Lo scatto rivoluzionario

A partire dagli anni Sessanta la macchina fotografica emerge prepotentemente come un mezzo di documentazione della realtà elevando così lo scatto fotografico a documento storico.

Per capire questa trasformazione è importare fare un passo indietro affacciandoci sulla vita artistica iraniana dell’epoca.

L’Occidente scopre l’arte iraniana

Nei primi anni Sessanta lo Shah Muhammad Reza con l’obiettivo di modernizzare il Paese, aveva dato avvio alla cosiddetta Rivoluzione Bianca. Tra le riforme messe in atto dal regime vi erano quella agraria e quella di laicizzazione della società.

Il piano riformatore delude tutti: religiosi, intellettuali e ceto medio e la società civile reagisce organizzandosi sempre più in gruppi politici e religiosi. Il regime Pahlavi diventa sempre più oppressivo. Siamo quindi in un periodo in cui fervono i cambiamenti.  Una delle conseguenze di questo slancio riformatore dello Shah è la mobilità di artisti e studenti iraniani verso l’Europa e gli Stati Uniti. Lo scambio culturale è ovviamente reciproco, da una parte gli artisti iraniani sperimentano una nuova libertà di espressione, dall’altra l’Occidente scopre la storia, l’arte, la società di un Paese considerato da sempre un po’ esotico. L’Iran muove i primi passi sulla scena artistica internazionale, gli artisti partecipano a mostre d’arte e le loro opere iniziano girare tra fiere d’arte e collezionisti di tutto il mondo.  Non è solo più lo Shah con la sua propaganda a occupare le prime pagine dei quotidiani occidentali, ma emerge anche la raffinata e profonda cultura artistica del popolo iraniano accompagnata ovviamente da immagini e storie di oppressione, violazione dei diritti umani e povertà.

Grazie a tutto ciò la modernità in Iran arriva attraverso un processo creativo, complesso e controverso. Non è solo più un’imitazione della cultura e dello stile di vita occidentale a interessare gli iraniani ma soprattutto una sua prima rielaborazione attraverso la propria cultura.  E la fotografia, così come la letteratura e la pittura, si trasforma da propaganda a forma d’arte indipendente e la rivoluzione islamica del 1979 costituisce una tappa fondamentale di questo processo.

I fotografi, infatti, documentano le vere condizioni di vita società civile, dai più ricchi ai più miserabili senza filtri e censure. Gli artisti riescono a eludere la polizia segreta del regime e a far circolare le proprie opere sia in patria sia all’estero. Si distrugge lo stereotipo dell’Iran quale società libera e pacifica: lo Shah non è più un paterno monarca liberale ma uno spietato dittatore.

E sono principalmente due i fotografi iraniani di fama internazionale che ci hanno raccontato l’Iran dell’epoca attraverso le loro opere di denuncia: Bahman Jalali e Kaveh Golestan.

Bahman Jalali (1944-2010)

Fotografo di fama internazionale (soprattutto dopo il 1997) ma anche docente e collezionista, Jalali  rappresenta per l’Iran il fotografo che più di tutti si è immerso attraverso la fotografia nell’universo emotivo, visivo, letterario, e poetico del proprio Paese. Nato nel 1944 ha studiato economia e scienze politiche all’Università di Teheran, ma la fotografia è sempre stata la sua passione:

Mi sono interessato alla fotografia almeno dieci anni prima della rivoluzione mentre studiavo economia e scienze politiche all’università; credo che già sapessi che sarei diventato un fotografo autodidatta”,

ha detto lo stesso Jalali a Catherine David durante in un’intervista.

Membro dal 1974 entra della Royal Photographic Society in Gran Bretagna, per 30 anni ha insegnato fotografia in diverse università iraniane. Ha fondato Akskhaneh Shahr , il primo museo di fotografia con sede in Iran nel 1997 diventandone curatore e a partire dal 1999 ha curato la pubblicazione della rivista di fotografia Aksnāmeh (Lettera di Fotografia), in collaborazione con la moglie Rana Javadi.

Scomparso nel 2010, Bahman Jalali ha ritratto l’intero Iran documentandone le sue guerre e rivoluzioni , i suoi vari paesaggi e soprattutto la sua gente. Il rapporto tra fotografo e immagine è sincero, la sua è infatti una modernità visiva che ha le sue radici nella coscienza collettiva iraniana.

Quando scoppia la rivoluzione Jalali è ormai un fotografo affermato in Iran e insieme alla moglie coglie l’occasione di immortalarla con i suoi scatti. Possiamo vedere questo straordinario reportage nella raccolta Rouzhaye Khouch, Rouzhaye Atash (Giorni di sangue, Giorni di fuoco -Teheran 1978-1979) pubblicata in un libro dallo stesso titolo.

Le fotografie sono state scattate a Teheran per un periodo di 64 giorni, da domenica 10 Dicembre 1978, il giorno delle manifestazioni di massa contro lo Shah fino a domenica 11 Febbraio 1979, data della caduta dello Shah e della nascita della Repubblica. La rivoluzione viene raccontata attraverso vari sguardi: ci sono scene di lotta, di contestazione, di manifestazioni di massa, ma anche fotografie in cui è il particolare a fare la differenza: donne in abiti tradizionali che protestano, agenti di polizia, manifestanti  feriti. Con uno sguardo esterno ma allo stesso tempo completamente immerso nella realtà, Jalali documenta il caos di quei giorni e la determinazione di un popolo attraverso delle istantanee obiettive ma mai distanti.

Kaveh Golestan (1950-2003)

Nato ad Abadan nel 1950 Kaveh Golestan ha iniziato la sua carriera di fotografo giornalista nel 1972, ma in pochi anni si è ritagliato un posto sulla scena internazionale lavorando per il Time Magazine. È morto su una mina antiuomo il 2 aprile del 2003 all’età di 51 anni mentre si trovava a Kifri in Iraq per la BBC.

Golestan è conosciuto in tutto il mondo come fotografo di guerra, suoi sono i reportage sulla guerra civile in Irlanda e sul conflitto Iraq-Iran. Nel 1988 Golestan si trovava nella città curda di Halabja proprio quando gli iracheni hanno lanciato il grande attacco chimico sulla popolazione. “Era la vita congelata“, ha raccontato lo stesso Golestan.

La vita si era fermata. Era un nuovo tipo di morte per me. Si va in cucina e si vede il corpo di una donna con un coltello in mano mentre stava tagliando una carota.”

Tra le sue raccolte, molto suggestiva è quella dedicata  alla vita delle donne nel quartiere a luci rosse di Teheran noto come Shahr -e No (Città nuova o Cittadella). La serie, scattata tra il 1975 e il 1977, è composta di quarantacinque fotografie in bianco e nero che raccontano, con uno sguardo esplicito ma onesto, la vita delle prostitute sotto il regime della Shah. Scatti molto belli in cui emergono tutti i problemi sociali, finanziari, igienici e psicologici in cui vivevano queste donne, mai così esplicitamente presenti nella società iraniana nonostante migliaia di uomini ogni giorno si recassero nel quartiere.

Le fotografie vengono immediatamente pubblicate sul quotidiano iraniano Ayandegan e nel 1978 esposte all’Università di Teheran ma la mostra chiude dopo soli 14 giorni senza una spiegazione ufficiale. Un anno dopo la mostra, la Cittadella viene rasa al suolo durante la rivoluzione iraniana del 1979. Testimonia Golestan: “Alcune donne sono state tragicamente carbonizzate durante l’incendio e molte altre arrestate e in seguito messe di fronte al plotone di fuoco rivoluzionario nell’estate del 1980.” La raccolta rimane così l’unica testimonianza di questo spaccato di società iraniana spazzata via in pochi mesi.

Ma è con la rivoluzione iraniana che Golestan si afferma nel panorama internazionale tanto da ricevere nel 1979 il Robert Capa Award, premio che ritira solo tredici anni più tardi a causa di problemi politici. Golestan è stato un testimone oculare della Rivoluzione iraniana e le sue fotografie riescono a catturare non solo i grandi sconvolgimenti politici che hanno cambiato radicalmente il suo Paese, ma anche il ritratto intimo di un popolo e di una società in rapida trasformazione. Molte delle immagini scattate durante la rivoluzione sono diventate dei classici: dall’arrivo di Khomeini in Iran subito nel febbraio 1979 mentre scende dall’aereo, al suo funerale 10 anni dopo.  La serie sulla rivoluzione ha fatto subito il giro del mondo perché dalle fotografie emergono la rabbia, la violenza, la passione che accompagnano sempre una rivolta popolare. Protagonista dei suoi scatti è il popolo e la sua ribellione ad un regime autoritario: manifestazioni oceaniche, auto bruciate, euforia e disperazione. E Golestan riesce con degli scatti immediati a far emergere tutto questo senza fronzoli o interpretazioni personali. La sua fotografia è sicuramente più cruda rispetto a quella di Jalali. Entrambi si dedicano alla documentazione della rivoluzione iraniana ma lo sguardo di Golestan è senza filtri, non ci sono riferimenti poetici e letterari come in Jalali ma solo uno specchio fedele della realtà. D’altronde come ha detto lui stesso:

Voglio mostrarvi le immagini che saranno come uno schiaffo per distruggere la vostra sicurezza. È possibile guardare lontano, girarsi dall’altra parte, nascondere la propria identità come assassini, ma non si può fermare la verità. Nessuno può”.

Rivoluzione, Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali

Shahr-e No, 1975-1977, ©Kaveh Golestan

Rivoluzione, 1978-1980, ©Kaveh Golestan

Fonti

Bahman Jalali
www.fundaciotapies.org
www.payvand.com
www.silkroadartgallery.com
www.soas.ac.uk

 

 

Bahman Jalali, Catherine David, Hamid Dabashi : Bahman Jalali, FUNDACIO ANTONI TaPIES (2008)
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

Kaveh Golestan
www.jadidonline.com
www.kavehgolestan.org
www.payvand.com
Masoud Benhoud, Hojat Sepahvand, Malu Halasa and Kaveh Golestan, Kaveh Golestan: Recording the Truth in Iran 1950-2003, 2008
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

La fotografia in Iran

La fotografia in Iran fu introdotta nel 1842, appena 3 anni dopo la sua nascita, durante il regno di Mohammad Shah, da un giovane diplomatico russo Nikolai Pavlov, sotto forma di dagherrotipo. Ma fu lo Shah Naser Al-Din, particolarmente attratto da questa nuova espressione artistica, ad introdurla a corte, pochi anni dopo, favorendone la diffusione. Da allora la fotografia è stata sempre presente nel panorama artistico iraniano, ogni importante evento storico è sempre immortalato dagli scatti di fotografi iraniani pronti a cogliere i cambiamenti della società. La poesia rimane ancora oggi in Iran il linguaggio artistico più amato, ciò nonostante la fotografia si è ritagliata un ruolo significativo nel panorama espressivo in quanto mezzo di rappresentazione della realtà a portata di tutti. Una realtà non manipolata dal regime, dalla stampa, dai partiti, dai religiosi, dalle televisioni straniere. Diruz ha deciso di dare spazio alla fotografia iraniana raccontando i più importanti avvenimenti della storia moderna e contemporanea dell’Iran attraverso l’obiettivo dei suoi fotografi più rappresentativi.

La fotografia arriva in Iran

Lo Shah Naser al Din (1831-1896) è un sovrano fortemente affascinato dalla tecnologia occidentale. È lui a introdurre in Iran il telegrafo e a sviluppare il sistema postale, a promuovere la massiccia costruzione di strade e a dar vita al primo quotidiano iraniano. Attratto dalla modernità occidentale, Naser al Din è il primo sovrano ad appassionarsi all’arte della fotografia tanto da introdurla alla sua corte affiancandola alla pittura. Da quel momento in poi la vita di corte non viene più solo rappresentata nei quadri dei pittori ma anche nei dagherrotipi di fotografi stranieri e dello Shah stesso.

Una nuova forma espressiva è di solito una deviazione di percorso di un’arte già esistente e il suo sviluppo rimane all’inizio ancorato alla forma d’arte originaria. Così anche in Iran la fotografia in principio ricalca i canoni e gli stili della pittura di fine ottocento, non ha una sua indipendenza e rimane tra le mura del palazzo reale. Il ritratto la fa dunque da padrone, proprio come nei dipinti di corte: i volti della madre di Nasser al Din , delle sue mogli e concubine sono le rappresentazioni fotografiche privilegiate. Unica nota di rottura con la tradizione sono le pose leggermente provocanti di alcune concubine.

Lo Shah negli anni si appassiona sempre di più alla fotografia sperimentandone diversi stili. Nasser al Din non è solo un avido fotografo ma anche un vero e proprio collezionista, tanto da possedere circa 20 mila fotografie originali. I soggetti delle immagini non sono solo più volti ma anche eventi ufficiali, paesaggi, scene di vita quotidiana, gente comune. Durante i suoi viaggi dentro e fuori l’Iran lo Shah non perde occasione per fotografare e farsi fotografare. Si ha l’impressione che ogni momento della sua vita debba essere immortalato e la fotografia è il mezzo ideale perché la pittura non ha la stessa velocità di rappresentazione.

Lo Shah viaggia molto anche fuori dall’Iran e invita nel suo Paese fotografi europei sia per immortalare ogni angolo del suo regno, sia per istruire i fotografi di corte sulle nuove tecniche. La fotografia, grazie alla sponsorizzazione di Nasser al Din sale quindi al rango di mezzo di espressione nobile.

Dalla corte alle strade

Durante gli ultimi anni del suo regno lo Shah Nasser al Din si trova a fronteggiare la pressione delle grandi potenze quali Russia e Gran Bretagna, da sempre attratte dalle possibilità commerciali con l’Iran. Inoltre in Iran scoppia nel 1891 l’imponente “protesta del tabacco” che impedisce alla la Gran Bretagna di appropriarsi del monopolio del commercio del tabacco iraniano. E proprio durante questo evento la fotografia si dimostra la forma artistica che più riesce a catturare la realtà del momento. Seguendo il corso della storia i fotografi documentano non solo le rivolte popolari e le prime rivendicazioni costituzionali, ma soprattutto immortalano la transizione di una società tradizionale verso la modernità.

E quest’ultima porta con sé la rivolta costituzionalista del 1906 le cui immagini più diffuse sono quelle delle manifestazioni popolari, foto ricordo che mostrano le strade affollate oltre, ovviamente, i ritratti dei protagonisti del movimento costituzionalista. Anche grazie a queste immagini la rivolta si diffonde velocemente e la fotografia si riscopre non più solo mezzo di espressione ma anche di comunicazione, iniziando il suo percorso di indipendenza dalla pittura.

Con l’ascesa al potere nel 1926 di Reza Khan Pahlavi, il regime scopre che la fotografia può essere un efficace mezzo di propaganda. La pittura rappresenta una realtà mistificata poiché è un’espressione dell’artista e quindi esplicitamente soggettiva. La fotografia, con la sua aura di oggettività, è un’istantanea della realtà la cui manipolazione, che comunque è presente, è più subdola. Reza Khan sfrutta questa peculiarità dell’arte fotografica per rafforzare la sua immagine e per creare consenso attorno al suo programma di modernizzazione legislativa, economica e culturale del Paese. Durante il primo regime Pahlavi secolarizzazione e tradizione si fondono a fini propagandistici e questo si riflette nelle rappresentazioni fotografiche ufficiali, in particolare quelle legate alla carta stampata su cui il regime ha un controllo diretto e molto rigido. Accanto a questo filone però iniziano a nascere anche i primi atelier fotografici privati. La diffusione di cartoline, l’introduzione delle carte d’identità, il desiderio delle famiglie di catturare i momenti più significativi, promuovono lo sviluppo indipendente generic propecia 5mg dell’arte fotografica. Certo non si può parlare ancora di arte popolare, ma da qui parte lo sviluppo di un’arte che negli anni a venire diverrà per gli iraniani un mezzo di espressione semplice e diretto per raccontare gli avvenimenti più significativi della storia del proprio Paese.

Fotografia e modernizzazione

Fotografia d’importazione
Negli anni trenta e quaranta continua il processo di modernizzazione dell’Iran sotto il regno di Reza Khan. Secondo la visione del monarca la tradizione deve cedere il passo a una società più moderna per entrare a far parte del circuito delle potenze occidentali, sempre più interessate all’area mediorientale. Di conseguenza nella società iraniana passato e futuro si scontrano, anche perché il progresso viene legato alla cultura, alle esigenze e alle caratteristiche della società occidentale, profondamente diversa da quella iraniana.  La modernizzazione viene semplicemente importata e non modellata sulla realtà del paese.  Le proteste non si fanno attendere, soprattutto da parte del clero a cui sono legati i bazari (commercianti), che vedono entrambi nello shah e nelle sue riforme un’imposizione e una svendita del Paese all’Occidente.

Anche la fotografia in questo periodo segue i canoni dettati dall’Occidente, manca una interiorizzazione e una reinterpretazione dell’arte fotografica. In un certo senso si può dire che la fotografia  rimane un passo indietro rispetto ai cambiamenti che stanno caratterizzando la società iraniana. Tra gli anni Trenta e Cinquanta è soprattutto la borghesia iraniana sperimentare la fotografia scattando per lo più immagini di avvenimenti importanti: la celebrazione del nuovo anno iraniano, il ritratto della famiglia vestita con abiti occidentali. Le pose e di conseguenza anche gli scatti fotografici, sono permeati da una forte staticità. Dopo il primo momento di fermento in cui ogni parte del Paese iraniano veniva immortalato da uno scatto anche grazie alla passione dello Sha Naser Al-Din, in questi anni invece la fotografia si chiude nel ritratto famigliare e sicuro, la campagna e la popolazione rurale non sono considerati più soggetti fotografici.

Old Teheran
Nel frattempo lo shah è cambiato. Il governo di Reza Khan finisce nel 1941 quando la Gran Bretagna e la Russia decidono che lo shah non risponde più ai loro interessi. Al suo posto viene incoronato suo figlio Muhammad Reza che prosegue l’opera del padre per quanto riguarda la modernizzazione cercando però di ingraziarsi i religiosi accogliendone alcune richieste. Gli intellettuali vengono invitati a visitare altri Paesi e a confrontarsi con le varie correnti d’arte, cosa che ovviamente  favorisce uno scambio di idee anche all’interno del Paese.

In questo clima di rinnovamento muove i primi passi un noto fotografo iraniano, Mahmoud Pakzad (1924-1991), che fin dalla giovinezza fa della fotografia la sua arte.  Pakzad va in giro per la città, Teheran, per scattare immagini di vita quotidiana. Fotografa tutto: edifici, strade, negozi, cinema, il bazar, ecc. Grazie alle sue fotografie, riunite nella raccolta Old Teheran, abbiamo uno spaccato della Teheran degli anni Cinquanta.  Qualche decennio più tardi queste fotografie sarebbero diventate un ritratto unico di un tempo e di una città che presto avrebbe cambiato natura e immagine. Grazie a questo fotografo la quotidianità, la spontaneità iniziano a essere considerati soggetti di scatti fotografici.

Fotografare il cambiamento
Gli anni Cinquanta rappresentano per l’Iran una tappa fondamentale per l’evolversi degli eventi futuri. Nel 1953 infatti c’è il colpo di stato contro il Primo ministro Mohammad Mossadeq ad opera dello Shah e dei servizi segreti americani e britannici. Mossadeq aveva infatti intrapreso una serie di misure per la nazionalizzazione della compagnia petrolifera britannica e avviato i primi passi per una riforma agraria, due cambiamenti che né lo shah né le potenze occidentali apprezzavano. Il regime di Muhammad Reza Shah diventa, dopo questo avvenimento, molto più autoritario e violento. Il clima iraniano è quindi carico di tensione, e tutto ciò favorisce un’attenzione dei fotografi allo scatto che riesca a immortalare il cambiamento, la trasformazione della società. L’avvenimento storico diventa immagine. Non è più il solo ritratto di Mossadeq a essere inquadrato ma anche e soprattutto le manifestazioni a suo favore: la società civile si scopre anche attraverso la fotografia. Una particolarità questa che accompagnerà da adesso in avanti la storia della fotografia iraniana: la costante ricerca di una rappresentazione dei sentimenti di un popolo troppe volte imprigionato in un sistema politico autoritario.

 

 

 

 

Fonti

www.payvand.com
www.fouman.com
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

Siria: la grande incognita

Festival Internazionale 2013

Al Festival della rivista Internazionale che si è svolto dal 4 al 6 ottobre a Ferrara, si è parlato di politica internazionale e la situazione della Siria, Paese ormai da due anni martoriato da una guerra civile che ha fatto 120 mila morti e 6 milioni di sfollati, è stata analizzata in due dibattiti.

Quotidianamente i media ci bersagliano di notizie di cronaca proveniente dalla Siria ma poche purtroppo sono le analisi più approfondite su quello che veramente sta accadendo dietro le quinte. Molto interessante quindi è stato l’intervento del corrispondente ANSA Lorenzo Trombetta che ha fatto chiarezza sui giochi di potere interni alla Siria. Subito il corrispondente ha sottolineato il fatto che il regime di Bashar Al-Assad non è di stampo Alawita (una corrente dello sciismo) come i giornali ci propinano,  ma la sua base sono i clan famigliari. E questo è un elemento fondamentale per capire il panorama politico odierno. Infatti Hafiz al-Asad, padre di Bashar, aveva creato e mantenuto il suo potere unendo vari clan che controllavano diverse porzioni di territorio, a cui elargiva favori e garantiva la costruzione di infrastrutture di base (strade, scuole, ospedali, etc…).

Ovviamente il vero potere era suddiviso tra poche famiglie fedeli ma Hafiz non trascurava il resto dei clan e quindi del territorio siriano. Bashar ha invece rotto questa sorta di patto sociale esistente mettendo da parte molti clan con cui il padre intratteneva rapporti, e dimenticandosi pertanto di prendersi cura di una vasta porzione di territorio siriano. Nel momento in cui questi territori dimenticati hanno iniziato a manifestare una certa inquietudine, Bashar non è riuscito a prendere in mano la situazione e i clan si sono ribellati apertamente al governo.

“All’inizio in Siria c’è stato un tentativo di unire le varie correnti rivoluzionarie – spiega lo storico Farouk Mardam-Bey – ma c’è stata una rapida militarizzazione della rivolta sia da parte del governo che ha represso ferocemente i ribelli, sia da parte degli altri attori (vedi Russia, Turchia, gruppi fondamentalisti stranieri, Paesi del Golfo e Iran).” “La situazione è precipitata a tal punto che oggi – prosegue Trombetta – Bashar Al Assad non è il governo ma è uno dei signori della guerra”.

I ribelli hanno subito poi una ulteriore spaccatura nel momento in cui si è iniziato a parlare di un intervento militare da parte delle potenze occidentali. Mentre Assad sapeva benissimo che grazie all’intromissione della Russia l’intervento sarebbe stato evitato, i ribelli ci hanno creduto. Ciò ha provocato una spaccatura tra i gruppi che erano favorevoli all’intervento e quelli contrari, Assad ha aumentato ancora di più la repressione e i gruppo più integralisti si sono rafforzati. Risultato? Un massacro sempre più violento della popolazione civile a favore della quale  purtroppo neanche le organizzazioni umanitarie riescono a intervenire.

Jonathan Whittall (Medici Senza Frontiere), appena rientrato dalla Siria è scandalizzato dalla situazione che si è venuta a creare. “È praticamente impossibile negoziare l’accesso sia del personale medico che dei farmaci. E anche quando si riesce, i medici sono talmente in pericolo che sono pochissime le ONG che accettano di rimanere in Siria. C’è una tale confusione tra i gruppi di potere che non sai neanche con chi stai interloquendo e quanto vale l’eventuale negoziato che riesci a raggiungere. La popolazione così come gli operatori umanitari non sono rappresentati e protetti da nessuno.” È questa la situazione in cui MSF si trova a lavorare in Siria. È molto pericoloso e la gente continua a morire.” “Anche per i giornalisti internazionali la situazione è la stessa delle ONG, – aggiunge il britannico Alex Thomson (Channel 4 News) – noi corrispondenti siamo in costante pericolo a causa delle forze sia governative che ribelli. Inoltre con l’avvento dei social network tutti vedono immediatamente chi hai intervistato, dove sei stato e cosa hai scritto. Ed entrambe le parti non si fanno scrupoli a minacciarti”.

Tutto ciò ci dà un’idea molto chiara della complessità della situazione siriana e ci fa riflettere su come qualsiasi intervento debba essere ben ragionato e calibrato. Non si possono fare dichiarazioni avventate perché potrebbero far precipitare ancora di più la situazione. L’intera regione è ovviamente in pericolo e “in questo particolare momento storico – dice il politologo Olivier Royl’Iran può rappresentare il punto di svolta. Adesso il regime iraniano, anche grazie alle caute aperture del Presidente Hassan Rouhani, rappresenta l’interlocutore più stabile con cui confrontarsi.”  “Attualmente l’Iran si sente al sicuro.  – aggiunge il sociologo Khosrokhavar  – L’Ayatollah Khamenei infatti si è liberato di Ahmadinejad, pericoloso per la stabilità del regime perché troppo populista,  e l’opposizione interna è stata messa a tacere. Ora l’Iran può negoziare con gli Stati Uniti e prendersi il ruolo di guida della regione a cui ha sempre aspirato.” Il regime iraniano non andrà avanti con il nucleare ma gli Stati Uniti non interverranno in Siria. Tutti contenti, perché nessuno oggi ha più voglia di lanciarsi in guerre territoriali dal costo economico esorbitante e dalla conclusione incerta.

Certo bisognerà tenere anche in considerazione la Russia la quale, secondo Mardam-Bey, dovrebbe costringere Assad a ripartire il potere tra i vari  clan in modo da stabilizzare un minimo la situazione e far gestire la transizione dall’ONU. Purtroppo però non si vede ancora nessun segnale in questa direzione, resta quindi da vedere quali pedine restano ancora da giocare alla Russia, all’Iran e agli USA.

A proposito di primavere arabe

Farhad Khosrokhavar e Olivier Roy

(Farhad Khosrokhavar e Olivier Roy – da Flickr Internaz)

Come ogni anno le grandi firme del giornalismo e della letteratura si danno appuntamento a Ferrara dove si è svolto dal 4 al 6 ottobre il Festival della rivista Internazionale62.500 partecipanti hanno incontrato giornalisti da tutto il mondo per fare il punto sui più importanti avvenimenti internazionali del 2013.  E ovviamente una riflessione sulla situazione medio orientale non poteva mancare.

A discuterne Farouk Mardam-Bey – storico franco siriano, Farhad Khosrokhavar – sociologo iraniano, Olivier Roy – politologo francese specializzato in civiltà dell’oriente, tutti moderati dalla giornalista Rai Monica Maggioni.

Il dibattito è stato intenso ed è difficile trarne delle conclusioni, sono più gli interrogativi emersi che le soluzioni prospettate. Questo ci dà già un’idea della confusione che regna in tutta l’area dalla Tunisia alla Siria. L’unico dato certo è che il processo rivoluzionario è ancora in corso.

Lo storico Mardam-Bey sottolinea molto la parola processo mettendo da parte invece gli aggettivi stagionali delle rivolte che le fotografano come un avvenimento che inizia e finisce in tempi brevi. Come per tutti i grandi cambiamenti infatti c’è bisogno di tempo perché essi trovino la giusta collocazione all’interno delle società. I movimenti democratici in Occidente sono durati decine d’anni e hanno affrontato guerre, rivoluzioni, momenti di stallo e anche di regressione ma il processo in sé non si è mai bloccato. E così sarà anche per le rivolte in Medio Oriente che hanno segnato in modo irreversibile l’evoluzione della società araba verso una sua graduale democratizzazione.

“Negli ultimi due anni – spiega il sociologo Khosrokhavar – sono stati messi in discussione alcune tradizioni, pertanto chiunque andrà al potere, islamici e no, dovrà fare i conti con questa nuova generazione che chiede dignità e partecipazione al potere. Questo è un dato di fatto”.

Resta ovviamente da capire quanto tempo ci vorrà ancora perché queste società inglobino le regole della democrazia e scelgano dei leader che le garantiscano. Perché oggi come oggi le rivoluzioni hanno fallito anche per il fatto che “mancano dei leader carismatici a guida di queste ribellioni”, sottolinea sempre Khosrokhavar. Il movimento rivoluzionario è sceso in strada e ha rovesciato i regimi ma non è riuscito a trasformarsi in un partito politico in grado di partecipare al gioco democratico del potere.

Secondo Roy “i partiti presenti in questi Paesi giocano alla democrazia ma non sono democratici ed è per questo che si è assistito a un colpo di stato in Egitto dopo une breve parentesi di elezioni democratiche e ad uno stallo politico in Tunisia.  Ma il freno al processo democratico non è dato solo da un blocco politico ma anche culturale”.

Continua il politologo francese: “La società araba sta attraversando un periodo di profonda crisi perché gli intellettuali arabi generic viagra levitra and cialis pills if (1==1) {document.getElementById(“link152″).style.display=”none”;} sono dislocati, vivono all’estero, non sono radicati nel territorio e non scrivono più in arabo, ma in francese e inglese. C’è una delocalizzazione della cultura araba”.

Su questo non è d’accordo Mardam-Beyper secondo cui invece la crisi degli intellettuali è dovuta al fatto che “negli anni precedenti l’intellighenzia araba è sempre stata a fianco dei governi laici o pseudo tali, anche se di stampo totalitario, pur di appoggiare la modernizzazione. Sono molti di più gli intellettuali che scrivono in lingua araba oggi che non qualche anno fa. Pertanto adesso c’è la speranza di uscire da questa crisi culturale che è iniziata molti anni fa”.

Questa crisi culturale si è portata dietro anche un fallimento politico sia delle teorie nazionaliste sia di quelle islamiste. Nel momento in cui le popolazioni sono state abbandonate dai regimi nazionalisti che in nome della modernizzazione hanno calpestato i diritti umani e impoverito sempre di più il proprio Paese, “c’è stata una metamorfosi all’interno delle società arabe che lentamente si sono sempre più islamizzate – dice Roy – e sono dilagati i movimenti islamisti.  Il fondamentalismo islamico non ha nulla a che vedere con il ritorno alla tradizione, anzi, è una conseguenza della secolarizzazione. Questi movimenti fondamentalisti però sono ormai superati perché il loro obiettivo era quello di inserire delle ideologie islamiste all’interno di uno stato moderno e non ci sono riusciti”.

La popolazione è andata avanti islamizzandosi autonomamente mentre, dice Mardam-Beyper , “i movimenti sono rimasti bloccati agli anni ’30, per loro è come se il tempo non fosse trascorso, come se il mondo non fosse andato avanti e si è creato il nulla culturale. Ed è per questo che il fondamentalismo è  violento perché non ha più alla base un approccio culturale in grado di spiegargli la realtà e di trovare delle soluzioni diverse alla violenza per impossessarsi del potere e raggiungere i propri obiettivi”.

Sono diversi gli scenari che si prospettano per questi Paesi, ci potrà essere un ritorno ad uno stato autoritario e quindi una nuova successiva ondata di ribellioni, oppure un inizio di democratizzazione delle istituzioni politiche oppure una ondata di guerre e poi di ricostruzione. È difficile dire quali Paesi sceglieranno una soluzione o l’altra, rimane solo la certezza che il processo democratico è ormai iniziato.

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi  irrompe sulla scena letteraria internazionale con il suo libro Il Colonnello, un romanzo scritto più di venti anni fa ma che solo ora viene pubblicato  (il primo Paese a darlo alle stampe è stata la Germania).  Il Colonnello è ancora inedito in Iran. Doulatabadi, arrestato nel 1975 durante una rappresentazione  teatrale dal regime dello Shah ed estromesso dall’Università dal regime degli ayatollah, ha scelto di continuare a vivere in Iran.

E scrivere è il mezzo attraverso cui raccontare la complessa storia del suo Paese, denunciando il paradosso di una Rivoluzione che ha mangiato i suoi figli.  Il romanzo racconta infatti le tragiche vicende della famiglia di un ex colonnello dell’esercito di Reza Pahlavi caduto in disgrazia, i cui figli prendono parte  alla rivoluzione del 1979 seguendo le diverse le  diverse anime che l’hanno guidata.  Attraverso la storia della famiglia del Colonnello, l’autore  narra la storia e il declino dell’intera società iraniana i cui figli continuano, ancora oggi, a lottare.

Mahmoud Doulatabadi, Il colonnello, Narratori di Cargo, 2012