Buoni e cattivi /1

Come avevo immaginato il ritorno a Tehran in questi 4 anni? Non ricordo, forse non lo avevo poi immaginato così tanto. L’immaginazione presuppone una volontà precisa, un desiderio formato, che probabilmente non avevo avuto mai. L’ultima volta ero andato via da Tehran in una silenziosa notte d’aprile del 2008. Ne sarebbero successe di cose, non solo in Iran, da allora.

Sono tornato in Iran in occasione del Fajr, il festival cinematografico che si svolge dal 1982 ogni febbraio a Teheran per celebrare la rivoluzione del 1979.  Sono stato invitato a partecipare a un convegno intitolato “Hollywoodism”. In altre parole, l’industria cinematografica americana come strumento politico di Washington. “Il cinema è l’arma più potente”, diceva un mascellone nostrano quando fondò Cinecittà e forse non aveva tutti i torti.

Fa un certo effetto partecipare a questo convegno, perché appena pochi giorni fa “Una separazione” di Asghar Faradi ha vinto il Golden Globe e si candida all’Oscar come miglior film straniero. E allora cosa è questo Hollywoodismo? Avremo modo di parlarne. Il dibattito sarà tutt’altro che scontato e monocorde. D’altra parte, solo chi non conosce l’Iran può meravigliarsi di questa apparente contraddizione.

In questa notte d’inverno, Teheran mi accoglie con vento che pensavo gelido e invece è solo freddo, persino meno fastidioso di quello che ho lasciato a Roma. Inconfondibile ma invece evidentemente rimosso in questi anni, il puzzo di benzina nell’aria, anche alle 5 del mattino. Le strade sono bagnate attorno all’aeroporto. Mano a mano che saliamo verso nord, le pozzanghere lasciano il posto a cumuli di neve. Anche gli alberi sono scheletri imbiancati. Il cielo non ha nuvole, non ne vedrò per tutti i giorni a venire. Pioggia, neve e tanto grigio.

L’arrivo all’hotel Azadi è l’ingresso in una postmoderna babele. Ci accolgono delle guide del ministero della Cultura e della guida islamica. Sono giovani, parlano un inglese fluente. Me li immaginavo molto diversi, a essere sincero. Gli uomini sono vestiti in modo informale, alcuni hanno i capelli lunghi. Delle donne. solo una indossa il chador. Tutti sono molto puntuali e molto, molto presenti. Anche troppo.

Il pomeriggio successivo si perde in un traffico d’inferno. Due ore per raggiungere il centro dove avviene l’inaugurazione del Fajr Festival. Ammucchiati su due pullman scalcinati, attraversiamo un fiume di auto sotto una pioggia incessante. Autostrade che si intersecano, fantasmi che si aggirano tra le auto in sosta cercando di vendere mazzi di fiori ricoperti da buste di plastica. Un grigio mai visto. Quattro anni fa aveva salutato una Teheran immobile. Ora quella Teheran che ricordavo è semplicemente invisibile. Cosa c’è dietro il finestrino? Quale incubo di città è questa?

All’apertura del convegno un caos pazzesco, solo posti in piedi, riscaldamento eccessivo e assolutamente insalubre. La voglia di scappare è tanta. Eppure, alla fine, è solo una questione di tempo. Poco a poco, col passare dei giorni, la città che ricordavo emerge un pezzo alla volta, una strada alla volta, un’atmosfera alla volta.

Eccolo qui il Paese raccontato mille volte da persone che non lo hanno mai visitato. Analizzato, vivisezionato da presunti esperti di geopolitica o da iraniani che non ci tornano (perché non ci possono tornare) da 30 anni o forse più.

Di sicuro, è un clima molto più pesante quello che trovo adesso rispetto al 2008. Ed è tutto dire. Quattro anni fa tutti parlavano di quanto fosse divenuta cara la vita e si aspettavano (o almeno speravano) un cambiamento con le elezioni dell’anno successivo. Sappiamo cosa sia poi successo. Oggi si parla anche dell’inflazione e della disoccupazione, ma il tema che tiene banco è la guerra. Attaccherà Israele? Anzi: quando attaccherà? Perché sono tutti convinti che si tratti solo di tempo: prima o poi la guerra arriverà. O forse è già cominciata. Con le “misteriose” esplosioni nelle basi militari di Teheran e Isfahan (in tutto oltre 40 morti) e con gli omicidi degli scienziati coinvolti nel progetto nucleare. Per non parlare delle sanzioni e di come tutto sia più complicato. Ma attenzione: tutto questo al momento gioca a favore e non contro il sistema politico iraniano. Avevo trovato un Iran molto più diviso nel 2008. Oggi gli iraniani sono più preoccupati, ma soprattutto per la situazione internazionale. La politica interna – almeno apparentemente – rimane sullo sfondo.

1 – CONTINUA

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