Per l’Iran arriva l’inverno delle sanzioni Usa

Il 2 novembre 2018 gli Stati Uniti hanno annunciato il ripristino di tutte le sanzioni contro l’Iran revocate con l’accordo del 2015 sul nucleare. Con un tweet molto scenografico, chiaramente ispirato alla serie tv Game of Thrones (“Winter is coming”)  il presidente Donald Trump ha annunciato che le sanzioni “stanno arrivando”, più precisamente dal 5 novembre.

Sul sito web della Casa Bianca il presidente ha spiegato: “Il nostro obiettivo è obbligare il regime a fare una scelta specifica: o porre fine a questo comportamento negativo, o continuare sulla strada della catastrofe economica”. L’obiettivo – piuttosto fumoso, per la verità – dell’attuale amministrazione Usa, è arrivare a un nuovo accordo con Teheran che “blocchi per sempre il suo percorso verso le armi nucleari, e che interessi l’intero spettro delle sue azioni negative e che sia degno del popolo iraniano”.

Particolare sempre omesso da Trump: il cosiddetto JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) raggiunto nel 2015 non è un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Iran, ma un’intesa tra il gruppo 5+1, sancita da una risoluzione ONU.

Che tipo di sanzioni

Le nuove sanzioni sono le cosiddette “secondarie”, che cioè colpiscono soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con un paese designato, in questo caso con l’Iran. Queste sanzioni erano state sospese nel gennaio 2016 in virtù dell’accordo raggiunto tra Iran e Gruppo 5 + 1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) sul programma nucleare l’anno precedente.

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che saranno colpiti principalmente il settore energetico e quello finanziario, oltre alla cantieristica navale e agli operatori portuali, con l’obiettivo di far sì che l’Iran “si comporti come un Paese normale”.

I Paesi esentati dalle sanzioni per sei mesi

Le nuove sanzioni Usa prevedono l’esenzione per otto Paesi – (Cina, India, Italia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia) –  che potranno continuare a importare petrolio da Teheran per un periodo massimo di sei mesi, trascorsi i quali ci sarà una valutazione della situazione.

La reazione dell’Unione europea

Netta la presa di posizione dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue Federica Mogherini che in un comunicato congiunto con i ministri degli Esteri e delle Finanze di Francia, Regno Unito e Germania, ha condannato “profondamente la reimposizione ulteriore di sanzioni da parte degli Stati Uniti”, dichiarando che l’Unione europea continuerà a lavorare per “proteggere gli operatori economici europei” e mantenere aperti i “canali finanziari effettivi con l’Iran” e le “esportazioni di petrolio e gas”.

Nel comunicato si sottolinea come l’accordo del 2015  sia “un elemento chiave dell’architettura di non-proliferazione nucleare e della diplomazia multilaterale” ed “è cruciale per la sicurezza dell’Europa, della regione e del mondo intero”. Si ricorda inoltre  che “l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha confermato in dodici rapporti consecutivi che l’Iran si attiene ai suoi impegni ai sensi dell’accordo” e “ci aspettiamo che continui ad attuare integralmente tutti i suoi impegni nucleari, come stabilito dal Jcpoa”.

La reazione di Teheran

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Bahram Qassemi ha ostentato sicurezza: “Non c’è motivo di preoccuparsi. Dovremo aspettare e constatare che gli Stati Uniti non sono in grado di mettere in pratica alcuna misura contro la grandiosa e coraggiosa Nazione iraniana”.

La Guida Ali Khamenei ha dichiarato che “in questi 40 anni (da quando cioè esiste la Repubblica islamica) gli Usa sono gli sconfitti e l’Iran è il vincitore”.

Il quotidiano conservatore Kayhan titola: “Le sanzioni petrolifere degli Stati Uniti falliscono. Avete visto: l’America non può farci un dannato nulla!”. Quest’ultima è una citazione di una famosa affermazione di Khomeini durante la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran (4 novembre 1979 – 20 gennaio 1981)

La decisione di Washington era ampiamente prevista in Iran e anzi la presa di posizione di Trump ha in un certo senso risollevato il presidente Hassan Rouhani, alle prese da mesi con una situazione economica difficile e un’opposizione molto dura da parte dei conservatori.

 

 

Gli effetti reali sulla popolazione iraniana

Sebbene Pompeo dica che le sanzioni colpiranno il regime e non la popolazione, è davvero difficile credere che gli iraniani non soffriranno per il nuovo giro di vite imposto dall’amministrazione Trump. Già il primo round dello scorso luglio ha avuto un impatto sensibile sulla vita degli iraniani, comportando una generale insicurezza finanziaria, il crollo del rial rispetto al dollaro e  un aumento generalizzato del costo della vita. Non solo: sebbene i beni umanitari come le medicine, non rientrassero direttamente tra i beni colpiti dalle sanzioni, l’impatto sulle transazioni finanziarie ha praticamente bloccato le attività delle organizzazioni umanitarie.

In Iran circola un gioco di parole: “Mushak hast, pushak nist”, “Missili ne abbiamo, pannolini no”.  Gli iraniani hanno dimostrato sempre di sapersi adattare alle situazioni più critiche. E questa sembra davvero esserlo.

Leggi anche il Focus ISPI: Iran: tornano le sanzioni sul petrolio, quali conseguenze?

 

Attacco terroristico a parata militare ad Ahwaz

Ventinove morti e decine di feriti. Questo il bilancio dell’attentato terroristico compiuto il 22 settembre 2018 contro una parata militare nella città iraniana di Ahwaz, capoluogo della provincia sud occidentale del Khuzestan, ricca di petrolio, a maggioranza araba e teatro negli ultimi mesi di numerose proteste contro il governo di Teheran. Tra le vittime, dodici pasdaran, un giornalista e civili che assistevano alla parata.

L’attacco è stati rivendicato inizialmente dal gruppo al-Ahvaziya – legato all’Arabia Saudita – e poi dall’Isis. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha scritto in un tweet:

“Terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero hanno attaccato Ahvaz. Fra le vittime, bambini e giornalisti. L’Iran ritiene responsabili gli sponsor regionali del terrore e i loro padroni statunitensi per attacchi come questo. L’Iran risponderà celermente e in modo decisivo in difesa delle vite iraniane”.

La data e il luogo

Il 22 settembre è la ricorrenza dell’attacco di Saddam che diede vita alla lunga guerra tra Iran e Iraq (1980-88), quella che gli iraniani ricordano come guerra imposta. L’attentato è stato sferrato in un’occasione altamente simbolica: nel 1980 fu l’inizio dell’aggressione alla Repubblica islamica nata appena un anno prima e l’Iraq attaccò proprio il Khuzestan, sperando in un sostegno da parte della popolazione di etnia araba, che invece si schierò con il governo centrale contro l’invasore. Non che la provincia non abbia vissuto momenti di tensione a causa dei movimenti indipendentisti. Come ricorda Siavush Randjbar-Daemi in in un tweet, il momento più critico fu l’estate del 1979, quando il governo rivoluzionario faticò non poco a reprimere i movimenti autonomisti armati.

Il momento attuale

Sebbene non sia ancora chiaro chi abbia deciso questo attentato, è evidente il suo messaggio di sfida aperta alla Repubblica islamica. Colpire i pasdaran in un’occasione come la celebrazione della guerra con l’Iraq è un’azione quasi ridondante di aspetti simbolici.

L’Iran, dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, è oggettivamente sotto assedio. Sia dal punto di vista dialettico, sia da quello economico. Le nuove sanzioni che scatteranno il 4 novembre saranno un ulteriore colpo alla già traballante economia iraniana e le minacce di regime change avanzate da Usa, Israele e Arabia Saudita negli ultimi mesi, sembrano aver trovato nell’attacco di oggi un primo, tragico tentativo di applicazione.

Come è naturale attendersi, non ci saranno dimostrazioni di solidarietà internazionale nei confronti di Teheran. Magari qualcuno non parlerà di terrorismo, ma di “attacco ai pasdaran”, quasi a sminuirne la gravità. Oltre a ricordare che tra le vittime ci sono civili e anche bambini, è doveroso precisare che i ranghi delle “guardie della rivoluzione” sono in maggior parte costituiti da giovani militari di leva, che sono stati assegnati a quel corpo.

Se non si parte da questi presupposti, non si capisce la gravità dell’accaduto e di cosa questo attacco rappresenti per l’Iran nel suo intero, non solo per i suoi leader politici.

Salvate il soldato Rouhani

Salvate il soldato Rouhani

In politica, come nella vita,  gli attacchi più pericolosi non arrivano dai nemici dichiarati, ma da quelli che dovrebbero esserti amici. Ne sa qualcosa il presidente iraniano Hassan Rouhani, che sta vivendo una estenuante stagione di isolamento e attacchi. Dopo le diverse ondate di proteste popolari – la più intensa fu quella a cavallo tra gli ultimi giorni del 2017 e i primi del 2018 – e il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, Rouhani deve adesso fronteggiare l’attacco politico del parlamento. Che il 26 agosto ha sfiduciato il suo ministro delle Finanze Massud Karabasian e due giorni dopo lo ha chiamato direttamente in aula a rispondere a qualcosa di assai simile a una nostra interrogazione parlamentare. In base alla Costituzione iraniana, infatti, qualora almeno un quarto dei deputati pone delle domande al presidente, questo è obbligato a rispondere in aula. Su ogni domanda il parlamento vota e se si prospetta una violazione della legge, il presidente può essere rinviato al giudizio della magistratura.

Il 28 agosto Rouhani è stato chiamato a rispondere su cinque questioni:  contrasto al contrabbando di merci e valuta; sanzioni bancarie; disoccupazione; bassa crescita dell’economia e svalutazione del rial. Su ognuno di questi temi il majles ha votato e Rouhani è risultato convincente soltanto sul tema delle sanzioni bancarie, mentre sugli altri quattro punti ha ricevuto il voto negativo non solo dei conservatori, ma anche da una parte consistente dai moderato-riformisti che lo hanno sostenuto fin qui. La coalizione Omid (speranza) può infatti contare su un centinaio di voti (su 290 seggi totali) ma su quattro delle cinque questioni sottoposte a voto, Rouhani ha ottenuto meno di ottanta voti, segno evidente che anche all’interno del suo schieramento la fiducia comincia a venire meno. 

 

 

Aftab-yazd titola: “Vittima di buone intenzioni”

 

Difficilmente questo confronto avrà un seguito giudiziario, come vorrebbe lo schieramento conservatore dei principalisti: sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica islamica. La questione è chiaramente politica e sarà appunto la politica a doverla risolvere. Il problema è che al momento non si scorgono vie d’uscita. L’impeachment, agitato dagli oppositori del presidente, sarebbe un rischio per tutto il sistema. L’unico precedente risale agli albori della Repubblica islamica, quando nel giugno 1981 il parlamento mise in stato d’accusa il primo presidente Abolhassan Bani Sadr. Ma fu appunto un passaggio drammatico, che segnò un cambio di passo sostanziale nella storia del Paese. Sembra improbabile che oggi il sistema, a cominciare dalla Guida Ali Khamenei sia pronto oggi a rivivere un passaggio simile.

E’ comunque innegabile che Rouhani oggi sia più isolato che mai. La situazione economica è drammatica e il peggio deve ancora arrivare, perché il 4 novembre scatteranno le sanzioni americane che riguardano le esportazioni di greggio e le transazioni con la Banca centrale iraniana. Per gli iraniani sarà un colpo duro, il cui effetto reale sarà da valutare nei mesi successivi. Sicuramente a Teheran c’è chi gongola: sono tutti quelli che erano contrari all’accordo con gli Usa e che – in molti casi – avevano anche un interesse economico nel volere che nulla cambiasse. Le sanzioni hanno alimentato un mercato nero ancora oggi difficilissimo da estirpare.

L’alternativa all’attuale presidente al momento non si vede. Alle elezioni mancano quasi tre anni e l’ipotesi peggiore per il fronte moderato-riformista (non ci stancheremo mai di ripeterlo: Rouhani non è un riformista e il suo è un governo di coalizione) è un destino simile a quello del secondo mandato di Mohammad Khatami, che dal 2002 al 2005 visse una lunga agonia frutto della delusione delle mancate riforme e dell’isolamento internazionale voluto da George W. Bush dopo l’11 settembre 2001.

 

Shargh: “Non siamo stati convinti”

La delusione degli iraniani oggi forse è ancora maggiore rispetto a quella stagione. Dal 2013 le aperture sono state notevoli, non tanto in termini politici quanto di mercato. Chi conosce il Paese, sa che l’Iran di oggi non è paragonabile a quello degli otto anni di presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Ma adesso è grande la confusione da parte di tutti gli attori della politica iraniana. Lo stesso Rouhani non sempre dimostra di avere una vera strategia. Diversi parlamentari – anche riformisti – lo accusano di negare la realtà invece di indicare una soluzione ai problemi.

Come una decina d’anni fa, quando il primo mandato di Ahmadinejad si stava per concludere, anche oggi diversi osservatori prospettano un rafforzamento dei militari. L’uomo forte da spendere in chiave politica potrebbe essere Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, divenuto assai popolare negli ultimi anni per il suo ruolo in prima linea nella lotta all’Isis. Ma nella storia della Repubblica islamica i militari sono stati importanti ma non hanno mai avuto un ruolo politico determinante. Resta il fatto che non si intravede una nuova classe politica in grado di rimpiazzare quella uscita dalla rivoluzione. E quindi non sono da escludere scenari inediti per l’Iran, fermo restando che il regime change tanto sognato da Washington continua a essere l’ipotesi meno concreta.

La coda del leone persiano

La coda del leone persiano

Siamo alle solite. O, meglio, siamo tornati al solito vecchio schema che dal 1979 vede Iran e Stati Uniti uno di fronte all’altro contrapposti e minacciosi. Il 6 agosto scatteranno le nuove sanzioni Usa, conseguenza del ritiro da parte di Washingotn dall’accordo sul nucleare del 2015. Sarà un passaggio molto pesante, perché si tratta di provvedimenti che colpiranno il settore dell’automotive e dell’aviazione civile iraniana e che complicheranno non poco le transazioni finanziari da a per l’Iran (per un quadro più dettagliato invitiamo a leggere l’analisi dell’ISPI).

L’azione di Washington – che all’Italia costerà 27 miliardi di dollari di commesse e 1,7 di export l’anno – rientra in una strategia più ampia di pressione economica e politica che mira dichiaratamente al cambio di regime a Teheran. Un obiettivo dichiarato da Donald Trump, che conta sul pieno sostegno di Israele e Arabia Saudita e che rischia di aggravare la già precaria situazione politica del Medio Oriente.

In questo contesto, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha assunto da mesi un atteggiamento decisamente più combattivo nei confronti degli Stati Uniti rispetto al suo primo mandato, quando aveva come interlocutore Barack Obama. D’altro canto, questo suo cambiamento di stile, gli è valso il sostegno da parte di diversi conservatori, tra cui il generale Qasem Soleimani,che in una lettera pubblica lo ha ringraziato per aver reagito con “coraggio e orgoglio” alla minaccia statunitense di bloccare l’export iraniano di petrolio.

La coda del leone persiano

Il 22 luglio, un un incontro con gli ambasciatori iraniani, Rouhani ha dichiarato:

L’America dovrebbe sapere che la pace con l’Iran è la madre di ogni pace e la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre. Signor Trump, non giochi con la coda del leone, altrimenti se ne pentirà. Noi siamo uomini d’onore e coloro che hanno garantito la sicurezza dello stretto regionale (lo stretto di Hormuz) nella storia. Tenga presente che lei non può provocare il popolo iraniano a scapito della sicurezza e degli interessi del loro Paese. L’Iran è un padrone e non sarà il servitore o il tuttofare di nessuno. Rohani ha ricordato che l’Iran ha “molti stretti, quello di Hormuz è  solo uno di questi”, sottolineando: “Da una parte lei annuncia la guerra al popolo iraniano e dall’altra parla di appoggiarlo”.

In un tweet, qualche ora dopo, Trump ha replicato (mettendo il testo tutto in maiuscolo):

“Non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

La sera del 22 luglio il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, intervenendo a un incontro in California con rappresentanti della diaspora iraniana, ha accusato: “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è guidato da qualcosa che assomiglia alla mafia più che a un governo. Qualche volta sembra che il mondo sia diventato insensibile davanti all’autoritarismo del regime in casa ed alle sue campagne di violenza all’estero, ma l’orgoglioso popolo iraniano non resta in silenzio sui molti abusi del suo governo”.

Perché Rouhani attacca (e si rafforza internamente)

Questo cambio di prospettiva, se da un lato mette a repentaglio la già provata economia iraniana, dall’altro rafforza paradossalmente Rouhani. Il presidente iraniano negli ultimi mesi ha infatti subito numerosi attacchi da diversi fronti: i conservatori lo criticano per la crisi economica e per aver ceduto al compromesso con l’occidente sul nucleare; i riformisti sono invece delusi dalle mancate aperture sui diritti civili. La serrata del bazar di Teheran – strumentale o spontanea che fosse – era soltanto una delle manifestazioni più eclatanti di un malessere diffuso. Tanto che qualche osservatore prospettava un impeachment entro l’autunno.

Ma lo scontro – per ora solo verbale – con gli Usa, ricompatta il fronte interno. Anche perché la Guida Khamenei non accetterebbe mai una crisi istituzionale in una fase delicata come questa.

 

Intervista di Antonello Sacchetti a Radio Onda d’Urto (24 luglio 2018)

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif replica a Trump. “Esistiamo da millenni e abbiamo assistito alla caduta di imperi – incluso il nostro – che sono durati più di alcuni Paesi. Sii cauto!”.

 

Mohsen Rezai, capo del Consiglio per il discernimento della Repubblica islamica twitta: “Il signor Trump ha detto al signor Rouhani di stare attento. Ma dovresti stare attento tu che hai 50.000 soldati sotto il tiro

Come le sanzioni contro l’Iran colpiscono anche l’Italia

Intervista di Sputnik ad Antonello Sacchetti sulle conseguenze economiche del ritiro degli Usa dal JCPOA.

Le nuove sanzioni contro l’Iran rappresentano un’azione unilaterale di per sé molto pesante e molto grave. Ricordiamo che il famoso accordo del 14 luglio 2015 non è un accordo bilaterale fra Stati Uniti e Iran, ma ovviamente un accordo di un gruppo, 5 più 1, cioè i membri di sicurezza dell’ONU con la Germania e l’Iran. Il programma sul nucleare iraniano è stato uno dei casi diplomatici internazionali più scottanti degli ultimi 20 anni. Quando si ritira in modo totalmente autonomo la controparte più rilevante da un accordo come questo l’accaduto non può non avere un peso politico pesantissimo. L’agenzia internazionale per l’energia atomica ha smentito i sospetti degli Stati Uniti, sostenuti anche da Israele. Dall’entrata in vigore dell’accordo le ispezioni dell’AIEA si sono svolte regolarmente e non hanno mai rilevato violazioni. Nelle indicazioni di Trump inoltre non vi sono dati precisi, si tratta più di un umore.

Leggi l’intervista completa su Sputnik 

Quali prospettive per l’Iran dopo la svolta di Trump

Quali prospettive per l'Iran dopo la svolta di Trump

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare (JCPOA) sta incidendo moltissimo sugli equilibri politici del Medio Oriente. Se ne è parlato già molto e se ne discuterà sicuramente ancora.

E’ però interessante analizzare come il passo indietro deciso da Donald Trump stia incidendo anche sulla situazione politica interna dell’Iran. Lo racconta Giorgia Perletta in un’analisi per l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

Il destino dell’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è appeso a un filo o, per meglio dire, alla volontà politica europea di resistere alle pressioni politiche statunitensi. Altresì, è il governo Rouhani a dover resistere, e non solo alle sanzioni secondarie la cui prossima reintroduzione spaventa l’economia iraniana (e gli investitori europei), ma soprattutto alle accuse interne che muovono il dibattito politico.

Il JCPOA, oggi come già in passato, si trova ad essere il palcoscenico dello scontro politico iraniano, dietro cui si snodano gli interessi particolaristici delle singole fazioni. Nulla di nuovo. La politica estera della Repubblica Islamica è sempre stata una proiezione delle dinamiche interne, e le voci che si elevano sul destino (e sulla natura stessa) dell’accordo riflettono, di fatto, il proverbiale fazionalismo interno. A livello internazionale è ben nota la versione ufficiale del governo Rouhani, che ha affidato la sua sopravvivenza e legittimità politiche al raggiungimento (e auspicabile mantenimento) dell’accordo con i P5+1. Il ministro degli Esteri Mohammad Zarif lo definiva un “raro trionfo della diplomazia sul confronto”, un messaggio che, tra le righe, affermava la postura moderata e dialogante del governo in carica, e che implicitamente collocava nel “girone dei belligeranti” coloro che si opponevano al JCPOA. All’interno della Repubblica Islamica, infatti, le accuse rivolte a Rouhani tendono a strumentalizzare lo storico sentimento di sospetto e sfiducia verso gli Stati Uniti, la cui rinnovata postura intransigente nei confronti di Teheran ha fornito il pretesto per attaccare il presidente della Repubblica. Per quanto nota la polarizzazione esistente sul valore dell’accordo, che si staglia come la punta di un iceberg dell’intero operato del governo, un pluralismo di voci sta animando il dibattito politico e la loro comprensione risulta determinante soprattutto per individuare la complessità delle sorgenti di accusa.

Continua a leggere sul sito dell’Ispi.

Sempre l’Ispi ha pubblicato un’analisi a firma di Annalisa Perteghella e Tiziana Corda dal titolo
USA fuori dall’accordo sul nucleare iraniano: cosa cambia per l’Italia?

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) e la conseguente reintroduzione delle sanzioni secondarie USA che erano state sospese nel gennaio 2016 aprono nuovi scenari di incertezza per le relazioni economiche tra Italia e Iran. L’Unione europea ha espresso la volontà di introdurre alcune misure allo scopo di tutelare le proprie aziende dalla portata extraterritoriale delle sanzioni statunitensi. Si tratta di una corsa contro il tempo: ad agosto rientreranno in vigore alcune delle sanzioni in precedenza sospese, mentre le rimanenti rientreranno in vigore a novembre. Questa analisi esplora gli obiettivi della nuova strategia USA di isolamento economico dell’Iran, analizza le potenziali implicazioni economiche per l’Italia e delinea alcune raccomandazioni di policy al fine di salvaguardare l’esistenza del JCPOA e le relazioni economiche e commerciali tra Italia e Iran

Leggi l’analisi completa

Disaccordo nucleare

Gli Stati Uniti usciranno dall’accordo sul programma nucleare dell’Iran: lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in una conferenza stampa l’8 maggio 2018. Secondo Trump,  “l’accordo  serve solo alla sopravvivenza del regime a cui permette ancora di arricchire uranio”.

“Abbiamo le prove che Teheran ha mentito sul programma nucleare”, ha detto il presidente americano Donald Trump.

Gli Stati Uniti “non saranno ostaggio del ricatto nucleare dell’Iran”, ha ancora detto il presidente americano, definendo l’accordo del 2015 “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”.

Teheran “non abbandonerà l’accordo sul nucleare”, un’intesa che gli Usa “non hanno mai rispettato”: lo ha affermato il presidente iraniano Hassan Rohani in diretta tv dopo l’annuncio del presidente Usa Donald Trump. Rohani ha aggiunto che Teheran continuerà ad andare avanti sull’intesa con gli altri firmatari. “C’è poco tempo per iniziare i negoziati per mantenere in piedi l’accordo sul nucleare” con gli altri partner senza gli Usa, ha detto Rohani in diretta tv. Se i negoziati fallissero, “ho dato disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere pronta a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane”.

 

 

 

Tutti i Paesi che aiuteranno l’Iran sul nucleare – spiega il numero uno della Casa Bianca – saranno colpiti dalle sanzioni.

Le sanzioni Usa all’Iran rientreranno in vigore fra 90 giorni, a partire da oggi. Lo affermano fonti dell’amministrazione Trump a Fox News. Le stesse fonti spiegano come gli Stati Uniti saranno ufficialmente fuori dall’accordo sul programma nucleare di Teheran solo quando le sanzioni verranno reintrodotte.

Mogherini: ‘L’Ue determinata a preservare l’accordo’ – “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e l’Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”. Così l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, commenta la decisione di Trump.

Gentiloni: ‘L’accordo va mantenuto, l’Italia è con l’Ue’ – “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei per confermare gli impegni presi”, scrive su Twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

May, Merkel e Macron: ‘Rammarico e preoccupazione’ – I leader di Germania, Francia e Gran Bretagna, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May, esprimono “rammarico e preoccupazione” per la decisione del presidente Donald Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran e ribadiscono che al contrario Berlino, Parigi e Londra intendono restare fedeli a quell’intesa. Lo si legge in una dichiarazione congiunta a tre diffusa da Downing Street. (Fonte: Ansa)

 

 

 

Iran nucleare, la magnifica ossessione di Netanyahu

Sarà stata la scenografia decisamente scadente (quei faldoni schierati fanno tanto ufficio delle imposte e sono così poco degni di una spy story) ma stavolta lo show del premier israeliano Benyamin Netanyahu non sembra aver riscosso grande successo. Non c’è poi molto da raccontare: in una conferenza a Tel Aviv “Bibi” ha detto di essere in possesso delle prove dell’esistenza di un programma segreto iraniano, chiamato Amad, per la creazione di cinque bombe atomiche “equivalenti a quella di Hiroshima”.

Queste prove, risultato di un colpo dell’intelligence israeliana, sarebbero contenute in 55mila file, custoditi in un armadietto pieno di faldoni e in circa 200 cd: “Sono – ha dichiarato – 55.000 pagine di documenti e altri 55.000 file su cd, copia esatta degli originali provenienti dagli archivi segreti del programma nucleare iraniano”, il tutto mostrato al mondo in diretta televisiva.

Peccato però che questo programma “Amad”, diretto da Mohsen Fakhrizadeh, sia durato dal 1999 al 2003. Non ci sono prove che l’Iran  abbia condotto un programma segreto dopo lo storico accordo del 2015.

Lo show di Netanyahu sembra perciò soprattutto  il preludio all’uscita da parte degli Usa dall’accordo del 2015. Una scelta unilaterale, da tempo ipotizzata da Trump e ormai imminente. Entro il 12 maggio, infatti, Washington deve decidere se continuare a sospendere le sanzioni o ripristinarle, uscendo così di fatto dall’accordo.

 

L’Iran cosa dice?

Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito la conferenza di Netanyahu “ridicola” e “infantile”. Il ministro degli Esteri Javad Zarif, in una serie di tweet, è stato più esplicito: “Respingiamo la reiterazione delle vecchie accuse lanciate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu in coordinamento con gli Stati Uniti con l’intento di boicottare l’accordo sul programma nucleare di Teheran”.

 

 

 

La nota di Federica Mogherini

“Da quello che abbiamo visto dalla sua esposizione, il primo ministro (israeliano) Netanyahu non ha messo in dubbio l’adempimento dell’Iran” all’accordo sul nucleare, che “non è basato su buona fede o fiducia, ma su impegni concreti, meccanismi di verifica e una rigido monitoraggio dei fatti”, che certificano come “l’Iran rispetti pienamente i patti”. Lo scrive in una nota l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini.

“Prima di tutto – scrive -, la reazione può essere solo preliminare, perché, com’è ovvio, dobbiamo fare una verifica nei dettagli” di quanto esposto da Netanyahu, “vedere i documenti e ottenere il parere dell’Aiea (l’agenzia dell’Onu per l’energia atomica, ndr)”, perché quest’ultima “è l’unica organizzazione imparziale, internazionale che ha il mandato di verificare gli impegni dell’Iran”. “Non ho visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell’Iran” di un accordo che “fu creato proprio perché fra le parti non c’era la fiducia”.

L’AIEA smentisce Netanyahu

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha ribadito il 1° maggio in un comunicato, citando un suo rapporto del dicembre 2015, che non aveva “alcuna indicazione credibile di attività in Iran attinenti allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009”.

 

Ancora qualche giorno e molto probabilmente sarà il presidente Usa Donald Trump a riaprire una questione che pareva risolta tre anni fa.

 

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando ? E’ cominciato tutto da un discorso del presidente Hassan Rouhani in occasione del 39esimo anniversario della rivoluzione.

Se abbiamo delle divergenze su delle questioni, o se le fazioni hanno delle divergenze, o stanno litigando, allora andiamo alle urne e, in base all’articolo 59 della Costituzione, mettiamo in atto quello che i cittadini decidono. La nostra costituzione offre questa possibilità e noi dobbiamo agire in base alla nostra costituzione.

 

L’articolo citato da Rouhani recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

(Per un quadro completo vai alla sezione Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran)

Una sintesi dell’intervento è stata pubblicata poi dall’account in persiano del presidente Rouhani.

 

Referendum in Iran: i precedenti

Ci sono stati tre referendum nella storia post rivoluzionaria dell’Iran. Il primo è quello che il 30 e il 31 marzo 1979 decreta il passaggio dalla monarchia alla Repubblica islamica. Il quesito è a dir poco tendenzioso: “Il vecchio regime monarchico diventa Repubblica islamica, la cui Costituzione sarà approvata dal popolo. Sì o no?”. Vota il 98% degli aventi diritto e il sì vince col 99,31%.

Il secondo referendum si tiene il 2 e 3 dicembre per approvare la nuova Costituzione. Vota il 71,6% degli aventi diritto e il sì vince con il 99,5%.

Da notare come nel giro sei mesi l’affluenza cali di quasi 30 punti di percentuale.

Il terzo referendum è su alcune importanti modifiche alla Costituzione, come l’eliminazione della figura del premier, l’eliminazione del titolo di marja-e taqlid (fonte di imitazione) quale requisito fondamentale per la nomina a Guida, l’istituzionalizzazione del Consiglio per il discernimento  e l’aumento del numero dei membri dell’Assemblea degli Esperti. Si tiene il 28 luglio 1989 in concomitanza con le elezioni presidenziali e i votanti sono appena il 54,51% degli aventi diritto. Le modifiche vengono approvate col 97,57% dei voti.

 

Le reazioni della politica iraniana

La proposta di Rouhani è stata accolto con diffidenza dai conservatori. In un editoriale sul quotidiano Kayhan (una sorta di organo si stampa della Guida Khamenei), il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto che questa proposta potrebbe essere il segno della sua “insoddisfazione per i milioni di persone che hanno celebrato l’anniversario della rivoluzione dicendo in sostanza ‘sì’ all’attuale sistema politico”.

Altri commentatori della televisione di Stato (roccaforte dei conservatori) hanno ricordato che il referendum deve comunque essere richiesto dai due terzi del parlamento, altri hanno commentato con sarcasmo la vaghezza della proposta di Rouhani. In generale, comunque, va notato che l’uscita del presidente ha suscitato un certo nervosismo tra i conservatori. Il sospetto è che Rouhani abbia intenzione di usare il referendum quale strumento per modificare (e ridurre) il potere della Guida.

Anche perché lo stesso presidente ha replicato dichiarando che – come presidente – ha il dovere e la responsabilità di mettere in pratica la Costituzione.

A fronte delle reazioni negative dei conservatori, va registrato l’apparente disinteresse dei riformisti. Nessun politico ha apertamente sostenuto la proposta di Rouhani e il quotidiano riformista Shargh ha dedicato al tema soltanto un piccolo spazio sul numero del 13 febbraio, concentrandosi soprattutto sulle reazioni dei conservatori.

 

Referendum ma su cosa?

Resta il fatto che l’idea lanciata da Rouhani rimane piuttosto vaga. Un referendum su cosa? Sulla forma istituzionale? Improbabile e forse addirittura pericoloso. Come ha scritto l’attivista per i diritti umani  Hassan Zeidabadi, “un referendum istituzionale è la conseguenza di una crisi politica, non una soluzione”.

L’appello di 15 iraniani

Un appello a favore dell’uso del referendum è stato sottoscritto da 15 personalità iraniane di rilievo, tra cui registi, intellettuali e politici. Alcuni residenti in Iran, altri residenti all’estero (come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi). Per il quadro completo leggi l’articolo qui sotto.

 

15 Prominent Iranians Call For a Referendum on the Islamic Republic

Iran. Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando?

Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando in Iran? Manco a dirlo, l’argomento che ha suscitato più attenzione tra i media occidentali è stato il primo. Andiamo con ordine.

La protesta contro l’hijab obbligatorio

Tutto è iniziato il 27 dicembre 2017 , quando la 31enne Vida Movahed, nella centrale e trafficatissima Via Enghelab di Teheran, si è tolta il foulard (obbligatorio in Iran in tutti i luoghi pubblici), lo ha issato su un bastone ed è salita su una centralina elettrica. Arrestata e rilasciata poco dopo, è stata di nuovo poi incarcerata fino al 28 gennaio 2018. La sua foto è stata condivisa sui social ed è divenuta famosa in tutto il mondo. Qualcuno ha anche fatto confusione, associando la sua protesta alle manifestazioni politiche che negli stessi giorni si sono tenute in tutto il Paese (ne abbiamo parlato qui).

Una seconda donna, Nargess Hosseini, è stata arrestata per aver inscenato lo stesso tipo di protesta il 29 gennaio, sempre a Teheran. Il codice penale iraniano prevede (articolo 638) che le “donne che compaiono in pubblico senza l’hijab islamico possono essere condannate fino a due mesi di carcere e a una multa fino a 500.000 rial (poco più di 10 euro). La cauzione di Nargess è stata fissata ad un prezzo altissimo (l’equivalente di circa 140.000 dollari), in modo da tenerla in carcere.

Col passare dei giorni, la protesta si è estesa ad altre città e sui social sono comparse le foto di decine di donne senza velo. Anche diversi uomini si sono uniti alla protesta, issando foulard e postando foto con lo slogan “Non siete sole”. Particolare eco ha avuto la protesta di una chadori, cioè una donna col chador che senza togliersi il foulard ne ha appeso uno a un bastone e ha manifestato contro l’obbligo dell’hijab.

 

 

 

La polizia di Teheran ha annunciato di aver arrestato 29 donne nelle ultime settimane  per le proteste anti hijab. Il procuratore capo di Teheran ha parlato di “comportamenti infantili” ispirati dall’estero. Chiaro il riferimento alla giornalista Masih Alinejad che da anni porta avanti la campagna “My Stealthy Freedom” (ne abbiamo parlato qui quasi quattro anni fa).

Qualcuno parla di una “rivoluzione silenziosa”. Di certo è un fenomeno nuovo che si sta diffondendo molto rapidamente e che è talmente evidente che non le autorità non lo hanno potuto tenere nascosto. Il dibattito sull’obbligatorietà dell’hijab, d’altra parte, è in corso da anni, sia in campo politico sia religioso. Difficile che queste manifestazioni bastino da sole a cambiare uno dei simboli stessi della Repubblica islamica. Ma anche in questo caso, come per le proteste di piazza dell’ultimo mese, la novità sta nel fatto che se ne parli in Iran. Sono segnali costanti, quasi insistenti, di una necessità di cambiamento nei costumi.

Nella remota probabilità di una laicizzazione della vita pubblica iraniana, si può auspicare che un’apertura arrivi proprio dai religiosi. Non è fantascienza. Come ci è capitato di dire più volte, la Repubblica islamica ha dimostrato diverse volte, dopo il 2009, di aver capito che in alcuni casi allentare la pressione serve al mantenimento del sistema stesso. E cedere qualcosa sul piano delle regole del vestiario, potrebbe evitare complicazioni peggiori su altre questioni sociali.

Durante un discorso in occasione dell’inizio delle celebrazioni per il 39esimo anniversario della rivoluzione, il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato:

Tutte le istituzioni del Paese dovrebbero ascoltare i desideri e le richieste del popolo. Il precedente regime credeva che la monarchia sarebbe durata per sempre, ma perse tutto proprio per questo motivo: non ascolto le critiche del popolo.

 

I pasdaran e l’economia iraniana

Uno dei passaggi più importanti nella politica iraniana delle ultime settimane è stato l’annuncio da parte del ministro della Difesa Ali Hatami della richiesta effettuata dalla Guida Khamenei alle organizzazioni militari di “disinvestire dalle attività economiche non correlate”. Tradotto: i pasdaran devono fare un passo indietro rispetto all’economia e pensare prettamente al loro ruolo militare.

In una lettera aperta al giornale riformista Saham News, Mehdi Karroubi, leader insieme a Mir Hossein Mussavi dell’Onda Verde, agli arresti domiciliari dal 2011, ha accusato la Guida Khamenei di aver permesso ai pasdaran di assumere un ruolo predominante in economia e che questo ha “offuscato la reputazione di questo corpo rivoluzionario e l’ha annegato nella corruzione”.

Il conflitto sui sussidi

Per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, il parlamento ha respinto le linee generali di una proposta di budget presentata dal governo. Il piano di Rouhani prevedeva l’aumento del prezzo della benzina del 50% e del diesel del 33%. Ma soprattutto prevedeva un taglio drastico dei sussidi varati a suo tempo da Ahmadinejad: quei 10 dollari al mese che attualmente vengono elargiti a 75 milioni di iraniani, Rouhani voleva destinarli “solo” a 42 milioni di persone. Lo stop del parlamento ha imposto una correzione: i sussidi dovrebbero interessare tra 52 e i 54 milioni di cittadini. Adesso il parlamento discuterà dei dettagli del piano finanziario.

La prima bocciatura sembra sia stata influenzata dalle proteste di piazza del mese precedente.

Evidentemente, più di qualcuno, nelle istituzioni della Repubblica islamica, teme di fare la fine dello scià.

 

 

 

Tutto l’Iran ne parla

A quasi un mese dalle prime manifestazioni a Mashad, la situazione in Iran sembra tornata alla “normalità”. Si potrebbe discutere a lungo su cosa, in Iran, sia normale o straordinario, ma per il momento accontentiamoci di dire che non ci sono state più dimostrazioni dal 4 gennaio 2018, quando, in un comunicato ufficiale, il generale dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato la “fine della sedizione”, dicendosi anche certo che le rivolte non avrebbero avuto un seguito.

Un bilancio delle manifestazioni

Alle manifestazioni – secondo il Ministero degli Interni – avrebbero partecipato non oltre 42.000 persone in totale. I morti sarebbero stati più di 20 (tra cui 4 membri delle forze dell’ordine) e gli arresti circa 450. Due persone arrestate sarebbero morte in carcere, ufficialmente “per suicidio”. Stime non governative parlano di circa 80 città coinvolte e 1.000 arresti. Sempre secondo il Ministero degli Interni, l‘84% dei manifestanti avevano meno di 35 anni, meno del 14% erano laureati e soltanto il 6% dei manifestanti erano donne. Gli slogan erano in maggior parte (70%) a tema politico. 

 

La novità: tutto l’Iran ne parla

Al di là di chi e per quale motivo abbia manifestato (ne abbiamo parlato qui), questa crisi rappresenta una novità per la politica della Repubblica islamica.  In passato ci sono già state ondate di proteste, alcune anche con risvolti drammatici, come nel caso del movimento studentesco del 1999 e dell’Onda Verde del 2009.  O come le proteste contro le privatizzazioni sotto la presidenza Rafsanjani nei primi anni Novanta. La novità è che questa volta il confronto politico non è stato oscurato o negato, ma si è anzi trasferito dalle piazze ai media, fino al parlamento.

Superata una prima fase in cui si è scaricata tutta la responsabilità dell’accaduto ad “elementi stranieri”, i vertici della Repubblica islamica sono intervenuti sulla questione, con toni e da prospettive diverse. Se il presidente Rouhani ha immediatamente riconosciuto il diritto degli iraniani a protestare , sottolineando al tempo stesso il dovere del governo di “ascoltare il popolo”, la stessa Guida Ali Khamenei ha ammesso l’esistenza del malcontento popolare.

Non solo i social media, ma tutti i quotidiani iraniani hanno per giorni affrontato l’argomento delle manifestazioni, con interviste, inchieste ed editoriali.

Certo, questo ci dice anche molto di come le fazioni politiche abbiano cercato in vario modo di cavalcare l’onda delle proteste: i conservatori hanno colto l’occasione per attaccare Rouhani che, a sua volta, ha cercato di porsi come primo interlocutore dei manifestanti.

Affari interni

In questo senso, è particolarmente significativa l’intervista rilasciata da Rouhani alla TV di Stato il 22 gennaio, la prima in assoluto dopo le manifestazioni. A intervistarlo il conduttore Reza Rashidpour, notoriamente vicino ai riformisti. Si è trattato di un piccolo evento televisivo che però, alla fine, ha deluso un po’ tutti. Incredibile ma vero, Rouhani non ha mai parlato dell’accordo sul nucleare (suo cavallo di battaglia) e si è concentrato sulle questioni interne, politiche ed economiche. Dalla perdita di valore del rial alla crisi finanziaria, dalle proteste di piazza all’inquinamento, fino alle polemiche sul blocco (poi rimosso) di Telegram.

 

Tutto toccato con molta moderazione, cercando di essere il più possibile rassicurante e convincente. Ma, a quanto pare, il pubblico non ha gradito. Sadegh Zibakalam, giornalista su posizioni riformiste, ha commentato:

“Mi auguro che il Dott. Rouhani capisca che ogni volta che parla alla gente perde un po’ dei suoi 24 milioni di voti. Spero che capisca che insulta l’intelligenza delle persone concentrandosi su questioni artificiose e superficiali invece di affrontare i temi davvero importanti per la società iraniana”.

Molti altri commentatori hanno criticato le domande troppo accondiscendenti poste da Rashidpour. Persino il tema delle recenti manifestazioni è stato toccato da Rouhani rispondendo ad un’altra domanda, senza che il conduttore avesse affrontato direttamente la questione.

Insomma, Rouhani ha cercato di accontentare tutti ma sembra aver deluso tutti o quasi.

 

La macchina che impara

Il fatto è che la Repubblica islamica ha dimostrato ancora una volta di essere “una macchina che impara”. Di sapersi, cioè, adattare a condizioni diverse per sopravvivere. Piuttosto che negare l’evidenza di una crisi in atto, scatenata da alcune sue stesse componenti, ha scelto stavolta di elaborarla ed esorcizzarla in un dibattito pubblico. E’ la lezione appresa dal 2009, quando invece la contestazione venne bollata come anti sistema e repressa unicamente con la forza. In questo caso non è mancato il pugno duro contro i manifestanti, ma la dialettica che si è aperta dopo tra le forze politiche e in una parte consistente dell’opinione pubblica è sicuramente qualcosa di nuovo e di molto interessante.

Piuttosto che auspicare o diagnosticare improbabili cambi di regime, i media occidentali farebbero bene a seguire con attenzione quello che si dice e si scrive in Iran in queste settimane.

Il quotidiano conservatore Kayhan accusa Rouhani di non aver parlato di disoccupazione, crisi economica e inquinamento nella sua intervista televisiva.

 

Il quotidiano riformista Sgargh, sempre in riferimento all’intervista TV di Rouhani, titola: Quello che non ha detto e che deve dire

Chi protesta in Iran?

Chi protesta in Iran?

C’è poco da fare: quando in Iran la gente scende in piazza per protestare, è sempre una notizia. Il 28 dicembre a Mashad, città santa e secondo centro del paese per numeri di abitanti, si sono tenute delle manifestazioni di protesta contro il carovita. Secondo alcuni media occidentali, tra cui BBC, i manifestanti sarebbero stati “alcune centinaia”. Altre manifestazioni “più piccole” si sono svolte a Nishapur e Birjand, sempre nel nord est del Paese. Il 29 dicembre una cinquantina di persone si sarebbero radunate invece a Teheran in Piazza Enqelab, mentre a Kermanshah, capoluogo della regione colpita recentemente dal terremoto, i manifestanti, secondo l’agenzia semiufficiale Fars, sarebbero stati trecento. I social media riportano altri assembramenti in città come Qazvin, Rasht e Sari. Ci sono stati arresti e la folla è stata in più occasioni dispersa con la forza.

A Dorud, nel Lorestan, i pasdaran avrebbero aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone almeno 6 e ferendone molti altri.

Chi protesta in Iran?

A giudicare dagli slogan, chi è sceso in piazza lo ha fatto per protestare contro il carovita e la corruzione. Bersaglio degli slogan sono stati il governo e il presidente Hassan Rouhani in particolare. L’accordo sul nucleare del 2015 ha sì migliorato la situazione economica, ma la disoccupazione è in risalita (12,4 per cento, un punto in più rispetto allo scorso anno) e proprio nelle ultime settimane il prezzo di alcuni generi alimentari di prima necessità, come le uova, ha avuto un’impennata del 30/40 per cento.

La denuncia di Rouhani

Secondo alcuni osservatori, sarebbe stato lo stesso Rouhani ad accendere la miccia della polemica, col suo discorso in parlamento lo scorso 10 dicembre. In quell’occasione il presidente aveva dichiarato di aver denunciato alla Guida Khamenei l’esistenza di sei istituzioni fraudolente, all’interno di istituzioni governative, che controllano il 25% del mercato finanziario, manipolando il cambio della valuta e il mercato dell’oro. Rouhani aveva parlato di una vera e propria “mafia finanziaria”, responsabile di aver rovinato la vita di almeno 3 milioni di iraniani. Il presidente aveva perciò chiesto al parlamento un sostegno per ridurre i finanziamenti a queste istituzioni e per creare un sistema di controllo efficace.

Governo o sistema?

Ecco il solito equivoco o, se preferite, la solita ambiguità. Chi protesta contro il governo, da che punto di vista lo fa? Dall’interno della Repubblica islamica? Oppure contesta l’intero sistema nato dalla rivoluzione del 1979?

Le proteste hanno toccato solo in una fase successiva Teheran e non sono legate ad eventi particolati, come fu nel 2009. E’ cominciato tutto a Mashad, città conservatrice e roccaforte di Ebrahim Raisi, principale sfidante di Rouhani alle elezioni del maggio 2017. Gli slogan della manifestazioni del 28 dicembre fanno pensare che ci sia la longa manus dei conservatori dietro questi “assembramenti spontanei”.

Anche perché le proteste sono scoppiate proprio il giorno dopo che il capo della polizia di Teheran aveva annunciato che le donne “mal velate” non saranno più arrestate ma indirizzate a “corsi educativi”. Quasi un contraccolpo a una timida apertura da parte delle forze dell’ordine.

Poi le proteste si sono diffuse in altre città, dove si sono ascoltati slogan che chiedevano di “lasciar stare la Siria e pensare a noi” o, addirittura, frasi contro gli ayatollah e la Repubblica islamica.

Per tutta risposta, circa 4mila persone sono scese poi in piazza a sostegno del governo Rouhani.

Le autorità hanno definito queste manifestazioni “controrivoluzionarie” e hanno puntato il dito contro alcuni canali Telegram che sarebbero stati determinanti nella mobilitazione.

Il primo vicepresidente Eshaq Jahangir ha dichiarato: “Quando un movimento politico si diffonde nelle strade, non è detto che chi lo ha lanciato sia in grado di controllarlo fino alla fine”. E ha ammonito: “Chi è dietro questi eventi finirà per farsi del male”.

Sembrerebbe, dunque, che dietro a queste manifestazioni ci sia uno scontro politico interno alla Repubblica islamica, piuttosto che una contestazione al sistema.

 

Il tweet di Trump

Il presidente degli Usa Donald Trump ha colto invece la palla al balzo per ammonire via tweet Teheran sulla “repressione delle manifestazioni pacifiche”e ammonire: “Il mondo vi sta guardando!”. In Arabia Saudita l’hashtag #IranProstest è stato tra quelli più di tendenza negli ultimi giorni, a testimoniare co quanta attenzione lo storico rivale regionale stia osservando quanto accade in Iran.

 

9 Dey

C’è anche una coincidenza simbolica: queste proteste sono iniziate alla vigilia dell’anniversario della grande manifestazione (9 Dey nel calendario persiano) che nel 2010 segnò la fine dell’Onda Verde, quando l’establishment decise di mobilitare i propri sostenitori e dare un segnale netto a quel che restava del movimento iniziato un anno e mezzo prima. Tanto che in una dichiarazione ufficiale i Pasdaran hanno dichiarato che “è necessario rivivere l’epica del 9 Dey”.

L’atmosfera dell’Onda Verde sembra comunque lontana anni luce. Cosa c’è allora in gioco?

 

Chi protesta in Iran?

Dichiarazione dei Pasdaran: necessario rivivere l’epica del 9 dey

 

Il dopo Khamenei

Secondo alcuni osservatori, al di là delle questioni economiche e sociali, il vero terreno di scontro sarebbe un altro. Le condizioni di salute della Guida Khamenei si sarebbero aggravate nelle ultime settimane e si avvicina dunque una resa dei conti tra le varie anime del sistema per decidere la successione. Al di là delle rivendicazioni di chi manifesta, in ballo ci sono equilibri politici molto delicati.

Le proteste forse finiranno presto, il confronto politico è appena iniziato.

 

Radio Vaticana, 31 dicembre 2017, Intervista ad Antonello Sacchetti sulle manifestazioni in Iran. Ascolta l’audio

 

L’apertura di Rouhani

Il 31 dicembre, durante una riunione di gabinetto, il presidente Rouhani è intervenuto per la prima volta sulle manifestazioni di questi giorni. “Il popolo – ha dichiarato – è pienamente libero di protestare contro il governo ma non di distruggere proprietà private”. Ha poi affermato di aver dato istruzione ai propri ministri di creare spazi di critica e di libera opinione. Ha inoltre ammonito i giovani iraniani a non farsi strumentalizzare da elemnti stranieri che vorrebbero vedere l’Iran nel caos. Una battuta anche su Trump: “Chi oggi sostiene di preoccuparsi degli iraniani, pochi mesi fa li definiva terroristi. Non ha nessun diritto di parlare di Iran, è sempre stato contro il popolo iraniano”.

Trump, Iran. Nostalgia canaglia

Alla faccia di chi diceva che con Trump alla Casa Bianca non sarebbe cambiato niente nella politica internazionale. Dopo nemmeno un anno dal suo insediamento, il presidente più imprevisto e più imprevedibile della storia recente degli States, sembra intenzionato a scassare uno dei traguardi più importanti raggiunti da Obama, cioè l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 14 luglio 2015.

Con un discorso destinato a essere ricordato a lungo, venerdì 13 ottobre 2017 Trump ha infatti annunciato che non avrebbe certificato l’intesa sul nucleare.  Ogni 90 giorni la Casa Bianca deve infatti notificare al Congresso l’adesione dell’Iran ai termini dell’accordo. Questa adesione viene verificata non dalla Casa Bianca, ma dall’AIEA, l’agenzia dell’Onu per l’energia nucleare. E l’AIEA – va ricordato – dal luglio 2015 ha per otto volte certificato che l’Iran sta pienamente adempiendo agli obblighi stabiliti dall’accordo.

Ma per Trump, Teheran non starebbe rispettando “lo spirito” dell’intesa. Da lì, una requisitoria piuttosto vaga contro il regime iraniano, accusato di sostenere il terrorismo. Un mix di vaghezza e imprecisioni (fino all’uso volutamente scorretto del termine “Golfo arabico” anziché “Persico”) per servire sul piatto una decisione tutta politica, che era nell’aria da mesi. Dal suo insediamento, Trump aveva per due volte certificato il JCPOA, ma aveva definito l’accordo il “peggiore della storia degli Usa”.

Sembra la classica “operazione nostalgia”: il presidente americano ha infatti rispolverato un vecchio classico, quello dell’Iran “Stato canaglia”, con cui non si può e anzi non si deve dialogare.

Cosa succede adesso

Adesso il Congresso  ha 60 giorni per imporre nuovamente le sanzioni contro l’Iran che erano state sospese dopo l’intesa firmata a Vienna nel 2015.

Non è affatto detto che il Congresso segua la linea del presidente. Persino il segretario di Stato Rex Tillerson ha ammesso che i numeri potrebbero non esserci. In ogni caso, gli Usa ne escono male come leadership e come immagine di partner credibile. Anche perché gli altri Paesi firmatari dell’accordo 5+1 si sono subito espressi in dissenso con Trump.

Le reazioni internazionali

Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, ha dichiarato:

“Non possiamo permetterci di mettere fine a un accordo che sta dando risultati” e di cui l’Aiea “ha verificato per otto volte il rispetto”. Inoltre, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 “non può essere rotto da un solo Paese, perché non è un’intesa bilaterale ma internazionale, avallata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha il diritto di rescinderlo”.

D’accordo con Trump il solo premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per il resto, tutti, dalla Gran Bretagna alla Russia, si sono detti intenzionati a proseguire lungo la linea intrapresa nel luglio 2015. A conferma di questa linea, il presidente francese Macron avrebbe addirittura in programma una visita ufficiale a Teheran nel 2018. In ballo ci sono gli equilibri già precari del Medio Oriente e affari di miliardi di euro. Ora che l’Iran si sta faticosamente aprendo agli investitori internazionali, le parole di Trump rischiano di gettare nel panico colossi come Total e Boeing, senza dimenticare la nostra Eni.

Le reazioni in Iran

Il presidente Rouhani è intervenuto con un discorso televisivo insolitamente duro e concitato.

Consideriamo” l’intesa del 2015 “un accordo multilaterale e internazionale e lo rispettiamo nella cornice del nostro interesse nazionale. Abbiamo cooperato con l’Aiea e continueremo a farlo” ma se “l’altra parte non rispettasse i propri impegni si sappia che l’Iran non esiterà a rispondere”, ha detto in tv. E ancora: “Continueremo a rafforzare le nostre capacità di difesa. Le nostre armi e i nostri missili sono per la nostra difesa. Siamo sempre stati determinati nella nostra difesa e lo saremo ancora di più da ora in poi. Abbiamo provato a costruire le armi che ci servivano e da ora in poi faremo più sforzi per continuare a farlo.

Chiaro il riferimento al programma di missili balistici citato da Trump. Programma che – va ricordato – non rientra affatto negli accordi sul nucleare.

Esultano i conservatori e tutti coloro che hanno sempre sostenuto l’inaffidabilità degli Stati Uniti.

Il ministro degli Esteri Javad Zarif ha espresso il suo disappunto in una serie di tweet molto velenosi. In uno dichiara sarcastico: “Nessuna sopresa che i sostenitori del vacuo discorso di Trump sull’Iran siano i bastioni della democrazia del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein”.

Arman-e Meruz titola: L’isolamento del signor gaffe

 

Kayhan: Trump ha compreso l’accordo sul nucleare: vantaggi per gli Usa, restrizioni per l’Iran!

Per il quotidiano conservatore, le parole di Trump sono la riprova che degli Usa non ci si può fidare.

Rouhani 2.0

Rouhani 2.0

Hassan Rouhani si è insediato per il suo secondo mandato da presidente dell’Iran. La cerimonia del giuramento svoltasi il 5 agosto ha visto la partecipazione di una folta delegazione di rappresentati di Paesi di tutto il mondo. Il personaggio che ha suscitato più attenzione è stata l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini.

Come al solito, sui social e sui media si è parlato molto dei selfie dei parlamentari e del foulard della Mogherini, e poco o nulla del fatto che questo dimostri una popolarità conquistata dal rappresentante dell’Ue in occasione dell’accordo sul nucleare del 2015. Il gossip e la polemica facile, come al solito, sono più forti proprio perché più facili.

Federica Mogherini è stata l’ospite più fotografato dai parlamentari iraniani

 

Un messaggio di moderazione

Il secondo mandato di Rouhani inizia nel segno di due grandi differenze rispetto al primo, una positiva e l’altra negativa. Quella positiva è che Rouhani può contare su un successo già raggiunto: quell’accordo sul nucleare oggi un po’ sottovalutato, rappresenta in realtà una svolta epocale nella politica estera iraniana. Era un obiettivo dichiarato e raggiunto: Rouhani continua a spenderlo politicamente e a difenderlo, come vederemo. La novità negativa è che oggi il presidente eletto non può più contare su Rafsanjani,  suo grande mentore politico, morto a gennaio.

Rouhani ha annunciato solennemente che l’Iran “non ha intenzione di ritirarsi dall’accordo sul nucleare” ma non resterà immobile di fronte alle negligenze degli Stati Uniti. Rouhani ha anche definito il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) un “modello per la relazioni e il diritto internazionale”. Per l’esattezza, Rouhani ha usato il termine di “madre dei negoziati”.

Rouhani 2.0Il riformista Shargh parla di rinnovo dell’impegno della nazione


Rouhani 2.0

Il conservatore Kayhan critica Rouhani per aver svelato la “madre dei negoziati” invece della “madre delle sanzioni”

In tutti i passaggi di politica internazionale, Rouhani ha usato toni cauti, indicando nel dialogo la soluzione delle crisi in Siria e Yemen. Nessuna critica all’Arabia saudita o alle monarchie del Golfo.

Mano tesa alle forze armate

Rouhani ha inoltre sottolineato l’importanza delle forze armate nella difesa della nazione. Un passaggio che è sembrato un chiaro tentativo di riconciliazione con la Guardia rivoluzionaria, con cui era entrato in polemica durante la campagna elettorale. Questa apertura di credito arriva dopo un incontro tenutosi il 24 luglio con i vertici dei pasdaran, tra cui il generale Mohammad Ali Jafari e il generale Qasem Soleimani.

Il nuovo governo

In base alla Costituzione, Rouhani ha adesso due settimane per sottoporre al parlamento la lista dei ministri. Che – ricordiamolo – devono ricevere singolarmente la fiducia dell’Aula. Le indiscrezioni parlano di un esecutivo rinnovato a metà. Sarà sicuramente un governo di “larghe intese”, che comprenderà non solo moderati ma anche riformisti e qualche conservatore. I riformisti sono stati indispensabili per la vittoria al primo turno: senza la mobilitazione di personaggi carismatici come l’ex presidente Khatami, difficilmente Rouhani avrebbe portato a casa il successo in modo così netto. Tra i conservatori è in atto un processo di ridefinizione sia delle posizioni dei singoli sia della natura stessa della fazione politica.

L’8 agosto Rouhani ha inviato al Parlamento la lista dei ministri:

 

Petrolio: Bijan Namdar Zanganeh

Interni: Abdolreza Rahmani Fazli

Affari economici e Finanza: Massoud Karbasian

Intelligence: Seyyed Mahmoud Alavi

Energia: Habibollah Bitaraf

Difesa: Amir Hatami

Industria, Miniere e Commercio: Mohammad Shariatmadari

Aagricoltura: Mahmoud Hojjati

Lavoro, cooperazione e Welfare: Ali Rabi’ee

Strade e Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Seyyed Mohammad Bat’haei

Salute: Seyyed Hassan Qazizadeh Hashemi

Sport e gioventù: Massoud Soltanifar

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Seyyed Alireza Avaei

Cultura e Guida Islamica: Seyyed Abbas Salehi

Comunicazione e Information Technology: Mohammad Javad Azari Jahromi

 

In questa prima lista manca la casella del ministro per Scienze, ricerca e tecnologia. Secondo alcune indiscrezioni questo dicastero potrebbe essere assegnato a una donna e accontentare così le aspettative dell’elettorato femminile che ha sostenuto Rouhani. Non mancano, invece, le prime polemiche.

Va ricordato che il parlamento – oggi a maggioranza moderato-riformista – vota la fiducia a ogni singolo ministro. Ed un paio di nomi indicati da Rouhani sarebbero particolarmente indigesti. Si tratta di due ministri confermati nel loro ruolo: il ministro del Lavoro Rabi’ee e quello degli Interni Fazli. Il primo è accusato dai riformisti non solo di non essere stato un buon ministro nel primo mandato di Rouhani, ma anche di aver ostacolato la riapertura dell’Associazione dei giornalisti iraniani, chiusa dal governo Ahmadinejad nel 2009. A Fazli si rimprovera il mancato rinnovo di molti governatori nominati dal governo Ahmadinejad e la gestione non proprio brillante delle scorse elezioni presidenziali, quando si crearono file lunghissime ai seggi e molte persone non riuscirono a votare.

Almeno su questi due nomi si preannuncia battaglia.

Il 9 agosto Rouhani ha nominato vicepresidenti tre donne. Si tratta di Masoumeh Ebtekar con delega alle Donne e gli affari familiari, Laya Joneidi agli Affari legali e il Shahindokht Molaverdi come assistente del presidente per i Diritti di cittadinanza.  Molaverdi ed Ebtekar erano già vicepresidente, la prima con la delega alle Donne e agli affari familiari, la seconda alla Protezione dell’ambiente.

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr? Venerdì 23 giugno in Iran si è celebrata la Giornata di Qods, cioè la tradizionale mobilitazione in favore della causa palestinese che dal 1980 si svolge l’ultimo venerdì di ramadan 

In una manifestazione a Teheran, il presidente Hassan Rouhani è stato contestato da alcune decine di manifestanti che hanno gridato slogan come “Abbasso il bugiardo, abbasso il mullah americano” e anche “Rouhani, Bani Sadr, buon matrimonio”.

 

La contestazione a Rouhani

Chi è Bani Sadr?

E perché viene accostato all’attuale presidente iraniano? Abolhassan Bani Sadr è il primo presidente della Repubblica islamica, eletto il 25 gennaio 1980 con il 70% dei voti. Rivoluzionario delle prima ora, ed esule a Parigi, era nel gruppo di fedelissimi che accompagnò Khomeini nel trionfale ritorno in patri il 1° febbraio 1979. Pochi mesi dopo la sua elezione a presidente, sorsero contrasti sempre più aspri con lo stesso Khomeini. L’Iran, a causa della crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana e la guerra con l’Iraq, era sempre più isolato a livello internazionale. Bani Sadr, contrario alla presa degli ostaggi americani, entrò in contrasto con diversi esponenti della leadership religiosa, come l’attuale Guida Khamenei e Rafsanjani e, di conseguenza, con lo stesso Khomeini. In una lettera al fondatore della Repubblica islamica, denunciava l’incompetenza di diversi ministri e chiedeva con forza la riorganizzazione delle forze armate. Accusato di tradimento, subì l’impeachment del parlamento il 21 giugno 1981. Con la protezione dei Mojaheddin del Popolo fuggì in Francia, dove ottenne asilo politico e dove vive tuttora.

Rouhani come Bani Sadr? L’affondo di Khamenei

Appena pochi prima della Giornata di Qods, la Guida Khamenei aveva criticato Rouhani:

Nel 1980-81 l’allora presidente polarizzò la società in due campi: i suoi sostenitori e i suoi sostenitori. Questo non si deve ripetere.

Ecco perciò che gli slogan contro Rouhani sembrano seguire una sorta di istigazione alla contestazione. Ad appena un mese dalla sua rielezione, il presidente si trova ad affrontare l’opposizione frontale della Guida. Una contrapposizione tra istituzioni che non è nuova nella Repubblica islamica: ricordiamo che anche Khatami, soprattutto nel corso del suo primo mandato, pagò un vero e proprio accerchiamento da parte della Guida e dei vertici dei pasdaran.

La solidarietà dei sostenitori

Nel 1999 gli studenti chiedevano libertà di espressione inneggiando a Khatami e la polizia e i basij reprimevano il movimento. Si diceva, allora, che l’Iran era l’unico Paese al mondo in cui chi gridava “Viva il presidente della Repubblica” rischiasse di essere arrestato..

I tempi sono cambiati e oggi gli umori popolari corrono molto sui social media. Così, soprattutto, su Instagram e Twitter i sostenitori di Rouhani hanno lanciato una campagna di solidarietà con hashtag  quali “Rouhani non è solo”, “Anche io sono Rouhani”.

Rouhani come Bani Sadr?

La notizia della contestazione è stata ripresa da buona parte dei quotidiani iraniani. Anche tra le testate vicine ai conservatori, non sono mancate voci di condanna dell’accaduto.

Rouhani come Bani Sadr?

Ebtekar: “Contro il repubblicanesimo, contro il popolo”

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni. Alla faccia di chi sosteneva che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non avrebbe portato cambiamenti sostanziali nelle relazioni con l’Iran. In meno di sei mesi, ci si trova in un quadro ben più drammatico e complicato rispetto a quello lasciato in eredità da Obama.  Gli attacchi terroristici del 7 giugno hanno segnato una svolta nelle relazioni di Teheran con i vicini arabi e con Washington. Lungi dal solidarizzare con l’Iran, la Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni volutamente ambigue, a cui hanno fatto seguito analisi davvero poco confortati, come quella del deputato repubblicano  Dana Rohrabacher, per cui gli attentati di Teheran sono “una buona cosa per gli Stati Uniti”.

Iran e Usa, nuove tensioni

Attacchi terroristici in Iran (Fonte ISPI)

Trump e il regime change

Archiviata la politica di contenimento attuata da Obama, Trump ha ricominciato a parlare di “regime change”, (l’ultima dichiarazione in questo senso è del segretario di Stato Rex Tillerson) irritando non poco i vertici della Repubblica islamica.

Vertici, è bene sempre ricordarlo, che non sono compatti e che spesso hanno linguaggi e obiettivi diversi. Infatti, il ministro degli Esteri Javad Zarif (che twitta sempre con parsimonia e toni estremamente cauti) si affida a una raffica di tweet molto caustici, con cui invita gli Usa a rinunciare a politiche di regime change verso l’Iran, imparando dalle sconfitte del passato e ricordando le responsabilità americane (ammesse ora anche dalla CIA) nel golpe anti Mossadeq del 1953.

Iran e Usa, nuove tensioni

 

I missili di Teheran

Diversi i toni e le modalità delle altre anime della Repubblica islamica. La Guida Khamenei ha ricordato come la “Repubblica islamica resista come una roccia a tutti gli attacchi” e ha accusato gli Stati Uniti di fomentare il disordine e il terrore in Medio Oriente. A livello di dibattito politico interno, i riformisti invocano l’unità nazionale, mentre i conservatori attaccano Rouhani,accusandolo di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dagli Usa.

Il 18 giugno è poi arrivata la risposta militare agli attacchi di Teheran: i Pasdaran annunciano di aver  lanciato missili terra-terra a medio raggio verso la provincia di Deir el Zour puntando a “centri di raccolta di terroristi takfiristi”. Si tratta del primo lancio di missili fuori dal territorio nazionale dalla fine della guerra con l’Iraq ed è evidente che non si è trattato di una semplice rappresaglia ma di un messaggio indirizzato a tutti gli attori del Medio Oriente e della crisi siriana in particolare: l’Iran può colpire e non starà a guardare.

Nei giorni successivi si è aperta una discussione sulla paternità di questa azione: chi ha deciso di sparare i missili? Rouhani, dopo un iniziale silenzio, ha dichiarato di aver dato lui, in qualità di membro del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la luce verde all’operazione. Una dichiarazione quasi obbligata, visto che una eventuale sconfessione avrebbe aperto una crisi istituzionale terribile su un tema così delicato.

Khamenei, dal proprio account Instagram, ha invece promesso di “prendere a schiaffi” l’Isis. In generale, la risposta armata agli attentati del 7 giugno, ha provocato tra gli iraniani – anche via social – un insolito moto di solidarietà nei confronti della Guardia rivoluzionaria. La Storia lo insegna: se aggredita, una nazione si ricompatta contro il nemico esterno.

 

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran. La mattina del 7 giugno 2017 la capitale iraniana è stata colpita da un duplice attentato terroristico. Il bilancio complessivo (e provvisorio)  è di 17 morti e 42 feriti. Gli attacchi sono stati rivendicati dal ramo libico dell’Isis.

Attacco a Teheran: cosa è successo

Un gruppo di uomini armati travestiti da donna è riuscito a superare i controlli ed è entrato nel majles, il parlamento, prendendo in ostaggio quattro persone., non riuscendo, tuttavia, a raggiungere l’aula dei deputati. Nel successivo conflitto a fuoco sono morte due guardie e due impiegati. Successivamente all’arrivo delle teste di cuoio, un terrorista si è fatto esplodere, un altro è stato catturato. Tutti gli altri sono stati uccisi. Un altro terrorista ha sparato sui passanti nella vicina piazza Baharestan.

Contemporaneamente, un altro commando armato di quattro persone ha attaccato il Mausoleo di Khomeini, a sud di Teheran, non lontano dall’aeroporto internazionale. Due terroristi, tra cui una donna, uan volta scoperti, si sono fatti esplodere. Gli altri due sono stati catturati dai pasdaran.

Attacco a Teheran: chi è stato?

L’Isis ha rivendicato gli attentati. Alcuni elementi, tuttavia, sembrano tuttavia suggerire quanto meno una partecipazione dei Mojaheddin-e khalq (MKO).  

Per almeno 3 motivi.

Sembra piuttosto difficile che l’Isis sia riuscito a colpire “da solo” l’Iran in questo modo. Innanzitutto per il fatto stesso di essere riusciti a colpire in modo così eclatante l’Iran. Teheran ha più volte dichiarato di essere riuscita a sventare almeno 20 attentati pianificati dall’ISIS. Quando poi ha colpito lo ha fatto in modo davvero sconvolgente.

Per gli obiettivi scelti. L’Isis colpisce spesso nel mucchio. Qui hanno colpito il parlamento e il mausoleo del fondatore della Repubblica islamica. Il bersaglio è proprio il sistema iraniano, attaccato in pieno ramadan e a pochi giorni dall’anniversario della morte di Khomeini.

Per la modalità usata. Una terrorista catturata avrebbe con sé la fialetta di cianuro, per non cadere viva nelle mani dei pasdaran. Esattamente come hanno sempre fatto i militanti MKO. Non solo: anche lo stratagemma degli assalitori del parlamento di vestirsi da donna, col chador, per coprire le armi, è tipica dell’MKO. Così uccisero, nel dicembre 1981, l’ayatollah Abdul-Hussein Dastgheib. 

Da non dimenticare, inoltre, che negli anni passati, l’MKO – probabilmente su commissione di Israele e Arabia Saudita – ha assassinato diversi cittadini iraniani coinvolti in vario modo allo sviluppo del programma nucleare. Segno di una presenza sicuramente limitata ma comunque potenzialmente pericolosa sul territorio iraniano.

 

Attacco a Teheran: perché?

Nemmeno 24 ore prima degli attentati, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adel bin Ahmed Al-Jubeir aveva dichiarato che era necessario “punire l’Iran per il suo ruolo in Medio Oriente”. Appena due giorni prima (5 giugno) Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Yemen ed Egitto avevano interrotto le relazioni diplomatiche e tutte le comunicazioni terrestri, marittime e aeree con il Qatar, accusandolo di sostenere “organizzazioni terroristiche” come Hamas e la Fratellanza musulmana. Il vero motivo geopolitico è la riluttanza del Qatar a interrompere i rapporti economici con l’Iran, indicato come nemico numero uno da Trump nel suo viaggio a Riad del 19 maggio.

Senza dimenticare che l’Iran è da anni impegnato con truppe di “volontari” contro l’Isis in Iraq e Siria.

In una nota ripresa dall’agenzia Iran, i pasdaran sottolineano come l’attacco sia “avvenuto solo una settimana dopo l’incontro tra il presidente Trump e gli alleati nella regione” (l’Arabia Saudita, ndr) e il “coinvolgimento dell’Isis mostra le loro responsabilità”.

In serata, il commento della Casa Bianca suona quasi come una rivendicazione: in sostanza, l’Iran se la sarebbe cercata.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Chi ha vinto le elezioni in Iran ? La domanda può sembrare in apparenza demenziale: ormai lo sanno tutti che il 19 maggio il 57,13% degli iraniani ha dato fiducia al presidente in carica Hassan Rouhani. Il suo principale avversario Ebrahim Raisi si è fermato al 38,29%. Percentuali irrisorie per gli altri due candidati rimasti formalmente in corsa ma di fatto ritirati: 1,16% per Mostafa Mir Salim e 0,52% per Mostafa Hashemi Taba.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

In termini numeri, Rouhani ha ottenuto 23 milioni di voti, Raisi 16.

L’affluenza è stata alta:  hanno votato oltre 40 milioni di iraniani, pari al 71,42% degli aventi diritto.

Nelle passate elezioni del 2013 Rouhani aveva vinto col 51% dei voti. Alle sue spalle, lontanissimo, Mohammad Bagher Qalibaf, col 16 %. Allora l’affluenza era stata del 72%.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: Rouhani

Il risultato non era affatto scontato: gli ultimi giorni di campagna elettorale avevano fatto pensare a un possibile testa a testa. Alcuni sondaggi riportavano una percentuale molto alta di indecisi: probabilmente è stato questo scatto in extremis a garantire a Rouhani la vittoria al primo turno.

Il presidente, dopo quattro anni di governo, vede crescere i propri consensi: dai 18.692.500 voti del 2013 (pari al 50,88%) ai 23.549.616 voti del 2017 (pari, come abbiamo visto, al 57,13%).

Un’osservazione: dalla scorsa tornata elettorale, il numero degli aventi diritto al voto è passato da 50  56 milioni di persone. Il Paese sta invecchiando: rispetto alle drammatiche e controverse elezioni del 2009 (quelle dell’Onda Verde) ci sono ben 10 milioni di elettori in più.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Aftab: Auguri al signor avvocato

Chi ha vinto le elezioni in Iran: la Repubblica islamica

Inutile girarci intorno: ha vinto anche la Repubblica islamica come sistema. O, se preferite, come regime. Quando 40 milioni di persone si mettono in fila per votare, c’è poco da discutere. Altissima anche la partecipazione degli iraniani all’estero. A Roma e a Milano ci sono state file di ore. Lo stesso Rouhani ha ringraziato gli iraniani all’estero per la grande partecipazione.

Anche la Guida Khamenei ha parlato di partecipazione “epica”, termine usato anche da Qalbaf nel congratularsi col suo rivale. Raisi, dal canto suo, ha invece evitato di esprimere congratulazioni.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: i moderati

Si votava anche per le comunali e l’alleanza moderato/riformista ha vinto un po’ ovunque, non solo a Teheran dove hanno conquistato tutti e 21 i seggi a disposizione (archiviando la lunga stagione dei conservatori e di Qalibaf, sindaco dal 2005), ma persino a Mashad, teoricamente roccaforte di Raisi.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Sharq: La conquista del domani

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Asrar: una fresca seconda volta

Le ragioni dei conservatori

Superando le schematizzazioni di molta stampa occidentale, è necessario riflettere anche su quel quasi 40% di iraniani che hanno dato fiducia a Raisi. Troppo semplicistico ridurre tutto a un voto “reazionario”. E’ stata piuttosto la manifestazione di chi critica Rouhani per non aver risolto i problemi economici e sociali che ancora oggi affliggono il Paese e per essere stato troppo arrendevole con l’Occidente sulla questione nucleare. Rouhani si è dichiarato presidente di tutti ma lo aspettano sicuramente anni difficili.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran: gli iraniani

Basti pensare a quanto accadeva in Arabia Saudita poche ore dopo la sua vittoria, con il presidente Usa Donald Trump che tuonava contro l’Iran accusandolo di essere l’origine di tutti i mali del Medio Oriente.

La stessa identica scena, con una vittoria di Raisi in Iran, sarebbe stata forse ancora più preoccupante. Forse il perché di questa “seconda volta” sta tutto qui.

Election Day Iran

Election Day Iran. Alla fine sarà una corsa a due. Oltre al ritiro pressoché scontato del vicepresidente Jahangiri, l’uscita di scena di Qalibaf ha modificato in modo sostanziale la partita. Anche Mir Salim si è  de facto ritirato per sostenere Raisi, mentre Hashemi Taba, pur rimanendo formalmente in corsa, ha annunciato che voterà Rouhani e ha invitato gli iraniani a fare altrettanto per “salvare l’Iran”.

La riduzione dei “veri” candidati da sei a due le elezioni che saranno decise così al primo turno.

La scheda elettorale presenta quattro nomi: Rouhani, Raisi, Hashemi Taba e Mir Salim, ma è molto probabile che la stragrande maggioranza dei voti sarà dirottata sui primi due.

La campagna elettorale si è chiusa la sera del 17 maggio e per Rouhani è adesso decisiva l’affluenza. Deve infatti convincere gli indecisi a recarsi alle urne, magari soltanto con la prospettiva di evitare un “ritorno al passato” con 

L’ultimo sondaggio IPPO dà Rouhani al 63% e Raisi al 32% ma è una rilevazione compiuta considerando ancora in gare tutti e sei i candidati. Sicuramente negli ultimi giorni ci sono state migrazioni di consensi, anche se non è così automatico che gli elettori di Qalibaf sostengano adesso l’altro conservatore Raisi.

Si tratta – come abbiamo cercato di evidenziare in questo articolo – di candidati diversi, con prospettive, linguaggi ed elettorati distinti.

Resta il fatto che negli ultimi giorni, come accade sempre in Iran, la campagna elettorale abbia vissuto un’impennata sia di partecipazione popolare sia di endorsement da parte di personaggi noti.

A favore di Rouhani si è espresso il regista due volte premio Oscar Asghar Farhadi, così come l’ex presidente riformista Mohammad Khatami e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica. Dagli arresti domiciliari a cui è costretto dal 2011, ha dato il proprio appoggio al presidente in carica anche il leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi.

A sostegno di Raisi, l’ex comandante dei pasdaran Mohsen Rezai che ha ammonito:

Raisi può vincere, Rouhani poi non gridi ai brogli elettorali…

Un sostegno decisamente meno scontato è quello del rapper iraniano Amir Tataloo. In un video piuttosto curioso, il giovane musicista (finito più volte in carcere per la sua musica..) spiega all’hojatoleslam il significato dei suoi molti tatuaggi.

La Guida Khamenei ha ripetutamente auspicato per queste elezioni un clima di serenità e sicurezza.

Al duello tra il turbante bianco e quello nero mancano ormai poche ore.

 

Elezioni presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017  Il giorno del voto è ormai vicinissimo. Venerdì 12 maggio si è svolto l’ultimo confronto televisivo tra i sei candidati e non sono mancati momenti di grande tensione. In sostanza, Rouhani ha accusato i suoi sfidanti di “sfruttare la religione per il potere” (rivolto a Raisi) e di voler “picchiare gli studenti” (rivolto a Qalibaf).

Dal canto loro, i due candidati conservatori hanno accusato Rouhani di corruzione e di non aver risolto in quattro anni i problemi economici del Paese, in primis la disoccupazione.

Rispetto alle prime settimane di campagna elettorale, i toni si sono fatti molto accesi e Rouhani è decisamente passato all’attacco, invitando in sostanza gli iraniani a “non tornare indietro”. Lo stesso suo slogan elettorale, “Dobare Iran”, “Un’altra volta Iran”, punta tutto sulla voglia di continuità e stabilità degli iraniani.

Elezioni presidenziali Iran 2017

Sharq: Colpo finale agli sfidanti

Elezioni presidenziali Iran 2017

Hamshahri: Uno su sei (Solo Qalibaf ha reso pubbliche le sue proprietà)

Elezioni presidenziali Iran 2017

Aftab-e Yazd: Hassan Rouhani ha colpito (è un gioco di parole: Rouhani si riferiva così a Qalibaf accusandolo di aver “colpito” i manifestanti dell’Onda Verde nel 2009)

Elezioni presidenziali Iran 2017: corsa a tre

Su sei candidati soltanto tre hanno reali possibilità di vittoria: il presidente uscente Rouhani, il sindaco di Teheran Qalibaf e l’altro candidato conservatore Raisi. Tutti i sondaggi danno in testa, con percentuali sempre comunque inferiori al 50%, Rouhani. Secondo alcune rilevazioni, Rouhani si attesterebbe attorno al 40%, staccando di una quindicina di punti Qalibaf. Altre rilevazioni danno invece Raisi al secondo posto, con una margine molto più ridotto.

Presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017: che affluenza?

Sarà importante l’affluenza: più alta sarà e più possibilità avrà Rouhani di raggiungere il 50% + 1 dei voti ed essere rieletto al primo turno. I candidati riformisti e moderati sono infatti favoriti dall’alta affluenza: quando gli iraniani non vanno a votare, sono quasi sempre i conservatori a vincere. Quindi è importante, in questi ultimissimi giorni di campagna elettorale, che Rouhani riesca a mobilitare i suoi sostenitori.

Da ricordare due costanti:

  1. Nella storia della Repubblica islamica, si è andati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando Ahmadinejad sconfisse Rafsanjani.
  2. Tutti i presidenti eletti (tranne i primi due, uno fuggito dopo l’impeachment e l’altro ucciso in un attentato) sono stati sempre confermati.

Lunedì sera il vice di Rouhani, Jahangiri, parlerà in diretta televisiva. Molto probabile che annunci il suo ritiro in favore del presidente uscente.

Elezioni presidenziali Iran 2017: il monito di Khamenei

Da segnalare, infine, il monito lanciato dalla Guida Khamenei contro chi abbia intenzione di usare queste elezioni contro la sicurezza e l’interesse nazionale. Esplicito il riferimento a George Soros (evidenziato anche in un tweet), colpevole di aver fomentato le cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa orientale e di aver cercato di fare altrettanto in Iran nel 2009.

Precauzioni o avvertimenti? Staremo a vedere, manca davvero poco al voto, ormai.

 

Sei politico

Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Iran 1396

Il 20 marzo 2017 è iniziato l’anno persiano 1396. Per gli iraniani è tempo di vacanze (le più lunghe di tutto l’anno), di bilanci e di previsioni. E di manovre e calcoli politici, perché tra meno di due mesi si vota per le presidenziali.

Ce la farà Hassan Rouhani a essere rieletto? E, prima ancora, quali saranno gli sfidanti della contesa?

I quattro anni di Rouhani

Arrivati alla fine della corsa, possiamo tracciare un bilancio del primo mandato di Rouhani. Innanzitutto, va ricordato che gli iraniani lo elessero perché tirasse fuori il Paese dall’isolamento internazionale in cui il suo predecessore Mahmud Ahmadinejad lo aveva confinato negli otto anni precedenti. E Rouhani questo obiettivo lo ha effettivamente raggiunto, anche in tempi rapidi, visto che già nei suoi primi cento giorni di governo arrivò a un’intesa ad interim sul nucleare col gruppo 5+1.

Un cambio di narrazione

L’accordo del 14 luglio 2015 rimane un evento storico, al di là delle conseguenze reali – comunque positive, come vedremo – per l’economia e per i cittadini iraniani. Da quel giorno è più difficile, se non impossibile, rappresentare l’Iran come un attore irrazionale. Il gruppo del 5+1, rappresentante in questo caso dell’intera comunità internazionale, ha lavorato con gli iraniani per anni ed è giunto a un’intesa. Tornare al passato, alla reciproca demonizzazione, sarebbe un controsenso per tutti.

L’economia

Il luogo comune (eh sì, anche in Iran ce ne sono molti..) vuole che con Rouhani l’economia iraniana non sia poi così migliorata. Vediamo nel dettaglio. Nel 2013 l’inflazione era intorno al 40%, nel 2016 era al 7,5%. Per la prima volta in trent’anni il costo della vita è inferiore al 10% e questo è indubbiamente un risultato notevole.

Cosa va

Nel 2014 il Pil registrava un calo del 5,8%, mentre nel 2016 era a + 7%. Il dato più significativo è il raddoppio delle esportazioni di greggio in seguito all’implementazione degli accordi sul nucleare (JCPOA). Nell’anno persiano appena trascorso (quindi nel lasso di tempo dal 20 marzo 2016 al 20 marzo 2017) in Iran ci sono stati 9,5 miliardi di dollari di investimenti stranieri. In forte espansione il turismo: secondo i dati del Ministero del turismo iraniano, nei primi 18 mesi dall’elezione di Rouhani le presenze europee sono cresciute del 240%. Nel 2014 l’Iran ha infatti ospitato 5 milioni di turisti, ma il governo mira a raggiungere i 20 milioni in 10 anni. L’industria turistica iraniana ha creato nel 2014 un valore di circa 6 miliardi di euro, per il 2025 si punta ai 27 miliardi. Il tutto comporta forti investimenti nella realizzazione di hotel e infrastrutture, con una forte ricaduta sull’occupazione.

Cosa non va

Il problema principale rimane la mancata creazione di un adeguato numero di nuovi posti di lavoro. La disoccupazione è stata stimata al 12,7% nell’estate 2016. Dato leggermente migliore rispetto all’anno precedente (14,4%) ma ancora piuttosto negativo. Particolarmente grave il dato relativo alla disoccupazione giovanile, attestata al 31,9%.

In generale, il sistema economico iraniano patisce un alto livello di corruzione e inefficienza. La Repubblica islamica segue dei piani economici quinquennali e nel sesto piano – iniziato il 21 marzo – il governo ha puntato molto sul miglioramento dell’efficienza quale contributo alla crescita economica: dovrebbe essere un fattore in grado di garantire il 2,5% della prevista crescita economica dell’8%. Ma non ci sono indicazioni precise su come raggiungere questo obiettivo.  Non esiste, d’altro canto, una vera libertà di mercato in un sistema dominato, nei suoi settori chiave, da entità semi governative.

Banche sull’orlo di una crisi

Particolarmente allarmante la situazione del sistema bancario. Secondo gli esperti, la maggioranza degli istituti di credito iraniani sarebbero sull’orlo della bancarotta. Addirittura il 40% degli asset bancari iraniani sarebbero tossici, compresi crediti in sofferenza. In una situazione simile, il governo sarà costretto a intervenire per salvare il settore bancario e impedire una crisi finanziaria più grave.

Bene, ma non basta

In altre parole, il governo Rouhani ha senza dubbio ottenuti buoni risultati in economia, ma l’Iran avrebbe bisogno di riforme strutturali per sostenere il settore privato e imprimere una svolta di lungo termine all’intero sistema. Per fare questo, avrebbe bisogno di un secondo mandato e di un consenso ampio tra i vertici della Repubblica islamica. Consenso che al momento non c’è: nella riunione dell’Assemblea degli Esperti dell’8 marzo, la Guida Khamenei ha espresso dubbi sull’attuale politica economica del governo.

Politica internazionale: l’asse con Mosca

Oltre al citato accordo sul nucleare, ha un valore storico anche la visita di Rouhani a Mosca a fine marzo. Nel caloroso incontro con Putin, il presidente iraniano sancisce un nuovo asse che modifica non poco gli equilibri del Medio Oriente.

Come spiega Alberto Negri, l’accordo Mosca – Teheran fissa alcuni punti chiave:

rafforzamento delle relazioni strategiche sulla Siria, la conferma che la Russia potrà usare le basi militari iraniane per missioni in Medio Oriente, un accordo di cooperazione sul gas, l’estensione a Teheran della zona di libero commercio dell’Unione economica euroasiatica.
E poi la benedizione di russi e iraniani alla cooperazione con la Turchia, una sorta di trilaterale che si è instaurata con i negoziati di Astana sulla tregua in Siria. In poche parole Mosca e Teheran hanno sfruttato la debàcle di Erdogan nella guerra siriana, dove ha dovuto rinunciare ad abbattere il regime di Bashar Assad, per stringere un’intesa con un membro storico della Nato che è stato per decenni il bastione anti-russo sul fianco sud-orientale dell’Alleanza atlantica. Si tratta evidentemente del maggiore ribaltamento geopolitico regionale perché la Turchia è stato costretta dagli errori di calcolo di Erdogan a spostare il suo asse verso Est nel tentativo di bloccare l’ascesa dei curdi siriani e l’irredentismo di una consistente minoranza che costituisce il vero incubo strategico di Ankara.

Per Rouhani si tratta di un ottimo risultato anche in funzione elettorale: da questo giro di valzer Teheran esce più forte ed è una carta da non sottovalutare nel confronto interno con i conservatori iraniani.

Quali avversari?

Maggio si avvicina e non è ancora chiaro quali saranno gli sfidanti del presidente uscente. I riformisti, per voce di Mohammad-Reza Aref hanno annunciato da tempo che punteranno tutto su Rouhani. Così come il presidente del parlamtno Ali Larijani, proveniente dal campo conservatore, ha dichiarato di “essere un compagno di Rouhani”, anche se non ” intende avere alcun ruolo nelle prossime elezioni”.

Un papabile candidato conservatore è Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad. E’ solo uno dei tanti nomi che circolano da mesi. Ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle primarie del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica), la sigla sotto cui gli osulgarayan, i principalisti, stanno cercando di riorganizzarsi.

Ma la situazione è ancora nebulosa. Anche perché due altri possibili candidati potrebbero presentarsi come indipendenti. Uno è Hamid Baghaei, vice di Ahmadinejad dal 2009 al 2013, lanciato proprio dall’ex presidente, che il 10 marzo ha criticato sia i riformisti sia i principalisti. L’altro nome è quello di Saeed Jalili, ex negoziatore (conservatore) sul nucleare, già candidato nel 2013. Nessuno dei due vuole presentarsi sotto l’ombrello del JAMNA e una loro eventuale corsa finirebbe col disperdere i voti conservatori e favorire così Rouhani.

Un Khomeini per il futuro?

Ci si chiede, infine, chi potrebbe ereditare il ruolo che fu di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, morto due mesi fa, nel campo moderato. Il nome che sta prendendo quota nelle ultime settimane è quello di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

Classe 1972, hojatoleslam (religioso di medio livello), in passato si è attirato le antipatie dei conservatori criticando l’interferenza dei militari in politica. Nel 2016 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura all’Assemblea degli Esperti, suscitando non poche polemiche.

Oggi appare come una figura in grado di collegare il campo riformista-moderato con la vecchia guardia e l’establishment religioso. In un post su Instagram lo stesso Rouhani ha recentemente pubblicato una foto che lo ritrae di fronte a Rouhani, con Rafsanjani che esce di scena.

Una rappresentazione social che sa di investitura politica.

Prepariamoci a una campagna elettorale molto interessante.

Iran, le sfide del presente e del futuro

Voci Globali mi ha intervistato sulla situazione  politica in Iran a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Il prossimo maggio in Iran si terranno le elezioni presidenziali. Come sta cambiando il Paese, oggi così centrale nel determinare gli equilibri in Medio Oriente? Lo abbiamo chiesto al giornalista Antonello Sacchetti, autore del libro “La rana e la pioggia – L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (Infinito Edizioni)

Antonello, l’Iran è un Paese che conosci bene e da vicino: quali sono i cambiamenti più significativi nell’ultimo decennio?

In Iran negli ultimi dieci anni si sono vissute stagioni molto diverse. Il mio primo viaggio in Iran fu all’inizio del primo mandato di Mahmud Ahmadinejad, e gli otto anni successivi furono segnati da momenti drammatici, come la crisi elettorale del 2009, con l’Onda Verde, i sospetti di brogli, la repressione e uno stato di effettiva chiusura del Paese. Ancora nel 2012 l’atmosfera era molto pesante: le sanzioni da parte di Usa e Ue avevano isolato la Repubblica islamica e in molti temevano un attacco da parte israeliana ai siti nucleari. Attacco che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente. Poi l’elezione del moderato Hassan Rouhani nel 2013 ha aperto una fase politica diversa. È ripreso il dialogo con l’Occidente, come anche gli scambi commerciali, e il turismo occidentale sta registrando un boom clamoroso. Ovviamente non sono tutte rose e fiori: rimangono i problemi relativi ai diritti umani e anche l’economia non ha registrato i miglioramenti sperati. Di fondo, però, il Paese è cresciuto per quello che riguarda l’innovazione tecnologica e si è sviluppata anche una inedita coscienza ambientalista. Il Paese dei giovani – che raccontai nel mio I ragazzi di Teheran del 2006 – è diventato un po’ più “anziano”, forse un po’ più realista. Molti giovani recatisi nel decennio scorso a studiare in Europa e negli Usa, oggi hanno riportato in patria un bagaglio di esperienza e di conoscenze preziosissimo, alla base di un movimento di startup davvero interessante.

Partiamo dal sottotitolo del tuo libro, “Le sfide del presente e del futuro dell’Iran”. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha imposto nuove sanzioni all’Iran, ma già con Obama l’accordo mostrava nodi irrisolti. Cosa sta veramente cambiando con Trump e quali sono gli umori del popolo iraniano rispetto alle mosse di Washington?

Secondo la Guida Khamenei, Trump ha semplicemente svelato il vero volto degli Stati Uniti. È una situazione molto particolare: in generale, i conservatori iraniani hanno sempre preferito l’approccio pragmatico dei repubblicani a quello più ideologico dei democratici. Va però detto che Trump è un repubblicano anomalo, ancora difficile da decifrare. I suoi primi passi in politica estera sono stati disastrosi. L’opinione pubblica iraniana lo percepisce come una minaccia e non ha tutti i torti: il cosiddetto muslim ban ha colpito nel vivo la comunità iraniana negli States che conta quasi un milione di persone. Bisognerà vedere cosa accadrà alle elezioni presidenziali in Iran a maggio. Di sicuro, la retorica di Trump favorisce i conservatori contrari al dialogo e al compromesso con l’Occidente. Nel 2002 Bush junior inserì l’Iran nell’”Asse del male” (con Iraq e Corea del Nord) assestando un colpo tremendo alla stagione riformista di Khatami. In molti si chiesero: che senso ha dialogare con l’Occidente se poi comunque finiamo “nell’elenco dei cattivi”? Detto questo, non darei giudizi apocalittici. Recentemente, un alto diplomatico iraniano mi ha detto durante una conversazione privata: “In Iran abbiamo 3.500 anni di Storia; passerà anche Trump.

Quali sono secondo te i rischi del possibile ritiro americano dai teatri mediorientali?

Dipenda da cosa intendiamo. In un certo senso, se gli Usa si occupassero meno di Medio Oriente, forse farebbero meno danni. Basti vedere quali conseguenze terribili abbiano avuto le scelte in Iraq, Siria, Libia e in generale nelle cosiddette primavere arabe.

Come viene percepito oggi in Iran il processo di trasformazione della politica e dell’economia locali?

Non so se sia corretto parlare di trasformazioni effettive o solo di intenzioni, più o meno dichiarate. Il processo di distensione e dialogo portato avanti dall’attuale presidente ha ovviamente i suoi avversari. Ci sono forze politiche ed economiche che nel periodo delle sanzioni e dell’isolamento si sono arricchite attraverso il mercato nero. Forse alcune dinamiche – come quelle riguardanti i mezzi di comunicazione, il digitale – sono ormai irreversibili. Su molte altre la partita è aperta e tutt’altro che scontata: non è affatto detto che le forze del cambiamento avranno la meglio su quelle della conservazione. Certo, la popolazione è giovane e tra dieci anni la generazione che ha fatto la rivoluzione sarà in età da pensione. Ma non dimentichiamo che la Repubblica islamica, così come è oggi, nelle sue innumerevoli storture, è l’unico Stato davvero stabile in un’area davvero travagliata. Prima di optare per cambiamenti radicali, gli iraniani ci penseranno mille volte. La rivoluzione loro l’hanno già fatta nel 1979, non credo ne aspettino altre.

A che punto è oggi il sistema finanziario iraniano a livello normativo?

È una questione complicata, perché l’Iran è stato finora escluso dal circuito finanziario mondiale. Anche dopo la fine delle sanzioni, il sistema è bloccato e sottocapitalizzato. Nel Paese ci sono 31 istituti di credito, con un livello di patrimonializzazione molto basso rispetto alle medie europee e con un livello di crediti in sofferenza piuttosto preoccupante: la media al 20% degli attivi, con punte fino al 40%. Anche dopo la fine delle sanzioni, la maggior parte degli istituti di credito europei sono stati molto titubanti a investire in Iran per paura di possibili ritorsioni da parte Usa.

 In che modo Teheran può crescere nei rapporti con la Cina?

L’interscambio commerciale con Pechino è cresciuto molto negli anni di Ahmadinejad, quando le porte dell’Occidente e dell’Europa in particolare si sono chiuse. In quegli anni (2005-2013) Teheran ha venduto greggio non raffinato alla Cina ed ha importato beni a basso costo e di scarsa qualità da Pechino. Non è stato uno scambio molto conveniente per l’Iran. Bisogna vedere cosa accadrà a maggio: se Rouhani sarà rieletto – cosa niente affatto scontata – lo sguardo dell’Iran sarà comunque ancora rivolto a Occidente. Se dovesse prevalere un candidato conservatore, è probabile che il rapporto con la Cina potrebbe tornare di grande attualità.

Parliamo della guerra in Siria. La politica iraniana in Siria secondo te è stata più mossa da motivazioni geopolitiche o da motivazioni religiose?

Tutta la politica estera iraniana è da sempre mossa da principi di interesse nazionale. La religione c’entra davvero poco, se non come copertura ideologica a strategie prettamente geopolitiche. La Siria è l’unico alleato strategico di Teheran in Medio Oriente. L’unico dei Paesi arabi, vale la pena ricordarlo, che lo appoggiò nella guerra di difesa contro l’Iraq. Per fare un esempio del pragmatismo iraniano in politica estera, basti guardare alla sua posizione nel lungo conflitto in Afghanistan, dove ha sempre sostenuto la fazione tagika, di lingua persiana ma sunnita, e non gli hazara, la minoranza sciita.

Se, oltre la Siria, Iran e Russia stringeranno nel tempo un’alleanza strategica, quali potrebbero essere le conseguenze?

Non so se esista la possibilità concreta di un’alleanza a lungo termine con la Russia. L’Iran ha fatto una rivoluzione anche – se non soprattutto – per riscattarsi da una condizione geopolitica di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti; non si metterebbe mai in una condizione di inferiorità con Mosca. Non credo nemmeno che ci siano poi tutti questi punti di contatto tra Russia e Iran. Gli altri Paesi sono già di fatto avversari di questo “asse”. Non c’è solo il fronte siriano, anche quello dello Yemen e la crisi in Bahrein. Fronti sui quali Iran e Arabia Saudita si confrontano di fatto in guerre per procura. Ad ogni modo, la Russia è stata nella Storia, un avversario della Persia, o una minaccia. E l’opinione pubblica non credo sarebbe mai entusiasta di una scelta simile. Oggi vive questa “alleanza” come una scelta tattica, soprattutto in funzione anti Daesh. Vale la pena ricordare che Russia e Iran sono i soli Paesi – oltre ai diretti interessati Siria e Iraq –  a combattere l’Isis con forze armate di terra.

Finito il bipolarismo, si apre davvero la stagione del multipolarismo?

Di fatto, credo che esista un multipolarismo di secondo livello. Oltre al fatto che forse un bipolarismo si sta in qualche misura ricreando, credo che in Medio Oriente, ad esempio, ci siano potenze di medio livello che abbiano una forza attrattiva nei confronti di altri Paesi. Certamente l’Iran lo è.

Ci sveli qual è il significato del titolo del tuo libro, “La rana e la pioggia”?

Il titolo prende spunto da una poesia del 1952 di Nima Yooshij, padre della poesia persiana contemporanea. Secondo una credenza popolare del Nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. Per Nima, la pioggia è una metafora della rivoluzione, di un cambiamento epocale. L’Iran viene spesso descritto come un Paese in procinto di cambiare; all’indomani dello storico accordo sul nucleare (luglio 2015) questo tema è divenuto quanto mai attuale. Nel libro ho cercato di affrontarlo con uno sguardo molto personale, non legato cioè soltanto alle questioni sociali ed economiche, ma anche alle mie esperienze.

(Intervista di Elena Paparelli)

Vai all’articolo originale

 

Usa – Iran: punto a capo?

La tensione fra gli USA e l’Iran è di nuovo alle stelle. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato il neoeletto presidente degli USA Donald Trump a non cercare pretesti per creare nuove tensioni riguardo al programma di costruzione di missili balistici  di Teheran.
Intanto in Iran continuano le battaglie per i diritti civili come quella per il regista curdo-iranianoKeywan Karimi che dallo scorso 23 novembre si trova nel carcere di Evin, a Teheran, dove dovrà scontare la pena di  1 anno di detenzione e 223 frustate.
Che fine farà lo storico accordo sul nucleare? Quali sfide e quali compromessi per la cultura e il popolo iraniano?

Giovedì 2 febbraio Roberto Zichittella ne parla con  Antonello Sacchetti, giornalista autore del libro  “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (ed. Infinito) e con Cristina Annunziata, Presidente Iran Human Rights Italia.

Ascolta la registrazione della puntata.

Dopo Rafsanjani

Di fronte alle immagini dei funerali di Akbar Hashemi Rafsanjani, la sensazione è di non essere più nella semplice cronaca politica ma nella Storia. Sono stati definiti i funerali più importanti dopo quello di Khomeini del giugno 1989. Per molti, quell’evento sancì la fine della rivoluzione che nel 1979 aveva generato la Repubblica islamica. La guerra con l’Iraq era terminata da meno di un anno ed era ancora molto forte la mobilitazione politica delle masse. Ma, in un certo senso, da quel momento in avanti la “spinta propulsiva della rivoluzione” – parafrasando una celebre espressione di Enrico Berlinguer a proposito della crisi polacca del 1981 – comincia a scemare.

Ed è proprio Rafsanjani uno dei protagonisti principali dell’Iran post rivoluzionario, a guidare la ricostruzione del Paese, accettando di buon grado il compromesso tra economia e ideologia. E’ vero, come ha osservato qualcuno, che i funerali di Rafsanjani sono stati lo specchio fedele delle contraddizioni della sua vita e della sua carriera politica.

A commemorarlo c’erano tutti: i conservatori piangevano uno dei fondatori della Repubblica islamica, i riformisti un loro prezioso alleato, soprattutto dal 2009 in poi. La centralità della figura di Rafsanjani è il motivo della grande partecipazione popolare al suo funerale. Un’amica iraniana, certamente non vicina all’establishment politico, mi ha confidato di essere sconvolta per la scomparsa di quello che reputa “comunque un grande personaggio”.

Uno dei brani più interessanti del celebre – e sopravvalutato – Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, è quello dedicato ai funerali di Khomeini:

Alle esequie parteciparono anche molti di coloro che avevano sempre criticato Khomeini. Al momento della sua morte il malcontento era così diffuso che le autorità avevano pensato di seppellirlo di notte, in modo da risparmiarsi l’imbarazzo di una partecipazione troppo scarsa alle esequie. Invece erano arrivati a milioni, da tutto il Paese.

Certo, per Rafsanjani non ci sono state le scene di isteria che caratterizzarono i funerali di Khomeini. Ma parliamo di epoche, di personaggi e persino di stagioni climatiche diverse.

Khomeini era il leader carismatico di una nazione che era appena uscita da una guerra lunghissima. Era malato e la sua morte era attesa da tempo,  i funerali si celebrarono in una torrida giornata di inizio estate. Nelle stesse ore, tra l’altro, in cui in Cina si consumava  il massacro di Tien An Men.

Rafsanjani se ne è andato improvvisamente, all’indomani della svolta più importante della politica estera iraniana degli ultimi trent’anni. E la sua uscita di scena ha spiazzato un po’ tutti.

Perché è questo il punto: odiato e stimato, disprezzato o sopportato, Rafsanjani era uno dei padri di questo sistema politico. E i padri si possono anche odiare, ma quando se ne vanno, ci lasciano comunque orfani.

 

 

Il tweet di Zarif: “La rivoluzione ha perso uno dei suoi pilastri, la nazione un fedele patriota, il mondo una essenziale voce di ragione. Riposi in pace”.

Arman-e emruz: L’Iran in lutto per il moderno Amir Kabir

 

 

Aftab-e Yazd: Iran in lutto (Nella foto, i figli di Rafsanjani, Faezeh e Mehdi

 

Un fotomontaggio che gira sui social iraniani

Arrested development

L’impossibilità di essere un Paese normale. Potrebbe essere il titolo per questo scorcio di 2016 per l’Iran. A meno di un mese dalle elezioni americane, i contraccolpi politici della nascitura presidenza Trump sembrano arrivare fino a Teheran.

In realtà, il presidente eletto c’entra poco, direttamente.

Il 1° dicembre il Senato Usa ha approvato all’unanimità (99 voti su 99) il rinnovo per dieci anni dell’Iran Sanctions Act (ISA), provvedimento varato per la prima volta nel 1996 per colpire gli investimenti in Iran e sanzionare così il suo programma nucleare. L’ISA ora, per divenire legge, deve avere la firma del presidente in carica, cioè Obama.

Domenica 4 dicembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha presentato in parlamento la proposta di legge di bilancio per il prossimo anno, che in Iran inizia il 21 marzo 2017. Nell’occasione, ha parlato anche della questione sanzioni:

L’Iran non tollererà la violazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015) da parte dei nessuno dei Paesi del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina e Germania, NDR). Il rinnovo delle sanzioni da parte del Senato Usa è un’evidente violazione dell’accordo sul nucleare e avrà una ferma risposta da parte dell’Iran.

Questo passaggio sta provocando turbolenze notevoli nella politica iraniana. I conservatori sottolineano la gravità delle sanzioni per colpire Rouhani e il suo governo. L’obiettivo è dimostrare che l’accordo sul nucleare non è servito a niente ed è stata una totale resa agli Usa. La seduta del majles del 4 dicembre è stata molto turbolenta, con deputati conservatori che interrompevano il discorso di Rouhani scandendo slogan anti americani.

Le presidenziali sono a maggio e questi sviluppi rendono indubbiamente meno semplice la rielezione di Rouhani, nonostante i dati economici presentati in aula siano positivi.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia dell’Iran è cresciuta quest’anno del 4,5 per cento, a fronte dello 0,4 per cento dell’anno scorso. Rouhani ha annunciato un progetto di bilancio di 3.200 miliardi di rial (99,7 miliardi di dollari) , escluse le imprese statali, pari al 9 per cento in più rispetto al piano dell’anno in corso.

Secondo Rouhani, l’obiettivo principale per l’economia del Paese è appunto “mantenere l’attuale tasso di crescita”.

Economia e rispetto degli accordi sul nucleare sono due temi entrambi molto importanti che segneranno l’agenda politica iraniana da qui alle elezioni di maggio.

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Il quotidiano Aftab-e Yazd titola: “Questi giorni difficili”

Il “quasi arresto” del deputato Sadeghi

La settimana politica iraniana è stata scossa da un caso politico/giudiziario. Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi aveva richiesto spiegazioni riguardo 63 conti bancari intestati al capo della magistratura l’Ayatollah Sadegh Larijani nei quali sarebbero depositati ogni anno oltre 64 milioni di fondi pubblici. La magistratura ha negato l’esistenza di questi fondi e ha spiccato un mandato di arresto per Sadeghi, nonostante il deputato goda dell’immunità parlamentare. L’arresto di Sadeghi è stato comunque sventato grazie all’intervento di altri parlamentati, studenti e attivisti che si sono schierati davanti casa sua in segno di solidarietà. La magistratura ha quindi revocato il mandato di arresto.

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Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi

 

Il passato che torna

Negli stessi giorni, Ahmad Montazeri, figlio dell’Ayattolah Hossein Ali Montazeri, uno dei padri della Repubblica islamica (scomparso nel 2009), è stato condannato a sei anni di prigione per aver minacciato la sicurezza nazionale e per aver pubblicato materiale classificato. Alcuni mesi fa, Ahmad Montazeri aveva infatti pubblicato un audio in cui suo padre condannava il massacro  perpetrato nel 1988 nei confronti degli oppositori prigionieri (per lo più mojaheddin e khalq) della Repubblica islamica.

Per quelle critiche, il grande ayatollah, successore designato di Khomeini per il ruolo di Guida, venne inizialmente incarcerato e successivamente messo ai margini della vita politica del Paese.

Frustate al regista

Il 23 novembre Keywan Karimi, regista iraniano di origine curda, è entrato in carcere per scontare una pena di un anno e 223 frustate per aver realizzato un documentario sui graffiti di Teheran intitolato  Writing on the city. Del suo caso abbiamo parlato QUI.
L’anno scorso era stato condannato a 6 anni di carcere e 223 colpi di frusta, pena poi ridotta a un anno, 223 frustate e cinque anni con la condizionale dalla corte d’appello. Al momento del suo ingresso in carcere, Karimi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale per la propria liberazione.

Trump l’oeil

Per mesi si è detto: per capire come andranno le elezioni presidenziali iraniane di maggio, aspettiamo quelle americane di novembre. Ecco qua: il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è il repubblicano Donald Trump.

Tutto il mondo sembra sotto shock o comunque almeno sorpreso da questo risultato. E in Iran? Cosa dicono i politici, i media e le gente comune? Perché un dato va tenuto presente: l’iraniano medio da sempre pone molta attenzione a quello che accade negli States. Con un misto di diffidenza, sospetto, curiosità, pregiudizio o ammirazione a seconda dei casi. Ma quasi mai con indifferenza.

A pochi giorni dal voto, un po’ a sorpresa, la Guida Khamenei aveva espresso in un discorso pubblico un appoggio indiretto a Donald Trump. Criticando entrambi i candidati, la Guida aveva però riconosciuto al repubblicano il merito di incontrare il consenso del popolo, di non essere espressione di una élite.

D’altra parte, non è un mistero che i conservatori iraniani speravano quasi tutti in una sconfitta di Hillary Clinton. Esiste una tradizione decennale in questo senso: da Ronald Reagan in poi, gli iraniani hanno sempre preferito l’approccio poco ideologico e molto pragmatico dei repubblicani alle buone intenzioni dei democratici. Con Carter ci fu la crisi degli ostaggi che fu risolta a tutto vantaggio del candidato repubblicano Reagan, con gli ostaggi che tornavano a casa proprio mentre l’ex attore pronunciava il giuramento a Washington.

Un’eccezione c’è ovviamente stata: quella di George W. Bush, che nel 2002 rispedì al mittente una proposta di accordo lanciata direttamente da Khamenei tramite l’ambasciata svizzera di Teheran (ne parlammo qui). E poi , certo, l’accordo sul nucleare si è raggiunto col democratico Obama alla Casa Bianca e con Rouhani in viale Pasteur. Era una finestra aperta per un periodo limitato ed ora un’anta si è già chiusa.

Resisterà l’accordo alla presidenza Trump? Da candidato, il tycoon ha più volte bollato come “pessimo” quel risultato. Ma è anche vero che se l’asse della sua politica estera è la riconciliazione con la Russia, un atteggiamento per lo meno cauto nei confronti di Teheran sembrerebbe quanto mai opportuno per cercare di arrivare a un compromesso con la Siria.

Hillary Clinton, dal canto suo, non aveva mai sostenuto molto l’accordo con Teheran ed anzi aveva più volte tranquillizzato gli storici alleati arabi sunniti del Golfo circa le intenzioni di Washington di non cambiare i cardini della propria politica in Medio Oriente. Il punto è proprio questo: davvero Trump volterà le spalle alle monarchie sunnite? Sarà importante vedere quale Segretario di Stato sceglierà il neopresidente. Già da questo si potranno fare le prime previsioni.

Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che gli accordi sul nucleare

non possono essere cambiati dalle decisioni di un singolo governo.

Aggiungendo che

i risultati delle elezioni americane non influenzeranno in alcun modo le politiche della Repubblica islamica.

Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif è apparso più preoccupato, appellandosi a Trump affinché sia

consapevole delle dinamiche politiche del Medio Oriente

e ricordando che l’accorso sul nucleare deve essere ancora implementato.

Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha sottolineato come il governo iraniano resterà fedele ai propri impegni qualsiasi cosa accada nei governi delle altre nazioni.

Va ricordato, come sottolineato anche dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, che il JCPOA non sia un accordo a due tra Usa e Iran ma un accordo raggiunto con il Gruppo 5+1 e definito da una risoluzione ONU.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che un presidente degli Usa non possa boicottare un accordo che già adesso stenta a trovare un’applicazione effettiva per via delle ritrosie delle banche europee a sfidare gli ostacoli posti dai colossi finanziari americani. La nuova amministrazione potrebbe puntare a provocare gli iraniani fino a un loro passo indietro dall’accordo.

Sono tutte supposizioni, per ora.

Ironia social dei conservatori iraniani su vittoria #trump che fa traballare l’accordo sul nucleare…

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) in data:


Ali Motahari, vice presidente del parlamento, crede che la vittoria di Trump favorirà l’Iran.

Trump è più onesto della Clinton e le sue posizioni sulla Siria sono buone. Inoltre ha una visione condivisibile sull’Arabia Saudita e ha ottime relazioni con la Russia. Persino la sua opposizione all’accordo nucleare non è pericolosa, perché in pratica non può fare niente.

Molto diverso il giudizio dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente e attualmente a capo del Consiglio per il Discernimento:

Trump è un soggetto pericoloso, privo di principi ed incline a violare regole e accordi.

 

etemad

Etemad: Il mondo preoccupato dell’America di Trump

 

hamshahri

 

Hamshahri: Gli americani ancora una volta contro l’America

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Kayhan: Trump presidente Usa. La vittoria di un pazzo su una bugiarda

shargh

Shargh: Tempesta Trump

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Vatan-e Emruz: House of Cards

Secondo Ahmad Bakhshayesh, ex deputato iraniano, non esiste un reale pericolo per l’accordo sul nucleare. Le parole di Trump in campagna elettorale sarebbero di pura facciata, per colpire i democratici.

Come – ha aggiunto – i principalisti che da noi criticano il governo Rouhani qualsiasi cosa faccia.

Se ne riparlerà tra un paio di mesi, quando Trump entrerà in carica con il proprio Segretario di Stato.

 

khamenei-trump

Cosa succede a Teheran?

Dopo giorni di speculazioni e smentite, il 20 ottobre è arrivata la notizia ufficiale: tre ministri del governo di Hassan Rouhani si sono dimessi. Si tratta del ministro della Cultura Ali Jannati (Cultura), del ministro dello Sport Mahmoud Goudarzi e del ministro dell’Istruzione Ali Asghar Fani. Al loro posto Rouhani ha designato rispettivamente Seyyed Abbas Salehi alla Cultura, Nasrollah Sajjadi allo Sport e Seyyed Mohammad Bathaei all’Istruzione.

Ufficialmente, i tre si sono dimessi volontariamente, ma sembra evidente che le pressioni dei conservatori, a pochi mesi dalle presidenziali (19 maggio 2017) abbiano spinto il presidente Rouhani a privarsi di elementi politicamente “scomodi”.

In particolare, colpisce la rinuncia di Jannati. O, meglio, la rinuncia di Rouhani a Jannati. L’ormai ex ministro della Cultura sarebbe dovuto, tra l’altro, essere a Roma proprio il 20 ottobre per presentare la mostra sui capolavori nascosti del Museo d’arte contemporanea di Teheran, in programma dal marzo prossimo al Maxxi.

Secondo il quotidiano riformista Shargh, le dimissioni di Jannati sarebbero state volute dai “livelli supremi”, insoddisfatti delle sue politiche. Un evidente riferimento alla Guida Khamenei. Nella sua lettera di dimissioni, Jannati scrive di

non essere più in grado di continuare a svolgere il proprio lavoro. Desidero che il governo prosegua il proprio lavoro in campo culturale in una situazione calma e priva di tensioni.

Goudarzi, ministro dello Sport, sarebbe stato fatto fuori in seguito alle lamentele presentate dai grandi ayatollah di Qom al capo staff di Rouhani Mohammad Nahavandian. In particolare, le critiche avrebbero riguardato le politiche giovanili.

Dei tre ministri, Fani sarebbe stato quello più restio a lasciare l’incarico. Il quotidiano ultraconservatore Kayhan ha ironizzato su questo atteggiamento titolando: “Fani: pronto a continuare a collaborare col governo. Rouhani: accettiamo le sue dimissioni”.

I nuovi ministri dovranno ora ricevere il voto di fiducia del parlamento. L’esito positivo sembra scontato, visto che il governo può contare su una maggioranza piuttosto solida.

Tuttavia, non sono mancate critiche da tutti i fronti. Per molti conservatori, come Mohammad Reza Bahonar, questo “rimpasto è tardivo e inadeguato, perché ci sarebbero altri ministri da cambiare”.

Mentre i riformisti vedono in questa mossa una resa di Rouhani ai conservatori.

E’ significativo che il rimpasto abbia riguardato ministeri non economici, quando proprio l’economia è il tasto dolente dell’attuale situazione iraniana e del governo Rouhani in particolare.

Ma sulla cultura e sull’educazione si gioca una partita fondamentale per l’identità della Repubblica islamica.

aftab-yazd

La prima pagina di Aftab-e Yazd

 

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La prima pagina di Shargh

Aggiornamento 1 novembre – Ok a nuovi ministri dal parlamento

Via libera dal parlamento della Repubblica Islamica ai tre nuovi ministri designati dal presidente Hassan Rouhani. Masoud Soltanifar (193 favorevoli, 72 contrari e 9 astenuti) va al dicastero dello Sport e dei Giovani; al ministero della cultura e dell’orientamento islamico va Seyyed Reza Salehi Amiri (180 favorevoli, 89 contrari e 6 astenuti) mentre la Scuola va a Fakhreddin Ahmadi Danesh Ashtiani (157 favorevoli, 111 contrari e 6 astenuti).

 

Investimenti petroliferi in Iran

Il consiglio di gabinetto della Repubblica islamica ha approvato – dopo mesi di gestazione – il nuovo modello contrattuale per gli investimenti petroliferi in Iran. Si tratta di una misura molto attesa dalle compagnie energetiche internazionali, come Eni e Total, che avevano ancorato la possibilità di tornare ad investire nel paese dopo la sigla degli accordi sul nucleare degli ayatollah di Vienna ma solo a fronte di un cambio nel paradigma giuridico ed economico legato allo sfruttamento delle risorse energetiche iraniane.

In passato l’Iran aveva cercato di attirare gli investimenti stranieri nei giacimenti di petrolio e gas adottando un contratto sul modello “buy back”, della durata massima di 5 anni, per l’esplorazione e sviluppo di giacimenti che in sostanza consentiva alle compagnie di esplorare e sviluppare un giacimento petrolifero o di gas per poi consegnarlo alla compagnia di stato, la National Iranian Oil Company (Nioc) che avrebbe rimborsato i costi di sviluppo con il ricavato della produzione ad un tasso di rendimento fino al 17 per cento. Tuttavia il modello “buy back” non prevedeva il rimborso per lo sforamento dei costi in fase progettuale e dei rischi di esplorazione.

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