Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

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Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

1 Comment

  1. Sono pienamente d’accordo con te. Veramente quando si lascia l’Iran e soprattutto Teheran si sente dentro un’inspiegabile nostalgia che, come hai detto, diventa grande rimpianto. E’ capitato anche a me l’anno scorso…dopo cinque settimane di permanenza, non vedevo l’ora salire sull’aereo…ma durante le ore del volo sentivo già crescere dentro di me una grande malinconia. L’aereo faceva scalo a Vienna e se all’aeroporto di Teheran il disordine e la disorganizzazione mi avevano fatto arrabbiare moltissimo, tutto quell’ordine dell’aeroporto di Vienna mi innervosiva molto di più…Arrivata a Roma anche io, come te, già pensavo e programmavo il prossimo viaggio in Iran… Si dice che ogni singolo angolo del nostro pianeta sia bello, ma sicuramente pochi luoghi sono magici come l’Iran…

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