Buoni e cattivi/3

Ritorno a Teheran. L’incontro con Ahmadinejad

“Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni”. È una delle battute più famose del film di Jean Renoir “La Regola del gioco”. Me lo ripeterò più volte, in questo viaggio a Teheran. Sarebbe così facile dividere il mondo in buoni e cattivi, in giusti e ingiusti. Cosa è regime e cosa non lo è?

Entriamo nella sede della Presidenza della Repubblica, nella blindata via Pasteur. Gli addetti alla sicurezza sono molto fiscali ma gentili. L’apertura del convegno a cui sono stato invitato a partecipare viene celebrata con una conferenza che sarà conclusa da Mahmud Ahmadinejad. Siamo una delegazione di una trentina di persone da Italia, Stati Uniti, Spagna, Francia, Russia , Egitto, Tunisia, Azerbaigian. Giornalisti, registi cinematografici, professori universitari.  Ci sono anche tre rabbini ortodossi (e antisionisti), uno dal Canada e due dagli Usa. Sono gli special guest dell’occasione: sorridono compiaciuti quando la gente si fa fotografare accanto a loro. Inizialmente li trovo un po’ troppo vanesi: mi ricordano i capelloni del famoso articolo di Pier Paolo Pasolini. Comunicano attraverso la loro semplice presenza, il loro mostrarsi agli altri. Col passare dei giorni avrò modo di ascoltarli e di cambiare idea. È sempre sbagliato affidarsi soltanto alle sensazioni.

Ed è la stesso accorgimento che mi riprometto non appena Ahmadinejad entra in sala. È più basso ma meno sgraziato di quanto non appaia in televisione. Indossa una giacca gessata e ha uno sguardo molto mobile. Immagino già i commenti di chi leggerà – prima o poi – questo racconto. Eccolo qui il cattivo per antonomasia. Ha di sicuro un approccio molto semplice. È molto più alla mano lui di qualsiasi assessore regionale mi sia mai capitato di incrociare.

Parla per ultimo, con un discorso a braccio sul ruolo dell’arte e, in particolare, del rapporto tra cinema e potere politico. A tratti è sarcastico, il più delle volte si lascia prendere dal gusto tutto iraniano del racconto. Anche questa conferenza stampa diventa l’occasione per narrare gli ultimi giorni della rivoluzione del 1979 e del ruolo di Khomeini in particolare. Devo essere sincero: per quanto mi sforzi, a un certo punto mi distraggo e non lo seguo più. Osservo gli altri: il più anziano dei rabbini, in prima fila, ha il mento sul petto, vinto probabilmente dal jet lag. Ma anche un paio di iraniani, più indietro, dormono con la bocca aperta.

Insomma, il presidente iraniano non riesce a catturare l’attenzione di tutti. Qualcuno però, al termine della conferenza, è addirittura entusiasta.  “Era tanto che non sentivo un politico che parlava soltanto di valori!”, esulta un collega uruguayano. “Ma ha detto cose talmente generiche che andrebbero bene a chiunque”, lo corregge un americano. Sì, in effetti, ha parlato, tra le altre cose, di pace, di arte pura contro la mercificazione del sapere e della cultura. Però è innegabile che ormai in Europa e in Nord America la politica sia ridotta a una mera rendicontazione (nemmeno governo) dei processi economici e finanziari in particolare. Non condivido chi si entusiasma per il discorso di Ahmadinejad, ma provo a capirne le ragioni.

Diverso, e molto più interessante, l’atteggiamento degli ospiti nordafricani e arabi. Nel nostro gruppo c’è un giovane e brillante regista cinematografico egiziano che è stato in prima fila in Piazza Tahrir nella rivolta contro Mubarak. È un laico, scrive e dirige commedie, in patria ha avuto qualche problema coi Fratelli Musulmani. Quando viene presentato ad Ahmadinejad, gli si getta quasi al collo. È un abbraccio sincero, spontaneo. Più volte, nei giorni successivi, continuerà a esprimere ammirazione per l’Iran e per questo sistema politico. In un convegno in una moschea sarà molto esplicito: “Per l’Egitto non voglio una repubblica islamica. Ma io parlo del mio Paese, voi dovete essere padroni nel vostro”. Come lui, anche un regista tunisino, è entusiasta dell’Iran. Sulla terrazza della Milad Tower continua ad esclamare. “E’ più alta di quella che ho visto in Canada!”, come se l’altezza delle torri bastasse a misurare lo sviluppo di un Paese.

Ma se non ci si sforza di capire questo entusiasmo, si rimane molto distanti dal comprendere cosa sia la cosiddetta “primavera araba”. Vista da Teheran, è sicuramente il segno del declino politico degli Usa. Questo però non vuol dire nemmeno che sia la dimostrazione del “risveglio islamico”, così come vorrebbe l’establishment iraniano. Forse, molto più semplicemente, è l’ammirazione per chi, 33 anni fa, non ha fatto una semplice rivolta, ma una rivoluzione vera e propria. E questa ammirazione il più delle volte prescinde dal giudizio sul sistema scaturito poi da quella rivoluzione.

A questo proposito, a Teheran gira un sms molto carino: “Se la notte non riesci a dormire, non preoccuparti. Non è colpa dell’inflazione, della disoccupazione, della paura della guerra. È solo il risveglio islamico!”.

3 – CONTINUA

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