Mossadeq

Il video integrale e il podcast audio della diretta con Alberto Zanconato del 15 settembre 2020. Mossadeq, la sua ascesa e il golpe che nel 1953 ne decretò la fine.

Jenayat-e bi deghat

Per capire o semplicemente provare a lasciarsi affascinare da Jenayat-e bi deghat (Careless crime), film di Shahram Mokri presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 77, occorre prestare attenzione a una delle primissime scene. Siamo in una farmacia, a Teheran. Seguiamo la scena in soggettiva, attraverso gli occhi di un farmacista che si vede arrivare un cliente che richieda un farmaco (evidentemente uno psicofarmaco) introvabile a causa delle sanzioni. E quindi sappiamo che siamo nel presente, nell’Iran di oggi. Il cliente dice di essere affetto da piromania e di aver provocato un incendio quarant’anni prima. “Quarant’anni? Impossibile”, risponde il farmacista, valutando l’età del cliente. “No, non quaranta; tre o quattro anni fa”, risponde allora l’altro.

Ecco, la storia parte da qui. Siamo nel presente o nel passato? Di quale incendio parliamo? Al centro di tutta la narrazione c’è una storia realmente accaduta, esattamente il 19 agosto 1978.

La strage del cinema Rex

Sono gli ultimi mesi del regime dello scià. È il venticinquesimo anniversario del golpe del 1953 contro Mossadeq: in un quartiere popolare della città di Abadan un incendio uccide più di quattrocento tra uomini, donne e bambini che assistevano a un film nel cinema Rex. Il governo accusa della strage l’opposizione che a sua volta accusa la Savak – la polizia politica dello scià – di aver deliberatamente appiccato il fuoco e di aver bloccato le uscite del cinema in modo da provocare una strage. D’altro canto, i manifestanti attaccavano in genere cinema vuoti in cui venivano proiettati film con scene di sesso o considerati troppo “occidentali”, mentre al Rex il giorno della strage era proiettato Gavazn-ha (Il cervo), film di Massud Kimiyai che parlava di una rivolta di poveri contro le ingiustizie e che aveva a stento ottenuto il visto della censura. Qualunque fosse la verità sulla strage del Rex, il risultato politico fu inequivocabile: l’opinione pubblica attribuiva allo scià la responsabilità dell’accaduto.

Come ricorda Claudio Zito sul blog Cinema iraniano,

Quattro persone si introdussero nel locale, ciascuno di loro portando ciò che appariva come una confezione di snack, ma che in realtà conteneva benzina. Nel corso della proiezione, due di loro si allontanarono come per andare in bagno; cosparsero invece di liquido infiammabile le porte di legno e i corridoi della sala, e appiccarono il fuoco. L’incendio andò avanti quasi tutta la notte, le urla delle vittime si protrassero per ore e si udirono a centinaia di metri di distanza. Il numero dei morti è tuttora indefinito, varia dagli oltre trecento ai circa settecento, a seconda delle fonti. Un uomo perse dieci figli nell’attentato.

La tragedia del 19 agosto 1978

Lo stesso regista ha dichiarato di aver scelto come base del racconto la testimonianza dell’unico degli attentatori sopravvissuto all’incendio: Hossein Takbalizadeh, all’epoca dei fatti disoccupato e tossicodipendente, condannato a morte da un tribunale rivoluzionario nel 1980 e successivamente giustiziato in pubblico.

Una storia terribile e di sicuro imbarazzante anche per le autorità della Repubblica islamica. Durante il processo Takbalizadeh ribadì di aver dato fuoco al cinema credendo di compiere un atto rivoluzionario e negò sempre con forza qualsiasi legame con la Savak.

Passato e presente

Ed ecco che allora il film di Mokri ondeggia tra passato e presente. Siamo nella Teheran di oggi, con il Museo del Cinema con i ragazzi che affollano il caffè, ma un attimo dopo nelle stesse strade ci sono scritte che inveiscono contro lo scià. Un gruppo di studenti ha ricevuto minacce per aver organizzato la proiezione di un film (che si intitola sempre Jenayat-e bi deghat) politicamente controverso, in cui un ufficiale dell’esercito (Babak Karimi , già presente sia in Mahi va Gorbeh sia nell’altro lungometraggio di Mokri, Invasion) indaga su un misterioso missile caduto in una zona di montagna. Missile che vedremo nell’ultima scena del film, quasi come una stella cometa nefasta.

Il buio della sala è del 2020 o del 1978? I ragazzi che attaccano manifesti sfidano le autorità della Repubblica islamica o dello scià? Di quale censura e di quale repressione stiamo parlando? La tragedia scatenata allora continua ancora oggi?

Esercizio di stile

Apparentemente è tutto un difficilissimo esercizio di stile, ma se ripensiamo al film e proviamo a smontarlo poco alla volta, ci rendiamo conto di quanti temi vengono toccati e di quanto cinema ci sia in questo film.

La prima mezz’ora di film è assolutamente avvincente, con una lunga e inquietante sequenza nel Museo del Cinema di Teheran (se non lo conoscete potere fare una visita virtuale qui). Poi indubbiamente alcuni dialoghi si fanno un po’ troppo ridondanti, non tutti i”pezzi” del film si incastrano a dovere anche perché si tratta di un’operazione tutt’altro che semplice.

La locandina del film

Già sette anni fa con Mahi va gorbeh Mokri aveva stupito Venezia con il suo talento e la sua voglia di innovare il cinema. Qui la posta in palio si fa ancora più grande: ci sono almeno tre film in un film, c’è il cinema nel cinema e ci sono le storie nella Storia.

E quindi è un’opera che merita rispetto e attenzione, perché rischiare è da pochi, soprattutto in un’epoca in cui narrare è divenuto un imperativo costante per tutti.

Mokri dimostra un talento innegabile e ancora in fase di crescita. Molto moderno come tecnica e come stile narrativo. Allo stesso tempo, Jenayat-e bi deghat è un film molto iraniano. Per la storia che racconta e per l’attenzione ai dettagli del presente.

La speranza è che trovi una distribuzione in Italia e magari anche una critica capace di facilitare le scelte del pubblico.

Guarda l’intervista al regista Shahram Mokri

La terra desolata

Diciamolo subito a scanso di equivoci: The Wasteland (Dashte kamoush), opera seconda dell’iraniano Ahmad Bahrami, presentato nella sezione Orizzonti nella Mostra del Cinema di Venezia numero 77, non è un film per tutti. Questo non vuol dire che sia necessariamente un film per pochi, ma è bene precisare che siamo su corde, tempi e temi abbastanza lontani dal cinema iraniano a cui il pubblico internazionale si è abituato negli ultimi anni.

Girato in un bianco e nero bellissimo, il film è interamente ambientato in una fabbrica di mattoni nel mezzo del nulla, si suppone nell’Iran nord orientale. Qui una quindicina di persone vivono e lavorano lontani da tutti. C’è un piccolo gruppo di curdi, un altro di azeri (e sentiremo, a turno, i loro dialoghi nelle diverse lingue), c’è soprattutto il “vecchio” Lotfollah, operaio nato e vissuto sempre in quel minuscolo villaggio attorno alla fabbrica, memoria storica e punto di riferimento per tutti gli altri lavoratori. Che hanno storie e desideri spesso contrastanti.

La prima parte del film è costruita in modo molto originale, con flashback e anticipazioni, in un gioco a incastri che sposta tre o quattro volte il punto di vista della narrazione. Fino alla conclusione della scena più importante, quella in cui il padrone annuncia l’immediata chiusura della fabbrica.

La locandina del film

Da questo momento Lotfollah diventa il protagonista assoluto della scena. A lui spetta organizzare la chiusura degli impianti e la partenza di tutti i lavoratori.

È questa la parte più drammatica del film, fino a una indimenticabile scena finale.

Dashte kamoush è un film di silenzi e di movimenti di macchina lenti e avvolgenti. Alcune inquadrature (come quella mostrata nella locandina) sono capolavori di fotografia.

Forse è inutile voler individuare un messaggio unico del film. Ci sono diversi elementi esistenziali, c’è di fondo un tema politico, di mancata lotta di classe. Ma – più di molti altri – questo è un film che va semplicemente visto.

Non è certo un film di speranza, ma sicuramente è un film d’arte.

Trovare se stessi a Mashad

Finding Farideh

Simmetrie delle scelte o semplici coincidenze. Perdersi e trovare se stessi. Proprio mentre leggevo Perdersi di Charles D’Ambrosio, ho potuto finalmente vedere in streaming un film che “inseguivo” da un anno. Finding Farideh (در جستجوی فریده) è un documentario diretto e prodotto da due giovani registi di Teheran, Azadeh Mousavi e Kourosh Ataee. Racconta la storia (vera) di Farideh, quarantenne di Amsterdam, adottata da una coppia olandese in un orfanotrofio di Teheran quando aveva solo sei mesi, che si mette alla ricerca del proprio passato.

Prima inizia a studiare la lingua e la cultura del suo Paese di origine, poi apre un blog in cui racconta la propria storia e cerca di risalire alla propria famiglia biologica. Poi si mette in contatto con un legale di Teheran e scopre così di essere stata abbandonata ancora in fasce nel santuario dell’Imam Reza di Mashad. La sua storia finisce sui giornali locali e tre famiglie si mettono in contatto con lei nella speranza di aver ritrovato la figlia perduta.

Arriva quindi il momento di partire per l’Iran e sottoporsi al test del DNA. E ritrovare la propria terra d’origine.

La prima parte del film, quella che precede il viaggio, è paradossalmente la più emozionante e anche quella più “lacrimogena”. C’è tutta la crisi della protagonista che si appresta a quello che è a tutti gli effetti il viaggio più importante della sua vita.

E poi finalmente Farideh atterra in Iran. E qui ci sono dei momenti molto drammatici e anche molto toccanti, come la visita notturna al santuario dell’Imam Reza, sotto una leggera nevicata.

Il film, girato nel 2015, è stato scelto nel 2019 come candidato iraniano agli Oscar, venendo preferito – tra gli altri – al pluripremiato e campione di incassi (ma assolutamente sopravvalutato) Metri shish o nim (Just 6.5) di Saeed Roustayi. Scelta quanto mai azzeccata, a mio modesto avviso.

Colpisce come la macchina da presa riesca a essere sempre presente senza mai sconfinare nell’estetica morbosa del reality. Questo è sicuramente il merito più grande dei due registi. Ed è anche una scelta che ricalca una tendenza letteraria degli ultimi venti anni, quella della cosiddetta “letteratura della realtà”, tra memoir, reportage e “autofiction”, resa celebre da autori come Annie Ernaux, Rachel Cusk e Karl Ove Knausgård, solo per fare alcuni esempi.

Non anticipiamo l’esito della ricerca di Farideh. Diciamo soltanto che alla fine il viaggio, come in tutte le storie che valgono, sta già nella decisione di partire.

Visita il sito del film: http://findingfarideh.com/

Coup 53

La speranza è che venga distribuito presto anche per il pubblico italiano. Coup 53 non è solo un documentario imperdibile per chi si interessa di Iran, ma è anche un film bellissimo e appassionante. La struttura narrativa sembra quella di un giallo. Perché in effetti c’è un mistero che viene svelato in questo film e grazie a questo film.

La storia ha dell’incredibile: il regista iraniano Taghi Amirani e il montatore Walter Murch, impegnati nella realizzazione di un documentario sul golpe che nel 1953 rovesciò il premier iraniano Muhammad Mossadeq, si imbattono in materiali d’archivio nascosti da decenni. Da alcuni vecchi filmati in 16 mm e nelle trascrizioni di una vecchia serie di documentari storici della BBC, emergono le prove di come la Gran Bretagna non solo partecipò il colpo di Stato, ma ne fu il principale promotore, convincendo l’amministrazione Usa, inizialmente riluttante.

Non è un dettaglio da poco: se gli Stati Uniti hanno pubblicamente ammesso da oltre vent’anni le loro responsabilità nella cosiddetta “Operazione Ajax”, Londra continua ufficialmente a negare qualsiasi coinvolgimento.

Ho potuto vedere il film il luglio scorso nell’edizione online del Festival di Taormina.

Il 19 agosto 2020 ci saranno proiezioni online negli Usa e in alcuni Paesi europei. Ci sarebbe piaciuto “ospitare” su Diruz una proiezione in streaming ma non è stato possibile.

Per tutte le informazioni questo è il sito ufficiale: https://coup53.com/

Di cosa parliamo quando parliamo di Mostafa Mastur

Di cosa parliamo quando parliamo di Mostafa Mastur

Non occorre necessariamente credere all’astrologia per avere fiducia nelle congiunzioni astrali. Era la fine del 2019 e alla Fiera della piccola e media editoria di Roma avevo appreso che in primavera Francesco Brioschi Editore avrebbe pubblicato Sull’amore e altre cose, romanzo di Mostafa Mastur, in Iran arrivatoalla sua undicesima ristampa in due anni.

La speranza della casa editrice era di avere Mastur in Italia in occasione del Salone del Libro di Torino, a maggio. Conosco Mostafa di persona, da quando nel 2011 Ponte33 pubblicò Osso di maiale e mani di lebbroso. Allora passammo una giornata assieme a Roma, ospiti di una trasmissione radiofonica prima e poi in una libreria. Pochi mesi dopo, Mostafa – con cortesia tipicamente persiana – mi raggiunse a Teheran da Ahvaz (dove viveva all’epoca) e organizzò per me un paio di incontri con realtà del mondo editoriale iraniano. 

Roma, settembre 2011. Con Mostafa Mastur a Eco Radio

Aspettavo quindi con particolare piacere l’uscita del libro e l’eventuale giro di presentazioni in Italia col suo autore. Poi, dall’inizio dell’anno, tra venti di guerra prima e pandemia mondiale dopo, questa prospettiva è sfumata, cancellata dall’emergenza. E così il libro, invece che a marzo, è uscito a luglio.

E qui che invece l’allineamento dei corpi astrali si è magicamente ricomposto. Perché nel frattempo avevo conosciuto, seppure soltanto attraverso una connessione digitale, Faezeh Mardani, traduttrice di questo romanzo. In due dirette  streaming ci aveva incantato spiegandoci la poesia di Forugh Farrokhzad prima e Ahmad Shamlu poi.

Così, quando finalmente ho avuto l’occasione di leggere il libro, il cerchio si è chiuso. In un certo senso, conoscevo autore, traduttrice, casa editrice. Eppure il libro è stata una sorpresa. 

Non mi aspettavo, infatti, un romanzo così veloce, così denso e così calato in una realtà generazionale che non è quella dell’autore. Mastur (classe 1964) si cala infatti nei panni di Hany, un ragazzo che nel 2008 ha appena concluso gli studi universitari e decide di non tornare nella natia Ahvaz (guarda caso) e rimanere nella più vivace a Tehran (e se cominciassimo a scrivere così, all’iraniana il nome della città?) mantenendosi dando ripetizioni di fisica. Hany scandisce il tempo con gli anniversari della guerra con l’Iraq, vissuta da bambino e che gli ha lasciato un danno permanente a un orecchio. In cerca di esperienze, lascia il dormitorio universitario e si trasferisce in una cantina che divide con altri due ragazzi, Karim Giogiò e Morad Sormè. I misteriosi affari del primo porteranno una svolta drammatica alla storia che è incentrata sull’amore di Hany per Parastu, bellissima impiegata di banca che inizialmente ricambia ma poi sceglie di sposare un cugino  che non ama ma che ha il pregio di essere ricco, perché “l’amore è essenzialmente fragile e passeggero, e una vita costruita sull’amore non può che essere una vita fragile”.

Non diciamo come vanno a finire le cose. Sì, c’è il dramma, c’è la violenza, ma il finale mi ha sorpreso e vorrei sorprendesse tutti quelli che leggeranno il libro. Che si legge benissimo, è divertente ma non leggero e poi cita due film di Richard Linklater che ho amato molto: Prima dell’alba e Prima del tramonto. Mastur, traduttore in persiano di Raymond Carver (già per questo meriterebbe gloria eterna) si conferma scrittore “mondiale”, capace di uno sguardo che va oltre i confini nazionali e generazionali.

Acqua e fuoco

Siamo tutti sulla stessa barca

 تر و خشک با هم میسوزند

[Tar o khoshk ba ham misoozand]

Il proverbio italiano compare già nella lingua latina con la formula In eadem navi sum, attestata anche dall’utilizzo nella lingua scritta, seppur con qualche variante a livello semantico, da Cicerone, Livio e Aristeneto.

Nella lingua italiana invece, sia nella lingua scritta che parlata, il suo significato è univoco. Questa espressione viene, difatti, utilizzata per riferirsi ad una condizione condivisa, solitamente negativa, che accomuna un gruppo di persone.

Il riferimento figurato prende origine dal contesto marittimo in cui un gruppo di naviganti, trovandosi sulla stessa barca, condivide lo stesso destino e la stessa condizione; nel bene e nel male, qualunque cosa accada riguarda tutti loro, indistintamente.

Questo proverbio esorta a non commettere azioni sciocche oppure dannose nei confronti di terzi, proprio perché si è sulla stessa barca e quell’azione negativa potrebbe danneggiare gli altri e sé stessi. Inoltre, nell’uso comune, tale espressione è spesso utilizzata per esprimere solidarietà riguardo una situazione comune.

E in persiano? Il proverbio persiano esprime il concetto in maniera differente. Difatti, Tar o khoshk ba ham misoozand letteralmente significa [i rami] secchi o vivi bruciano insieme e non vi è alcun riferimento al contesto marittimo né ad un gruppo di persone.

Tale espressione è il sunto di una vecchia storia che risale alla dinastia Seljuk, il cui elemento centrale è il fuoco. Si racconta che, circa 900 anni fa, Koohbanani, governatore di una zona di Kerman, in seguito alle oppressioni esercitate da parte del re sul popolo Ghaz, avesse invitato il loro capo a presentarsi al suo cospetto per stabilire un accordo. Una volta raggiunto l’accordo, però, il capo dei ribelli, insieme al suo esercito, uccise la gente del posto e distrusse palazzi e castelli. Tra questi, prese fuoco anche il castello di Guar e si narra che un poeta descrisse la scena dicendo:

از آتش کوبنان گوَر میسوزد …………………….. آتش که گرفته خشک و تر میسوزد

[az aatash kooobanaan gavar misoozad………………… aatash ke gerefte khosh o tar misoozad]

La traduzione letterale di questi versi sarebbe “A causa del fuoco di Koohbanani brucia Guar – vanno a fuoco le cose secche e le cose umide”, proprio come un incendio che rade tutto al suolo.

Dunque acqua e fuoco: il primo sorregge e il secondo mette in fuga; due utilizzi della lingua diametralmente opposti, eppure l’esortazione a non compiere atti che rechino danni ad altri e a sé stessi è identica, così come la sua morale; anche se frutto di due visioni opposte della collettività, come gli elementi protagonisti, in entrambe le lingue il richiamo morale e sociale è lo stesso.

(Foto: Mausoleo di Soltanyeh, Zanjan)

Rondini e fiori

Italia: Una rondine non fa primavera

Iran: با یک گل بهار نمیشود
[Baa yek ghol bahaar nemishavad]


Il proverbio italiano è la traccia di un più antico proverbio greco, noto come Μία χελιδὼν ἔαρ οὐ ποιεἶ, successivamente tradotto in latino con l’espressione Una hirundo non facit ver.


La locuzione greca compare per la prima volta nell’Etica Nicomachea di Aristotele con la seguente esplicazione: «Come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno».

Ciò a significare che un evento isolato non costituisce fatto certo e sicuro, sottolineando come da un singolo evento non si possa saltare subito a conclusioni. Questo proverbio esorta ad una più opportuna e solida analisi dei fatti e lo fa ricorrendo ad elementi naturali quali la primavera e la rondine, simbolo della stessa. Così, osservando il cielo in un bel giorno di fine marzo, ad esempio, potrebbe capitarci di intravedere una bella rondine e pensare che la primavera sia arrivata e, presi dall’entusiasmo, magari rientrare a casa pronti per fare il cambio di stagione nel nostro armadio ma…ecco che subito ci ricordiamo del nostro proverbio Una rondine non fa primavera!, appunto, che ci invita ad attendere ancora qualche giorno prima di estrarre soprabiti colorati e magliette a manica
corta!

E in persiano? Cosa succede? Quale detto popolare viene in soccorso in una calda giornata di fine marzo per evitare un improvviso raffreddore?
Il proverbio è quasi identico, ovvero Baa yek ghol bahaar nemishavad (Un fiore non fa primavera). Al posto della rondine vi è, quindi, il fiore a simboleggiare la mite stagione mentre gli altri rimandi linguistici, allegorici e culturali sono simili. Simili ma non identici.

Perché? Perché il fiore e non la rondine? A quanto pare essa rappresenta la caducità del tempo poiché la sua vita è di circa due anni, oltre a essere associata alla migrazione, e dunque è il fiore l’elemento naturale scelto per essere associato alla primavera, stagione particolarmente speciale per gli iraniani poiché il Noruz, ovvero il Capodanno persiano, si festeggia il giorno dell’equinozio di primavera; dunque, la primavera rappresenta per gli iraniani la gioia del nuovo inizio e la rondine non è opportuna come allegoria di un periodo dell’anno in cui tutto si rinnova, tutto si rigenera e la bellezza del Creato e del creare si fanno spazio.

Insomma, proverbi simili e morale identica. È proprio il caso di dire.. tutto il mondo è paese!

Diruz in diretta

Segui in diretta da qui tutte le Conversazioni sull’Iran di Antonello Sacchetti. Se non hai tempo o voglia di cercare l’evento sui social, basta fare sempre riferimento a questa pagina.

Per l’archivio video e audio di tutte le puntate clicca qui.

Prossimi appuntamenti

Martedì 22 settembre alle ore 19. “La Guerra Imposta. 40 anni dopo “. Iran-Iraq, un nuovo sguardo sul conflitto più lungo del XX secolo. Diretta con Nicola Pedde. In collaborazione con l’Istituto Culturale dell’Iran

Giovedì 24 settembre alle ore 19. “Omaggio a Bijan Zarmandili”.Diretta con: Ginevra Bompiani, Abolhassan Hatami, Daniela Padoan, Anna Toscano

Conversazioni sull’Iran

Conversazioni, interviste, presentazioni di libri: chiacchierate con esperti e appassionati. La playlist completa con tutti i video e gli audio delle dirette Facebook.

Alla scoperta dello Shahnameh

Quarto appuntamento con “Lettere persiane” insieme a Davood Abbasi. Si parla dello Shahnameh di Ferdowsi, il poema epico nazionale iraniano che intorno all’anno Mille segna la rinascita della lingua persiana. Diretta Facebook di sabato 18 aprile 2020.

Diretta Facebook del 18 aprile 2020

Il podcast della diretta del 18 aprile 2020

Storie di calcio iraniano

Dal grande Ali Daei ad Alireza Jahanbakhsh, passando per Ali Karimi. Storie di calcio e di calciatori iraniani. Diretta Facebook con Lorenzo Forlani, giornalista Agi, Altreconomia, L’Espresso, Vice, Esquire, Huffpost, Manifesto, Eastwest.

Tehran Girl

Antonello Sacchetti dialoga con Giacomo Longhi, traduttore dal persiano di “Tehran Girl”, romanzo di Mahsa Mohebali pubblicato in Italia da Bompiani. Il video della diretta Facebook del 9 aprile 2020.

Ascolta il podcast


	

Covid-19: l’Iran sta vincendo

L’Iran sta vincendo contro il COVID-19. La lotta del popolo e delle autorità della nazione sta dando risultati positivi chiaramente visibili.

I dati parlano chiaro

Per capire quel qualcosa di magico che si verifica da una settimana, ecco subito il diagramma dei nuovi contagiati per giorno dell’ultimo periodo.

Dai 3.186 nuovi contagi del 30 Marzo (record assoluto di contagi in un giorno in Iran), si è passati, come mostra il diagramma, per una riduzione continua che è arrivata ai 2.274 nuovi contagi del 6 Aprile.
Non è certo l’unico dato che mostra la graduale vittoria dell’Iran.
Nel secondo diagramma realizzato per voi, si osserva il rapporto del numero delle persone guarite dal COVID-19 dopo il ricovero in ospedale, rispetto al numero complessivo dei casi accertati.

Anche la percentuale delle persone guarite dopo aver contratto il COVID-19 ed essere state ricoverate in ospedale è passato da poco più del 30% del 27 Marzo ad oltre il 40% del 6 Aprile. 

Una nazione condannata

Come era avvenuto nel 1980, ed ai tempi dell’aggressione di Saddam Hussein contro il Paese, l’Iran anche questa volta sembrava spacciato.
Senza alcol e gel disinfettante a sufficienza, senza mascherine, senza medicine sufficienti e attrezzature ospedaliere sufficienti.
I nemici della nazione (e dell’umanità), con le loro sanzioni, avevano condannato a morte il popolo iraniano.
Per rendere amara la morte, la loro spaventosa macchina di propaganda, creava ogni giorno una bugia sul Paese.
La nazione, sembrava condannata a morte.


L’epopea della Primavera


Alla fine dell’inverno e in concomitanza con la festa millenaria del Nowruz, il popolo iraniano ha di nuovo mostrato una resistenza che verrà registrata nei testi di storia.
Una risposta a 360 gradi.
–    A partire da medici ed infermieri (alcuni non tornano a casa da mesi, altri non torneranno a casa mai più) che hanno creato le scene più commoventi.
–    Al mondo dell’industria, che ha risposto con la produzione di mascherine, alcol e gel.
–    Alla ricerca ed alle università, che hanno prodotto ben 4 diversi tipi di kit per la diagnosi del COVID-19 (rendendo autosufficiente la nazione), i ventilatori e persino medicine a base vegetale che accellerano la guarigione degli ammalati.
–    A tutti i cittadini normali che hanno rispettato la quarantena ed hanno rinunciato alle tradizioni del Nowruz volontariamente, visto che non erano previste multe o sanzioni, per la maggior parte del periodo della quarantena.
–    Agli artisti, coloro che hanno organizzato concerti gratis online (una ventina finora), a quelli che hanno scritto all’Onu chiedendo la fine delle sanzioni sulle medicine.
–    I giornalisti, che hanno cercato di far fronte all’ignobile attacco mediatico contro la nazione.
–    I giovani, che si sono riuniti nelle moschee, negli ospedali, nelle sedi del Basij, ed hanno aiutato a disinfettare, produrre mascherine e gel, soccorrere le persone bisognose.
–    Ai negozianti; pensiamo a quelli che hanno dato cose gratis al popolo per un periodo, o a coloro che addirittura regalavano mascherine.
I risultati positivi stanno arrivando. Ancora una volta l’Iran sta vincendo.

La storia di Zinat

La “regina” che si e’ tolta il burqa e ha salvato la sua gente

Zinat era una ragazza come tante altre che viveva in un villaggio sperduto, in un’isola del Golfo Persico, tra la minoranza araba dell’Iran; e questo vuol dire che non aveva diritti, che doveva starsene zitta, che per lei decidevano gli uomini, che l’hanno costretta a sposarsi a 12 anni, che era considerata una macchina per fare figli. Rimasta sola con tre figli a 18 anni, si è ribellata a un destino ingiusto, ha studiato, si è tolta il burqa, è insorta contro i pregiudizi di una società maschilista, ha amato le bellezza della sua terra e ha lavorato: oggi è “la regina di Gheshm”, ricca, potente, ma che soprattutto dà lavoro e di che vivere a centinaia di persone, soprattutto donne come lei, che hanno capito il valore del loro essere. La sua storia è l’immagine intensa di un Iran che cresce e che cambia alla velocità della luce.

Anno uno, quando Zinat non era nessuno

Zinat nasce nel villaggio di Salakh, paesello di 3 mila anime a sud dell’isola di Qeshm, nel Golfo Persico, a una sessantina di chilometri di mare dall’Oman. 

Il villaggio è popolato dalla minoranza araba dell’Iran, è interamente sunnita (al contrario della maggior parte dell’Iran) e l’arabo e’ la prima lingua, seguito dal Bandari’, un dialetto del persiano. Tuttora, poche donne girano senza il “barghà”(burqa), che impedisce di scorgere la bellezza particolare di esili ninfe dalla pelle color ambra, dai lunghi capelli e dagli occhi neri.

Eppure, anni fa, una donna che era rimasta sola con tre figli, tolse il burqa e iniziò a lavorare, ribellandosi ad un destino che secondo le tradizioni della sua società, le riservava solo umiliazioni. 

“Il nostro villaggio non aveva un ospedale e molte donne morivano dissanguate perché alle doglie del parto, dovevano essere trasferite in barca a Bandar Abbas. Il nostro villaggio non aveva una scuola media femminile e le ragazze non studiavano”.

Lei pur avendo tre figli, riesce ad andare nella vicina Bandar Abbas, studia, prende il diploma, poi diventa aiuto-ostetrica e torna nel villaggio, mettendo su una sorta di clinica. Ma solo perché voleva farsi valere, venne boicottata da tutti, era il diavolo in persona. 

“Non mi invitavano ai matrimoni, gli uomini avevano proibito alle mogli di parlare con me. Io per legge dello Stato dovevo mettermi l’uniforme nell’ambulatorio e non potevo indossare il burqa. Ma per loro avevo commesso un’azione abominevole. Solo quando le mogli dovevano partorire mi venivano a chiamare e io aiutavo lo stesso; quando finiva il parto, se ne andavano senza dirmi grazie”. 

Lei prosegue: “Zinat è un uomo, non è mica donna. Io mi offendevo tantissimo ma non potevo dire nulla. Non per me stessa, perché loro credevano che le donne non servissero a nulla e che non fossero in grado di fare cose utili”.

La “regina di Salakh”

Dopo aver fatto nascere 2 mila bambini, Zinat decide di avverare un sogno che aveva da quando era bambina.

Lei fonda il “Bagh-e-Ayynha” (Il Giardino delle Tradizioni), una sorta di B&B caratteristico. Quando lei inizia, la maggior parte degli uomini del villaggio fanno i Shutì (barcaioli contrabbandieri di merci) e per questo molte volte vengono uccisi; c’è tanta povertà e tante vedove, sono costrette a crescere i figli nella povertà.

Zinat, trasforma casa sua in un ostello, inizia a chiedere alle donne del quartiere di venire da lei e di cucinare i piatti tradizionali, che fanno impazzire i primi visitatori, che provengono da altre zone dell’Iran. Nell’orticello di casa sua inizia a piantare verdure fresche, studiando le feste e le cerimonie tradizionali (in cui la musica è un elemento che non può mancare), invita alcuni vecchi musici e comprende che il turista è disposto a pagare per assistere ad un rito come il Zar, una sorta di canto ritmico accompagnato dai tamburi che in antichità si suonava nel villaggio per allontanare gli spiriti maligni. Per cucinare per i turisti, all’inizio solo iraniani, inizia ad essere serio il giro di acquisti dai pescatori. Poi entrano in gioco gli autisti, che sempre per conto di Zinat, accompagnano i visitatori a vedere le diverse attrazioni dell’isola di Qeshm.

Persino le bimbe e le giovani ragazze, che nella zona apprendono come abbellirsi la pelle con tatuaggi di Henné, iniziano a mettere a disposizione le loro maestranze al servizio delle donne che arrivano in visita.

Nel villaggio di Salakh, anche gli anziani, e pure gli uomini che l’avevano accusata di essere una persona iniqua, si accorgono che lei è la salvezza. I turisti arrivano, arrivano i soldi, i ragazzi non muoiono più perché portano la gente a vedere i posti più belli, invece di morire in mare. Zinat diventa Khale Zinat (Zia Zinat), e tutti la amano, ma lei diventa soprattutto “l’amica delle vedove”.

L’amica delle vedove 

Nel villaggio di Salakh ci sono tante vedove povere, con figli anche piccoli, e la casa di Zinat, non ha posto per tutti quelli che arrivano. Ed allora lei inizia un progetto fantastico. Nella casa di ognuna delle vedove del villaggio, fa preparare con suo investimento una stanza in maniera lussuosa. Usa le migliori pietre per coprire il pavimento e le pareti, la abbellisce, la provvede di condizionatore e crea anche un bagno ed una doccia con standard elevati. Così, quando arrivano i turisti, tranne i pochi che vanno in casa sua, gli altri si dividono nelle case delle vedove del villaggio, che iniziano a guadagnare, offrendo ospitalità a chi arriva. 

Dalla scuola di Salakh al politecnico di Milano

Iniziano ad arrivare i turisti stranieri, e probabilmente tra i primi ci sono anche gli italiani. Zinat senza avere mai visto l’Italia, si innamora del Belpaese, e i tre figli che lei ha cresciuto con difficoltà e duro lavoro, uno dopo l’altro, partono dalla scuola malandata di Salakh per andare a studiare al politecnico di Milano. Il figlio maggiore Adnan, ingegnere informatico, ha terminato gli studi nel 2010 ed oggi è il vicario della madre e dirige la maxi-impresa che dà lavoro diretto a 500 persone. La figlia di Zinat, che oggi studia nel capoluogo lombardo, sta stringendo un accordo con “Citta’ della Scienza” e già sono tanti coloro che arrivano dall’Italia. Zinat, che solo negli ultimi anni è stata riconosciuta anche a livello nazionale come una delle donne modello, e ha ricevuto diversi riconoscimenti dal governo, ha viaggiato in Italia, Francia, Svezia, Danimarca e Belgio per apprendere le esperienze altrui nel settore dell’agriturismo. I suoi figli, l’aiutano nella modernizzazione della sua impresa.

Il carnevale dell’allegria

Zinat aveva un problema, d’estate, quando il caldo a Qeshm è torrido, il suo B&B non era frequentato e la situazione economica nel villaggio peggiorava. E quindi si è inventata “Karneval-e-Shadi” ovvero “Il Carnevale dell’Allegria”. Sceglie un team soprattutto di donne del villaggio e prende artigiane, cuoche, musiciste, e visita le diverse città dell’Iran e li organizza feste e cerimonie con musiche e cucina tradizionale. La sua iniziativa ha riscosso grande successo in Iran e nel 2017, è stata ospitata e sponsorizzata in 8 nazioni europee. 

Capo del Consiglio di Amministrazione e celebrity

Alle elezioni dei consigli amministrativi, è stata la prima donna a candidarsi a Qeshm e tra 320 candidati ha ricevuto il voto più alto. Zia Zinat, oggi 50enne, è anche un personaggio politico ma soprattutto una celebrità, due film sono stati realizzati dai cineasti iraniani sulla sua vita ed un libro è stato scritto sulla sua biografia.

Oggi lei comanda il villaggio intero, a decine e centinaia di uomini, nessuno le chiede più di mettersi il burqa e se qualche giovane ragazza non lo vuole più indossare, come fece Zinat, nessun uomo del villaggio, ha più il coraggio di boicottarla.

credits: https://crognali.it/podcast

Lettere persiane/1

Sabato 28 marzo 2020 con Davood Abbasi in diretta Instagram da Teheran abbiamo “trasmesso” la prima di una serie di conversazioni che terremo ogni sabato alle ore 18 (italiane) per trascorrere insieme questa quarantena parlando di Iran. Ieri abbiamo affrontato le origini e le tradizioni del Noruz.

Sabato 4 aprile parleremo di poesia persiana contemporanea.

Seguiteci sugli account @anto_sacchetti e @persia_viaggi !

Ecco il video della prima puntata:

Lettere Persiane/1 Ieri con Davood Abbasi in diretta Instagram da Teheran abbiamo "trasmesso" la prima di una serie di conversazioni che terremo ogni sabato alle ore 18 (italiane) per trascorrere insieme questa quarantena parlando di Iran. Ieri abbiamo affrontato le origini e le tradizioni del Noruz. Sabato 4 aprile parleremo di poesia persiana contemporanea. Seguiteci sugli account @anto_sacchetti e @persia_viaggi !

Pubblicato da Antonello Sacchetti su Domenica 29 marzo 2020

Coronavirus in Iran

Ormai è noto: l’Iran, subito dopo la Cina e insieme all’Italia, è uno dei Paesi più colpiti dal Coronavirus. I dati ufficiali (aggiornati in tempo reale qui: https://www.worldometers.info/coronavirus/country/iran/) sono ritenuti inattendibili da molti iraniani. Che il numero di contagiati e dei deceduti sia molto più alto, è più di un semplice sospetto. Non è soltanto un problema di censura: all’inizio della crisi, la mancanza di kit ha impedito di effettuare controlli su vasta scala. Le testimonianze del personale medico e sanitario sembrano raffigurare un quadro drammatico. Tutte e 31 le province del Paese sono coinvolte e i focolai maggiori sono a Teheran, Qom e nelle regioni del Gilan e del Mazandaran.

Il 12 marzo il ministro degli Esteri Javad Zarif ha lanciato un appello via Twitter, affinché le sanzioni vengano rimosse e il Paese sia rifornito dei medicinali e dei macchinari di cui in questo momento ha disperato bisogno.

Lo stesso ministro della Salute Saeed Namaki ha dichiarato che si attendo il picco dell’epidemia per la metà di aprile: siamo quindi ben lontani dalla fine di un incubo che è iniziato a metà febbraio.

Come è iniziato tutto

Il 21 febbraio si sono svolte le elezioni parlamentari e giusto il giorno primo ci sono stati i primi casi ufficiali nella città di Qom. Si tratta di un centro religioso molto importante, a circa 200 km a sud della capitale Teheran, meta di pellegrinaggi e sede di diversi centri di studi. Sono subito circolate voci di un focolaio sorto tra un gruppo di studenti arrivati dalla Cina. Per qualche ora si è parlato di un possibile rinvio delle votazioni e di mettere in quarantena Qom. Così non è stato e nel giro di pochissimi giorni la crisi è esplosa a una velocità simile a quella italiana. Nel giro di pochi giorni, chi ha potuto, si è barricato in casa, uscendo soltanto per motivi di stretta necessità. 

Il ministro degli Esteri Javad Zarif

Come è arrivato il virus in Iran?

La Cina è un partner commerciale irrinunciabile, per l’Iran, soprattutto a causa delle sanzioni imposte nuovamente da Stati Uniti e Occidente. Quando è scoppiata l’epidemia di Wuhan, l’Iran non ha interrotto i propri voli da e per la Cina, proprio per non spezzare i legami con un Paese fondamentale per la propria economia. Strangolata dall’accerchiamento economico e commerciale voluto da Trump e sostanzialmente abbandonata dall’Europa, l’Iran non si poteva permettere misure come quelle decise dal governo italiano settimane fa. La Mahan Air è stata al centro di polemiche molto violente, perché ha continuato a volare in Cina anche dopo l’inizio della crisi. Una delle ipotesi sull’inizio dell’epidemia in Iran, individuerebbe il paziente zero in un imprenditore tornato a Qom dopo un viaggio in Cina.

Il peso delle sanzioni

Le sanzioni occidentali minano un sistema sanitario di buon livello – soprattutto per gli standard del Medio Oriente – con un ottimo personale medico (spesso formatosi all’estero), ma che sconta da anni carenze strutturali, sia in termini di approvvigionamento di farmaci sia di mancanza di macchinari, come ad esempio i ventilatori polmonari, fondamentali in questo momento per salvare vite umane. Manca anche un numero adeguato di kit per effettuare tamponi: anche per questo, il numero ufficiale dei positivi potrebbe essere molto inferiore al dato reale.

Le decisioni sbagliate

Le autorità iraniane hanno commesso errori molto gravi. La negazione iniziale della crisi ha facilitato il contagio, così come la riluttanza a mettere in quarantena i centri in cui l’epidemia era scoppiata. Gli ultimi tre, quattro mesi erano già state molto travagliati per il Paese, prima con i disordini di novembre per il caro benzina, poi con l’uccisione del generale Soleimani e l’abbattimento dell’aereo ucraino. Febbraio era di per sé un mese importante, con le celebrazioni della rivoluzione l’11 e le elezioni parlamentari del 21 che hanno, tra l’altro, registrato il record di astensionismo. Su un Paese già sfiduciato e in crisi economica, si è poi abbattuta questa nuova emergenza.

Sul piano politico, il presidente Hassan Rohani ha ricevuto molte critiche per aver inizialmente sottovalutato l’emergenza e per essere poi sparito per giorni dalla scena pubblica.

Come si sta adesso in Iran?

In un primo momento c’è stata una negazione della crisi: la stessa Guida Ali Khamenei parlava di “cosiddetto virus”, salvo poi ricredersi e appellarsi all’unità del Paese. Va anche detto che fin dai primi giorni sono stati numerosi i politici iraniani, anche di primo piano, contagiati. Al momento sono positivi due vicepresidenti (Jahingiri e Ebtekhar), due ministri e Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso e consigliere della Guida Khamenei. Un terzo dei parlamentari è positivo, due sono deceduti. Adesso la comunicazione istituzionale è abbastanza simile a quella italiana: si invitano le persone a rimanere in casa, si cerca di incoraggiare lo sforzo del personale medico e sanitario, spesso attraverso un parallelo con la cosiddetta “guerra imposta” combattuta dal 1980 al 1988 contro l’invasore iracheno.

L’epidemia in Iran ha fatto da subito registrare una letalità molto alta, tanto da far sospettare che il numero dei contagiati sia molto più alto di quello ufficiale. Tutte le persone contattate parlano di situazioni ormai molto simili alla nostra: si esce solo per necessità, si fanno acquisti online (cosa piuttosto comune a Teheran e nei grandi centri), i negozi sono aperti solo poche ore anche se non si registrano casi di accaparramento come da noi. C’è anche una maggiore abitudine alle emergenze. Non dimentichiamo che l’Iran ha vissuto negli ultimi quarant’anni una rivoluzione, una guerra lunga otto anni, e paga sulla propria pelle decenni sanzioni ed embargo economico. 

Sarà un Noruz molto triste quello che sta arrivando. Il 1399 dell’Iran comincia tutto in salita.

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