sacchetti sulle conseguenze economiche del ritiro degli Usa dal JCPOA.

Le nuove sanzioni contro l’Iran rappresentano un’azione unilaterale di per sé molto pesante e molto grave. Ricordiamo che il famoso accordo del 14 luglio 2015 non è un accordo bilaterale fra Stati Uniti e Iran, ma ovviamente un accordo di un gruppo, 5 più 1, cioè i membri di sicurezza dell’ONU con la Germania e l’Iran. Il programma sul nucleare iraniano è stato uno dei casi diplomatici internazionali più scottanti degli ultimi 20 anni. Quando si ritira in modo totalmente autonomo la controparte più rilevante da un accordo come questo l’accaduto non può non avere un peso politico pesantissimo. L’agenzia internazionale per l’energia atomica ha smentito i sospetti degli Stati Uniti, sostenuti anche da Israele. Dall’entrata in vigore dell’accordo le ispezioni dell’AIEA si sono svolte regolarmente e non hanno mai rilevato violazioni. Nelle indicazioni di Trump inoltre non vi sono dati precisi, si tratta più di un umore.

Leggi l’intervista completa su Sputnik 

Quali prospettive per l’Iran dopo la svolta di Trump

Quali prospettive per l'Iran dopo la svolta di Trump

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare (JCPOA) sta incidendo moltissimo sugli equilibri politici del Medio Oriente. Se ne è parlato già molto e se ne discuterà sicuramente ancora.

E’ però interessante analizzare come il passo indietro deciso da Donald Trump stia incidendo anche sulla situazione politica interna dell’Iran. Lo racconta Giorgia Perletta in un’analisi per l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

Il destino dell’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è appeso a un filo o, per meglio dire, alla volontà politica europea di resistere alle pressioni politiche statunitensi. Altresì, è il governo Rouhani a dover resistere, e non solo alle sanzioni secondarie la cui prossima reintroduzione spaventa l’economia iraniana (e gli investitori europei), ma soprattutto alle accuse interne che muovono il dibattito politico.

Il JCPOA, oggi come già in passato, si trova ad essere il palcoscenico dello scontro politico iraniano, dietro cui si snodano gli interessi particolaristici delle singole fazioni. Nulla di nuovo. La politica estera della Repubblica Islamica è sempre stata una proiezione delle dinamiche interne, e le voci che si elevano sul destino (e sulla natura stessa) dell’accordo riflettono, di fatto, il proverbiale fazionalismo interno. A livello internazionale è ben nota la versione ufficiale del governo Rouhani, che ha affidato la sua sopravvivenza e legittimità politiche al raggiungimento (e auspicabile mantenimento) dell’accordo con i P5+1. Il ministro degli Esteri Mohammad Zarif lo definiva un “raro trionfo della diplomazia sul confronto”, un messaggio che, tra le righe, affermava la postura moderata e dialogante del governo in carica, e che implicitamente collocava nel “girone dei belligeranti” coloro che si opponevano al JCPOA. All’interno della Repubblica Islamica, infatti, le accuse rivolte a Rouhani tendono a strumentalizzare lo storico sentimento di sospetto e sfiducia verso gli Stati Uniti, la cui rinnovata postura intransigente nei confronti di Teheran ha fornito il pretesto per attaccare il presidente della Repubblica. Per quanto nota la polarizzazione esistente sul valore dell’accordo, che si staglia come la punta di un iceberg dell’intero operato del governo, un pluralismo di voci sta animando il dibattito politico e la loro comprensione risulta determinante soprattutto per individuare la complessità delle sorgenti di accusa.

Continua a leggere sul sito dell’Ispi.

Sempre l’Ispi ha pubblicato un’analisi a firma di Annalisa Perteghella e Tiziana Corda dal titolo
USA fuori dall’accordo sul nucleare iraniano: cosa cambia per l’Italia?

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) e la conseguente reintroduzione delle sanzioni secondarie USA che erano state sospese nel gennaio 2016 aprono nuovi scenari di incertezza per le relazioni economiche tra Italia e Iran. L’Unione europea ha espresso la volontà di introdurre alcune misure allo scopo di tutelare le proprie aziende dalla portata extraterritoriale delle sanzioni statunitensi. Si tratta di una corsa contro il tempo: ad agosto rientreranno in vigore alcune delle sanzioni in precedenza sospese, mentre le rimanenti rientreranno in vigore a novembre. Questa analisi esplora gli obiettivi della nuova strategia USA di isolamento economico dell’Iran, analizza le potenziali implicazioni economiche per l’Italia e delinea alcune raccomandazioni di policy al fine di salvaguardare l’esistenza del JCPOA e le relazioni economiche e commerciali tra Italia e Iran

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Disaccordo nucleare

Gli Stati Uniti usciranno dall’accordo sul programma nucleare dell’Iran: lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in una conferenza stampa l’8 maggio 2018. Secondo Trump,  “l’accordo  serve solo alla sopravvivenza del regime a cui permette ancora di arricchire uranio”.

“Abbiamo le prove che Teheran ha mentito sul programma nucleare”, ha detto il presidente americano Donald Trump.

Gli Stati Uniti “non saranno ostaggio del ricatto nucleare dell’Iran”, ha ancora detto il presidente americano, definendo l’accordo del 2015 “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”.

Teheran “non abbandonerà l’accordo sul nucleare”, un’intesa che gli Usa “non hanno mai rispettato”: lo ha affermato il presidente iraniano Hassan Rohani in diretta tv dopo l’annuncio del presidente Usa Donald Trump. Rohani ha aggiunto che Teheran continuerà ad andare avanti sull’intesa con gli altri firmatari. “C’è poco tempo per iniziare i negoziati per mantenere in piedi l’accordo sul nucleare” con gli altri partner senza gli Usa, ha detto Rohani in diretta tv. Se i negoziati fallissero, “ho dato disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere pronta a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane”.

 

 

 

Tutti i Paesi che aiuteranno l’Iran sul nucleare – spiega il numero uno della Casa Bianca – saranno colpiti dalle sanzioni.

Le sanzioni Usa all’Iran rientreranno in vigore fra 90 giorni, a partire da oggi. Lo affermano fonti dell’amministrazione Trump a Fox News. Le stesse fonti spiegano come gli Stati Uniti saranno ufficialmente fuori dall’accordo sul programma nucleare di Teheran solo quando le sanzioni verranno reintrodotte.

Mogherini: ‘L’Ue determinata a preservare l’accordo’ – “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e l’Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”. Così l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, commenta la decisione di Trump.

Gentiloni: ‘L’accordo va mantenuto, l’Italia è con l’Ue’ – “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei per confermare gli impegni presi”, scrive su Twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

May, Merkel e Macron: ‘Rammarico e preoccupazione’ – I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May, esprimono “rammarico e preoccupazione” per la decisione del presidente Donald Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran e ribadiscono che al contrario Berlino, Parigi e Londra intendono restare fedeli a quell’intesa. Lo si legge in una dichiarazione congiunta a tre diffusa da Downing Street. (Fonte: Ansa)

 

 

 

Iran nucleare, la magnifica ossessione di Netanyahu

Sarà stata la scenografia decisamente scadente (quei faldoni schierati fanno tanto ufficio delle imposte e sono così poco degni di una spy story) ma stavolta lo show del premier israeliano Benyamin Netanyahu non sembra aver riscosso grande successo. Non c’è poi molto da raccontare: in una conferenza a Tel Aviv “Bibi” ha detto di essere in possesso delle prove dell’esistenza di un programma segreto iraniano, chiamato Amad, per la creazione di cinque bombe atomiche “equivalenti a quella di Hiroshima”.

Queste prove, risultato di un colpo dell’intelligence israeliana, sarebbero contenute in 55mila file, custoditi in un armadietto pieno di faldoni e in circa 200 cd: “Sono – ha dichiarato – 55.000 pagine di documenti e altri 55.000 file su cd, copia esatta degli originali provenienti dagli archivi segreti del programma nucleare iraniano”, il tutto mostrato al mondo in diretta televisiva.

Peccato però che questo programma “Amad”, diretto da Mohsen Fakhrizadeh, sia durato dal 1999 al 2003. Non ci sono prove che l’Iran  abbia condotto un programma segreto dopo lo storico accordo del 2015.

Lo show di Netanyahu sembra perciò soprattutto  il preludio all’uscita da parte degli Usa dall’accordo del 2015. Una scelta unilaterale, da tempo ipotizzata da Trump e ormai imminente. Entro il 12 maggio, infatti, Washington deve decidere se continuare a sospendere le sanzioni o ripristinarle, uscendo così di fatto dall’accordo.

 

L’Iran cosa dice?

Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito la conferenza di Netanyahu “ridicola” e “infantile”. Il ministro degli Esteri Javad Zarif, in una serie di tweet, è stato più esplicito: “Respingiamo la reiterazione delle vecchie accuse lanciate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu in coordinamento con gli Stati Uniti con l’intento di boicottare l’accordo sul programma nucleare di Teheran”.

 

 

 

La nota di Federica Mogherini

“Da quello che abbiamo visto dalla sua esposizione, il primo ministro (israeliano) Netanyahu non ha messo in dubbio l’adempimento dell’Iran” all’accordo sul nucleare, che “non è basato su buona fede o fiducia, ma su impegni concreti, meccanismi di verifica e una rigido monitoraggio dei fatti”, che certificano come “l’Iran rispetti pienamente i patti”. Lo scrive in una nota l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini.

“Prima di tutto – scrive -, la reazione può essere solo preliminare, perché, com’è ovvio, dobbiamo fare una verifica nei dettagli” di quanto esposto da Netanyahu, “vedere i documenti e ottenere il parere dell’Aiea (l’agenzia dell’Onu per l’energia atomica, ndr)”, perché quest’ultima “è l’unica organizzazione imparziale, internazionale che ha il mandato di verificare gli impegni dell’Iran”. “Non ho visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell’Iran” di un accordo che “fu creato proprio perché fra le parti non c’era la fiducia”.

L’AIEA smentisce Netanyahu

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha ribadito il 1° maggio in un comunicato, citando un suo rapporto del dicembre 2015, che non aveva “alcuna indicazione credibile di attività in Iran attinenti allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009”.

 

Ancora qualche giorno e molto probabilmente sarà il presidente Usa Donald Trump a riaprire una questione che pareva risolta tre anni fa.

 

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando ? E’ cominciato tutto da un discorso del presidente Hassan Rouhani in occasione del 39esimo anniversario della rivoluzione.

Se abbiamo delle divergenze su delle questioni, o se le fazioni hanno delle divergenze, o stanno litigando, allora andiamo alle urne e, in base all’articolo 59 della Costituzione, mettiamo in atto quello che i cittadini decidono. La nostra costituzione offre questa possibilità e noi dobbiamo agire in base alla nostra costituzione.

 

L’articolo citato da Rouhani recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

(Per un quadro completo vai alla sezione Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran)

Una sintesi dell’intervento è stata pubblicata poi dall’account in persiano del presidente Rouhani.

 

Referendum in Iran: i precedenti

Ci sono stati tre referendum nella storia post rivoluzionaria dell’Iran. Il primo è quello che il 30 e il 31 marzo 1979 decreta il passaggio dalla monarchia alla Repubblica islamica. Il quesito è a dir poco tendenzioso: “Il vecchio regime monarchico diventa Repubblica islamica, la cui Costituzione sarà approvata dal popolo. Sì o no?”. Vota il 98% degli aventi diritto e il sì vince col 99,31%.

Il secondo referendum si tiene il 2 e 3 dicembre per approvare la nuova Costituzione. Vota il 71,6% degli aventi diritto e il sì vince con il 99,5%.

Da notare come nel giro sei mesi l’affluenza cali di quasi 30 punti di percentuale.

Il terzo referendum è su alcune importanti modifiche alla Costituzione, come l’eliminazione della figura del premier, l’eliminazione del titolo di marja-e taqlid (fonte di imitazione) quale requisito fondamentale per la nomina a Guida, l’istituzionalizzazione del Consiglio per il discernimento  e l’aumento del numero dei membri dell’Assemblea degli Esperti. Si tiene il 28 luglio 1989 in concomitanza con le elezioni presidenziali e i votanti sono appena il 54,51% degli aventi diritto. Le modifiche vengono approvate col 97,57% dei voti.

 

Le reazioni della politica iraniana

La proposta di Rouhani è stata accolto con diffidenza dai conservatori. In un editoriale sul quotidiano Kayhan (una sorta di organo si stampa della Guida Khamenei), il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto che questa proposta potrebbe essere il segno della sua “insoddisfazione per i milioni di persone che hanno celebrato l’anniversario della rivoluzione dicendo in sostanza ‘sì’ all’attuale sistema politico”.

Altri commentatori della televisione di Stato (roccaforte dei conservatori) hanno ricordato che il referendum deve comunque essere richiesto dai due terzi del parlamento, altri hanno commentato con sarcasmo la vaghezza della proposta di Rouhani. In generale, comunque, va notato che l’uscita del presidente ha suscitato un certo nervosismo tra i conservatori. Il sospetto è che Rouhani abbia intenzione di usare il referendum quale strumento per modificare (e ridurre) il potere della Guida.

Anche perché lo stesso presidente ha replicato dichiarando che – come presidente – ha il dovere e la responsabilità di mettere in pratica la Costituzione.

A fronte delle reazioni negative dei conservatori, va registrato l’apparente disinteresse dei riformisti. Nessun politico ha apertamente sostenuto la proposta di Rouhani e il quotidiano riformista Shargh ha dedicato al tema soltanto un piccolo spazio sul numero del 13 febbraio, concentrandosi soprattutto sulle reazioni dei conservatori.

 

Referendum ma su cosa?

Resta il fatto che l’idea lanciata da Rouhani rimane piuttosto vaga. Un referendum su cosa? Sulla forma istituzionale? Improbabile e forse addirittura pericoloso. Come ha scritto l’attivista per i diritti umani  Hassan Zeidabadi, “un referendum istituzionale è la conseguenza di una crisi politica, non una soluzione”.

L’appello di 15 iraniani

Un appello a favore dell’uso del referendum è stato sottoscritto da 15 personalità iraniane di rilievo, tra cui registi, intellettuali e politici. Alcuni residenti in Iran, altri residenti all’estero (come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi). Per il quadro completo leggi l’articolo qui sotto.

 

15 Prominent Iranians Call For a Referendum on the Islamic Republic

Iran. Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando?

Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando in Iran? Manco a dirlo, l’argomento che ha suscitato più attenzione tra i media occidentali è stato il primo. Andiamo con ordine.

La protesta contro l’hijab obbligatorio

Tutto è iniziato il 27 dicembre 2017 , quando la 31enne Vida Movahed, nella centrale e trafficatissima Via Enghelab di Teheran, si è tolta il foulard (obbligatorio in Iran in tutti i luoghi pubblici), lo ha issato su un bastone ed è salita su una centralina elettrica. Arrestata e rilasciata poco dopo, è stata di nuovo poi incarcerata fino al 28 gennaio 2018. La sua foto è stata condivisa sui social ed è divenuta famosa in tutto il mondo. Qualcuno ha anche fatto confusione, associando la sua protesta alle manifestazioni politiche che negli stessi giorni si sono tenute in tutto il Paese (ne abbiamo parlato qui).

Una seconda donna, Nargess Hosseini, è stata arrestata per aver inscenato lo stesso tipo di protesta il 29 gennaio, sempre a Teheran. Il codice penale iraniano prevede (articolo 638) che le “donne che compaiono in pubblico senza l’hijab islamico possono essere condannate fino a due mesi di carcere e a una multa fino a 500.000 rial (poco più di 10 euro). La cauzione di Nargess è stata fissata ad un prezzo altissimo (l’equivalente di circa 140.000 dollari), in modo da tenerla in carcere.

Col passare dei giorni, la protesta si è estesa ad altre città e sui social sono comparse le foto di decine di donne senza velo. Anche diversi uomini si sono uniti alla protesta, issando foulard e postando foto con lo slogan “Non siete sole”. Particolare eco ha avuto la protesta di una chadori, cioè una donna col chador che senza togliersi il foulard ne ha appeso uno a un bastone e ha manifestato contro l’obbligo dell’hijab.

 

 

 

La polizia di Teheran ha annunciato di aver arrestato 29 donne nelle ultime settimane  per le proteste anti hijab. Il procuratore capo di Teheran ha parlato di “comportamenti infantili” ispirati dall’estero. Chiaro il riferimento alla giornalista Masih Alinejad che da anni porta avanti la campagna “My Stealthy Freedom” (ne abbiamo parlato qui quasi quattro anni fa).

Qualcuno parla di una “rivoluzione silenziosa”. Di certo è un fenomeno nuovo che si sta diffondendo molto rapidamente e che è talmente evidente che non le autorità non lo hanno potuto tenere nascosto. Il dibattito sull’obbligatorietà dell’hijab, d’altra parte, è in corso da anni, sia in campo politico sia religioso. Difficile che queste manifestazioni bastino da sole a cambiare uno dei simboli stessi della Repubblica islamica. Ma anche in questo caso, come per le proteste di piazza dell’ultimo mese, la novità sta nel fatto che se ne parli in Iran. Sono segnali costanti, quasi insistenti, di una necessità di cambiamento nei costumi.

Nella remota probabilità di una laicizzazione della vita pubblica iraniana, si può auspicare che un’apertura arrivi proprio dai religiosi. Non è fantascienza. Come ci è capitato di dire più volte, la Repubblica islamica ha dimostrato diverse volte, dopo il 2009, di aver capito che in alcuni casi allentare la pressione serve al mantenimento del sistema stesso. E cedere qualcosa sul piano delle regole del vestiario, potrebbe evitare complicazioni peggiori su altre questioni sociali.

Durante un discorso in occasione dell’inizio delle celebrazioni per il 39esimo anniversario della rivoluzione, il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato:

Tutte le istituzioni del Paese dovrebbero ascoltare i desideri e le richieste del popolo. Il precedente regime credeva che la monarchia sarebbe durata per sempre, ma perse tutto proprio per questo motivo: non ascolto le critiche del popolo.

 

I pasdaran e l’economia iraniana

Uno dei passaggi più importanti nella politica iraniana delle ultime settimane è stato l’annuncio da parte del ministro della Difesa Ali Hatami della richiesta effettuata dalla Guida Khamenei alle organizzazioni militari di “disinvestire dalle attività economiche non correlate”. Tradotto: i pasdaran devono fare un passo indietro rispetto all’economia e pensare prettamente al loro ruolo militare.

In una lettera aperta al giornale riformista Saham News, Mehdi Karroubi, leader insieme a Mir Hossein Mussavi dell’Onda Verde, agli arresti domiciliari dal 2011, ha accusato la Guida Khamenei di aver permesso ai pasdaran di assumere un ruolo predominante in economia e che questo ha “offuscato la reputazione di questo corpo rivoluzionario e l’ha annegato nella corruzione”.

Il conflitto sui sussidi

Per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, il parlamento ha respinto le linee generali di una proposta di budget presentata dal governo. Il piano di Rouhani prevedeva l’aumento del prezzo della benzina del 50% e del diesel del 33%. Ma soprattutto prevedeva un taglio drastico dei sussidi varati a suo tempo da Ahmadinejad: quei 10 dollari al mese che attualmente vengono elargiti a 75 milioni di iraniani, Rouhani voleva destinarli “solo” a 42 milioni di persone. Lo stop del parlamento ha imposto una correzione: i sussidi dovrebbero interessare tra 52 e i 54 milioni di cittadini. Adesso il parlamento discuterà dei dettagli del piano finanziario.

La prima bocciatura sembra sia stata influenzata dalle proteste di piazza del mese precedente.

Evidentemente, più di qualcuno, nelle istituzioni della Repubblica islamica, teme di fare la fine dello scià.

 

 

 

Tutto l’Iran ne parla

A quasi un mese dalle prime manifestazioni a Mashad, la situazione in Iran sembra tornata alla “normalità”. Si potrebbe discutere a lungo su cosa, in Iran, sia normale o straordinario, ma per il momento accontentiamoci di dire che non ci sono state più dimostrazioni dal 4 gennaio 2018, quando, in un comunicato ufficiale, il generale dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato la “fine della sedizione”, dicendosi anche certo che le rivolte non avrebbero avuto un seguito.

Un bilancio delle manifestazioni

Alle manifestazioni – secondo il Ministero degli Interni – avrebbero partecipato non oltre 42.000 persone in totale. I morti sarebbero stati più di 20 (tra cui 4 membri delle forze dell’ordine) e gli arresti circa 450. Due persone arrestate sarebbero morte in carcere, ufficialmente “per suicidio”. Stime non governative parlano di circa 80 città coinvolte e 1.000 arresti. Sempre secondo il Ministero degli Interni, l‘84% dei manifestanti avevano meno di 35 anni, meno del 14% erano laureati e soltanto il 6% dei manifestanti erano donne. Gli slogan erano in maggior parte (70%) a tema politico. 

 

La novità: tutto l’Iran ne parla

Al di là di chi e per quale motivo abbia manifestato (ne abbiamo parlato qui), questa crisi rappresenta una novità per la politica della Repubblica islamica.  In passato ci sono già state ondate di proteste, alcune anche con risvolti drammatici, come nel caso del movimento studentesco del 1999 e dell’Onda Verde del 2009.  O come le proteste contro le privatizzazioni sotto la presidenza Rafsanjani nei primi anni Novanta. La novità è che questa volta il confronto politico non è stato oscurato o negato, ma si è anzi trasferito dalle piazze ai media, fino al parlamento.

Superata una prima fase in cui si è scaricata tutta la responsabilità dell’accaduto ad “elementi stranieri”, i vertici della Repubblica islamica sono intervenuti sulla questione, con toni e da prospettive diverse. Se il presidente Rouhani ha immediatamente riconosciuto il diritto degli iraniani a protestare , sottolineando al tempo stesso il dovere del governo di “ascoltare il popolo”, la stessa Guida Ali Khamenei ha ammesso l’esistenza del malcontento popolare.

Non solo i social media, ma tutti i quotidiani iraniani hanno per giorni affrontato l’argomento delle manifestazioni, con interviste, inchieste ed editoriali.

Certo, questo ci dice anche molto di come le fazioni politiche abbiano cercato in vario modo di cavalcare l’onda delle proteste: i conservatori hanno colto l’occasione per attaccare Rouhani che, a sua volta, ha cercato di porsi come primo interlocutore dei manifestanti.

Affari interni

In questo senso, è particolarmente significativa l’intervista rilasciata da Rouhani alla TV di Stato il 22 gennaio, la prima in assoluto dopo le manifestazioni. A intervistarlo il conduttore Reza Rashidpour, notoriamente vicino ai riformisti. Si è trattato di un piccolo evento televisivo che però, alla fine, ha deluso un po’ tutti. Incredibile ma vero, Rouhani non ha mai parlato dell’accordo sul nucleare (suo cavallo di battaglia) e si è concentrato sulle questioni interne, politiche ed economiche. Dalla perdita di valore del rial alla crisi finanziaria, dalle proteste di piazza all’inquinamento, fino alle polemiche sul blocco (poi rimosso) di Telegram.

 

Tutto toccato con molta moderazione, cercando di essere il più possibile rassicurante e convincente. Ma, a quanto pare, il pubblico non ha gradito. Sadegh Zibakalam, giornalista su posizioni riformiste, ha commentato:

“Mi auguro che il Dott. Rouhani capisca che ogni volta che parla alla gente perde un po’ dei suoi 24 milioni di voti. Spero che capisca che insulta l’intelligenza delle persone concentrandosi su questioni artificiose e superficiali invece di affrontare i temi davvero importanti per la società iraniana”.

Molti altri commentatori hanno criticato le domande troppo accondiscendenti poste da Rashidpour. Persino il tema delle recenti manifestazioni è stato toccato da Rouhani rispondendo ad un’altra domanda, senza che il conduttore avesse affrontato direttamente la questione.

Insomma, Rouhani ha cercato di accontentare tutti ma sembra aver deluso tutti o quasi.

 

La macchina che impara

Il fatto è che la Repubblica islamica ha dimostrato ancora una volta di essere “una macchina che impara”. Di sapersi, cioè, adattare a condizioni diverse per sopravvivere. Piuttosto che negare l’evidenza di una crisi in atto, scatenata da alcune sue stesse componenti, ha scelto stavolta di elaborarla ed esorcizzarla in un dibattito pubblico. E’ la lezione appresa dal 2009, quando invece la contestazione venne bollata come anti sistema e repressa unicamente con la forza. In questo caso non è mancato il pugno duro contro i manifestanti, ma la dialettica che si è aperta dopo tra le forze politiche e in una parte consistente dell’opinione pubblica è sicuramente qualcosa di nuovo e di molto interessante.

Piuttosto che auspicare o diagnosticare improbabili cambi di regime, i media occidentali farebbero bene a seguire con attenzione quello che si dice e si scrive in Iran in queste settimane.

Il quotidiano conservatore Kayhan accusa Rouhani di non aver parlato di disoccupazione, crisi economica e inquinamento nella sua intervista televisiva.

 

Il quotidiano riformista Sgargh, sempre in riferimento all’intervista TV di Rouhani, titola: Quello che non ha detto e che deve dire
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