Bazargan, il rimpianto

Raramente mi è capitato di ascoltare giudizi così unanimi su un uomo politico del passato. Mehdi Bazargan, primo premier dell’Iran rivoluzionario, suscita ancora oggi parecchi rimpianti in molti iraniani. Recentemente, in una libreria di Teheran, sfogliavo una sua biografia. Un mio amico iraniano ha osservato la foto in copertina e ha sussurato: “Oggi avremmo tanto bisogno di politici così”. In un’intervista di alcuni anni fa, la scrittrice Azar Nafisi ammise: “Subito dopo la rivoluzione eravamo giovani e irruenti. Criticavamo di continuo Bazargan, che invece era un ottimo statista. Fummo davvero stupidi”.

Nato nel 1907 a Teheran da famiglia azera, Bazargan studiò ingegneria all’École Centrale des Arts et Manufactures di Parigi, Bazargan fu il responsabile del primo dipartimento di ingegneria dell’Università di Tehran negli anni 1940. Divenne poi il responsabile della raffineria di Abadan e della NIOC (Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio) quando Mossadeq nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Compan nel 1951.

Dopo il colpo di Stato made in CIA che sancì la fine dell’esperienza di Mossadeq, Bazargan fu tra i fondatori del Movimento di Liberazione dell’Iran, il cui programma ricalcava in parte quello del Fronte nazionale di Mossadeq. La sua attività politica gli procura diversi arresti, nonostante lui non metta in dubbio la legittimità del ruolo dello scià.

Il 16 gennaio 1979 lo scià Reza Pahlevi scappa dall’Iran. Il 5 febbraio Bazargan diviene presidente del governo provvisorio. Musulmano praticante, ma politicamente liberale, Bazargan comincia a entrare in contrasto con Khomeini al momento della stesura del testo costituzionale. Da laico, capisce che l’istituzione dell’Assemblea degli Esperti condiziona l’intero impianto della nuova repubblica.

La rottura con Khomeini avviene con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana. Quando capisce che la Guida sostiene gli studenti che hanno sequestrato il personale diplomatico, Bazargan e il suo governo si dimettono (5 novembre 1979).

Non è però un addio completo alla vita politica: viene infatti eletto nel primo parlamento (majles) della Repubblica islamica e non smetterà di sostenere le proprie ragioni per un’evoluzione democratica del sistema politico iraniano. Nel novembre 1982 scrive infatti una lettera aperta all’allora presidente del parlamento Akbar Hashemi Rafsanjani, in cui accusa esplicitamente il governo di aver creato “un’atmosfera di terrore, paura, vendetta e disgregazione nazionale”.

Nel momento peggiore della repressione e dei processi farsa trasmessi in tv, Bazargan dichiara pubblicamente che una sua eventuale confessione di tradimento sarebbe da ritenere falsa perché estorta sotto tortura.

Nel 1985 prova a correre per le presidenziali, ma il Consiglio di Guardiani boccia la sua candidatura.

Muore di infarto il 20 gennaio 1995.

Giornalista, blogger, autore di diversi libri sull'Iran. Twitter: @anto_sacchetti

Lascia un commento

*

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.